Boito e la pubblicistica artisticoindustriale

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Boito e la pubblicistica artisticoindustriale
Boito e la pubblicistica artisticoindustriale
“Libri vecchi e nuovi” La dialettica tra storicismo e arte nuova nelle recensioni di Arte Italiana
Decorativa e Industriale
Elena Dellapiana
Quando Boito, in coda alle prime due edizioni de I principi dell’ornamento e gli stili del disegno
(1881 e 1882), il fortunatissimo trattatello in forma epistolare uscito per i Manuali Hoepli, colloca
un capitolo intitolato Notizie di alcuni libri concernenti l'insegnamento elementare del disegno e
l'arte ornamentale, lamenta, con la consueta veemenza, e come aveva già fatto relativamente alla
storia dell’architettura italiana, la carenza di opere italiane sui temi del disegno e dell’ornato
architettonico e artistico. Solo nella sezione dedicata all’insegnamento del disegno compaiono
infatti autori italiani, con i più recenti manuali pubblicati e destinati alle scuole, ma tra i modelli
validi nell’ambito dell’”Ornamento in generale” e della sua applicazione spiccano solo la Grammar
of Ornament di Owen Jones (1856) e L’Ornement polychrome (1869), di Albert Charles Auguste
Racinet, oltre ai Gothic Ornaments (1854) di Pugin e alle grandi storie delle arti applicate come
quella della ceramica di Jacquemart (1873) o ai cataloghi ragionati dei musei come quelli di Londra
o di Vienna.
La riflessione su questa assenza, certamente condivisa dal gruppo di intellettuali intorno a Boito, è
sicuramente uno dei motivi che spingono la Commissione Centrale per l’insegnamento artisticoindustriale voluta dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio a partire da 1884 a farsi
carico dell’indagine e della recensione delle pubblicazioni italiane e europee, della promozione di
traduzione delle più valide, della loro selezione, al fine di creare biblioteche ragionate da proporre
alle scuole di diverso ordine, graduando le scelte in base agli obiettivi didattici, anch’essi in via di
definizione. La sottocomissione dedicata a questo scopo dal 1886 (Boito, D’Andrade, Odescalchi,
Sacconi e Manfredi), trova la propria cassa di risonanza nella rivista “Arte Italiana Decorativa e
Industriale”, organo ufficiale dei lavori della Commissione, che Boito dirigerà dalla sua apertura,
nel 1890 fino alla cessazione della stampa nel 1911.
Boito in persona apre la sequenza delle recensioni chiosando Libri vecchi e nuovi per le scuole e i
laboratori, rubrica divenuta in seguito più pragmaticamente Bibliografia, ma che mantiene il valore
operativo e non solo documentario della presentazione di studi e ricerche non esclusivamente
didattiche, anche se è questo il filo rosso che, coerentemente con la missione della rivista, si legge
in tutte le segnalazioni. La prima, lunga recensione riguarda “il miglior testo da noi conosciuto fra
gli italiani e gli stranieri per l’insegnamento elementare del disegno”, vale a dire il manuale
compilato da Federico Pastoris nel 1884 e destinato alle scuole municipali di Torino. Boito vede
nelle semplici indicazioni del piemontese (soprintendente delle scuole municipali di disegno) un
possibile efficace impiego nelle scuole d’arte applicata all’industria: i contorni netti, le linee
maschie, il ritmo vigoroso, sono quanto occorre a ebanisti, stipettai, fabbri, ricamatrici e merlettaie,
a coloro ai quali, in sintesi, la rivista e il lavoro della Commissione sono destinati (C. Boito, Libri
vecchi e nuovi per le scuole e le officine, AIDI, 1892, pp. 12–13; 28). Il secondo stipite della
vicenda è rappresentato dalla rubrica seguente, a distanza di poche settimane, dove insieme al
volume di Giovan Battista Borsani, utile strumento per apprendere il chiaroscuro, la Commissione
per voce di Boito introduce un repertorio di decorazioni murali desunte dal medioevo (W. e G.
Audsley, Parigi 1881) ampliando e rinforzando l’affermazione che il passato debba essere il
modello irrinunciabile per perfezionare il processo di ammodernamento dei settori artisticoproduttivi in Italia. I repertori di modelli, presentati in modi sempre più raffinati, sono quelli che
Alfredo Melani racconta quando prende in mano la rubrica fino alla svolta del secolo: ornamenti
desunti da collezioni di tessuti rinascimentali, di frammenti di sculture lignee gotiche, di smalti
bizantini, di lapidi figurate o di monogrammi tardoimperiali.
Le accuratissime indagini della Commissione a proposito di libri raccomandabili, contribuiscono
anche ad allargarne la redazione: il piccolo volume sull’avviamento al disegno nei fanciulli, firmato
dal direttore della scuola di disegno industriale di Sesto Fiorentino Ottone De Trombetti nel 1886, è
recepito con un tale entusiasmo dalla Commissione e da Mussini in particolare, che il proponente
viene invitato a collaborare a “Arte Italiana Decorativa e Industriale” e diventa una presenza fissa
con contributi sull’insegnamento del disegno, nel primo decennio di vita della pubblicazione. Allo
stesso modo la rivista accoglie saggi che lungi dal dover essere letti come iniziative personali,
costituiscono veri e propri rapporti, come nel caso dell’analisi di Raffaele Erculei che, a partire
dalla disamina dei volumi utilizzati all’estero, pubblica nel 1894 la serie di articoli L’insegnamento
artistico-industriale in Europa.
Didattica e letture delle gloriose fasi del passato ornamentale cuciono i volumi che, in modi diversi,
Boito e i suoi prendono in considerazione fino alla svolta del secolo, evidentemente anche con la
consapevolezza di aver diffuso adeguatamente il lavoro della Commissione, se la quarta riedizione
dei Principi di Boito del 1897, è privata dell’appendice si critica bibliografica, ormai superata.
“Arte Italiana Decorativa e Industriale” inaugura il 1901, decimo anno di pubblicazione, con
l’annuncio della Mostra internazionale di Arti Decorative che si sarebbe tenuta l’anno seguente a
Torino e con una serie di commenti di quanto è appena avvenuto a Parigi in occasione della mostra
del secolo (diretta e descritta dal componente della Commissione D’Andrade). Nel corso dello
stesso anno Boito firma l’articolo Cenni di recenti pubblicazioni sul nuovo stile e sullo stile della
natura (AIDI, 1901, pp. 83–84; 96–98.) e Melani L’Arte industriale nuova. Un’occhiata all’estero’,
(AIDI, 1901, pp. 51–52; 65–67). In entrambi i casi i saggi costituiscono un’apertura all’arte nuova,
esplorata attraverso le pubblicazioni italiane e straniere e il loro uso in ambito didattico. Il tentativo
è quello, ancora una volta, di legare, un po’ come aveva fatto a suo tempo Jones, e soprattutto il
maestro di Boito, Pietro Selvatico Estense, le diverse interpretazioni dei modelli naturali che l’arte
ha operato nel corso dei secoli e le nuove realizzazioni, presenti e future. Tra le recensioni, oltre ai
volumi, prevalentemente dedicati allo studio della natura, compaiono anche le riviste che si fanno
latrici dei nuovo linguaggi, come la “Revue des Arts Décoratifs” e l”Art Decoratif”, entrambe
intese come possibili raccolte di modelli utilizzabili nelle scuole.
Tra il 1908 e l’anno della cessazione della pubblicazione, le recensioni concentrano nuovamente la
propria attenzione su opere che guardano al passato. Si tratta di un sintomo della preoccupazione,
ancora tutta didattica, per la direzione che sembrano prendere i programmi ministeriali orientati
all’eliminazione dei modelli grafici desunti dal passato artistico nazionale.
Recepita, quest’ultima fase, come una sorta di canto del cigno del conservatorismo di una
generazione che appartiene al secolo da poco chiuso, si rivela in realtà come una strenua difesa
della tradizione artistica italiana intesa non come modello da replicarsi, ma come vera e propria
categoria dello spirito che necessita una continua trasmissione e comunicazione, condizione per un
autentico rinnovamento che si alimenti delle letture sul passato per guardare al futuro.

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