LIBRO PRIMO - Parte Terza - Blog di Franco Bernardini

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LIBRO PRIMO - Parte Terza - Blog di Franco Bernardini
LIBRO PRIMO
- Parte Terza
PAKISTAN dal maggio 1966 al marzo 1968
Un giorno nel mese di maggio 1966, avevo appena compiuto 26 anni, in piena
stagione dei monsoni, dopo un volo di almeno 36 ore, arrivai a Karachi da Roma con
un aereo della PIA (Pakistan International Airways). Poco dopo il decollo da Roma
Fiumicino, eravamo già usciti dallo spazio aereo italiano e ci si stava avvicinando al
Libano, uno dei quattro motori dell’aereo prese fuoco, il dispositivo “fire stop”, già
esistente su quegli aerei, bloccò l’afflusso del carburante al motore e ci permise di
arrivare a Beyrouth con un atterraggio d’emergenza unito a molta paura ma, come si
dice, tutto terminò bene. Approfittai dell’occasione per visitare Beyrouth, ove
restammo per oltre 24 ore. La Svizzera del Medio Oriente, così si chiamava il Libano
a quel tempo, era un Paese magnifico e rivederla a fine 1900 mi ha fatto una pena
indicibile pensando quanto male possa produrre l’uomo, soprattutto se spinto da
rivendicazioni religiose o territoriali (leggi Libro Islam). Fu il mio secondo viaggio
aereo, il primo lo effettuai pochi mesi prima nel tratto Roma/Londra con l’Egypt
Airline.
Atterrammo a Karachi verso le 16.00 di un pomeriggio e, scendendo la scaletta da
poppa dell’aereo, fui investito da un’aria calda; pensai si trattasse del caldo
sprigionato dai motori, non avrei mai immaginato che fosse il normale vento dei
monsoni impregnato di un’umidità che rasentava il 100%. Aspettammo circa due ore
quindi ripartimmo, con altro volo della PIA, eravamo tre giovani italiani, per Lahore
arrivando di sera distrutti. Il giorno successivo passammo la mattinata visitando
Lahore, città enorme, con la più gran moschea, per quel tempo, del mondo
mussulmano, che visitammo a piedi scalzi. Partimmo nel primo pomeriggio per la
nostra destinazione finale che era Mandi Bahauddin, nel distretto di Gujarat a circa
500 km a nord-est di Lahore, vicina ad Islamabad, la nuova capitale del Pakistan
ancora in costruzione, ed a circa 150 km da Rawalpindi. Da Lahore al cantiere la
vettura impiegò circa sei ore e furono sei ore di sofferenza, fame e sete, era
disponibile soltanto la Coca Cola ed il Seven Up, nei vari e coloriti locali di vendita
che trovammo lungo quelle strade sconnesse, ove si guidava a sinistra, come in
Inghilterra; notai subito che le vetture che ci stavano davanti per segnalarci che
potevamo sorpassarle mettevano il lampeggiante, quando lo avevano, sulla destra (il
contrario di quanto si faceva in Italia). In Pakistan ottenni anche la patente di guida
locale, avevo già quella italiana, ed imparai a memoria le regole fisse, trascritte sulla
patente, da utilizzare ad ogni incrocio per segnalare la propria direzione che erano poi
semplicissime. “ All’incrocio tirare fuori il braccio dalla vettura quindi:
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• Ruotare la mano, col dito indice alzato, in senso antiorario se si desidera
curvare a sinistra.
• Ruotare la mano, col dito indice alzato, in senso orario se si desidera curvare a
destra.
• Muovere l’avambraccio insieme alla mano in senso longitudinale alla vettura
per andare dritti. Tutto molto semplice come di vede.
Dromedari ed asini erano i re delle strade, sia in città sia fuori, era quindi pericoloso
guidare in quel Paese. Mi dovetti abituare alla guida, pur avendo un autista a
disposizione, soprattutto per gli spostamenti serali, e sfruttando tutta la prudenza di
cui potevo disporre non ebbi mai, per fortuna, incidenti.
Dall’Astaldi di Roma ero stato trasferito in uno dei loro cantieri all’estero, nel mio
caso in Pakistan. Come detto arrivammo in tre, tutti giovani. In quel periodo le
imprese italiane andavano per la maggiore nel mondo in qualità di Contractors per
grandi opere quali dighe, strade, ponti, canali ecc. Con me viaggiò Luzio, giovane
ben preparato nell’amministrazione, divenne in futuro uno dei direttori amministrativi
della Cogefar di Milano; Iannelli, ragioniere, fece fortuna, sempre con l’Astaldi, in
vari cantieri nel modo ed il sottoscritto, che aveva già avuto un’esperienza
nell’Ufficio Logistica ed acquisto merci a Roma della Astaldi, questa società era uno
dei due soci della Sidmail Joint Venture.
Per un periodo di circa sei mesi fui destinato all’ufficio acquisti merci estere di
Mandi Bahauddin e, successivamente, all’ufficio di Karachi per lo sdoganamento e
spedizione delle merci e materiali in cantiere che distava circa mille miglia.
L’impresa che mi assunse era la Cogefar Astaldi Sidmail Joint Venture, società di
diritto Pakistano in cui i soci erano la Cogefar di Milano e l’Astaldi Estero di Roma,
da cui fui assunto. Lo stipendio netto mensile era di lire 400.000; tenere presente che
quando lasciai l’Astaldi percepivo uno stipendio netto di 125.000 lire, inoltre ci era
corrisposto un pocket money di 750 rupie mensili, sufficienti per le piccole spese
tenuto conto che il Commissary (mensa) era gratuito per gli scapoli.
La società stava costruendo una canale ed una diga facenti parte del grande progetto
W.A.P.D.A. (Water and Power Development Authority) Nel 1947, allorché India e
Pakistan furono separate in due stati autonomi, a maggioranza induista il primo e
mussulmano il secondo, dall’ex Paese coloniale Gran Bretagna, fu stabilito che il
corso del grande fiume Indus, che nasce in India, entra in Pakistan per bagnare le
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terre del nord – est, quindi ritorna in India non lontano da Lahore, dovesse restare per
tutto il suo corso in territorio indiano. Al fine di portare acqua nelle zone rese aride
dalla deviazione dell’Indus, la Banca Mondiale mise a disposizione importanti fondi
per sviluppare il progetto WAPDA che terminò con la costruzione di un’enorme diga
in terra battuta, ai piedi dell’Himalaya, chiamata Tarbela e costruita dall’Impregilo.
Vivevamo in un Campus molto ben organizzato con piccole camere + doccia per gli
scapoli, nonché belle villette per coloro che avevano portato la famiglia. Eravamo
circa 100 italiani oltre ad americani, inglesi della Direzione Lavori, irlandesi ed
alcuni dirigenti pakistani della WAPDA.
Il medico del Campus era un genovese, Dott Farnocchia, che ritrovai in seguito in
Cameroun.
Non riuscii a dormire per 3-4 notti, caldo ed umidità erano insopportabili; il
condizionatore con cui era equipaggiata la mia cameretta girava regolarmente, mi
accorsi poi che funzionava soltanto il ventilatore, mentre la climatizzazione era
guasta! Non avevo mai visto né utilizzato prima un condizionatore d’aria,
Ogni quattro camerette per scapoli avevamo un boy; ebbi subito un attrito col mio al
quale diedi delle scarpe di pelle di porco da pulire, le avevo acquistate in UK; appena
questi vide la figura del maiale all’interno delle scarpe, apriti cielo, per poco non me
le tirava, pur essendo molto rispettoso; era un credente mussulmano.
Nel pomeriggio, di un giorno appena arrivato, me ne stavo in piscina a nuotare
insieme ad un giovane trentino biondissimo e parlavamo d’argomenti di lavoro.
Arrivarono due giovani americane e dopo il saluto di rito iniziò una strana
conversazione in cui le due giovani non vollero credere che il mio amico fosse
italiano, affermarono che non erano a conoscenza che gli italiani potessero essere
anche biondi, ci vedevano tutti bassi, scuri di pelle, neri di capelli ed inoltre anche
mafiosi, ladri, inaffidabili. Questo stereotipo di come gli italiani fossero visti
all’estero, mi ha accompagnato per sempre. Purtroppo eravamo così per americani,
tedeschi, francesi, ho notato che soltanto gli inglesi, dall’alto del loro fair play, non
mi hanno mai trasmesso questa sensazione.
Debbo dire, senza tema di smentita, che la vita politica e sociale italiana, soprattutto
negli anni ’70 ed 80’ ha avvalorato per inefficienza ed altro la conferma dello
stereotipo dell’italiano. Ciò ha prodotto degli evidenti danni d’immagine all’Italia
all’estero che poteva uscire da questo tipo di considerazione soltanto individualmente
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e dopo aver fornito prova di correttezza e capacità. Un tedesco per esempio era, al
contrario di noi, subito considerato come un operatore serio, salvo dimostrasse essere
un imbroglione; per l’italiano tutto era diverso ed opposto. L’emigrazione italiana
degli inizi secolo XX, e quella immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ha
avvalorato, nei Paesi esteri, queste impressioni. Tra l’altro ciò fu spesso un
argomento di discussione nelle varie cene cui ero invitato e, a parte il cattivo gusto di
coloro che le iniziavano alla mia presenza, io credo essermela cavata, nel mondo,
abbastanza bene nel contestare la tesi, soprattutto poiché avevo notato che chi
iniziava questo argomento di discussione da salotto era, per lo più un sottosviluppato
culturale o, come minimo, un cafone ed ignorante.
Ritorniamo in Pakistan ove il lavoro procedeva bene, molto intenso è vero, però si
lavorava con soddisfazione, almeno dieci ore il giorno, sabato e domenica mattina
inclusi. Ero giovane e quindi non ero toccato da problemi ad alto livello, che
esistevano beninteso. Tra l’altro, cosa grave, si diceva tra i tecnici specializzati e noi
giovani, che la Direzione Lavori, affidata per la diga ad americani, non fosse per
niente soddisfatta della qualità del lavoro dei nostri tecnici posta nella costruzione
della diga. Alla lunga queste inevitabili odiose chiacchiere si rilevarono infondate
poiché i lavori venero consegnati prima del tempo previsto e regolarmente collaudati
ed accettati dalla D.L. stessa e dalla WAPDA, ente appaltante. Inoltre ci fu affidata la
costruzione di una highways di circa 90 miglia tra Karachi, la vecchia capitale e
Hyderabad.
Passavamo il tempo libero giocando a carte alla mensa, ascoltando musica con
registratori che alcuni di noi avevano portato oppure effettuando battute di caccia
notturne alla lepre o al cinghiale.
Un sabato sera uscimmo con la nostra Land Rover pick up, munita di un faro potente
alla cui vista la lepre restava immobilizzata per qualche attimo permettendoci di
sparare ed ucciderla; ne catturammo una ventina insieme ad un cinghiale di circa 30
chilogrammi. Al rientro al campus, in piena notte, svegliammo i cuochi pakistani ed
alcuni, non mussulmani, ci aiutarono a preparare le salcicce. Ne facemmo circa 10
chili, oltre ad alcuni pezzi di cinghiale ben pronti per il fuoco o il forno uno dei quali
lo demmo ad una famiglia d’inglesi che s’impegnò a cucinarlo per noi scapoli; quindi
era l’alba quando, stanchissimi ma soddisfatti, rientrammo nelle nostre camerette. I
cuochi ebbero ordine da noi giovani di preparare le salcicce arrosto per il pranzo della
domenica, già iniziata, non avevamo possibilità di conservazione. Verso le 12.30
arrivai in mensa pregustando, non solo le salcicce, ma anche la faccia felicemente
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sorpresa degli altri amici che avrebbero partecipato con noi al banchetto. La
sorpresa, brutta, l’ebbi io giacché il medico del Campus, il genovese Dott Farnocchia,
aveva disposto la distruzione, per motivi igienici, sia delle salcicce sia degli altri
pezzi di cinghiale predisposti per il forno o l’arrosto. Fu inutile dirgli, in ciò
coadiuvati da tutti gli scapoli, che il <nostro> giovane cinghiale non poteva avere la
tubercolosi o il tenia (vermi), fu irremovibile e, forse, ci salvò la salute, ma
certamente ci causò un immenso dispiacere. Si salvò invece dalla distruzione il coscio
che avevo dato agli inglesi ed aspettai quindi con ansia di essere chiamato per gustare
questa leccornia la vedevo ancora più buona, perché unica. Ciò avvenne il martedì
successivo per la cena. In tre, i soliti amici, fummo invitati ed arrivammo
puntualissimi ed affamati al rendez-vous. Incredibile! Osservammo il nostro coscio
che stava bollendo in un pentolone pieno d’acqua, solo, non era accompagnato
nemmeno con una cipolla d’insaporimento. Ci fu servito intiero e noi ci
preoccupammo di tagliarlo in pezzi sulla tavola da pranzo. Dopo averlo gustato
rimpiansi che il Dott Farnocchia non avesse sequestrato anche questo pezzo. Insipido,
senza accompagnamento, stopposo, immangiabile, così ci fu servito il nostro coscio.
Lasciammo gli amici inglesi con più fame e disappunto di quando eravamo entrati
in casa loro. Da quel giorno non mi sono mai più fidato, nel mio peregrinare per
il mondo, degli inviti a cena da parte degl’inglesi e penso di aver fatto bene poiché
l’arte della buona cucina non è certo una specialità di quel popolo.
I rapporti con i pakistani erano soddisfacenti, l’estremismo e fondamentalismo
islamico non aveva ancora messo le radici, quindi potemmo vivere e lavorare
tranquilli.
Vorrei, per inciso, ricordare ai <buonisti> moderni, ed a coloro che accusano il
mondo occidentale di aver sfruttato i popoli poveri che, in Pakistan, abbiamo portato
l’acqua gratis poiché pagata dalla Banca Mondiale, che ha potuto rendere abitabile
una zona molto ampia abitata da alcune decine di milioni di pakistani. Tra l’altro
abbiamo completato questa perfetta opera d’ingegneria idraulica in una zona, ai piedi
dell’Himalaya, ove si suppone oggi si nasconda Bin Laden. Opere di tal fatta sono,
nel mondo, migliaia, eseguite dai paesi occidentali, moltissime gratis, oppure che
hanno potuto beneficiare d’importanti sostegni finanziari a Fondo Perduto; dovevano
servire a creare le strutture tecniche necessarie per lo sviluppo di questi popoli
(acqua, corrente elettrica, comunicazioni ecc); tutto ciò è avvenuto durante gli anni
’60 - 70’ - 80’. Il mondo occidentale ha fatto molto, poi .. la stasi. I Paesi
sottosviluppati (che i nostri buonisti hanno poi chiamato < Paesi in via di sviluppo > )
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non hanno continuato, a casa loro, l’opera da noi intrapresa, si sono fermati per un
insieme di motivi che esporrò meglio nel Libro “Economia”
La colpa beninteso è del mondo occidentale che ha sfruttato i popoli poveri (ci
ritornerò ampiamente su questo punto).
Durante il campionato mondiale di calcio in UK nel 1966, ero appena arrivato in
Pakistan e stavamo ascoltando, in una quindicina, la partita Italia – Corea. Avevamo
a disposizione una potente radio. Tuttavia nessuno riuscì a ricevere la radio italiana
ed ignorammo il risultato sino a che alcuni colleghi francesi, tramite France Inter, non
ci comunicarono la brutta notizia della sconfitta della squadra azzurra. La radio
italiana, irricevibile, da ogni parte dell’Asia e dell’Africa fu sempre un mio cruccio e
di ciò ho sempre ringraziato l’inefficienza ed il menefreghismo della politica italiana
verso i milioni dei emigranti all’estero. Quando poi era la buonanima di Sandro Ciotti
a parlare, benché in modo forbito, l’ascolto era impossibile, si riceveva soltanto
rumori assimilabili al gracchiar delle cornacchie. Mi spiace questa asserzione verso
un giornalista che ho sempre stimato, oggi purtroppo venuto meno ma,
semplicemente, non dovevano fargli trasmettere le partite via radio; io ho sopportato
la sua incredibile voce atona per decenni e speravo sempre non trasmettesse le partite
della Roma, di cui sono tifoso.
Il clima in Pakistan non è per nulla piacevole. Grandi piogge durante la stagione dei
monsoni (maggio-agosto), quindi siccità, caldo afoso ed umido per il resto dell’anno,
tollerabile soltanto nel periodo gennaio/febbraio. Operare sempre con la camicia
appiccicata alla pelle era duro.
Nel gennaio del 1967, in quattro scapoli, decidemmo di andare a passare quindici
giorni di ferie in Afganistan. Pensai che occorresse profittare della mia presenza in
quella parte del mondo, ove probabilmente non sarei mai più ritornato, per
conoscerla meglio.
Il viaggio fu pauroso. Raggiungemmo in Land Rover da Mandi Bahauddin
l’aeroporto di Peshawar, ai piedi dell’Himalaya, ove prendemmo un Fokker 27,
trattasi di piccolo aereo ad elica con due motori, dell’Ariana, Linee Aeree Afgane,
che in 45 minuti atterrò a Kabul. La rotta dell’aereo percorreva in senso sud-nord la
famosa gola del Kayber Pass. Al decollo la temperatura, benché fossimo in gennaio,
era intorno ai 27 gradi; all’arrivo a Kabul invece trovammo meno 10. Un imponente
vento nord-sud percorreva la gola del Kayber Pass, vedevamo ai lati dell’aereo le
imponenti montagne che sovrastavano la linea di navigazione dell’aereo, rabbiose e
potenti raffiche di vento colpivano il Fokker che tremava e barcollava, sembrava di
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essere su una nave in piena tempesta; è stato il peggiore viaggio aereo da me
effettuato, la paura era tanta e non riuscii a bere il caffè offertoci dalle Hostess poiché
il tremolio della mano e la paura, me lo faceva versare sull’abito.
Tuttavia giungemmo a Kabul sani e salvi, fine mattinata di un venerdì.
Fissammo un modestissimo albergo e noleggiammo una Land Rover, nel pomeriggio
stesso iniziammo a girare per la città, senza autista. Era poca la differenza tra Kabul
ed il Pakistan, stessi odori forti e persistenti, stessi mercati che offrivano poco per un
occidentale, stesso abbigliamento sia per uomini sia per donne (pochissime per strada
e quasi tutte con Burka). Kabul è situata in una conca e circondata da montagne
imponenti e coperte di neve, il paesaggio era emozionante, pur mancando di
vegetazione e soprattutto d’alberi.
A quel tempo l’Afganistan era governato dalla famiglia reale, ancora Breznev non lo
aveva invaso e l’Islam non ne aveva fatto un luogo d’addestramento militare per i
seguaci di Bin Laden. L’accoglienza in ogni dove era più che cordiale, sempre tesa
tuttavia, da parte dei locali, a spillarci dei soldi, era sufficiente parlare e arrivava
inevitabilmente la richiesta di soldi. Vi eravamo abituati in Pakistan quindi non ci
faceva alcun effetto.
La nostra più grande occupazione fu di rinviare tutte le sere i ruffiani che ci
proponevano le baby. Poteva essere pericoloso e quindi avevamo deciso di restare
candidi. E’ incredibile osservare, come in un Paese islamico, l’offerta di baby fosse
tanto alta.
La sera stessa andammo a cenare in un ristorante ed ordinammo montone con curry e
riso bollito; piatto tipico di quel Paese.
Quattro giovani italiani in un ristorante all’estero non possono che essere rumorosi, è
la nostra caratteristica nazionale il parlare ad alta voce.
Durante la cena fummo avvicinati da un uomo basso e vestito di scuro, era un
sacerdote, Padre Angelo ci salutava, avendo sentito che eravamo italiani. Insieme a
lui c’era uno dei nipoti del Re Zahir Sha, un bel giovane, magro e d’elegante aspetto
li invitammo al nostro tavolo e cenammo insieme.
Fu un incontro molto interessante.
Padre Angelo era l’unico sacerdote cattolico in Pakistan. Stava presso l’Ambasciata
Italiana e aveva lo status di diplomatico; ci raccontò che officiava Messa la
domenica, presso l’Ambasciata, per tutti i cristiani: cattolici, anglicani, protestanti
giacché non era permessa la presenza di preti nel Paese. C’invitò anche a mangiare
spaghetti in Ambasciata, cosa questa che fu molto gradita a noi tutti.
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Egli operava tra mille difficoltà e controlli. Nonostante la famiglia reale avesse degli
ottimi rapporti con l’Italia, Don Angelo non poteva lasciare Kabul gli era vietato
andare all’interno del Paese per tema che facesse proselitismo.
Una ventina d’anni dopo quest’incontro ho letto sul settimanale Oggi un articolo su
Don Angelo, era ancora in Afganistan, era sopravvissuto alla guerra contro il
comunismo e continuava a dire Messa per i Cristiani.
Cosa ne sia stato dopo non posso saperlo ma sicuramente con l’avvento dell’islam
fondamentalista ed integralista in quel Paese sarà dovuto rientrare in Italia oppure
scappare. Don Angelo ha sempre rappresentato per il sottoscritto il meglio che i
sacerdoti cattolici, con le loro azioni nel mondo, hanno fatto per tenere acceso il faro
della nostra religione e civiltà. Ho incontrato molti altri missionari all’estero dei quali
ho ammirato lo sforzo e le condizioni di dura vita in cui operavano tra i quali Don
Giovanni d’Ercole, ora sta al Don Orione di Roma ed appare spesso in TV, il quale ci
disse, in un’occasione in cui doveva far costruire una scuola a Gran Bassan, vecchia
capitale della Costa d’Avorio, che aveva bisogno del nostro concorso economico
poiché < il suo Datore di Lavoro non lo pagava mai >; riuscì nella sua impresa.
Anche a Mandi Bahauddin ho incontrato altri missionari che venivano la domenica a
celebrare Messa al nostro villaggio, distante circa 200 Km dalla Missione, e potevano
così raggranellare qualche rupia per sostentarsi. La loro vita era grama e solo
un’immensa Fede poteva mantenerli in quei luoghi.
Gli incontri con i Missionari, e l’apprezzamento che sempre ho avuto per la loro
Missione, mi hanno spinto per tutta la vita a sostenerli con ogni mezzo, anche
economico.
Il nipote del re fu anch’esso particolarmente fair e cortese nei nostri confronti,
parlava un italiano perfetto, soltanto era una lingua che da noi si usava agl’inizi del
secolo XX, ci dava del voi. Ho compreso in seguito i motivi. La famiglia reale
Afgana, per tradizione, era istruita, nella pratica regale, dai Savoia; quindi tutti i
membri passavano dei lunghi periodi in Italia.
C’invitò a colazione alla reggia e potemmo gustare delle vere leccornie preparate dai
cuochi del re, presente anch’esso alla colazione.
Il re c’invitò ad una battuta di caccia a cavallo nelle sue riserve per il mercoledì
successivo. Terrore! Nessuno mai di noi quattro era salito su un cavallo. Con i miei
amici ci scambiammo sguardi molto preoccupati e nessuno di noi osava aprir bocca.
Trovai io credo la soluzione, senza offendere il re spero, affermai che per quella
giornata avevamo già programmato una visita, fuori Kabul, alle bellezze
archeologiche afgane, incluse le statue del Buddha (quelle oggi distrutte dai
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talebani d’Omar e Bin Laden). Al che Sua Maestà apprezzò la nostra scelta, forse egli
capì anche che era meglio per tutti che ci dessimo all’archeologia.
Andammo effettivamente in Land Rover a visitare i tre Buddha nonché le montagne
intorno a Kabul. Su piste sterrate ci arrampicammo ove solo i cammelli e la Land
Rover potevano andare ed apprezzammo molto le ricerche d’archeologia fatte
dall’Università di Pisa. Acquistai anche dei libri in italiano ed inglese scritti dai nostri
ricercatori pisani che avevano stima da parte di tutta la popolazione erudita del Paese.
I tre Buddha erano imponenti, anche se freddi; scavati nella roccia viva all’epoca di
Gengis Kan sono stati per secoli a dimostrare la grandezza del dio cinese; gli
integralisti islamici li hanno distrutti col tritolo; questa gente, e lo dico per chi non ci
crede ancora, con la stessa facilità con cui hanno distrutti i Buddha distruggerebbero i
segni della grandezza dell’arte che ha origine dal cattolicesimo in Italia; la Divina
Commedia dovrebbe essere messa al rogo poiché Padre Dante ha messo Maometto
all’Inferno; stessa fine dovrebbe fare la chiesa di San Petronio a Bologna ove c’è un
dipinto che indica il diavolo Maometto con le corna.
Il nostro viaggio in Afganistan per poco non termina in Cina! In quel periodo,
eravamo in piena Rivoluzione Culturale maoista ed anche i comunisti italiani
sventolavano sotto gli occhi della borghesia il Libretto Rosso di Mao Tsé Tung, i
comunisti di Mao intanto avevano occupato il pacifico Tibet. Secondo la vulgata di
sinistra, gli imperialisti erano soltanto gli americani eppure ….. ad occupare il Tibet
vi erano andati i comunisti, che strano! E’ vero che vi avevano portato il governo
delle masse e del proletariato ma il povero Dio in terra Dalai Lama cosa ne sapeva
di masse o proletariato? Dovette andarsene e basta, girare tra India, Italia a pregare.
Credo che il comunismo, con l’occupazione del pacifico Tibet, abbia commesso la
più gran vigliaccata della sua storia.
Noi, sempre in Land Rover, partimmo in direzione est, verso il Tibet – che era ormai
Cina – girammo molto per quelle montagne e piste sterrate incontrando pochissima
gente. Contavamo arrivare alla frontiera tra i due stati, quindi tornar indietro. Non
trovammo mai la frontiera afgana, invece ad un certo punto ci fermarono dei soldati
di Mao ben armati asserendo che eravamo in Cina! Francamente non lo sapevamo e
nemmeno oggi conosco il motivo per il quale ci hanno permesso di fare dietro front e
ritornare in Afganistan, ciò ci costò più di un’ora di trattative e cento dollari, per il
disturbo. Durante il rientro a Kabul ci fermammo a mangiare in un ristorante cinese,
sporco al massimo; con nostra gran sorpresa tuttavia potemmo gustare un’ottima
cucina a base di pesce d’acqua dolce di cui erano ricchi i fiumi tra quelle montagne.
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Un altro viaggio bellissimo lo compimmo discendendo il Kayber Pass direzione sud,
verso il Pakistan. Qui non sbagliammo strada e quasi alla frontiera, dopo un buon
chai, tornammo indietro. Il Kayber Pass offre un paesaggio unico. E’ il passo dove
sono transitati tutti i conquistatori e viaggiatori da Alessandro il Macedone a Gengis
Kan a Marco Polo. La strada scende e sale sempre avanzando in una gola profonda
con montagne ai due lati alte due / tre chilometri coperte di neve in quel periodo, tutto
è affascinante e lascia un’impressione unica dell’impotenza dell’uomo. Si ha la
sensazione di quanto l’uomo sia piccolo di fronte al creato.
La visita in Afganistan, seppur breve, l’ho sempre ricordata con piacere. Mi ha
permesso di vedere un mondo diverso ed alla luce d’avvenimenti negli anni ’70 – ‘80
– ’90, quando il comunismo prima ed i talebani poi hanno fatto di quelle fiere
popolazioni dei capri espiatori della loro cupidigia, ho sempre pensato che essi
meritassero di essere lasciati in pace a vivere nella loro semplicità.
Ritornammo in Pakistan da Kabul ed io fui subito trasferito a Karachi nel febbraio
1967, per seguire le merci in porto, lo sdoganamento ed invio in cantiere delle stesse.
Ero il solo dipendente della Joint Venture in Karachi.
Prima del trasferimento riuscii ad organizzare un week end a Murree, località sulle
montagne a circa tremila metri d’altezza, zona turistica e sciistica per i pakistani
bene. Per la prima ed unica volta, nei due anni passati in Pakistan, potei stare a
contatto con la neve, che era caduta abbondante in quel periodo, godendo del freddo
clima oltre ogni immaginazione.
Arrivai quindi a Karachi beneficiai subito di un doppio pocket money, di una
magnifica villa di rappresentanza nel quartiere nobile della città, di un lavoro
autonomo che mi dava soddisfazione e di una vettura Fiat con aria condizionata ed
autista, credo fosse il modello 123. Seduto nei sedili posteriori e con l’autista vestito
in uniforme e cappello, mi sentivo un padreterno.
Avevo soltanto 27 anni e feci del mio meglio per meritare sia lo stipendio, nel
frattempo salito a lire 450.000 nette-mese, sia il doppio pocket money. Credo di
esservi riuscito poiché non ebbi mai reclami importanti dai vari direttori. Costituii un
nucleo di lavoro efficace che restò operativo anche dopo il mio rientro in Italia
avvenuto nel marzo 1968, di ciò fui fiero.
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A questo punto debbo aggiungere un aspetto che ritengo molto importante dei miei
rapporti col personale, da me iniziato al lavoro, sia in Pakistan sia in Africa. E’
sempre avvenuta una cosa che mi ha fatto enormemente piacere; ogni volta che per
vari motivi ho dovuto lasciare i miei incarichi, o chiudere le varie società, il personale
da me istruito ha sempre trovato lavoro presso società dello stesso settore nonostante
come quando chiusi la Compagnie Marittime Africaine Sarl ad Abidjan, nonostante
che il settore marittimo fosse in piena crisi. Alcuni miei vecchi dipendenti lavorano
ancora in Africa nel settore marittimo, oggi ancora più in crisi, a buoni livelli di
responsabilità. Incontro sovente i miei ex collaboratori e mi sono sempre grati per gli
insegnamenti. Ho decine di lettere di ringraziamento da parte del personale sia
africano sia europeo.
Karachi era una gran città, fungeva ancora da capitale del Pakistan perché la
costruzione d’Islamabad non era ancora terminata. Passavo il tempo al lavoro, molto,
e all’Hotel Intercontinentale ove conobbi un mondo nuovo e parecchie persone di
tutte le razze e culture. Dopo sofferenze inimmaginabili, riuscii anche ad apprezzare
la cucina locale, molto piccante ed a base di curry. Cucina o prodotti alimentari
italiani non esistevano, non c’era vino, non esisteva carne di maiale né insaccati,
bisognava arrangiarsi. Ero, come si può dire, uno scapolo d’oro ricercato, anche
perché rappresentavo un’importante società, da tutta la Karachi bene; inviti a molti
party con separazione d’uomini dalle donne, sempre divisi; ho anche avuto inviti a
party di soli uomini, era un’abitudine per quei giovani anche se a me non piaceva e,
allorché ne avevo sentore, rifiutavo accampando, diplomaticamente, ogni possibile
scusa. Whisky e Gin, pur vietati dalla loro religione, uscivano per incanto dai
meandri più nascosti delle ville. Il non bere per i mussulmani, almeno per una gran
parte di loro, è una scusa; quando possono non si lasciano pregare, ne approfittano;
tra l’altro, se malati o presunti tali, hanno il diritto a bere alcolici.
Vi racconto, riguardo al rapporto dei mussulmani con l’alcool, un’avventura che corsi
una domenica, poco prima del mio trasferimento a Karachi. Ero ancora al Campus di
Mandi Bahauddin ed insieme con altri due amici, un meccanico friulano di nome
Frattolin ed un altro, ricevemmo l’invito da parte d’alcuni nostri collaboratori per
andare ad una battuta di caccia alla lepre con i levrieri Afgani. Accettammo di buon
grado e di sabato pomeriggio caricammo la nostra Land Rover di tutto il necessario
per passare una domenica di caccia ossia pane, formaggio ed altri piccoli alimenti;
riempimmo invece la ghiacciaia portatile con circa 30 birre fresche aggiungendo
beninteso del ghiaccio di mantenimento. Partimmo la domenica mattina verso le
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quattro e facemmo colazione in un villaggio, verso le 5.30 a base di yogurt, preparato
dai contadini, e di pane fresco, il famoso chapati. Trattasi di focacce molto sottili
cotte su brace ardente di… merda di cammello essiccata; lo sapemmo al termine della
colazione, debbo tuttavia affermare che il chapati con lo yogurt erano deliziosi. Ci
recammo a nord – ovest nella regione di Quetta al confine con l’Iran (Persia a quel
tempo) ed incontrammo gli altri partecipanti alla battuta, una trentina d’uomini
accompagnati da una ventina di levrieri Afgani, cani velocissimi. La regione, ai piedi
delle montagne, era perfettamente pianeggiante e passammo tutta la mattinata
battendo la pianura e lanciando i cani alla cattura delle lepri che scappavano al nostro
arrivo; i cani ne catturarono una decina.
Quindi, sosta per il pranzo.
Noi tre italiani ci sedemmo vicini alla Land Rover iniziando a mangiare il nostro
pane e formaggio aprendo anche tre birre la cui vendita in Pakistan era permessa.
I Pakistani, tutti mussulmani, si sedettero per discrezione ad una certa distanza
mangiando il loro cibo.
Dopo qualche minuto si presentò uno del gruppo e, con fare circospetto, c’informò di
avere la moglie malata, chiedendo quindi qualche birra; non ci pensammo due volte
e gliene demmo due o tre che egli nascose con destrezza nel suo capiente pastrano,
quindi ritornò dai suoi amici. Potete ben intuire come la storia andò a finire,
riuscimmo a mala pena a bere le tre birre che avevamo già aperto, quasi tutti vennero
e tutti avevano qualcuno malato in casa; il bello fu che nessuno mostrò agli altri le
birre da noi dategli.
Qualcosa del genere accadde anche in Abidjan nel 1972. Erano vicine le feste di
Natale ed io avevo fatto venire, per farne regalo ai clienti caricatori, una ventina di
prosciutti San Daniele, marca King, quelli confezionati col cesto e la zampa di
maiale.
Chiamai l’autista per le consegne e gli dissi di andare dal direttore della società
egiziana Nasser. Essi imbarcavano sulle nostre navi del cacao per Alessandria ed io
non lo conoscevo nemmeno poiché i contatti con i clienti erano sempre telefonici.
Dopo poco l’autista ritornò col prosciutto sulla spalla affermandomi che era stato
trattato malissimo dal direttore della Nasser; addirittura cacciato dall’ufficio, lui e il
mio regalo. Capii l’errore e mandai l’autista ad acquistare un salmone norvegese
affumicato per inviarlo il giorno successivo al cliente mussulmano con le mie scuse.
Non ce ne fu bisogno verso sera difatti, alla chiusura dell’ufficio, il direttore della
Nasser, venne a trovarmi e con mille scuse si riprese il prosciutto chiedendomi che
fosse il mio autista a deporlo nella sua vettura per non essere visto.
Libro I – Parte III – pagina 13
Ne avrei decine di storielle come le due precedenti da raccontare, credo tuttavia sia
sufficiente perché avrete capito che l’ipocrisia è alla base del mondo mussulmano e,
in generale, essa è presente in tutto il genere umano.
Ritorniamo a Karachi ove il lavoro procedeva molto bene. La Joint Venture acquisì
un altro bel contratto, si trattava della costruzione di una highway lunga circa 90
miglia da Karachi a Hyderabad. Eravamo nel periodo giugno / luglio del 1967, in
piena stagione dei monsoni, ed arrivarono i primi due tecnici per questa strada.
Entrambi, molto giovani, vennero dall’Italia; primo fu il Dott Capaldo, geologo – mi
riempì la villa di pietre – arrivò a Karachi vestito di nero con occhiali neri, cappello
ed ombrello; l’altro era il Geom. Gallo, Piemontese. In tre, scapoli, stavamo in
paradiso. I due partivano di mattino per picchettare la highway e fare studi sulla
geologia del terreno ove doveva passare la strada. Io continuavo ad andare al mio
ufficio di West Warf nr 7 in zona portuale. Alla sera ci s’incontrava e non stavo più
solo.
Il geologo, inesperto quanto me, credé, ad un certo punto, aver scoperto delle vene di
rubini e brillanti. Ci tassammo in tre, egli acquistò un po’ di rubini e brillanti e partì
per Roma a rivenderli. Il giorno del suo rientro a Karachi noi eravamo all’aeroporto
in trepidante attesa; la sua faccia, alla discesa dell’aereo, parlò da sola; riuscimmo a
malapena a recuperare i nostri soldi ed il biglietto aereo se lo pagò il geologo. Da
quel giorno il detto < ad ognuno il suo mestiere > divenne per me un totem.
Il mare Persico che bagna Karachi è molto pescoso. Andavo spesso, con piccole
imbarcazioni, a pescare. Penso di aver mangiato in quel periodo il migliore pesce
della mia vita, molto più buono del pescato dell’Atlantico; probabilmente soltanto il
pesce del Mediterraneo lo supera in sapore.
Una domenica mattina partimmo con mia moglie Mary, nel frattempo c’eravamo
sposati, ed altri amici a pescare. Noleggiammo una caratteristica barca con vela a
delta ed una lunga tavola piazzata sul bordo della nave sulla quale stava un ragazzetto
che modificava il rollio, molto intenso, spostandosi in / out secondo il vento.
Muniti di fili di nailon con grossi ami, pescavamo a strappo; la velocità della barca
era intorno ai sei / sette nodi, ideale per questo tipo di pesca. Riuscimmo a catturare
otto tonni di circa sei/otto chili; mia moglie prese un salmone di metri 1,65.
Riprendemmo il tutto con la cinepresa, era difficile credere a quest’exploit,
soprattutto al salmone preso da mia moglie.
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All’hotel incontrai un ebreo polacco, Georges Ruskowicz. Aveva sull’avambraccio il
numero impressogli dai tedeschi nel campo di concentramento ove, da ragazzo, aveva
passato due anni. Era diventato cittadino inglese. Lavorava per La Jonhson &
Jonhson. Ingegnere meccanico, aveva la direzione tecnica di uno stabilimento in
costruzione finanziato dalla sua società. Aveva anche diretto un’opera simile a
Pomezia e mi parlava spesso con ammirazione degli operai italiani che aveva
incontrato.
Per contro, odiava i tedeschi, con ragione certamente, per le sofferenze procurategli
durante il concentramento. Mi raccontò in dettaglio come aveva vissuto quel periodo
ed il dolore provato, fisico e psicologico. La conoscenza di Georges mi ha fatto molto
riflettere sulla cattiveria umana e ne ho sempre mantenuto un ottimo ricordo. Lui e la
moglie Elena abitavano in Belvedere Kent e conobbero mia moglie alla quale
portarono i miei saluti, prima del matrimonio. Furono di una squisita gentilezza.
Ho rilevato, a quel tempo, che all’estero ci si aiutava molto. Almeno esisteva una
buona collaborazione tra persone. Tenere presente che non si riusciva a parlare al
telefono da Karachi con il resto del mondo, il telex era agli albori ed un semplice
messaggio portato a parenti da colui che rientrava era ben accetto.
Una volta ebbi viaggiando un danno alla mia vettura in piena foresta e su pista
sterrata, rimanendo in panne sul ciglio della strada, parecchie auto si fermarono per
chiedermi se avessi bisogno di qualcosa. Provate voi oggi a trovarvi nella stessa
situazione in Italia, il prossimo… vi lascerà crepare soli, perché il concetto di
solidarietà sta venendo meno nella civiltà occidentale, in tutte le sue manifestazioni,
ed è sostituito da un formalismo esteriore, quel che è detto buonismo, privo di calore
umano.
Nel mese d’agosto 1967, dopo circa 15 mesi di soggiorno in Pakistan, rientrai in
Europa per sposarmi. Con Mary, mia moglie, c’eravamo conosciuti a Roma, prima
ch’io partissi per il Pakistan, ed il matrimonio si celebrò in Hull nel nord-est
dell’Inghilterra, ove mia moglie viveva con la famiglia. Dopo la cerimonia
noleggiammo una vettura e girammo in UK per una settimana circa. Incredibile a
dirsi, ma la nostra honey moon fu interrotta dalla fame. In Inghilterra in quel periodo
non era ancora stata introdotta la buona cucina europea. Si mangiava veramente male.
Frequentavamo i migliori ristoranti di Londra e Liverpool, sempre con scarso
successo. Decidemmo quindi di ritornare a Hull ove potei recuperare il peso perso.
Occorre dire tuttavia che oggi in UK si mangia abbastanza bene. Ristoranti italiani,
francesi, spagnoli, cinesi e d’altre varie nazioni hanno profondamente modificato il
gusto locale.
.
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Al termine del viaggio di nozze ritornammo in Pakistan
Iniziò un nuovo periodo della mia vita.
La vita coniugale trascorreva tranquilla, mia moglie aggiunse alla mia naturale spinta
per raggiungere gli obbiettivi che, di volta in volta la vita mi presentava, anche la sua
spinta per andare avanti. Ciò è stato particolarmente utile nel conseguimento dei
risultati che, negli anni seguenti, abbiamo insieme raggiunto.
Siamo rimasti pochi mesi a Karachi. Mary rimase incinta ed ai primi del 1968 si
trasferì a Hull ove ebbe la prima nostra figlia Daniela il 25.5.1968
Nel marzo 1968 rientrai a Roma. Mio padre si era purtroppo ammalato e ci mancò il
29.6.1968 all’età di quasi 61 anni.
La scomparsa di mio padre fu per tutti noi molto dolorosa. Si trattava di un uomo
fisicamente molto forte e lo vedemmo sparire in appena 3 – 4 mesi; un tumore non
pronosticato in tempo non gli dette scampo.
Carattere dei pakistani:
Ho vissuto in Karachi, Lahore, Islamabad, Rawalpindi, Gujarat, Quetta, Pechawar; in
pratica ho conosciuto tutto il Pakistan, nei suoi quattro punti cardinali.
In quel tempo l’odio in essere ai giorni nostri tra la cultura islamica e cristiana non
era esploso con la violenza oggi in corso. I rapporti potevano essere considerati di
quasi di accettazione reciproca.
In ogni ambiente frequentato per lavoro o per rapporti umani mi sentivo scrutato,
analizzato, mai odiato o almeno non me ne sono mai accorto.
Posso dire che la curiosità evidente di conoscersi l’un l’altro non aveva ancora
portato al rifiuto reciproco; forse la nostra civiltà dei consumi, che era agli albori, non
era ancora sentita nella sua vastità come pericolo per il mondo islamico, oppure
vedevano in noi qualcuno che portasse opere utili al loro sviluppo economico e
sociale.
Le Chiese cristiane non venivano bruciate come oggi avviene troppo spesso in
Pakistan.
Pur tuttavia non mi sentivo accettato in toto. Le nostre opere e i miei comportamenti,
che erano più che rispettosi nei confronti degli elementi autoctoni, come lo sono
sempre stati in tutto il mondo, non hanno mai prodotto dei risultati tangibili; mi
sentivo tollerato, mai accettato. In fondo ero un corpo estraneo alle loro abitudini e,
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nel rispetto formale, ho sentito moltissime volte un profondo distacco se non piena
ripulsa.
Allorché lasciai definitivamente il Pakistan tutti i miei collaboratori mi
accompagnarono all’aeroporto ed ivi, prima di partire, mi consegnarono la
tradizionale collana di fiori infarcita di Rupie, simbolo di buon augurio per la mia vita
futura.