Editoriale - Azione Cattolica Italiana

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L’ombra del Califfo
di Piergiorgio Grassi
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iamo ossessionati da molte paure in questa stagione della
nostra storia. Da quella di una crisi economica che sembra non aver fine, a quella di una micidiale epidemia di
Ebola, che può estendersi nel continente africano e
diffondersi in Occidente, al timore che nel cuore
dell’Europa si scatenino nuovi atti di terrorismo; pericolo reale soprattutto dopo l’apparizione di un soggetto politico militare qual è l’Is (acronimo inglese di Stato islamico), proclamato con
grande enfasi e sfruttando la potenza di tutti i media il 29 giugno
scorso (primo giorno del Ramadan) da Abu Bakr-al Baghdadi, che
si è presentato come il nuovo califfo. Quasi a stabilire un legame
diretto, richiamato dal nome scelto, Abu Bakr appunto, col primo
«vicario dell’inviato di Dio», vissuto nel VII secolo dopo Cristo. Le
televisioni del mondo hanno scandito le tappe della (irresistibile?)
avanzata con la visione raccapricciante delle decapitazioni dei prigionieri occidentali, e non solo, come rappresaglia nei confronti dei
raid aerei americani, ma anche come sfida agli avversari di qualsiasi colore e religione. La bandiera nera, emblema del gruppo islamista, sventola ormai su molte città e su molti villaggi dalla Siria
all’Iraq, dopo che sono state cancellate le frontiere artificiose delineate nel 1916 dagli accordi segreti Sykes-Picot, alla base della successiva spartizione del Levante e della Mesopotamia fra Gran
Bretagna e Francia, seguita al crollo dell’Impero ottomano.
Il califfato è prima di tutto il risultato di un conflitto tutto interno all’Islam (rimanda alla storica divisione tra sunniti e sciiti). In
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Siria, a prevalenza sunnita, l’opposizione islamista è sostenuta
dalle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, con l’appoggio della Turchia; mentre con Bashar Assad sono schierati l’Iran
e gli sciiti libanesi di Hezbollah. In Iraq, dopo l’intervento americano del 2003, il mondo sunnita, minoranza un tempo egemone, contrasta il governo a maggioranza sciita. L’area mediorientale e mediterranea è attraversata da queste guerre per procura e non accenna a stabilizzarsi.
Il nuovo soggetto, a differenza di altri movimenti jihadisti che si
affidano al solo terrorismo come Al-Qaeda, con cui si è aperta
una dura concorrenza, punta a territorializzarsi e a costituirsi
come unità statuale nei territori lasciati vuoti dalla disintegrazione dell’Iraq e della Siria, «nello spazio compreso tra le periferie
orientali di Aleppo, il centro di Raqqa, suo quartier generale
politico-militare e i corridoi di penetrazione lungo la valle
dell’Eufrate, sino a Falluja e oltre, e a incombere sulla città santa
sciita di Karbala e sulla stessa Bagdad. C’è poi la direttrice settentrionale che penetra nella piana di Ninive, punta verso il corso
del Tigri e sfocia a Mosul, città di oltre due milioni di abitanti ai
confini del Kurdistan». Così Lucio Caracciolo su «Limes» del settembre scorso. A farne le spese sono state le minoranze etniche e
religiose, in particolare i cristiani e gli sparuti gruppi di yazidi,
spinti alla fuga dalla violenza indiscriminata, dalla costrizione
alla conversione all’Islam. Gran parte di loro accolti ad Erbil, la
capitale del Kurdistan iracheno, in campi profughi sovraffollati,
mentre incombe un inverno rigido e l’Onu dichiara di non riuscire a dare cibo e riparo a tutti. «Di fronte all’indifferenza di
tanti», papa Francesco ha più volte ripetuto, e con molta forza
nel Concistoro del 20 ottobre scorso, che non è possibile rassegnarsi a pensare un Medio Oriente senza i cristiani che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù. Ha chiesto perciò che
sia garantito il rispetto del diritto dei cristiani e degli altri gruppi etnici religiosi a rimanere nelle terre di origine e, qualora siano
già stati costretti ad emigrare, abbiano il diritto di ritornare in
condizioni adeguate di sicurezza, «avendo la possibilità di vivere
e di lavorare in libertà e con prospettive di futuro». Cui si sono
aggiunte le puntuali considerazioni del segretario di Stato mons.
Parolin, che non si è limitato ad affermare la liceità dell’uso della
forza per fermare l’aggressore ingiusto, ma ha sottolineato che la
pace va cercata «non con scelte unilaterali, imposte con la forza,
ma tramite il dialogo che porti ad una soluzione regionale e comprensiva». Ha posto poi in primo piano la questione degli acquidialoghi n. 4 dicembre 2014
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renti del petrolio proveniente dai pozzi sotto tutela degli islamisti e la questione dell’esportazione di materiale bellico verso i
paesi coinvolti nelle vicende; materiale bellico sofisticato che è
entrato nei magazzini del nuovo Stato islamico ed è ampiamente utilizzato sul campo di battaglia. Ricordando infine che la
soluzione del conflitto israelo-palestinese è parte integrante di un
progetto di pace non effimero.
Gli analisti politici sono stati colti di sorpresa da come, in
pochissimo tempo, siano state impiantate nei territori occupati
strutture che assicurano il governo del territorio, un vero embrione di Stato. Lavorano infatti a pieno ritmo le corti islamiche con
l’obiettivo di rassicurare la popolazione, riportando l’ordine in
zone sprofondate nella conflittualità permanente; funziona
anche un sistema di welfare e vengono dedicate risorse all’educazione, con l’obiettivo di indottrinare le nuove generazioni di cittadini del califfato, mentre su Internet, nei vari siti jihadisti, vengono postati video che mostrano i doveri del buon credente,
compresa la partecipazione alla demolizione di monumenti politeisti (chiese cristiane incluse, talvolta risparmiate per trasformarle in istituti della sharia). Eccellente propagandista di se stesso, l’Is fa un uso spregiudicato delle nuovissime tecnologie dell’informazione, con messaggi mirati ad un pubblico differenziato e «sfrutta il riflesso giornalistico che deforma nello specchio
mediatico “il mostro” di stagione» (Renzo Guolo). I dirigenti
rivelano anche capacità imprenditoriali e gestiscono un intenso
mercato nero delle risorse petrolifere commerciabili, sia siriane
sia irachene. Uno degli ultimi atti: il conio di monete in oro,
argento e rame (i dinari), che intende rimpiazzare «il sistema
monetario tirannico imposto ai musulmani e che ha portato alla
loro oppressione».
Una così rapida espansione dell’Is si spiega con l’appoggio dei
clan locali sunniti (emarginati dal regime siriano e dal governo
iracheno in mano agli sciiti), con il ruolo assunto dagli ex ufficiali dell’esercito, incarcerati dopo l’attacco delle truppe statunitensi del 2003 contro Saddam, con l’apporto sul terreno di battaglia di coloro che hanno preso parte «alla lunga saga combattente islamica», iniziata con la mobilitazione antisovietica in
Afghanistan e che attira oggi giovani convertiti all’Islam provenienti da diversi paesi europei, dagli Stati Uniti, dal Canada,
dall’Australia. Il radicalismo delle sue posizioni fa apparire l’Is
come un movimento autenticamente rivoluzionario, «sia pure
sotto la forma tragica e sanguinaria di una rivoluzione conservadialoghi n. 4 dicembre 2014
trice». Secondo Olivier Le Roy, uno degli studiosi più attenti del
mondo musulmano, il fascino di «questo nichilismo suicida» sta
nell’essere «la sola causa plausibile presente sul mercato». I nuovi
aderenti, spesso marginali o mal integrati nella comunità musulmana di origine, si sentono militanti di un mondo globale, poiché l’Islam offre loro una dimensione globale, forse anche mistica, offre un nome ad una causa. Sono il sintomo della crisi
profonda che colpisce tutte le culture le quali mettono sempre
più l’accento sugli elementi identitari piuttosto che su quelli universalistici, i soli che permetterebbero il dialogo, la comprensione reciproca, la cooperazione.
Il fenomeno del jihadismo sembra destinato a durare anche dopo
un’eventuale sconfitta militare del Califfato. Per sconfiggere l’esercito del neonato Stato islamico, infatti, i paesi confinanti
hanno stabilito un’alleanza dai contorni ancora ambigui, se è
vero che fanno parte di questa coalizione coloro che hanno sostenuto sinora i movimenti islamisti, come l’Arabia Saudita. D’altra
parte, il movimento fondatore dell’Is ha una natura ideologica
netta e precisa, capace di riproporsi anche di fronte ad una sconfitta militare. Le sue radici affondano nella tradizione rigorista
inaugurata da Muhammad Abd’ al Wahab, che nel XVIII secolo
predicava il ritorno alle fonti, ad un Islam puro e depurato da
tutte le novità riprovevoli importate dalle potenze coloniali che
si erano affacciate nella penisola arabica, culla originaria
dell’Islam. Di questa tradizione si sono alimentati i movimenti
contemporanei, come quello dei salafiti, che ne hanno operato
una torsione in senso politico. Non più la politica intesa come
cornice in grado di consentire ai veri credenti l’obbligo di fede,
ma come strumento necessario per includere o escludere dallo
«Stato etico» che il movimento intende costruire.
L’azione di contrasto non può avere solo forma militare e diplomatica. La dimensione culturale e il dialogo interreligioso
potranno giocare un ruolo decisivo nei tempi lunghi. Occorrono
istituzioni ed élite intellettuali islamiche affinché prendano una
netta posizione di condanna e incoraggiare i tentativi in atto per
una riapertura della ripresa interpretativa del Corano e della tradizione, dopo che questa era stata dichiarata conclusa nel IX
secolo. Va sostanziato di ragioni l’appello lanciato ad Abu Dhabi
dalla regina Rania di Giordania perché il mondo arabo e gli operatori della comunicazione si oppongano alla diffusione delle
idee e delle prospettive propugnate dallo Stato islamico che mina
il futuro dell’Islam: «Una minoranza di estremisti senza fede – ha
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detto Rania – utilizza i social media per riscrivere la nostra storia,
dirottare la nostra identità e modificare la nostra immagine». In
effetti l’arcipelago islamico sta lentamente prendendo coscienza
di quanto sia pericoloso «un Islam del risentimento», che fa una
lettura unilaterale del Corano e della tradizione. Ha osservato
Luis Saiko, patriarca caldeo di Bagdad, che spetta al mondo islamico offrire una lettura positiva dell’Islam stesso basata «sulla fraternità, la pace e l’ospitalità, incidendo sulla prassi quotidiana dei
paesi a maggioranza musulmana, impedendo, ad esempio, che i
programmi scolastici discriminino cristiani ed ebrei e che gli
imam delle moschee lancino talvolta accuse pesanti contro le
altre religioni», mentre dovrebbe valere il criterio di cittadinanza
che non esclude e non separa, lasciando che la dimensione religiosa si esprima a livello personale e a livello comunitario, garantita da un ordinamento di libertà. Ma anche da parte
dell’Occidente si esigono atteggiamenti e comportamenti meno
contraddittori (meno legati alle varie “ragion di Stato” e più coerenti con i valori proclamati di libertà e democrazia). In questo
autentico rompicapo che è la situazione mediorientale si vedrà se
l’Europa sarà capace di assumere un atteggiamento unitario,
superando i tanti e contrastanti interessi di cui sono portatori gli
stati dell’Unione nei vari focolai di guerra. La visita di Francesco
al Parlamento di Strasburgo è stata l’occasione per richiamare
l’Europa all’esercizio delle sue responsabilità nel contesto globale
e all’ascolto del grido dei poveri e delle minoranze religiose
oppresse, in forza della sua storia e della sua collocazione geopolitica. A Istanbul, al presidente della Turchia Recep Tayp
Erdogan, il Papa ha poi ricordato la necessità che «i cittadini
musulmani, ebrei e cristiani, tanto nelle disposizioni di legge,
quanto nella loro effettiva attuazione, godano dei medesimi
diritti e rispettino i medesimi doveri», con l’indicazione di un
cambiamento di rotta rispetto ai conflitti in atto: rinnovare il
coraggio della pace, sostenuto dal dialogo interreligioso e interculturale, «così da bandire ogni forma di fondamentalismo e di
terrorismo che umilia gravemente la dignità di tutti gli uomini e
strumentalizza la religione». Parole nette, pronunciate in un
paese che ha visto una rapida islamizzazione dello Stato e corre il
rischio, son sempre schivato, di ostacolare l’espressione di un
autentico pluralismo.
(1 dicembre 2014)
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