allegato n. 2

Commenti

Transcript

allegato n. 2
ESPACE CULTURE
Grasse è un patrimonio.
Il profumo può essere un patrimonio dell’umanità? Senza dubbio, sostengono i francesi, che hanno
presentato una richiesta all’Unesco per iscrivere tutta la filiera del profumo di Grasse nella lista dei patrimoni
immateriali. In questa regione si coltivano ancora oggi diverse specie di plantes à parfum e a queste colture
d’eccezione bisogna aggiungere una lunghissima esperienza nell’estrazione degli oli essenziali e nella
produzione di absolu profumatissimi. Un vero bagaglio di saper fare e tecnologia che gli esperti locali si
tramandano di padre in figlio: non si può negare che la storia del profumo moderno sia legata a questa terra
del sud della Francia. Che potrebbe dunque essere protetta dal prestigioso organismo internazionale.
La multisala parigina dove il cinema ha vita nuova.
Ritorno al passato e ai suoi capolavori di celluloide. A Parigi, da sempre capitale ideale dei cinefili di tutto il
mondo, apre una multisala esclusivamente dedicata alle grandi pellicole del secolo scorso. Si chiama Les
Fauvettes, a due passi dalla sede della Fondation Jerôme Seydoux-Pathé, che da tempo si dedica alla
conservazione e alla valorizzazione del patrimonio storico della celebre società cinematografica nata nel
1896. Nato nel 1900 come sala da ballo, caffè-concerto e luogo di proiezioni per film come il Viaggio nella
luna di Meliès, l’edificio di avenue de Gobelins è diventato un cinema da mille posti negli anni ottanta. Chiuso
da diversi anni, oggi è stato completamente ristrutturato. “Ci sono film indimenticabili, Les Fauvettes è un
luogo per renderli eterni” dice lo slogan che accompagna la sua apertura. Un’unica idea di fondo: salvare il
patrimonio della settima arte, mettendolo a disposizione del pubblico. Un patrimonio che altrimenti
andrebbe perso.
L’agenda segreta di Proust detective.
A lungo Proust ha usato l’”Agenda 1906” e non ne sapevamo nulla. Vi appuntava il pedinamento attraverso
Parigi con cui spiava, per gelosia, “A” (il segretario Alfred Agostinelli). Stendeva, per scrupolo, la lista degli
ultimi riscontri per la Recherche prima di andare in stampa: dubbi di ordine storico, grammaticale, tecnico,
religioso, architettonico, botanico, fisico, medico, letterario, fiscale. Accalcava reminiscenze involontarie a
noi ancora sconosciute e anteriori alla madeleine generatrice dell’”immenso edificio del ricordo”. E ora
questo piccolo taccuino in marocchino rosso torna alla luce, diventa pubblico: donato da un mecenate alla
Biblioteca nazionale di Francia è ora in rete, in libero accesso, sul sito della Bnf (www.bnf.fr). La ricchezza dei
commenti e dei rimandi multimediali è straordinaria. Malgrado la data inserita nel nome, Proust, nel 1906,
annichilito dalla morte della madre, non l’ha usata. Ha cominciato a scarabocchiarla più tardi e la formidabile
équipe di filologi proustiani ora commenta e data ogni appunto, dal 1909 al 1913.
Madeleine? No, era solo pane e miele.
C’era una fetta di pane tostato ricoperta di miele al posto della celebre “madeleine” nella prima stesura della
Recherche proustiana. A rivelarlo sono i taccuini manoscritti dei capitoli iniziali di Du côté de chez Swann
appena proposti a Parigi dalle Éditions des Saints Pères. A giudizio degli esperti la scelta del simbolo della
memoria involontaria fu tormentata: per un breve periodo un biscotto secco prese il posto della fetta di pane
e la “madeleine” venne introdotta in seguito, quando il romanzo stava per andare in stampa.
Nell’introduzione ai taccuini Jean-Paul Enthoven spiega che Proust decise di privilegiare il dolce che, nel
nome, gli ricordava la figura di Maddalena, la peccatrice pentita, e nella forma le conchiglie usate nel
Medioevo dai pellegrini.
Tutti gli inglesi oggi amano Parigi.
Il libro di cui più si parla da qualche settimana a Londra riguarda, per tragica coincidenza, Parigi. The other
Paris (L’altra Parigi), dello scrittore e critico belga, ma cresciuto in America, Luc Sante, è un viaggio nei
bassifondi della Ville Lumière del passato: corte dei miracoli, bordelli, brasserie, ladruncoli, menestrelli, artisti
di strada… L’Economist, nella sua recensione, dice che Sante più che un sociologo è un flaneur che si tuffa nei
vicoli poveri e malfamati della capitale francese di ieri con il chiaro intento di perdersi e non tornare più
indietro. Le sue pagine trasmettono nostalgia per la città com’era prima di venire modernizzata. Ma alla fine
però sembra dirci che Parigi ha resistito alle guerre, alla rivoluzione, alla restaurazione e ai restauri urbani, al
terrore e al terrorismo, sempre capace di regalare un’emozione e un sorriso, restando “la più sublime delle
grandi città del mondo”.
Un’italiana a Parigi.
Si chiama Beatrice Avanzi: è l’unica curatrice italiana a lavorare per uno dei più importanti musei francesi, il
Musée d’Orsay di Parigi e il 29 ottobre ha ricevuto l’onorificenza di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres
dal Ministero della Cultura francese. “Una rivincita italiana in territorio francese”, dice orgogliosa. “L’Italia ha
un patrimonio poco valorizzato. Vorrei tornare per mettere a frutto quello che ho imparato”.
***
LIVRES
Stefano BIOLCHINI, Parigi e i poeti maledetti, Edizioni Il Sole 24 Ore Cultura.
"Giù nell'ignoto, sia l'inferno o il cielo, scendiamo alla ricerca di qualcosa di nuovo!"
Quanti poeti ci sono in un’epoca? O forse è meglio dire: quanti sono quelli di cui si ricorderanno i posteri?
Tra gli indiscutibili vi sono i poeti maledetti francesi che nella seconda metà dell’Ottocento ridettero ali alle
immagini, alla letteratura, all’intelligenza. Nel 1883 Paul Verlaine pubblicava sulla rivista “Lutèce” dei saggi
dedicati a quelli che chiamò “poètes Maudits”, definizione in cui rientravano Rimbaud, Mallarmé, Corbière,
Villiers de l’Isle-Adam e Leilan (pseudonimo del medesimo Verlaine). Prima c’era stato il sommo Baudelaire;
anzi fu lui a tracciare gli ideali di una nuova estetica che fu poi abbracciata completamente dalla generazione
successiva. Si è tanto scritto sui “Maudits” da riempire biblioteche, tuttavia chi ama la poesia non deve
perdersi questo libro. Attraverso immagini storiche, manoscritti, dagherrotipi, disegni e versi di poesia, con
la complicità di interni e di esterni di una città che allora era la più bella pensata dall’uomo, Biolchini spiega
meglio di tanti saggi di critica quella formidabile tendenza. Si sofferma su quattro protagonisti – Baudelaire,
Mallarmé, Verlaine e Rimbaud – e per ognuno offre riflessioni, testi, immagini. Il grande formato del libro
permette quasi al lettore di ritornare in quella Parigi in cui l’hashish, l’assenzio e le perversioni si
amalgamavano con arte, letteratura, vite e diedero vita all’ultima possibile rivoluzione dell’intelligenza.
Charlotte SALOMON, Vie? Ou Théâtre ?, Le Tripode.
Ci sono persone in grado di donare se stesse anche nell’imminente fine annunciata della loro esistenza e nelle
condizioni più barbariche di vita. Come l’artista Charlotte Salomon, eroica e poetica, quanto Anna Frank, ma
sicuramente molto meno nota. Nell’ultimo anno della sua vita, quando tutti suoi parenti ed amici erano
oramai caduti nelle mani dei nazisti e spediti nei campi di massacro, visse nascosta nel sud della Francia, e in
un impeto spasmodico fece in tempo ad ultimare la sua opera più importante, dal titolo: Vie? ou Théâtre?
È un capolavoro multimediale, forse il primo nel suo genere, composto da 800 piccole gouaches,
accompagnate da commenti e musica. Prima della sua cattura fece in tempo ad affidare l’immenso lavoro al
proprio medico: “Dottore ne abbia cura le affido tutta la mia vita”. Lo implorò abbracciandolo per l’ultima
volta. Avrà subito dopo, la sventura di finire in un forno crematorio lo stesso giorno in cui fu deportata ad
Auschwitz ; incinta di quattro mesi, all’età di 26 anni.
Un’opera d’arte modernissima, dotata di una forza eccezionale e densa di emozioni, che è al contempo
autobiografia e libro di passioni, tentativo di sfuggire ai tentacoli della depressione e testimonianza delle
persecuzioni subite dagli ebrei durante il nazismo.
La Salomon è un esempio di creatività pura ed eroica; è impossibile non essere profondamente commossi
dalle sue opere. Non si tratta solo della sua incredibile inventiva, della ricchezza descrittiva, della complessità
tematica, dell’uso interessante del colore, e neanche della profonda cultura musicale che alimenta il ricco
repertorio dell’opera; quanto dell’eroismo di una artista incinta di quattro mesi che fino all’ultimo istante
della sua vita non cessa di onorarla e benedirla.
Adrien BOSC, Prendere il volo (Constellation), Guanda.
È la notte tra il 27 e il 28 ottobre 1949. Un aereo Constellation, modello di punta dell'Air France, decolla
dall'aeroporto di Orly, diretto a New York. Non arriverà mai a destinazione. Durante la discesa per fare
rifornimento, l'aereo precipita in un'isola delle Azzorre. Nessuno dei trentasette passeggeri e degli undici
membri dell'equipaggio sopravvive allo schianto. Adrien Bosc (classe 1986 e Grand Prix de l’Académie
française 2014) prende avvio da un fatto reale per raccontare quelle vite spezzate a partire da ciò che le
unisce: la morte nello stesso istante, per una inesorabile concatenazione di piccoli eventi. Una scelta di
prospettiva sorprendente, a dimostrazione che "il destino è sempre una questione di punti di vista". Ciascuna
di quelle vite è un romanzo: ci sono i ricchi e gli umili, i famosi e gli sconosciuti. C'è il pugile Marcel Cerdan,
che andava a New York per strappare il titolo di campione del mondo dei pesi medi a Jake LaMotta. Ad
attenderlo Edith Piaf, impaziente di stringere tra le braccia il suo amante: non si sarebbero più rivisti. Tra le
altre vittime, un industriale cubano, un commerciante messicano, un autista iracheno, cinque pastori baschi
in cerca di fortuna, un'operaia alsaziana che incredibilmente aveva ereditato un'azienda negli Stati Uniti... e
una star come la violinista Ginette Neveu, pronta a conquistare la Carnegie Hall. Sono quarantotto naufraghi
del cielo di cui viene ricostruito e rivissuto l'ultimo volo...
"Entendre les morts, écrire leur légende minuscule et offrir à quarante huit hommes et femmes, comme
autant de constellations, vie et récit."
Charb, Ridete, per Dio (Rire, bordel de Dieu), prefazione di Erri De Luca, Piemme.
Una fatwa al giorno d’oggi non si nega a nessuno. I genitori che si credono tuttologhi della scuola solo perché
sono stati in grado di procreare? A morte! L’infausto rito degli auguri alcolici di fine anno? A morte! Morte
alle multisale che puzzano di popcorn, ai giornalisti che chiedono «Cosa prova» ai parenti degli ostaggi, alla
tripla A di Standard & Poor’s, e alle borse griffate ultracostose e ultrabrutte. Sarà più ridicola una fatwa sulla
dittatura della pallina di gelato alla vaniglia o quella su un disegnatore satirico che smaschera le ipocrisie
armato di matita? Stephane Charbonnier, in arte “Charb”, lo storico direttore di Charlie Hebdo, in risposta
alle numerose minacce che per molto tempo lo hanno raggiunto, si autoproclama ayatollah e imbraccia la
gioiosa arma della satira per lanciare esilaranti condanne a morte a destra e a manca. Fatwa per tutti.
Ridicolizzare è l’antidoto a chi si dà troppa importanza. Charb concede a ciascuno, dall’uomo di potere a
quello della strada, dalle mode ai vizi, dalle abitudini ai cliché mentali, cinque corrosivi minuti di popolarità.
Dalla prefazione di Erri De Luca: “In Charb ritrovo la punta di matita che tratteggia in alta definizione comica
il bersaglio”.
Paul VACCA, Come accadde che Thomas Leclerc 10 anni 3 mesi e 4 giorni divenne Fulmine Tom e
salvò il mondo (Comment Thomas Leclerc 10 ans 3 mois et 4 jours est devenu Tom L'Eclair et a sauvé
le monde), Edizioni Clichy.
Thomas Leclerc è un bambino autistico, appassionato di fumetti. E si sente come i supereroi che ama, un
estraneo in un mondo che non è come lui. Un giorno, a 10 anni 3 mesi e 4 giorni capisce improvvisamente il
perché della sua esistenza: il suo disagio deriva dai suoi superpoteri. E così si trasforma in Fulmine Tom e
decide di salvare il mondo, ogni giorno, sfidando le trappole della realtà attraverso le sue missioni
straordinarie. Tra sorriso ed emozione, il piccolo Thomas offre a quelli che ha intorno e ai lettori la chiave per
capire tante cose che abbiamo perduto.
“Un romanzo straordinario, nel quale l’autismo diventa un’arma potentissima nelle mani di un bambino
capace di rivoluzionare il mondo” (Lire).
“Paul Vacca ci fa capire che la forza sta nel comunicare agli altri, anche con l’autismo, la ricchezza delle piccole
cose che abbiamo intorno”. (Le Figaro).
In Koli Jean BOFANE, Congo Inc. Il testamento di Bismarck (Congo Inc. Le testament de Bismarck),
66thand2nd.
Grand Prix du Roman Métis – 2014. Prix de l’Algue d’or (prix du public) – 2015. Prix littéraire des
bibliothèques de la Ville de Bruxelles – 2015. Prix Coup de cœur Transfuge/Meet – 2015.
Arriva dall’Africa questo romanzo buffo e caustico. Nella terra dove vive la pantera (questo il significato
originale del nome del paese) batte un cuore antico e uno che aspira alla globalizzazione immediata, vorrebbe
distruggere le foreste, estrarre le linfe vitali all'industria, innalzare antenne e ramificare il web: Isookanga,
pigmeo un po' più alto della media, è impaziente di uscire dal suo villaggio natale e andare a Kinshasa, la
capitale, regno del business e della connessione. È un "mondialista", lo dice ai quattro venti e simula guerre
e affari sul pc senza fermarsi un momento. Lo circondano cinesi maoisti che credono di avere la soluzione di
tutti i mali in tasca, vecchi saggi, antropologi occidentali pieni di buoni sentimenti. E la sua vivacità ne fa un
eroe dei ragazzi di strada che finisce sui tg di mezzo mondo. Un quadro che mostra le capacità narrative di
Bofane.
In Koli Jean Bofane è nato in Congo il 24 ottobre del 1954. Vive in esilio in Belgio dal 1994. Nel 1996 ha
pubblicato con Gallimard il libro per bambini Pourquoi le lion n’est plus le roi des animaux, incentrato sulla
dittatura che ha afflitto per decenni il suo paese, e nel 2000 Bibi et les canards, sul tema dell’emigrazione.
Mathématiques congolaises è il suo primo romanzo, un avvincente e scoppiettante noir orwelliano con cui si
è aggiudicato il Grand prix littéraire d’Afrique noir nel 2008 e il Prix Jean Muno nel 2009.
Bernard QUIRINY, Storie assassine (Histoires assassines), L’Orma Editore.
In questo trattato di assurdologia c’è di tutto: cose che prendono la parola, critici che si fanno un punto
d’onore di ammazzare i loro scrittori, sconcertanti diari di bordo, rigorose relazioni antropologiche su tribù
lontane, carcerieri ossessionati, bevitori incalliti, casi clinici, rettifiche che rettificano rettifiche. Dopo La
biblioteca di Gould, Quiriny torna a inanellare una collezione molto particolare di racconti sorprendenti,
venati stavolta da un composto humour nero che provoca risate aperte, sorrisi a denti stretti e qualche
brivido. Sempre spiazzanti, le Storie assassine sono una prelibatezza raffinata per chi della letteratura ama la
lievità e la capacità di far rocambolare la fantasia. (Con stile ed eleganza, beninteso.)
Joël DICKER, Gli Ultimi giorni dei nostri padri (Les derniers jours de nos pères), Bompiani.
È il romanzo d'esordio dell'autore de La verità sul caso Harry Quebert.
Londra, 1940. Per evitare la distruzione dell'esercito britannico a Dunkerque, Churchill ha un'idea che
cambierà il corso della guerra: creare una squadra dei servizi segreti che lavori nella segretezza più assoluta,
la SOE, Special Operations Executive. La SOE è incaricata di azioni di sabotaggio e intelligence tra linee
nemiche: la novità è coinvolgere persone tra la popolazione locale più insospettabile. Qualche mese dopo, il
giovane Paul-Emile lascia Parigi per Londra nella speranza di unirsi alla Resistenza. Subito reclutato dalla SOE,
è inserito in un gruppo di connazionali che diventeranno suoi compagni e amici del cuore. Addestrati e
allenati in Inghilterra, i soldati che passeranno la selezione verranno rimandati nella Francia occupata e
scopriranno presto che il controspionaggio tedesco è già in allerta... L’esistenza stessa della SOE è rimasta a
lungo un segreto: sessantacinque anni dopo i fatti, Gli ultimi giorni dei nostri padri è uno dei primi romanzi a
evocarne la creazione e a tornare sulle vere relazioni tra la Resistenza e l’Inghilterra di Churchill.
Questo romanzo ha vinto il « Prix des écrivains genevois » nel 2010.
Joël DICKER, Le livre des Baltimore, Éditions de Fallois.
Le nouveau roman de Joël Dicker.
Jusqu’au jour du Drame, il y avait deux familles Goldman. Les Goldman-de-Baltimore et les Goldman-deMontclair.
Les Goldman-de-Montclair, dont est issu Marcus Goldman, l’auteur de La Vérité sur l’Affaire Harry Quebert,
sont une famille de la classe moyenne, habitant une petite maison à Montclair, dans le New Jersey. Les
Goldman-de-Baltimore sont une famille prospère à qui tout sourit, vivant dans une luxueuse maison d’une
banlieue riche de Baltimore, à qui Marcus vouait une admiration sans borne.
Huit ans après le Drame, c’est l’histoire de sa famille que Marcus Goldman décide cette fois de raconter,
lorsqu’en février 2012, il quitte l’hiver new-yorkais pour la chaleur tropicale de Boca Raton, en Floride, où il
vient s’atteler à son prochain roman.
Au gré des souvenirs de sa jeunesse, Marcus revient sur la vie et le destin des Goldman-de-Baltimore et la
fascination qu’il éprouva jadis pour cette famille de l’Amérique huppée, entre les vacances à Miami, la maison
de vacances dans les Hamptons et les frasques dans les écoles privées. Mais les années passent et le vernis
des Baltimore s’effrite à mesure que le Drame se profile. Jusqu’au jour où tout bascule. Et cette question qui
hante Marcus depuis : qu’est-il vraiment arrivé aux Goldman-de-Baltimore ?
Tahar BEN JELLOUN, Racconti coranici (Contes Coraniques), Bompiani.
“I racconti che state per leggere possono aiutare il lettore italiano a conoscere meglio la cultura e la civiltà
islamica, soprattutto oggi che questa religione monoteista ispirata alle altre due religioni (quella ebraica e
quella cristiana) è stravolta da barbari che la infangano e che sfigurano la memoria di più di un miliardo di
credenti sinceri e tolleranti. Romanzare la vita di qualche personaggio importante è un modo per mostrare
come il destino dell’umanità sia lo stesso qualunque sia la fede (o la mancanza di fede) di ognuno. In ogni
epoca, l’uomo chiede che gli si raccontino storie, meravigliose o fantastiche, reali o inventate, stravaganti o
modeste. Le storie lo fanno sognare e forse lo fanno anche un po’ riflettere”. (Tahar Ben Jelloun)
Romain PUÉRTOLAS, La bambina che aveva mangiato una nuvola grande come la Tour Eiffel (La petite fille
qui avait avalé un nuage grand comme la tour Eiffel), Einaudi.
«L'amore mette le ali», è proprio il caso di dirlo. Niente e nessuno possono infatti fermare una mamma (anche
se improvvisata) che vuole raggiungere la figlia quando ha bisogno di lei. Se necessario le sue braccia possono
diventare ali e la forza del cuore può farla liberare leggera nello spazio. È vero? Non importa. Un Piccolo
Principe al femminile che ci insegna come «l'importante sia ciò in cui si crede».
Léon, un controllore di volo dell'aeroporto di Orly, entra da un anziano barbiere per farsi tagliare i capelli. E,
visto che il negozio è vuoto, inizia a raccontare una strana storia: la storia di una giovane postina che, il giorno
dell'eruzione di un vulcano islandese che ha riempito i cieli d'Europa di una nube di ceneri bloccando tutti i
voli, è arrivata alla sua torre di controllo in bikini chiedendo il permesso di prendere il volo. Cioè di volare lei
stessa, con la sola forza delle sue braccia. Anche il barbiere si ricorda quel giorno: è quando l'aereo su cui
viaggiava suo fratello è caduto a causa della nube; vi furono 162 morti, nessun sopravvissuto. E ricorda pure
la notizia folle di Providence Dupois, la donna che ha volato e di cui hanno parlato tutti i giornali. Cosí, Léon
comincia a raccontare tutta la storia dall'inizio. Da quando Providence, postina con sei dita al piede destro e
una vita tempestosa, viene ricoverata in ospedale durante un viaggio in Marocco per un'appendicite e
conosce Zahera che ha sette anni, è orfana, e vive fin dalla nascita in ospedale per una malattia congenita ai
polmoni che, in assenza di un trapianto, la condurrà certamente alla morte. C'è una "nuvola" in fondo ai
polmoni della bambina, una "nuvola grande come la Tour Eiffel"...
Una narrazione che attraversa una realtà a tratti crudele e spietata, e la dolcezza della fiaba che restituisce
bellezza alle cose e rende la vita più lieve. Il risultato è un romanzo scoppiettante, dolce amaro, e ricco di
immaginazione funambolica.
Stefano TABACCHI, Mazzarino, Salerno Editrice.
Dalla Roma dei papi alla Parigi di Richelieu: il cardinale che ha reso grande la Francia.
Mazzarino: abile burattinaio della politica europea o pallida controfigura di Richelieu? Stefano Tabacchi
ricompone l’immagine di Mazzarino, il Cardinale italiano alla corte di Francia, l’abile manovratore e dominus
assoluto della politica europea del XVII secolo. La biografia indaga sul vero ruolo che Mazzarino ebbe in quella
particolare fase della storia francese ed europea rappresentata dalla transizione verso l’assolutismo
monarchico. Da sempre messo a confronto con il suo predecessore Richelieu, il suo modello politico fu più
“romano” che “francese”, appreso negli anni della giovinezza al servizio della Santa Sede. Ne emerge la figura
di un politico che intese la sua azione come un’arte, una pratica molto raffinata, nel fedele servizio al sovrano.
Valentina VESTRONI, I fiori della Recherche, Le Lettere.
Se di Proust e del suo stile già tanto è stato scritto, è pur vero che questa ricerca del motivo botanico, erudita
e
sottile
senza
tuttavia
volersi
accademica,
ne
offre
un’originale
lettura.
Dei celebri e ricorrenti biancospini, lillà e ippocastani, come del più timido ramo di melo o cassis, l’autrice
svela le valenze più inattese: i vegetali si rivelano con le loro personalità, agiscono nella variegata schiera dei
personaggi, cooperano al complesso costruirsi della memoria. Appoggiandosi a una nota bibliografia critica
– letteraria e filosofica –, questa riflessione sulla scrittura proustiana illustra un ennesimo e inesplorato
talento dello scrittore: quello di racchiudere nei fiori, o in una metafora vegetale all’apparenza marginale,
l’intera e profonda natura della sua stessa opera.
Valentina Vestroni (Roma, 1978) si occupa di letteratura francese, in particolare del Settecento, e della
tematica dello spazio nell’immaginario letterario. Dopo essersi interessata al boudoir, ha dedicato le sue
ricerche alla trasformazione dei giardini all’epoca dei Lumi (Le jardin romanesque au XVIIIe siècle, Paris,
Garnier, in corso di stampa) e al rapporto tra giardino e cimitero nella Parigi di inizio Ottocento.
John STORM, Nel cuore di Montmartre. La vita di Suzanne Valadon, Castelvecchi Editore.
Suzanne Valadon (1865-1938) non è stata solo la musa e l’amica di pittori quali Degas, Renoir, Puvis de
Chavannes, De Nittis, Toulouse-Lautrec. Non è stata nemmeno solo la madre di Maurice Utrillo. È stata prima
di tutto una grande pittrice francese. Passionale e ribelle, Suzanne è stata tra i protagonisti dell'arte del suo
tempo riuscendo sempre a trasporre nella sua pittura la fierezza del proprio carattere; ma soprattutto è stata
una figura emblematica di anticonformismo ed emancipazione femminile. Nel 1864 fu la prima donna ad
essere ammessa alla Société National des Beaux-Arts.
Arthur DREYFUS, Defining dresses. A century of fashion, Flammarion.
Immaginate di aprire un armadio. E di trovarci dentro un centinaio di vestiti straordinari: da giorno, da gran
sera, corti, lunghi al ginocchio o alla caviglia. Romantici, aggressivi, severi. A guardarli così raccontano cento
storie, anche di più. Arrivano dalle collezioni del Musée des Arts Décoratifs di Parigi e sono protagonisti
assoluti di questo libro: una storia dell’ultimo secolo di moda (1015-2015) in cento “pezzi” non sempre facili
ma di certo affascinanti. A scriverla è il giovane romanziere francese Arthur Dreyfus, penna di Vogue France.
***
EXPOSITIONS
Toulouse-Lautrec. La collezione del Museo di Belle Arti di Budapest. Roma. Museo dell’Ara Pacis. Fino all’8
maggio 2016.
Attraverso questa esposizione sarà possibile conoscere a tutto tondo l’opera grafica di Toulouse-Lautrec:
manifesti, illustrazioni, copertine di spartiti e locandine, alcune delle quali sono autentiche rarità perché
stampate in tirature limitate, firmate e numerate e corredate dalla dedica dell’artista.
Le cinque sezioni all’interno del percorso raccolgono i focus d’interesse dell’artista: la vita notturna parigina,
con i bordelli e i teatri di Montmartre; le attrici in voga all’epoca, come la famosa danzatrice di can can la
Gouloue; fino a raccontare il suo grande amore per le corse dei cavalli a Longchamp e per le nuove invenzioni.
Henri de Toulouse-Lautrec è considerato il più famoso maestro di manifesti e stampe tra il XIX e XX secolo.
La peculiarità della sua arte, al contrario dei suoi contemporanei, è l’avere come soggetto la gente, il
proletariato e i loro divertimenti, affascinando così la borghesia francese. Sua grande fonte d’ispirazione è il
quartiere parigino di Montmartre e la maggior parte delle sue opere sono riconducibili alla vita notturna e ai
locali di questa zona. Esse sono rappresentazione d’istanti di vita quotidiana che Toulouse-Lautrec restituisce
con un effetto di grande immediatezza: in poco tempo l’artista diventa uno degli illustratori e disegnatori più
richiesti di Parigi; gli sono commissionati manifesti pubblicitari per le rappresentazioni teatrali, i balletti e gli
spettacoli, oltre che illustrazioni d’importanti riviste dell’epoca, come la satirica Le Rire.
Nel percorso di mostra, oltre le opere di Toulouse-Lautrec, rare immagini (fotografie e riprese
cinematografiche) d’inizio Novecento evocano la Parigi della Belle Époque. Inoltre un’applicazione interattiva
guida il visitatore alla scoperta della tecnica litografica e delle tecniche di stampa di fine Ottocento, dai colori
accesi e la riproduzione su vasta scala, ai presupposti per la nascita del manifesto pubblicitario, di cui
Toulouse-Lautrec è stato con la sua arte il precursore.
Marc Chagall. Opere russe 1907-1924. Brescia. Museo di Santa Giulia. Fino al 15 febbraio 2016.
Si tratta di un evento davvero straordinario. Un progetto assolutamente originale che corre sul binario di due
personalità senza alcun dubbio uniche, affascinanti, spiazzanti: il grande artista con i suoi capolavori degli
anni russi, arricchiti da un racconto d’eccezione, come può essere solo l’omaggio di un premio Nobel come
Dario Fo. È l’incontro tra due geni. Da un lato Marc Chagall, pittore lirico e surreale protagonista dell’arte del
XX secolo, dall’altro Dario Fo, commediografo, scrittore, ma anche pittore innamorato di Chagall. Cui Fo si
sente particolarmente vicino, per il gusto del fantastico, del paradossale, del surreale e dell’impossibile. Il
dialogo si concretizza in due esposizioni distinte, poste in stretta relazione tra loro: nella prima sono esposte
le opere di Chagall raccontate dall’artista stesso attraverso una serie di stralci tratti dalla sua autobiografia
Ma Vie; nella seconda Fo racconta le opere di Chagall attraverso i sui testi, illustrati da preziosi disegni e
dipinti, creati appositamente in occasione dell’esposizione a Brescia. Accanto alla mostra di Chagall, i
visitatori hanno l’occasione di vivere un altro evento unico appositamente progettato e realizzato per
l’occasione. Fo ha realizzato ben 20 dipinti accompagnati da 15 bozzetti preparatori e da un racconto sulla
vita e l’opera di Chagall. Un straordinario omaggio, pittorico e narrativo, a Chagall che sarà celebrato anche
da un’unica lezione spettacolo che si terrà il 16 gennaio 2016 presso il Teatro Grande di Brescia.
La mode retrouvée. Les robes trésors de la comtesse Greffulhe. Parigi. Palais Galliera. Fino al 20 marzo.
Dopo il loro primo incontro, Marcel Proust descrisse così la contessa Greffulhe, a cui poi si ispirò per la
duchessa di Guermantes della Recherche: “Il mistero della sua bellezza risiede interamente nello splendore,
soprattutto nell’enigmaticità dei suoi occhi. Non ho mai visto una donna così bella”. Oltre a ricevere il gotha
della società internazionale nei suoi salotti di Parigi, Château de Bois-Boudran e Dieppe, si occupò di
beneficenza, di politica (sostenne il capitano Dreyfus e Leon Blum), fu promotrice del Tristano e Isotta di
Wagner e dei Ballets Russes di Djagilev, seguì le lezioni di Marie Curie, studiò disegno dal pittore Helleu e
posò per Nadar. Ma soprattutto, come “una gran dea che assiste da lontano ai giochi delle divinità inferiori”
(ancora Proust), incantò il mondo. Ora il suo straordinario guardaroba (oltre 50 abiti firmati da Worth,
Mariano Fortuny, Babani, Jeanne Lanvin…) è il protagonista di questa mostra, arricchita da ritratti, lettere,
fotografie e accessori.
Fragonard amoureux. Galant et libertin. Parigi. Musée du Luxembourg. Fino al 24 gennaio 2016.
La mostra, dedicata al protagonista del rococò, considerato uno dei maggiori artisti francesi del XVIII secolo,
approfondisce una parte non secondaria della sua attività creativa, la pittura di genere di carattere frivolo e
malizioso.
Qui a peur des femmes photographes? 1839 à 1945. Parigi. Musée d’Orsay. Fino al 24 gennaio 2016.
Seconda tappa della mostra che sottolinea l’importante apporto delle donne alla storia della fotografia. Il
fenomeno è qui analizzato attraverso le sue manifestazioni sia in Europa che negli Stati Uniti, a partire
dall’invenzione ufficiale della fotografia nel 1839 fino al 1945.
Le roi est mort ! Château de Versailles. Fino al 21 febbraio 2016.
A l’occasion du tricentenaire de la mort de Louis XIV, le château de Versailles rendra un hommage particulier
à celui qui a façonné l’âme et l’esprit de Versailles.
L'exposition dévoilera notamment les secrets des rituels funéraires à l’époque royale et accueillera pour
l’occasion des chefs-d’œuvre du monde entier, issus notamment des collections royales anglaises ainsi que
de la Frick Collection de New York. Fruit d’un programme international de recherches sur les funérailles
royales dans les cours européennes, elle retracera les détails, étrangement peu connus, de la mort, de
l’autopsie et des funérailles de Louis XIV et étudiera la survie de ce rituel, depuis la Révolution jusqu’à
l’époque contemporaine à travers une scénographie digne des plus grands spectacles baroques.
***
CINÉMA
Il Piccolo Principe. Un film di Mark Osborne. Animazione. In uscita venerdì 1 gennaio 2016.
Un'opera raffinata ed evocativa di un cinema d'altri tempi: il classico di Antoine de SaintExupery in una versione animata che esce in occasione del settantesimo anniversario
dell'opera.
Una bambina si trasferisce con la madre in un nuovo quartiere. Qui dovrà impegnarsi nello studio secondo
un planning estremamente articolato elaborato dalla madre la quale, donna in carriera, vuole assolutamente
che la figlia si inserisca nei corsi della prestigiosa Accademia Werth finalizzata a formare i manager del futuro.
Il nuovo vicino di casa è un anziano aviatore che prende a raccontare alla bambina del suo incontro, avvenuto
tanti anni prima nel deserto africano, con un Piccolo Principe giunto sulla Terra dopo un lungo viaggio tra gli
asteroidi. La bambina inizialmente sembra voler resistere alla narrazione ma progressivamente se ne fa
catturare. Mark Osborne poteva essere la persona giusta per trasferire sul grande schermo il piccolo/grande
libro di Antoine de Saint Exupéry e infatti lo è. In materia erano già stati fatti tentativi per tradurre le vicende
del Piccolo Principe in immagini ma sempre con risultati non all'altezza. Perché il problema era rivolgersi a
due target molto diversi, visto che l'autore dedicava la sua opera a un amico "quando era un bambino" (quindi
a un adulto) e il testo è leggibile anche da bambini. Osborne e i suoi sceneggiatori hanno racchiuso le vicende
del biondo principe e dell'aviatore all'interno di una storia che vede la piccola protagonista destinata ad un
precoce adultismo. La bambina progressivamente si ribellerà a quello che sembra essere il suo percorso
ormai segnato non in nome del "non crescere mai" alla maniera del Peter Pan quanto piuttosto del
conservare senza alcun timore il proprio bambino interiore. Anche sul piano stilistico la partita è
adeguatamente vinta perché mentre le vicende di bimba, madre e vicino di casa sono realizzate con
un'animazione tridimensionale ormai canonica, l'incontro tra l'aviatore e il Piccolo Principe e tutto quanto si
riferisce al libro di Saint Exupéry vengono affidati a una stop motion molto raffinata ed evocativa di un cinema
d'altri tempi. Se l'"essenziale è invisibile agli occhi", all'organo della vista viene offerta quindi una doppia
estetica della visione conservando intatta la poeticità e la profondità di sguardo dello scrittore e trasferendo
progressivamente la dinamica aviatore/principe in quella bambina/aviatore. Peccato veniale (e quindi subito
perdonabile) quello di non aver riproposto nel rapporto con la Volpe il parallelo che questa fa tra il colore del
grano e quello dei capelli del Piccolo Principe. Chi conosce e ama il libro sa a cosa ci si riferisce.
Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament). Regia di Jaco Van Dormael. Con Pili Groyne,
Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau. Dal 26 novembre 2015.
Una black comedy in bilico tra surreale e paradosso.
Dio esiste e vive a Bruxelles con una moglie timorosa e una figlia ribelle di 10 anni, Ea. Il figlio, più
celebre di lui, è fuggito molti anni prima per conoscere gli uomini più da vicino, morire per loro e
lasciare testimonianza e testamento ai suoi dodici apostoli. Egoista e bisbetico, Dio governa il mondo
da un personal computer facendo letteralmente il bello e il cattivo tempo sugli uomini. Ostacolato da
Ea, decisa a seguire le orme del fratello e a fuggire il 'suo regno', la bambina si 'confronta' con JC (Jesus
Christ) ed evade dall'oblò della lavatrice. Espulsa dentro una lavanderia self-service infila la via del
mondo, recluta sei apostoli e si prepara a combattere l'ira di Dio, a cui ha manomesso il computer e
di cui ha denunciato il sadismo, spedendo agli uomini via sms la data del loro decesso.
La visione molto personale, supportata dall’originale e insistita artificialità degli effetti visivi e da una
forte sensibilità musicale, ne fa chiaramente una favola. Una favola piuttosto nera e anche un po’
sentimentale.
Mon Roi - Il mio Re. Regia di Maïwenn Le Besco. Con Emmanuelle Bercot, Vincent Nemeth, Vincent
Cassel, Romain Sandère, Ludovic Berthillot. Dal 3 dicembre 2015.
Maïwenn ci parla delle molteplici sfaccettature del rapporto di coppia riuscendo a definirlo.
Tony, quarantenne e madre di un bambino, si infortuna gravemente un ginocchio sciando. Durante il
lungo periodo necessario per la riabilitazione ha il tempo per ripensare al proprio rapporto con George
e a come dall'amore siano arrivati ai contrasti più accesi. Maïwenn è finalmente riuscita a girare una
storia che, per sua stessa ammissione, le girava intorno da anni. Le domande sono quelle di sempre:
come è nato il loro amore? Cosa lo ha reso così intenso e poi così distruttivo? Come ha potuto rifiutare
ma anche accettare atteggiamenti e azioni che la offendevano nel profondo?
11 donne a Parigi (Sous les jupes des filles). Regia di Audrey Dana. Con Isabelle Adjani, Alice Belaïdi,
Laetitia Casta, Audrey Dana, Julie Ferrier. Dal 3 dicembre 2015.
Le molteplici sfumature di una donna.
Parigi. 11 donne. Madri, donne d'affari, fidanzate, amanti o mogli... Tutte rappresentano un aspetto
della donna di oggi: complessa, gioiosa, complessata, esplosiva, insolente, sorprendente... In breve,
un paradosso, completamente disorientata, decisamente viva, semplicemente donna!
Belle & Sebastien - L'avventura continua (Belle et Sébastien: l’aventure continue). Regia di Christian
Duguay. Con Félix Bossuet, Tchéky Karyo, Margaux Châtelier, Urbain Cancelier, Thierry Neuvic. Da
martedì 8 dicembre 2015.
Cambia la regia e lo spettacolo proposto: meno naturalistico ma non meno coinvolgente.
Dopo lo straordinario successo del primo capitolo, tornano Belle & Sebastien in un'avventura con più
azione, nuovi importantissimi personaggi e sempre tante, tantissime emozioni. Sebastien attende con
ansia il ritorno di Angelina che è in procinto di tornare a casa con tutti gli onori: è infatti stata insignita
di una medaglia al valore per i servizi resi nel corso della guerra. Il giorno tanto atteso arriva ma
Angelina rimane vittima di un terribile incidente aereo e data per morta dalle autorità locali. Sebastien
però non si rassegna all'idea di averla perduta e decide di andare a cercarla insieme al nonno e al suo
inseparabile amico a quattro zampe. Nel corso della spedizione di salvataggio Sebastien si troverà di
fronte ad una grande scoperta che cambierà la sua vita.
Francofonia - Il Louvre sotto occupazione (Le Louvre sous l’occupation). Regia di Aleksandr Sokurov. Con
Louis-Do de Lencquesaing, Vincent Nemeth, Johanna Korthals Altes, Benjamin Utzerath. Dal 17
dicembre 2015.
È stato tra i film che hanno fatto più discutere all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Pubblico e
critica uniti nel riconoscere, ancora una volta, la potenza delle immagini di Aleksandr Sokurov.
Sokurov utilizza il Louvre come macchina del tempo e si fa pittore, storico e marinaio.
Jacques Jaujard era il conservatore in carica nel momento in cui la Francia fu occupata dai nazisti. Il
conte Franziskus Wolff-Metternich era invece l'uomo mandato da Berlino per ispezionare
l'inestimabile patrimonio artistico del museo parigino e trasferirne in Germania una parte. I due erano
molto diversi, un funzionario e un aristocratico, e molto nemici, ma collaboreranno per preservare i
tesori dell'arte e ciò che rappresentano. Sono loro a cui pensa Sokurov, nel realizzare un film sul
Louvre, ma anche a Napoleone e alla Marianne, fuoriusciti dai dipinti, all'Hermitage e all'assedio di
Leningrado, e a un mercantile che viaggia nella tempesta, come una moderna arca, con un carico di
quadri che rischiano di finire per sempre in fondo all'Oceano.
*****