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Secondo anno
Materiali per l’insegnante
Unità 15
La prima rivoluzione
industriale
Nel primo saggio, Phyllis Deane si pone il problema di definire con esattezza la data d’inizio della rivoluzione
industriale in Inghilterra. Dopo aver passato in rassegna le affermazioni in merito di alcuni studiosi, la storica
inglese individua nel saggio annuo di incremento della produzione industriale il criterio in base al quale stabilire una datazione attendibile.
Nel secondo saggio, Carlo Maria Cipolla espone le ragioni per cui, a suo parere, la prima rivoluzione industriale si sviluppò in Inghilterra e non in Olanda, paese che alla fine del Seicento deteneva ancora un incontrastato
primato nell’economia europea.
Phyllis Deane
Quando iniziò la rivoluzione industriale in Inghilterra?
La prima rivoluzione industriale ebbe luogo in Gran Bretagna ed è interessante il fatto che essa sia
avvenuta in modo spontaneo e senza quella assistenza pubblica che ha invece accompagnato le successive rivoluzioni industriali. È controverso il momento esatto in cui prese l’avvio. Il primo storico
economico che analizzò l’esperienza britannica di industrializzazione ricorrendo a questo concetto
specifico di rivoluzione fu Arnold Toynbee, quando tenne un corso di lezioni sull’argomento all’Università di Oxford nell’anno 1880-81. Egli assunse come data d’inizio il 1760 e per circa mezzo secolo questa opinione rimase incontestata, finché lo storico americano Nef mise in dubbio il significato
della delimitazione storica che essa implicava. Sottolineando la continuità della storia, egli collocò nel
sedicesimo e al principio del diciassettesimo secolo gli inizi dell’industria su larga scala e dei mutamenti tecnologici. Scrive infatti Nef: « La nascita della civiltà industriale in Gran Bretagna può essere
vista più correttamente come un lungo processo che si svolge dalla metà del sedicesimo secolo fino
al trionfo finale dello stato industriale verso la fine del diciannovesimo, piuttosto che come un fenomeno improvviso legato al tardo secolo diciottesimo e all’inizio del diciannovesimo ».
Più recentemente, sono emerse nuove interpretazioni dal lavoro di storici dell’economia che hanno
dato l’avvio a indagini più rigorose, fondate sui dati statistici attinenti al saggio di sviluppo economico.
Dato che la documentazione sul commercio internazionale rappresenta la fonte statistica più completa e
più attendibile relativamente all’intero secolo diciottesimo, i movimenti del commercio internazionale
hanno largamente condizionato l’interpretazione statistica della rivoluzione industriale. Paul Mantoux,
scrivendo negli anni ’20, aveva già posto in evidenza che le curve delle importazioni e delle merci nei
porti inglesi « crescono quasi verticalmente verso la fine del diciottesimo secolo », cioè dopo il crollo del
1781, provocato dalla guerra americana. Ashton ha così sviluppato l’argomento: « Dopo il 1782, quasi
tutte le serie statistiche disponibili sulla produzione industriale rivelano una tendenza fortemente crescente. Più della metà delle spedizioni di carbone e dell’estrazione di rame, più di tre quarti dell’incremento della produzione di tessuti in genere, quattro quinti di quello dei tessuti stampati e nove decimi
dell’esportazione di prodotti di cotone, risultano concentrati negli ultimi diciotto anni del secolo ».
Hoffmann, l’economista tedesco che elaborò un indice della produzione industriale per la Gran
Bretagna, concluse che « l’anno 1780 è approssimativamente la data in cui il saggio annuo di incremento della produzione industriale superò per la prima volta il 2 per cento, livello su cui si mantenne per oltre un secolo ».
Si è perciò convenuto di far iniziare la prima rivoluzione industriale intorno al 1780, perché è in
corrispondenza a tale data che le statistiche del commercio internazionale inglese mostrano un significativo balzo verso l’alto. Seguendo questa convenzione, Rostow ha suggerito una delimitazione storica ancor più precisa, sviluppando la teoria che il periodo 1783-1802 fu « il grande spartiacque nella
vita delle società moderne ». È questo il periodo che egli definisce di « decollo verso lo sviluppo sostenuto » dell’economia britannica, l’intervallo in cui le forze della modernizzazione compirono il loro
attacco decisivo, avviando un processo automatico e irreversibile di sviluppo economico.
PHYLLIS DEANE, La prima rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna 1971, pp. 10-12
© 2008 Mondadori Education SpA, Milano
Carlo Maria Cipolla
Se alla fine del Seicento si fosse chiesto ad un uomo dotato di fantasia, cultura e senso pratico quale
dei due paesi, Olanda e Inghilterra, aveva maggiori probabilità di attuare nel corso dei successivi centocinquant’anni una rivoluzione esplosiva nel campo produttivo, la risposta avrebbe dato certamente
priorità all’Olanda. Sotto tutti i rispetti essenziali l’Olanda sopravanzava l’Inghilterra. Ma nel corso del
secolo XVIII l’Olanda entrò in una fase involutiva. Di più. L’Inghilterra aveva il carbone e l’Olanda no.
Alla fine dell’Ottocento la presenza di carbone non avrebbe più avuto un’importanza decisiva. La
Rivoluzione industriale stessa creerà i mezzi di trasporto necessari per rifornire a costi economici le
zone sprovviste e d’altra parte renderà possibile lo sfruttamento economico di forme alternative di
energia inanimata. Ma tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento la presenza di depositi di carbone facilmente accessibili era un fattore di importanza decisiva: non il fattore sufficiente di uno sviluppo industriale, ma senza dubbio il fattore necessario.
A partire dalla metà del secolo XVI, il consumo di carbone aumentò drasticamente in Inghilterra
non solo per uso domestico ma anche per vari usi industriali. Verso la fine del Settecento, la macchina di Watt rese possibile la trasformazione dell’energia chimica del carbone in energia meccanica.
Dopo il 1820 la macchina a vapore venne largamente impiegata nel trasporto ferroviario, in quello
marittimo e in un crescente numero di processi produttivi.
La scoperta di Watt non era un fatto accidentale. Soprattutto non era accidentale il fatto che tale
scoperta avesse un’applicazione produttiva travolgente e che fosse seguita da una serie di invenzioni
analoghe. Come scrisse Whitehead, l’uomo « aveva inventato il metodo dell’invenzione », e tutta una
serie di nuove scoperte permisero lo sfruttamento di nuove forme di energia e l’utilizzazione più efficiente delle forme di energia già note [...].
Si è già accennato che la disponibilità di carbone ebbe un’importanza essenziale sino alla metà dell’Ottocento. Il precoce sviluppo industriale del Belgio è senza dubbio legato alla presenza in territorio belga di notevoli giacimenti carboniferi. Si è però anche detto che se il carbone fu un elemento
necessario esso non fu mai un elemento sufficiente. La Rivoluzione industriale fu innanzi tutto un
fatto socio-culturale. Il carbone da solo non crea e non muove macchine. Occorrono uomini capaci
di estrarre il carbone, di ideare e fabbricare le macchine, di organizzare i fattori produttivi e di assumersi i rischi e le responsabilità dell’impresa [...]. Che la Rivoluzione industriale fosse essenzialmente
un fatto socio-culturale, lo si vede bene quando si osserva che i primi paesi a industrializzarsi furono
quelli che avevano una più bassa percentuale di analfabeti ed avevano maggiori similarità culturali
con l’Inghilterra [...].
Prima della Rivoluzione industriale, dal 60 all’80 per cento della popolazione attiva in qualsivoglia
Paese era impiegato in attività agricole e viveva in campagna. Un paese industrializzato non ha più del
5 per cento della popolazione attiva impiegata in attività agricole e la maggior parte della gente tende a
vivere in grossi agglomerati urbani. Una trasformazione di questo genere ha implicazioni che vanno ovviamente al di là dei settori demografico ed economico ed investono tutta sfera socio-culturale. Ma c’è
di più. Il salto quantitativo manifestato sotto l’azione della Rivoluzione industriale dagli indici demografici ed economici è di proporzioni tali da forzare in ogni aspetto dell’attività umana radicali mutamenti qualitativi, che si assommano a quelli legati all’abbandono della terra.
Stendhal aveva visto giusto quando aveva scritto che la rivoluzione industriale non si limitava al
settore produttivo, ma implicava un totale, drastico cambiamento « nelle abitudini, le idee, le credenze » [...]. La futura società industriale richiede un nuovo tipo di uomo. L’agricoltore poteva essere
analfabeta. Ma non c’è posto per analfabeti nella società industriale. Per vivere e sopravvivere in tale
società occorrono all’individuo numerosi anni di istruzione e la formazione di una mentalità nuova,
in cui l’intuizione va sostituita con la razionalità, l’approssimazione con la precisione, l’emozione col
calcolo [...]. Il vecchio nella società agricola è il saggio; nella società industriale è un relitto. L’esasperata divisione del lavoro e il lavoro di gruppo implicano un più continuo, più preciso e nel contempo più impersonale e più opprimente rapporto con i propri simili. La privacy è un’abitudine e una
virtù nel mondo agricolo: ma è una originalità poco raccomandabile nel mondo industriale.
CARLO M. CIPOLLA, Storia dell’Europa pre-industriale, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 325-337
© 2008 Mondadori Education SpA, Milano
Materiali per l’insegnante
Perché proprio in Inghilterra?

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