Delirium tremens

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Delirium tremens
Delirium tremens
Il ragno, spaventato da un forte rumore, corse a rifuggiarsi dentro il suo nascondiglio. Poco dopo, spinto dalla
curiosità, fece capolino dal suo riparo. Un uomo giaceva scompostamente sui gradini sconnessi della scala di
legno, tarlata ormai in più punti. Era evidentemente ubriaco fradicio. Il ragno poteva sentire il puzzo di alcool
uscire dalla bocca dell'uomo che ansimava come un mantice. Chi era costui? Perché veniva a turbare la sua
tranquilla giornata? Che intenzioni aveva nei suoi confronti? La sua tela, tesa in maniera strategica per catturare il
maggior numero di insetti, correva il pericolo di essere distrutta? Era necessario ricorrere ai suoi poteri telepatici
per rispondere a siffatte domande vitali. Da molto tempo non applicava la telepatia sugli uomini. In quel palazzo
abbandonato non si vedeva un essere umano da molto tempo. Gli unici inquilini rimasti erano i ragni e i topi che
si dividevano, da buoni vicini, il territorio. C'era cibo abbondante per tutti quanti. Adesso questo imprevisto
veniva a turbare il tranquillo tran tran della sua vita. Perché poi era successo proprio a lui? Con tutti i ragni che
c'erano in quel palazzo! Questa era sfortuna bella e buona. E poi dicono che i ragni portano fortuna. Tutte balle.
«Allora, vediamo di ricordare quali sono le frasi di rito per sintonizzarsi col pensiero di questo relitto umano: Io,
cavaliere dei telari, raccolgo il fluido dei pensieri di questo infedele per servirmene a fini puramente egoistici.»
Sintonizzato così sull'onda dei pensieri umani, il ragno captò le vibrazioni cerebrali di quell'alcolizzato.
--------------Al peggio non c'è mai fine. La mia vita è stata un continuo fallimento. C'è chi nasce con la camicia e chi con le pezze al culo. Io
faccio parte di quest'ultima categoria. Non riesco a ricordare un solo momento felice. Neanche a cercarlo con la lente d'ingrandimento.
Appena nato mi hanno dovuto mettere nell'incubatrice perché ero settimino e avevo degli organi non perfettamente sviluppati. Tutti i
bimbi avevano avuto il piacere di succhiare il latte dal seno materno. Io ero stato alimentato per via endovenosa a forza di iniezioni.
Crescendo, avevo assunto delle dimensioni mostruose: la testa grossa su un tronco esile, le gambine corte e storte e le braccia lunghe da
scimmia. Con questi handicap il baricentro del mio corpo era notevolmente fuori asse. Di conseguenza cadevo a faccia in avanti ogni
volta che cercavo di mettere un piede dietro l'altro. Gli altri bimbi atterravano sul sederino ben imbottito grazie ai pannolini e
ridevano soddisfatti. Io ero pieno di lividi e di cicatrici in tutto il volto e avrei potuto riempire la vasca da bagno di calde lacrime. Le
altre mamme si preoccupavano dei loro bambini, li coccolavano, li cullavano, cantavano loro la ninna nanna. Mia madre non
mancava occasione per rimproverarmi, per castigarmi e per denigrarmi anche davanti ad altri bambini. Non ricordo di aver ricevuto
una sola carezza dalla mia cara genitrice. Gli unici contatti fra la mia guancia e la sua mano erano di tipo percussorio. In altre
parole erano botte da orbi. A scuola ero sempre relegato all'ultimo banco e i professori se dovevano punire qualcuno non dovevano
fare altro che dire ad alta voce il mio cognome seguito dalla frase - FUORI E DOMANI ACCOMPAGNATO DAI
GENITORI .- Un giorno che non ero andato a scuola, a causa di una malattia, mi telefonò il mio compagno di banco per
raccontarmi che ero stato sospeso per tre giorni. Il professore aveva già scritto il rapporto, quando qualcuno gli fece presente che io,
proprio quel giorno, ero assente. L'insegnante non si era scomposto più di tanto e aveva replicato che se fossi stato presente sarebbe
stata certamente colpa mia e che quindi mi avrebbe sospeso appena fossi rientrato a scuola.
Raggiunta l'età della pubertà erano iniziati i deliri notturni per amore. Crescendo, avevo mantenuto la struttura sgraziata del mio
corpo. Crescendo è una parola piuttosto ottimista, dal momento che non superavo la statura di Napoleone. In più le orecchie si erano
accartocciate e ingrandite dandomi l'aspetto di un elefantino rosa. Somiglianza resa ancora maggiore dal naso alla Cirano e da una
carnagione rosa pallido che diventava rosso gambero d'estate, nonostante tutte le pomate protettive utilizzate. Aggiungete a questo
una lieve balbuzie e una tremenda timidezza e, senza bisogno di aggiungere nient'altro, saprete l'attrazione che esercitavo sulle
donne: meno di zero. Il guaio era che l'attrazione che le donne esercitavano su di me era inversamente proporzionale.
Sognavo di accoppiarmi ripetutamente con più ragazze che uscivano sfiancate dalla mia infinita virilità. Nella realtà l'unico a
sfiancarsi e a farsi venire le occhiaie alla tenera età di quattordici anni ero io che ogni notte davo sfogo alle intemperanze del mio sesso
facendogli combattere una battaglia persa in partenza contro la mia mano. Erano in cinque contro uno ed era logico che alla fine
l'uno si afflosciasse. Uno dei rari casi in cui chi perde gode.
Quando mi andavo a confessare, il prete cercava di terrorizzarmi con visioni di fiamme infernali, che mi avrebbero inghiottito
nell'altra vita, e di cecità sicura in questa vita. Forse diventerò cieco nell'altra vita ma sicuramente ho toccato l'inferno in questo
mondo. La conoscenza con la droga era arrivata abbastanza presto per colpa di una ragazza di cui ero innamorato. Vincendo la
mia timidezza mi ero dichiarato. Lei era scoppiata a ridere. Poi all'improvviso si era messa a piangere e a tremare. Non sapevo cosa
fare. All'improvviso mi prese il viso fra le mani e mi disse che avrebbe fatto l'amore con me ad un patto. Toccavo il cielo con un dito.
Avrei fatto l'amore con una vera donna. Stavolta non sarebbe stato un sogno ma la realtà. Quando le chiesi qual'era la condizione,
mi disse che aveva bisogno di una dose, subito. Lei non aveva soldi in quel momento. Avrei potuto anticiparle io la cifra? Se sì, lei
sarebbe stata carina con me. Naturalmente io, fra le altre disgrazie, non ero ricco e non avevo il becco di un quattrino. Decisi di
procurarmi i soldi in qualsiasi modo. Le chiesi quanto costasse la dose e mi mancò il respiro quando me lo disse. Chiedere a mio
padre non era il caso. Lui non aveva mai visto tutti quei soldi insieme. Il furto non era nelle mie corde, ma quella era un'occasione
troppo allettante per lasciarsela sfuggire. Volevo rapinare una vecchina, ma non riuscivo a trovarne una e così, visto un uomo che
usciva dalla banca col portafoglio ancora in mano, mi slanciai come un'aquila in picchiata per ghermire il coniglio, pardon il
portafoglio. L'uomo risultò essere un poliziotto dai riflessi fulminei. Mi artigliò il colletto della camicia sollevandomi di due palmi dal
suolo. Passai diverso tempo in prigione sporcando la mia fedina penale. Naturalmente, per colmo di sfortuna, ero appena diventato
maggiorenne pochi giorni prima.
Uscito di galera, tornai subito dalla ragazza causa dei miei guai. Ero deciso a tutto, anche a violentarla. Era morta per overdose
due giorni prima. Tornando verso casa desiderai la morte con tutte le mie forze. Il primo tornante in discesa si avvicinava
rapidamente, accelerai invece di frenare e mantenni il volante perfettamente diritto. L'urto con il muretto fu violento. L'auto scartò di
lato e si fermò contro un platano che costeggiava la strada. Risultato finale: macchina da rottamare e qualche piccola escoriazione per
il sottoscritto. Anche nella morte avevo fallito.
Iniziò un periodo di depressione, tanto che mia madre, stanca di vedermi ciondolare per casa in mutande e con la barba incolta, prese
la decisione di trovarmi una moglie. La donna prescelta era più grande di me di cinque anni. Rimasta zitella e con una situazione
familiare disastrata fu ben lieta di acconsentire alla proposta di mia madre, anche quando mi vide di presenza. Frequentavano la
stessa parrocchia e, grazie ai servigi del parroco, il matrimonio fu preparato in quattro e quattro otto. Michela, questo il nome di
mia moglie, era un poco più alta di me, forse sarebbe meglio dire meno bassa di me. I capelli lisci e lunghi, sempre raccolti in una
crocchia e gli occhiali con le lenti spesse come fondi di bottiglia la facevano somigliare a quelle segretarie piuttosto bruttine che si
vedono in certi film americani sempre innamorate del proprio capo e ignorate totalmente da quest'ultimo. Ad un certo punto del film
si tolgono gli occhiali e si sciolgono i capelli diventando delle vamp che fanno centro nel cuore del capo coronando il loro sogno di
amore.
La prima notte di nozze, quando vidi mia moglie senza occhiali e con i capelli sciolti, avvolta nella sua vestaglietta di cotone, dovetti
fare un notevole sforzo per non piangere per la disperazione. Il brutto anatroccolo non si era trasformato in un bellissimo cigno, ma
in una orrenda cornacchia.
Vergine lei e vergine io, la prima notte di nozze fu un disastro. Lei, totalmente frigida, ritrosa, io, focoso, impulsivo, inesperto. La
durata di un giro completo della lancetta dei secondi su stessa fu il tempo del nostro primo rapporto.
La seconda notte andò ancora peggio: Michela rifiutò di fare l'amore. Mi spiegò che quello era il suo periodo fertile e quindi era
sicura di essere stata messa in cinta. Se le fosse venuto nuovamente il ciclo allora avremmo riprovato un'altra volta. Per lei, cattolica
intransigente, i piaceri della carne erano peccati mortali. Solo per generare un figlio si poteva fare un'eccezione.
Nove mesi dopo, grazie a quell'unico rapporto, nasceva Clarissa. Speravo ardentemente che la bimba non somigliasse in alcun modo
a noi due. Sfogai su di lei il grande bisogno di amore che la mia anima richiedeva. La circondai di mille attenzioni. Rappresentava
la speranza di vivere una vita meno squallida. Clarissa venne su talmente viziata che ben presto io e sua madre diventammo i suoi
schiavi. Ogni suo desiderio era un ordine per noi. E si sa che i bambini di desideri ne hanno. Quello che invece manca loro è la
riconoscenza. Clarissa credeva di essere la regina, che deve solo comandare. Per colpa mia e di mia moglie il carattere di nostra figlia
diventava ogni giorno più insopportabile. Venne espulsa da diverse scuole per avere picchiato le compagne che osavano contraddirla,
per aver fumato di nascosto nei bagni prima sigarette, poi spinelli. Infine andò via di casa con un drogato per vivere la sua vita. Dopo
sei mesi di lontananza, una triste mattina d'inverno, la polizia ci restituì il corpo di nostra figlia. L'avevano trovata morta per
overdose nei bagni della stazione centrale. Mia moglie per il dolore si è tagliata i polsi e si trova ricoverata in ospedale ed io mi sono
concesso, per la prima volta in vita mia, una bottiglia di cognac per affogare il mio immenso dolore.
--------------L'uomo aprì gli occhi e vide il ragno che lo guardava da vicino. Preso da terrore gridò «NO, HO GIA' IL
DELIRIUM TREMENS!»
Il cuore non resse a quell'ultima disavventura e cessò di battere.
«Non tutti i mali vengono per nuocere» pensò il ragno, iniziando a tessere la sua tela intorno al corpo inerte.
Quell'inverno il cibo non sarebbe stato di sicuro un problema.