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Quando Obama era la speranza
/ 24.10.2016
di Aldo Cazzullo
L’inizio della vicenda di Barack Obama, che sta per chiudersi, è legata a uno dei ricordi più belli
della mia storia professionale.
Era il 2 novembre 2008. Il rito della domenica alla Trinity United Church of Christ, la chiesa che per
vent’anni era stata quella di Obama, durò due ore e un quarto. Duemila neri, tre bianchi: io, la mia
amica italoamericana Natalia, e un reporter messicano che aveva avuto la mia stessa idea. I neri
sfilavano a salutarci e abbracciarci, e Natalia piangeva con le lacrime: nata e cresciuta a Chicago,
non era mai stata nel South Side – il ghetto afroamericano – in tutta la sua vita.
Cori gospel alternati a orazioni politiche: «Ricordiamoci di Martin Luther King! Ricordiamoci di
Malcolm X! Ricordiamoci di andare a votare!». Obama non veniva mai nominato, ma alle pareti c’era
la sua foto mentre stringeva le mani dei vicini e chiudeva gli occhi, rapito. E c’era la foto del
reverendo Jeremiah Wright mentre predicava con il dashiki, la veste africana simbolo del Black
Power. La stessa che indossava nel famigerato video, divenuto uno spot di McCain, in cui l’uomo che
ha battezzato le figlie di Obama invocava l’ira del cielo sui compatrioti: «Tutti dicono “Dio benedica
l’America”, ma io dico no no no, Dio maledica l’America».
Intervistai il reverendo Wright al citofono. Rifiutò di ricevermi, ma ebbe parole di elogio per il suo
allievo. Di Obama Wright era stato il demiurgo. L’uomo che l’ha convertito, lui nipote di uno
sciamano del Kenya, figlio di agnostici, cresciuto con un patrigno musulmano. L’uomo che gli è stato
al fianco negli esordi politici. Poi le loro strade si sono divise. Il reverendo ha celebrato l’11
settembre, ha rimproverato all’America Hiroshima, Nagasaki, i golpe militari dal Guatemala al Cile,
il sostegno a Israele e al Sud Africa dell’apartheid presentati come fossero le facce della stessa
medaglia. La Trinity Church l’aveva sostituito con un pastore più giovane.
Dalla chiesa cominciava la Michigan Avenue, destinata a diventare molti chilometri più a Nord The
Magnificent Mile. Là la «strada magnifica» correva tra case bruciate, pompe di benzina fuori uso,
immondizia al vento, madri con bambini (rarissimi i padri). Poi, man mano che ci si avvicinava al
centro, le case si alzavano di uno o due piani, il legno diventava pietra, ai balconi apparivano fiori e
canarini. Là viveva Obama quando aveva trent’anni e lavorava come assistente sociale.
Andai a pranzo nel ristorante preferito, MacArthur’s, all’estremità occidentale di Chicago. Il West
Side è il peggiore dei ghetti: qui non arriva neppure la metropolitana; ma in quella gigantesca
friggitoria Obama tenne le prime riunioni, come racconta nel suo secondo libro autobiografico,
L’audacia della speranza. Lo gestiva ancora Mac Alexander, nero sessantenne con una gamba sola,
reduce dal Vietnam e dal Mississippi. Specialità del Sud: tacchino fritto e pescegatto. Nessun bianco
ai tavoli. «La prima volta che lo vidi – mi raccontò Mac Alexander – venne qui con una decina di
persone. Poi divennero venti. Alla fine riempiva il locale. Organizzava le lotte di quartiere, per
togliere l’amianto dalle case e le prostitute dalle strade. Le gang del posto non l’avevano in simpatia,
una volta vennero qui a cercarlo; scoppiò una rissa, la gente lo difese. Alla fine sono diventati amici.
Fu lui che mi convinse a dare un lavoro a quei ragazzi. Dei miei venti camerieri, quasi tutti sono stati
in galera».
Obama il carcere non l’ha conosciuto, ma il razzismo sì. E ha sempre reagito. Restò in silenzio solo il
primo giorno di scuola, quando un compagno gli chiese se suo padre era un cannibale. Al primo
ragazzino che gli disse «negro» fece sanguinare il naso. Il tennista che gli chiese di non toccare la
lavagna con i nomi degli atleti – «il gesso potrebbe sbiadirti la pelle» – fu minacciato di querela.
Dalla vecchia che l’aveva preso per un ladro pretese invano le scuse. All’allenatore di basket che
teorizzava «ci sono i neri e ci sono i negri» rispose che «ci sono i bianchi e ci sono i figli di puttana
come te». Non si sa come abbia reagito la volta che, davanti a un ristorante del centro, aspettava il
valletto dell’auto e si vide tirare le chiavi da una coppia di bianchi, convinti che il valletto fosse lui.
Ora che tutto sta finendo, mi piace tornare con la mente a un periodo indimenticabile; quando
Obama appariva una grande speranza. Il suo bilancio è positivo in economia ma negativo in politica
estera. Ne riparleremo.

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