ODI ET AMO - Delfini Erranti

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ODI ET AMO - Delfini Erranti
ODI ET AMO
A cura di Enrico Vetrò
Odi et amo. Quare id faciam fortasse
requiris.
Nescio, sed fieri sentio, et excrucior.
G.V.Catullo(Verona 84?- Roma 54?B.C)
Che starà facendo ora??!! Mi fa morire!!!
Liber, LXXXV.
La odio e l’amo. Forse mi chiederai come sia possibile.
Non lo so. Ma è così che va dentro, e sono messo alla tortura …(e.v.)
“Ich hasse und liebe“
I do hate her and I’m in love with her.
If’’u ask me what I do it for
A’ scagnésce e l’áme ije a qquedde,
sarà ca tu vuè ccu ssèj’a ccom’à state.
No ‘nge t’ù sàcce dicere mmàngh’ije...
Cúme sìa sìje, jé pròbbi’accussije.
Jé ‘a cróce méje … e m’amarèsce.
(Tarantine poetic rendering by e.v.)
I know not …
It's just the way I feel,
all the way … crucified.(e.v.)
Pillole di Gaio Valerio Catullo. Tutto quello che si sa sulla sua vita ci è stato
tramandato moltissimi anni dopo la sua morte e in maniera indiretta. La cosa si
rivela altrettanto vera per i suoi 116 carmi,
presumibilmente raccolti dal suo
conterraneo e filologo Cornelio Nepote(I sec. a.C). Si dovrà attendere il Rinascimento
per vedere in circolazione le prime raccolte critiche della produzione poetica
Catulliana. Breve, incisiva elegante, delicata e gustosa a leggersi è la sua poesia,
non a torto definita “Nuova” da quanti come lui abbracciarono siffatto stile per
raccontarsi e raccontare la vita.
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Gustav Klimt (1862-1918)
“Il bacio” – 1908, Vienna, Österreichische Galerie Il tema principale della poesia è Lesbia, la donna che il poeta amò con tutta l’anima sua. L’aveva conosciuta nel 62, forse a
Verona, più probabilmente nella stessa Roma. Il vero nome della donna era Clodia. Dal poeta era chiamata Lesbia, "la
fanciulla di Lesbo", perché egli implicitamente volle raffrontarla a Saffo, una poetessa conosciuta molto bene dagli
intellettuali dell’epoca, nata a Lesbo, (un’isoletta del Mare Egeo), intorno alla fine del VII sec. a.C., cantrice di sentimenti
straordinariamente sensuali, ma nel contempo delicati e pacati. Clodia-Lesbia rimane identificabile con la sorella del tribuno
della plebe P. Clodio Pulcro, appartenente al partito dei "populares", alleato di Cesare, nonché mortale nemico di Cicerone.
La donna dei sogni di Catullo fu per interesse moglie di Q. Metello Celere, proconsole del territorio cisalpino (tra il 62 e il 61).
Era più anziana del poeta, una matrona piuttosto disinibita, appartenente all’alta società. Gli si concesse, ma tradì Gaio
Valerio più volte. Lui era solo uno fra i tanti per lei. Eppure il verseggiatore nutrì per quella donna una passione assurda,
ardente più che mai, totalizzante, causa probabilmente della sua morte prematura(non aveva ancora trent’anni quando cessò
di vivere).
Una storia maledettamente complicata. La storia fra il poeta e Lesbia fu molto travagliata. Clodia fu donna
elegante, raffinata, colta, ma anche libera nei suoi atteggiamenti e modi di porgersi. Nelle poesie di Catullo si riscontrano
diversi accenni agli stati d’animo provocati da questa donna, uragani turbinosi sublimati da innovativi e modernissimi
monologhi interiori, a volte di affetto e amore, a volte d’ira per i numerosi tradimenti da lei perpetrati; tutto fino al definitivo
distacco finale. Un poeta sempre attuale, dunque, per l’energia che sa fare sgorgare da versi brevi ma dai contorni nitidi e
decisivi, più che mai sofferti e sentiti. Le parole e i ritmi, il più delle volte sono pervasi da una vena di malinconica
rassegnazione, come in “Odi et Amo”. Quando li leggi non ti stanchi mai di rileggerli e straleggerli ancora,
drammaticamente, sentimentalmente, maledettamente coinvolgenti come sono.
Ecco alcuni esempi in cui felicità, passione, gelosia, inganni, scappatelle, separazioni, invettive, insulti, tutto, dico tutto,
fuoriesce da quel turbinio che gli uomini sensibili d’ogni tempo hanno chiamato, chiamano e continueranno a chiamare
CUORE:
V. Vivamus
Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
…
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum, anafora, allitterazione,
dein mille altera, dein secunda centum, omoteleuto
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
V. Viviamo
Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
…
c'è un'unica perpetua notte da dormire.
Dammi mille baci, poi cento,
poi mille altri, poi ancora cento,
poi sempre altri mille, poi cento.
Poi, quando ne avremo fatti molte migliaia,
li mescoleremo, per non sapere,
o perché nessun malvagio possa invidiarli,
sapendo esserci tanti baci.
( Semplicemente stupendi!!!!! )
VII. Quaeris quot
Quaeris, quot mihi basiationes
tuae, Lesb Celere ia, sint satis superque.
quam magnus numerus Libyssae harenae;
…
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores:
tam te basia multa basiare
vesano satis et super Catullo est …
VII. Chiedi quanti
Chiedi quanti tuoi baci, Lesbia,
mi sian sufficienti e di più.
Quanto grande il numero di sabbia libica
…
o quante stelle, quando la notte tace,
vedono i furtivi amori degli uomini:
che tu baci con altrettanti baci
è sufficiente e di più per il pazzo Catullo…
XCII. Lesbia mi
Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam
de me: Lesbia me dispeream nisi amat.
quo signo? quia sunt totidem mea: deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.
XCII. Lesbia mi
Lesbia mi parla sempre male e non tace mai
di me: che io crepi, se Lesbia non m'ama.
Con quale prova? Perché altrettanto son le mie: la maledico
continuamente, ma ch'io crepi se non la amo.
CIX. Iucundum
Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem
hunc nostrum inter nos perpetuumque fore.
di magni, facite ut vere promittere possit,
atque id sincere dicat et ex animo,
ut liceat nobis tota perducere vita
aeternum hoc sanctae foedus amicitiae
CIX. Piacevole
Piacevole, vita mia, mi proponi che questo
nostro amore lo sarà e perpetuo.
Dei grandi, fate che possa promettere veramente,
e che dica questo sinceramente e col cuore
perché ci sia lecito protrarre per tutta la vita
questo eterno patto di sacra amicizia.
VIII. Miser Catulle
Miser Catulle, desinas ineptire,
…
vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam.
Quis nunc te adibit? cui videberis bella?
Quem nunc amabis? cuius esse diceris?
Quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.
VIII. Misero Catullo
Misero Catullo, smetti di impazzire,
…
Addio ragazza, ormai Catullo resiste,
non ti cercherà né, restia, ti pregherà.
…
Chi ora ti avvicinerà? A chi sembrerai carina?
Chi ora amerai? Di chi dirai di essere?
Chi bacerai? A chi morderai la bocca?
Ma tu, Catullo, ostinato resisti.
LXXV. Huc est
Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa …
A tal punto il mio cuore fu ridotto, Lesbia, per colpa tua …
CIV. Credis
Credis me potuisse meae maledicere vitae,
ambobus mihi quae carior est oculis?
non potui, nec, si possem, tam perdite amarem…
Credi che io abbia potuto dire male della mia vita,
lei che mi è cara più di entrambi gli occhi?
Non potei, né, se l'avessi potuto, avrei amato così perdutamente… ( Accidentaccio!!!???)
LXXXVII. Nulla
Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
LXXXVII. Nessuna
Nessuna donna può dirsi tanto amata
davvero, quanto la mia Lesbia è stata amata da me.
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Che meraviglia! Tutto questo più di duemila anni or sono! Ve ne rendete
conto?! Sarebbe possibile oggi trasmettere tali sentimenti via SMS?
NO!!! Ma non perché i giovani del ns tempo non siano capaci di
esprimere tali emozioni alle rispettive compagne di cellulare. È solo che
essi non hanno tempo: loro … hanno troppa fretta di vivere!!!??? Chi
non l’avrebbe alla loro età??!!
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Nota esplicativa dell’autore!!!
Quando mi sono accinto a fare una resa del carme LXXXV di Catullo “Odi et Amo”(spero
tanto che i miei autorevoli colleghi, così esperti nell’ambito del vernacolo-dialetto tarentino,
vorranno perdonare la mia grande presunzione), ho fatto una scoperta a mio avviso che ha
dell’incredibile. Credo di affermare, con buone probabilità di non essere dalla parte del torto,
che la parlata tarentina non abbia inglobato la parola “odiare” durante le stratificazioni del
lessico dal diacronico al sincronico, vale a dire dal passato sino ai nostri tempi. Ho cercato
nella poderosa produzione dei rispettivi esimi Claudio De Cuia, Nicola Gigante, Ludovico De
Vincentis, Giuseppe Cassano, Tommaso Gentile, Gigi Velluto, illustri cataldiani del passato ed
del presente. Sfortunatamente la mia ricerca non ha avuto esito positivo. Se poi un attimo si
mette da parte il sempre possibile errore di omissione, svista o quant’altro appartenga a tale
letale compagnia di difetti, allora si potrebbe ipotizzare che i Tarentini, per propria indole,
non hanno mai saputo odiare veramente nessuno, non hanno mai avuto peli sul cuore. Ciò che
per contro essi si sono limitati a fare quando la ragione era dalla loro parte nelle ingiustizie
subite dai propri simili, è stato quello di scagnesciáre, ( pag. 723 di: Nicola Gigante “Dizionario
della parlata Tarantina”, Mandese Editore, 2002), ovvero di aborrire, schifare, disprezzare chi era stato
causa dei loro patimenti, e non già di odiare. Purissima teoria??!! Forse??!! Sarebbe
auspicabile in tal senso che qualcuno che ne sappia più di me dipanasse l’abisso della mia
ignoranza, e ovviamente io gli/le sarei grato per sempre.
Taranto, 7.7. 2005.
e.v.

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