Birdman o L`imprevedibile virtù dell`ignoranza

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Birdman o L`imprevedibile virtù dell`ignoranza
Esterno Notte 2015
Martedì 21 Luglio 2015 ore 21.30
Fidenza Corte OF
Birdman o L'imprevedibile virtù dell'ignoranza
Durata
119'
Colore
C
Genere
COMMEDIA, NOIR
Specifiche tecniche
ARRI ALEXA XT, ARRIRAW
Produzione
ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU, JOHN LESHER, ARNON MILCHAN, JAMES W.
SKOTCHDOPOLE PER NEW REGENCY PICTURES, M. PRODUCTIONS, LE GRISBI
PRODUCTIONS
Distribuzione
TWENTIETH CENTURY FOX ITALY (2015)
USA - 2014
Riggan Thomson, attore famoso per aver interpretato il celebre supereroe 'Birdman', tenta di tornare
sulla cresta dell'onda mettendo in scena a Broadway una pièce teatrale - tratta dal racconto di
Raymond Carver "What We Talk About When We Talk About Love" - che dovrebbe rilanciarne il
successo. Nei giorni che precedono la sera della prima, deve fare i conti con un ego irriducibile e gli
sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso.
CAST
Regia: Alejandro González Iñárritu
Attori: Michael Keaton
- Riggan Thomson, Zach Galifianakis
- Jake, Edward Norton
- Mike, Andrea Riseborough
- Laura, Amy Ryan
- Sylvia, Emma Stone
- Sam, Naomi Watts
- Lesley, Lindsay Duncan
- Tabitha, Merritt Wever
- Annie, Jeremy Shamos
- Ralph, Bill Camp
- Matto, Damian Young
- Gabriel, Stefanie Bari
- Sophie, Frank Ridley
- Sig. Roth, Natalie Gold
- Clara, Katherine O'Sullivan
- Katherine, Benjamin Kanes
- Birdman giovane, Joel Garland
- Jimmy
Sceneggiatura: Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris Jr.,
Armando Bo
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Musiche: Antonio Sanchez (III)
Montaggio: Douglas Crise, Stephen Mirrione
Scenografia: Kevin Thompson
Arredamento: George DeTitta Jr.
Costumi: Albert Wolsky
Effetti: Louis Craig, Adam Howard, Ara Khanikian, Rodeo FX, Spectral Motion Inc.
Suono: Martin Hernández (IV) - (montaggio), Aaron Glascock - (montaggio), Jon Taylor (missaggio), Frank A. Montaño - (missaggio), Thomas Varga - (missaggio)
NOTE
FILM
D'APERTURA
ALLA
71.
MOSTRA
INTERNAZIONALE
D'ARTE
CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014), SI E' AGGIUDICATO IL LEONCINO D'ORO
AGISCUOLA, IL FUTURE FILM FESTIVAL DIGITAL AWARD, IL PREMIO P. NAZARENO
TADDEI, IL PREMIO SOUNDTRACK STARS ALLA MIGLIORE COLONNA SONORA DEI
FILM IN SELEZIONE UFFICIALE.
- GOLDEN GLOBE 2015 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (MICHAEL KEATON)
PER LA CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL E SCENEGGIATURA. ERA CANDIDATO
ANCHE PER: MIGLIOR FILM PER LA CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL, ATTRICE
(EMMA STONE) E ATTORE (EDWARD NORTON) NON PROTAGONISTI, REGIA E
COLONNA SONORA.
- OSCAR 2015 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA ORIGINALE E
FOTOGRAFIA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
(MICHAEL KEATON), ATTORE (EDWARD NORTON) E ATTRICE (EMMA STONE) NON
PROTAGONISTI, MISSAGGIO E MONTAGGIO SONORO.
- DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.
CRITICA
“Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? È questo, senza interrogativo finale, il titolo di
una delle più straordinarie raccolte di racconti del Novecento. Ed è la domanda che attraversa il
nuovo film di González Iñárritu, ‘Birdman’, uno dei migliori dell’anno (...). Lo sappiamo al cinema
dai tempi dell’’Effetto notte’ di Truffaut. È un disperato bisogno d’amore che spinge a fare il
mestiere dell’attore e forse anche per altri: ormai quasi tutti sono attori, qualsiasi lavoro facciano.
Ma quale sia la forma di questo amore, se la fama, il successo, l’adorazione, il numero dei followers
e come questa ricerca influisca sul bisogno d’amore quotidiano, tangibile per una donna, un uomo,
un figlio, un amico, questo è il tormento del nostro eroe. (...) La camera di Iñárritu lo insegue in un
flusso continuo, omaggio cinefilo al grande Hitchcock, sfiorando con leggerezza alcuni solidi
luoghi comuni - il rapporto fra cinema e teatro e letteratura, fra arte e mercato - senza mai cadere
nella banalità e anzi virando ogni volta verso situazioni inattese, a tratti d’irresistibile comicità.
Nella forma e nella sostanza Iñárritu descrive la parabola del folle volo di un Ulisse, di un Icaro del
nostro tempo fragile e disperso fra mille inutili tentazioni e ricorrenti crisi d’identità. La forza
creativa del cinema di Iñárritu è sostenuta da una scrittura brillante e da una prova d’attori
fenomenale. Ed Norton è travolgente nella parte di Mike (...), Emma Stone, sempre più brava (...),
Naomi Watts è perfetta nel ruolo di un’attrice in fuga dal ruolo di sex symbol. Su tutti però
giganteggia Michael Keaton, già vincitore del Globen Globe e favorito per un Oscar che
realizzerebbe un’altra favola hollywoodiana. Perché si tratta proprio di lui, del Keaton protagonista
dei primi due ‘Batman’, poi ripudiato dalla Mecca del cinema per aver rifiutato ‘Batman 3’ e ora
tornato alla gloria con il personaggio autobiografico di Birdman, fra gli applausi del pubblico che si
era dimenticato di lui e gli osanna d’una critica che l’aveva sempre considerato un mediocre attore
miracolato dal botteghino. Con ‘Birdman’ il messicano Alejandro Iñárritu si conferma uno dei
registi di maggior talento del panorama cinematografico mondiale (...).” (Curzio Maltese, ‘La
Repubblica’, 2 febbraio 2015)
“(...) «Birdman» rappresenti uno dei titoli più rilevanti delle ultime stagioni (...) la commedia nera
architettata sui tormenti di Riggan (...) ,ha tutto per convincere anche la cinefilia più accigliata.
Nella miriade di spunti centrali e collaterali che scandiscono l’allestimento, le prove e i
contrattempi nei tre giorni precedenti la prima, il regista messicano trapiantato negli Usa muove le
pedine di un gioco al massacro che non risparmia nessuno: attori vanitosi e spregiudicati, colleghe
frustrate, ex mogli fameliche, figli disastrati, giornalisti idioti, pubblico bue, tutti braccati dalla
cinepresa con sinuosi piani sequenza mentre anche Riggan, in piena crisi autodistruttiva, non può
liberarsi dal flusso di coscienza della voce interiore né dalla proiezione dell’altro se stesso ovvero il
gigantesco supereroe mascherato da uccello rapace. Una struttura acrobatica fomentatrice di
cortocircuiti a catena tra delirio, sarcasmo e ferocia a cui è particolarmente versato il regista di «21
grammi» e «Babel» (come sottolinea il sottotitolo alla De Sade «... o l’insospettabile virtù
dell’ignoranza»), qui supportato dalle ideali performance di Keaton, Norton, Stone e Watts che
sarebbe ancora meglio, peraltro, apprezzare in versione originale sottotitolata. Se un difetto può
imputarsi a «Birdman» è solo quello della sovrabbondanza: non tanto delle tematiche che oscillano
sapientemente tra quelle più ovvie (la satira dei media e dei social network, la crisi d’identità tra
privato e pubblico dei divi) e quelle più sofisticate (le diverse tecniche di recitazione, i classici
letterari cari al pubblico del teatro), quanto delle visioni apocalittiche e delle catarsi poetiche
assegnate al protagonista e dilaganti in un ultimo quarto d’ora in cui allo spettatore vengono
proposti un numero imbarazzante di falsi finali.” (Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 5 febbraio 2015)
“(...) soprattutto ‘Birdman’ è la surreale tragicommedia di un uomo atterrito dallo spettro
incombente di un fallimento personale e professionale; e - anche se una sua debolezza è proprio
quella drammaturgica di tirare in ballo un deuteragonista del peso di Edward Norton per poi
mollarlo a metà strada - è un film sul teatro nel teatro, su quello scontro di egocentrismi che durante
le prove possono creare situazioni di conflitto eventualmente funzionali alla riuscita dello
spettacolo. Pur incarnati da eccellenti attori (dalla figlia Emma Stone al produttore Zach
Galifianakis) gli altri personaggi in realtà contano relativamente, stanno li solo per dare il la a
Riggan. (...) Svariando su una gamma di emozioni che va dall’isterismo alla frustrazione, Keaton
impersona Riggen mettendosi sfrontatamente a nudo con coraggiosa autoironia. E intanto Iñárritu e
il suo fantastico direttore di fotografia Emmanuel Lubezki gli stanno addosso in lunghe scene dal
ritmo incalzante che non conosce pause, dando l’impressione di un racconto svolto in un unico,
acrobatico piano sequenza. Fino a un finale metaforico che non ci ha molto convinto, ma che nulla
toglie alla travolgente, disperata energia di un film non a caso candidato a nove premi Oscar.”
(Alessandra Levantesi Kezich, ‘La Stampa’, 5 febbraio 2015)
“‘Birdman segna un cambio di rotta nella filmografia del premiatissimo regista messicano
Alejandro González Iñárritu, cha abbandona drammi e giochi di destini incrociati per cimentarsi
nella black comedy. E ci racconta una Hollywood in crisi culturale ed esistenziale, popolata da
attori schiacciati dal proprio io, affannata a sfornare prodotti costruiti su misura per un pubblico di
adolescenti. (...) Vicino a Wilder e Altman che hanno smitizzato il dorato mondo del cinema
americano, non lontano da ‘Essere John Malkovich’ per la feroce ‘decostruzione’ della figura
dell’attore, ‘Birdman’ si concede altri giochi metacinematografici (nel cast anche Edward Norton,
ex Hulk e Emma Stone, ex fidanzata di Spiderman, tanto per rimanere in tema di fumetti) con stile
assai personale, e sceglie di raccontare le vicende a cui assistiamo attraverso lunghi e complessi
piani sequenza, senza stacchi di montaggio. Una scelta sperimentale per restituire la verità di ciò
che accadeva in ogni singolo momento, senza alcuna manipolazione successiva. Al cinema come al
teatro dunque, con attori che entrano ed escono dall’inquadratura come fossero su un palcoscenico.
Con la macchina da presa freneticamente all’inseguimento dei personaggi, dentro e fuori dai
camerini, nel backstage, lungo i corridoi, sul palco, per strada. Energico, vitale, traboccante di idee,
il film che ci regala non poche scene destinate a rimanere scolpite nella memoria, sarebbe un vero
capolavoro se la sua ridondanza con lo facesse slittare negli ultimi venti minuti, scanditi da troppi
finali che disinnescano la forza di una conclusione degna delle premesse. Ma il cuore del film batte
forte intorno alla lotta tra un uomo e il suo ego, che lo inganna sui suoi veri bisogni e lo spinge a
confondere l’ammirazione con l’affetto e la stima. Un rischio fortemente alimentato negli ultimi
anni dai social network - aveva ammonito lo stesso regista - capaci di distorcere la realtà senza
lasciare spazio alla riflessione e all’approfondimento.” (Alessandra De Luca, ‘Avvenire’, 5 febbraio
2015)
“Una battuta (...) per graffiare l’immaginario sulle celebrities, virtuosi pianisequenza sapientemente
raccordati e una commedia nera sui generis, una sorta di ‘Effetto notte’ sulle macerie di Hollywood
ma ambientato a Broadway (...). Copione affilato e meta-teatro, interpreti eccellenti e una
percussiva colonna sonora (Antonio Sanchez) da antologia, ‘Birdman’ è molto fumo, narcisismo e
sballo d’artista, ma anche sostanza antropologica: fiera delle vanità, tutti noi.” (Federico Pontiggia,
‘Il Fatto Quotidiano’, 5 febbraio 2015)
“Piacerà a chi (inclusi noi) riteneva Iñárritu ornai bollito (motivo: l’ultimo decennio a non fare
niente tranne un pasticciaccio brutto come ‘Biutiful’ con Javier Bardem). E invece Alejandro
González è vivo, è persino cresciuto e magari vince l’Oscar. Perché cresciuto? Perché finalmente
s’è liberato della narrazione a sbalzi di tempo e di luogo (‘Babel’, ‘21 grammi’) che si stava
rivelando una fastidiosa maniera. In ‘Birdman’ non salta da nessuna parte. Anzi l’intera storia girata
in un lunghissimo piano sequenza dove gli attori sono tallonati senza sosta. Ma è possibile che
‘Birdman’ (...) sia ricordato in avvenire come uno dei film che meglio hanno saputo raccontare
Hollywood e Broadway, probabilmente l’America, possibilmente il mondo al giro di boa del
secondo decennio del nuovo secolo. Del quale ‘Birdman’ dà un quadro nero, nerissimo. Anche se la
storia sembra procedere festosa e impudente (non c’è un personaggio che non sia vicino alla
caricatura) il grande paese dalla California al New England pare schiacciato dal moloch del social
network (solo Twitter sembra poter stabilire se sei buono o cattivo, amato o disprezzato, bravo o
cane).” (Giorgio Carbone, ‘Libero’, 5 febbraio 2015)
“‘Birdman’ è un gran bel film, interpretato da un cast strepitoso, godibile peri suoi dialoghi
spiritosi, con il solo vizio di aver trattato troppi temi che finiscono, in alcuni momenti, per
rallentarlo. Da Oscar.” (Maurizio Acerbi, ‘Il Giornale’, 5 febbraio 2015)
“Si esce sempre con una strana sensazione di «troppo pieno» dai film di Alejandro G. Iñárritu.
Troppe coincidenze, per esempio, in ‘Babel’. O troppa malasorte in ‘Biutiful’. Anche questo
‘Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)’, selezionato per aprire la Mostra e il concorso,
ti lascia l’impressione di un’opera strabordante, con la cui materia si sarebbero potuti fare altri tre o
quattro film. Decisamente l’«economia di mezzi» non è un concetto a cui il regista messicano si
sente vicino. Questo rigoglio, comunque, non deve cancellare le qualità del film, a cominciare da un
gruppo di attori tutti in forma perfetta: c’è Michael Keaton (...); c’è Edward Norton nei panni del
comprimario di lusso, arruolato all’ultimo momento e testardo epigono di un Metodo ridotto a
macchietta; ci sono Naomi Watts e Andrea Riseborough nel ruolo delle due coprotagoniste (...); c’è
Emma Stone che interpreta la fragile figlia di Keaton (...); e ancora Zach Galifianakis nel ruolo
dell’amico produttore e Amy Ryan in quella dell’ex moglie del protagonista. Tutti insieme sono
seguiti dai lunghissimi piani sequenza di lñárritu durante i tre giorni di prove prima del debutto:
prodezze tecniche (anche se oggi le tecnologie digitali permettono riprese impensabili in passato e
fingono con più realismo la continuità spazio-temporale) e prodezze recitative, dove fatichi a capire
chi sia il più bravo. E tutt’intorno mille temi, affrontati lancia in resta da una sceneggiatura che
passa con disinvoltura dalla commedia survoltata al dramma intimista, dalla confessione a viso
aperto all’ironia senza sconti: si parla di cinema e di teatro, di Hollywood e di Broadway, di vita e
di recitazione, di fallimenti e seconde opportunità. Ce n’è per i giornalisti (la mini-conferenza
stampa è esilarante) e per i critici (descritti con una cattiveria chirurgica e che alla fine del film ci
«spiegherà» il senso del sottotitolo: l’inaspettata virtù dell’ignoranza), per le vanità degli attori e
l’egoismo degli uomini, per le star (oggetto di battute esilaranti di cui fanno le spese Fassbender,
Ryan Gosling e Meg Ryan tra gli altri) e per i fan, per twitter e facebook... Ognuno può trovare la
sua «fetta di torta» preferita, anche se alla fine c’è in agguato il pericolo indigestione.” (Paolo
Mereghetti, ‘Corriere della Sera’, 20 agosto 2014)
“Un film tutto dialoghi brillanti e trascinanti piani sequenza contro la retorica dell’azione e degli
effetti speciali (che però fanno capolino in sottofinale). Un cast di attori (formidabili) che recitano la
parte di attori, entrando e uscendo di continuo dal ruolo, con mille allusioni alle loro vere carriere. E
un regista che è nato in Messico ma firma un film americano fino al midollo. Non solo per cast e
ambientazione, ma perché il teatro-nel-teatro, da Cukor a Scorsese, da Cassavetes a Bob Fosse, è
uno dei sottogeneri più antichi e capaci di rinnovarsi del cinema Usa. Tanto che Alejandro González
Iñárritu e i suoi eccellenti co-sceneggiatori (Nicolas Giacobone, Alexander Dinelaris Jr., Armando
Bo) se ne sono impadroniti per fare un film molto contemporaneo che attraverso gli attori e le loro
nevrosi guarda all’era dei social network, dei supereroi, del cinema digitale, dell’infantilizzazione di
massa, insomma a tutti noi. Con un divertimento, una cattiveria, una capacità di suonare tutte le
corde dello spettacolo di oggi, che sono una prova continua di intelligenza e coraggio. (...) Una
black comedy arida e spiazzante che rinnova il genere proiettandolo sullo sfondo della cultura pop
di oggi. (...) Perché in fondo la vita non esiste e soprattutto non conta. Conta solo ciò che accade in
scena, è finche si gioca davvero la nostra verità profonda. O almeno questo tendono a credere gli
attori. Ma non siamo tutti un po’ attori nella vita di ogni giorno? E se un attore raggiunge
l’eccitazione sessuale solo in scena, sarà un grande artista o deve iniziare a preoccuparsi? Girato a
passo di carica da un regista che conosce come nessuno l’arte di passare da una scena all’altra,
affollato di coprotagonisti di lusso, con una menzione speciale per Emma Stone (...), potenziato
dalle percussioni entusiasmanti ma mai invadenti di Antonio Sanchez, ‘Birdman’ ha tutti numeri per
tornare sul palco la sera dei premi (...).” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 28 agosto 2013)
“‘Birdman’ non è Hollywood contro New York, celebrities contro attori, commerciale contro
autoriale in quell’opposizione alto/basso culturale così riduttiva che oggi, in era di un neoconservatorismo del pensiero diffuso, sembra tornata a formattare il giudizio. Almeno quando si
tratta di decidere cosa è popolare e cosa no, cosa è giusto per il pubblico e cosa no... Anche se
questo c’è, ovviamente, e anzi il regista messicano si diverte a giocare con i «luoghi» dello
spettacolo americano, il mercato attuale delle grosse produzioni o i prodotti snob della scena
teatrale - l’uno e l’altro illuminati con ironia molto divertente, tra i giovani attori come Fassbender
tutti impegnati in serie alla ‘Avengers’, e la critica teatrale che si limita alle etichette. E con gli
specchi in cui riflette gli attori, a cominciare da Keaton, per anni Batman, fino alla ‘Mulholland
Drive’ lynchana di Naomi Watts, o a Emma Stone, fidanzata di Spider Man, intorno ai quali
costruisce una precisa trama di rimandi, anche se forse dei suoi film questo è il meno barocco, nella
continua oscillazione tra realtà e fantastico. E proprio i tocchi surreali, quella voce che Thompson
sente, la sua vocetta interiore, la voce di Birdman, che glielo ripete di lasciar perdere di tornare alla
«buona vecchia pornografia apocalittica di sangue e adrenalina», coi superpoteri che gli sono
rimasti, volare sulla città, tra i grattacieli, come un uccello, ci portano al cuore commuovente e
profondo di questo «ritratto d’attore», che è quello carveriano, la stessa implorazione che il
personaggio del dramma grida al mondo sul palcoscenico, volevo solo essere amato. Ecco, Birdman
è Carver - che non dimentica l’Altman di ‘America oggi’ - dentro e fuori la scena, proprio come
dentro e fuori lo schermo si muove Iñárritu, nelle sue immagini che ci mostrano tutto senza
interruzioni - grazie a un lavoro di preparazione accuratissimo - come se stesse accadendo in quel
momento, «vero» perché meticolosamente messo in scena. Su questo bordo scorrono la malinconia
e la dolcezza della vita, l’eterna domanda del nostro stare al mondo, che attraversa i film del regista,
quell’impossibile desiderio di essere qualcos’altro, e la necessità di fare finta di nulla, può essere
distrazione o spregiudicatezza. Birdman è un magnifico film sul sentimento del nostro
contemporaneo, che solo la potenza dell’immaginario può catturare.”(Cristina Piccino, ‘Il
Manifesto’, 28 agosto 2014)
“Quel rumoroso successo giovanilista che Michal Keaton aveva conquistato nel 1989 e nel 1992
interpretando con la regia di Tim Burton il supereroe da fumetto Batman, fa di lui il protagonista
ideale di ‘Birdman o (L’inaspettata virtù dell’ignoranza)’, sesto e forse più bello dei film del regista
messicano Alejandro Gonzales Iñárritu, (...) Variety paragona la crisi esistenziale di Riggan a quella
del protagonista di ‘La grande bellezza’. Iñárritu costruisce una storia allo stesso tempo divertente e
angosci osa, reale e surreale, mostrando il contrasto tra l’impegno e la fatica di fare teatro e cultura
oggi, col suo piccolo mondo aristocratico di appassionati, e l’immediatezza della popolarità da
social network, per esempio un milione di ‘mi piace’, di followers, per essersi mostrato in mutande
tra gli spettatori di un teatro: come capita a Riggan .” (Natalia Aspesi, ‘La Repubblica’, 28 agosto
2014)
“Alejandro Iñárritu è il regista messicano di ‘Amores Perros’, ‘21 grammi’ e ‘Babel’. Ha
cinquant’anni, ha fatto relativamente pochi film: cinque in quindici anni, con questo. E capisci
perché, quando vedi ‘Birdman’. Film così non si fanno in un minuto né in un giorno. Ci vogliono
sangue e sudore. (...) Diciamolo subito: difficile mettere insieme in un film tanto virtuosismo
tecnico - il film è tutto girato in piano sequenza, come ‘Nodo alla gola’ di Hitchcock, con riprese
uniche senza stacchi dove tutto deve essere perfetto - e tanta tensione emotiva nella recitazione,
tanta verità umana e tanta follia cinematografica. E ancora, dialoghi affilati come coltelli, luccicanti
di ironia, ma anche follemente dolorosi. Vedi gli attori, e ti sembra di essere insieme a loro: guardi
gli occhi di Emma Stone fissi dopo che l’ha appena detta grossa, vedi affiorare un tic sulla faccia di
Michael Keaton e sembra quasi involontario, senti il sudore, la paura, l’umiliazione, l’esaltazione,
l’incertezza che vivono i personaggi come se fossero tue. E c’è un’altra cosa straordinaria nel film:
ogni momento sembra risolvere le domande che ti vorticavano in testa. Ogni momento sembra dare
la risposta. E poi viene distrutto dal momento successivo. Si procede per equilibri precari, tutto
sembra giusto e poi diventa sbagliato. Proprio come nella vita. Iñárritu è un grande poeta del
divenire, della vita in perenne disequilibrio. E ha trovato gli interpreti perfetti nel cast che ha
diretto. ‘Birdman’ racconta, con la sua storia di un attore schiacciato dalla paura dell’insuccesso e
dell’anonimato, con quella commedia che va in scena mentre le vite di tutti vanno a pezzi, racconta
che non c’è ragione o torto, che non ci sono buoni o cattivi. Che tutti siamo disperati e vitali, egoisti
e meravigliosi, a dibatterci in questo stagno che comunque di noi non avrà pietà. Lo facciamo
cercando amore, rispetto e dignità, nei modi più ridicoli.” (Luca Vinci, ‘Libero’, 28 agosto 2014)
“Venezia 71,centro! ‘Birdman’, come e più di ‘Gravity’ l’anno scorso, è un vero film d’apertura:
commedia e dramma intorno all’impresa di cambiare il corso di una vita a Hollywood, dove il
successo è una prigione e l’ambizione di ‘diventare’ se stessi si paga con l’emarginazione; un cast
di star che gioca alla grande l’occasione di interpretare attori di cinema e teatro, richiamando
Altman, Malick, Truffaut e Fassbinder; una ricca produzione americana che sa d’Europa e di
cinema francese, ma non perde mai il filo dell’ambiguità dell’arte quando è al servizio di un
immaginario industriale devoto al profitto, tra eroi con le ali, franchising e ossessioni di serial; un
linguaggio netto e avvolgente fondato su una sfida di regia, mantenere fluido il racconto, entrando e
uscendo da palcoscenici, camerini, metropoli, fantasmi e paradossali realtà come se fosse una lunga
passeggiata senza soluzione di continuità (una dozzina di piani-sequenza montati con abile
cancellazione dei tagli - alla direzione della fotografa c’è Emmanuel Lubezki, premio Oscar,
neanche a farlo apposta, per ‘Gravity’). La parabola di fama e polvere di Riggan, (...) gratta sul
collo della carriera di Michael Keaton, ex Batman per Tim Burton in due memorabili blockbuster di
qualità nei primi anni ‘90. Keaton è bravo, commovente, maturo, sgradevole (...). Lo aiuta
nevroticamente la figlia tossicodipendente, una Emma Stone sopra le righe come deve essere, e lo
deputa un collega inaffidabile, Edward Norton, prova adeguata a Keaton. Per il messicano Iñárritu,
di discontinua affidabilità, è un ritorno a doti di scavo e dialettica di ‘Amores Perros’ e ‘21
grammi’. Anche se si sente la rincorsa per dimostrare abilità e dominio del set, non è facile distrarsi
da una verità amara che il film tocca con sensibilità: viviamo di quello che abbiamo fatto, ma non
siamo quello che abbiamo fatto. È dura, durissima, quando ci prende il bisogno di ‘diventare ciò che
siamo’.” (Silvio Danese, ‘Nazione-Carlino-Giorno’, 28 agosto 2014)
Scheda tratta da www.cinematografo.it/cinedatabase/

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