QUANDO AMARE IL FRATELLO E CON QUALE MISURA?

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QUANDO AMARE IL FRATELLO E CON QUALE MISURA?
P Sa pr iorl iat ud ai l vi ti àt a
IN PROFONDITÀ
di Maria Voce
QUANDO AMARE
IL FRATELLO
E CON QUALE MISURA?
Quinta puntata di una conversazione della presidente dei Focolari
su uno dei punti cardine della spiritualità dell’unità
I
l nostro pensiero corre sicuramente alle grandi
emergenze di oggi, che ci hanno pure visto, e
ci vedono, come protagonisti attivi: le catastroÀ
naturali (terremoti, alluvioni, tsunami…), le situazioni di nuove povertà, la disoccupazione, i
licenziamenti, e via di seguito…
Ma Chiara, sorprendendoci sempre, ci ricorda che
il prossimo va amato «in modo concreto e presente»” anche nelle piccole cose, nella quotidianità,
nella normalità di ogni attimo presente. Quando lo
sentiamo “nemico” o è a noi indifferente.
Quando, per esempio, seduti indisturbati nel salotto della nostra casa, pensiamo di essere esonerati
dal dover amare qualcuno.
Anche in questi momenti i fratelli sono «la nostra
grande occasione»: si nascondono dietro le notizie
riportate sui giornali sui giornali, dietro le immagini
che scorrono in tv e nei mass-media in genere; in
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quelli che ci scrivono; in coloro ai quali è destinato
il nostro lavoro o il nostro studio quotidiano; e così
via… In ognuno di loro Gesù vuole nascere, crescere vivere, risorgere; chiede aiuto, consiglio ed ammonimento, luce, pane, alloggio, vestiti, preghiere...
In verità, il cristianesimo non si risolve con un
po’ di elemosina o un po’ di compassione; chiede
piuttosto di “farci uno” con ogni prossimo che ci
passa accanto, sapendo che: «Non si può entrare
nell’animo di un fratello per comprenderlo, per
capirlo, per condividere il suo dolore, se il nostro
spirito è ricco di una preoccupazione, di un giudizio, di un pensiero, ... di qualunque cosa. Il “farsi uno” esige spiriti poveri, poveri di spirito. Solo
con essi è possibile l’unità» (1).
Nel “farci uno” c’è tutta la misura dell’amore; farci
uno signiÀca amare l’altro Àno al punto che chi è
C. Riedel/AP
Non basta un po’ di elemosina o di compassione
così amato capisce cos’è l’amore e vuole a sua volta amare. SigniÀca saper «discendere con tutti per
ascendere con tutti», come ben evidenzia un’immagine particolarmente espressiva, un’esperienza
che Chiara afÀda a una pagina del Paradiso ’49:
«Ho visto una chioccia con tanti pulcini lungo il
ciglio di una strada afÀancata da un muro in discesa terminante in una campagna. Un pulcino cadde
dal ciglio. La chioccia, anziché chiamare il pulcino con gli altri, discese con tutti per farsi una con
lo smarrito. […] Ho imparato a discender al livello degli altri per far unità (come il Verbo s’è fatto
carne): discendere con tutti per ascendere con tutti.
Anche Iddio Padre si fa uno col Figlio, entra nel Figlio (e viceversa) sembrando ciò un abbassarsi. In
realtà è un accrescere l’amore…» (2).
È con questo sguardo puro, ampio, universale, con questo cuore così largo, che Chiara ci spinge ad abbraccia-
re tutta l’umanità di oggi, e ad amare non solo i vivi,
ma anche quelli che non sono più qui sulla terra.
Scrive nel Paradiso, in una pagina di altissima mistica: «Io sento di vivere in me tutte le creature del
mondo, tutta la Comunione dei santi. Realmente:
perché il mio io è l’umanità con tutti gli uomini
che furono sono e saranno. La sento e la vivo questa realtà: perché sento nell’anima mia sia il gaudio
del Cielo, sia l’angoscia dell’umanità che è tutt’un
grande Gesù Abbandonato. E voglio viverLo tutto
questo Gesù Abbandonato» (3).
(continua)
1) C. Lubich, L’unità e Gesù Abbandonato, Città Nuova,
1984, p. 105; 2) C. Lubich, Paradiso ’49, 830-832 (dall’originale inedito); 3) ibid., 582.
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