Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny

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Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny
Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny
da: id., Tutti i romanzi, Gabriele Pedullà (a cura di), Einaudi, Torino 2012
Johnny aveva detto che rimaneva un poco a leggere, ma quando ogni rumore si spense
upstairs, scostò il libro di Marlowe ed elbowed down, a scrivere la lettera, patetico alla sua
brevità e buisnesslikeness. Era principalmente intesa per sua madre, ed era un male,
sebbene il minore: non poteva nemmeno sopportare il pensiero di assistere de visu al
duello in lei tra l’amore creativo ed il possessivo. Era heartrending pensare a quella che
sarebbe stata la mattinata di lei sulla dreary collina, davanti a quella lettera anche troppo
breve e sostenuta che sarebbe forse restata il solo di lei lifepiece per tutta la restante vita,
se a lui... l’avventura si chiudeva male. Allora ripassò il dito sul foglio, come a lasciarvi un
ulteriore segno di sé, per la sicura scoperta da parte di sua madre, allora, [...] se... Ma sua
madre era una donna forte e coraggiosa, and mainly from her he knew to draw the things
for his opening adventure, e di più un’erta vena d’orgoglio religioso.
Per gli ultimi movimenti si fidò del suo passo felpato, rigorosamente muto, un suo dono
coltivato. Tutto andò bene, la pistola già sul petto, ma monoblocco ora, come un muscolo
incorporato e già agente. Solo le scarpe da neve andò ad infilarsele fuori, nel vento urlante
ed ubriacante.
Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto
possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua
normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itsel
would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni
modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era
inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso
legittimo che ne avrebbe fatto.
Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra.
[…..]
-Che si fa oggi? - domandò a Tito con una certa quale businesslike briskness. - Ci
annoiamo come al solito, - disse sobriamente Tito. E Johnny fu stupefatto. - Vi annoiate? Imparerai presto che quando non si è in azione il partigiano è il mestiere più noioso al
mondo. -E non si può uscire in azione tutti i giorni? - Puoi chiederlo allo stato maggiore
che conoscerai oggi stesso, credo. Chiedilo al commissario Nèmega, al capitano Zucca ed
al tenente Biondo-. Johnny notò che Tito pronunziava i gradi con una ironia scortecciante
eppure sommamente indiretta.
Passarono giusto davanti al comando, ex casa comunale. Dalla sua facciata pendeva a
cascata, enorme, pletorica, una bandiera rossa con falce e martello, e ridondava dal balcone
in drappeggi ultrapesanti, come dannosi al solo contatto. Johnny ne fu urtato e ammirato
insieme, ma bisbigliò: - Pazzi imbecilli! Un ufficiale fascista con un binocolo la vedrebbe da
Roma-. Passarono davanti alla chiesa chiusa, nay sigillata, con un’aria amara ed offesa e
rivincitaria insieme, as fearfully and hatefully resenting on her ruddy facade i lontani
riflessi del bandierone rosso. […]
-Tu che hai fatto il corso ufficiali, - chiese Tito a bruciapelo: - che ne pensi? - Della
posizione? - Tito fermò concordemente la mano villosa che stava circularizing il
paesaggio. - Magnifica. Senonché... - Tito anticipava la concorde critica con un grim
sorriso di soddisfazione... - Senonché, - concluse Johnny, - non possiamo illuderci di essere
un’isola armata. Non ho ancora visto nulla di nulla, ma ad armi e munizioni dobbiamo star
maluccio. Quindi questa magnifica posizione diventerà la nostra piramidale tomba se i
fascisti, o peggio i tedeschi, ci circonderanno alla base. - Perfetto, - si disse Tito: - e ciò
perché? Perché qui si sta andando a rovescio del raziocinio. Qui si formano le guarnigioni
come nell’esercito regolare, qui si tiene conto dello spazio occupato, come nella guerra del
‘15. Pazzi maledetti, ci faranno morire tutti per la loro maledetta pazzia! I partigiani sono
l’opposto diametrale dei reparti regolari, lo capirebbe anche un bambino. Dobbiamo
inapparire, agire e risparire, mai fermi, sempre ubiquitous, e pochi e mai in divisa.
Dobbiamo saper compiere il sacrificio della divisa, ma vaglielo a far capire! Ora vedrai che
carnevale di divise. Dobbiamo dare la puntura alle spalle e svanire, polverizzarci e tornare
alla carica alla stessa misteriosa maniera. I fascisti superstiti debbono aver l’impressione
che i loro morti sono stati provocati da un albero, da una frana, da... un’influenza nell’aria,
debbono impazzire e suicidarsi per non vederci mai. Invece no: pazzi maledetti, formano
la guarnigione regolare e sognano il giorno in cui le cose staranno in modo da consentire la
parate - .
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Beppe Fenoglio, Una questione privata
da: id., Tutti Romanzi, Gabriele Pedullà (a cura di), Einaudi, Torino 2012
Senza girar gli occhi la vecchia gli disse: - Tu hai la febbre. Non alzar le spalle. La febbre
non vuole che le si alzino le spalle. Ne hai appena un’oncia, ma ce l’hai. […]
 Questo fuoco di tutoli non scalda eh? Ma la legna va risparmiata. L’inverno sarà
lunghissimo.
Milton annuì con le spalle. - Sarà l’inverno più lungo da che mondo è mondo. Sarà un
inverno di sei mesi.
 Perché di sei mesi?
 Non avrei mai creduto che avremmo dovuto passare un secondo inverno. Nessuno
venga a dirmi che lui l’aveva previsto o gli do in faccia del bugiardo e del millantatore-. Si
voltò a metà verso la vecchia e aggiunse: - l’altro inverno avevo un bellissimo pellicciotto
di agnello. Verso la metà di aprile lo buttai via, sebbene fosse bellissimo e sebbene il cuore
mi si stringa sempre un po’ al buttar via la mia roba. Pensate che da ragazzo, prima che
venissi in guerra, mi si stringeva il cuore a buttar le cicche delle sigarette, specie quelle che
buttavo di notte, nel buio. Pensate: mi stringeva il cuore il destino delle cicche. Quel
pellicciotto lo buttai dietro una siepe, dalle parti di Murazzano. Allora ero convinto che
prima del nuovo freddo avremmo avuto tutto il tempo di rovesciare due fascismi.
 E invece? Invece quando sarà finita? Quando potremo dire fi-ni-ta?
 Maggio.
 Maggio!?
 Ecco perché ho detto che l’inverno durerà sei mesi.
 Maggio – ripeté la donna a se stessa. - Certo che è terribilmente lontano, ma
almeno, detto da un ragazzo serio e istruito come te, è un termine. Da stasera voglio
convincermi che a partire da maggio i nostri uomini potranno andare alle fiere e ai
mercati come una volta, senza morire per la strada. La gioventù potrà ballare all’aperto, le
donne giovani resteranno incinte volentieri e noi vecchie potremo uscire sulla nostra aia
senza la paura di trovarci un forestiero armato. E a maggio, le sere belle, potremo uscire
fuori e per tutto divertimento guardarci e goderci l’illuminazione dei paesi.
Mentre la donna parlava, descriveva l’estate della pace, una smorfia dolorosa si disegnò
e fermò sulla faccia di Milton. Senza Fulvia non sarebbe estate per lui, sarebbe stato
l’unico al mondo a sentir freddo in quella piena estate. Se però Fulvia era ad aspettarlo
sulla riva di quell’oceano burrascoso attraversato a nuoto...
[…..]
Quella era stata la prima volta che azzurri e rossi avevano combattuto insieme. Il
presidio di Verduno era badogliano e il versante successivo era occupato da un brigata
rossa al comando di Victor il francese. Un battaglione del reggimento di Alba era già
apparso in fondo alle valle. C’era fanteria e cavalleria, ma la cavalleria sbucò fuori
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all’ultimo momento. La fanteria avanzava senza criterio, senza punte di sicurezza, senza
protezione laterale, senza niente. Victor che era già arrivato sulla piazza, l’aveva tenuta a
lungo sotto il binocolo e poi disse: “Non spariamole in fase di avvicinamento, diamo a
vedere che il paese è indifeso e pacifico e li riceveremo nelle strade e sulla piazza, à bout
portant, a bruciapelo. Non se ne accorgeranno che quando saranno in trappola. Quelli
sono deficienti o ubriachi, non vedete? Si ritirarono a discuterne nell’osteria, c’era una
schifosa puzza di polmone di vacca bollito. Edo, il comandante badogliano, era contrario al
piano di Victor perché poi il paese avrebbe subito tremende rappresaglie. Era molto
meglio, disse, combattere regolarmente fuori dal paese, in campo aperto, e qualunque
fosse stato l’esito, il paese avrebbe dovuto, ragionevolmente, andare esente da
conseguenze. “Questo è tipicamente, spaventosamente azzurro”, bisbigliò a Milton
Hombre che allora era semplice comandante di distaccamento. [….] Allora mezzo in
francese e mezzo in italiano, Victor disse: “Verdun è presidio vostro, ma io ci son dentro e
non me ne ritiro. Voi difendetelo pure dall’esterno, io lo difenderò da dentro. E Verdun ne
andrà di mezzo ugualmente, perché con le sole mie forze non potrò tenerli lontani”. Al che
anche Edo si convinse e cedette.
Si era rimasti d’accordo di riceverli dentro il paese e non dare nel frattempo il più
piccolo segno di vita. Milton si era appostato dietro il parapetto della piazza e accanto a lui
venne ad accosciarsi proprio Hombre. Insieme guardavano i fascisti arrancare. Una parte
saliva per la strada, l’altra tagliava per campi e prati. Questi penavano di più,
sdrucciolavano spesso, la terra si era snevata da una settimana appena. E non ci fossero
stati gli ufficiali sarebbero tutti passati per la strada, come un gregge. Ormai erano così
vicini e l’aria tanto limpida che Milton col suo occhio superiore li vedeva bene in faccia,
chi aveva barba e baffi e chi no, chi portava una automatica e chi il moschetto. Poi si voltò
a vedere la disposizione all’interno del paese e vide accanto alla pesa pubblica Victor e il
grosso dei suoi appostati col Saint-Etienne. Guardò dall’altra parte e vide i suoi azzurri con
la mitragliatrice americana. Restarono dietro il parapetto qualche attimo ancora, poi si
ritirarono carponi e Milton andò a riunirsi ai suoi sotto il portico del comune. Hombre lui
non andò in gruppo, si isolò invece il più possibile, si defilò dietro l’angolo della privativa. Il
primo che si presentò – un sergente grande e grosso, con una barba a spazzola – spuntò
proprio di fronte alla privativa. Hombre si sporse appena e lo rafficò dall’angolo. Non al
corpo, alla testa mirò, e si vide volar via mezzo cranio e l’elmetto di quel sergente.
La raffica di Hombre diede il segno del fuoco generale. I fascisti non spararono che
qualche colpo, erano troppo sbalorditi, non si ripresero più. La strage più grande la fece il
Saint-Etienne di Victor. Dopo, sulla strada davanti alla pesa, ne contarono diciotto stessi,
ognuno impiombato per due. Prima della pesa la strada è selciata e fa discesa, lì il sangue
ruscellava come vino e pezzi di cervello vi galleggiavano sopra. Milton ricordava che
Giorgio Clerici vomitò e svenne e dovettero curarlo come fosse ferito grave.
Non si sentivano più spari, ma solamente urla. Urlavano i fascisti ancora vivi e urlava la
gente nelle case. I soldati pur di salvarsi dalle strade erano entrati nelle case sforzando il
barricamento e si erano nascosti sotto i letti e nelle madie, persino sotto le sottane delle
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vecchie, nelle stalle sotto il foraggio e tra le bestie. Si sentiva Victor in una viuzza laterale
correre come un cavallo e urlare: “En avant! En avant, bataillon!
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