Edizione # 1 Gennaio 2012 Italiano

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IL PROGRAMMA NUCLEARE LIBICO
Centro di ricerca nucleare a Tajura, Libia
Nonostante le recenti dichiarazioni del
premier libico Mahmoud Jibril, al termine del suo mandato
governativo, circa la scoperta di un arsenale nucleare, nella realtà, il 19 dicembre 2003 il Paese nordafricano aveva
ufficialmente sospeso il suo programma nucleare ( e delle armi di distruzione di massa), che comunque era ancora ad
uno stadio alquanto embrionale .
La dichiarazione ufficiale era stata preceduta da mesi di trattative segrete con gli USA e l’Inghilterra .
La decisione di Gheddafi era stata favorita da due eventi particolari : l’attacco militare contro Saddam Hussein,
accusato di avere in atto la fabbricazione di armi di distruzione di massa, e l’arrivo a Tripoli di un container , svuotato
nel corso di un transhipment su un porto italiano, che altrimenti doveva contenere materiale utile a costruire
centrifughe.
Il leader libico aveva capito che era quindi sotto controllo e che rischiava di essere nel prossimo futuro oggetto di
interventi militari internazionali. L’accordo per la sospensione del programma era però anche collegato ad una
disponibilità americana a maggiori cooperazioni bilaterali nel campo della sicurezza, militare ed economico. Nella
pratica la Libia si aspettava una compensazione per questa sua concessione .
Comunque l’idea di procurarsi l’arma atomica era un obiettivo coltivato da Gheddafi fin dai primi anni della rivoluzione
ed il programma , con alterne fortune andava avanti da anni. La sua ambizione era quella di potersi dotare come
Israele di un’arma atomica , a difesa degli interessi dei popoli arabi e/o per la sua personale egemonia . La cosidetta
arma nucleare islamica.
Gheddafi , subito dopo la rivoluzione del 1969, aveva inizialmente cercato – peraltro senza successo - l’assistenza
cinese per produrre e/o acquistare un arma atomica ma nel 1975 aveva riaffermato , almeno ufficialmente, l’adesione
del Paese al Trattato di non Proliferazione Nucleare già sottoscritto dalla monarchia senussita nel 1968. Comunque nel
1974 era stato sottoscritto un accordo con l’Argentina di cooperazione nucleare.
,Era stata quindi costruita una struttura in Tajura nel 1981 con l’aiuto dell’allora Unione Sovietica ma ,sempre
ufficialmente lo scopo era quello di dotarsi di una centrale per lo sfruttamento dell’energia nucleare a fine pacifici.
Studenti libici erano stati mandati in giro per il mondo a studiare le applicazioni nel settore ( anche negli USA almeno
fino al 1983 quandol’amministrazione americana pose un divieto nel emrito) . Erano stati importati quantitativi di
uranio (l’Aiea , in un suo dossier parla di forniture nel 1985, 2000 e 2001), ci furono ammissioni di Abdul Qader Khan ,
padre del programma nucleare pakistano, di una assistenza tecnica a Tripoli ( i contatti con il Pakistan erano in essere
fin dal 1977), si era più volte fatto cenno ad un coinvolgimento della Corea del Nord e di specialisti tedeschi. Secondo
stime dei Servizi occidentali , la Libia aveva speso nel tempo , per questo programma una cifra intorno ai 200 mil/§.
Ma nel contempo non aveva fatto grandi progressi per carenza di quadri, strutture, tecnologia.
Ma nel 2003 , a seguito della decisione della sospensione del programma nucleare, la Libia decideva di consegnare
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all’Aiea gli equipaggiamenti che possedeva , Le centrifughe ed altri equipaggiamenti specifici furono portate negli USA
attraverso un ponte aereo il 27 gennaio 2004 e subito dopo furono autorizzate visite di ispettori internazionali a Tajura.
IL 10 marzo 2004 le autorità di Tripoli firmavano , proprio a questo proposito, con l’Aiea allora guidata dall’egiziano Al
Baradei ,un ulteriore Protocollo. Rimaneva comunque da risolvere il problema del materiale fissile (uranio arricchito)
che doveva essere comunque trasferito altrove per la sua protezione .
Questo ultimo passaggio è rimasto per altri anni sempre senza soluzione. La Libia continuava a richiedere una
compensazione per il suo gesto correlandolo inoltre al fatto che nel 2003 i materiali consegnati all’Aiea avevano un
valore venale di circa 100 mil/§ e che comunque la sospensione del programma nucleare non era stato adeguatamente
controbilanciato da altrettante iniziative politiche o pratiche da parte american come peraltro promesso . Sotto il profilo
politico Gheddafi voleva che gli USA rendessero pubblico elogio della disponibilità libica a non equipaggiarsi di un’arma
nucleare (Seif al Islam aveva chiesto di rendere operante un incontro diretto nel 2009 , nel corso dell’inaugurazione
dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York, tra Gheddafi e Obama) . Sul piano prettamente economico , Tripoli
pretendeva forniture di armi, la costruzione di un centro di medicina nucleare, un alleggerimento delle sanzioni
commerciali ancora in atto contro il proprio Paese.
Questo contenzioso si è protratto fino al 2009 dove le rivendicazioni libiche , peraltro non soddisfatte, sono state
controbilanciate da un rifiuto a consegnare l’uranio arricchito.
Nel novembre del 2009 appariva comunque prossima la soluzione. Il materiale radioattivo (circa 5,2kg) veniva
alloggiato in 75 contenitori poi sigillati da tecnici dell’Aiea , pronto per essere caricato su un aereo cargo e portato in
Russia . All’ultimo momento le autorità libiche rifiutarono il trasporto. Ulteriori discussioni , minacce e negoziati
condotti personalmente da Seif al Islam per conto del padre, portarono alla soluzione finale : il 21 dicembre i
contenitori furono caricati sul cargo e poi spediti in Russia. Giorni dopo , il Segretario di Stato USA , Clinton , faceva
una telefonata al Ministro degli esteri Musa Kusa per ringraziarlo e per sottolineare il migliorato andamento dei rapporti
bilaterali.
Da allora il problema del nucleare in Libia non ha avuto più riscontri. La struttura di Tajura , per chi l’ha visitata in
questi ultimi anni è rimasta in completo abbandono. L’organismo che presiedeva allo specifico progetto - il “Tajura
Nuclear Research Center” – ha poi cambiato denominazione diventando , sotto copertura il “Renewable Energy and
Water Desalination PlantCenter”. Questo organismo è comunque rimasto- fino agli ultimi eventi bellici - sotto la
supervisione del personaggio che precedentemente curava il progetto atomico e cioè il Ministro per il lavoro e lo
sviluppo Matoug Mohamed Matoug. Ed è molto probabile che la ragione sociale fosse , seppur in forma diversa, la
stessa E’ stato poi creato un altro ente , il “ National Bureau for Research and Development” , forse come organismo
di facciata per finalità scientifiche non necessariamente dedicato al settore nucleare.
Comunque , dal 2003 in poi, le autorità libiche hanno continuato ad interessarsi all’utilizzo dell’energia nucleare,
nominalmente per l’utilizzo a fini pacifici ma probabilmente anche con lo scopo mai dichiarato di acquisire , tramite i
propri tecnici, un certo know how nel settore.
I contatti con molti Paesi nello specifico settore , si sono susseguiti negli anni:
–
I francesi , nel marzo del 2006 , avevano sottoscritto con la Libia una accordo per lo sviluppo e l’uso pacifico
dell’energia nucleare. Firmatario , da parte francese era stato il direttore della Commissione per l’energia
atomica Alain BugatVi erano stati già contatti l’anno precedente e visite tecniche in Tripoli anche per un
progetto relativo ad un impianto di desalinizzazione per la riconversione della struttura di Tajura . Altri
contatti ed accordi erano poi stati messi in opera dalla società AREVA , la stessa che gestisce in Niger i
giacimenti di uranio per lo sfruttamento e la ricerca di uranio sul suolo libico. Di nucleare pacifico si parlerà
poi anche durante la visita ufficiale di Gheddafi a Parigi nel dicembre del 2007.
–
Nel marzo 2007 invece viene pubblicizzato , da parte libica un accordo diretto con gli USA sempre per l’uso
pacifico dell’energia nucleare con una serie di cooperazioni specifiche ( qualificazione e addestramento di
studenti nello specifico settore, creazione di un centro di medicina nucleare, cooperazione bilaterale tra enti
scientifici, utilizzo del nucleare per lo sviluppo dell’energia e l’impiego in medicina, agricoltura, industria,
etc,). Gli USA smentiscono la notizia nella persona del portavoce del Dipartimento di Stato , Tom Casey forse
per gli imbarazzanti risvolti politici che l’iniziativa poteva avere sul piano interno.
–
Nel 2008 si fanno avanti Russia e Ucraina per proporre la costruzione di un reattore nucleare per fini civili.
Kiev propone la sua collaborazione nell’ambito di un sistema barter : cooperazione in cambio di petrolio ,
appalti per costruzione di infrastrutture, commercializzazione di prodotti agricoli. Entrambe le iniziative
rimarranno però a livello lettera di intenti.
Ritornando alle dichiarazioni pubbliche di Mahmoud Jibril ed alla scoperta di un arsenale nucleare in mano a Gheddafi ,
esistono forti perplessità che si tratti di effettivo materiale nucleare e non , come molto probabile, di depositi di
aggressivi chimici che comunque il dittatore libico possedeva nonostante la dichiarata disponibilità, nel 2003 a
disfarsene.
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PERCHE' NON SI AIUTA LA PRIMAVERA ARABA IN SIRIA?
Bashar Al Assad
La domanda è lecita soprattutto se si raffronta il recente interventismo militare internazionale contro la Libia
di Gheddafi e la riluttanza a fare altrettanto con il regime di Bashar Assad. Dittatura sanguinaria la prima ed
altrettanto violenta la seconda. Due pesi e due misure.
Ma l’intervento militare internazionale è frutto della politica estera delle nazioni e – come è facile intuire – solo
teoricamente viene caratterizzato da questioni di principio ma nella realtà viene esclusivamente condizionato da
interessi siano essi strategici o economici. E questo assunto vale soprattutto per quei Paesi che ambiscono ad
esercitare un ruolo primario nel mondo. L’esportazione della democrazia –teoria cara alla dottrina Bush - è da
considerarsi solo lo slogan per ben altre opportunità.
Allora si assiste – come in questo momentonel mondo arabo- ad un intervento militare della NATO in Libia ma ad
altrettanta indifferenza per i fatti interni dello Yemen e Siria. Ovvero si da anche giustificazione ad un intervento
militare saudita (con appoggio emirense) in Bahrein a protezione di un’altra dittatura alquanto discutibile del Golfo.
C’è una giustizia internazionale che si fa apparentemente carico delle sofferenze del popolo libico ma nel contempo non
ritiene di dover intervenire a Damasco o Sana’a.Si spendono parole contro le dittature e le violazioni dei diritti umani
ma ci si limita a dichiarazioni di principio, a minacce e sanzioni che non producono alcun effetto .
Allora è interessante capire il perché di tanta riluttanza internazionale ad invischiarsi in un confronto armato con la
Siria. Elenchiamo alcuni motivi:
–
La Siria ha una popolazione di circa 23 milioni di abitanti (di cui oltre 5 milioni in possibile richiamo militare ) ,
modeste risorse petrolifere e di gas , un apparato militare di tutto rispetto. Ergo : è un obiettivo militare
pericoloso, richiederebbe impegni militari internazionali più qualificati e per un tempo operativo più lungo,
(ovviamente dando per scontato un successo finale della coalizione internazionale), non riveste un particolare
interesse economico (al contrario della Libia);
–
La Siria si colloca geograficamente in un’area a forte instabilità. La caduta del regime di Damasco e la
creazione di un conseguente vuoto militare innescherebbe una serie di effetti negativi in tutta la regione dai
risultati imprevedibili. L’indebolimento militare della Siria tornerebbe a vantaggio delle mire egemoniche ed
espansionistiche dell’Iran (come già avvenuto con la guerra in Iraq – parametro a suo tempo sottovalutato
dagli U.S.A.). Aumenterebbe pericolosamente il ruolo degli sciiti e metterebbe in pericolo le monarchie
sunnite del Golfo . Si creerebbe una maggiore contiguità a favore degli interessi iraniani contro Israele ;
–
Iran e Siria sono legati da accordi militari. Hanno firmato nel 2005 un patto di mutua difesa . Nel dicembre
2009 tali rapporti sono stati ulteriormente rafforzati. Sicuramente in caso di attacco armato contro la Siria,
Teheran fornirebbe alla controparte sostegno militare e logistico. Non potrebbe essere escluso anche un
intervento militare diretto al fianco di Damasco. Il conflitto potrebbe allargarsi ad altri protagonisti nella
regione;
–
In caso di guerra la Siria potrebbe comunque alimentare forme di lotta non convenzionali come il terrorismo.
Ha un forte know hownel settore , acquisito attraverso una lunga esperienza pluriennale, ed ha soprattutto
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una ampia manovalanza – reale e non potenziale - a sua disposizione : le fazioni palestinesi radicali che
ospita sul suo territorio e che appoggia anche in Libano , gli hezbollah, i curdi. Senza escludere la
transumanza di Al Qaida da altre aree di crisi;
–
Non è nell’interesse israeliano che la Siria si destabilizzi , nonostante sia un acerrimo nemico di Tel Aviv. E’ un
nemico ma sotto stretto controllo (basti pensare all’ raid aereo contro il sito nucleare di Deir Alzour il 6
settembre 2007). Ma la paura di Israele è incentrata soprattutto su chi potrebbe subentrare al regime di
Damasco nel caso del defenestramento di Bashir Assad. I maggiori indiziati sono i Fratelli Musulmani che si
erano già scontrati con il regime e furono poi conseguentemente sterminati da Hafez Assad nel febbraio 1982
a Hama. Da allora questa organizzazione rappresenta la forza più qualificata – anche nell’immaginario della
debole opposizione interna siriana- a subentrare al regime. E’ questa una ipotesi che preoccupa fortemente
Israele. I Fratelli musulmani sono diventati adesso molto più importanti nelle vicende egiziane dopo la
cacciata di Mubarak ( ed i conseguenti risultati negativi nelle relazioni tra Il Cairo e Tel Aviv non si sono fatti
attendere) , hanno forti connessioni con Hamas nel Striscia di Gaza ( nella pratica Hamas è la branca
palestinese della Fratellanza) , potrebbero diventare altrettanto importanti a Damasco. Confrontarsi con
l’intransigenza – politica ed religiosa - che l’organizzazione proclama sulle vicende palestinesi, dare a tale
intransigenza una maggiore espansione territoriale e contiguità nei confini di Israele, è sicuramente una
eventualità da evitare. Ad Israele interessa soprattutto la propria sicurezza nazionale anche a costo di doversi
confrontare con un regime sanguinario. Comunque tra Damasco e Tel Aviv un dialogo indiretto c’è sempre
stato ed un modus vivendi tra i due Stati si è sempre trovato. Israele ha adesso bisogno di confrontarsi con
un nemico più pericoloso che è l’Iran. Non può distogliere forze su altri teatri. Come avanza il programma
nucleare iraniano altrettanto aumentano le probabilità di un prossimo intervento militare israeliano contro le
centrali di quel Paese.
–
La destabilizzazione della Siria e la conseguenze sulla stabilità della regione non sono nell’interesse della
Turchia. Ankara preferisce avere interlocutori sicuri su cui costruire la sua egemonia nel mondo arabo.
Damasco ed il suo regime sono già asserviti agli interessi geo-strategici di Erdogan. Vi è poi , oggi
nuovamente immanente , la questione curda dopo la serie di attentati perpetrati dal P.K.K. in ottobre contro le
guarnigioni militari turche. E’ pur vero che questi attacchi sono partito dal Kurdistan irakeno , ma la
problematica dei diritti di questa numerosa popolazione interessa tutta un’area geografica che coinvolge la
Turchia, l’Iraq, la Siria e l’Iran. Già nel 1998 la Siria che appoggiava le rivendicazioni del P.K.K. , di fronte alle
minacce di un intervento armato della Turchia , aveva costretto Ocalan a lasciare il Paese. Se la Siria si
dissolve in una guerra civile , i gruppi armati curdi potrebbero nuovamente trovare santuari e basi in questo
Paese;
–
L’Arabia Saudita aveva ritirato il proprio ambasciatore a Damasco in agosto per protesta contro le efferatezze
del regime alawita. Questo però non qualifica che Re Abdullah veda con minore timore un ricambio politico ai
vertici della Siria con conseguente determinazione di un vuoto militare. Gli accordi tra Damasco e la Lega
araba , favoriti da Ryad , vanno in questa direzione. E’ un tentativo che comunque si confronta con
l’intransigenza del regime siriano. Ma dietro l’angolo , nei timori sauditi c’è il rischio che una situazione del
genere possa avvantaggiare l’Iran. Da non dimenticare, al riguardo che in Arabia Saudita gli sciiti
rappresentano circa il 15% della popolazione;
–
Sul piano prettamente politico un intervento militare della Nato e/o di Paesi occidentali rischierebbe di
configurarsi non solo come atto di neo-colonialismo o imperialismo ma come un supporto militare ad Israele .
Ed è un aspetto che non gioverebbe all’immagine degli aventi causa soprattutto perché l’attuale governo
Netanyahu è arroccato su posizioni oltranziste nei negoziati con l’OLP. C’è poi, come già accennato un
eventuale attacco contro l’Iran da parte israeliana ed in questa eventualità, sicuramente con l’appoggio angloamericano;
Gheddafi aveva molti nemici , non solo in Occidente , ma anche nel mondo arabo ed africano. Bashar Assad
gode di una reputazione “migliore” anche perché in Medio Oriente la mancanza di democrazia , la violazione
dei diritti umani, e l’ereditarietà del potere sono merce ricorrente e non indispongono più di tanto. Trovare
simpatizzanti o all’occorrenza sostenitori alla propria causa risulterebbe più facile al dittatore siriano di quanto
non sia riuscito al suo omologo libico.
–
–
Il regime alawita, proprio perché è rappresentativo di una minoranza rispetto alla preponderante presenza di
sunniti (in percentuale il 74% contro il 15-16% degli alawiti), ha avuto sempre un rapporto privilegiato con le
altre minoranza religiose, in primis i cristiani che sono circa il 10%. Le chiese e le relative comunità godono di
particolari agevolazioni fiscali e pratiche. Ed è per questo i cristiani vengono talvolta ritenuti collusi con il
regime. E’ una circostanza che pone preoccupazioni per il loro futuro, soprattutto se il potere passasse nelle
mani dei Fratelli Musulmani. E dietro le preoccupazioni dei cristiani ci sono quelle delle nazioni occidentali.
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CHI SARA’ IL PROSSIMO AMBASCIATORE LIBICO IN ITALIA?
Nel sistema delle strutture di sicurezza che Gheddafi aveva messo in piedi nel Paese, l’attività di spionaggio
all’estero era delegata all’ External Security Service ( Jihaz al aman al Kharigi), un organismo che dal punto di vista
ordinativo operava all’interno del Ministero degli Affari Esteri (alias Comitato generale per le relazioni esterne e la
cooperazione internazionale). Era una dipendenza più formale che sostanziale , soprattutto di carattere amministrativo
ma nella realtà il Capo dei Servizi prendeva ordini e rispondeva del suo operato unicamente al Rais. Quindi una
dipendenza formale (teorica) ed una funzionale (pratica).
Questa dipendenza comunque aveva il vantaggio di una forte commistione tra la tipica attività di politica estera di un
Paese e la sua attività di spionaggio. Gli ambasciatori e/o alcuni altri ranghi della struttura diplomatica della
Jamaryahall’estero erano alternativamente uomini provenienti direttamente dai Servizi o comunque persone di fiducia
di Gheddafi e asserviti agli interessi dei Servizi. Tra i compiti primari dell’E.S.S. , nei periodi antecedenti alla svolta di
apertura all’Occidente del 2003, vi era quello della raccolta di informazioni sui cittadini libici residenti all’estero,
individuare tra essi gli oppositori ed eliminarli.
Ed è in questo periodo storico di caccia agli oppositori e di repressione della dissidenza che vengono scelti , con
maggior ricorrenza , come rappresentanti diplomatici all’estero uomini dei Servizi. La designazione di Hafez Gaddur a
console libico in Palermo nel 1988 premia un ex capitano della polizia libica , passato nei Servizi ed ora adibito
“ufficialmente” ad un incarico diplomatico. E’ un uomo di fiducia del regime ed è legato sul piano personale ad un altro
esponente del regime che poi prenderà il controllo dell’External Security Service : Mohamed Abdulsalam Musa Kusa
che nel giugno 1980, quale ambasciatore libico a Londra si farà espellere per delle dichiarazioni pubbliche in cui
proclamava la necessità dell’eliminazione fisica degli oppositori all’estero.
Gaddur rimane ben 12 anni a Palermo favorito anche dal fatto che Musa Kusa sale nelle considerazioni di Gheddafi e
guida una organizzazione , la “Mathaba” , organismo dedicato , soprattutto all’attività all’estero come centro “per la
lotta contro l’imperialismo , il sionismo, il fascismo, il razzismo”. Molto più prosaicamente la Mathabacontinua la caccia
agli oppositori che scappano all’estero. Nel 1992 Musa Kusa diventa vice ministro degli esteri e nel 1994 prende la
guida dell’External Security Service. La carriera di Gaddur è tutta in discesa. Dopo Palermo diventerà ambasciatore
libico in Vaticano e – dopo altri 3 anni ambasciatore libico in Italia.
Il legame Musa Kusa- Gaddur diventa sempre più stretto e Gaddur diventa sempre più importante. Ma il personaggio
ha anche altre amicizie importanti come quella che lo lega ad Abdallah Senussi , marito della sorella della seconda
moglie di Gheddafi e pilastro del sistema di sicurezza del regime, già Direttore dell’Intelligence Militare , poi colpito da
un mandato di cattura internazionale per il suo coinvolgimento nell’abbattimento di un aereo della compagnia UTA sui
cieli del Niger nel 1989. Uomo brutale , coinvolto personalmente nella repressione nel carcere di Abu Salim nel 1996
( furono uccisi circa 1200 detenuti e da questo episodio è poi nata in Benghazila scintilla per la rivolta contro il regime
in febbraio a seguito dell’arresto di un avvocato che tutelava gli interessi dei familiari delle vittime).
Senusssi – lasciato per motivi di opportunità internazionale l’incarico di Direttore dell’Intelligence militare, viene messo
in copertura come vice direttore dell’External Security Service ( quindi – ma solo apparentemente- sotto Musa Kusa)
per poi riemergere nel 2009 ancora come capo dell’Intelligence Militare nonché Capo del Comitato per la lotta contro
l’immigrazione clandestina , organismo che soprattutto è servito da copertura per assicurare a Senussi il
coordinamento di tutti gli apparati di sicurezza del Paese : Polizia, esercito , Servizi (interno , esterno e militare).
Gaddursi agita spesso a favore di Senussi per accreditarlo anche nei rapporti con l’Italia, nonostante questo mandato
internazionale di cattura : lo presenta senza preavviso al Ministro dell’Interno italiano nel 2009 durante una visita di
quest’ultimo a Tripoli. Lo fa accettare come membro di una delegazione in visita in Italia sempre nell’ambito delle
trattative per l’immigrazione clandestina.
Gaddurha queste grosse entrature in Libia ( integrate anche dal fatto che sua sorella veniva accreditata di essere nelle
grazie del leader e del fratello di Musa Kusa che era capo della segreteria di Gheddafi) e le sfrutta per accrescere il suo
prestigio sul territorio italiano. Il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione che verrà firmato tra Italia e Libia il
30 agosto del 2008 a Benghazi viene pilotato da lui direttamente diventando l’interlocutore principale nelle trattative
ed esautorando, nei fatti , la rappresentanza diplomatica italiana a Tripoli. Parla direttamente con le più alte cariche
governative e politiche dell’Italia. Lo fa in modo trasversale ma sempre accreditando – talvolta anche millantando - il
suo potere decisionale a conferma del suo credito in Libia. Si pone al centro di ogni trattativa economica (Unicredit,
ENI, Finmeccanica) , contatta ditte e pilota i possibili investimenti libici . Viene collocato in alcuni consigli di
amministrazione. Usa discrezionalmente il rilascio di visti per la Libia che non vengono mai concessi senza la sua
personale autorizzazione e così ha la possibilità di favorire o discriminare le società che intendono operare
commercialmente a Tripoli. Invita in continuazione autorità o personalità italiane in Libia. Vuole e riesce a diventare
l’unica porta di ingresso per ogni possibile accordo, commerciale me/o politico c, con il suo Paese.
Ma nel febbraio di quest’anno le cose cambiano. Il regime inizia la repressione, le potenze internazionali decidono un
intervento armato contro Gheddafi e Gaddur si rende subito conto che il vento sta cambiando. Mantiene inizialmente
una posizione prudente dando l’idea di non condividere le velleità repressive di Gheddafi.Quando il suo principale
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sponsor, Musa Kusa, defeziona in Londra a marzo, non ha più dubbi. Rilascia dichiarazioni pubbliche alla presenza di un
altro ambasciatore dissidente , Shalgam nonché predecessore di Gaddur nella sede diplomatica romana. Fa ammainare
la bandiera della Jamaryahdalla sua residenza , pone ora sul pennone quella nuova . Alle interviste si presenta con al
bavero la spilla dei ribelli. Alla prima visita del Premier libico a Roma fa di tutto per apparire e soprattutto per farsi
accreditare come e comunque il continuatore dei rapporti tra Libia e Italia. Ha bisogno soprattutto di far dimenticare i
suoi trascorsi e collusioni pregresse.
Adesso Gaddur sta combattendo la sua nuova battaglia. Lo fa per la sua sopravvivenza politica e forse anche fisica . A
Tripoli è visto con forte sospetto . Sa che su di lui . il Consiglio di Transizione Nazionale ha aperto un dossier. Era stato
convocato nelle ultime settimane a Tripoli ma lui prudentemente ha rifiutato di presentarsi aspettando –così si è
giustificato- che il nuovo governo entri nel pieno dei suoi poteri . Gioca a suo favore il fatto che lui conosce ogni intrigo
commerciale pregresso tra i due Paesi e che nel contempo ha grosse entrature nell’establishment italiano. Per
continuare a esercitare la qualità di questi contatti italiani ha ora bisogno di fare ancora credere che niente è cambiato
nel suo potere personale.
Il C.N.T. , da parte sua ha bisogno ancora di questo know how che possiede Gaddur , almeno nel breve periodo prima
di potersi permettere l’esautoramento di un personaggio che è stato per oltre 20 anni al centro di ogni intrigo libicoitaliano.
Ma la domanda è adesso più che lecita : chi sarà il prossimo ambasciatore libico a Roma?
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