Cristo Signore è risorto alleluia

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Cristo Signore è risorto alleluia
N.
70
Marzo-Aprile 2016
PERI ODICO DELLA PA RRO CC HI A DI SA N NICOLA VE SCO VO IN DER GA NO
Cristo Signore è risorto
alleluia
Parrocchia di San Nicola Vescovo in Dergano
via Livigno 21, 20158 Milano,
tel. 026884282, fax 02680621
www.dergano.org; [email protected]
Sacerdoti
Don Mario Garavaglia, parroco, tel. 026884282.
Don Giorgio Brianza, vicario parrocchiale,
cell. 3386703292
Don Stefano Conti, coadiutore,
cell. 3407621384
Uno sguardo
in Dergano
periodico della
Parrocchia
di San Nicola
Vescovo in Dergano
N. 70
Marzo-Aprile 2016
Direttore responsabile:
Gerolamo Castiglioni
Redazione:
Arcangelo Berra
Claudio Brusati
Raffaella Galliani
Elena Orioles
Marco Porzio
Luigi Tardini
Direzione e Redazione:
via Livigno 21,
20158 Milano
Stampa:
Ingraf
via Monte San Genesio 7,
20158 Milano
Editore:
Parrocchia
di San Nicola
Vescovo in Dergano
via Livigno 21,
20158 Milano
Registrazione:
Tribunale di Milano
n. 37
del 25 Gennaio 2010
Orari delle Sante Messe:
Domenica e festività
8.00; 10.00; 11.15; 18.00
Sabato e prefestivi
8.30; 18.00
Giorni feriali
8.30; 18.30
Per far celebrare le Sante Messe con intenzioni
particolari, si prega di rivolgersi in Segreteria.
Segreteria parrocchiale:
tel. 026884282; fax 02680621
Orari
da lunedì a giovedì 9.10 - 11.15 / 15.30 - 18.15
venerdì
15.30 - 18.15
Sommario
Pasqua di Risurrezione: “In Te la nostra gloria”
Pasqua: non solo domenica, ma l’intero Triduo
Ingresso in parrocchia
Riconoscere il nostro peccato
Papa Francesco visita i “fratelli maggiori”
Incontro con il patriarca Kirill
Chiedere a Maria una fede più grande
Esercizi spirituali
Visita a sant’Ambrogio
La gente è convenuta per un’esperienza vissuta
Il Consultorio La Famiglia
Missioni: Centro Edimar
Guarire grazie alla preghiera
Opere di misericordia: consigliare i dubbiosi
Visitare gli ammalati
Un incontro sorprendente
Programma Settimana santa
Libri
Ricordo di don Savino
Anagrafe parrocchiale
In copertina: Caravaggio, l’incredulità di Tommaso
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Editoriale
Pasqua di Risurrezione
“In Te la nostra gloria”
itorna la Pasqua.
Come la natura in
questo tempo si risveglia
e con la sua freschezza
ci riempie il cuore di novità
e bellezza, così la Pasqua
è l’Avvenimento che porta con
sé la certezza di una vita
nuova.
Ma verrebbe da chiederci:
dove possiamo incontrare
e sperimentare questa
possibile novità? Da dove
origina? Certo non traspare
dalle notizie che ci vengono date
circa la vita del mondo, così
segnata da timori e da grande
indifferenza.
Non sembra certo scaturire dalla
vita sociale del nostro Paese, dove
spesso si è lasciati soli ad affrontare
le sfide della vita, a fronte di
promesse annunciate a gran voce.
Anche la convivenza fra le persone
è caratterizzata dalla fragilità
umana, così drammaticamente
espressa nei tanti fatti tragici di cui
continuamente ci parla la cronaca.
Dov’è allora la novità della Pasqua
e la gioia della Risurrezione
di Gesù?
Le donne che andarono al sepolcro,
dopo la morte di Gesù,
si portavano nel cuore questa
stessa nostra ultima tristezza,
questa quasi impossibilità
di riconoscere un bene.
R
Ma in modo imprevisto
e imprevedibile trovarono
il sepolcro vuoto:
Gesù aveva vinto la morte
e con essa ogni fragilità umana.
Oggi come allora questo accade
dove uomini e donne si giocano
nella vita con il desiderio di
affrontare l’esistenza in tutti i suoi
particolari con la positività che
nasce dall’avvenimento della
Risurrezione di Gesù, e generano
così luoghi di vita nuova
incontrabili da ciascuno.
Basta nel vivere saper guardare
e cercare, tenendo desto il
desiderio di bene che ci portiamo
nel cuore. Saremo allora edificati
da molte storie di Resurrezione e di
grazia, e si spalancherebbe per
ciascuno di noi la strada da
percorrere. Val la pena provare!
Buona Pasqua!
Don Mario
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Santa Liturgia
Pasqua: non solo Domenica
ma l’intero Triduo
Ecco come prepararsi alla Pasqua consapevoli del significato dei riti
della liturgia ambrosiana, illustrati da un insigne liturgista
M
onsignor Marco Navoni nella Quaresima 2015 ha tenuto uno dei quaresimali nel quale ha raccontato
con abbondanza di particolari i riti del triduo pasquale nella liturgia ambrosiana. È
stato un intervento lungo, ben documentato e piacevole da ascoltare, ma che non si
può riprodurre in due pagine: per questo ne
abbiamo fatto una sintesi per poter vivere
con grande consapevolezza i giorni più importanti dell’anno.
“Se chiedessi a qualcuno che cosa significa
la parola Pasqua, risponderebbero che è la
domenica di risurrezione. Risposta giusta,
ma giusta solo a metà. Perché? Perché in realtà nella tradizione della Chiesa antica venivano celebrate in raccordo tra di loro due
pasque: la Pasqua di crocifissione, il Venerdì santo, e la Pasqua di risurrezione, alla
domenica successiva”, così ha introdotto
l’argomento monsignor Navoni. Con i fatti
accaduti in questi tre giorni il Signore ci ha
ottenuto la cancellazione dei peccati e il
dono della vita eterna. Le due pasque sono
ovviamente collegate in modo inscindibile:
se non ci fosse stata la risurrezione, la crocifissione di Cristo sarebbe stata un’esecuzione come tante altre, come quella dei due
ladroni, ma, se non ci fosse stata la crocifissione, la risurrezione sarebbe un mito, una
leggenda. Ecco perché giustamente oggi
noi parliamo di Triduo pasquale, di passione, morte e risurrezione.
Prosegue monsignor Navoni: il triduo pasquale ambrosiano comincia con la Messa
in Coena Domini del Giovedì santo. Certo
nel rito ambrosiano c’è anche il ricordo
della istituzione dell’Eucaristia, ma c’è
qualcosa di più attraverso i testi del Lucernario, dell’inno e le letture. L’inno del Gio-
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vedì santo non parla affatto dell’Eucaristia,
ma parla della notte del tradimento e
anche della condanna di Cristo in Croce. E
la cosa diventa chiara andando a vedere la
prima lettura: il libro di Giona. Questa lettura si faceva già 1.600 anni fa, all’epoca di
sant’Ambrogio. La chiave di lettura ce la dà
Gesù stesso nel Vangelo: quando i farisei
chiedono un segno, Gesù risponde che non
sarà dato nessun segno, se non il segno di
Giona. Come Giona rimase tre giorni e tre
notti nel pesce, cioè in fondo all’abisso
(nella Bibbia il fondo del mare è la tomba,
il regno dei morti), poi è stato rigettato dal
pesce a una nuova vita, così sarà per il Figlio di Dio. Nella seconda lettura san Paolo
ai Corinzi narra l’istituzione dell’Eucaristia
nella notte in cui fu tradito. Il rito ambrosiano sottolinea che è la notte del tradimento. In quel contesto il Signore Gesù
istituisce l’Eucaristia. Altra caratteristica
del rito ambrosiano è la lettura della Passione che noi ambrosiani, fedeli a un’antica
tradizione che viene addirittura da Gerusalemme, dalla Chiesa più antica, dividiamo
in due parti e leggiamo al giovedì il racconto dell’Ultima Cena, dell’agonia del Getsemani con i discepoli che dormono, e
dell’arrivo di Giuda che dà il bacio del tradimento, dell’arresto del Signore Gesù, del
processo davanti al Sinedrio, del tradimento di Pietro. Quando canta il gallo, termina la lettura. Perché comincia ad
albeggiare ed è il venerdì. Nella liturgia ambrosiana del Giovedì santo ritorna la figura
di Giuda in modo ossessionante, proprio
per “vaccinarci” dai tradimenti nei confronti del Signore. Ovviamente il tema eucaristico è importante tanto è vero che
dopo la comunione viene polarizzata l’at-
tenzione dei fedeli sull’Eucaristia, che è riposta in quello che una volta si chiamava
scurolo, per l’adorazione eucaristica. Dice
Navoni: “Allora la bella tradizione di sostare in adorazione davanti all’Eucaristia
nelle ore in cui Gesù si consegna per la nostra salvezza vorrebbe supplire al sonno dei
discepoli”.
Nel Venerdì santo il rito ambrosiano riprende la celebrazione della Passione secondo Matteo dal punto esatto in cui la
proclamazione si era interrotta il Giovedì:
dopo il canto del gallo, la lettura riprende:
“Venuto il mattino…” con il giudizio di
Ponzio Pilato e la condanna fino alla morte
in croce alle tre del pomeriggio. Dal Giovedì sera al venerdì pomeriggio è un giorno
solo, le due metà di un’unica realtà che si
richiamano reciprocamente. “Insisto per
far capire che la liturgia ragiona non da
mezzanotte a mezzanotte, ma da vespero
a vespero”. Nella celebrazione del venerdì
pomeriggio c’è il momento in cui si legge
la morte del Signore “… reclinato il capo
spirò”.
In quel momento abbiamo il lutto della
Chiesa: si suonano le campane a morto,
sono spogliati gli altari, sono tolti i candelabri, sono spente tutte le luci, non si usa
più l’incenso, in Duomo è tradizione rivestire l’altare maggiore con un drappo viola
scuro. La Chiesa, che è la sposa di Cristo,
privata del suo sposo, entra in un momento di lutto. Ricorda monsignor Navoni:
“Il nostro milanesissimo e ambrosianissimo Alessandro Manzoni che conosceva
bene la liturgia, nel suo inno sulla Passione
descrive proprio quello che da sempre si fa
in Duomo ‘Qual di donna che piange il marito è la veste del vedovo altar’”. L’altare è
vedovo: manca Cristo, manca l’Eucaristia.
Ecco perché non ha senso fare la comunione al Venerdì santo (come nel rito romano). Non ha senso perché Cristo è
morto, mi manca, occorre sperimentare
l’assenza del Signore.
Il Sabato santo è il secondo giorno del Triduo. È tutto vuoto, è il giorno del riposo di
Cristo nel sepolcro. Non è che il Signore
Gesù non facesse nulla, perché nella tradi-
zione della Chiesa il Signore è disceso agli
inferi, è andato a spaccare le porte dell’inferno, è andato a prelevare i giusti, cioè ha
già fatto l’anticipo della Pasqua. C’è un
testo dei primi secoli dove si immagina che
Cristo discenda all’inferno, veda Adamo e
lo chiami: “Vieni, tu che fosti creato a mia
immagine”. La redenzione di Cristo non è
solo da Cristo in avanti, ma è da Cristo in
tutte le direzioni temporali e spaziali perché lui è il figlio di Dio, centro del cosmo e
della storia e la redenzione riguarda tutti.
Il Sabato santo è il giorno vuoto: non ci
sono celebrazioni.
La celebrazione inizia al vespero che liturgicamente è già la domenica di Pasqua.
Nella veglia abbiamo alcuni simboli: il simbolo della luce, il cero pasquale, che ci
porta a incontrare il Signore Gesù risorto.
Abbiamo la parola, addirittura nove letture, abbiamo l’acqua del Battesimo e finalmente
reincontriamo
Cristo
nell’Eucaristia.
“Detto questo possiamo farci gli auguri
non di Buona Pasqua, ma di Buone Pasque
visto che le pasque sono due”, così conclude monsignor Navoni.
a cura di Arcangelo Berra
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Ingresso in parrocchia
ll giuramento dal cardinale
In Curia il rito a porte chiuse per
la presa di possesso di sei nuovi
parroci assieme a don Mario
C
on marzo iniziano il loro ministero come parroci nelle realtà cui
sono stati inviati o con l’avvio ufficiale di una nuova Comunità pastorale.
Sono sei i sacerdoti che, nella Celebrazione della Parola che si è svolta a porte
chiuse nella Cappella arcivescovile, col
cardinale Angelo Scola e alcuni vicari di
Zona, vivono questo momento importante, segnato dagli adempimenti canonici, ma ricco anche di un profondo
sensus fidei.
Lo nota il cardinale Scola, esprimendo
gratitudine ai nuovi parroci e ai nuovi
responsabili di Comunità (due, una a
Vanzago e l’altra in pieno centro storico
a Milano), dopo la presentazione dei presbiteri nominati da parte del Cancelliere
arcivescovile: “Occorre valutare tutto il
valore e il significato di questo gesto,
come dice bene il Vangelo di Giovanni mette in evidenza l’arcivescovo -. Preoccupati di ciò che ci attende, sia come
compito immediato, sia nel futuro, nelle
circostanze personali, comunionali e sociali che ci riguardano, manchiamo
spesso il senso del presente perché non
sappiamo cogliere a pieno ciò che ci accade. Questo provoca una dimenticanza
o un eccesso di ansia nel vivere i fatti e,
così, veniamo meno all’accoglimento
dell’azione della Provvidenza nella nostra vita. Non sapere abitare la circostanza in pienezza è un dato che
denuncia la nostra immaturità ed è una
sfiducia nella Provvidenza”. E, sottolinea
ancora il cardinale, identifica “uno dei
motivi per cui non siamo capaci, per una
condizione storica secolare e nei cambiamenti tumultuosi in atto, di mettere il
tutto prima della parte. Quindi ciò che
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non dipende direttamente tra noi finisce
per restare ai margini”.
Il riferimento è alla pagina evangelica
del Buon Pastore e alla Lettura dal profeta Geremia, previsti per l’occasione,
che “non è una progressione di carriera
o un atto di routine, ma un gesto profondo riguardante la propria posizione
di fronte a Dio e alla Santa Chiesa, compiuto davanti al vescovo”.
“Leggendo il capitolo 10 di san Giovanni
mi vengono sempre in mente alcuni appunti del patriarca Roncalli che ho trovato a Venezia”, racconta l’arcivescovo,
che proprio il 3 marzo di quattordici
anni fa faceva il suo ingresso come patriarca nella città lagunare. Come scriveva il futuro Giovanni XXIII, infatti, “si
è Pastori solo se si è padri, ma per questo
occorre avere una grande dimestichezza
con il Padre Celeste: nella predestinazione nel Signore Gesù, non vale nessuna obiezione.
Solo nella consapevolezza che è il Signore che ci chiama e nell’apertura alla
Provvidenza, possiamo compiere il nostro compito. Assumete la vostra responsabilità in quello che papa Francesco ha
chiamato un cambiamento di epoca, in
cui le nostre parole mutano di significato. Tentenniamo, siamo malfermi
sulle gambe, per questo ancora di più
dobbiamo invocare dal Signore di vivere
Un buon pastore si vede dalla
capacità di comprendere il tutto
la sua sequela, la sua paternità per essere autentici pastori».
Da qui, il cardinale deduce due raccomandazioni: “Guardare a ciò che si sta
esplicitando nella Visita pastorale in
atto, che ha come mèta il restringere almeno un poco il fossato che divide la
fede dalla vita, sperimentando quell'apertura all’abbraccio del Padre che
permette di superare l’obiezione di Geremia. Inoltre, mettere il tutto, appunto,
prima della parte, anche se in una
Chiesa grande come la nostra ambrosiana, con la sua vitalità, questo non è
sempre facile. Un buon pastore si vede
dalla capacità di sottolineare ciò che
viene prima, all’interno del tutto, sottraendosi al lamento».
Poi, dopo la Professione di Fede, il Giuramento di fedeltà nell’assumere l’ufficio da esercitare a nome della Chiesa nel quale i parroci e i responsabili di Comunità Pastorali pongono le mani sul
Vangelo, invocando l’aiuto del Signore e la lettura del Decreto di immissione in
possesso. Infine, dopo la Preghiera universale e il Canto della Salve Regina, rivolti alla statua della Madonnina
collocata in Cappella, il momento conviviale, davvero cordialissimo, con il cardinale.
da Lachiesadimilano.it
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Ingresso in parrocchia
L’incontro con Lui ha reso
nuova la nostra vita
La cerimonia dell’ingresso nella nuova parrocchia è sempre un momento
commuovente e significativo per il protagonista e i fedeli che lo accolgono
L’
ingresso a Dergano del nuovo parroco, don Mario Garavaglia, è avvenuto il 6 marzo 2016. La cerimonia
guidata del Vicario episcopale prevede una
fase preliminare nella quale il nuovo parroco assume solennemente gli impegni
previsti dal suo nuovo stato. Seguono la
promessa di rispetto e obbedienza all’arcivescovo, quindi la consegna del Lezionario
e degli Oli Santi. Infine questa prima parte
si conclude con la Benedizione dell’assemblea con l’acqua del fonte battesimale.
Il nuovo parrroco poi celebra la Santa
Messa accompagnato da altri quindici sacerdoti che con lui hanno concelebrato.
Durante la Messa momento importante è
l’omelia con cui il nuovo parroco traccia la
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via che intende percorrere. La riportiamo
integralmente.
“Il Vangelo di questa quarta Domenica di
Quaresima ci fa incontrare la figura straordinaria del cieco nato. In lui è rappresentata l’immagine di ciascuno di noi, con il
proprio dramma e la propria domanda di
verità. A questa domanda Gesù risponde in
modo totalmente gratuito donando non
solo la vista a questo povero cieco, ma
aprendolo all’incontro con Lui.
Il cieco di questo episodio è l’uomo, è tutta
l’umanità. Gesù, ‘luce del mondo’, è venuto a cercarlo: è Lui che lo vede e che
prende l’iniziativa di guarirlo.
Continua a pagina 10-11
Una bella festa
D
omenica 6 marzo, ore 16, insediamento ufficiale del nuovo parroco
don Mario.
In chiesa folla delle grandi occasioni: oltre
ovviamente ai derganesi, un nutrito
gruppo di parrocchiani di Sant’Ignazio di
Loyola e di Metanopoli, sedi del precedente
apostolato di don Mario; nonché alcuni cittadini di Inveruno, suo paese d’origine.
Dopo un breve indirizzo di saluto viene
data lettura del decreto di nomina da parte
dell’Arcivescovo, quindi il Vescovo ausiliare
monsignor Carlo Faccendini procede, come
di rito, a interrogare il neo parroco affinché
accetti l’impegno affidatogli.
Il rito prosegue poi con la consegna del Lezionario, degli Oli Santi e con l’aspersione
dell’assemblea con l’Acqua del fonte battesimale. Quindi il delegato arcivescovile presenta ufficialmente all’assemblea il nuovo
parroco. Segue un lungo applauso.
Inizia quindi la S. Messa della quarta domenica di Quaresima (domenica del cieco
nato).
Nella breve omelia, il neo parroco, dopo
aver ricordato i suoi predecessori, in particolare don Bruno, don Savino e don Gerolamo, ha espresso, in sintesi, il suo
programma, prendendo spunto dall’affidamento della Madonna a san Giovanni, sotto
la croce. Nel rapporto con Cristo si generano legami di paternità, figliolanza e amicizia che possono essere anche più forti di
quelli del sangue: “Volersi bene in Cristo
può generare il popolo santo di Dio”.
Al termine della Messa saluti nel salone-bar
con un ricco buffet per tutti.
Questa è la cronaca, ma, da vecchio parrocchiano, consideravo come negli ultimi
quindici anni abbia assistito all’insediamento di tre parroci, dopo aver vissuto per
trentacinque con uno solo. Si fa un po’ fatica ad abituarsi a questi cambiamenti,
anche perché ogni persona ha le sue caratteristiche, il suo carattere, la sue priorità,
eccetera.
Oggi però sembra che la Chiesa, per vari
motivi, promuova questi spostamenti, e allora bisogna capire qual è l’intento educativo dal quale è mossa.
Riflettendo, sulla base dell’esperienza,
posso dire sia una cosa buona, perché da
ciascuna di queste persone ho imparato.
Ognuno mi ha testimoniato Cristo in un
modo diverso, mi ha richiamato nel mio
particolare.
Abbiamo avuto padri e fratelli nella fede,
ma tutti ci testimoniano che “uno solo è il
Maestro”.
Claudio Brusati
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Ingresso in parrocchia
Segue da pagina 8
A pensarci bene questa è la storia
di ciascuno di noi. Anche noi
siamo stati attesi e cercati: l’esperienza dell’incontro con Lui ha
reso nuova la nostra vita, ha donato un fascino inaspettato alla
nostra esistenza, ci ha lanciati dentro la grande avventura di ogni
giorno.
Ma è come se a volte la semplicità
di quel primo incontro non ci bastasse, ci siamo complicati e la
forza di quella presenza non incide sul nostro vivere. Quanto
siamo lontani dalla libertà di quel
cieco nato. Lieto e certo per quello
che gli era accaduto. Facciamo fatica a ripetere “credo Signore” con tutta la
semplicità e la dedizione del cuore.
Sto un po’ descrivendo la mia esistenza
che pure nell’incontro con il Signore ha
fatto esperienza di una pienezza inattesa
ed esaltante. Me lo ricordano gli anni pieni
di speranze e attese trascorsi con i ragazzi
e i giovani a Metanopoli e l’esperienza straordinaria di amicizia e di paternità vissuta
negli ultimi 23 anni a Milano al quartiere
Feltre.
La nostra vocazione la mia vocazione si
realizza in un continuo riaffermare
‘Credo, Signore!’, nell’adorare Cristo ogni
giorno, ogni momento, riconoscendolo realmente presente in tutto e in tutti.
Alla luce di quanto fin qui detto, desidero
fermarmi un momento insieme su quanto
ci sta ora accadendo.
Per decisione del nostro vescovo, uno
come me, che voi non conoscete, che
molti di voi non hanno mai incontrato di
persona, che avete solo intravisto nelle celebrazioni di queste ultime settimane da
quando mi sono qui trasferito, e che solo
ora comincia a conoscere qualcosa di questo vostro quartiere, ora anche mio, cominciando a scoprirne la ricchezza
umana, viene all’improvviso fatto entrare
nella vostra vita e vi è chiesto di volergli
bene. La stessa cosa è chiesta innanzitutto
a me. Umanamente parlando è un’im-
10
presa
non
semplice, soprattutto pensando
alla
statura di coloro che mi
hanno preceduto e che ho
potuto conoscere: dal patriarca don
Bruno, a don
Savino
che
proprio nei
mesi scorsi ci
ha testimoniato cosa significa obbedire e offrire totalmente la
propria vita nella malattiae nella morte,
fino a don Gerolamo a cui va il saluto e
l’augurio di noi tutti.
E sarebbe veramente impresa impossibile
se dipendesse solo dalla mia e dalla vostra
volontà o capacità. Ma è proprio questo il
miracolo della Chiesa di Dio. Un miracolo
che Gesù, morto e risorto per noi, rende
possibile. Ci vogliono gli occhi per vedere.
Pensiamo un poco a cosa è successo sotto
la croce di Gesù.
Mi riferisco al dialogo che Egli intrattiene
con Sua madre Maria e con Giovanni:
‘Madre, ecco tuo figlio’, ‘Figlio, ecco tua
madre’. E l’evangelista conclude che Giovanni prese Maria in casa sua. Sotto la
croce nasce una nuova parentela, vale a
dire una nuova paternità, una nuova maternità, una nuova figliolanza, un nuovo
modo di essere fratelli e sorelle: legami
forti, molto più forti di quelli della carne e
del sangue. Questa è la Chiesa, e questo capita a noi oggi. Capita tra voi e me.
Perché un nuovo parroco? Che senso ha
questa venuta per voi, per me, per tutti gli
abitanti di questo significativo quartiere di
Milano? Il suo scopo è uno solo: testimoniare che volersi bene in Cristo Gesù, cioè
vivere questa nuova parentela, genera un
popolo, il popolo santo di Dio. Un popolo
in cui ciascuno è a casa sua, all’interno del
quale nascere, crescere, educarsi, studiare,
lavorare, amare, sposarsi e generare, impegnarsi con la società e perfino soffrire, lottare e morire, risulta essere il modo di gran
lunga più affascinante, e - perché no? - più
conveniente di vivere.
Proprio per questo sarò con semplicità al
vostro servizio come il cieco del Vangelo di
oggi: libero, lieto e certo. Non gli importava di quanto accadeva intorno a lui (dicerie, pregiudizi e altro): continuava a
ripetere la sua certezza: ‘Prima non ci vedevo e ora ci vedo’.
È un tempo drammatico ed esaltante
quello che stiamo vivendo, è un tempo
anche breve: per questo sono chiamato con
voi a cercare ‘l’unica cosa necessaria alla
vita’ e a imparare a volervi bene nel Signore, a voi che mi siete stati donati e che
già da ora mi siete cari.
Desidero essere tra voi testimone della bellezza che è stata per la mia vita l’aver incontrato Cristo ed essere da Lui amato, e
al tempo stesso lasciarmi edificare da ciò
che il Signore opera nelle vostre.
Tutto il resto, cui certamente non faremo
mancare la nostra operosità e dedizione,
verrà però di conseguenza e la fedeltà del
Signore porterà a compimento l’opera da
Lui iniziata nelle nostre vite, offerte per la
Sua maggiore Gloria.
Certo, se avremo occhi per vedere, non cesserà di stupirci!”.
Ringraziamenti
“D
esidero ringraziare ciascuno e
ciascuna di voi per la vostra
presenza e per la preghiera con
cui mi avete affidato al Signore.
Permettete che ringrazi innanzitutto don
Giorgio e don Stefano: in questi lunghi mesi
hanno portato tutto il peso e la responsabilità della parrocchia con generosità e letizia
di cuore. A loro va tutta la nostra riconoscenza.
Ringrazio e saluto l’arcivescovo nella persona del Vicario della città di Milano, monsignor Carlo Faccendini.
Con loro i sacerdoti amici che hanno voluto
essere con me in questo passaggio: dai sacerdoti del decanato di Lambrate a quelli
del nuovo decanato. Tra essi in particolare
gli amici della fraternità sacerdotale che è
cuore e sostegno della mia vocazione
Un saluto agli amici di San Donato e del
quartiere Feltre che hanno desiderato accompagnarmi in questa nuova avventura:
con loro l’amicizia continua e diverrà ancora più profonda.
Ringrazio anche gli amici di Inveruno, mio
paese di origine, e tra loro in particolare i
coetanei del 1948.
Infine tutti coloro che hanno preparato
questa giornata e questa celebrazione, dal
coro a chi ha curato la chiesa e preparato
un momento di festa.
Un abbraccio caro infine a tutta la comunità di Dergano con la ricchezza della sua
storia che da oggi saranno il cuore della mia
esistenza e del compito che mi è affidato.
Il Signore tutti benedica e accompagni”.
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Chiesa di Milano
Riconoscere il nostro peccato
aiuta a costruire responsabilità
Una processione
penitenziale nell’ambito
della Quaresima ha
condotto il cardinale
dalla basilica di
sant’Ambrogio al
carcere di San Vittore
“È difficile pregare e credere
quando ci si sente abbandonati dall’umanità”. Non si
può non pensare a queste parole, scritte da alcuni detenuti, osservando la massa di
persone che ha scelto, in una
sera ancora pienamente invernale, di
camminare dietro la croce, per le vie del
centro di Milano, arrivando, appunto, davanti al carcere di San Vittore. E, allora,
sono davvero un regalo le tre preghiere
– “Cristo, io sono carcerato”, “Non ho
altro da offrirti che me stesso”, e “Padre,
abbi misericordia”, composte rispettivamente dai carcerati di Opera, di Bollate
e di San Vittore –, che vengono offerte a
tutti perché si usino come propria invocazione personale e comunitaria.
La Via Misericordiae è questo per le oltre
duemila persone che affollano, prima, la
basilica di Sant’Ambrogio per arrivare,
poi, davanti alla basilica di San Vittore e
ascoltare, infine, il cardinale Angelo
Scola in piazza Filangieri, davanti all’ingresso della storica Casa circondariale di
Milano.
Si prega, si canta, si riflette attraverso la
Parola di Dio e ciò che hanno scritto i reclusi, idealmente sempre presenti in questa Celebrazione itinerante con e per i
detenuti che si fa “scambio, nella Misericordia, tra chi sta ‘dentro’ e chi sta
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fuori”.
Accanto all’arcivescovo ci sono il vicario
episcopale per la Zona pastorale di Milano, monsignor Carlo Faccendini – la Veglia è evento giubilare per l’intera città
di Milano –, l’abate di Sant’Ambrogio e
vescovo ausiliare, monsignor Erminio De
Scalzi, i Cappellani. E c’è la gente, che
continua ad arrivare, anche a Rito iniziato, i sacerdoti, gli Scouts, i ragazzi del
Coro Shekinah che animano la liturgia.
Tutti insieme per “tenersi in contatto attraverso Dio” con chi sta scontando la
propria pena dietro le sbarre, “in questo
luogo di dolore e di riscatto che separa
dagli affetti”.
E, così, l’episodio del Vangelo di Luca,
con la peccatrice che lava i piedi a Gesù
nella casa del fariseo, arricchito da tre
commenti scritti dai detenuti del Reparto clinico, del “Femminile” e del
Terzo raggio di San Vittore, diviene la
cifre emblematica nell’omelia pronunciata davanti al penitenziario dal cardinale che porta la grande e semplice croce
di legno e accoglie la lampada della misericordia accesa all’apertura dell’Anno
Santo nella Casa circondariale.
A tutti i fedeli – non mancano la direttrice di san Vittore, Gloria Manzelli, gli agenti di Polizia
penitenziaria, i volontari – si rivolge
l’intensa parola dell’arcivescovo che
prende avvio proprio dal brano di
Luca. “Chi è questo uomo che perdona? Anche noi dobbiamo porci la
questione. Non abbiamo bisogno di
questo sguardo? Chi di noi è libero
dal peccato, ma soprattutto chi può
liberarsi da sé dal peccato?”
Una parola, quella di peccato – nota
il cardinale Angelo Scola – che pare essere stata eliminata dal nostro vocabolario di autogiustificazione, per cui al
massimo, provando un poco di senso di
colpa “che è solo l’atrio del dolore dei
peccati” “si parla di errore o di svista”.
Eppure, “questo gesto di stasera parla da
solo, per la nostra Milano che di perdono
ha bisogno, come tutte le città del
mondo”.
Cita, l’Arcivescovo, i carcerati stessi “dobbiamo cercare Gesù, incuranti dei giudizi, sicuri del suo appoggio, forti nella
misericordia, ogni volta che incontriamo
Gesù nella Messa dobbiamo accettare di
sentirci peccatori per sentire la dolcezza
del perdono” – e osserva: “Cercare il volto
di Cristo, sarebbe già un contributo ecclesiale e civico di straordinaria portata”.
E, poi, ancora, le frasi del “Femminile”
sulla donna che circonda di amore non
possessivo Gesù: “per favore, non rubateci l’Amore vero, non rubateci la speranza”, per cui il Cardinale dice: “Il
commento stupendo di queste donne, da
cui ci sentiamo profondamente toccati,
testimonia che laddove c’è solo possesso
non c’è amore”.
Al contrario, riconoscere i nostri errori
aiuta a costruire responsabilità verso gli
altri e ci offre stimoli per crescere:
“Quando prendiamo un momento di respiro dal nostro ritmo di vita indiavolato
e ascoltiamo chi è nella giusta espiazione, chi è capace di andare al fondo di
sé, domandiamoci se anche noi, nel no-
stro ‘autismo’ incapace di comunicazione, non siamo ‘chiusi’ e come pietrificati”.
“Questo nostro camminare per le vie è
l’espressione potente di Cristo che dà
senso alla nostra vita nelle gioie e nel dolore, nelle ansie e nelle speranza. È un
passo, un segno stabile per la Chiesa, per
le realtà associative, per la Milano metropolitana e per tutte le terre ambrosiane.
Avviciniamoci alla Pasqua senza dimenticare il sacramento della Riconciliazione e doniamo qualcosa di noi stessi,
qualche gesto di amore, soprattutto agli
ultimi e ai bisognosi. Abbiamo in comune Gesù, questa è di gran lunga la comunanza più decisiva”.
Una fratellanza che si esprime, a conclusione, nel partecipato gesto di misericordia proposto, quale simbolico digiuno
penitenziale, raccogliendo
offerte per
finanziare
borse
lavoro a favore di chi è
uscito dal
carcere.
Annamaria
Braccini
per Lachiesadimilano.it
13
Chiesa
Papa Francesco visita
a Roma i “fratelli maggiori”
Dopo Giovanni
Paolo II e
Benedetto XVI,
papa Francesco
è il terzo
pontefice
a incontrare a Roma
la comunità ebraica
S
ono ancora forti l’emozione e l’eco del significato religioso e storico della visita di
domenica 17 gennaio alla sinagoga di
Roma di Papa Francesco. È il terzo papa
dopo Giovanni Paolo II nel 1986 e Benedetto XVI nel 2010 a recarsi nel luogo di raduno degli israeliti della capitale. Gli ebrei
sono più che mai “i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede”, ha ribadito papa Francesco per rimarcare
l’appartenenza “ad un’unica famiglia” e
“l’inscindibile legame che unisce cristiani
ed ebrei”.
Una visita che, in un clima di grande calore, affetto, cordialità ed emozione ha manifestato concretamente, anche con gesti
forti, i sentimenti di vicinanza e amicizia,
dopo i passati contrasti.
Papa Bergoglio ha fatto appello a un’unità
ancor più necessaria in un’epoca di estremismi religiosi che seminano terrore.
Dopo aver pregato davanti alla lapide che
commemora il rastrellamento del Ghetto
il 16 ottobre 1943 e salutato gli ex deportati, sopravvissuti ai lager, il pontefice ha
espresso il monito che non siano mai dimenticati gli orrori della Shoah.
L’omaggio alla lapide che ricorda la deportazione degli ebrei romani nel 1943 e a
quello all’effigie in ricordo di Stefano Gaj
Taché, il bambino di due anni ucciso nel-
14
l’attentato terroristico del commando palestinese nel 1982, seguito dall’incontro
con la famiglia del piccolo e con le persone
rimaste ferite, sono stati i due intensi momenti iniziali della visita alla Comunità
ebraica.
Il papa, portando “il saluto fraterno di pace
dell’intera Chiesa cattolica”, ha voluto ricordare quanto, fin dai tempi di Buenos
Aires, gli stiano “molto a cuore” le relazioni col mondo ebraico. “Voi siete i nostri
fratelli e le nostre sorelle maggiori nella
fede”, ha ripetuto, tra gli applausi, l’espressione coniata da papa Wojtyla, augurandosi ancora “che crescano sempre di più la
vicinanza, la reciproca conoscenza e la
stima tra le nostre due comunità di fede”.
In questi 50 anni dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che ha aperto il dialogo
tra le due confessioni, “indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione
e benevolenza. Da nemici ed estranei,
siamo diventati amici e fratelli”.
“Sì”, quindi, alla “riscoperta delle radici
ebraiche del Cristianesimo”, e “no” ad
“ogni forma di antisemitismo”. Il Papa ha
detto: “Proprio da un punto di vista teologico, appare chiaramente l’inscindibile legame che unisce cristiani ed ebrei”.
a cura di Arc. B
Francesco e Kirill,
un incontro già
nella storia
A Cuba, l’abbraccio tra fratelli
cristiani del papa e del patriarca
di Mosca. Nella dichiarazione
comune la preoccupazione per
tutti i cristiani perseguitati
A
eroporto Internazionale "José
Martí" di L’Avana, a Cuba, venerdì,
12 febbraio 2016, prima di iniziare il viaggio apostolico in Messico che
durerà fino al 18 febbraio, avviene l’incontro del sano padre Francesco con sua
santità Kitill, patriarca di Mosca e di
tutta la Russia. Un fatto storico che accade dopo millenni di divisione e che
apre strade insperate per l’unione dei
cristiani e per l’unità di tutta la Chiesa
di Cristo per la quale Gesù stesso ha pregato nell’Ultima Cena del Giovedì santo
davanti agli apostoli.
Un abbraccio e tre baci, poi un lungo
sguardo fisso negli occhi. Papa Francesco e
il patriarca Kirill di Mosca si sono incontrati in una sala dell’aeroporto internazionale dell’Avana. Le telecamere riprendono
in diretta planetaria un incontro che butta
giù un millennio di lontananza. Poi quello
scambio di battute intercettate dai microfoni accessi: “Hermano, hermano, fratello,
fratello, somos hermanos, finalmente!”,
dice papa Francesco. “Ora le cose sono più
facili”, ha ribattuto Kirill. “È chiaro che
quello che sta succedendo oggi è la volontà
di Dio”, ha replicato Francesco.
Le luci dei flash e delle telecamere si spengono, le porte si chiudono e i due primati
rimangono in colloquio privato per due ore
in una saletta preparata appositamente.
Quando escono, ad attenderli, tutti in
piedi, ci sono le delegazioni della Santa
Sede con in prima fila il cardinale Kurt
Koch, presidente del Pontificio Consiglio
per l’unità dei cristiani, e il metropolita Hi-
larion,
capo del
Dipartimento
del Patriarca
per le
r e l a zioni
esterne,
c h e
hanno
lavorato
assiduamente e
dietro le
quinte
per la
realizzazione dell’incontro. E davanti a loro, Kirill
e Francesco firmano una Dichiarazione comune lunga una decina di pagine e suddivisa in trenta paragrafi che toccano tutti le
questioni del mondo moderno, dai martiri
delle fede e dall’unità della Chiesa alla famiglia, dalle guerre all’emergernza dei migranti.
“Abbiamo svolto una discussione fraterna
di due ore - ha detto il patriarca Kirill prendendo per primo la parola -. È stata una discussione piena di contenuti che ci ha dato
la possibilità di comprendere e sentire la
posizione dell’uno e dell’altro. I risultati di
questo colloquio permettono di dire che le
nostre due Chiese possono lavorare attivamente insieme e con piena responsabilità”
affinché “non ci sia più la guerra, affinché
ovunque la vita umana sia rispettata e perché si rafforzino le fondamenta della morale della famiglia e della persona”.
Papa Francesco nel suo breve intervento
torna a ribadire le fondamenta del suo ecumenismo: “Abbiamo parlato come fratelli.
Abbiamo lo stesso Battesimo. Siamo vescovi”. Anche il papa parla di una discussione franca e “senza mezze parole” e,
prima di lasciare L’Avana, ha rivolto un
pensiero al popolo cubano e al suo presidente Raul Castro. “Se continua così - ha
detto -, Cuba sarà la capitale dell’unità”.
15
Vita comunitaria
Chiedere a Maria
una fede più grande
Giornata del malato nell’anniversario
dell’apparizione di Lourdes
È
particolare il popolo che partecipa alla
Messa delle 15.30 di giovedì 11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes
e dell’ammalato. Sono persone che da
tempo non riescono più a essere presenti in
chiesa. Presiede la celebrazione eucaristica
don Mario e concelebra don Giorgio.
All’inizio della Santa Messa, prima della richiesta di perdono, don Mario fa una piccola introduzione. “Ci raduna questo
pomeriggio innanzitutto la festa della
Beata Vergine Maria in ricordo dell’apparizione della Madonna a Bernadette alla
grotta di Lourdes. Alla Grotta di Lourdes si
rivolgono in particolare gli ammalati
quando hanno bisogno di aiuto, quelli che
domandano una fede più grande. Per questo in questo pomeriggio ci siamo trovati
insieme per affidare alla Vergine Maria le
nostre fatiche, le nostre domande, le nostre
paure, i nostri dolori, le incertezze che la
vita che avanza pone continuamente alla
nostra attenzione. Per essere degni di questo incontro con il Signore chiediamo perdono delle nostre colpe”.
Dopo le letture, si legge l’episodio del Vangelo dell’incontro di Maria con santa Elisabetta, don Mario tiene l’omelia.
“Anzitutto benvenuti a tutte voi e a tutti voi
a questo momento di preghiera. Forse qualcuno di voi non sa chi sono. Mi chiamo don
Mario e da una settimana sono qui anche
ad abitare. L’arcivescovo mi ha mandato a
fare il parroco in questa chiesa. E sono contento di celebrare l’Eucaristia questo pomeriggio nel giorno della festa nell’
anniversario dell’apparizione della Madonna a Lourdes. Colpisce il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato. Perché mi
colpisce? Mi colpisce innanzitutto il progetto di Maria che va a trovare la sua cugina
Elisabetta che è in difficoltà perché aspettava un bambino ed era avanti in età. Dice
il Vangelo che Maria “in tutta fretta” va a
trovare la cugina Elisabetta. Colpisce questa
16
frase: perché va “in tutta fretta”? Perché
Maria è come piena del dono di Gesù. L’annuncio dell’Angelo le aveva detto che sarebbe diventata la madre di Dio, la madre
di Gesù e lei è colma di questa presenza, ma
questa presenza la induce immediatamente ad andare dagli altri. È una pienezza
che riempie la vita che uno non può trattenere per sé, uno desidera comunicare
quello che ha ricevuto. È come quando
siamo a tavola e riempiamo troppo il bicchiere che si spande su tutta la tovaglia, è
la sovrabbondanza. La Madonna aveva la sovrabbondanza di un dono, di una certezza
e per questo va a trovare la cugina Elisabetta. È vivere la carità e vivere la carità può
nascere solo dalla sovrabbondanza, è un
impegno della persona: uno ha ricevuto un
dono così grande che non può più trattenerlo per sé.
E credo che la vostra generazione, voi che
adesso siete un po’ avanti negli anni, è proprio la generazione che ha dato tutto,
anche alla mia generazione, ha dato veramente tutto della propria vita con una certezza, con una gratuità di cui noi dobbiamo
essere veramente grati a voi. E questa sovrabbondanza deve ancora accompagnare
la nostra vita, qualunque sia la condizione
che noi viviamo, magari di fragilità, che
uno scopre andando avanti negli anni, o di
malattia. Ma è come se tutto questo fosse
vivo per la certezza della misericordia con
cui
il
Signore
si
china
amorosamente sulla vita di ciascuno di noi. E
quando qualcuno riesce a dire la propria
fragilità, il proprio male, il proprio dolore,
le proprie fatiche è un dono verso il Signore
perché cresca il suo amore tra gli uomini,
perché cresca la Chiesa, perché cresca il
bene dentro il mondo, questo nostro povero
mondo. Uno si dice: che cosa posso fare io?
Sono a casa, non posso più fare niente. E la
mia vita? Tante volte non è capace neanche
di uscire, eppure qualsiasi piccola cosa che
si fa nella propria casa, se offerta al Signore
per il bene di tutti, è veramente capace di
cambiare il mondo. Una piccola cosa è poi
il segno di quel possibile cambiamento
della vita dell’uomo.
La prima parola è la sovrabbondanza di questo dono che il Signore ci fa come a Maria.
E proprio per questo la carità è grande. Poi
mi colpisce quel che succede: quando Elisabetta incontra Maria, dice il Vangelo, “il
bimbo le sussultò in grembo”. Mi ha sempre
colpito questa cosa, perché? Perché è il
primo incontro tra la divinità e l’umanità.
Tra la divinità che Maria portava in sé in
grembo e l’umanità che Elisabetta portava
in grembo pure lei: era Giovanni Battista. È
il primo incontro tra il divino e l’umano, e
questo incontro è come se facesse sussultare quel bambino che era in grembo a Elisabetta e quel bambino era il segno di tutto
il mondo che aspetta la presenza del Mistero, del divino, di Dio nella vita. Per questo quel sussulto.
Qualunque sia la condizione che uno vive,
c’è questa scoperta che, quando si incontra
Gesù, quando si incontra Colui che è il
senso di tutte le cose, il nostro cuore sussulta, è contento e dice: non c’è proprio
nulla nella vita che va perso, non si perde
proprio nulla nell’esistenza. Ieri, come sapete, c’è stato il funerale di don Savino che
ha guidato questa parrocchia per otto anni.
Mi ha colpito quello che mi diceva, me lo diceva lui, lui che era ammalato da tre anni,
diceva: ‘Vedi, io non posso più fare nulla,
meglio sembrerebbe che io non possa fare
nulla, io sono ancora pieno di energia, ho
voglia di vivere, ho voglia di fare le cose, per
la malattia non ho più fatto nulla, eppure
attraverso questo nulla il Signore ha compiuto grandi cose, nella vita della gente,
nella vita della parrocchia, a Corsico. Tante
persone hanno incominciato a cambiare
vita. Ho scoperto che senza fare nulla e affidando questo nulla al Signore ho scoperto
che sono diventato utile a tutti, utile alle
persone che cercano la verità, utile a chi ha
il desiderio dentro al cuore’. Il numero di
persone che c’era ieri al funerale ha proprio
detto questa cosa: c’erano almeno cento sacerdoti e c’era gente fuori anche sul sagrato. Aveva detto: sono malato, non posso
fare nulla, ma c’era il sussulto della presenza del divino, della presenza di Gesù,
che è capace di cambiare le cose. Per questo
la vita diventa una gratitudine immensa
come dice il canto di Maria: ‘L’anima mia
magnifica il Signore e il mio spirito esulta
in Dio mio Salvatore’.
Questa gratitudine compare nella nostra
vita, compare nella nostra giornata, soprattutto quando al mattino ci si alza e si è già
stanchi e si ha davanti tutta la giornata e si
chiede: che cosa farò, che cosa sarò capace
di fare, che fatica affrontare la vita, tutto
questo viene superato dalla gratitudine e
dalla certezza che non siamo soli nel cammino della vita. Maria, quando ha detto sì,
era certa di questa presenza nella sua vita,
perché lei ha dovuto incontrare dolori, incertezze, era lì sotto la croce e ha ripetuto
il suo sì. Quel sì le ha riempito la vita di gratitudine verso il Signore che l’aveva scelta.
E che questo, per intercessione di Maria,
possa accadere a ciascuno di noi”.
Dopo la Comunione i due sacerdoti hanno
amministrato l’Unzione degli infermi a chi
lo ha desiderato.
Dopo la preghiera in comune, è arrivata la
festa nel salone dell’oratorio alla quale
erano presenti anche i bambini travestiti
per il carnevale. Dolci, chiacchiere e il rinnovarsi di vecchie amicizie.
17
Spirito
Quaresima 2016: l’esperienza
degli esercizi spirituali
Al mattino e alla sera la meditazione di un giovane prete per aiutarci
a vivere il momento propizio di questa parte dell’anno liturgico
U
na novità della Quaresima di quest’anno è
stato un percorso di
esercizi spirituali con a tema
“La misericordia cambia il
mondo”. A predicarli è stato
chiamato don Nicolò Ceccolini, un sacerdote giovane
della Fraternità missionaria di
San Carlo Borromeo, venuto
apposta da Roma per stare con
noi per quattro giorni, dal 28
febbraio al 2 marzo.
Domenica 28, don Nicolò
nelle omelie di tutte le Messe,
prendendo lo spunto del Vangelo in cui si
racconta l’incontro di Gesù con la donna
samaritana venuta ad attingere l’acqua al
pozzo di Giacobbe, ha ricordato come il
Signore viene sempre per primo incontro
all’uomo peccatore per offrirgli “l’acqua
viva”, bevendo la quale l’uomo non avrà
più sete, anzi diventa lui stesso la fonte di
acqua che zampilla fino alla vita eterna. E
la risposta è solo la fede e l’apertura del
cuore per accogliere la misericordia di
Dio, come accadde alla donna samaritana.
Nei giorni feriali seguenti (lunedì 29 febbraio, martedì 1 e mercoledì 2 marzo) le
lezioni sono state predicate in due momenti diversi: al mattino alle ore 9 (dopo
la Messa 8.30) e alla sera alle ore 21 per
dare la possibilità di partecipare alle persone occupate durante la giornata.
Il tema di lunedì diceva: Un uomo smarrito: la guarigione del paralitico. “Ti sono
perdonati i tuoi peccati”. Il racconto dell’evangelista Marco, quasi una cronaca
dei fatti avvenuti, descrive Gesù presente
a Cafarnao (in quel periodo abitava nella
casa di Pietro) sempre circondata da una
18
numerosa folla che lo ascoltava e che gli portava gli ammalati e gli indemoniati
perché li guarisse. Un giorno
gli amici di un paralitico,
perché non riuscivano ad avvicinarsi a Gesù, chiuso in
casa assediato dalla folla, scoperchiarono il tetto per calare giù il lettuccio con il
malato per presentarlo al Salvatore. Gesù come prima
azione dichiara che gli sono
perdonati i suoi peccati e di
fronte all’obiezione dei farisei guarisce il paralitico per affermare il
suo potere. Don Nicolò fa meditare sugli
amici che con fede lo portano da Gesù superando l’ostacolo della folla, sulla divinità di Gesù che rimette i peccati e
guarisce e anche sul paralitico al quale ordina di portarsi via il lettuccio e cioè che
l’uomo redento non deve rinunciare a
nulla della sua vita passata, anzi tutta
quanta è redenta.
Al martedì il tema era: Un padre che
cerca, il figliol prodigo. “Commosso gli
corse incontro”. Luca, nel Vangelo, tratteggia con precisione le tre figure, quelle
del padre, del figlio minore e anche quella
del figlio maggiore. Don Nicolò riflette sui
tre personaggi: il figlio minore che cerca
la libertà lontano dal padre, ma che alla
fine ritorna pentito; il figlio maggiore che
resta in casa, ma è triste come se fare la
volontà del padre lo rende triste e il padre
che cerca entrambe i figli, che non smette
mai di amarli e di volerli con sé, come il
Padre celeste che ama per primo tutti i
suoi figli che ha creato.
Al terzo giorno il tema dichiarava: Una af-
fezione sempre nuova, in casa di Simone
“Ha molto amato”. Ancora Luca racconta
in questa pagina di Vangelo della donna
peccatrice che lava i piedi di Gesù con un
unguento prezioso, li asciuga con i suoi
capelli e piange lacrime di pentimento.
Fatti questi che Gesù sottolinea in rapporto con la trascuratezza del padrone di
casa Simone quando Gesù è entrato nella
sua casa. Ancora una volta sono la tenerezza e la misericordia di Dio che sono al
primo posto di fronte agli uomini.
I bambini del catechismo
in visita a Sant’Ambrogio
S
abato 30 gennaio, con i bambini
del catechismo di terza elementare
siamo andati in visita alla Basilica di S.
Ambrogio. Il nostro desiderio era quello
di far loro incontrare un grande Santo
e di attraversare la Porta Santa e in questo siamo stati aiutati da Don Stefano
che ha introdotto ai bambini il significato del Giubileo della Misericordia.
Alcuni di loro hanno voluto raccontare
questa giornata:
“…mi ha colpito molto il corpo di S. Ambrogio tra i due martiri che sono Gervaso
e Protaso, che tra l’altro, sono stati trovati
da Sant’Ambrogio stesso e quindi i corpi
dei martiri sono più antichi della Basilica…”
“…mi è piaciuto quando nella cappella vicino alla cripta la catechista ci ha raccontato la storia di S. Ambrogio, in particolare
quando Sant’Ambrogio trova le reliquie dei
martiri…”
“…abbiamo aperto la Grande Porta e
quando l’abbiamo passato abbiamo detto
qualche preghiera…”
“…abbiamo visto i due campanili: il più piccolo è più antico del grande, il grande è
meno antico. In cima alla colonna ci sono
delle sculture che rappresentano il bene e
il male. C’erano dei disegnini sui muri e
c’era anche l’altare d’oro con scolpita davanti la vita di Gesù e dietro la vita di S. Ambrogio…”
“…dentro alla chiesa abbiamo visto due colonne; la colonna a sinistra era con il bastone di Mosè diventato serpente e poi c’era
quella di destra”
“…dopo dovevamo fare un gioco ma era
troppo tardi e quindi per premio di consolazione ci hanno dato le caramelle. Infine
abbiamo fatto una foto. Siamo saliti sull’autobus e abbiamo cantato un po’di canzoni
tipo O Maria Salvador, Uno di quei giorni,
Da Roma a Bankok…”
“…e’ stata una bellissima gita…”
“…spero che faremo ancora una gita di questo genere. Arrivederci e grazie di aver letto
questo pensiero…”
Certo è stata una mattinata speciale, ma la
grazia che ci ha commossi maggiormente
è stata quella di accorgersi che noi apparteniamo ad una storia grande che ancora
oggi ci attende e che attraverso la vita di uomini santi e il volto di chi ci accompagna è
offerta anche a noi.
Le catechiste e i bambini di terza
19
Società italiana
La gente è convenuta
per un’esperienza vissuta
I
l Family Day del 30 gennaio
scorso a Roma è stato un
evento sorprendente già
per il semplice fatto di essere
accaduto; nel senso che nel
contesto frammentato di oggi
il riunirsi spontaneo di molti
in nome di un’idea e di un giudizio su una una realtà importante è un fatto di grande
rilievo, di cui quasi più nessuno è capace. La gente poi era
là convenuta in gran parte
come famiglie, in modo dunque non ideologico, ma concretamente
ancorato
a
un’esperienza vissuta e sentita
come un prezioso patrimonio
da proteggere, da difendere,
da proporre. Il Family Day è stato così un
evento che, al di là dei suoi possibili limiti, è stato un momento di connessione
tra un popolo, quello delle famiglie, e una
cultura, sintetizzata in alcuni giudizi su
una delle questioni più rilevanti del nostro tempo, quella appunto della famiglia.
Per tutto ciò non può non colpire, a mio
avviso, che sull’evento siano state dette
molte cose, a favore o contro, ma senza valutare questo aspetto di iniziativa popolare e culturale insieme (oppure
valutandolo solo dal punto di vista del suo
peso o pericolo per gli equilibri politicopartitici). Invece è stato un esempio molto
significativo di come potrebbe essere in
generale una rinnovata presenza civile
dei cristiani, come testimonianza e come
forma di presenza politica non partitica,
in un mondo che metterà sempre di più
alla prova le realtà umane essenziali.
Un caso significativo in questo senso è la
proposta di legge Cirinnà sulle unioni civili, ancora in discussione in Parlamento.
Il punto capitale è il tentativo in essa con-
20
tenuto, sinora solo parzialmente contrastato, di equiparare tra loro tutte le forme
di unioni sessuali in qualche misura stabili, con l’inevitabile conseguenza di far
perdere al matrimonio, e quindi alla famiglia, la speciale considerazione giuridica
di cui gode ancora nel nostro ordinamento. Che significa non riconoscere più
che matrimonio e famiglia siano beni, e
produttori di beni fondamentali e indispensabili alla buona vita umana.
Francesco Botturi
Il Consultorio La Famiglia
Il Consultorio La Famiglia Onlus è un’Associazione a sostegno della famiglia nei
suoi molteplici possibili bisogni di tipo
sociale, medico e psicologico. Inizia la
sua attività nel gennaio 1977. Una storia
lunga 38 anni...
Siamo, in via Arese 18, 20159 Milano.
I nostri orari.
Dal lunedi al venerdi 9 - 13 e 14 - 19
Sabato: 10.30 - 12.30
Il consultorio
La Famiglia
Durante la Giornata della Vita alla Messa delle
10 sono state benedette le mamme in attesa e
quelle che avevano figli neonati. Ecco le testimonianze di due di loro
C
iao Rosi! Come stai? Noi siamo a
Roma da due settimane, non è facile
essere in una nuova città e lontano
da amici e famiglia, soprattutto adesso che
c’è Maria! A parte i primi giorni molto faticosi, nei quali la tristezza ha spesso preso il
sopravvento, ora va meglio. Abbiamo trovato delle amiche con bimbi da andare a
trovare durante la settimana... E poi aspettiamo di poter andare a fare il corso di acquaticità il mese prossimo. Maria è sempre
una bimba buona e tranquilla e ora ha proprio bisogno di attenzioni, vuole essere intrattenuta e a modo suo chiacchiera e ride
sempre.
Una cosa che mi manca molto è l’appuntamento in consultorio con voi e con le altre
mamme! Ne ero certa anche prima, ma
adesso che sono qui a Roma mi accorgo di
come sia davvero un aiuto grande avere un
posto così. Un posto dove ci si sente accompagnate in questa avventura nuova, un
posto nel quale sia mamma sia bimbo possono riposare e stare bene insieme perché
non sono soli. Infatti sono grata perché per
due mesi ho avuto la possibilità di venire lì.
Ora torno la settimana di Pasqua e verrò all’incontro sul sonno del bimbo il 23 marzo.
Spero di vedervi presto. Un abbraccio anche
da parte di Maria! Ciao!
Rita
D
a pochi giorni Caterina ha compiuto
il suo primo anno. Che impressione
e nello stesso tempo commozione
guardare a tutti i giorni che sono passati
dal primo adoggi. E il primo non è solo il
giorno in cui è nata, in cui per la prima
volta dopo tanto tempo l’ho vista e per la
prima di tantissime volte l’ho presa in braccio, velocemente, prima di lasciarla nelle
mani di mio marito che aveva degli occhi
così belli tra il riso e le lacrime che sono
l’unica cosa che di tutto quel parto non ho
dimenticato. Ma il primo giorno è anche
quello in cui ho scoperto che c’era, che
l’aspettavo, e il giorno dopo quando sulle
scale dell’ufficio ho chiamato questa Gloria
del consultorio, mai vista e mai sentita, ma
che per fortuna (mia, sua non so..) era ancora a Milano a lavorare anche se era piena
estate.
La prima di una lunghissima serie di telefonate, in cui con grande amore e pazienza
Gloria ci ha accompagnato in tutti i momenti, soprattutto i più difficili dell’inizio
quando Caterina non era proprio sicurissima di voler rimanere attaccata alla sua
mamma.
Volevo ringraziare tutte voi per la dolcezza,
la materna attenzione, la precisione, la pazienza con cui ci avete accolto e aiutato in
tutti i momenti, nell’attesa, durante le visite, nei consigli, la ginnastica, e perfino facendo a turno per venire a trovarmi a casa
a insegnarmi ad allattare (giuro che al prossimo figlio mi impegnerò ancora di più a
imparare!). Ciò che più ha stupito me che,
prima di rimanere incinta così “a sorpresa”,
un consultorio non sapevo manco bene
cosa fosse è che io mi aspettavo in fondo di
trovare un “centro medico” e invece ho trovato una famiglia dove tutti, dalla dottoressa alle signore che ti accolgono, hanno
a cuore te e la tua famiglia, senza dimenticare nessun aspetto.
Ancora grazie di cuore e... speriamo a presto!
Lucia
21
Missioni
Centro
Edimar: 2015
un bilancio
Padre Maurizio, missionario
del Pime, da anni accoglie
offrendo amicizia ragazzi
di strada ed ex carcerati
P
adre Maurizio Bezzi, missionario del
Pime, in Cameroun da 1987, è certo
della bontà del cammino iniziato con
il Centro sociale Edimar, di Yaoundé,
aperto nel 2002, e a tredici anni dall’apertura traccia una sorta di bilancio. In questi
anni ha dovuto talvolta fermarsi, sedersi,
riprendere fiato, riflettere, cercare dei compagni di strada che lo aiutassero a restare
sulla via verso le periferie come insegna
papa Francesco.
In questi anni padre Maurizio ha incontrato migliaia di ragazzi, molti dei quali
trasformati, diciamolo, da piccoli delinquenti a persone con un lavoro e da orfani
tornati in una famiglia in cui si amano. Il
mezzo? Un’amicizia che li ha fatti sentire
amati nella loro persona. Il Centro Edimar
è rimasto fedele nel tempo al suo tentativo
di continuare a proporre ai ragazzi di
strada una “Educazione possibile”.
Talvolta il cambiamento è un miracolo,
come racconta padre Maurizio. Un ragazzo
ferito a una mano da un altro ospite del
Centro si era comprato un machete per
vendicarsi, ma un giorno si presenta al
padre e glielo consegna rinunciando alla
vendetta che è così comune in quella cultura: “Ascoltando quello che dite nei vostri
incontri ho perso il desiderio di vendicarmi…” e si mette a piangere sulla sua vita,
sul suo passato e piange riconoscendo che
il suo cuore è cambiato. Un altro che lavava
le auto, un giorno ha trovato una grossa
somma e non l’ha toccata pensando al-
l’amicizia
che viveva al
Centro…
Come questi,
tanti
altri
giovani sono
passati dal
Centro Edimar dove hanno studiato, hanno imparato
un mestiere, hanno imparato la strada per
reincontrare la propria famiglia, loro che
erano stati abbandonati o se ne erano andati per vivere in strada.
Nel 2015 al Centro Edimar è stato posto
l’accento sulla formazione degli educatori,
sulla stabilizzazione delle coppie che vivevano in strada o che erano ex detenuti, e si
è realizzato un programma di preparazione alla vita di famiglia con anche la gestione finanziaria e delle risorse familiari.
Con quest’opera di educazione padre Maurizio nota anche una riduzione di atti di
violenza nelle coppie e una maggiore regolarizzazione.
Al Centro Edimar nel 2015 ci sono state
circa 30 mila accoglienze. L’infermeria, la
scuola, la biblioteca, l’apprendistato e la
formazione al lavoro e anche il gioco e il
teatro: tutte attività fatte per conquistare il
cuore di questi giovani. Un sorriso, uno
sguardo, un’amicizia, assieme a queste
azioni, il missionario propone anche temi
che gli stanno a cuore e che sono l’essenza
della sua presenza il terra di missione.
a cura di Silvia
22
Incontro
Guarire grazie a preghiera,
lavoro e amicizia
Un incontro con cena è l’inizio
di un dialogo in cui si viene a
conoscere come una comunità
recupera tanti giovani
C
on padre Giancarlo Iollo parecchi
derganesi hanno un rapporto d’ amicizia da quando lui era ragazzino del
quartiere, e mercoledì 27 gennaio ci si è ritrovati in Sala Veronelli per una ricca cena
preparata da cuoche abili, seguita da un altrettanto ricco dialogo.
Padre Giancarlo ha innanzitutto mostrato
un breve video sulla nascita e la storia della
Comunità Cenacolo, dove ora vive svolgendo il suo ministero tra giovani e adulti
segnati da esperienze di droga e altre dipendenze.
Iniziata coraggiosamente da madre Elvira
nel 1983 e ora diffusa in 61 case in tutto il
mondo, la comunità si è estesa con una proposta specifica alle famiglie, perché madre
Elvira si accorse che i disagi e le sofferenze
dei suoi ragazzi avevano un’origine anche
familiare.
Con grande semplicità, Ambrogio e Marilena infatti ci hanno poi raccontato la loro
vicenda di genitori di un ragazzo finito
nella tossicodipendenza, la ricerca di un
aiuto perché da soli non sapevano come
aiutarlo, l’incontro con qualcuno del Cenacolo, il cammino di coppia e di famiglia
durato per anni e tuttora in corso. Ora si occupano dell’accoglienza dei genitori che arrivano disperati accompagnando il figlio, e
li accompagnano nel percorso che porta a
un nuovo rapporto tra di loro, e con lui,
che normalmente guarisce grazie a preghiera, lavoro e amicizia. Questo è il metodo di madre Elvira.
“Dio ha così tanta fantasia che ha suscitato
questo carisma di madre Elvira per arrivare
a salvare mio figlio”, ha concluso com-
mossa
la mamma.
La sua gratitudine la
fa essere responsabile
col marito
della Comunità
nella zona
di MilanoMonza.
Con la sua
vivace testimonianza
degli impegni e dei
viaggi in
varie comunità
anche all’estero, padre Giancarlo ci ha reso
partecipi della sua esperienza e della sua
vocazione, spesso difficile e sfidata dal male
e dal peccato, dalla distruzione dell’umanità nelle persone e dalla loro sfiducia in
un recupero.
La preghiera, anche l’adorazione notturna,
l’accoglienza misericordiosa e la condivisione dei ritmi della Comunità lo rendono
felice e operoso in quel di Saluzzo, ma
anche altrove.
Ha voluto concludere l’intensa serata con
un vero regalo a tutti noi : un recentissimo
video di pochi minuti, girato in occasione
del compleanno di madre Elvira, la madre
che ha accolto tanti e costruito realtà impensabili. Ora è anziana, la salute declina,
ma il cuore è fisso a Gesù e lo slancio è sempre lo stesso.
Ha detto la fondatrice della Comunità: “È
questo il nostro messaggio: vogliamo essere
questa speranza viva di una misericordia
sempre presente”.
Carla ed Elisa
23
Misericordia
Opere di misericordia:
consigliare i dubbiosi
Il dubbio fa parte della cultura moderna, è atto di misericordia
stare vicino ai dubbiosi perché scoprano la verità
I
l dubbio indica lo stato di incertezza
in cui si trova una persona. È la condizione di chi non sa scegliere, di chi
esita e rimane sospeso perché manca di
una visione chiara e sicura. La problematicità della vita si fa sentire nel dubbioso in maniera sconvolgente, così da
renderlo debole, insicuro e per questo
esposto a ogni sorta di rischio. La vita
del dubbioso, purtroppo, oscilla pericolosamente dalla paura all’angoscia, creando situazioni di vera sofferenza.
Il dubbio. È con questo tema che abbiamo bisogno di confrontarci noi, uomini moderni, che abbiamo elevato il
dubbio a metodo. Soprattutto, da
quando Cartesio lo ha fatto diventare
chiave di volta per possedere la conoscenza certa.
Diciamolo con chiarezza: l’estensione
del dubbio oltre misura non consente
all’uomo di ritrovare se stesso e di dare
alla sua vita il fondamento e la certezza
di cui ha bisogno. Il fine a cui tendere,
dunque, è la verità non la permanenza
infinita nel dubbio.
La ricerca della verità, quindi, è un dovere di carità e la vicinanza al dubbioso
Francesca Nelli
Direttore Tecnico
02.365.953.12
24h su 24
FNP
Servizi Funebri
Via Livigno 18 - Milano
24
è una responsabilità che chi ama non
può rifiutare di offrire. È necessaria la
ricerca e la condivisione perché il cammino verso la verità non è mai un percorso solitario, ma sempre un sentiero
condiviso. Forse, in alcuni momenti
potrà anche interrompersi, ma rimarrà
inalterata e sempre presente la cima
verso cui tendere. Si comprende perché
la Chiesa la consideri un’opera di misericordia. Pertanto la misericordia diventa stare vicino al dubbioso e con lui
instaurare il dialogo perché la verità
prenda corpo, la mente si illumini e la
volontà diventi capace di scegliere.
Ciò che entra in gioco, alla fine, è l’esercizio della vera libertà. Il dubbio abilita
alla scelta, ma questa va sostenuta dalla
verità trovata.
Quest’opera di misericordia ha un valore profondamente umano. L’essenza
dell’uomo è messa in questione con il
dubbio, la verità e la libertà raggiunte
gli restituiscono dignità. Per alcuni
versi, è proprio Blaise Pascal che riesce
a portare in equilibrio la nostra problematica quando scrive: “Bisogna saper
dubitare quando è necessario, affermare quando è necessario e sottomettersi quando è necessario. Chi non si
comporta così, non capisce la forza
della ragione. Ci sono persone che sbagliano contro questi tre principi o affermando tutto come apodittico, perché
non si intendono di dimostrazione; o
dubitando di tutto, perché non sanno a
chi bisogna sottomettersi; o sottomettendosi in tutto, perché ignorano
quando si deve giudicare”. Queste pa-
role sono preziose
perché
esprimono
nello
stesso
tempo la forza
della ragione,
sia quando si fa
padrona con il
dubbio
sia
quando sa accettare il suo limite di non
poter andare
oltre.
Il
consiglio
verso il dubbioso, a questo
punto, giunge
come espressione di amore. Si ritorna, infatti, al
cuore, alla condivisione e alla misericordia come forma e anima dell’agire
cristiano. Solo così le nostre parole entrano nell’intimo della mente e chi le
riceve si sente amato prima ancora che
giudicato. Fuori da questo orizzonte, il
rischio di chiedere un consiglio per ricevere solo l’approvazione a quanto abbiamo già deciso, oppure di dare un
consiglio per mostrare la nostra superiorità è sempre all’erta. È urgente, invece, farsi carico dell’altro, diventare
solidale con lui, e per paradossale che
possa sembrare, dubitare e ricercare
con lui. Non con l’arroganza di chi ha
già raggiunto la verità, ma con la passione e il desiderio di ricercarla insieme, pur sapendo di avere ricevuto
già in dono la certezza della fede. E poiché “la fede viene dall’ascolto” (Rm
10,17) è necessario che chi è chiamato a
dare consiglio sappia far tesoro del silenzio. Prima di indicare la strada che
un altro deve percorre è necessario che
io per primo abbia fatto quel percorso
perché la mia parola sia credibile e il
consiglio offerto efficace.
don Giorgio Brianza
Caritas
Progetti di solidarietà
Nell’indire il Giubileo della Misericordia,
papa Francesco ha esortato a porre
particolare attenzione alle sofferenze del
mondo, a dare voce a chi non ha voce a
causa dell’indifferenza, ad aprire il nostro
cuore a quanti vivono nelle più disparate
periferie esistenziali, a stringere le loro
mani perché sentano il calore della nostra
presenza, a “portare una parola e un gesto
di consolazione”, ad “annunciare la
liberazione a quanti sono prigionieri delle
nuove schiavitù” e a “restituire dignità a
quanti ne sono stati privati”. Questo invito
interpella tutti noi!
In un tempo caratterizzato da flussi
straordinari di migranti che fuggono da
guerre, fame, disastri ambientali e
persecuzioni di ogni tipo nelle loro terre di
origine e sono “in cammino verso una
speranza di vita”, la Cei chiede una
attenzione speciale a forme e percorsi di
accoglienza e di riconciliazione.
Nel riconoscimento del “diritto di rimanere
nella propria terra” papa Francesco invita
tutti noi ad adoperarsi anche per una
solidarietà concreta proprio nelle terre
d’origine dei migranti: questo rappresenta
un’importante occasione di collaborazione
e valorizzazione delle esperienze e
competenze di cooperazione internazionale
e missionaria presenti a livello nazionale e
diocesano.
L’impegno a sostenere le Microrealizzazioni
Giubilari va, quindi, nelle due direzioni:
garantire
adeguate
condizioni
di
accoglienza e contribuire alla rimozione
delle cause che spingono alla fuga dai
propri luoghi di origine.
In occasione della Quaresima di fraternità
2016 Caritas Ambrosiana e Ufficio
Diocesano per la Pastorale Missionaria
propongono tre progetti in ambito delle
Microrealizzazioni Giubilari proposte
all’interno della campagna “Il diritto di
rimanere nella propria terra”. I progetti
saranno realizzati in Serbia, Macedonia e
Croazia:
- Serbia: una mensa per i migranti;
- Macedonia: formazione per i volontari;
- Croazia: pasti caldi a Slavonski Brod.
25
Comunità parrocchiale
Visitare
gli ammalati
La visita in una casa di riposo per
anziani: un’esperienza nuova per i
ragazzi che in questo modo rendono
concreto l’anno di misericordia che
il papa ha indetto per questo 2016
Q
uest’anno è l’anno della
Misericordia, noi, ragazzi di prima media ci troviamo
tutti i venerdì pomeriggio in oratorio. Giochiamo, stiamo insieme e qualche volta ceniamo. Spesso prima del gioco ci
dividiamo a gruppetti e cerchiamo di affrontare le proposte che gli adulti preparano per noi. Il tema di quest’anno sono le
opere di Misericordia, corporale e spirituale, e, siccome a noi piace la concretezza, abbiamo deciso di provare a
sperimentarle. Così sabato 20 febbraio
siamo andati alla casa di riposo don Gnocchi a trovare gli anziani che vivono lì.
Ci siamo dati appuntamento a mezzogiorno in oratorio dove ci è stato preparato un pranzo a base di hamburger e
patatine, un po’ di agguerriti giochi e infine ci siamo incamminati verso il centro
don Gnocchi… (un’ora a piedi!) ma anche
questo è stato divertente. Ci ha accolto
suor Rosangela che ci ha spiegato cosa
fare e come comportarci con i vecchietti,
c’era chi poteva mangiare la merenda che
avevamo portato e chi assolutamente non
poteva, quindi avremmo dovuto stare
molto attenti e chiedere qualsiasi cosa
agli infermieri. Ci siamo divisi in piccoli
gruppi e siamo saliti nei vari reparti accompagnati da un adulto. Eravamo un po’
agitati perché non sapevamo cosa ci
avrebbe aspettato.
Caterina Z. Quando sono entrata in quella
sala ero imbarazzata, ma dopo un secondo una vecchietta mi ha guardato e mi
ha detto: “Vieni qua”, così semplicemente
abbiamo cominciato a chiacchierare, mi
ha colpito che sia stata lei a scegliermi.
26
Maria. Nel reparto dove sono andata facevano musico-terapia e mi ha colpito come
il musicista abbia cercato di aiutare una
vecchietta cercando di capire quello che
lei voleva raccontarci.
Giuditta. Mi ha impressionato un’anziana
donna che, nonostante passasse la sua
giornata chiusa in una stanza, riusciva a
essere felice comunque e a trovare il bello
in ogni cosa.
Alessandra. Mi ha colpito che quando
siamo entrati nella stanza gli occhi dei
vecchietti si sono illuminati perché erano
felice di vedere dei ragazzi giovani. In particolare una vecchietta si è messa a baciare tutti.
Camilla. Mi aspettavo di trovare della persone in grado di dialogare con noi, invece
no e il primo impatto non è stato facile.
Nonostante questa iniziale difficoltà il
tempo con loro è stato piacevole ed è volato.
Caterina D. Io ero un po’ imbarazzata all’inizio, non riuscivo a trovarmi a mio
agio. Ma è stato bello stare lì a guardare i
vecchietti mentre suonavamo: erano commossi perché noi eravamo lì con loro, disposti a dar loro un po’ di compagnia.
Caterina E. Mi ha colpito un’anziana che
non riusciva a parlare, ma nonostante
questo si è sforzata di chiedermi informazioni perché le interessava ciò che le raccontavo.
Tecla. La Paola mi ha chiesto di aiutare
una persona che non riusciva a parlare e
a muoversi, io non avrei mai pensato di
imboccare una donna “grande”, di solito
sono le persone adulte che aiutano me, invece sabato per la prima volta mi è stato
chiesto un aiuto così particolare e nuovo.
Qualcuno più spigliato ha fatto meno fatica, altri più imbarazzati magari non riuscivano a trovare le parole, ma è stata
sicuramente un’esperienza particolare
per tutti noi: vedere, toccare, ascoltare,
metterci ai piedi del bisogno altrui ed esserne contenti e stupiti è un piccolo seme
buttato in noi dalla Misericordia: chissà
che frutti porterà…
Caterina Z. - Maria - Giuditta
Caterina D. - Camilla - Caterina E. - Tecla
Un incontro sorprendente
V
orrei raccontare l’incontro che io e
una mia amica abbiamo organizzato nella nostra scuola durante i
giorni di cogestione. La cogestione, per chi
non lo sapesse, è un periodo di tre giorni
in cui la scuola sospende le lezioni e lascia
agli studenti la possibilità di organizzare
assemblee e incontri in cui è possibile invitare persone esterne all’istituto.
Quest’anno io e la mia amica siamo riuscite a contattare e invitare Farhad Bitani,
abbiamo “scoperto” la sua storia grazie a
un articolo della rivista Tracce e attraverso i commenti positivi riguardo una
sua testimonianza durante una vacanza
estiva per studenti. Di Farhad sapevo già
che era stato un fondamentalista islamico
e che, tramite l’incontro con una famiglia
cristiana, aveva riscoperto la sua religione.
Ma la sua testimonianza è stata davvero
spiazzante e bellissima! Ha raccontato
della sua rabbia iniziale nei confronti di
noi cristiani “infedeli” (così ci considerava
da piccolo, in Afghanistan), di come lo divertisse andare allo stadio a guardare le
lapidazioni... finché un giorno, in uno di
quegli “spettacoli”, capita una mamma
che viene lapidata dal suo stesso marito e
dai suo stessi figli. Proprio in quest’occasione tragica Farhad inizia a capire che
qualcosa, in quel modo di vivere, lo lascia
perplesso e inquieto. Durante una sua permanenza in Italia, viene invitato qualche
giorno a casa di un compagno militare cristiano, fatto che inizialmente lo lascia sgomento e guardingo, ma che poi lo
cambierà per sempre. Infatti si ammala di
influenza mentre è ospite di questa famiglia e, nel cuore della notte, si accorge che
la madre del ragazzo cristiano lo cura, gli
rimbocca le coperte, come faceva sua
madre, e inizia a chiedersi perché i cristiani siano gli “infedeli”: come può,
quella donna, essere “il suo nemico”, se lo
aiuta, si prende cura di lui e gli vuol bene?
Tramite questo incontro, dunque, Farhad
è cambiato perché è cambiato il suo modo
di vivere l’Islam. Ha concluso l’incontro
dicendo che incontrare “l’altro”, una persona diversa da lui, lo ha aperto e arricchito, e questa cosa mi ha colpito
tantissimo.
Inoltre mi ha fatto piacere notare che
anche gli studenti del collettivo, i più “rivoltosi” della scuola, quelli che fanno casino e fanno sempre manifestazioni
contro tutto e tutti, sono rimasti molto incuriositi dalla sua testimonianza, tanto da
circondare Farhad e fargli domande
anche a incontro finito. È stata una bellissima e commovente testimonianza, sono
tornata a casa contenta e piena di tutto
ciò che avevo sentito. Non avrei mai pensato che una persona potesse vivere
un’esperienza simile, che grazie a un semplice incontro ma significativo potesse
cambiare totalmente modo di vivere e di
guardare la realtà.
Tiziana Mastantuono
27
Parrocchia
SETTIMANA SANTA 2016
Domenica delle Palme
ore 9,30
Benedizione degli Ulivi, Processione e Santa Messa
Martedì Santo
dalle ore 16,00 Confessioni
ore 21.00
Liturgia penitenziale comunitaria e confessioni personali
con presenti molti sacerdoti
Il coro “Verde Mar” accompagnerà la preghiera
Giovedì Santo
ore 8,30
Preghiera
ore 17,00
Celebrazione della Lavanda dei piedi
ore 21,00
Santa Messa in Coena Domini
Durante la notte la chiesa, lato oratorio, rimane
aperta per la preghiera in cripta
Venerdì Santo
ore 8,30
Preghiera
ore 15,00
Passione e Morte di N. S. Gesù Cristo
Adorazione della Croce
ore 21,00
Via Crucis per le strade del quartiere
Sabato Santo
ore 8,30
Preghiera
ore 21,00
Veglia Pasquale e Santa Messa di Risurrezione
Domenica di Pasqua
Sante Messe secondo l’orario festivo
Lunedì dell’Angelo
Sante Messe: ore 10,00 - 18,00
È POSSIBILE CONFESSARSI TUTTA LA SETTIMANA, IN PARTICOLARE VENERDÌ E SABATO POMERIGGIO
28
Buone letture
Libri
FANZAGA LIVIO
I segreti di
Medjugorje
PIEMME
Un volume che
riporta i
messaggi della
Regina della Pace che, nel
corso degli anni, ci ha svelato
i mezzi per affrontare questo
tempo di dolore.
Quando si parla delle
apparizioni di Medjugorje –
in corso da oltre trent’anni
nel villaggio della BosniaErzegovina e meta di milioni
di pellegrini da ogni parte del
mondo – non si può fare a
meno di trattare dei dieci
segreti che la Regina della
Pace ha affidato ai veggenti.
Il rischio, come si intuisce, è
quello di farne oggetto di
curiosità o speculazione,
senza coglierne il reale valore
all’interno del piano di Maria
che – da Fatima a Medjugorje
– va ormai realizzandosi.
Nel tempo dei dieci segreti
l’umanità sarà messa alla
prova come mai prima
e dovrà attraversare eventi
difficili, situazioni
drammatiche. Come vivere
la prospettiva di questo
tempo di prova senza lasciarsi
prendere dallo
scoraggiamento, dalla paura
o dalla disperazione?
Bisogna ricorrere ai messaggi
della Regina della Pace che,
nel corso degli anni, ci ha
svelato i mezzi per affrontare
questo tempo di dolore. In ciò
sta il “segreto” di Medjugorje,
che fa da sfondo al fenomeno
delle apparizioni che non
cessano di stupire i credenti
e non credenti.
MATTEO FORTE MARIO MAURO
Contro la croce Il
martirio dei
cristiani in Medio
Oriente
ITACA
“Questa situazione ingiusta
richiede, oltre alla nostra
costante preghiera,
un’adeguata risposta anche da
parte della Comunità
Internazionale”, ha detto papa
Francesco.
In Medio Oriente non è in atto
uno scontro di civiltà, quanto
piuttosto una guerra interna
all’islam per la supremazia
politica sulla regione
mediorientale.
Le minoranze cristiane, che
lì vivono da duemila anni, con
le pratiche di vita che le
identificano e le opere sociali,
caritatevoli ed educative che
le contraddistinguono,
rappresentano un intralcio per
ogni progetto egemonico
e totalitario.
La presenza di comunità
cristiane, infatti, costituisce
un elemento di stabilizzazione
nei conflitti e di costruzione
di luoghi di convivenza.
Con parole e fatti esse
testimoniano che la pace
è possibile.
Questa è la ragione profonda
di un urgente impegno della
Comunità Internazionale
a favore di tale presenza,
immenso capitale «nella
costruzione di un mondo
pacificato e pacifico» (San
Giovanni Paolo II), e di reali
spazi di libertà per tutti.
Ne va del futuro non solo
del Medio Oriente,
ma dell’intero Occidente.
a cura di Laura Berra
MASSIMO
MONTANARI
Mangiare da
cristiani
RIZZOLI
Montanari
insegna Storia
medievale all’Università di
Bologna, dove è anche
direttore del Master in “Storia
e cultura dell’alimentazione”.
È considerato uno dei
maggiori specialisti di storia
dell’alimentazione.
Un modello alimentare
cristiano non esiste. Secondo la
tradizione apostolica non
importa cosa si mangia, ma
come si mangia: l’attenzione è
tutta sul gesto alimentare, dai
rituali del convivio al valore
della frugalità. Gli uomini,
però, hanno bisogno di regole,
e la libertà sottesa al
messaggio apostolico
disorienta. Anche per questo la
storia del Cristianesimo
elabora nei secoli una serie
infinita di modelli alimentari,
ogni volta diversi e adattabili
alle più disparate circostanze,
nel tentativo di ridare al cibo
un valore “oggettivo”. La storia
del Cristianesimo è un
patrimonio straordinario di
consuetudini e di contagi
culturali che rimandano alla
tradizione ebraica, alla
filosofia greca, alla scienza
dietetica: dal ruolo del pane e
del vino nell’Eucarestia alla
condanna della “gola”, al
valore di redenzione del
digiuno, dalle pratiche
alimentari monastiche alle
regole dell’astinenza
quaresimale. Con grande
efficacia, l’autore ripercorre
queste storie cogliendo la forza
di precetti e proibizioni, che
investono anche la politica e
gli ordinamenti sociali. Con un
occhio al presente: perché
molto di quello che qui si
racconta ha resistito nei secoli
fino a noi.
29
Comunità parrocchiale
L’accoglienza tramutata in amicizia
Ore 8 di lunedì 8 febbraio
2016 don Savino Gaudio,
parroco a Dergano per otto
anni, è stato chiamato alla
casa del Padre, Il mercoledì
seguente è stato celebrato il
funerale nella sua
parrocchia di Corsico con
l’intervento del Vicario
generale della Diocesi,
monsignor Mario Delpini,
di numerosi sacerdoti
e centinaia di fedeli.
F
acendo la scuola di comunità in questi giorni abbiamo sottolineato la rivoluzione culturale del metodo
cristiano che attrae e convince non in
forza di una ricerca personale quanto
piuttosto con l’entrare in rapporto e il legarsi ad un testimone la cui vita è cambiata dall’incontro con Cristo. Nel testo il
testimone viene ben rappresentato dall’immagine della roccia. Noi ne abbiamo
fatto esperienza incontrando nel 2001
don Savino Gaudio nella parrocchia di
Dergano a Milano di cui era stato nominato da poco parroco. Ci ha subito attratto la sua accoglienza che si è
tramutata subito in amicizia feconda. E
anche quando è stato chiamato ad andare
in altre parrocchie siamo rimasti legati a
lui fino alla grave malattia che lo ha colpito due anni fa. Il suo abbandono totale
all’ultimo compito a cui il Signore l’aveva
chiamato e cioè offrire tutta la sua sofferenza per la conversione di tutti quelli
che lo conoscevano, faceva diventare necessario andarlo a trovare appena si poteva perché anche se uno arrivava carico
di tutte le sue difficoltà e preoccupazioni
dopo averlo incontrato tornava a casa
cambiato dalla sua certezza.
Ieri infine è stato chiamato alla casa del
padre e ne abbiamo fatto festa. Abbiamo
recitato con degli amici davanti a lui l’ora
media che si conclude con questa orazione che racchiude tutto ciò che ci ha insegnato soprattutto in questo ultimo
periodo.
“Signore Gesù Cristo, senza di Te non possiamo far niente, con Te tutto è possibile.
30
Fa che, nel rapido volgere
del tempo, abbiamo a riconoscere il Tuo volere: così
che i nostri pensieri siano
i Tuoi pensieri e le nostre
vie siano le Tue vie. Tu che
vivi e regni nei secoli dei
secoli. Amen.”
Laura e Daniele Piccoli
C
arissimi amici derganesi, ieri mi è arrivato a Roma l’annuncio della morte di don
Savino.
Pur non essendo notizia inaspettata, faccio fatica a mandarla giù.
Ripenso con una certa nostalgia ai quattro anni intensi di Dergano, carichi di iniziative, persone, idee, lavori, condivisioni
e differenze. Anche grazie a don Savino
abbiamo potuto condividere tutto questo.
Gliene sono sinceramente grato e per
questo la sua mancanza mi è più amara.
L’avevo sentito l’ultima volta a Natale, durante il suo viaggio (pazzo?) in Puglia: mi
era parso, come sempre, combattivo. Mi
hanno detto che in questi giorni si è rasserenato ed è morto riconciliato e in pace.
Questo mi consola e questo custodisco
come ultima testimonianza che don Savino mi, ci ha lasciato.
Malgrado una serie di acrobazie tra treni
aerei e agende, domani proprio non riuscirò a essere presente al funerale. Mi
spiace davvero: avrei voluto vedervi e affidarlo con voi al Signore della vita. Lo faremo a 600 km di distanza! Vi chiedo la
gentilezza di salutarmi i tanti amici presenti.
A presto
don Andrea Ciucci
C
arissimi amici inserisco la mia comunicazione su quella di don Andrea e sarò presente domani al
funerale di don Savino.
Ieri ho telefonato a suo fratello per offrire
a lui e a tutta la sua famiglia un semplice
gesto di affetto e la mia preghiera.
Con don Andrea celebreremo una Messa
a Dergano.
don Domenico Sirtori
Vita comunitaria
Anagrafe parrocchiale
NATI IN CRISTO:
Saavedra Palacios Alessia Gherly
Lara Palacios Matteo Nicolò
UNITI IN MATRIMONIO:
RITORNATI ALLA CASA
DEL PADRE:
Russo Ermenegildo
Tinelli Luigi
Elli Alessandro
Canavero Silvano
Scodeller Mario
Bittasi Maria
Gorgoglione Caterina Rosa
Di Matola Giovanna
Passoni Carlo
Stoppa Riccardo
Favaro Cecilia Irma ved. Tartaglia
Pola Gustavo Domenico
Spettacolo teatrale
In questo anno il papa ci
invita a sperimentare la
Misericordia di Dio,
l’amore che ricrea.
La Compagnia teatrale
dei
Geni(at)tori,
al suo 15° anno di attività, in collaborazione
con l’Associazione Genitori Scuole Mandelli Rodari, vuole proporre una favola
che mostri un cammino di redenzione
originato dalla carità, cioè dall’amore
vero.
La storia di “La Bella e la Bestia” conferma
la frase di Chesterton: «…una cosa deve essere amata prima di essere amabile».
Siete tutti invitati allo spettacolo liberamente tratto da questa splendida favola
intitolato
“ La Bestia dal cuore d’oro”
DOMENICA 17 APRILE 2016 alle ORE 16
al Teatro Pavoni, via Pavoni 12, Milano.
Il ricavato andrà all’Associazione per sostenere le borse di studio
Aiuto economico
CI PIACE ANDARE
DA :) CRI
CI PIACE STARE
Panificio
Pasticceria
Caffetteria
piazza Dergano 3
20158 Milano
Tel. 02603417
CHI VOLESSE CONTRIBUIRE alle spese ordinarie
e straordinarie che la Parrocchia sostiene per tutta
la comunità, può usare le seguenti forme:
- offerta domenicale durante la Santa Messa;
- offerta mensile tramite la busta che si trova in chiesa
nella prima domenica di ogni mese;
- impegno mensile da concordare con il parroco;
- offerta tramite Bonifico bancario alla Banca Prossima:
Iban IT27A0335901600100000066416, intestato
alla Parrocchia di San Nicola, Milano.
Le liberalità, effettuate a favore della parrocchia da parte di tutti
i soggetti titolari di Reddito d’impresa, consentono di ottenere
un beneficio fiscale. Sono infatti riconosciuti oneri deducibili dal
reddito d’impresa nel limite del 2% dello stesso.
31
Mese di Maggio: pregare la Beata Vergine Maria
Maria ha posto Dio al centro della propria vita, si è abbandonata
fiduciosa alla sua volontà, in atteggiamento di umile docilità al
suo disegno d’amore. A motivo di questa sua povertà di spirito e
umiltà di cuore, è stata scelta per essere il tempio che porta in sé
il Verbo, il Dio fatto uomo. Di Lei, pertanto, è figura la “Figlia di
Sion” che il profeta Sofonia invita a rallegrarsi, a esultare di gioia.
Benedetto XVI

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