Nota del curatore Matteo Belfiore Vorrei iniziare

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Nota del curatore Matteo Belfiore Vorrei iniziare
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ISBN 978-88-8497-121-0
Editing
Anna Maria Cafiero Cosenza
Grafica
Costanzo Marciano
Referenze fotografiche
Tadao Ando Architects & Associates, pp. 10-15,
18a, 20, 22, 26-27, 32a, 33a, 34-35, 36, 53b,
55, 56, 57, 60, 61, 62-63
Mitsuo Matusuoka, pp. 18b, 19, 21, 23, 28-29,
32b, 33b, 37, 38-39, 42, 43, 44, 45, 49, 52, 53
Tomio Ohashi, p. 54
CA-GROUP, p. 6
in copertina:
21_21 Design Sight,
Tokyo, Japan, 2004-2007
(foto di Mitsuo Matusuoka)
in retrocopertina:
Contemporary Arts Museum, Venezia, 2008-2009
Nota del curatore
Matteo Belfiore
Vorrei iniziare dalla conclusione di questo libro:
“il ruolo dell’architettura è quello di dare risposte
e soluzioni intelligenti ai problemi della nostra
società”. In questa frase Tadao Ando condensa
il senso ultimo di un lavoro complesso e ricco di
sfumature. La poetica degli opposti è uno dei
temi prediletti da questo architetto giapponese
la cui opera rappresenta un ponte tra Oriente e
Occidente. Incontrare di persona un uomo considerato a pieno titolo una leggenda vivente ha
rappresentato una pietra miliare nella mia formazione di architetto. Mi auguro che l’approccio diretto e informale che caratterizza questo
lavoro possa offrire un diverso punto di vista su
uno dei più grandi maestri contemporanei. Ringrazio Tadao Ando per averci accolto e ospitato
a Osaka con grande cortesia. Ringrazio Yumiko
Ando, Kaori Soneda, Antoine Müller Moriya e
Salvator John Liotta - traduttore dal giapponese
- il cui prezioso contributo è stato essenziale
alla realizzazione di questo libro.
Dedico questo libro a Valentina.
Matteo Belfiore (1979) è dottore di ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana e dal 2010 Postdoc Researcher presso il
laboratorio di Kengo Kuma all’Università di Tokyo. Alla pratica
professionale affianca una costante attività di ricerca sui temi dell’architettura contemporanea.
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Lei è convinto della superiorità del regionalismo e delle identità locali. Eppure la società va
nella direzione opposta, quella della globalizzazione. La sua architettura si pone come
azione di resistenza. Ma perché resistere?
Oggi viviamo nell’epoca della globalizzazione e
ciò ha influenzato la società nel suo complesso.
La disciplina dell’architettura non fa eccezione e
gli architetti sono molto influenzati dall’economia globale, dai media, dal mercato, etc...
Alcuni architetti navigano in quella che potremmo definire una “tendenza globale”.
Proprio per questo motivo ritengo che oggi trovare la propria identità sia di fondamentale
importanza. Io cerco ardentemente la mia identità e il suo significato in architettura.
Dal momento che tutto è in movimento, questa
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mia ricerca è permanente e le risposte non
sono mai completamente soddisfacenti.
La sua architettura potrebbe essere paragonata ai film del regista Yasujiro Ozu, perché
entrambi mostrano l’autenticità della cultura
giapponese senza filtri occidentali…
I giapponesi hanno sempre vissuto in stretto
contatto con la natura e hanno un forte senso di
responsabilità verso l’ambiente. Questa sensibilità è alla base della cultura giapponese e credo
che sia presente anche nei film di Ozu. Durante
il periodo Edo il Giappone è rimasto completamente isolato dal mondo esterno. Poi nel 1868,
con l’inizio dell’epoca Meiji, il Giappone ha aperto le sue porte al mondo. A questo punto i giapponesi hanno iniziato a interessarsi attivamente
alla cultura dell’Occidente e in particolare all’architettura. Durante questa prima fase eravamo
particolarmente interessati alla cultura architettonica inglese, tedesca e francese.
Da quel momento è diventata importante la
capacità di saper prendere in prestito dal mondo esterno e sviluppare nuove idee sovrapponendole alla cultura locale. Forse il Giappone
all’inizio non è stato molto abile a sviluppare una
propria originalità. Di contro, però, abbiamo
avuto una meravigliosa capacità di fondere la
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conoscenza orientale e occidentale e sviluppare
così una nostra modernità specifica. Questo
attributo che caratterizza la cultura architettonica giapponese si ritrova anche in figure importanti come Kenzo Tange e Kiyonori Kikutake
che hanno lanciato il Giappone a livello internazionale.
Cosa è accaduto alla cultura giapponese
dopo l’influenza occidentale?
Dopo la sua apertura all’occidente, durante i
periodi Meiji e Taisho, il Giappone ha concentrato ogni interesse sui valori moderni provenienti
dall’esterno, disinteressandosi della propria cultura tradizionale. Solo grazie all’interesse
mostrato dagli occidentali i giapponesi hanno
iniziato a riscoprire le proprie radici culturali. Ad
esempio gli studiosi giapponesi si sono interessati alla Villa Imperiale di Katsura solo grazie
all’articolo che Bruno Taut ha scritto su di essa.
Come considera il suo lavoro in relazione al
panorama architettonico internazionale?
Credo che il mio lavoro possa fare da tramite tra
la conoscenza contemporanea e quella tradizionale (non solo la loro forma tangibile), allo stesso tempo riscoprendo la storia e gli aspetti
caratteristici del luogo in cui vado a operare.
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in queste pagine
e nelle successive
Row House,
Sumiyoshi, Osaka, Japan
1975-1976
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Questa idea di collegare il passato al presente è
molto frequente in Giappone.
Qual è il ruolo della storia nei suoi progetti?
In architettura vi sono molte strade e approcci
possibili. Ciascun architetto ha il proprio modo
di progettare e di progredire attraverso il suo
lavoro. Credo che dovremmo guardare avanti,
ricercare nuovi spazi e nuovi habitat in cui vivere. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare la storia. Con il mio lavoro provo a creare
un ponte tra il futuro e il passato.
…e il ruolo dell’architettura tradizionale?
Sin da quando ero giovane non ho studiato in
dettaglio l’architettura tradizionale giapponese al
fine di costruire le mie opere. Ma dal momento
che sono nato e cresciuto a Osaka, tra Kyoto e
Nara, mi sono trovato spesso a percorrere queste zone osservando molti edifici tradizionali
giapponesi. Così questi mi hanno inconsciamente influenzato profondamente a livello spirituale e culturale. Al tempo stesso, quando ho
visitato questi edifici, ho sempre cercato dentro
di me il modo migliore per esprimere me stesso,
per costruire le mie opere. In tal modo ho maturato progressivamente un modo di concepire
l’architettura che è unicamente mio.
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Quali sono i principali temi del suo lavoro?
Ho sempre cercato di creare un’architettura
d’impatto, in grado di trasmettere qualcosa alla
società. Così quando progetto il mio scopo è
quello di realizzare spazi che sappiano dialogare
con chi li fruisce. Un altro obiettivo che mi propongo è quello di collegare l’interno e l’esterno
dell’edificio in maniera ottimale. Provo a concepire il dentro e il fuori come un’entità unica. Legare
queste due parti è come unire l’uomo alla natura.
Lo stesso concetto si ritrova nell’architettura tradizionale del Giappone. Forse ciò deriva dallo stile di vita giapponese, intimamente legato alla
natura. In uno dei miei primi lavori, la Row House
di Sumiyoshi, il tema principale del progetto è
proprio quello dell’ingresso e dell’uscita. Anche
nel Museo d’Arte Chichu mi sono focalizzato su
questo punto. L’idea è di collegare queste due
parti in un’unica soluzione. Si tratta di un traguardo molto impegnativo, ma intendo proseguire la
mia ricerca su questo tema.
“L’amore è una funzione dell’assenza”. In
questa frase è condensata la sua filosofia di
vita e di progetto. Sulla tomba di Ozu a Kita
Kamakura è inciso solo un ideogramma al
posto del nome: Mu, il vuoto. Può spiegarci il
senso dell’assenza nella cultura orientale?
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in queste pagine
e nelle successive
Church of the Light,
Ibaraki, Osaka, Japan
1987-1989
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