Cosa faresti con un trilione di euro all`anno?

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Cosa faresti con un trilione di euro all`anno?
Cosa faresti con un trilione di euro all’anno?
Costi di opportunità e alternative
al complesso militare-industriale-scientifico-corporativo
di Nanni Salio
Centro Studi Sereno Regis
La spesa militare è di fatto considerata un tabù in tutti i principali paesi, democratici o
meno che siano. Eppure costituisce uno dei costi di opportunità più elevati. Negli anni del
declino e della fine della guerra fredda la spesa militare mondiale era scesa
significativamente e dopo il 1989 si diffuse la speranza di poter godere i frutti del
“dividendo della pace”. La riduzione su scala mondiale fu consistente, dell’ordine del 30%.
Ma durò poco e ben presto, già nella metà del decennio successivo, cominciò l’inversione
di tendenza che in pochi anni riportò la spesa alla quota precedente, di circa un trilione di
euro all’anno. Questa cifra è di poco inferiore a quella dell’intero debito estero dei paesi
impoveriti, con la notevole differenza che il debito si è accumulato in circa vent’anni,
mentre la spesa militare è annuale. La sua incidenza è quindi di almeno venti volte
superiore.
Analisi critica delle spese militari e dei costi di opportunità
I dati sull’andamento della spesa militare nel mondo sono sufficientemente noti, pur
nell’incertezza che sempre caratterizza questa materia. L’incertezza è dovuta a vari fattori:
inaffidabilità dei dati di alcuni paesi, diversa contabilità tra un paese e l’altro, difficoltà di
valutazione di alcune voci di spesa, segreto militare e industriale. Ciononostante, molti
istituti di ricerca aggiornano di anno in anno tali dati, che pur presentando qualche
diversità tra una ricerca e l’altra, descrivono uno scenario a grandi linee omogeneo. Tra gli
istituti specializzati spicca il SIPRI i cui lavori sono considerati tra i più autorevoli. Ogni
anno viene pubblicato un voluminoso studio, il SIPRI Yearbook, che permette di avere un
quadro sufficientemente preciso delle tendenze in atto. (Le tabelle con i dati più importanti
sono
consultabili
nel
sito
Internet
http://www.sipri.org/contents/milap/milex/mex_data_index.html).
Le tabelle riportate in Appendice contengono i dati essenziali delle spese militari su scala
mondiale e per il nostro paese. Di queste spese, una quota variabile dal 60 all’80% a
seconda dei paesi è destinata al personale. La parte restante va in equipaggiamenti,
sistemi d’arma e R&S a fini militari. Ogni progetto di riconversione deve quindi tener conto
dell’ingente numero di persone coinvolte nel complesso militare-industriale: occorre
riconvertire uomini, strutture, culture. Si stima che ci siano nel mondo circa 25 milioni di
uomini in armi (essenzialmente maschi, anche se una cattiva concezione di parità ha
contribuito a creare una trappola per le donne) e altrettanti nei molti settori civili del
complesso militare-industriale-scientifico-corporativo che sostiene la struttura militare.
1
Sono tanti, ma ancora più sono coloro che si oppongono, come si è visto nel corso delle
manifestazioni contro la guerra di invasione e di aggressione degli USA/GB contro l’Iraq
culminate il 15 febbraio 2003.
Spese militari, riconversione
corporativo e luoghi comuni
del
complesso
militare-industriale-scientifico-
Il dibattito sul ruolo, sul significato e sugli effetti della spesa militare è annoso e risale
almeno alla fine della seconda guerra mondiale.
Da un lato c’è chi sostiene la possibilità che un paese, soprattutto una grande potenza,
possa produrre contemporaneamente “burro e cannoni”. Gli argomenti principali portati a
sostegno di questa tesi sono ben noti, tanto da essere diventati dei “luoghi comuni”: la
guerra c’è sempre stata; se vuoi la pace prepara la guerra; la guerra fa bene all’economia;
la ricerca militare ha delle ricadute positive per la società civile; le spese militari fanno da
volano per l’economia. Su ciascuna di queste affermazioni sono versati fiumi di inchiostro
per smontarne la validità. Ma tant’è: la propaganda e la disinformazione sono essenziali
per mantenere il potere e fanno leva sulla stupidità, l’avidità l’invidia e la paura. A conferma
di queste affermazioni, vale la pena ricordare un testo che, quando fu pubblicato verso la
fine degli anni '60, fece notevole scalpore: Rapporto segreto da Iron Mountain sulla
desiderabilità della pace (a cura di L.C.Lewin, Bompiani, Milano 1968). La tesi centrale di
questo libro al tempo stesso provocatorio e veritiero è la seguente: “la guerra è la base
principale dell’organizzazione su cui sono costruite le società moderne”. Per scongiurare
le conseguenze ritenute nefaste, per coloro che detengono il potere politico, economico e
militare, di una pace duratura, gli estensori del rapporto raccomandavano di creare un
clima di paura e inventare nuovi nemici. Col senno di poi, si potrebbe dire che non c’è
nulla di nuovo e che questa è proprio la politica che l’attuale amministrazione USA sta
attuando: un’atmosfera di tipo orwelliano.
Nell’altro campo, ci sono i fautori della tesi opposta. Tra i critici più espliciti abbiamo
nientemeno che un ex generale, diventato presidente degli USA, Dwight D. Eisenhower
che in un famoso passo del suo messaggio di congedo del 17 gennaio 1961 metteva in
guardia il popolo statunitense dal grave pericolo che il nascente complesso militareindustriale comportava per la democrazia USA. Egli denunciava con forza che “L’America
deve vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso
militare-industriale e il pericolo di diventare prigioniera di un’elite scientifico-tecnologica”
(http://web.peacelink.it/pace2000/webstoria/4evocon/pentag.html). Inoltre, in un discorso
di alcuni anni prima, pronunciato il 15 aprile del 1953, aveva detto: “Ogni cannone che
viene costruito, ogni nave da guerra che viene varata, ogni razzo che viene preparato
rappresenta un urto a coloro che hanno fame, a coloro che hanno freddo e non hanno da
coprirsi. Infatti un bombardiere pesante costa quanto trenta scuole o due centrali elettriche
capace ognuna i fornire luce ad una città di 60 mila abitanti, o a due ospedali; un solo
aeroplano da caccia costa come 150 mila quintali di grano; con i dollari necessari per
allestire un cacciatorpediniere, si potrebbero costruire case per 8000 senzatetto…”.
Nel corso degli anni, il dibattito fu alimentato da numerosi autorevoli interventi tra i quali
spiccano i contributi di Seymour Melman (si veda: Mario Pianta, “Democrazia contro
capitalismo”,
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMondearchivio/Aprile2002/0204lm22.01.html;
Mario
Pianta,
“Un
radicale
disarmante”,
http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_8948.html). Per oltre mezzo secolo, con la sua
2
opera pionieristica Melman ha sfidato i molti luoghi comuni e la cultura dell’establishment
economico-politico-militare sull’interpretazione e le conseguenze della spesa militare,
mettendo in evidenza i guasti anche per una società ricca come quella USA, diventata
anch’essa sempre meno capace di produrre “burro e cannoni”, tanto da avere accumulato
una serie di record negativi rispetto agli altri paesi occidentali nel campo della povertà
relativa e assoluta, della popolazione carceraria, del debito interno e di quello estero. Nel
suo ultimo lavoro egli ribadisce ancora una volta con molta chiarezza i guasti
dell’economia militare: “Alla fine della seconda guerra mondiale la prospettiva
internazionale del governo di Washington era quella di una competizione globale con
l’Unione Sovietica. Lo sviluppo di capacità nucleari militari da parte dell’URSS portò a
stringere i legami tra imprese e governo americano. L’economia di guerra permanente
divenne la strategia chiave per combattere la guerra fredda; destra e sinistra
concordavano che l’economia americana poteva produrre sia burro che cannoni. [...] Ma
gli economisti si ingannavano e non riuscivano a distinguere uno sviluppo produttivo da
una crescita parassitaria. Il primo è rappresentato dall’espansione di beni e servizi usati
per il consumo o per nuove produzioni. La seconda riguarda prodotti inutili per il consumo
e l’investimento che tuttavia sono associati a valori monetari e inclusi nel calcolo del
prodotto interno lordo. Le produzioni di guerra hanno nascosto il declino delle produzioni
civili; il risultato è stato devastante per l’industria (specie quella dei beni capitali), le
infrastrutture e la società americana. [...] La lunga durata dell’economia di guerra
permanente degli Stati Uniti, dalla fine della seconda mondiale a oggi, ha portato allo
sviluppo di strutture amministrative e di politiche economiche che hanno formalizzato lo
stretto legame tra i manager delle imprese, che puntano al massimo profitto, e i manager
di stato, che puntano al massimo potere. I due stili di management si sono intrecciati ed
essi si spostano senza difficoltà dal governo all’industria e di nuovo al governo…” (tratto
dall’introduzione di War. Inc.: The Rise and Fall of America’s Permanent War Economy
che sta per uscire negli Stati Uniti con la Common Courage Press, e sarà pubblicato in
Italia da Città Aperta Edizioni http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_8947.html).
Uno degli ultimi e più significativi contributi critici è quello di Chalmers Johnson nei suoi
primi due volumi di una trilogia che sta per essere completata (Gli ultimi giorni dell’impero
americano, Garzanti, Milano 2001, lavoro “profetico” pubblicato nell’originale nel 2000.
L’autore “previde” gli attacchi alle “torri gemelle” e ne diede una chiara interpretazione
attraverso la teoria del “blowback”. Il secondo volume, Le lacrime dell’impero. L’apparato
militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano, è anch’esso pubblicato
da Garzanti, Milano 2005). Nei suoi lavori, l’autore analizza con una imponente quantità di
dati il pericolo del complesso militare industriale USA non solo per la situazione
internazionale ma anche per il futuro e la stabilità degli stessi Stati Uniti.
Infine è doveroso segnalare il lavoro sistematico e continuativo sulla riconversione che
viene svolto da alcuni anni dall’istituto di ricerca BICC (Bonn International Center for
Conversion, www.bcc.de). Tra le pubblicazioni di questo centro di ricerca segnaliamo il
BICC Bullettin (scaricabile dal sito http://www.bicc.de/publications/bulletin/bulletin.html) e il
Conversion Survey, un annuario pubblicato a partire dal 1996.
Le proposte e le denunce sui costi di opportunità e sulle priorità che l’umanità ha di fronte
sono numerosissime e ricorrenti. Il Millennium Project lanciato dalle Nazioni Unite si
propone di raggiungere importanti risultati entro il 2015. Ma senza concreti stanziamenti è
improbabile, ancora una volta, che questi obiettivi vengano conseguiti.
Persino la Banca Mondiale si associa oggi al coro di coloro che chiedono una drastica
riduzione delle spese militari. Come afferma uno dei suoi esponenti, Lynn Brown, nella
prefazione a un rapporto della FAO: “Il numero di affamati resta troppo alto, i progressi
3
inspiegabilmente bassi e il prezzo delle vite rovinate e delle risorse sprecate
incalcolabilmente alto”. Ma, aggiungiamo noi, “se da oggi al 2015 anche solo il 10% della
spesa militare mondiale fosse devoluto agli obiettivi del millennio, fame, povertà,
analfabetismo e malattie come malaria e tubercolosi sarebbero completamente sradicati,
per sempre. E’ un vecchio discorso… spesso tacciato di demagogia, ma mentre cresce la
povertà, la vera demagogia, quella della “lotta al terrorismo”, ha aumentato la spesa
militare sino a raggiungere e superare il trilione di euro all’anno (http://www.megachip.info/
modules.php?name=News&file=print&sid=409).
L’esercizio numerico dei costi di opportunità può essere svolto da ognuno di noi, purché si
abbia tempo e voglia per fare due conti: da un lato il costo dei vari sistemi d’arma, dall’altra
quello che si potrebbe fare con quel denaro. Ne può venire fuori una sorta di “listino
prezzi”, come quello riportato in appendice, che dimostra il cinismo del nostro modo di
vivere e delle nostre istituzioni, indifferenti alla violenza e alla sofferenza di centinaia di
milioni di esseri umani.
Un utile esempio di questi esercizi è svolto da alcuni anni dalla campagna italiana
Sbilanciamoci, che in occasione delle finanziaria propone alternative concrete alle spese
militari, sia di riduzione sia di trasformazione verso modelli di difesa nonviolenti (si veda:
Economia a mano armata, www.sbilanciamoci.org/docs/economia_a_mano_armata.pdf).
Ma ancora più incisiva ed efficace sul piano della comunicazione è la proposta fatta dal
World Game Institute. Immaginiamo di rappresentare l’intera spesa militare mondiale
annua con un rettangolo costituito da mille quadratini, ognuno dei quali corrisponde a un
miliardo di euro, come nella figura. Per avviare a soluzione tutti i principali problemi globali
dell’umanità, dalla povertà estrema alla fame, dal degrado ambientale alla prevenzione
delle principali malattie, sarebbe sufficiente solo una piccola parte delle risorse impiegate
per scopi militari, indicata in figura dal rettangolo più piccolo, circa un quarto di quello
grande.
All’indirizzo
Internet
dell’UNESCO
www.unesco.org/education/tlsf/theme_a/mod02/www.worldgame.org/wwwproject/index.sht
ml si possono leggere le proposte specifiche formulate per ciascuno dei diciotto problemi
globali di cui si propone la soluzione con solo il 25% circa della spesa militare mondiale
annua.
Nonostante questa ingente mole di studi, documenti, proposte, appelli, denunce, non si
sono fatti molti passi avanti. Finita la guerra fredda è iniziata quella calda, che in realtà non
era mai cessata (ma a noi eurocentrici le guerre combattute fuori dall’Europa sembravano
irrilevanti).
Quali sono le ragioni di tutto ciò? Per rispondere a questa domanda è necessario spostare
la nostra attenzione dai meri dati quantitativi della corsa agli armamenti e del complesso
militare-industriale all’esame delle dottrine militari che stanno a monte di tutto ciò.
Difesa/offesa; sicurezza/insicurezza
Lo schema proposto da Johan Galtung in Ambiente, sviluppo e attività militare (EGA,
Torino 1984) è un utilissimo punto di partenza per individuare i “punti nodali di attacco per
le misure di disarmo” e per capire perché molto spesso le azioni sia degli organismi
internazionali (ONU) sia dei movimenti per la pace sono poco efficaci. Il più delle volte, il
movimento per la pace interviene nell’ultima fase del processo, quando la potente
macchina da guerra è già avviata, pronta per l’uso. Non ci si deve stupire se si fallisce,
perché si interviene troppo tardi e solo nelle fasi ultime del processo, che diventa
inarrestabile. Anche le misure di disarmo sortiscono risultati modesti. Si prenda il caso, pur
4
interessante, del trattato contro le mine antiuomo. E’ stato un successo (anche se alcuni
dei paesi più importanti non l’hanno sottoscritto), ma oggi ci accorgiamo che una nuova
categoria di armi, le cluster bombs, agiscono a tutti gli effetti come mine antiuomo, ma non
sono messe al bando perché non previste dal trattato. Questo fatto è ricorrente in tutta la
corsa agli armamenti. Se si lasciano immutate la dottrina militare e la ricerca militare, esse
si industrieranno nel cercare nuovi sistemi d’arma con cui aggirare gli ostacoli posti dalle
leggi e dai trattati internazionali. E’ una sorta di corsa tra guardie e ladri, con questi ultimi
che corrono più veloci e non vengono quasi mai acciuffati.
Se vogliamo realmente estirpare la guerra dalla storia umana, dobbiamo andare alle
radici, culturali, teoriche, dei modelli di difesa e di sviluppo che stanno a monte dell’intera
“catena di comando” della macchina da guerra. Le dottrine del falso realismo che vengono
insegnate nelle accademie sia civili sia militari, nelle università, sono profondamente
sbagliate e continuano a richiedere il sacrificio incessante di vite umane sia con la violenza
diretta della guerra sia con quella strutturale dei modelli di sviluppo, delle spese militari,
delle priorità che ignorano i bisogni fondamentali delle popolazioni. Gli attuali modelli di
difesa adottati da gran parte dei paesi sono in realtà modelli di offesa, che si basano su
sistemi d’arma oggettivamente offensivi (a largo raggio e ad alto potenziale distruttivo) che
comprendono ogni possibile arma di distruzione di massa, senza alcuna soglia superiore
che ne limiti la distruttività. Questi modelli creano insicurezza invece che sicurezza,
instabilità invece che stabilità.
TARA
A queste quattro semplici lettere possiamo dar significati diversi, tutti pertinenti con quanto
stiamo indagando. Un significato comune è quello di “fare la tara” che, nel nostro caso,
significa assumere criticamente, come stiamo facendo, quanto ci viene detto e proposto
con tanta convinzione dalla propaganda mediatica che mira a giustificare e glorificare la
guerra.
Un secondo significato l’ho scoperto di recente, nel corso di un mio splendido viaggio al
Kailash, la montagna sacra, mitica e affascinante nel Tibet sud-occidentale (si veda: “La
montagna di pace, in un oceano di guerre” Azione Nonviolenta, novembre 2004). Durante
il kora (deambulazione) attorno alla montagna, si supera il Drolma La, ad un passo a poco
meno di 5700 metri, dedicato a TARA, la veneratissima divinità femminile del pantheon
buddhista-tibetano che, come l’analogo maschile, è la dea della compassione. Oggi
abbiamo bisogno, più che mai, di coltivare la nostra compassione per affrontare
positivamente i problemi globali e vedere attraverso gli occhi della compassione, della
consapevolezza e della compresenza capitiniana “i mali invisibili” generati da una cultura
incapace di porvi rimedio. TARA la compassionevole ci può essere di aiuto in questa
impresa.
Ma, fuori dalle metafore, TARA è anche l’acronimo positivo della speranza, che annuncia
la possibilità di altri mondi possibili: There Are Realistic Alternatives (un importante testo di
Gene Sharp con questo stesso titolo è scaricabile dalla pagina Internet
5
http://www.aeinstein.org/organizations.php3?action=printContentItem&orgid=88&typeID=1
6&itemID=56).
Questo acronimo ha una storia che risale agli anni '80 del Novecento, quando in piena
guerra fredda Johan Galtung pubblicò l’importante lavoro There Are Alternatives
(traduzione italiana: Ci sono alternative, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1984), nel quale
l’autore conduceva una serrata analisi critica delle dottrine militari che avevano portato alla
fase più acuta del confronto degli euromissili in Europa. Contrariamente alla tesi
dominante riassumibile nell’acronimo TINA (There Is Not Alternatives) secondo cui non ci
sono alternative, esse esistono, sono ben documentabili, possibili, realizzabili
concretamente e in parte già realizzate. Si possono riassumere nella politica di transarmo
verso modelli di difesa non aggressivi, intrinsecamente non offensivi, che consentano
contemporaneamente di sperimentare forme di difesa popolare nonviolenta e di avviare
una transizione ancora più radicale e profonda verso l’abolizione dell’intero sistema
militare. (Per un aggiornamento si veda il libro di Antonino Drago, La difesa popolare
nonviolenta, in corso di pubblicazione presso le edizioni PLUS di Pisa).
Quando la ragione non basta
Siamo di fronte a un evidente paradosso. Da un lato, è chiaro che l’attuale complesso
militare-industriale costituisce un grave pericolo e uno sperpero immenso di risorse;
dall’altra la ragionevolezza delle proposte alternative non sembra sufficiente per innescare
un reale cambiamento. Si potrebbe sostenere che non c’è nulla di nuovo in tutto ciò. Sin
dall’inizio del Novecento, Gandhi osservava qualcosa di simile: “Fino al 1906 mi sono
affidato esclusivamente alla ragione. Ero un riformatore molto attivo e un ottimo redattore
di petizioni, in quanto avevo sempre una chiara visione dei fatti, che mi proveniva da una
rigorosa osservanza della verità. Tuttavia, quando giunse il momento critico, nel Sudafrica,
dovetti scoprire che la ragione non era sufficiente… Mi trovai di fronte all’alternativa tra
aderire anch’io alla violenza o trovare un metodo per risolvere la crisi e far cessare
l’ingiustizia, e allora mi venne in mente l’idea di rifiutare di obbedire alle leggi
discriminatorie, affrontando per questo anche la prigione. Nacque così l’equivalente
morale della guerra… Da allora mi sono andato sempre più convincendo che la ragion non
è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono
essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, così
come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della
legge della giungla, ed è in grado di convertire l’avversario e di aprire le sue orecchie,
altrimenti chiuse, alla voce della ragione” (M. K. Gandhi, Teoria e pratica della
nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, p. 5).
Ci troviamo oggi in una situazione analoga: non sono sufficienti gli appelli, i convegni, gli
studi, i rapporti delle commissioni internazionali dell’ONU. Per scuotere le coscienze, per
convincere gli indifferenti e gli indecisi, per smuovere gli avversari, è necessaria l’azione.
Occorre organizzare l’azione diretta nonviolenta in tutte le sue forme, per contrastare la
struttura del complesso militare-industriale attraverso forme molteplici di obiezione di
coscienza (al servizio militare, alle spese militari, al lavoro e alla ricerca militari), di
disobbedienza civile (occupazione di basi, contestazione delle mostre e delle fiere di
sistemi d’arma, trainstopping per impedire l’invio di armi) e di progetti di difesa nonviolenta
(corpi civili di pace italiani, europei, internazionali; vedi in proposito
www.berrettibianchi.org; www.nonviolentpeaceforce.org).
E occorre anche cominciare una “riconversione dal basso”, che permetta di trovare quelle
risorse economiche necessarie per organizzare progetti alternativi, sostenere le campagne
6
di obiezione e disobbedienza, raccogliendo come tante minuscole formichine lillipuziane
“un euro al giorno per togliere la guerra di torno”.
E’ necessario premere su quei settori delle istituzioni e delle forze politiche, dei sindacati,
delle chiese, più sensibili e disponibili perché si facciano promotori della “modesta
proposta del 5%” che si può formulare molto semplicemente come l’impegno quantitativo
(e non generico) di riduzione del 5% annuo delle spese militari per un’intera legislatura,
riconvertendo il denaro nelle alternative della difesa nonviolenta, della riconversione
dell’industria bellica, nella promozione di tecnologie appropriate per uscire dalla
dipendenza dal petrolio e creare un modello di sviluppo e uno stile di vita autenticamente
sostenibili.
Questo insieme di iniziative può contribuire a rompere il circolo vizioso della paura, della
pigrizia, dell’ignoranza, dell’impotenza e creare il circolo virtuoso dell’empowerment, del
potere individuale e collettivo (potere di e potere con, invece che potere su di dominio sugli
altri) per avviare un processo di trasformazione che, nel tempo, permetta lo
smantellamento integrale delle strutture di violenza che le nostre istituzioni hanno creato
nel corso dei secoli: impresa grandiosa, ma possibile, oltre che indispensabile.
7
APPENDICE
“Listino prezzi” di diffusi materiali militari (aerei, missili, elicotteri…)
(Per confronto: 130 Euro sono sufficienti per un trattamento completo di cura, compresi gli
alimenti, per salvare un neonato dall’AIDS in Africa)
●
Bombardiere stealth F-117A Nighthawk: € 45 000 000 (345 000 bambini)
●
Cacciabombardiere F-15 Eagle: € 15 000 000 euro (115 000 bambini)
●
Cacciabombardiere F-16 Fighting Falcon: € 20 000 000 (155 000 bambini)
●
Cacciabombardiere F/A-18 Hornet: € 35 000 000 (270 000 bambini)
●
Bombardiere B-52 Stratofortress: € 74 000 000 (570 000 bambini)
●
Bombardiere B-1B Lancer: € 200 000 000 (1 540 000 bambini)
●
Bombardiere stealth B-2 Spirit: € 1 300 000 000 (10 000 000 bambini)
●
Velivolo anticarro A-10/OA-10 Thunderbolt II: € 8 800 000 (65 000 bambini)
●
Bombardiere per guerra elettronica EA-6B Prowler: € 52 000 000 (400 000 bambini)
●
Missile da crociera Tomahawk: € 1 000 000 (7 500 bambini)
●
Velivolo antisommergibile P-3C Orion: € 36 000 000 (275 000 bambini)
●
Elicottero da trasporto CH-53E Super Stallion: € 26 000 000 (200 000 bambini)
●
Elicottero da attacco AH-1W Super Cobra: € 10 700 000 (80 000 bambini)
(http://www.inventati.org/ababilonia/lo_sapete%20che.htm)
8
Stima delle spese militari regionali e mondiali 1994 – 2003
I dati sono in miliardi di dollari USA, a prezzi costanti del 2000 e al tasso di scambio. I dati
in corsivo sono percentuali. I totali non corrispondono sempre alla somma dei parziali a
causa degli arrotondamenti.
andamento
%
1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
1994 2003
Africa
(9,2)
(8,7)
(8,4)
8,6
9,2
9,9
10,3
10,5
11,3
11,4
(+ 24)
Nord
(4,1)
(3,9)
(4,0)
4,2
4,4
4,3
4,7
4,8
5,4
5,5
(+ 35)
SubSahariana
5,1
4,8
4,4
4,4
4,8
5,6
5,7
(5,8)
5,9 (5,9)
(+ 15)
America
365
347
328
329
321
323
334
339
376
451
+ 24
Nord
344
324
306
304
298
299
310
313
350
426
+ 24
Centro
3,5
3,1
3,2
3,3
3,2
3,4
3,5
3,6
3,4
3,3
–5
Sud
17,6
20,2
18,4
21,2
20,2
20,1
20,7
22,6
22,9
21,8
+ 24
Asia ed
Oceania
120
123
127
127
126
128
133
140
146
151
+ 25
Asia centrale
0,4
0,4
0,4
0,5
(0,4)
0,5
Asia
orientale
101
103
107
107
105
105
110
115
121
125
+ 24
Asia
meridionale
12,0
12,6
12,8
13,4
13,5
14,6
15,2
15,8
15,9
16,9
+ 41
Oceania
7,3
7,0
7,0
7,1
7,4
7,7
7,7
8,0
8,3
8,5
+ 17
Europa
200
187
186
186
184
188
191
191
194
195
–2
Europa
centrale ed
orientale
26,4
20,6
19,3
20,1
17,5
18,3
20,0
21,5
22,2
24,5
–8
Europa
occidentale
174
166
166
166
167
170
171
170
172
171
–2
Medio
oriente
47,1
43,8
43,8
48,1
51,9
50,3
58,0
63,1
63,8
70,0
+ 48
Mondo
742
709
693
699
693
699
727
743
792
879
+ 18
– 4,4
– 2,2
– 0,8
0,8
4,0
2,3
6,5
11,0
andamento %
0,9
(0,5)
Fonte: SIPRI Yearbook 2004
I dati posti fra parentesi sono basati su dati nazionali comprendenti meno del 90% del
totale regionale. Non sono riportati i dati per cui le stime sono basate su dati comprendenti
meno del 60% del totale regionale.
9
Fonte: SIPRI Yearbook 2004, Table 10A.1,vedi anche SIPRI military expenditure database.
La spesa militare in Italia
Fonte: ministero della difesa (http://italy.peacelink.org/disarmo/articles/art_2440.html)
Gruppo Solidarietà
del liceo statale “Marie Curie” di Meda
[email protected]
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