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CON IN MOVIMENTO + EURO 1,00
CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46)
art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013
ANNO XLVI . N. 194 . SABATO 13 AGOSTO 2016
OGGI CON ALIAS A EURO 2,50
www.ilmanifesto.info
CONSIGLIO DEI MINISTRI. MATTEO RENZI E PIER CARLO PADOAN FOTO VINCENZO LIVIERI/LA PRESSE
Flip & flop
FESTA GRANDE
Fidel, 90 anni
e non li dimostra
Lunga vita
alla Revolución
Il 13 agosto 1926 nasceva Fidel Alejandro
Castro Ruz, il futuro «lider maximo» della
Isla Grande. Oggi i festeggiamenti a Cuba
e l’omaggio dei leader internazionali a un
personaggio che ha attraversato indenne malgrado i numerosi tentativi di assassinarlo - 60 anni di storia contemporanea. Articoli di Geraldina Colotti, Aldo Garzia e Ro|PAGINE 13, 14, 15, 16
berto Livi
FIDEL CASTRO
Un «gigante»
a Cuba
Aldo Garzia
PENSIONI, BANCHE, DEFLAZIONE
N
ell’ultimo decennio, Fidel
Castro – che compie 90 anni oggi – ha vissuto lontano
dal potere che occupava dal 1959.
Nell’agosto del 2006, dopo un viaggio in Messico, venne operato d’urgenza e si temette per la sua vita.
«Diverticolite acuta», fu la sentenza dei medici. Si vociferò anche di
un cancro. Il passaggio di consegne al fratello Raúl fu immediato,
anche se divenne ufficiale nel
2011. Da allora in poi il comandante en jefe vive ritirato nella sua residenza a L’Avana con la moglie Dalia Soto del Valle e appare di rado
in pubblico, come in occasione
dell’ultimo congresso del partito
comunista pochi mesi fa dove è
persino intervenuto brevemente.
Ogni tanto scrive le sue riflessioni
per i giornali cubani e qualche nota storico/biografica.
Castro ha visto sfilare numerosi
presidenti statunitensi nel corso
della sua leadership: Dwight D. Eisenhower, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon,
Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George Bush, Bill
Clinton, George Bush juior, Barack
Obama. Presto sarà alle prese con
il presidente numero 12 (va tenuto
anche conto delle doppie presidenze di Reagan, Clinton, Bush junior e Obama). Obama, nel suo recente viaggio a Cuba, ha dovuto riconoscere che la politica americana contro l’isola «è stata fallimentare».
CONTINUA |PAGINA 13
BIANI
Nessuna luce
in fondo al tunnel
Debito all’ennesimo record e Pil inchiodato. È l’impietosa fotografia di Istat
e Bankitalia dell’economia nazionale. Renzi e Padoan incolpano terrorismo
e Brexit, ma nessuno ci crede. Guai grossi per la legge di bilancio PAGINE 2,3
COLPITE SETTE PROVINCE: 4 MORTI, DECINE I FERITI
Undici esplosioni in Thailandia
I militari: «Sabotaggio locale»
D
iverse esplosioni - almeno undici - in
Thailandia, per lo più nelle regioni meridionali, hanno provocato quattro vittime e decine di feriti, tra cui due italiani. Il governo del paese, guidato dai militari, ha prima
escluso il terrorismo e poi richiamato all’unità
nazionale. Il fatto è che tra bombe (artigianali
e attivate mediante telefoni cellulari), ordigni
inesplosi, piccoli incendi, tutto sembra portare a una strategia molto precisa, benché al momento ancora misteriosa. I militari al potere
hanno detto di escludere la pista «terroristica», concentrandosi su «sabotatori locali».
PIERANNI |PAGINA 7
ORIENTECH
Domenica 14 agosto
in edicola
L’innovazione
al centro
dell’Asia:
Pokemon
alla fermata
Ikebukuro
a Tokyo, robot
al posto
dei lavoratori,
cyber-juche
in Nord Corea
e tante
atomiche
TURCHIA |PAGINA 7
Il leader Hdp Demirtas
accusato di «propaganda
terroristica». Ora rischia
cinque anni di condanna
CHIARA CRUCIATI
Alfonso Gianni
D
opo l’autocritica e con l’occhio proteso su sondaggi non entusiasmanti,
Renzi intende tarare diversamente tono e contenuti della campagna elettorale sul
referendum costituzionale. Alle sue spalle,
più che il guru della comunicazione Jim Messina, si staglia la figura Giorgio Napolitano, da
lui esplicitamente riconosciuto come il padre
della “riforma”. Basta con la personalizzazione, quindi, e avanti con i problemi del paese.
Per farlo Renzi ha però bisogno di tempo.
Per questo anche l’ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa feriale si è chiuso senza
fissazione della data del voto referendario.
Probabilmente in una delle due ultime domeniche di novembre. In mezzo c’è la possibilità
che la legge di stabilità abbia almeno scavallato il voto di uno dei due rami del parlamento.
Evidentemente Renzi pensa a qualcosa di
succoso per smuovere la crescente apatia degli elettori nei suoi confronti. Qualcosa che
non sia la bufala demagogica – smentita conti
alla mano dalla stessa ragioneria di stato - sul
risparmio derivante dalla deforma costituzionale da trasferire ai poveri.
Solo che le notizie sull’andamento dell’economia italiana – e non solo – non sono affatto
buone. Siamo di fronte ad una nuova battuta
d’arresto della tanto agognata crescita del Pil,
che nel secondo trimestre dell'anno è rimasto
fermo, esattamente come alla fine del 2014.
CONTINUA |PAGINA 2
ECONOMIA E POLITICA
La crisi e il contesto,
chi governa il mondo
Giorgio Lunghini
L
a crisi attuale – economica sociale politica culturale: vedi gli articoli recenti di P.
Ciocca, A. Burgio e V. Parlato – meriterebbe qualche cenno al suo contesto internazionale (meglio: mondiale). A questo fine sono utili due contributi di Noam Chomsky: la
sua metafora del Senato virtuale (mutuata
dall’economista Barry Eichengreen), e il suo
ultimo libro: Who Rules the World? (che scioglie quella metafora in trecento pagine).
Il Senato virtuale è costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che
continuamente sottopongono a giudizio le
politiche dei governi nazionali.
CONTINUA |PAGINA 12
RIO 2016
Vila Autodromo e favelas
dietro la città-vetrina
IVAN GROZNY COMPASSO l PAGINA 6
MONTREAL
Al Social Forum arriva
la resistenza Mohawk
FRANCESCO MARTONE l PAGINA 6
pagina 2
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
FLIP & FLOP
Italia •
Istat: economia a crescita zero a giugno. Nel 2016 prospettive dimezzate:
dall’1,2% allo 0,6%. Per il ministero dell’economia «i conti sono sotto controllo»
Pil inchiodato, governo al pa
L’esecutivo si arrampica sugli
specchi: «È tutto in ordine.
Se mai, è colpa della Brexit».
Il 27 settembre si aggiorna
la legge di stabilità. A rischio
la manovra «pro Sì» al referendum
I
l prodotto interno lordo italiano,
corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è rimasto
invariato nel secondo trimestre rispetto al precedente ed è aumentato
solo dello 0,7% rispetto al 2015. Con
una crescita nulla a fine anno le previsioni del governo sull'economia
del 2016 saranno dimezzate: invece
dell'1,2% annunciato nel Documento di Economia e Finanza (Def) il Pil
sarà pari a +0,6%.
Alle stime dell'Istat il governo ieri
ha risposto con il gioco dello scaricabarile. Le responsabilità non sono
delle politiche economiche basate
su bonus e incentivi a pioggia che
non hanno risollevato la domanda
interna, ma di fattori esogeni alquanto imponderabili: la Brexit, il terrorismo, le migrazioni. A questi risultati
del Pil il Tesoro e Palazzo chigi si
stanno preparando dal 23 giugno
scorso, il giorno del referendum inglese. In loro soccorso sono arrivati i
pesi massimi, dal Fmi all'Ocse, per
sollevare Renzi e Padoan dalla responsabilità delle loro incerte performance. Ieri, con i dati Istat, hanno
esibito la partitura preparata da un
mese e mezzo: l'Italia è il paese che
perde più ricchezza dell'intera Eurozona a causa di eventi indipendenti
dal governo. A suggello di questa autogiustificazione è arrivata una nota
da Viale XX settembre che ha confermato l'ordine di scuderia: da un lato,
giustificarsi con gli effetti prodotti da
una geopolitica fuori controllo,
dall'altro lato ridurre la politica economica al compito dei ragionieri che
tengono sotto controllo i conti. «I dati non sono una sorpresa» è il commento. La produzione industriale
crolla, l'export frena, il Pil cala e aumentano deficit e debito pubblico, il
paese è in deflazione, ma «i conti sono a posto, nonostante la crescita sia
più fragile del previsto». Come sempre in questi casi viene agitata la bandierina del Jobs Act: «l'occupazione
continua a migliorare nel settore dei
servizi che potrebbe contribuire a
conseguire risultati migliori». Va notato che i precari impiegati nei servizi sono usati per dimostrare l’eccellenza di questa situazione.
Una nota al limite del surreale che
non spiega la ragione per cui – se i
il manifesto
DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri
CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco
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Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi,
Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
Benedetto Vecchi (presidente),
Matteo Bartocci, Norma Rangeri
il nuovo manifesto società coop editrice
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Pubblicazione a stampa: ISSN 0025-2158
Pubblicazione online: ISSN 2465-0870
ABBONAMENTI POSTALI PER L’ITALIA annuo 320e
semestrale 165e versamento con bonifico bancario
fattori di destabilizzazione «erano noti da tempo» - nessuno ha sentito la
necessità di correre ai ripari. Anzi, visto che il Def è stato presentato ad
aprile si desume che quel «noto da
tempo» corrisponde a un periodo inferiore ai quattro mesi, un tempo
troppo breve per fermare la corsa del
treno renziano.
Il 27 settembre il governo presenterà la nota di aggiornamento del Def
e «a quel punto vedremo in che situazione ci troveremo» ha detto il viceministro all'Economia Enrico Morando. La situazione sarà brutta al punto da mettere in discussione la «manovra espansiva» a cui Renzi vorrebbe affidarsi per sostenere la sua campagna sul referendum costituzionale. «Inevitabilmente – ha confermato
Morando - sarà possibile che si determinino maggiori difficoltà nella definizione delle scelte. O meglio, bisognerà tenere conto di questo andamento nella definizione delle scelte
che riguardano il 2017 e gli anni successivi». A rischio sono i fondi sulle
pensioni (il governo vorrebbe arrivare a 2,6 miliardi), la decontribuzione
fissa sui neoassunti per dare più soldi alle imprese e più a lungo e dire
che il Jobs Act funziona. E poi il taglio dell'Irpef. «Alla fine dovremo trovare il modo di avere quattrini su
questo. Spero che riusciremo a farlo», aveva detto Renzi il 5 maggio
scorso in una diretta social. Non riuscirà a farlo.
Due sono le conseguenze di questa situazione: Renzi tornerà alla carica per ottenere ancora più flessibilità
da Bruxelles prima del referendum
per finanziare in deficit quello che
non riesce a produrre con la sua politica economica. E poi si intensificherà la campagna a sostegno del “Sì” alle urne da parte di quotidiani e istituzioni internazionali. Dopo l'Fmi,
l'Economist, il Financial Times è stato il turno del Wall Street Journal difendere l'enfant prodige di Rignano:
se la sua riforma fosse respinta “l'economia sarà bloccata in una bassa crescita”. La bassa crescita è piuttosto
l'esito ultimo dell'austerità economica. Con un rovesciamento del senso
comune, sarà invece usata per difendere i loro responsabili: Renzi e Padoan. ro. ci.
presso Banca Etica intestato a “il nuovo manifesto
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del 06-04-2016
chiuso in redazione ore 22.00
tiratura prevista 38.584
BANKITALIA
Record del debito pubblico,
avanti con le privatizzazioni
Nuovo record del debito pubblico. A
maggio, secondo la Banca d'Italia, il
debito delle amministrazioni pubbliche si è attestato a 2.248,8 miliardi,
in aumento di 70 miliardi rispetto al
mese precedente.
Nei primi sei mesi il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato
di 77,2 miliardi. L'incremento riflette
il fabbisogno (24,8 miliardi) e l'aumento delle disponibilità liquide del
Tesoro (56,8 miliardi). Complessivamente gli effetti dell'emissione di titoli sopra la pari hanno ridotto il debito
per 4,4 miliardi. Per il governo tutto
va bene. La linea difensiva sull’aumento del debito pubblico ha seguito ieri
la falsariga di quella sul dimezzamento del Pil. Tutto sotto controllo, si continua con la ricetta di sempre: dismissioni del patrimonio, privatizzazioni.
Strumenti che, ad oggi, non hanno
affatto fermato il debito pubblico che
- con ogni probabilità- segue ben altre logiche. «Sul volume globale del
debito non mi pare ci siano sorprese.
Siamo relativamente tranquilli sul fatto che l'obiettivo che ci siamo dati
per il 2016 e per il 2017 possa essere conseguito anche attraverso operazioni di privatizzazioni, cioè di cessione di patrimonio pubblico, che abbiamo quantificato puntualmente anche
in termini di obiettivo» ha detto vice-ministro dell'Economia Enrico Morando. In una nota il ministero
dell’Economia ha confermato: «la privatizzazione di Enav ha ottenuto un
buon risultato nonostante il clima generale dei mercati e il piano di cessione di una ulteriore quota di azioni di
Poste italiane fornirà un contributo
utile ad avvicinare gli obiettivi fissati
ad aprile».
PENSIONI, BANCHE, DEFLAZIONE
Nessuna luce in fondo al tunnel
DALLA PRIMA
Alfonso Gianni
La famosa luce in fondo
al tunnel non si vede o
assomiglia a Tir che travolge le speranze di facili elargizioni per puntellare le sorti di
un governo non più sulla cresta
dell’onda dei consensi.
Non solo ma anche la flessibilità invocata in sede Unione europea è più incerta, e di dubbia
efficacia, se l’economia stenta
più del previsto e il debito pubblico aumenta. L'obiettivo di
crescita del 1.2% per il 2016 è già
cancellato dalle stesse dichiarazioni ministeriali. E infatti, il governo già prevede di restringere
la borsa.
Come al solito le prime vittime sono i pensionati. Dopo un
eloquente studio del Sole24Ore
persino i dirigenti sindacali più
attratti dal carisma del premier,
lamentano una cronica carenza
di fondi per potere mantenere
le promesse incautamente avanzate. In effetti in appena 1,5 miliardi di euro, secondo le più recenti anticipazioni del governo,
non ci può stare troppa roba.
Soltanto la riforma Ape, ovvero quella relativa alla possibilità
di anticipare l’andata in pensione, dovrebbe costare almeno
600 milioni di euro.
Un calcolo puramente indicativo ma improntato al ribasso,
che quindi fa già prevedere che
le penalizzazioni per i potenziali
pensionati possano risultare alquanto sostanziose, incrementando il livello di indebitamento
dei singoli e delle famiglie.
Ma anche se quella cifra fosse
credibile, e non lo è, resterebbe
in ogni caso meno di un miliardo di euro per tutta una serie di
misure, tutte necessarie e lungamente attese: dall'ottavo tentativo di salvaguardia per gli esodati, alla "Quota 41" per i lavoratori precoci, passando per una
estensione del concetto di "usura" nella prestazione lavorativa
e una riduzione oppure cancellazione dell'onerosità delle ricongiunzioni.
Intanto la situazione delle
banche continua a ballare sul
bordo di un precipizio, malgrado tutte le ripetute assicurazioni
sulla solidità del sistema bancario italiano.
Renzi aveva nei giorni scorsi
cantato vittoria per avere trovato «una soluzione di mercato»
per salvare il Monte dei Paschi
di Siena. La spavalderia gli derivava dalla presenza di grandi nomi del mondo finanziario nel
contratto di pre garanzia per
l’aumento di capitale.
Ma JP Morgan per prima fa
sapere che è pronta a sganciarsi se il premier non supererà la
prova del referendum costituzionale. E viceversa: George Soros aveva già dichiarato che il
governo italiano non avrebbe
vinto la prova referendaria se
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
FLIP & FLOP
Crisi •
«Un’analisi comparata tra paesi dimostra che la crescita occupazionale italiana è
risultata meno della metà della media europea. L'apologia del Jobs Act è infondata»
alo
BOCCIA NON SI SCOMPONE.
«Solite polemiche strumentali delle opposizioni: i dati
sul Pil erano prevedibili, nessuno si aspettava dati
roboanti» dichiara Francesco Boccia, presidente
della commissione Bilancio della Camera. «Eviterei,
fossi nei panni del governo, di aggrapparmi agli
specchi parlando di Brexit e terrorismo: non mi pare
che la Germania non sia in Europa e non abbia
problemi di terrorismo...» aggiunge.
ALL’INTERNO
DI PALAZZO
CHIGI
FOTO
LA PRESSE
non avesse prima risolto l’inghippo bancario.
Da ultima la nota mensile
dell’Istat dimostra che la deflazione non si arresta. C’è sì una
piccolissima frenata nel mese di
luglio, ma questa è dovuta all’aumento dei prezzi connessi con il
caro-vacanze, ovvero all’incremento stagionale di prezzi e tariffe nei trasporti e nei viaggi.
Per chi le fa, le vacanze sono
più care, ma i consumi non ripartono. Tanto è vero che le vendite nella grande distribuzione
non superano che di un misero
0,3% il volume raggiunto nel cor-
Per chi riesce a farle,
le vacanze
sono più care.
E i consumi
non ripartono
rispondente periodo dello scorso anno.
Ma dove la deflazione fa più
danni è nel settore agricolo (le
quotazioni del grano duro sono
calate del 42%).
La Coldiretti stessa lo sottolinea così: «Oggi gli agricoltori devono vendere tre litri di latte per
bersi un caffè o quindici chili di
grano per comprarne uno di pane». Sembrano parole d’altri
tempi, ma sono dell’altro ieri.
Naturalmente Renzi dà la colpa
alla cattiva congiuntura europea, aggravata dalla Brexit.
In effetti la sola politica monetaria e tantomeno quella dei tassi negativi non può risollevare il
continente dalla crisi. Ma la renzinomics ne è parte integrante e
non un’alternativa.
pagina 3
BRUNETTA:«SERVE MANOVRA»
Per correggere i conti pubblici servirà una
manovra da 30-40 miliardi. «E la legge di
Stabilità di ottobre sarà lacrime e sangue per il
Paese, altro che bonus promessi a destra e a
manca per comprarsi il consenso». Lo sostiene il
capogruppo alla Camera di Forza Italia,
Renato Brunetta che prevede un autunno ferale
per il governo di Matteo Renzi.
INTERVISTA · L’economista Emiliano Brancaccio: i fatti economici sono più forti dello storytelling
RENZINOMICS
«Cresce lo scarto tra annunci e realtà
Renzi perderà consensi sulle riforme»
Tutti i nodi
dell’autunno
sulle pensioni
Roberto Ciccarelli
D
opo cinque trimestri consecutivi di aumento il Pil si è fermato. La crescita è a
zero nel secondo trimestre, +0,7%
sull'anno, ben al di sotto dell'1,2% fissato dal
governo. Per il Ministero dell'Economia la responsabilità è della Brexit e del terrorismo.
Per Emiliano Brancaccio, docente di economia all'università del Sannio, è invece la conferma che lo storytelling del presidente del
Consiglio Renzi non funziona e i suoi presunti successi sulla politica economica o sull'occupazione possono trasformarsi in un boomerang. «Non si tratta di un dato solo italiano –
precisa - Eurostat ha segnalato che l'Eurozona cresce di circa la metà rispetto a quello che
era stato il trimestre precedente. Il Pil europeo cala rispetto alle previsioni a causa dell'incertezza sulla tenuta economica del sistema
bancario, ed anche sulla tenuta politica
dell’Unione europea dopo la Brexit. L'italia ci
mette il suo: nel declino generale del Pil è uno
dei paesi che fa registrare i risultati peggiori».
A cosa è dovuto questo primato?
Al fallimento delle politiche economiche di
Renzi rispetto al suo storytelling. In questi mesi il governo ha insistito sul fatto che dopo il
Jobs Act si è verificato un incremento dell'occupazione. È l'atteggiamento tipico dello stregone che fa la danza della pioggia: se vede la
pioggia stabilisce una relazione tra il suo balletto e l'andamento del clima. Per determinare su basi scientifiche quali siano stati gli effetti reali del Jobs Act bisogna almeno effettuare
un'analisi comparata tra paesi: in questo modo scopriamo che in Italia, dall’entrata in vigore della legge, la crescita occupazionale è risultata meno della metà della media europea. Il
dato rivela che la narrazione fondata sull'apologia delle riforme del lavoro è completamente sganciata dai fatti. Queste riforme hanno
solo indebolito i lavoratori senza produrre
nessun effetto significativo sull'occupazione.
La produzione industriale crolla, l'export frena. È un dato sistemico o è colpa della
Brexit o del terrorismo come dice il Mef?
La Brexit è il sintomo politico di una crisi sistemica che è maturata ben prima del referendum inglese. I problemi dell'Eurozona sono
Nel declino generale del Pil
l’Italia è uno dei paesi
che fa registrare i risultati peggiori. Siamo in
una deflazione da
debito. Ma il rilancio
dei salari è considerato un’eresia
messi bene in evidenza dai dati sul calo dei
prezzi, che si registra in Italia e in vari altri paesi dell’Unione. Questa tendenza, che a prima vista potrebbe sembrare benvenuta, a livello macroeconomico determina diversi inconvenienti. Quando i prezzi diminuiscono,
diminuisce il valore nominale delle entrate.
Questo mette i debitori, pubblici e privati,
sempre più in difficoltà quando si tratta di
onorare gli impegni di pagamento assunti. Le
difficoltà dei debitori ricadono poi sul sistema bancario e spiegano la grande incertezza
di questi mesi sulla tenuta del quadro finanziario europeo. Si chiama «deflazione da debiti» e ci siamo completamente immersi.
Decontribuzioni per i neoassunti, bonus 80
euro, abolizione della tassa sulla prima casa non hanno funzionato, dunque.
Per paradosso Renzi e Padoan vengono
considerati come dei keynesiani spendaccioni nel consesso europeo. In realtà, il quadro
complessivo della politica di bilancio nazionale resta tendenzialmente restrittivo. L'Italia è
stata per vent'anni il paese che ha fatto il record europeo degli avanzi primari di bilancio,
cioè dell'eccesso di pressione fiscale rispetto
alla spesa pubblica al netto del pagamento degli interessi. Il governo Renzi non si è discostato molto da questa tendenza.
Quanto pesano su questa situazione gli insoddisfacenti risultati del Quantitative easing di Draghi?
La Bce da sola non è in grado di rilanciare
l'economia né può contrastare la tendenza alla deflazione. Se continuamo ad affidarci alla Bce per rilanciare l'economia
dei paesi in difficoltà commettiamo un
grave errore logico.
Qual è l'alternativa?
L'ex capo economista dell'Fmi Olivier Blanchard ha suggerito, assieme ad Adam Posen,
che per contrastare la deflazione giapponese
bisognerebbe aumentare in modo significativo i salari. A date condizioni sarebbe una soluzione valida anche dalle nostre parti. Ma
in Europa e in Italia il rilancio dei salari è considerato un'eresia indicibile. Nell’Unione
prevale un’idea di competizione tra paesi basata sulla demolizione dei sindacati e sullo
schiacciamento delle retribuzioni: una soluzione apparentemente razionale per la singola impresa o per gli interessi capitalistici di
una singola nazione, ma che deprime la domanda effettiva e diventa un boomerang micidiale a livello sistemico.
Se Renzi perde il referendum costituzionale
sarà per il fallimento delle sue politiche economiche e sociali?
In una celebre campagna elettorale statunitense si diceva: «È l'economia, stupido!». Se lo
scarto tra narrazione del governo e fatti economici continuerà ad allargarsi, Renzi vedrà
ridursi ulteriormente il consenso sulle sue riforme istituzionali. Renzi è destinato a deteriorarsi ancora.
RAPPORTO OXFAM · Diseguaglianze crescono anche fra le generazioni
Nel pianeta 500 milioni di giovani
vivono con due dollari al giorno
M. D. C.
U
n pianeta sempre più squilibrato moltiplica le diseguaglianze fra generazioni. E scava il solco della povertà
per i giovani sempre più disoccupati, sempre meno sicuri dell’accesso ai servizi.
Sono 500 milioni, nella fascia
d’età compresa fra i 15 e i 24 anni, costretti a sopravvivere con
meno di due dollari al giorno. È il
dato più eclatante del [/ACM]report che Oxfam ha pubblicato in
occasione dell’International Youth Day all’apertura del World Social Forum in Canada.
Il mondo è una sorta di flipper
impazzito fra demografia ed economia. Le statistiche indicano
che con 1,8 miliardi di giovani si è
raggiunto il punto più alto della
«gioventù» nella storia planetaria.
Tuttavia, al massimo rinnovamento anagrafico corrisponde il
più eclatante tonfo nell’indigenza
proprio per i più giovani. Impoveriti globalmente, esclusi dalla
"stanza dei bottoni", primi a pagare le conseguenze della crisi, sempre più sprovvisti dell’accesso ai
servizi essenziali e in futuro con livelli di Welfare evanescenti.
Oxfam lo conferma nel rapporto «I giovani e la disuguaglianza:
è tempo di rendere le nuove generazioni protagoniste del proprio
futuro», lanciato nel quadro della
campagna «Sfida l'ingiustizia». Dimostra come siano proprio i giovani i più colpiti dagli effetti della
crisi economica internazionale
iniziata nel 2008: il 43% della forza lavoro giovanile a livello globale è disoccupata o vittima di retribuzioni inadeguate.
Un dato mondiale che non risparmia l’Italia. Anzi. È più che
preoccupante il tasso di disoccupazione giovanile (sempre nella
fascia d’età compresa tra i 15 e 24
anni): a giugno l’Istat certificava
quota 36,5%. E lo scenario mondiale è tutt’altro che incoraggiante. Secondo Oxfam, anche se nel
biennio 2013-2014 è aumentato
del 50% il numero di governi che
hanno adottato Piani nazionali
per le politiche giovanili, i "nuovi
abitanti" del pianeta restano penalizzati.
«Con questo nostro report - sottolinea la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti - lanciamo un appello ai leader
mondiali affinché rendano i giovani veri attori e motore di un
cambiamento da cui tutti possano trarre beneficio».
E aggiunge: «Lavoriamo ogni
giorno con migliaia di giovani e
sappiamo come molti di loro siano impegnati nella costruzione di
un mondo più giusto e libero
dall’incubo della povertà, che colpisce tantissimi di loro, soprattutto nei paesi poveri».
Di conseguenza, urge una svolta proprio in funzione delle nuove generazioni, cioè del futuro
stesso del pianeta. «Governi e società civile devono lavorare insieme ai giovani di tutto il mondo
perché il peso dell'estrema disuguaglianza economica e socialenon schiacci le nuove generazioni in termini di accesso a servizi e
diritti essenziali come l'istruzione, la sanità e il lavoro».
Nel mondo, quasi 126 milioni
di giovani, soprattutto nei paesi
poveri, sono vittime dell'analfabetismo. E in alcuni paesi le ragazze hanno una maggiore probabilità di morire di parto che di
finire gli studi. Un contesto globale che richiede, quindi, una riflessione che parta proprio dai
giovani per trovare nuove e diverse soluzioni.
Ecco perché Oxfam proprio in
occasione del World Social Forum di Montreal ha promosso lo
«Youth Summit on Inequality», incontro che a partire dai temi proposti dal report porterà giovani attivisti di Oxfam da tutto il mondo
a confrontarsi per trovare possibili soluzioni e proposte, che saranno raccolte in un vero e proprio
Manifesto, sottoposto al vaglio
dei partecipanti al World Social
Forum di Montreal.
Mario Pierro
I
l peggioramento del quadro
macroeconomico influirà anche sul dibattito sul «pacchetto pensioni» e le risorse che il governo dovrà stanziare. Sul tavolo
ci sono al momento 1,5 miliardi.
Voci dal sen fuggite parlano di un
extra fino a 2,6 miliardi. Con il calo del Pil (dall’1,2% previsto incautamente ad aprile nel Def allo
0,6% previsto dall’Istat a crescita
nulla per fine anno) queste cifre
rischiano di svanire. Il rovescio
comporterà un peggioramento
dei rapporti del debito e del deficit. Spazi di manovra per strappare le risorse desiderata ce ne saranno sempre di meno, a partire
dal deficit da ricalcolare nella nota di aggiornamento del Def. Sempre che Renzi riesca nella missione impossibile di ottenere da Bruxelles il via libera per un’altra quota di flessibilità rispetto agli austeri parametri di bilancio. Ciò che
lo preoccupa è la clausola da 15
miliardi di euro sull’aumento
dell’Iva. Bisognerebbe neutralizzarla, ma i soldi sono tanti e, nel
quadro di un’economia stagnante, sarebbe un colpo non da poco
ai consumi che l’esecutivo stenta
a rilanciare. Nonostante la pioggia di bonus elettorali e tagli alle
tasse sulla prima casa.
Il governo intende riconoscere
lo scivolo verso la pensione per i
lavoratori precoci che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni. Costo previsto dell’operazione: da 1,2 a 1,4 miliardi. In cantiere c’è anche il raddoppio della
platea dei pensionati destinatari
di questa misura. Costo: 800 milioni di euro all’anno. L’anticipo
pensionistico «Ape» dovrebbe costare alle casse pubbliche tra i
600 e i 700 milioni di euro all’anno. Più altri spiccioli sulle ricongiunzioni. Troppo. Si sta facendo
strada allora l'ipotesi di intervenire in due fasi. Nella manovra in
autunno, referendum permettendo, il governo potrebbe limitarsi
a scrivere l’agenda degli interventi spalmati in due anni:
2017-2019.
In un’intervista al Corriere della Sera il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso
Nannicini - in cabina di regia della «Renzinomics» in questo periodo - si è detto fiducioso «che già
da questa legge di bilancio si possano dare risposte concrete e ispirate a un criteruio di equità». E
nel frattempo è ripresa la polemica sul «mutuo sulla pensione»:
una strategia per indebitare a vita
i pensionati, come sostenuto su
«Il Manifesto» da Christian Marazzi (16 giugno). La Cgil (Camusso e
Landini) attaccano il governo. Debole la risposta di Nannicini: «Le
loro polemiche mi sembrano indietro di qualche mese: è un passo in avanti visto che la Cgil è apparsa indietro di qualche anno
sulle tutele nel mercato del lavoro. Con l’Ape una platea significativa di beneficiari riceverà un reddito ponte verso la pensione senza doverlo ripagare». Si riferisce
ai pensionati poveri. Per gli altri
ci sarà il debito. «L’Ape rischia di
essere un regalo alle banche ed è
contraria alla naturale propensione delle persone» ha detto Camusso.
pagina 4
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
SOCIETÀ
PROFUGHI · Secondo Amnesty la Svizzera viola i diritti dei bambini: così restano separati dai parenti
A Como, sospesi davanti ai binari
Andrea Cegna
COMO
L
a Svizzera viola la convenzione sui diritti dei bambini secondo Amnesty International. «Due membri di Amnesty sono stati a Como e hanno
trovato dei minorenni che hanno parenti in Svizzera, uno di loro persino il papà, ma non sono
stati autorizzati a passare il confine. In questi casi c’è davvero un
problema perché l’interesse superiore del bambino è che sia il
più presto possibile con il padre
o con un parente e non che sia
mandato indietro in Italia dove
non ha nessuno», spiega Denise
Graf, responsabile Svizzera, ai
microfoni di Radio3i. Manda anche un messaggio a chi critica la
posizione di Amnesty: «Abbiamo la certezza di questi casi perché abbiamo incontrato questi
minorenni, li abbiamo intervistati e ci hanno dato il contatto dei
loro parenti in Svizzera. È chiaro
che la situazione è questa».
Mentre si sta individuando
l’area dove sistemare i container, alla stazione San Giovanni
di Como continua l’andirivieni
di associazioni e solidali. Tra i vari attivisti che animano lo scalo
c’è No Border Radio, progetto
nato nei campi migranti della
Grecia. Tramite lo strumento radio si abbattono le distanze permettendo a chi è bloccato nel
suo viaggio di raccontare la propria storia e di raggiungere i cari
all’estero.
Abbiamo incontrato Bilal, unico palestinese tra le centinaia di
persone che assiepano il parco
davanti alla stazione. Ci dice, in
italiano faticoso, «sono arrivato
in Italia in mare, siamo stati abbandonati su una barca e siamo
stati lì due giorni fin quando
non siamo stati intercettati da
ALLA STAZIONE SAN GOVANNI DI COMO FOTO LAPRESSE
una nave della polizia. Ci hanno
portato fino a Lampedusa, al
centro. Ho iniziato da lì a risalire. Sono arrivato a Roma, poi da
Roma in treno a Milano. Da Milano sono arrivato a Como e ho
preso un pullman per andare in
Svizzera. Al confine i poliziotti
Svizzeri mi hanno chiesto perché volevo entrare. Gli ho risposto che da lì dovevo passare per
continuare il mio viaggio. Mi
hanno rispedito a Como, con altri ragazzi e ragazze dell’Africa.
Non voglio fermarmi in Italia, e
nemmno in Svizzera. Voglio andare in Svezia. Ho iniziato il mio
viaggio 40 giorni fa. Da solo».
Yadassham invece è Etiope ed
è colui che tiene assieme la sua
comunità. Si presenta così come
Alla stazione
San Giovanni,
tra i migranti
che non possono
continuare
il loro viaggio:
«Ci aspettiamo
che il governo
italiano ci aiuti»
coordinatore degli etiopi bloccati in città e ci dice che il suo viaggio è iniziato attraversando il deserto del Sahara per poi imbarcarsi per l’Europa: «Noi ci aspettiamo che il governo italiano ci
aiuti, sì, ma a continuare il viaggio. Noi abbiamo sempre pensato che l’Europa fosse un posto
democratico». Yadassham è elemento di raccordo per gli altri
etiopi ma soprattutto opera affinché la sua comunità non entri
in rotta di collisione con quella
Eritra.
Cerchiamo Samuel, il coordinatore della comunità Eritrea.
Samuel è stato per anni in carcere nel suo paese, è diacono coopto, e sul suo corpo porta i segni
della guerra e della repressione:
«Qui siamo arrivati da diversi
punti dell’Africa occidentale, Eritra, Etiopia, Egitto. In Italia ci
hanno detto che avendo dei parenti in altri paesi europei avevamo maggiori possibilità di continuare il viaggio e non essere fermati. Qui c’è gente che è passata
da Milano, Torino, Vicenza e Verona e a Chiasso è stata respinta
dalla polizia che ci ha rispedito
alla stazione di Como».
Samuel ricorda come «in stazione la situazione non è semplice, mancano i bagni e l’assistenza minima per le tante famiglie e
per i tanti minori che aspettano
di poter continuare il viaggio.
Noi ringraziamo tutte le persone
che giornalmente ci aiutano, anche la polizia ferroviaria di Como, solidale con noi». Un’altro
ragazzo eritreo ci racconta la sua
storia ma non vuole essere registrato, ci dice come sia in fuga
dal suo paese da 14 anni. Aveva i
documenti per andare negli Usa
ma gli sono stati rubati. Sorride
mentre racconta la sua vita.
Parliamo con Sabir, etiope arrivato in Italia da soli dieci giorni, «ho attraversato prima il Sudan e poi la Libia, poi il mare, in
solitaria. Arrivato in Italia le autorità mi hanno chiesto dove volevo andare e io ho detto in Svizzera. Ma non ne sono ancora del
tutto sicuro. Sono scappato dal
mio paese per ragioni politiche.
Da noi non c’è libertà, diritto di
parola e d’espressione, diciamo
che in generale mancano tutti i
diritti» e «se tornassi indietro
protrebbero ammazzarmi o se
mi andasse bene mi metterebbero in carcere. Ho 27 anni e qui vedo democrazia e libertà - conclude - sarebbe bello si utilizzassero per aiutare persone come noi,
che non hanno casa, sono in difficoltà e che cercano la salvezza
qui in Europa».
FRANCIA
VIETATO IL BURKINI
SULLE SPIAGGE DI CANNES
L’ordinanza, emessa a fine luglio, è entrata in vigore: sulle spiagge di Cannes è
vietato indossare il burkini, il costume
che copre integralmente il corpo. Lo ha
deciso il sindaco di centrodestra David
Lisnard vietando l’«accesso alle spiagge e
ai bagni» alle persone «che non hanno
una tenuta corretta, rispettosa del buon
costume e della laicità, che rispetti le regole d’igiene e di sicurezza dei bagnanti
nel dominio pubblico marittimo». Prevista
un’ammenda di 38 euro. Il burkini, è scritto nell’ordinanza, «manifesta in maniera
ostentata un’appartenenza religiosa», e
«in un momento in cui la Francia e i luoghi di culto religioso sono presi di mira
da attacchi terroristi, rischia di creare disturbo all’ordine pubblico». Addirittura,
secondo il direttore generale dei servizi
della città di Cannes, si tratterebbe di
«una tenuta ostentata che fa riferimento
a un’adesione a dei movimenti terroristici
che ci fanno la guerra».
GOLETTA VERDE
SULLE COSTE UN PUNTO
INQUINATO OGNI 54 CHILOMETRI
Lo dice Goletta Verde 2016, la campagna estiva di Legambiente. Dei 265 punti
monitorati, uno ogni 28 chilometri di costa, il 52% è risultato inquinato o fortemente inquinato. L’88% in corrispondenza di foci di fiumi, fossi, canali o scarichi,
principali veicoli dell’inquinamento da
batteri fecali in mare. Più della metà sono in prossimità di spiagge e stabilimenti.
I parametri indagati sono microbiologici
(enterococchi intestinali, escherichia coli)
e vengono considerati come «inquinati» i
risultati che superano i valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione e «fortemente inquinati» quelli che
superano di più del doppio tali valori. Si
distinguono positivamente la Sardegna e
la Puglia, con poche criticità in corrispondenza di foci di corsi d’acqua o canali. In
alto Adriatico la situazione migliore si registra in Veneto. Le situazioni più critiche
nelle Marche, in Abruzzo e in Calabria.
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
DIRITTI
GIUSTIZIA · La procura di Napoli invia l’avviso di conclusione delle indagini a 22 poliziotti penitenziari e a un medico
Poggioreale, prime crepe
nel muro della «cella zero»
Eleonora Martini
D
a lesioni aggravate a violenza privata, da sequestro di persona ad abuso di autorità: è ampio il ventaglio
di reati ipotizzati dalla procura di Napoli
nell’inchiesta sui maltrattamenti subiti da
alcuni detenuti nel carcere di Poggioreale,
anche nella cosiddetta «cella zero». Non
tutti saranno eventualmente oggetto di
una possibile richiesta di rinvio a giudizio, ma per intanto i magistrati hanno recapitato l’avviso di chiusura delle indagini a 22 agenti di polizia penitenziaria e a
un medico. Tra venti giorni, preso atto delle controdeduzioni presentate nel frattempo dalla difesa, che conta di poter dimostrare l’«infondatezza» delle accuse, il pm
Alfonso D’Avino, che coordina le indagini
condotte dai procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto, deciderà se e per quali reati chiedere il rinvio a
giudizio di alcuni o di tutti gli indagati.
I fatti risalgono ad un arco di tempo
che va dal 2012 al 2014. Fu Adriana Tocco,
garante dei detenuti della Campania, a
raccogliere le prime due denunce di maltrattamenti subiti nel carcere che diedero
l’avvio all’attuale inchiesta giudiziaria. La
prima vittima attese la fine della pena, prima di decidersi a parlare, nel gennaio
2014. «Era un uomo molto mite, sebbene
Le violenze subite
dai detenuti tra
il 2012 e il 2014.
Tra venti giorni si
deciderà l’eventuale
rinvio a giudizio.
E c’è il rischio di
prescrizione dei reati
avesse commesso un reato di frode finanziaria - racconta al manifesto Adriana Tocco -, mi raccontò per filo e per segno ciò
che gli fece un poliziotto, senza alcun motivo». Da allora sono diventate 150 le denunce di sevizie, maltrattamenti, a volte
vere e proprie torture, perpetrate negli anni. Fu così che si scoprì la presenza, a Poggioreale, - in realtà antica di oltre un ventennio, come denunciò per primo, nel
2012, Pietro Ioia, attivista per i diritti dei
reclusi e presidente dell’associazione degli ex detenuti napoletani - della cosiddetta «cella zero», una stanza vuota posta al
piano terra, senza videosorveglianza, sporca di sangue sulle pareti, dove si sarebbero consumati i pestaggi. Il 28 marzo 2014,
poi, una delegazione della Commissione
libertà civili del parlamento europeo, dopo aver audito formalmente l’associazione Antigone, ispezionò il penitenziario
napoletano. In seguito alla visita, l’allora
direttrice Teresa Abate venne trasferita
ad altro incarico, sostituita con l’attuale
dirigente, Antonio Fullone, così come il
comandante della polizia penitenziaria.
«Da allora - racconta ancora Adriana Tocco - non ho più ricevuto denunce di maltrattamenti. Poche settimane fa, a fine luglio, sono stata in visita di nuovo a Poggioreale per accertarmi della veridicità di
alcune lettere ricevute dal garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma. Ho parlato a lungo con i carcerati e
ho potuto verificare che quel tipo di violenze sono terminate».
«Ci auguriamo - dice Patrizio Gonnella,
presidente di Antigone - che si arrivi presto ad appurare eventuali responsabilità senza che, nel caso di colpevolezza
degli indagati, intervenga la prescrizione come già avvenuto in altri casi simili». Un rischio concreto, innanzitutto
perché dai primi casi di violenza sono
già passati quattro anni, ma soprattutto
perché, come spiega ancora Gonnella,
«in mancanza del reato di tortura, al di
là del fatto che possa essere effettivamente stato commesso o meno, vengono ipotizzati reati per i quali sussiste il rischio della prescrizione e quindi dell’impunità». Motivo per il quale l’associazione Antigone chiede «che non si perda ulteriormente tempo e che a settembre il
Parlamento ricalendarizzi la discussione e approvi la migliore legge possibile
per introdurre nell’ordinamento italiano il reato di tortura».
Ma al di là dei reati eventualmente commessi da alcuni poliziotti penitenziari, rimane la questione aperta dell’isolamento, regime disciplinare dove, fa notare Antigone, «più facilmente, possono avvenire
violenze» e che «rappresenta una soluzione particolarmente afflittiva che spesso induce i detenuti ad atti di autolesionismo e
a suicidi». Per questo Antigone ha presentato recentemente una proposta di legge
per riformare l’applicazione del regime di
isolamento, «invitando i parlamentari della Commissione Giustizia di Camera e Senato a farla loro».
Rimane comunque il fatto che la cosiddetta «cella zero» non è contemplata da alcun regolamento penitenziario, e che la
sua presenza, all’interno delle mura di
molti penitenziari, non solo quello partenopeo, è stata negata per decine di anni.
CARCERI · Nel rapporto di Antigone un lungo elenco di casi
L’isolamento punitivo fa male
E a volte tortura e uccide
«N
el solo 2015 l’isolamento disciplinare
è stato comminato
per ben 7.307 volte. Nel 29,6%
dei casi è la sanzione prescelta
dal consiglio di disciplina oggi
composto
dal
direttore,
dall’educatore e dal medico».
Nel «Pre-rapporto 2016 sulla
condizione di detenzione»
pubblicato da Antigone a fine
luglio, un intero paragrafo è
dedicato a questo provvedimento rispetto al quale, scrive
l’associazione, «non vi sono dati». Antigone ha però stilato un
lungo elenco di casi esemplificativi di quanto questa misura
punitiva - a volte «vessatoria,
anti-educativa e disumana» faccia male.
Eccolo di seguito:
2004 – Carcere di Asti: due
detenuti vengono denudati,
condotti in celle di isolamento prive di vetri nonostante il
freddo, senza materassi, lenzuola, coperte, lavandino. Viene loro razionato il cibo e impedito di dormire, sono insultati e sottoposti per giorni a
percosse quotidiane. La Corte
Europea dei Diritti dell’Uomo
nel 2015 dichiara ammissibile
il loro ricorso per tortura. La
sentenza è attesa a breve.
2006 – Carcere di Civitavecchia: H.E., 36 anni, eritreo, si
uccide impiccandosi in una
cella di isolamento della Casa
Circondariale. Il giovane si trovava da circa due mesi rinchiuso nella sezione di Alta Sicurezza.
2007 – Carcere di San Sebastiano (SA): alcuni agenti di polizia penitenziaria trovano senza vita nella sua cella il detenuto M.E. Era in isolamento, in
una cella liscia, perché in qualche occasione aveva manifestato la volontà di uccidersi.
2008 – Carcere di Marassi
(GE): un ragazzo di soli 22 anni, M.E., viene trovato senza vita riverso per terra, con una
bomboletta di gas in mano,
nel bagno della sua cella. Qualche giorno prima di morire
aveva scritto una lettera alla
mamma : «Qui mi ammazzano di botte almeno una volta
alla settimana. Mi riempiono
di psicofarmaci. Sai, mi tengono in isolamento 4 giorni alla
settimana».
2009 – Carcere di Venezia:
un 28enne di origini marocchine, C.D., si impicca nella cella
pagina 5
"di punizione", nella quale era
stato trasferito dopo aver tentato il suicidio. Un ispettore della Polizia Penitenziaria è stato
condannato a 7 mesi di reclusione per omicidio colposo e
abuso di autorità. Non era stata disposta la sorveglianza sul
detenuto a rischio.
2010 – Carcere di Foggia: si
chiamava R. F. e aveva 41 anni. Si è impiccato trasformando i lembi dei suoi pantaloni
in un cappio. Era stato messo
in una cella di isolamento "liscia" dopo che aveva mostrato
evidenti segni di disagio psichico tentando di darsi fuoco e incendiando la cella che lo ospitava.
2011 – Carcere di Poggioreale (NA): G. R., 50 anni, si impicca facendo a brandelli una co-
È attesa a breve
la sentenza Cedu
sulle violenze
inferte a due
detenuti di Asti
perta mentre era in isolamento in cella singola nel reparto
di osservazione. Il suicidio avviene a poche ore dal suo ingresso in carcere.
2012 – Carcere di Trani
(BA): il 34 enne G.D. muore durante la notte di capodanno in
una cella del carcere di Trani,
in isolamento. A dicembre
2011 l’uomo era stato trasferito d’urgenza nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Bisceglie per una crisi epilettica ed
era stato tenuto sotto osserva-
zione per 4 giorni.Rientrato in
carcere era rimasto in isolamento, non si sa bene per
quale motivo, se per la difficile convivenza con altri detenuti o perché punito perché
accusato di aver simulato la
malattia.
2013 – Carcere di Velletri
(RM): G. M., un uomo di 40
anni si uccide impiccandosi
con le lenzuola all'interno della sua cella di isolamento, 8
ore dopo essere arrivato in
carcere.
2014 – carcere di Lucera
(FG): un 38enne si impicca nella cella d’isolamento. Avrebbe
avuto una lite con un agente
della Polizia Penitenziaria, e
per questo era stato messo «in
osservazione».
2014 – carcere di Poggioreale (NA) – A gennaio un ex detenuto sporge la prima denuncia alla Procura di Napoli per i
maltrattamenti subiti, segnalando anche la presenza della
cosiddetta «cella zero».
2015 – Carcere di Regina Coeli (RM): due suicidi in meno
di 24 ore. Il primo, quello di L.
C. Il detenuto era in isolamento e doveva essere tenuto sotto
stretta sorveglianza fino all'interrogatorio di garanzia che si
sarebbe dovuto svolgere la
mattina dopo. Il secondo, quello di T., un ragazzo entrato in
carcere a 18 anni e un giorno.
Anche il giovane si trovava in
isolamento, dapprima in isolamento giudiziario, ma mai trasferito in sezione fino al 20 luglio, quando è avvenuta la
morte. Il caso è stato archiviato, ma i legali stanno ripresentando nuova denuncia.
2016 – Carcere di Paola
(CS): il detenuto M. P. M., in
carcere per spaccio di stupefacenti, si suicida nell’aprile scorso nella sua cella, dopo aver
trascorso un periodo di isolamento in una cella liscia. Il suo
fine pena era imminente. M.
sarebbe uscito dal carcere il 30
giugno.
pagina 6
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
AMERICHE
RIO 2016 · Una pattuglia di agenti si perde nella Marè: dopo gli spari, scatta la rappresaglia
È «guerra» in periferia
Amnesty conta i morti
Ivan Grozny Compasso
RIO DE JANEIRO
L
a vita delle persone può dipendere anche dal sistema
Gps. Non è un riferimento ai
taxi che fanno giri strani confidando maliziosamente sul fatto che lo
straniero non sappia orientarsi a
Rio. Riguarda, invece, un episodio
di cronaca che in Brasile ha innescato polemiche e discussioni.
Una pattuglia della Força Nacional si è “persa”: così si è ritrovata,
in modo inconsapevole, nel complesso della Marè. Quelli della FN
sono agenti che vengono da fuori
e Rio è difficile perfino per chi la
conosce. Non esattamente la migliore delle situazioni, quella in
cui si sono trovati gli agenti, alla luce di quanto accade ogni giorno e
peggio ancora ogni notte. La jeep
della FN deve essere subito stata
notata, quando ha scelto di attraversare Vila do Joao. Una sventagliata di colpi d’arma da fuoco ha
ferito tre agenti. Per tutta risposta
una rappresaglia, con elicotteri e
mezzi blindati, sta pesantemente
attaccando la zona.
Lì è guerra vera. Si calcola che
per ogni poliziotto ucciso sono
poi state ammazzate almeno 25
persone. Un conto che può sembrare sommario: invece, secondo
Amnesty Brasil - che qui si dà davvero da fare attraverso le testimonianze raccolte da vari osservatori
e associazioni direttamente sul
campo - va confermato per difetto
nelle "statistiche" pubblicate.
Non è difficile capire cosa stia
accadendo in queste giornale
olimpiche a Rio. La zona è inaccessibile: le notizie arrivano soltanto
da chi si trova sul posto per forza
maggiore, sotto tiro per la sola colpa di vivere in un posto e in un altro. E vale lo stesso per Vila Autodromo. Per oggi è previsto l’incontro con la stampa internazionale
convocata dagli attivisti di Vila Autodromo, la comunità che è stata
letteralmente sacrificata per fare
posto al villaggio olimpico. Si sono battuti per anni e continuano a
ancora farlo.
Mentre i Giochi vanno avanti
sotto i riflettori mediatici, la vita
quotidiana prosegue anche nella
città che resta "fuori onda". E se si
va ad osservare con attenzione, gli
impianti sportivi dei Giochi non
sono gremiti e neppure di fronte
agli schermi dei vari locali e ristoranti non si nota gran folla a seguire le gare in diretta tv. Tranne
quando gioca la Seleção, ma questo è scontato in tutto il Brasile.
Nel Boulevard olimpico e negli
altri luoghi di aggregazione sotto
il segno dei cinque cerchi l’atmosfera migliora insieme alla presenza della gente. Soprattutto se in
programma ci sono concerti. Durante il giorno, invece, il pubblico
dei Giochi non si ferma negli
stand: preferisce passeggiare, scattare foto dove Kobra, su commissione del Comune di Rio, ha coperto di mural raffiguranti indigeni di tutto il mondo l’edificio più
grande che costeggia il Boulevard.
Di fatto, è diventato il “selfie-ficio"
delle Olimpiadi 2016. Nulla può distrarre dall’attività più gettonata
nel Boulevard che va da Praca
Saùde a Praca XV.
L’altra "calamita" per la gente è
rappresentata dalla musica: un’infinita quantità di artisti e band che
hanno capito bene come questo è
il palcoscenico giusto dove esibirsi. Alla vigilia dei Giochi, lo stesso
luogo era il nulla: spazio che sembrava predestinato a rapide e svo-
E oggi gli attivisti
di Vila Autodromo
organizzano
un incontro
con i media
internazionali:
la comunità
è stata sacrificata
per fare posto
al villaggio
olimpico,
ma continua
a battersi
IL MURAL DI KOBRA LUNGO IL BOULEVARD OLIMPICO. A SINISTRA, LA FAVELA ROCINHA FOTO GROZNY
gliate passeggiate per muoversi da
una piazza all’altra. Ma poi sono
spuntati un sacco di artisti che
hanno reso l’atmosfera davvero
brasiliana. E la folla è arrivata...
Se non si vuole camminare si
può sempre prendere il VLT, il trenino che collega Cinelandia con la
zona portuale. Ha difficoltà a muoversi, se non viene scortato dai vigili. Una signora in fila per acquistare il biglietto chiede a uno dei
tanti agenti presenti: «Anche dopo
le Olimpiadi ci sarà la scorta al
tram?». L’agente sorride e non risponde.
Sui muri spuntano già gli slogan
“o VLT tropela” (il VLT investe),
che strappano un sorriso e nellostesso tempo rendono l’idea di
quanto precaria sia questa opera.
Di sicuro, non è pronta per circolare liberamente e troppo spesso cali di energia ne rallentano la corsa.
Il biglietto, come in qualsiasi
mezzo di trasporto pubblico, è pe-
rò stato appaltato a una azienda
privata: non è affatto economico,
considerando il breve tratto di percorrenza. D’altro canto, immaginare che i lavori siano stati eseguiti male perché l’importante è guadagnare, potrebbe rivelarsi miope. È del tutto evidente come il
centro di Rio, Lapa e Santa Teresa
compresi, cambieranno nel corso
dei prossimi anni. Con il trenino
si sta, passo passo, conquistando
sempre nuovo territorio.
SOCIAL FORUM · Sgraditi i piani economici del governo Trudeau
«Salvate il fiume St Lawrence»
Mohawk contro multinazionali
Francesco Martone
MONTREAL
«A
vete un grande fiume, la sera sedetevi alla sua riva ed ascoltate il fiume che dorme, che lo spirito va
per lo spazio», con un sorriso Manari Ushigua Santi, sciamano e leader del popolo Sapara dell’Ecuador parla del Sumak Kawsay,
del Buen vivir, come alternativa al modello
economico dominante. «Prima sogniamo, e
ci connettiamo con gli spiriti della terra, l’acqua, le stelle, le montagne, e questa connessione ci ha permesso di vedere la vita. Quando nel 2008 si decise di inserire il Buen Vivir
nella costituzione abbiamo chiesto alla natura che ne pensasse, e lei ci ha detto bene,
ma questo non riguarda me ma voi, dovete
essere consapevoli di quel che fate sulla terra». Il fiume è il St Lawrence, attraversato
dal Mercier Bridge che connette Montreal
alla riserva Mohawk di Kahnawake. Tutta
Montreal è su terra Mohawk.
C’è anche Kahnasake, scesa in piazza 25
anni fa in un confronto durissimo tra guerrieri mohawk e l’esercito canadese per bloccare un campo da golf ad Oka loro terra sacra. Lo scorso anno giovani mohawk hanno
marciato per protestare contro un piano del
comune di Montreal di sversamento di reflui urbani nel St Lawrence. Kahnasake ed i
suoi leader sono oggi sul piede di guerra
contro la Transcanada pipeline.
Il movimento «Idle no more» resiste
all’ampliamento dello sfruttamento delle
sabbie bituminose, le «tar sands» che stanno devastando l’Alberta. Eppure il governo
Trudeau dei passi in avanti li aveva fatti riconoscendo i diritti dei popoli indigeni, ma il
«business as usual» continua, quello delle
grandi dighe, e quello del petrolio e del gas.
In Canada ed altrove. Due anni fa a Montre-
al il Tribunale Permanente dei Popoli giudicò l’operato di multinazionali canadesi del
settore minerario in America Latina. In questi giorni al Forum Sociale Mondiale, molto
spazio è stato dato alle lotte ed alle iniziative che connettono comunità in resistenza e
movimenti sociali di ogni parte del mondo.
La campagna «stop corporate crimes» na-
sce da una serie di sessioni del Tribunale
Permanente dei Popoli, istituzione creata
da Lelio Basso, e che nel corso degli anni ha
studiato, ascoltato testimonianze di comunità impattate, e giudicato l’operato dell’Unione Europea e delle sue imprese in America
Latina. Temi che oggi riaffiorano con forza
nelle mobilitazioni contro il Ttip, ed il Ceta,
il Canada-Europe Trade Agreement.
Da allora i movimenti hanno lavorato
«dal basso» per la redazione di un Trattato
dei Popoli sulle imprese transnazionali, riprendendo il testimone delle proposte fatte
nel lontano 1992 al Global Forum della conferenaz Unced di Rio de Janeiro, mentre
«dentro» al Consiglio Onu sui diritti umani
il governo dell’Ecuador lavora su un Trattato vincolante per le imprese. Prossimo ap-
Perfino Pedra do Sal è diventata
oggetto di attenzioni speculative,
visto che il lunedì sera, di segunda
feira, ci sono talmente tante persone che gli affaristi vogliono allungare le mani. È una zona prossima
al porto che proprio in occasione
dei Giochi sta cambiando completamente identità, faccia e anima.
In questi anni chi ha lavorato
qui (dove un tempo venivano portati gli schiavi per essere mostrati
e venduti), sono gli ambulanti: pre-
puntamento a Ginevra a ottobre, mentre il
Tribunale si riunirà, per la prima volta in
Africa, la settimana prossima in Swazilando
per giudicare le imprese minerarie Vale e
Jindal. Qua a Montreal i fili della resistenza
si intrecciano, sarà forse l’«esprit du lieu», la
presenza di un vibrante movimento studentesco, che due anni fa ha portato in piazza a
Montreal un milione di persone, nella
«Maple spring».
Di giovani se ne vedono tanti a questo Forum, inusuale, che cerca nuove strade e si
interroga, approfondisce, cerca di capire. A
migliaia hanno cercato di entrare nella sala
dove Naomi Klein ha parlato di clima, di oleodotti, ed ha esortato alla mobilitazione,
quella dei fatti non delle rivendicazioni. Giovani e anziani canadesi, (in molti commentano che in effetti questo forum è
molto canadese, anzi molto «quebec», ma del resto il locale è o non
è globale e viceversa?).
Giovani canadesi imbracciano
tubi per protestare contro le pipeline, marciando ordinati sui marciapiedi del centro città, accompagnati da attivisti che protestano contro
le malefatte della Chevron, In una
tenda la rete Ong e movimenti brasiliani si interrogano sul futuro del
paese, dopo la decisione del Senato di confermare l’impeachment
di Dilma. Un’assemblea di convergenza verrà dedicata alla difesa della democrazia. Un’agorà globale forse sospesa tra la terra ed il cielo, pochi canadesi anglofoni, pochi rappresentanti dei popoli indigeni presenti. Eppure il ponte è lì dietro
che unisce e che separa.
La storia del Canada riaffiora nelle insegne dei grandi magazzini della Compagnia
della Baia di Hudson, la «Hudson Bay Company», propaggine imprenditoriale della colonizzazione del passato, dell’invasione delle terre indigene e dei ghiacci per la conquista del mercato delle pelli. Oggi è il petrolio,
il gas, il grande business dell’acqua (HydroQuebec è un gigante del settore) lo sfruttamento dei ghiacciai, «Parliamo in nome della Madre Terra ma la gente non ci ascolta»
chiosa il leader Dane – Lakota Tom Goldtooth, «ma non ci fermeremo».
senza caratteristica con ogni tipo
di merce, cibo compreso. Poi i musicisti hanno cominciato a darsi
appuntamento
ogni
lunedì
nell’angolo nascosto di Rio. E l’iniziale passaparola per addetti ai lavori ha assunto dimensioni e forza di un evento da non perdere.
Tanto più quando i social hanno
fatto rimbalzare il lunedì musicale
in rete. Gli stranieri in città - che
non sono affatto tanti come ci si
augurava -si sono adeguati: è più
probabile trovarli in luoghi caratteristici e tradizionali, come questo
che negli itinerari ufficiali griffati a
cinque cerchi.
Questo è un altro indice di come i Giochi di Rio non siano riusciti a decollare. L’atmosfera è innegabilmente brasiliana, ma basta
uscire dai soliti posti per verificare
che non c’è vera partecipazione
da parte di chi abita lontano dai siti olimpici.
Le soddisfazioni nazionali dalle
gare, fino ad ora, non sono praticamente arrivate: i media puntavano moltissimo su questo aspetto,
caricando ancora di più di responsabilità atleti che non sono abituati alle grandi ribalte. Lo si nota ancor di più quando sono intervistati dopo le gare. Si dimostrano timidi, un po’ impacciati, quasi si scusano di non avere compiuto l’impresa di qualificarsi a un turno
successivo e attendono dall’opinionista di turno una sorta di assoluzione.
Per le strade questo non si percepisce. Anzi si vede altro. Come
raccontato già una settimana fa,
erano "scomparsi" da Rio i senza
dimora. Ora si ricominciano a vedere. Le strade interne di Copacabana - visto che il lungomare è impraticabile per chi vuole vendere
qualsiasi cosa - sono piene di commercianti che cercano di trovare
altre collocazioni. Se ne trovano
ovunque da un paio di giorni e
l’impressione è che col week end
saranno sempre di più.
In particolare, chi propone gadget olimpici non originali rischia
dalla multa fino all’arresto. Improbabile, perché si dovrebbe portare
via centinaia di persone. Vendono
di tutto. Dalle finte medaglie alle
bandiere, dalle sciarpe fino introvabili Reais dei Giochi. Proposte a
100 e più monete che varrebbero
una, coniate qualche mese fa e già
sparite dalla circolazione. Un Carnevale del commercio con saltimbanchi, piccole churrasquerie mobili, pezzi di artigianato.
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
INTERNAZIONALE
Chan-o-cha ha invocato «l’unità
del popolo thailandese: dobbiamo aiutarci a vicenda per ripristinare la sicurezza nel paese».
«Dobbiamo unirci per eliminare
il male dalla nostra società», ha
aggiunto sottolineando come
«gli attacchi rivelino la mentalità
di alcuni thailandesi e il fatto che
alcuni elementi malvagi ancora
esistano nella nostra società».
La giunta militare thailandese
è al potere dal 2014 a seguito di
un golpe che ha messo fine alle
tensioni degli anni scorsi. Nello
scontro, in breve, erano contrapposti i sostenitori delle elite cittadine e della monarchia, di cui fa
parte anche l’esercito e le cosiddette camicie rosse che fanno rife-
Quattro morti, decine
di feriti. Due arresti.
Esplosioni nel giorno
del compleanno
della regina Sirikit
POLIZIA THAILANDESE IN UNO DEI LUOGHI DELLE ESPLOSIONI /LAPRESSE
THAILANDIA · La giunta e il governo: «Escludiamo la pista terrorista»
Undici attentati, i militari:
«Atti di sabotaggio locale»
Simone Pieranni
D
iverse esplosioni - almeno undici - in Thailandia,
per lo più nelle regioni
meridionali, hanno provocato
quattro vittime e decine di feriti,
tra cui due italiani. Il governo del
paese, guidato dai militari, ha prima escluso il terrorismo e poi richiamato all’unità nazionale.
Il fatto è che tra bombe (artigianali e attivate mediante telefoni
cellulari), ordigni inesplosi, piccoli incendi, tutto sembra portare a una strategia molto precisa,
benché al momento ancora misteriosa. Essendoci inoltre una
giunta militare al potere sarà
molto difficile scoprire cosa sia
successo davvero in un paese
che vive per lo più di turismo
con 30 milioni di arrivi ogni anno. Da un lato si è voluto colpire
soprattutto alcune zone turistiche, dall’altro appaiono sospette
alcune ricorrenze, come il compleanno della regina e la concomitanza con gli attentati al tempio buddista dell’agosto 2015.
Sul fronte delle indagini, secondo i media locali ci sarebbero
due persone in stato di arresto e
sotto interrogatorio, ma ai reporter che chiedevano lumi uno dei
rappresentanti della polizia thai-
landese ha risposto: «La soluzione trovatela voi». Tutto è cominciato nel tardo pomeriggio di giovedì a Trang, nell’estremo sud:
un morto. Poi nella serata doppio ordigno nei pressi della meta
turistica di Hua Hin.
La seconda bomba è scoppiata in una via piena di gente, ha ferito un venditore ambulante e altre venti persone (tra le quali nove europei e i due italiani). Ieri,
in mattinata il resto: un altro ordigno a Hua Hin ha causato un
morto e quattro feriti. Altre due
bombe sono esplose a Surat Thani, con un’altra vittima. Due ordigni minori sono scoppiati anche
a Phuket, causando un ferito. Altre due bombe sono state segnalate a Phang Nga, e bombe inesplose sono state identificate e disinnescate dagli artificieri in varie località.
Considerando anche una serie
di incendi scoppiati nella notte
in negozi e mercati, le autorità
hanno stabilito che le province
colpite dagli attacchi sono state
sette.
Il
premier
Prayut
SIRIA · Manbij liberata ma Isis rapisce 2mila civili
Ieri l’annuncio tanto atteso è arrivato: le Forze Democratiche Siriane (federazione di arabi, turkmeni, assiri, guidata dalle Ypg kurde) hanno definitivamente liberato la città di Manbij dall’Isis: «Apriamo una nuova storia dopo aver
chiuso il libro delle tenebre», scrive il portavoce delle Sdf. Ma la vittoria resta macchiata dal brutale rapimento da parte degli islamisti in fuga di 2mila
civili, usati come scudi umani per evitare il fuoco kurdo. Sono stati presi nel
quartiere di al-Sirb, fatti salire su centinaia di auto e portati a Jarabulus, città nord-occidentale in mano islamista, nel distretto di Aleppo. Proprio ad
Aleppo continuano gli scontri: le tre ore di tregua promessi dalla Russia non
vengono rispettati da nessuno. Un altro ospedale, a Kafr Hamra, è stato colpito ieri uccidendo almeno 18 persone tra cui dei bambini. I "ribelli" accusano il governo di Damasco e la Russia, per poi minacciare proprio le Ypg promettendo morte al quartiere kurdo della città. Intanto ad Ankara il presidente turco Erdogan incontrava il ministro degli Esteri iraniano Zarif: i due si sono detti «pronti a cooperare per giungere ad una pace durevole in Siria».
TERRITORI OCCUPATI · Proprietari considerati «sconosciuti» perché rifugiati
Israele: «Soluzione per colonia Amona»
Spostata ma sempre su terre palestinesi
Michele Giorgio
GERUSALEMME
A
lla fine i settler di Amona, il
più grande degli oltre 100
avamposti ebraici in Cisgiordania - illegali per il diritto
internazionale come le 150 colonie "ufficiali" costruite da Israele
-, avranno la sistemazione che
cercavano. Le 41 case mobili di
Amona, di cui la Corte Suprema
ha ordinato la rimozione perché
occupano terreni privati palestinesi, saranno trasferite sulle cosiddette "terre di nessuno". I proprietari palestinesi sarebbero
«sconosciuti» perché fuggirono
(in Giordania) durante la guerra
del 1967. Terre di nessuno che
Israele considera demaniali tralasciando il particolare che tutta la
Cisgiordania è un territorio occupato e l’occupante non può insediarvi la sua popolazione.
E il fatto che l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano
abbia fatto pubblicare dal giornale palestinese al Quds un avviso
in cui chiede ai proprietari di
quelle terre di presentare entro
30 giorni un ricorso formale contro la confisca di fatto, è considerato una operazione di facciata,
un espediente, dalle stesse associazioni israeliane pacifiste e per
i diritti umani, come Peace Now.
La vicenda di Amona si trascina da anni. I massimi giudici israeliani, accogliendo il ricorso dei
palestinesi, hanno fissato il termine della fine dell’anno per la rimozione delle case dei coloni.
Questi ultimi hanno protestato e
resistito in tutti i modi alla decisione ottenendo la solidarietà e
l’aiuto concreto dei numerosi deputati-coloni e ministri-coloni
che affollano i banchi della Knesset e occupano diverse poltrone
governative. L’esercito aveva proposto a quelli di Amona di trasferirsi di fatto nella colonia ebraica
di Shiloh. Ma ha ricevuto un secco rifiuto. Quindi è intervenuta la
ministra della giustizia Ayelet
Shaked, del partito Casa ebraica,
il principale riferimento politico
dei coloni, che ha avanzato l’idea
di trasferire le case mobili di Amo-
na sulle terre di proprietari «sconosciuti».
La soluzione non è piaciuta
agli alleati americani. Gli Stati
Uniti hanno fatto sapere di essere «profondamente preoccupati»
per questo piano del governo Netanyahu. «Rappresenta un passo
senza precedenti e preoccupante, in contrasto con il parere legale [della Corte Suprema] e contro
la politica israeliana di non confiscare terre private palestinesi per
gli insediamenti [coloniali]», ha
fatto sapere la portavoce del Dipartimento di Stato Trudeau.
La protesta di Washington è
giunta assieme a quella di Parigi
per la demolizione di alcune
strutture edilizie palestinesi costruite in Cisgiordania con finanziamenti statali francesi. Israele
ha risposto di avere il diritto di abbattere ogni edificio privo del permesso dell’Amministrazione Civile. Una disputa "legale" che fa
emergere ancora una volta la distanza tra la posizione di Israele
che non si considera una potenza occupante in Cisgiordania e a
rimento alle zone rurali del sud
(e forse suoi ex appartenenti costituiranno l’oggetto di eventuali
repressioni) e sono da considerarsi vicine all’ex primo ministro
Thaksim Shinawatra, oggi in esilio. La sorella di Thaksim, una
volta al potere, tentò di far tornare il fratello scatenando nuove
proteste, terminate con il golpe
dei militari nel 2014. Questi ultimi, a seguito dei recenti attacchi,
sembrano puntare su una pista
interna, che tutto sommato giustificherebbe più di altre spiegazioni una nuova stretta securitaria. Gli attentati arrivano pochi
giorni dopo il referendum sulla
nuova costituzione che ha segnato un punto a favore dei militari,
che da ora in avanti potranno gestire il senato e la nomina del futuro primo ministro.
Nel sud del paese, da tempo,
ci sono movimento insurrezionali indipendentisti e alcuni di matrice più specificamente salafita,
ma appare strano che possano
essere loro ad aver organizzato
attentati in zone turistiche. Il loro modus operandi è sempre stato diverso, privilegiando altri
obiettivi e altre metodologie. La
loro battaglia contro Bangkok va
avanti dal 2004 e ha fatto almeno
6mila vittime.
E poiché la Thailandia, come
altri paesi dell’area, vive soprattutto di turismo, ecco che il governo pensa a un sabotaggio interno. Gli attacchi sono inoltre
giunti nel giorno della festa nazionale della mamma e del compleanno della regina Sirikit. Sia
lei sia il vecchio monarca, Bhumibol Adulyadej, pare vivano in
ospedale, tenuti in vita solo per
non provocare ulteriori sommovimenti sociali.
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IL CO-SEGRETARIO DELL’HDP, SELAHATTIN DEMIRTAS
TURCHIA · Leader Hdp accusato di sostegno al Pkk
Demirtas rischia 5 anni
Caccia all’ex star Sukur
mento kurdo. Guarda caso ben 50
dei 59 deputati Hdp sono accusati
a firma con cui presidente Erdi un qualche reato. Così la magidogan ha ratificato la legge
stratura avalla una volta ancora le
che cancella l'immunità parambizioni autoritarie del governo:
lamentare era stata apposta il 7 giuda tempo Erdogan ha di fatto occugno. Una legge che aveva proposto
pato il potere giudiziario, dopo
lui stesso. Ieri si è concretizzata nelaver fatto lo stesso con il legislatila prima inchiesta contro due parvo, cancellando l'evanescente equilamentari turchi: insieme al regista
librio costituzionale, l'anglosassoSirri Sureyya Onder, deputato
ne concetto dei pesi e contrappesi:
dell'Hdp (Partito Democratico dei
lui propone le leggi, il parlamento
Popoli, formazione di sinistra
le approva, la magistratura agisce.
pro-kurda), c'è ovviamente il co-seE con il clima patriottico che pergretario Selahattin Demirtas.
vade la Turchia dopo il tentato golSulla sua testa pesano innumerepe, al presidente è tutto consentivoli fascicoli: è stato accusato di
to: facile spiegare ad un'opinione
tutto, tradimento, sostegno ad orpubblica in preda al panico (dove
ganizzazione terroa prevalere sono
ristica, incitamenslogan da basso naMandato
d’arresto
to alla violenza, atzionalismo e dittatacco alla costitu- per l’ex calciatore
tura della maggiozione. Ieri, un altro
ranza) la necessità
fascicolo si è ag- per legami con Gülen di stringere le fila.
giunto alla lista, il Ankara: «Più vicini
L'Hdp è stato l'uniprimo dopo la canco partito a non escellazione dell'im- all’estradizione»
sere invitato alle
munità e dunque il
manifestazioni di
primo che può portare al processo.
massa organizzate da Akp, Chp e
Demirtas e Onder sono stati accuMhp e ai meeting con il governo
sati dal procuratore del distretto di
(l'ultimo ieri, si è discusso di un
Bakirkoy di «propaganda terroristi«mini pacchetto costituzionale»).
ca» a favore del Pkk per un comizio
La pacificazione nazionale non vatenuto a Istanbul nel marzo 2013.
le per tutti e la sinistra turca resta
Un reato che in Turchia è punito
da sola a svolgere il ruolo di unica
con 5 anni di carcere. Durante
vera opposizione al presidente.
quella manifestazione, scrive il proLo aveva detto pochi giorni fa lo
curatore, la folla sventolava immastesso Demirtas: al mega raduno
gini del leader del Partito Kurdo
di domenica indetto da Erdogan
dei Lavoratori, Abdullah Ocalan, e
per incensare se stesso «non c’era
dal palco Demirtas e Onder «lodauna briciola di democrazia, noi siavano il Pkk che punta a formare un
mo l'unico partito di opposizione.
Kurdistan indipendente basato su
La gente ha una sola speranza». E
valori marxisti e leninisti e che conun altro raduno, stavolta molto più
duce attacchi armati dal 1984».
ristretto, si terrà domani a IstanL'Hdp l'aveva denunciato subibul: l'Akp festeggerà i suoi 15 anni.
to: la sospensione dell’immunità
Il partito parla di celebrazioni «moservirà a colpire la sinistra e il movideste» a cui saranno invitate solo
6.500 persone, ma che ricorderà di
nuovo «i martiti del tentato golpe».
Ma i martiri di quel putsch fallito non sono solo i morti del 15 luglio. Sono anche i purgati, decine
di migliaia di persone arrestate, licenziate, sospese, indagate, private dei propri beni perché considerate parte dello “Stato parallelo”
del nemico Fethullah Gülen. Nella
rete con cui Erdogan pesca da settimane avversari veri e presunti è finita anche una star del calcio turco
ed europeo, Hakan Sukur: ieri è stato spiccato un mandato d'arresto
nei confronti dell'ex calciatore di
Milan e Galatasaray perché accusato di «appartenenza ad un gruppo
armato terroristico», ovvero il movimento Hizmet di Gülen. Nel
2011 Sukur era stato eletto in parlamento con l'Akp, per dimettersi
SOLDATI ISRAELIANI NEI TERRITORI OCCUPATI PALESTINESI /LAPRESSE
nel 2013 dopo che un caso di corrugli Stati membri.
Gerusalemme Est e quella della
zione aveva coinvolto personalità
Intanto l’ondata di demoliziocomunità internazionale che fa rivicine all’imam.
ni di case "abusive" in Cisgiordaferimento alle risoluzioni Onu e
E se Hakan pare sia già in salvo
nia continua a pieno ritmo.
alle Convenzioni di Ginevra.
negli Stati Uniti, ieri è stato arrestaDall’inizio del mese l’AmminiIn ogni caso questa distanza
to suo padre, Selmet Sukur, menstrazione Civile israeliana ha denon ha impedito in alcun modo,
tre la corte di Sakarya confiscava
molito 20 case e 13 strutture edilinegli ultimi 50 anni, allo Stato di
tutte le proprietà dei due, tre miliozie palestinesi (cinque donate da
Israele di attuare le sue politiche
ni e mezzo di euro. Beni sequestraorganizzazioni umanitarie) lanei Territori palestinesi occupati,
ti anche allo stesso Gülen: lo ha desciando 53 persone - tra cui 25
a cominciare dalla colonizzaziociso il tribunale di Adana. Ieri, inminori - senza un tetto. Quest’anne. Le proteste americane, anche
tanto, il ministro degli Esteri Cavuno Israele ha demolito almeno
durante gli otto anni di ammistrasoglu ha riferito di «segnali positivi
188 case palestinesi in Cisgiordazione Obama, non sono mai stadagli Usa sulla richiesta di estradinia, il numero più alto dal 2006,
te seguite da iniziative concrete
zione di Gülen», non entrando nei
quando il centro B’Tselem per i
volte a impedire la violazione del
dettagli. Poco prima, però, la portadiritti umani ha cominciato a dodiritto internazionale nei Territovoce del Dipartimento di Stato Trucumentare queste distruzioni. Le
ri. L’Europa ha fatto qualche pasdeau aveva reagito agli ultimatum
ultime demolizioni hanno riguarso in più ma è frenata dalle diffeturchi affermando che il processo
dato comunità nel sud di Hebron
renze, spesso molto ampie, tra le
di estradizione potrebbe richiedee nella Valle del Giordano.
linee di politica mediorientale dere degli anni.
Chiara Cruciati
L
pagina 8
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
CULTURE
PER TERRA E PER MARE
Il disorientamento di Ulisse
che nel comune immaginario sono gli episodi cruciali dell’Odissea
hanno nel poema uno statuto narrativo peculiare: sono racconti dello stesso Ulisse, presso la corte dei
Feaci, e occupano appena quattro
libri su ventiquattro.
C’è chi si è domandato: saranno
racconti veritieri? La domanda non
è demenziale come sembra, se solo la si riformula a questo modo: gli
aedi dell’Odissea intendono suggerirci che Ulisse sta mentendo e inventando, qui come in tanti altri
luoghi del poema? Del resto, perché i personaggi dell’Odissea, a
Scheria e a Itaca, si sentono così
spesso minacciati da cantastorie o
contafrottole itineranti? Può esserci della malizia nell’elogio che Alcinoo rende a Ulisse nel bel mezzo
dei suoi racconti? «Ulisse», gli dice
il re dei Feaci, «davvero non ci sembri un imbroglione, un truffatore,
come tanti la terra nera ne alleva,
di tutte le specie, inventori di false
storie». «Tu no», prosegue Alcinoo,
«tu sei come un aedo, tu racconti
con arte»: e ha spiazzato molti interpreti il fatto che alle frottole dei
cantastorie imbroglioni sia opposta non la verità del testimone autoptico, ma la perizia artistica del
buon cantore. Come dire: una bugia bella è quasi verità.
Federico Condello
I
taca, Same, Dulichio, Zacinto: nomi d’isole omeriche il
cui «nome greco è un verso a
ridirlo», per citare Quasimodo,
notoriamente e inguaribilmente
grecomane. E se delle isole omeriche ci suonano lirici i nomi, figurarsi gli epiteti: Zacinto è «selvosa», Dulichio è «folta di grano», Same è «tutta dirupi», Itaca
(inutile dirlo) è «petrosa». Il formulario dell’epica, tramandato e
affinato per secoli dai professionisti dell’oral poetry, ci restituisce così una geografia senza tempo, dove la realtà naturale si sublima in pura onomastica, che
designa e insieme disegna, con
un solo tratto, panorami marittimi e paesaggi insulari.
L’Odissea, fin dal suo «prologo
in cielo», inizia con un’isola –
l’isola dove Ulisse è prigioniero di
Calipso – e in un’isola ovviamente termina, la sospirata Itaca:
«un’isola bassa, l’estrema del mare, rivolta alla notte. Un’isola dura, ma buona nutrice di giovani.
E niente più dolce di quella mia
terra potrò mai vedere», come
Ulisse stesso la descrive al re Alcinoo, nell’isola di Scheria, l’ultima
da lui toccata prima di tornare alla sua petrosa patria.
Mondi sulle rive
Dove vissero gli Achei?
Qualche ellenista ispirato, di
quando in quando, consiglia di
vedere i luoghi per capire veramente i nomi, gli epiteti, le formule: per capire perché in Omero il
mare sia «colore del vino», ma anche «canuto» e «brumoso», e perché le isole siano poeticamente
«cinte dall’onde», e magari, come
quella di Calipso, collocate «là
dov’è l’ombelico del mare». Ma
molti amatori e dilettanti, soprattutto, hanno preso sul serio la geografica omerica: il più famoso è
Heinrich Schliemann, che dopo
essersi arricchito col prestito a
usura negli States e col traffico
d’armi in Crimea, scoprì Troia – ci
assicura lui nella sua epicheggiante autobiografia – facendo dell’Iliade la sua mappa. Un secolo circa
prima di Schliemann, un altro
grande pioniere della ricerca omerica on-the-spot, l’inglese Robert
Wood, si mise in testa – dopo aver
seguito i beduini siriani e libanesi
alla scoperta di Palmira e di Baalbek – di «leggere l’Odissea nei paesi fra cui Ulisse viaggiò».
Ne uscì quel Saggio sul genio
originale di Omero (1769) che incantò Goethe, a sua volta fanatico dell’Odissea, al punto da infliggerne la lettura a malcapitati pastori alpini, durante il suo viaggio
in Italia; un saggio, quello di Wood, che all’inizio del Novecento
suscitava ancora l’ammirazione
del «principe dei filologi», Wilamowitz, disposto a ritenere la scoperta dell’esattezza pittorica di
Omero in materia paesistica più
rilevante di qualsiasi altra scoperta d’ordine linguistico operata
sui poemi omerici.
Ma la geografia dell’Odissea – e
in particolar modo la sua geografia insulare – non ha mai smesso
di ispirare visionari più o meno
credibili, nemmeno in tempi recenti. Non si può dimenticare
che fu un boom editoriale, a metà
degli anni Novanta, il surreale
Omero nel Baltico di Felice Vinci,
ingegnere nucleare. Portentosa la
tesi, costata all’autore anni di ricerche: gli Achei vissero in origine fra il Mar Baltico e il Mare del
Nord, e gli aedi omerici erano allora bardi norreni. Itaca è in Danimarca, ed è l’attuale isoletta di
Lyo; l’arcipelago che nell’Odissea
la circonda – tra la dirupata Same, la granosa Dulichio e la selvo-
NAVAGIO (SPIAGGIA DEL RELITTO) , ZACINTO; SOTTO, ULISSE E LE SIRENE, II D.C., MUSEO DEL BARDO, TUNISI
La geografia dell’Odissea, in particolar modo quella insulare,
non ha mai smesso di ispirare visionari più o meno credibili.
A metà degli anni Novanta, il surreale «Omero nel Baltico»,
dell’ingegnere nucleare Felice Vinci, diventò un vero bestseller
sa Zacinto - si lascia facilmente riconoscere nelle isole di Aero, Langeland e Tasinge: del resto, «Tasinge» non suona un po’ come
«Zacinto»? E il mare omerico non
è «brumoso»? E Ulisse non deve
affrontare, tra Scilla e Cariddi, il
maelström?
Pare incredibile, ma questo sogno a occhi aperti, debitamente
nutrito di pseudo-climatologia,
pseudo-topografia e pseudo-linguistica, ha conquistato molti lettori. Dispiacerà un po’ ai patrioti
nostrani che la stessa fortuna
non sia arrisa ai tanti volenterosi
che, da Victor Bérard negli anni
Venti fino ai giorni nostri, hanno
disseminato per il territorio italiano – dalla Sardegna alla Campania all’Adriatico – le mitiche tappe del viaggio odissiaco; del resto, come dimenticare Samuel
Butler e il suo L’autrice dell’Odissea (1897), che volle situare in Sicilia le peripezie dell’eroe omerico, e attribuirne l’invenzione a
una giovane donna locale?
Ipotesi immaginifiche
Dispiacerà invece ai cultori di mitologia astrale, o di archetipi junghiani, che abbia avuto poco seguito l’ipotesi sviluppata qualche
anno fa da Gioachino Chiarini, secondo il quale l’Odissea, di isola
in isola e di tappa in tappa, attraverso una continua alternanza di
rotte occidentali e rotte orientali,
paesaggi solari e paesaggi inferi,
delineerebbe la mappa di un labirinto, immagine terrestre di un
percorso celeste zigzagante fra
pianeti e costellazioni. Suggestiva
trovata – basta soltanto farsi tornare i conti – che strappò a qual-
che giornalista buontempone il
commento: «l’Odissea di Omero
era già un’Odissea nello spazio».
Più saggio di tanti immaginosi
moderni, uno dei padri della geografia occidentale, Eratostene,
sbrigava la questione con una
boutade passata alla storia grazie
a Strabone: «si scoprirà dove ha
vagato Odisseo quando si scoprirà il cuoiaio che ha cucito l’otre
dei venti». La battuta non bastò, e
l’antichità - ben prima delle speculazioni odierne – ha cercato
senza tregua le isole di Ulisse, ubicando Itaca, prevedibilmente e
preferibilmente, fra le Ionie
dell’Eptaneso, dov’è l’Ithaki odierna. Un privilegio, quello della mi-
SCAFFALE
Un percorso di letture
del poema omerico
Chi oggi vuol leggere l’«Odissea» (o
rileggerla: i classici si rileggono soltanto) può scegliere tra molte traduzioni: non è più vero che ogni generazione ha il suo Omero; oggi ogni editore ha il suo Omero, e specie la sua
«Odissea», che a fasi alterne batte
l’«Iliade». Oltre alla storica e forse
insuperata R. Calzecchi Onesti (Einaudi), ricordiamo almeno: l’«Odissea»
di G.A. Privitera (Mondadori), canonica anch’essa; quella di Maria Grazia
Ciani (Marsilio), che sceglie la prosa
e la gioia del narrare; quella di F. Ferrari (Utet), anch’essa in prosa, e piena di intelligenza; quella di V. Di Benedetto (Rizzoli), bella perché ostica;
e quella di G. Paduano (Einaudi), linda e scorrevole.
nuscola isoletta, messo in discussione nel 2005, quando l’imprenditore Robert Bittleston, corroborato da un grecista insigne come
James Diggle e da un geologo autorevole come John Underhill,
avanzò un’ipotesi ben congegnata: che l’Itaca omerica fosse da
collocare a Paliki, penisola
nord-orientale di Cefalonia.
Verità e frottole
Ma Ithaki si è presa la sua rivincita
nel 2010, e oggi ai turisti si esibisce
l’esito mirabile dello scavo condotto da un team archeologico di Ioannina: un palazzo miceneo prontamente identificato – il marketing è marketing – con il «palazzo
di Ulisse». Niente di nuovo: Pausania – il «aedeker» dell’antichità, secondo una definizione che infastidiva Giorgio Pasquali – si imbatte
non di rado in monumenti presentati ai turisti come testimonianze
di Ulisse e del suo peregrinare.
Ma al di là di Itaca, dolce agli archeologi non meno che al suo re
ramingo, che dire delle altre isole,
quelle che ci sembrano ben più rilevanti e fascinose entro la mappa
ideale dell’Odissea? Dov’è l’Ogigia
di Calipso o l’isola delle Sirene? Il
Ciclope sta davvero in Sicilia, a capo Lilibeo, e l’isola di Eolo è Lipari? E l’isola del Sole e la Scheria dei
Feaci? Al proposito, c’è un punto
che non va dimenticato. Quelli
Una malizia simile non stupirebbe troppo da parte di aedi come
quelli dell’Odissea, che tanto volentieri inscenano le performances
di altri aedi, loro mitici colleghi
(Femio, Demodoco, lo stesso Ulisse), e che tanto spesso mostrano
di saper giocare con il patrimonio
dell’epos anteriore e coevo (che
cos’è la discesa all’Ade, con la sua
rassegna d’eroi e d’eroine, se non
una rassegna di bestsellers epici,
Iliade compresa?).
Con l’Odissea, ha scritto Vincenzo Di Benedetto, nasce la «letteratura di secondo grado». Di qui i
racconti di Ulisse, che sono il racconto di un racconto. Di qui le sue
isole e i suoi viaggi, che lasciano
appena intravedere, dietro il velo
del folk tale, la realtà cruda della
colonizzazione greca degli anni
bui e dell’arcaismo. Viaggi che presto, si sa, si immaginarono protratti fin oltre le Colonne d’Eracle: al
di là di quel piccolo mondo mediterraneo che noi abitiamo, diceva
il Socrate del Fedone, «standocene
in riva al mare come rane intorno
a uno stagno».
11- continua
Domani l’isola da esplorare sarà l’Inghilterra: Leonardo Clausi racconta
quella speciale «Everland» pronta a
contare solo sulle proprie forze
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
CULTURE
SCOPERTO MONUMENTO FUNEBRE MAYA
Alcuni scavi nel Belize occidentale hanno condotto alla
scoperta di un tempio funebre tra le rovine di Xunantunich,
antica città Maya sul fiume Mopan. L’euipe di ricercatori
della Northern Arizona University e del Belize Institute of
oltre
tutto
Archaeology, guidato da Jaime Awe, si è imbattuta nella
camera sepolcrale mentre stava scavando intorno alla
scala centrale di una struttura che aveva le funzioni di un
centro cerimoniale tra il 600 e l'800 d.C. Tra i 4 e gli 8
metri sottoterra, è venuta alla luce una tomba di 4,5 per
pagina 9
2,4 metri, una delle più grandi camere di sepoltura mai
scoperte in Belize. All'interno c’era il corpo di un giovane,
tra i 20 e i 30 anni, sepolto con il capo rivolto verso sud e
accompagnato da ossa di giaguaro e di cervo, sei perle di
giada, 13 lame di ossidiana e 36 vasi di ceramica.
SPORT · «L’arte di nuotare» di Carola Barbero
POESIA
L’olimpiade
del pensiero
galleggiante
La quotidianità
vissuta in punta
di telefono
Ernesto Milanesi
I
mmerso nel cloro di una piscina, alle prese con la grigia
melmosità di un lago o sospinto dalla salinità marina - chi
nuota è pervaso da pensieri galleggianti e smette in tutti i sensi
di avere i piedi per terra. L’acqua
è un altro mondo e il nuoto è lo
stile per viverlo.
Un agile eppure denso saggio
di Carola Barbero (ricercatrice
all’università di Torino) si tuffa in
questa dimensione apparentemente sospesa, in realtà tutt’altro
che marginale. L’arte di nuotare.
Meditazioni sul nuoto (Il melangolo, pp. 123, euro 8) riempie la
vasca della filosofia con la disciplina sportiva che è il naturale
contraltare dell’atletica. E lascia
schiumare l’attitudine trascendentale di ognuno al ritmo acquatico dell’esistenza.
Pagine asciutte, riflessioni inedite, idee appassionate. «Ho sempre nuotato con grande passione, liberandomi una vasca dopo
l’altra. Quando nuoto penso sempre molto, ma fino a qualche anno fa non credevo che le mie meditazioni meritassero di essere
condivise. Poi un giorno, parlando con un’amica, ho capito che
forse mi sbagliavo. Così, quel giorno, sul treno ho preso la Moleskine nera e ho cominciato a scrivere», spiega Barbero.
È filosofia «orizzontale», alternativa, a stile libero, con un respiro diverso. Come sintetizza J.
Pérez Azaustre all’inizio del suo
Nuotatori, «Il nuotatore guarda
il suo futuro». Così Barbero fa scivolare nell’acqua storie, arti, letteratura, musica con una sorta
di virata continua verso il traguardo della consapevolezza
che un tuffo non porta mai a fondo la vera anima. Anzi, «di fronte
al mare la felicità è un’idea semplice» (Jean-Claude Izzo).
Quattro stili e altrettante tecniche di «guadare» l’elemento primordiale che terrà a galla anche
senza più costume, occhialini,
cuffia. In vasca si «rompe» il fiato: nuotare costringe alla solitudine, ma insieme manda in apnea la soggettività e costruisce il
respiro della vita liberata. A dorso, l’orizzonte invertito apre in
mare la visione del cielo: di nuovo Barbero ricostruisce suggestioni naturali che comportano
scenografie del pensiero.
L’arte di nuotare si trasforma
così in una staffetta che alterna
versi di Prevert e Alda Merini, la
canzone cui è legato indissolubilmente Modugno, citazioni di
Scott Fitzgerald o Cheever. E una
bracciata dopo l’altra, nelle pagine di Barbero respirano donne
speciali. Annette Kellerman che
nel 1907 a New York regala uno
straordinario balletto all’interno
di una piscina di vetro. Addirittura epica l’olimpionica Gertrude
Ederle, che nel 1925 attraversa la
baia da Manhattan a Sandy Hook
in 7 ore e 11 minuti che significa
record assoluto, maschi compresi. Ma non basta: la mattina del 6
agosto 1926 entra in acqua a Cap
Gris-Nez e dopo 14 ore e 34 minuti approda a Kingsdown. Per la
prima volta una donna attraversa
la Manica a nuoto con un tempo
Ida Travi
«I
Il libro narra le continue
virate in acqua,
dove scivolano storie
e letteratura. E passano
atlete come Gertrude
Ederle, che attraversò
la baia di Manhattan
destinato a resistere fino al 1950.
Un ottimo antidoto alla retorica di questi giorni sul dolore del
fallimento di Federica Pellegrini
a Rio. Le grandi, vere, incancellabili imprese forse non si esauriscono in quattro vasche. E magari vince ancora la nostalgia delle
immagini in bianco e nero che
nella storia del nuoto italiano accompagnano Novella Calligaris.
Le prime medaglie alle Olimpiadi di Monaco e poi il 9 settembre
1973 all’edizione inaugurale dei
GERTRUDE EDERLE
Mondiali a Belgrado: 8’52"973
negli 800 stile libero valgono il titolo e il primato mondiale. Era allenata da Gianni Gross, recentemente scomparso, e da Bubi
Dennerlein entrambi scampati il
28 gennaio 1966 alla tragedia aerea di Brema, la Superga del nuoto azzurro.
Tornando al saggio di Barbero,
il pensiero si diluisce quasi in acquaticità perché l’arte di nuotare
eccede lo sport e non si può nemmeno costringere alla tecnica. In
vasca o in mare aperto, abbiamo
un’attitudine naturale che combacia con una condizione mentale. Concepiti nel liquido amniotico, siamo fatti per bagnarci.
Tant’è che a Roma l’ignoranza
umana era definita dall’incapacità di leggere e di nuotare.
Al di là di alcune sbavature veniali (la data dei Giochi a Città del
Messico o l’errore su Sydney), L’arte di nuotare accompagna il lettore in un’ideale attraversata dal tuffo al traguardo con i quattro capi-
toli dedicati ai diversi stili.
E alla fine, davvero, si sente l’acqua, come sintetizzava l’australiano Murray Rose tre volte oro a
Melbourne 1956 (più uno a Roma 1960): «I nuotatori dovrebbero usare braccia e gambe come
fanno i pesci con le pinne. E saper avvertire la pressione dell’acqua sulle mani per mantenerla
nel palmo durante la bracciata».
Un’arte, appunto. Ma anche la condizione umana fra
terra e cielo.
MOSTRE · I capolavori della scultura buddhista giapponese alle Scuderie del Quirinale di Roma
Corpi sacri incisi nel legno mutante
blocco di legno ricavato da un solo albero
(ichiboku zukuri), altre ancora realizzate secondo la nuova tecnica scultorea da più blocchi di legno (yosegi zukuri), che permetteva
uno sviluppo in ampiezza e una produzione
a catena con maestri specializzati nelle varie
parti che assemblavano in loco la scultura finita. Dell’epoca Nara (710-794), quando venne fondata la prima capitale del Giappone su
modello cinese, è il bellissimo ritratto assiso
della figura anziana di Yuima Koji (sanscrito:
Vimalakirti), discepolo del buddha Shaka,
con le labbra dischiuse nel gesto della predicazione, ma anche le due maschere legate alla tradizione cinese delle danze sacre gigaku
utilizzate durante la cerimonia di apertura degli occhi della scultura del Grande Buddha di
una mostra d’arte sacra buddhista quelNara nel 752. L’estetica Heian (794-1185), il
la che i vertici della politica e della culperiodo di massima fioritura della cultura
tura giapponesi hanno voluto a Roma
classica giapponese autoctona, quando la cain occasione della commemorazione dei cenpitale imperiale fu spostata a Heiankyo, ossia
tocinquant’anni dalla firma del primo Trattaa Kyoto (dove rimase fino al 1868), è invece
to di amicizia e commercio tra Giappone e
segnata dall’eleganza e dall’armonia formale
Italia. Una rassegna che presenta una seleziooltre che dal processo di assorbimento di alne di 35 sculture dal VII al XIII secolo, tesori
cune divinità shinto (kami) nel pantheon
nazionali e proprietà importanti provenienti
buddhista. Sia la possente figura stante di
da templi buddhisti, santuari shintoisti e muYakushi nyorai, buddha della guarigione, ricasei nazionali che, sotto la cura di Takeo Oku,
vato da un unico tronco di legno scavato
specialista dell’Agenzia per gli affari culturali
all’interno e ben leggibile nella leggerezza deldel Giappone, ha inaugurato sotto l’alto pala scolpitura che fa aderire la veste al corpo
tronato del Presidente della Repubblicreando una ampia Y tra le gambe, sia
ca Mattarella. Sarà visibile per un solo
la figura di divinità maschile apparenmese alle Scuderie del Quirinale, fino
temente incompleta che lascia parlare
al 4 settembre.
il legno e il tronco d’albero da cui naUn progetto difficile quanto affascisce, le sue impurità e le sue venature,
nante, senz’altro speciale per l’Italia
sono legate al sentimento religioso
dove la scultura per tradizione è imshintoista, a quel panteismo autoctomediatamente associata a soggetti crino giapponese che vede in ogni elestiani o della mitologia greco-romana
mento della natura, anche il più piccooltre che all’assoluta perfezione e alla
lo la presenza del divino.
solidità del marmo. Questa rassegna,
Un divino senza nome e che non
invece, parla di divinità buddhiste, di
aveva ragione di essere rappresentato
sincretismo religioso e di incroci culprima che il buddhismo arrivasse in
turali, oltre che di una civiltà dove soGiappone, ma che rimase anche in seno la lievità e la mutabilità del legno a
guito, mischiandosi in questa forma di
segnare il tempo e il rapporto tra umasincretismo, quando l’albero venne inno e divino.
vece scelto per divenire scultura budIl primo esempio elegantissimo di fidhista. E mentre il buddha del Paradigura assisa che accoglie il visitatore è
so d’Occidente, Amida coperto d’oro e
una rappresentazione bronzea del
con la testa rotonda come una luna
buddha storico Shaka nyorai del VII sepiena e il piccolo bodhisattva danzancolo, l’epoca giapponese Asuka, quante sulla nuvola raccontano con le loro
do il pensiero buddhista insieme alle
proporzioni perfette l’armonia e la rafsue scritture sacre e alla sua iconografinatezza della cultura di Corte, le pofia era appena sbarcato in Giappone
tenti e spaventose figure dei Dodici Geportandosi appresso tutte le caratterinerali Divini, dei Quattro Sovrani Celestiche acquisite durante il suo passagsti così come le realistiche sembianze
gio dall’India alla Cina e poi alla Corea
di monaci e altre figure religiose esprifino all’Arcipelago. Questo racconta il
mono la grande novità della ritrattistivolto calmo di Shaka, dal sorriso appeca di epoca Kamakura (1185-1333),
SCULTURA BUDDHISTA GIAPPONESE ESPOSTA ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE
na percettibile, tipico della statuaria ciquando il potere passò nelle mani delnese del VI e VII secolo, così come è riconoscila classe samuraica.
La
rassegna
è
un’occasione
bile l’influenza indiana Gupta, già accolta nelUn percorso spirituale, un viaggio geografila Cina dei Tang nell’aderenza della veste al
speciale per l’Italia che è solita co ma anche culturale, che attraversa il conticorpo che ne mette in evidenza ogni forma.
nente asiatico dall’India, alla Cina alla Corea
associare quest’arte a mitologie per raggiungere l’arcipelago nipponico porIl resto delle sculture esposte sono tutte lignee, alcune originariamente coperte in fotando con sé forme, colori, odori, gesti e tesgreco-romane o a soggetti
glia d’oro altre con pigmenti colorati oggi apsuti, parole e simboli che si fondono nell’unicristiani, raffigurati in marmo
pena percettibili, alcune scolpite da un unico
cità dell’espressione artistica giapponese.
Rossella Menegazzo
È
o con le parole faccio cose». È questo il primo
verso della raccolta poetica di Anna Toscano, Una telefonata di mattina (La Vita Felice, pp.78, euro 12), con la prefazione di Valeria Viganò.
L’incipit ci riporta alla celebre frase di morettiana memoria «faccio cose, vedo gente»:
anello di congiunzione tra generazioni. Quell’esserci vagamente diventa allora «un caffè
un cinema / una telefonata di
mattina per dire poi passo / o
per sentire / prendo lo scooter
e vengo da te».
L’immaginazione corre verso uno sfondo di città, una casa, una cucina, un divano col
cellulare appena lanciato sopra. Potrebbe essere Venezia, o
Milano, o Affori, chissà… qualcuno s’appoggia alla ringhiera
di un balcone di Affori, qualcuno si muove all’interno: «faccio
un risotto». Qualcuno spolvera
il tavolo rosso, ascolta Maestro
Galindo a Radio Cultura, qualcun altro dà da mangiare al gatto. Ma poi, si volta pagina e
compare altro mondo: compare il Brasile, e poco più in là il
vento sul Bosforo, compare Rio
de la Plata, compaiono quindici uruguaiani al Tequila Restaurant di Broadway. «Mi confondo, perdo l’orientamento:/ essere ovunque e in nessun posto / la domenica pomeriggio».
In Una telefonata di mattina
troviamo un tono retrò e futuro
insieme, un raccontarsi per
esperienza come quando si
compila un curriculum vitae, è
tutto un dire «cosa faccio» in
poesia. Certo, poesia è questo
stare nel linguaggio per esperienza come guardandosi da
fuori in una specie di nostalgia
del reale mentre dai versi sale
un tono ironico, una soavità da
spaesamento: «tutti a superare
da destra, nessuno che cucini
più una minestra». Eppure serpeggia un tratto dolente, una
malinconia che non diresti: «ti
cadono i capelli, mamma, da
quando sei entrata qui». C’è un
tu, c’è un luogo, c’è un quando.
Nei versi di Anna Toscano la parola non si scolla dal reale, ma
forse di più pesa la restituzione
d’un mondo dove gli accadimenti si danno omogenei, con
lo stesso peso, qui come in Uruguay o chissà dove, così vicino,
così lontano. Fino a un tavolo
di marmo chiaro, fino a una telefonata di mattina. «Non si torna indietro / mi dici mia cara».
Ma indietro dove?
Il libro raccoglie 49 inediti e
23 estratti da testi già editi. La
prefazione di Valeria Viganò
addita quest’andare abitando
tra sabbia e asfalto. Questo
muoversi facilmente tra continenti e la tristezza dell’acqua
che scende da un lavandino
intasato.
I versi di Una telefonata di
mattina, squillano semplicemente come un campanello,
una suoneria, soprattutto nella
parte che riunisce gli inediti. Il
mondo è sottosopra, come in
poesia («non ci sono più regole
/ non ci sono più codici / che
dire poi dello stile?»).
I vivi, i morti, il muso di qualche cane che spunta da una
porta socchiusa, e «dentro al
costato / tenevo della moquette a forma di cuore, certo marca Ikea». Spostarsi, muoversi
interiormente e sulla faccia
della terra, andare con bagaglio leggero. Ma quando finisce il presente?
pagina 10
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
VISIONI
A teatro • Ad Anghiari la 21esima edizione della «Tovaglia a quadri» di Andrea
Merendelli e Paolo Pennacchini: dalla lotta alla mezzadria al futuro del mondo contadino
«Poderi forti» sulla tavola
Gianfranco Capitta
ANGHIARI
G
ià solo per il titolo varrebbe la pena di tuffarsi ad
Anghiari, tra la piana leonardesca e le suggestioni pierfrancescane, per la cena tipica
della Valtiberina tra le cui portate
si snoda il racconto Poderi forti.
Trovandosi nelle terre che anche
hanno ospitato vita e attività di Licio Gelli, nonché l’ascesa e la rovina (per i suoi clienti) di BancaEtruria, ci si potrebbe lecitamente
aspettare una visione senza speranza della vita e della società toscana. Invece la serata sarà molto
istruttiva, piacevole e ricca, oltre
al rinnovato peccato di gola secondo tradizione (info 0575 749279).
Perché Andrea Merendelli e Paolo
Pennacchini, alla 21esima a edizione della loro Tovaglia a quadri,
sfoderano tutta la sapienza drammaturgica acquisita negli anni, e
con grazia e leggerezza, e con
l’onestà della prima persona (loro
e dei personaggi che si racconta-
Fra uno scherzo
e un sospiro si indaga
la modernizzazione,
le sue contraddizioni
e conseguenze
no) provano a ragionare tra una risata e una punta di acidità, su cosa va succedendo in questo cuore
d’Italia. Un territorio che da sempre si è mostrato avanzato e privilegiato: nella natura, nella intraprendenza, nei valori per i quali
ha lottato. E che oggi vacilla nelle
sue certezze. Per la prima volta dopo 70 anni dall’avvento della costituzione repubblicana, la sinistra
ha perso l’amministrazione di Anghiari, così come dalla scorsa consiliatura era accaduto alla contigua Sansepolcro.
Niente di tragico, ovviamente,
anche perché le liste civiche che
si sono affermate sono abbastanza composite: vi dominano le destre, ma vi sono parecchi transfughi di parte avversa. Qui il Movimento 5 stelle pur avendo avuto
un’impennata si è piazzato solo
terzo. E in assoluto ha prevalso
l’astensione. La prima domanda
che si pone l’antico elettorato di
sinistra è dove sia finito quel patrimonio di valori, e di servizi e
cultura spesso additati a modello. Sulla magica piazza del Poggiolino, lo slargo tra gli spalti delle mura anghiaresi dove Tovaglia
a quadri ogni sera va in scena e
in tavola, la sua personificazione
è data dal Federale, il burocrate
di solida formazione piccista che
più volte è stato delegato dalla federazione di Arezzo per «rimette-
IN SCENA
Le tre sorelle
parlano toscano
G. Cap.
BORGIO VEREZZI (Savona)
P
SOPRA LO SPETTACOLO «PODERI FORTI» FOTO DI GIOVANNI SANTI. SOTTO «LABIRINTO» FOTO DI GIUSEPPE TOTARO
re le cose a posto» e in riga. E che
oggi, bloccato in una patologica
coazione a ripetere, non può che
ribadire slogan e frasi fatte, inesorabilmente rivolte al passato.
Così, tra uno scherzo e un sospiro, lo spettacolo tenta con serenità razionale di scoprire le forze in campo, e le loro contraddizioni, senza barare. Perché la
grande «modernizzazione» che è
partita dalle gloriose lotte contro
la mezzadria (in una proprietà
terriera feudalmente divisa fino a
mezzo secolo fa tra nobili e notabili) si è evoluta fino ad oggi in
forme nuove, dove il contadino è
divenuto un coltivatore scientifico, che usa strumenti tecnologici
e prodotti chimici finalizzati.
Con conseguenze dirompenti negli schieramenti della Valtiberina, dove una coltura privilegiata
è quella del tabacco. Gli ambientalisti arrivano a posizioni integraliste (irresistibile il Veg & breakfast dove la smania di alimentazione e comportamenti alternativi è di una comicità dirompente,
sfidato da una popolana col suo
innaffiatoio a stantuffo in spalla,
pronta a spargere il suo pesticida), ma dall’altra parte il coltivatore Ermindo ha toni toccanti nel
raccontare il valore del suo tabacco bisognoso di moltissime cure,
e ripagato pochissimo dalla multinazionale monopolista. Il vecchio Ddt di buona memoria diviene l’esempio classico di un giudizio impossibile: ha fatto molti
danni con i veleni che contiene e
che ha diffuso, ma nello stesso
tempo ha salvato molte vite umane debellando assieme agli insetti
nocivi le epidemie mortali che
questi inoculavano. Impossibile
dare un giudizio assoluto.
La trasformazione di un mondo, e della sua civiltà e della sua
cultura, non ha trovato evidentemente né una rotta a quell’equilibrio precario, né una risposta
adeguata nella politica, sempre
più intenta a far fare affari ai suoi
esponenti senza occuparsi dei destini degli altri. E certe riflessioni
e certi esempi, portate per evidenti motivi geografici nella lingua e
con l’accento del giglio magico
fiorentino, arrivano ad assumere,
alle orecchie di oggi, toni involontariamente quasi shakespeariani.
La catastrofe per fortuna non arriva, almeno sulla scena del Poggiolino. Non perché gli attori d’Anghiari si tirino indietro, magari
dopo aver subito nel proprio privato le conseguenze nefaste della
crisi che non passa; piuttosto,
proprio a rendere la complessità
del luogo, e delle scelte che oggi
imporrebbe, ci sono le musiche e
le canzoni che da temi popolari
permettono veri virtuosismi. E
non manca lo spiritaccio toscano
che fuori di ogni retorica sdrammatizza qualsiasi situazione, riuscendo a trarne aiuto per la solu-
zione. Saranno più utili i poteri o
i Poderi forti? Se la tecnica compositiva e interpretativa della Tovaglia a quadri è un patrimonio
ormai consolidato, questa volta
si fa apprezzare ancora di più
l’inusuale sincerità, la voglia di
mettersi in gioco anche nella condizione spinosa di oggi. E proprio
questa capacità di mettere in comune ragionamenti, ricordi,
esperienze, e in fondo anche speranze, ne fa un esempio straordinario di teatro nobile e utile. Un
«servizio pubblico» di cui si dovrebbe riconoscere legittimità e
necessità, per tutti. Si replica fino
al 20 agosto.
FESTIVAL
Un percorso interiore di sentimenti
tra via crucis e tableaux vivants
Mariateresa Surianello
TROIA (Foggia)
C
’è un festival nato nell’ultimo decennio, radicatosi nel
territorio e per questo resistente ai ritardi che la Puglia di Emiliano presidente sta subendo. Diretto da Francesco O. De Santis, il Festival Troia Teatro si conferma appuntamento unico del foggiano, capace di fare comunità intorno a un
nucleo artistico frastagliato nelle
tante forme che il teatro può assumere, compresi i tanti raduni in
strada. Alle pendici del sub Appennino Dauno, con gli occhi persi sul
Tavoliere verso il Gargano, «Tuttaun’altra Troia» si è vissuta.
Spettacoli diffusi ovunque per la
tenacia dell’Unione giovanile troiana, impegnata nell’organizzazione
insieme a Teatri35, il gruppo di De
Santis con Gaetano Coccia e Antonella Parrella, incredibili icone caravaggesche in quei fermo immagine che sono i loro tableaux vivants. Nel Chiostro di San Benedetto, Labirinto, loro ultima opera, appare metafora dell’intero festival, con quell’affaccendarsi di
corpi tra teli e drappi colorati, prima di bloccarsi in spot tridimensionali di celebri dipinti. Si pone
in parallelo la via crucis di Gesù
Cristo con un percorso interiore
di «Sentimenti» in sintonia con il
titolo di questa undicesima edizione. E interiore è lo struggersi di El-
se, dall’omonima signorina di Schnitzler, che Nunzia Antonino, diretta da Carlo Bruni, lascia nel delirio dello scandalo non risolto dalla morte dell’originale. Else si agita in veste da notte su quella passerella puntellata di coppe di Veronal, con alle spalle uno trittico
di specchi che ne dovrebbe moltiplicare all’infinito l’esposizione
al pubblico ludibrio. Antonino,
reduce da una memorabile Lenòr
(Eleonora de Fonseca Pimentel,
intellettuale eroina della Repubblica napoletana del 1799), nel
nuovo monologo veste i panni di
unaolle fanciulla invecchiata, ma
lo spettacolo non entra nella cappa della finis Austriae e perde nel
tentativo di attualizzare un testo
che negli anni Venti del secolo
scorso mise a «nudo» - come il corpo della protagonista - corruzione
e crisi morale e culturale della classe
borghese. Ne resta
una prova virtuosistica che non convince, come pure
Mamma – Piccole
tragedie minimali
di Matremo Teatro,
vincitore del Premio Eceplast, per gli
eccessi, qui più macchiettistici che virtuosi, delle quattro
madri prese in prestito dalla scrittura
carnale di Annibale Ruccello.
Al sesto concor fso organizzato
nell’ambito di Troia Teatro, sono
passati lavori forse più meritevoli
di portarsi a casa la scrofa, antico
stemma della città. L’albero di Nicola Conversano, novello contadino in lotta contro una società che
sradica ulivi secolari per spettacolarizzarne la presenza in metropoli
fumose. O Niente panico di Luca
Avagliano ancora da centrare nella
drammaturgia, ma forte della sua
presenza scenica. In divenire ma
cocente è la ricerca d’identità della
Marcia lunga di Saverio Tavano,
mentre concluso nella sua infinita
riproducibilità è il video Faber navalis di Maurizio Borriello, l’opera
più discussa nei talking about sulle scale della Cattedrale, sotto il
suo magnifico Rosone. Vera vincitrice della scrofa troiana.
rende corpo sulla scena un mito della letteratura italiana del
‘900, le Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, che sono divenute
un archetipo idiomatico nel linguaggio comune, anche da parte dei molti che il libro non l’hanno letto. Ma
forse anche per il successo del testo
al cinema e in tv (indimenticabili Sarah Ferrati, Rina Morelli e Nora Ricci, con Ave Ninchi governante, della
infanzia televisiva nazionale). E’ Geppy Glejeses a prendere l’iniziativa,
montando per l’estate di Borgio Verezzi (lo spettacolo sarà poi in tournée da gennaio) un inedito trio di «zitelle fiorentine» con Lucia Poli, Milena Vukotic e Marilù Prati (energica e
complice governante Sandra Garuglieri). La riduzione, veloce e garbata, di Ugo Chiti, fa scattare lo spettacolo come un flash affettuoso ed efficace su una intera società tra le due
guerre, ma soprattutto su una dannata debolezza del costume nazionale.
I cui principi e la cui laboriosità sono
inevitabilmente destinati a franare
sotto la spinta irresistibile del mammismo. Perché quello è il veleno più
tremendo, che affligge le zie nei confronti del nipote, che ha facile gioco
fino a mandarle in rovina assoluta,
nonostante i loro ricami pregiati costituiscano un capitale ineguagliabile. Ed è sicuramente ascrivibile a Chiti l’ironia sottile in scena (pronta a diventare crudele senza rinunciare a
un sorriso in volto) di questa meravigliosa quanto malinconica famiglia.
Una icona insuperabile della nostra
italietta, che ogni volta commuove e
irrita, diverte e addolora per l’ingiustizia evidente, e il male che può nascere da quell’amore eccessivo.
Ma la regia di Glejeses (sulla traccia della riscrittura di Chiti), fa qualcosa in più, aprendo dalla periferia
fiorentina di Coverciano uno squarcio verso la profonda e immobile
campagna russa. A partire dalla bella
scena di Roberto Crea: un tavolo e
tre sedie in un grande ambiente a
metà tra il laboratorio e il salotto,
che si apre però, attraverso un grande arco, su un giardino alberato, dove suoni e rumori fanno echeggiare
scherzi e risate, rombo di motori e disgrazie. E le tre Materassi, Teresa Carolina e Giselda, sembrano portare
dentro di sé lo spirito, sempre sul
punto di arrendersi ma mai vinto,
delle loro colleghe cechoviane. Lucia
Poli più «burbera» e decisa con la
sua cuffietta e il toscano che le fluisce per grazia naturale, Milena Vukotic perbene e formale ma sempre arrendevole, Giselda sottomessa alle
sorelle ma donna «liberata» grazie a
un’antica trasgressione amorosa, autonoma ed autarchica tanto da atteggiarsi a «giovane italiana». Ma la malinconia (se non il piacere della sconfitta) le domerà quietamente, anche
se neppure loro vedranno mai la loro Mosca, ovvero il successo americano del nipote bugiardo e scialacquone. I toni non si faranno mai tragici,
perché anch’esse, come il loro autore Palazzeschi ai suoi lettori, sembrano in fondo chiedere il classico «lasciatemi divertire».
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
VISIONI
NATE PARKER
È andato al regista americano il premio Vanguard Leadership Award,
assegnato dal Sundance Institute ai filmmaker che con il loro lavoro
raggiungono un nuovo traguardo nel mondo del cinema indipendente.
Il film per cui Nate Parker ha ricevuto il premio è il suo recente «The
Birth of a Nation», che ricostruisce la storia di Nat Turner, leader della
rivolta degli schiavi nella Virginia del 1831. Il film ha vinto il gran
premio della giuria e quello del pubblico all’ultimo Sundance Festival
ed è stato acquistato dalla Fox Searchlight per una cifra di 17,5
milioni di dollari, la più alta mai registrata al Festival di Salt Lake City.
IN BASSO DUE IMMAGINI DI «SUICIDE SQUAD». A DESTRA KEN LOACH SUL SET DI UN FILM NEL DOCUMENTARIO DI LOUISE OSMOND
pagina 11
Nel suo discorso di accettazione del premio - andato in precedenza a
registi come Benh Zeitlin, Ryan Coogler e Damien Chazelle - Nate
Parker ha annunciato che lui, il cast e il team ti produttori di «The Birth
of a Nation»finanzieranno una borsa di studio per i registi tra i 18 e i
24 anni che partecipano al Sundance Ignite Program.
LOCARNO 69 · «Versus» di Louise Osmond
Ken Loach, una vita
tra cinema e politica
Antonello Catacchio
LOCARNO
«B
IN SALA · «Suicide Squad», esce oggi il blockbuster di David Ayer
Quella sporca squadra
di (anti)eroi psicopatici
Giulia D’Agnolo Vallan
R
ottura netta tra le reazioni critiche e quelle del pubblico sta
diventando un po’ la regola
per la nuova vena di supereroi sfornati dalla collaborazione tra Warner
Brothers e Dc Comics.
Mentre il frutto dello strano matrimonio tra Disney e Marvel continua
a prosperare con il relativo benestare della critica, dopo la love story
con i reboot di Batman diretti da
Christopher Nolan, le nuove incarnazioni degli eroi della Dc sembrano essere diventati, a sentire le recensioni, il simbolo di tutto quello che c’è
di sbagliato in un grosso cinema
d’azione hollywoodiano cinico e ormai sfibrato dal riciclaggio. O, come
ha scritto il critico del New York Times A.O. Scott «dell’idiozia del sistema» (in contrapposizione al «genio
del sistema» lodato da André Bazin).
Come era successo la primavera
scorsa per Batman vs Superman,
l’uscita americana di Suicide Squad
è infatti stata preceduta da un’unanimità di pollici rivolti verso il basso,
ma accolta con entusiasmo dagli
spettatori, al punto che il nuovo lavo-
Il film stroncato
dai critici e amato
dal pubblico, record
assoluto di incassi
nel mese di agosto
ro di David Ayer - che è poi un libero
adattamento di Quella sporca dozzina di Aldrich - ha registrato gli incassi più alti della storia per le uscite nel
mese di agosto, superando il record
di Guardians of the Galaxy, un film il
cui animo anarcoide e irriverente
Suicide Squad cerca apertamente di
emulare. Purtroppo senza riuscirci;
ma anche senza meritare le recensioni devastanti che ha subito.
In parte dovuto al una campagna
promozionale che è molto più brillante e innovativa dello stesso film
(manifesti che sembrano graffiti affissi a tappeto, clip costruite sui singoli
personaggi, un trailer affilato sulle
note irresistibili di Bohemian Rapsody), in parte al cast «alto» e alla colonna sonora di greatest hits (oltre ai
Queens, i Rolling Stones, Animals,
Creedence), il successo di Suicide
Squad va probabilmente anche attribuito allo spirito del tempo: nell’an-
no delle candidature antiestablishment di Trump e
Sanders, in cui il nome di
un candidato alla presidenza viene salutato dalle
grida di «in prigione» o, come negli ultimi giorni, «uccidetela», e in cui si parla
di muri per chiudere le
frontiere, un manipolo di
pendagli da forca sembra
più adatto a difendere il
pianeta di un classico
eroe tutto di un pezzo.
Come ci ha raccontato
il film di Zack Snyder qualche mese fa, quell’eroe Superman- è morto. In
sua assenza, il modo migliore per far fronte alla
minacce del nostro tempo - sostiene Viola Davies nei panni
di un alto ufficiale dell’intelligence è reclutare dai sotterranei di un carcere di massima sicurezza un mix di
assassini e psicopatici, offrendo loro
non una fedina penale nuova di zecca ma l’opportunità di redimersi morendo sul campo.
Annunciato dalle note di House of
the Rising Sun su un movimento di
macchina dentro al penitenziario,
Will Smith è Deadshot, un killer infallibile, Jay Hernandez è Diablo, un
lanciafiamme umano, Adewale Akinnouye un uomo coccodrillo, Killer
Croc, Jai Courtney è Boomerang e
Margot Robbie - tra cheerleader e
stripper- Harley Quinn, la fidanzata
di Joker (Jared Leto, nell’incarnazione più Actors Studio del giullare depravato mai vista finora), e un boia
con la mazza da baseball.
Considerando che Ayer dedica interminabili, e quasi del tutto inutili,
sequenze di battaglia tra la «squadra suicida» e dei Metaumani con teste che sembrano blocchi di lava, la
parte migliore del film è all’inizio,
quando si presentano i personaggi.
Ma se il loro cinico, scanzonato, antiautoritarismo e la loro anima antieroica ricordano quella dei guardiani
della galassia, la sceneggiatura dello
stesso Ayer dà loro pochissime opportunità di svilupparsi nel corso del
film, e agli attori di giocare di humor
e tra di loro. Il che è un peccato perché sarebbero in grado di farlo bene.
Autore interessante quando si confronta con un progetto piccolo e originale come il poliziesco End of Watch, alle prese con un budget di 175
milioni di dollari Ayer è un regista
privo di immaginazione. E, se qui è
meno statico di quanto lo fosse nel
soporifero film di guerra Fury, la sua
azione non ha coreografia o coerenza interna. E non sembra nemmeno
molto interessato a lavorare su linguaggio del fumetto. Per portare al cinema i supereoi bisogna capirli e
amarli almeno un po’, come ci ricorda per esempio Joss Whedon. E, se
Christopher Nolan aveva (malamente) celato la sua accondiscendenza
nei confronti del loro mondo dietro
alla pretenziosità dei suoi film, il suo
discendente diretto Zack Snyder (regista di Batman vs Superman e qui
produttore/autore) non ha nemmeno quell’ispirazione. Come Batman
vs Superman, anche Suicide Squad
sembra girato nel catrame, ma il suo
«nero» non assume mai la dimensione esistenziale tragica che Tim Burton aveva dato ai suoi film sull’uomo
pippistrello. È un’immagine confusa
e basta.
astardi». Così si conclude il documentario Versus: The Life and Films
of Ken Loach di Louise Osmond. È
lo stesso Ken a dire quella parola
che inquadra perfettamente il suo
pensiero anche se, essendo una
persona perbene, la dice sorridendo. Parola che appare anche in
precedenza nel documentario
quando Loach spiega che aveva
deciso di smettere con il cinema
perché ormai si sentiva vecchio,
poi i Conservatori («bastardi»)
hanno vinto di nuovo le elezioni e
allora lui decide che bisogna fare
qualcosa. Il risultato è uno dei
film più intensi e commoventi degli ultimi anni: I, Daniel Blake, già
Palma d’oro a Cannes (la seconda
per Loach dopo Il vento che accarezza l’erba) presentato trionfalmente a Locarno in piazza Grande. «Credo che la nostra società
sia più che ferita – dice Loach –
sta collassando. Credo che il sistema economico stia distruggendo
la gente e le loro vite. E penso che
nel giro di due o tre generazioni il
mondo non potrà sopravvivere.
Bisogna sfuggire alla tirannia delle multinazionali che sfruttano il
mercato». E nel documentario
emerge anche il lato «oscuro» del
regista quando, ma di questo in famiglia non si può neppure parlare, realizzòuna pubblicità per
quelle multinazionali che detesta.
Questioni alimentari perché per
molti anni Loach venne praticamente messo al bando per la sua
visione ritenuta eccessivamente
politica. Del resto dietro l’apparenza mite Ken è irremovibile nelle sue convinzioni. Lo prova la
sua carriera fatta di grandi successi (all’estero) e di grandi boicottaggi (in patria). Eppure aveva saputo sconvolgere con The Wednesday Play negli anni ’60 perché
portava in tv i drammi della gente
comune, grazie al fatto che la Bbc
apriva un secondo canale, un successo, ma la cosa fu piuttosto con-
BATMAN, LA SAGA INFINITA
In «Suicide Squad» Batman appare brevemente, ma è il suo l’«universo» di riferimento
del film che mette in scena la terza incarnazione sul grande schermo del supervillain
Joker. Con il lavoro di David Ayer siamo arrivati all’ottava versione cinematografica del
mondo Dc Comics legato a Batman. La prima, del 1989, è il «Batman» di Tim Burton,
con Michael Keaton nei panni di Bruce Wayne e Jack Nicholson in quelli di Joker. Burton
è autore anche di «Batman il ritorno», del 1992, in cui l’uomo pipistrello doveva sconfiggere Il pinguino (Danny De Vito) con l’aiuto di Catwoman: Michelle Pfeiffer . Dopo Burton arrivò il «declino» di consensi con Joel Schumacher, regista di «Batman Forever»
(1995, con Val Kilmer) e «Batman e Robin» (1997), in cui l’eroe di Gotham aveva il volto di George Clooney. Il reboot di Nolan con la sua trilogia - «Batman Begins», «Il cavaliere oscuro» e «Il ritorno» - ha segnato un nuovo picco di consensi di critica e pubblico,
poi sprofondato da «Batman vs Superman» di Zack Snyder, alla regia anche della prossima avventura che coinvolgerà l’uomo pipistrello: «Justice League», in uscita nel 2017.
EVENTI · A Bordeaux il «Reggae Sun Ska», con Damian Marley e Alborosie
La musica«giamaicana» nella città del vino
Grazia Rita Di Florio
BORDEAUX
B
ordeaux ha inaugurato lo scorso
giugno l'apertura della Citè du Vin,
un enorme edificio di architettura
liquida dedicato alla cultura del vino.
La città bordelaise ospita anche da alcuni anni uno dei più grandi festival di
musica reggae dell'Esagono e uno dei
più pregiati (reggae) festival d'Europa. Il
Reggae Sun Ska (5-7 agosto) è riuscito ad
imporsi nella città bordelaise come un
evento culturale degno di interesse e a
coinvolgere un nutrito numero di partners e sponsor sia pubblici che privati an-
che di rilievo. Per questo motivo il carnet
musicale di quest'anno era più ambizioso del consueto cooptando sessanta artisti da ogni parte del mondo, con un occhio di riguardo nei confronti delle proposte musicali «locali» come, per esempio, Dub Inc, il cui nome campeggiava a
caratteri cubitali sulla programmazione.
Nei tre giorni di festival, frotte di dreadlocks, un pubblico prevalentemente giovane e famigliole ben assortite hanno invaso il campus universitario di Pessac,
un po' fuori Bordeaux. Sui due palchi
principali denominati simbolicamente
One Love e Natty Dread si sono esibiti
consecutivamente gli artisti in program-
ma per un'ora di set ciascuno. Ad aprire
la prima giornata sono stati i Massilia
Sound System, che la mattina seguente
hanno presentato anche il film, Massilia,
sull'epopea del gruppo marsigliese, poi
Dub Inc con il solito set energico e un paio di canzoni nuove dal nuovo album, So
What, in uscita a settembre. Ma la miglior performance è di Alborosie: l'italiano di Giamaica accompagnato come di
consueto dalla Shengen Band ha proposto un set brillante, medley infuocati e
una scintillante versione di Still Blazing,
con un sax da capogiro. Sabato é stato il
ventunenne Naaman ad infuocare la scena; Naaman in ebraico vuol dire «piace-
troversa. Channel 4 fece di peggio
commissionò a Loach una serie di
documentari sul rapporto tra l’allora primo ministro Thatcher e i
sindacati. Mai andati in onda (se
non anni dopo devitalizzati) perché i papaveri delle Unions ne
uscivano come traditori della classe operaia. E Loach non ha dubbi
sul fatto che solo la lotta di classe
possa portare a un cambiamento,
lo dice e lo ripete.
Nel documentario scorrono immagini d’epoca, quando a Oxford
il cineasta avrebbe dovuto diventare avvocato (sogno del babbo,
classe operaia, ma conservatore)
lui invece recitava nella compagnia universitaria con risultati
spesso esilaranti, occasione per
una figlia di parlare della passione
del padre per il musical e per i lustrini, anche se si guarda bene dal
ballare. Raccontano i fedeli sceneggiatori, lo scomparso Jim Allen (Riff Raff, Piovono pietre) e
Paul Laverty (tutti i film di Loach
dalla fine degli anni ’90 a oggi), alcuni attori, molti figli (emerge anche una tragedia privata con un figlio di cinque anni perso in un incidente d’auto).
Fanno capolino anche i documentari che Ken ha realizzato,
non citato ma imperdibile The Spirit of ’45, che sembra essere la risposta allo smarrimento kafkiano
di I, Daniel Blake. Infatti Loach insiste sul fatto che si può cambiare
direzione solo con la solidarietà di
classe che la Gran Bretagna del secondo dopoguerra aveva conosciuto e praticato avendo il coraggio di silurare alle elezioni il conservatore Churchill (che pure
l’aveva portata alla vittoria) per
premiare i laburisti. Non come il
«laburista» Blair che con Bush ha
scatenato una guerra pretestuosa
e inutile che ha provocato centinaia di migliaia di morti le cui conseguenze sono ancora devastanti.
«Andrebbero processati». Perché
Ken, a ragione, li considera qualcosa di peggio che «bastardi».
volezza», e in effetti il ragazzo normanno
ha gli occhi blu, una carnagione eterea e
le sembianze di un angelo, e una voce
profondamente soulful. Incredibile
l'energia sprigionata da questa giovane rivelazione con la complicità dei fedeli
Deep Rockers Crew, un gruppo di scalmanati «ribelli per la vita» che meritano
di essere tenuti d'occhio.
A dominare la scena dell'ultima serata
Damian «Jr Gong» Marley, figlio del re
del reggae e della modella e cantante Cindy Breakspeare. Come ogni rampollo
che si rispetti Damian ha dimostrato di
padroneggiare la scena proponendo
un'efficace miscela di suoni raggamuffin,
hip hop e il reggae di suo padre. Più deludente la seconda parte del set, in cui Damian si é appoggiato quasi interamente
al songbook paterno anche senza arrangiamenti paricolarmente significativi;
più interessanti gli innesti tra i classici di
papà Bob e i pezzi farina del suo sacco.
pagina 12
–
il manifesto
NUOVA FINANZA PUBBLICA
COMMUNITY
–
LA CRISI E IL CONTESTO
Chi governa il mondo
Imprese indebitate
Matteo Bortolon
«C
CALABRIA
ontrariamente a quanto si crede
comunemente, il mondo non ha
ancora iniziato a sdebitarsi, ma il
debito rispetto al Pil sta ancora crescendo, arrivando a un nuovo vertice». Così suonava,
in modo un po’ sinistro, l’incipit del poderoso rapporto di fine 2014 sul debito globale.
Con cifre confermate dal report di McKinsey
del febbraio 2015: si calcolava un incremento
del debito globale (cioè finanziario, degli Stati, delle aziende e delle famiglie) fra il
2007-2014 di 57 trilioni (cioè 57mila miliardi...), raggiungendo un rapporto debito/Pil
del 286% a livello planetario.
Si dovrebbe sia pur brevemente segnalare
che i rapporti fra le componenti di esso paiono essere un sintomo di ciò che sosteniamo
da sempre su queste pagine: mentre il mainstream si è accanito contro il debito pubblico, con selvagge incitazioni a tagli in sede di
finanziaria, il debito privato è di gran lunga
più importante e grave; nei dati McKinsey il
debito degli Stati è passato da 33 a 58 trilioni,
quello delle aziende da 38 a 56. Se non che gli
Stati si sono perversamente prestati coi cosiddetti salvataggi a ripianare le perdite di banche private e di fallimenti del mercato i cui
ammanchi hanno trovato una comoda sistemazione nei bilanci pubblici (gravando su
tutti i cittadini con la mannaia dei tagli) e nonostante ciò l’indebitamento delle aziende è
allo stesso livello...
Il 15 luglio scorso Standard & Poor’s ha
pubblicato un rapporto in cui gli analisti si incentravano sul debito delle aziende (Global
Corporate Credit), prevedendo al 2019 una
sua ulteriore crescita di 20mila miliardi. Nel
panorama generale (bizarramente definito
«non molto preoccupante»!) i rischi vengono
individuati soprattutto nella tumultuosa crescita del debito corporate cinese e nella fortissima leva di quello statunitense, cioè nel rapporto sempre più divaricato fra cifre prestate
e patrimonio proprio posseduto. Un po’ di
preoccupazione genera anche il contesto latinoamericano, sebbene le cifre siano troppo
basse da generare effetti consistenti sul sistema. Abbastanza stringatamente si fa cenno
al ruolo delle attuali politiche monetarie: i soldi facili (cioè con bassi tassi) pompati nel sistema dalle banche centrali di Usa e Ue vanno minando l’economia mondiale generando bolle speculative.
Naturalmente Standard and Poor’s è una
fonte da prendere con prudenza. Non solo
per il fatto di essere una delle malfamate
agenzie di rating che hanno dato ottimi punteggi a banche che si sono rivelate marce fino al midollo; o per la incertezza di ogni previsione sul futuro, anche se di pochi anni; ma
perché il suo interesse preminente è il rischio di insolvenza, e tutte le analisi di questo genere - anche con un profilo di affidabilità assai elevato - sono dirette a scrutare ansiosamente l’affidabilità del debitore. Al di là di
tale problematica quali conseguenze si possono intravedere in termini di giustizia ed
equità sociale?
Un mondo più indebitato nei suoi snodi
cruciali - governo, famiglie, imprese - è un
mondo più finanziarizzato. Nel quale sono
già abbastanza noti non solo i tratti della gestione politica (deregolamentazioni, privatizzazioni) ma le ricadute sociali, fra le quali giganteggia la subordinazione dell’orizzonte organizzativo tanto delle aziende che del mondo del lavoro alla centralità del valore per gli
azionisti (molto attenti a tale aspetto gli studi
del professor Angelo Salento). Con la crescita
di esternalizzazioni e centralizzazione gestionale, che consentono alla dirigenza di dare
segnali univoci e forti ai mercati finanziari in
vista degli effetti sulla collocazione in borsa e
dell’emissione di obbligazioni; così che i lavoratori possano essere nient’altro che pedine
sulla scacchiera del profitto finanziario. Con
tanti saluti al diritto del lavoro.
–
Donald Trump è un calcolatore esaltato: il suo gioco d’azzardo non è
finalizzato a far saltare il banco, ma
a creare le condizioni di un proprio
vantaggio psicologico preliminare.
Ha fatto dell’eccitazione, una droga
contro la sua tendenza a deprimersi, un lavoro organizzato, molto remunerativo. La sua affermazione ha
una solida base nella sua capacità
di promuovere la domanda e lo
smercio di effetti antidepressivi. Né
la domanda né lo smercio li ha creati lui (sono espressione di un processo anonimo della società capitalista), ma nel riflettere la loro logica
nel modo più acritico e efficace,
egli si costruisce una leadership del
tutto plausibile e coerente.
In una sua intervista, il linguista statunitense George Lakoff ha attribuito a Trump un talento per le iperbo-
SABATO 13 AGOSTO 2016
Sabato 13 agosto
ARTEFESTIVAL Nuova edizione del calabrese Armonied’artefestival, con otto appuntamenti. Sabato esibizione dell’etoile Svetlana Zacharova, accompagnata sul palco dal
marito, Vadim Repin, violinista e da etoile
del Bolshoi di Mosca, del Marijnsky di San
Pietroburgo, del Royal Opera Ballet Covent
Garde di Londra e dall’Orchestra da Camera
del Teatro di San Carlo di Napoli. Maggiori
informazioni potrete trovarle sul sito web:
ww.armoniedarte.com
 Parco Archeologico Scolacium, via
Scylletion, Roccelletta di Borgia (Cz)
EMILIA ROMAGNA
Giovedì 18 agosto, ore 21
BELLA CIAO In occasione dell’inagurazione di Festareggio 2016, un concerto evento
che ripercorre la storia della musica popolare italiana, riportando nelle piazz il folk nazionale dal titolo «50 anni di bella ciao».
Ingresso libero
 Campovolo, Reggio Emilia, Via
dell'Aeronautica, 1
LAZIO
Giovedì 25 agosto
CI-VITA Dal 25 al 28 agosto un nuovo
festival. «Ci-vita», In programma spettacoli,
incontri, degustazioni a Civita di Bagnoregio.
Sabina Guzzanti, Paolo Rossi, Matteo Garrone, Francesca Comencini, Pilar saranno alcuni degli ospiti. Si tratta di un progetto, curato dalla società Terracotta, che vede la collaborazione del Comune di Bagnoregio,
dell’Università di Roma La Sapienza (Dipartimento di Storia dell'Arte e Spettacolo) e
dell’Università La Tuscia. Il festival è diviso
in cinque sezioni: spettacolo, food, mostre,
«Cibo per la vita» e videomapping. L’obiettivo è quello di mettere al centro dell’interesse una sana concezione di alimentazione e
qualità dei prodotti, sul quale convergere
l'attenzione di ambiti differenti, dalle arti
performative al cinema, dall'antropologia
alla biomedicina, dalla filosofia ai nuovi
media. Nei quattro giorni previsti di questa
prima edizione del festival, Civita di Bagnoregio diventa così un museo aperto, il paesaggio si modifica grazie ai tanti progetti artistici, culturali e performativi proposti e lo spazio pubblico si trasforma in un'arena di
confronto e condivisione di esperienze legate al piacere dell'enogastronomia, dell'arte e
dello spettacolo.
 Civita di Bagnoregio (Vt)
DALLA PRIMA
Giorgio Lunghini
E che se giudicano ‘irrazionali’ tali
politiche – perché contrarie ai loro
interessi – votano contro di esse
con fughe di capitali, attacchi speculativi o
altre misure a danno di quei paesi (in particolare delle varie forme di stato sociale). I
governi democratici hanno dunque un
doppio elettorato: i loro cittadini e il Senato virtuale, che normalmente prevale. Questo è un portato della liberalizzazione dei
movimenti di capitale, a sua volta un effetto dello smantellamento del sistema di
Bretton Woods negli anni ‘70: ne sono ovvie le conseguenze per la democrazia economica (i più colpiti
sono i più deboli tra i cittadini dei
diversi paesi) e dunque per la democrazia in generale.
Quanto a Who rules the world?,
ecco alcuni stralci dall’Introduzione: «La domanda posta dal titolo di
questo libro non ammette risposte
semplificate, ma non è difficile
identificare gli attori principali
quanto a capacità di modellare le
politiche mondiali. Tra gli Stati, dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati uniti sono di gran lunga al primo posto, ma con l’inevitabile declino Washington ha dovuto
spartire il suo potere con gli altri
“padroni dell’universo” all’interno
del “governo mondiale de facto”.
Questi “padroni dell’universo”
sono ovviamente ben lontani dal rappresentare le popolazioni dei loro stessi paesi.
Negli Stati uniti le élite economiche e i
gruppi organizzati che rappresentano gli interessi del mondo degli affari hanno una influenza autonoma e sostanziale sulla politica del governo, mentre il cittadino medio e
i gruppi che lo rappresentano non hanno
che poca o nessuna influenza. La maggior
parte della popolazione, ai livelli più bassi
di reddito e ricchezza, è di fatto esclusa dal
sistema politico.
TOSCANA
Martedì 16 agosto, ore 21
PREMIO TENCO Con le serate del 19
agosto a Piombino e del 26 a Laigueglia
continua il tour de «Il Tenco ascolta», il
format del Club Tenco che si sviluppa in una
serie di appuntamenti, in tutta l’Italia, durante i quali il Club invita ad esibirsi dal vivo i
nuovi cantautori ritenuti più interessanti tra
le centinaia che ogni anno spediscono il
proprio materiale al Club. A Piombino l'evento sarà a Calamoresca alle 21, organizzato
da Pomodori Music e dal Comune di Piombino. Gli artisti selezionati sono: Stefano Barotti, Davide Giromini, Massimiliano Larocca,
Musica da Ripostiglio e David Ragghianti.
«Padrino» sarà Francesco Baccini, con una
sua performance finale.
 Piombino
Tutti gli appuntamenti:
[email protected]
nomica: ma nessuno dei due maggiori partiti, tutti e due sostenuti dal denaro, ciò
vorrà fare nella misura richiesta. La conseguenza sarà la disintegrazione del sistema
politico.
In Europa il declino della democrazia
non è meno impressionante, da quando il
processo decisionale sulle questioni cruciali è stato spostato alla burocrazia di Bruxelles e ai poteri finanziari che essa rappresenta. Il loro disprezzo della democrazia si è reso manifesto nel giugno del 2015, con la fe-
roce reazione all’idea stessa che il popolo
potesse avere voce nel determinare le sorti
della società greca, devastata dalle brutali
politiche di austerità della troika (la Commissione europea, la Banca centrale europea, e il Fondo monetario internazionale):
politiche di austerità intese a ridurre il debito greco, che invece hanno fatto aumentare il rapporto tra debito e prodotto interno
lordo e che hanno sfibrato il tessuto sociale
della Grecia.
Poco di nuovo in tutto ciò. La lotta di
classe ha una storia lunga e amara. Agli albori del capitalismo Adam Smith condannava i “padroni dell’umanità” dei suoi tempi, i “mercanti e i manifatturieri”, che erano i “principali architetti” della politica, attenti soltanto alla salvaguardia dei loro propri interessi, non importa quanto dannosi fossero gli effetti sugli altri. L’era neoliberale della passata generazione ha aggiunto
le sue pennellate a questo quadro
classico, con dei padroni che provengono dai livelli più alti di economie sempre più monopolizzate, da
istituzioni finanziarie gigantesche e
spesso predatorie, da multinazionali protette dallo stato, da quei personaggi politici che rappresentano i
loro interessi.
Nel frattempo, quasi ogni giorno gli scienziati danno notizie minacciose circa la velocità del degrado ambientale; e non meno preoccupante è la crescente minaccia di
conflitti nucleari (conflitti che alcuni autorevoli esperti valutano più
probabili oggi che non durante la Guerra
fredda).
Con queste mie osservazioni, credo di avere descritto con buona approssimazione
quali siano i personaggi principali. Nei capitoli seguenti si approfondisce la questione
di chi governa il mondo, come si procede in
questo tentativo, e dove esso conduce; e come le “popolazioni sottostanti”, per usare la
definizione di Veblen, possono sperare di
sconfiggere il potere del mondo degli affari.
Non c’è più molto tempo».
ADDIO A LINDA BIMBI
Il suo ottimismo, un aiuto prezioso
LOMBARDIA
Lunedì 15 agosto, ore 17
FERRAGOSTO ROCK Una serata di ferragosto con Alex Schiavi experience in duo in
un grande «jam session rock».
 Piazza Belloveso, Milano
Una conseguenza è l’apatia: chi me lo fa
fare di andare a votare! Trentacinque anni
fa W.D Burnham mise in relazione l’astensione con una peculiarità del sistema politico americano: la totale assenza di un partito di massa socialista o laburista come
concorrente organizzato sul mercato elettorale; e in una analisi delle elezioni del
2014 ha mostrato che il tasso di partecipazione al voto richiamava quello dei primi
anni dell’Ottocento, quando il diritto di voto era riservato ai maschi liberi e possidenti. Quanti pensano che pochi grandi interessi controllino la politica, anelano a una
iniziativa intesa a invertire il declino economico e la sfrenata diseguaglianza eco-
S
ono molti quelli che saranno assai addolorati
nell’apprendere che Linda Bimbi, per decenni direttrice della sezione internazionale della Fondazione Leslie e
Lelio Basso, non c’è più. E’
scomparsa ieri dopo una lunga malattia, «serenamente e
dolcemente» - mi dicono Monica e Ruth che l’hanno assistita fino all’ultimo e che sono state sue essenziali compagne di impegno.
Molti, a cominciare da me, si
sentiranno anzi, oltreché tristissimi, abbandonati. Perché Linda è stata un punto di riferimento essenziale per chiunque sia stato coinvolto nelle vicende del terzo mondo, in particolare dell’America Latina,
dove lei aveva vissuto a lungo,
in Brasile, come suora missionaria, prima di esser costretta
a lasciare quel paese per il rischio che correva in conse-
Luciana Castellina
guenza del suo impegno contro la dittatura. Il suo ritorno in
Italia coincise anzi con il suo
definitivo coinvolgimento nella Fondazione di cui Lelio Basso, con grande perspicacia, le
affidò la direzione dopo la collaborazione stabilita in occasione della seduta del Tribunale
per i diritti dei popoli che si tenne a Roma proprio per condannare i crimini del Brasile.
E’ difficile
far capire a chi
non l’ha direttamente conosciuta che persona è stata
Linda: naturale e al tempo
stesso anomala. Era nata e
cresciuta a Luc-
ca, studentessa all’università
di Pisa dove aveva fatto parte
di un gruppo di intellettuali di
sinistra di alto livello e politicamente impegnati, aveva a un
certo momento compiuto la
sua difficile e in qualche modo inattesa scelta religiosa.
Che ha vissuto con uno straordinario equilibrio, senza enfasi, senza integralismi, curiosa anzi sempre
del nuovo e diverso che andava scoprendo.
Della sua fede
ho avvertito solo la sua perenne capacità di
portare nell’impegno politico
un di più di ottimismo, di fiducia nel pros-
VERITÀ NASCOSTE
Trump, l’uomo della palude
Sarantis Thanopulos
li e le provocazioni. Secondo la sua
prospettiva, il candidato repubblicano usa metafore potenti in grado di
attivare schemi mentali già esistenti
nella mente degli elettori, in particolare coloro a cui si rivolge in modo
privilegiato.
Le pratiche di comunicazione politica che fondano il loro successo
sull’influenzamento mentale, fanno
storicamente parte della manipolazione psicologica delle masse. Attecchiscono in un funzionamento psichico collettivo incline all’agire compulsivo e agli automatismi. Si posso-
no prevedere con esattezza i comportamenti umani solo attraverso
l’identificazione con i meccanismi
che li rendono schematici. I manipolatori sono gli agenti di un processo
di alienazione che li ha resi per primi soggetti alienati. Sia gli studiosi
degli schemi mentali sia i politici
che diventano loro "utilizzatori finali", agiscono all’interno di una prospettiva prodotta da un modo schematico di ragionare.
La "coazione a ripetere" che domina la scena attuale della vita collettiva è il risultato di un processo de-
generativo che colpisce i tre pilastri
fondamentali di una convivenza sociale sana e creativa: lo spazio potenziale dell’esperienza, il rapporto
positivo, vitale con il tempo e
l’eguaglianza dei contraenti all’interno delle relazioni di scambio. La
capacità di andare oltre un’esistenza puramente adattativa alle circostanze del nostro ambiente (la qualità in cui gli esseri umani maggiormente si differenziano dal resto del
mondo animale), è basata sulla possibilità di sospendere l’effettività
dell’azione immediata, reattiva, cau-
sata dall’urgenza dei nostri bisogni.
L’azione acquista in questo modo
uno statuto sperimentale, che le
consente di essere misurata e prefigurata nelle sue potenzialità nello
spazio dell’immaginazione.
La sospensione dell’effettività
dell’azione è strettamente collegata
al tempo della sospensione, sedimentazione del giudizio (epokè),
senza il quale il tempo lineare, tempo del cambiamento e del lutto
(chronos), perde il suo ancoraggio
nell’elaborazione, trasformazione
dell’esperienza. Ne fa le spese il
simo, che ha aiutato anche
noi che con lei abbiamo lavorato a stretto contatto di gomito a diventare migliori. Sembrava, talvolta, ingenua. Non
lo era affatto, è solo che non
voleva mai rassegnarsi ad accettare gli orrori del mondo; o
a subire la paralisi dell’impotenza difronte alle difficoltà
dell’agire politico.
Grazie Linda. Sono, amaramente, contenta che ti sia stato risparmiato un ultimo dolore: l’imputazione di Lula, suo
grande amico, che non mancava mai di venire a via della Dogana quando passava per Roma. Quando fu eletto presidente del suo paese il Ministro degli esteri italiano all’epoca Massimo D’Alema insignì Linda Bimbi di una decorazione per il ruolo da lei
avuto nella democratizzazione del Brasile. Un riconoscimento più che meritato.
–
tempo opportuno (kairòs), il momento dell’azione giusta.
Il legame tra lo spazio di sperimentazione, immaginazione dell’azione
e l’agire trasformativo che coglie il
momento giusto, è intrinsecamente
correlato alle differenze tra gli esseri umani, alla molteplicità delle declinazioni della loro esperienze senza la quale la loro esistenza si appiattisce in una serie di reazioni automatiche. Le differenze se non entrano in rapporto di scambio tra di
loro (il che implica conflitto, contrattazione e pari dignità delle parti) si
trasformano in diversità che si ignorano e le relazioni umane diventano
una palude. Nella palude c’è chi
affonda in silenzio e chi si agita. I
personaggi come Trump ci sguazzano. Gli impaludati li scambiano per
nuotatori esperti.
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
FELIZ CUMPLE
pagina 13
Dopo 11 presidenti Usa, diverse crisi mondiali e vari
tentativi di liquidare con ogni mezzo l’esempio cubano,
la Revolución e il suo «lider maximo» sono ancora lì:
57 anni la prima, 90 - compiuti oggi - il secondo
DALLA PRIMA
Aldo Garzia
È quindi presto detto perché Castro appartiene ai miti viventi che
hanno i nomi stampati sulle enciclopedie. Su di lui si può pensare tutto il
male o tutto il bene possibile, resta il fatto
che ha attraversato incolume oltre sessant’anni di storia contemporanea. Ha vissuto l’intero tunnel della "guerra fredda",
sfruttando a dovere la contrapposizione
Stati Uniti-Unione Sovietica per ritagliarsi
uno spazio nella politica mondiale all’ombra di Mosca, e poi - dopo il 1989 - ha saputo posizionarsi nella realtà internazionale diventata unipolare senza portare a
un punto di rottura la contrapposizione
con Washington e superando pure la crisi
del "socialismo reale".
Nel 1959, anno della rivoluzione cubana, alla guida dell’Unione Sovietica c’era
Nikita Krusciov, mentre in Vaticano il Papa era Giovanni XXIII. Castro ha ricevuto
nel frattempo a L’Avana Vladimir Putin,
ultimo presidente russo, Giovanni Paolo
II (il Pontefice della caduta del Muro di
Berlino), Benedetto XVI, papa Francesco,
molti leader latinoamericani e Jimmy Carter (unico ex presidente statunitense a
tentare con Obama una riconciliazione
con l’isola). Fidel è stato pure tra i principali leader del Movimento dei paesi non
allineati e ha incontrato innumerevoli personaggi che appartengono alla storia del
XX secolo: Nikita Krusciov, Leonid Breznev, il maresciallo jugoslavo Tito, Salvador Allende, Malcolm X, Indira Gandhi,
Nelson Mandela, Yasser Arafat, Hugo
Chávez, i dirigenti del Fronte sandinista
del Nicaragua, gli esponenti dei movimenti progressisti dell’Africa e dell’America Latina, tanti intellettuali a iniziare da Ernest
Hemingway che visse a Cuba fino ai primi mesi del 1960.
Detentore di tre record
Oltre all’indubbio record della longevità politica, il presidente cubano detiene il
guinness dei primati per il discorso più
lungo della storia: il 24 febbraio 1998, un
intervento di sette ore e quindici minuti
di fronte al Parlamento cubano. Il terzo record detenuto da Castro è quello degli attentati contro la sua persona. Dopo il
1989, sono stati resi pubblici alcuni documenti della Cia su cui pesava fino a quel
momento il segreto di Stato. Dalla loro lettura si apprende che i piani per eliminare
fisicamente il leader cubano sono stati
637 dal 1959 in poi, con una media di più
di uno al mese. Usando sigari e pasti avvelenati, corrompendo alcuni suoi collaboratori, finanziando attentatori nel corso
dei viaggi all’estero di Castro si è tentato
in tutti i modi di assassinarlo. Gli attentati
sono falliti uno dopo l’altro, grazie agli efficienti servizi di sicurezza cubani e alla
buona stella di Fidel.
Il 13 agosto 1926 Lina Ruz González e
Ángel Castro y Argiz, proprietario terriero
del podere Manacas a Birán nella zona
orientale di Cuba, hanno il loro terzo figlio: Fidel Alejandro Castro Ruz. Ángel Castro, nato in Spagna, era giunto a Cuba
dalla Galizia con l’esercito spagnolo ai
tempi della guerra ispanoamericana. Dopo la fine del conflitto, decide di rimanere
nell’isola e nel 1904 va a lavorare presso la
ferrovia della United Fruit Company. Con
i risparmi compra un podere a Birán, nei
pressi della cittadina di Mayarí. Angel Castro sposa Lina Ruz González, nativa di Pinar del Rio (morirà nel 1963). Da questo
matrimonio nascono sette figli: Angela,
Ramón, Fidel, Juana, Raúl, Emma e Augustina. Ángel Castro muore nel 1957 e non
assiste, a differenza di sua moglie, ai trion-
Cuba libre
e in festa
per Fidel
fi rivoluzionari del terzogenito.
In ossequio alle origini sociali di buona
famiglia, Fidel è educato nei collegi La Salle e Dolores di Santiago e poi nella rinomata scuola privata gestita dai gesuiti di
Belén a L’Avana, dove si diploma nel
1945. In quell’anno si immatricola presso
la Facoltà di Giurisprudenza. Nello stesso
anno scopre la vita politica. Entra a far
parte del gruppo studentesco Manicatos,
che ha tra i suoi obiettivi quello di denunciare il degrado istituzionale e politico di
Cuba. Nel 1947 aderisce al Partito ortodosso, formazione politica d’ispirazione democratica e nazionalista diretta da Eduardo Chibás.
Pur avendo molti amici tra le fila dei giovani comunisti, Castro appare negli anni
universitari più attratto da posizioni nazionaliste e dal pensiero indipendentista
di José Martí che da riferimenti marxisti.
Nel 1950, dopo essersi laureato a pieni voti, inizia l’attività di avvocato e apre con altri giovani colleghi uno studio in via Tejadillo, nel cuore dell’Avana Vieja. I clienti
che bussano a quella porta sono soprattutto operai e lavoratori poco abbienti.
Castro si candida alle elezioni parlamentari del 1952 tra le fila del Partito ortodosso in una delle circoscrizioni dell’Avana. Il 10 marzo il golpe di Fulgencio Batista annulla la competizione elettorale. Dopo il golpe, Castro si convince della necessità di intraprendere la lotta armata. Alcuni esposti giuridici presentati da lui stesso
contro il colpo di mano di Batista non
hanno avuto esito. I golpisti sospendono
tutte le garanzie costituzionali promettendo elezioni entro il 1954.
26 luglio 1953, data fatidica
Il 26 luglio 1953 è la data che avvia la rivoluzione cubana sotto la direzione di Castro. Fidel e 165 militanti del Movimento
26 luglio - fondato da lui stesso - decidono di dare l’assalto alla caserma Moncada
e ad altri luoghi strategici di Santiago di
Cuba. L’iniziativa fallisce, 29 giovani sono
assassinati. Castro è arrestato assieme al
fratello Raúl e ad altri militanti. Nel processo, il leader del Movimento 26 luglio
pronuncia da solo l’arringa difensiva diventata famosa con il titolo «La storia mi
assolverà». Quel discorso diventa il manifesto politico della rivoluzione cubana. Fidel e i militanti del suo movimento sono
scarcerati il 15 maggio 1955, dopo ventidue mesi di prigione, grazie all’amnistia
promulgata dal governo di Batista
Fidel si trasferisce in Messico, dopo un
viaggio negli Stati uniti che serve a raccogliere fondi per il Movimento 26 luglio
presso la comunità cubana. È in Messico
che incontra per la prima volta Ernesto
Che Guevara. Il 25 novembre 1956, a bordo della piccola imbarcazione Granma,
82 uomini (tra cui l’italiano Gino Donè)
partono alla volta di Cuba. Solo in 15 sopravvivono ai primi scontri con l’esercito
batistiano, ma saranno appena 12 coloro
che si uniranno a Castro per proseguire la
lotta. Il braccio di ferro con l’esercito dura
fino al 2 gennaio 1959, quando Guevara e
Camilo Cienfuegos fanno il loro ingresso
trionfale a L’Avana. Batista riesce a fuggire a Santo Domingo nella notte del 31 dicembre 1958. Castro giunge trionfalmente a L’Avana giovedì 8 gennaio 1959.
La rivoluzione radicalizza il suo programma già nei primi mesi del 1959. Il 15
febbraio Castro diventa primo ministro e
da quel ruolo sconfigge le componenti
moderate dello schieramento che aveva
battuto la dittatura di Batista. Si profilano
le prime decisioni politiche: la campagna
di alfabetizzazione di massa, la riforma
agraria, l’avvio delle nazionalizzazioni. La
scelta di una via «socialista» per la rivoluzione cubana è però annunciata da Fidel
solo nell’aprile del 1961, alla vigilia del fallito tentativo di invasione mercenaria di
Cuba finanziata dagli Stati Uniti (quella
che va sotto il nome di «Baia dei porci»).
Nell’ottobre 1962 scoppia la «crisi dei
missili». Il 14 ottobre un aereo spia di
Washington fotografa una serie di basi
missilistiche dotate di ordigni nucleari
che i sovietici stanno costruendo a Cuba.
Il presidente Kennedy dà l’ultimatum a
cubani e sovietici: quelle basi vanno
smantellate. Per rendere efficace il diktat,
ordina alla sua flotta navale in assetto di
guerra di circondare l’isola. Senza consultare Castro e il governo dell’Avana, Nikita
Krusciov, da Mosca, ordina l’alt alle operazioni militari su territorio cubano.
Il ruolo di Ernesto Guevara
In queste prime fasi della rivoluzione al
potere è Ernesto Guevara ad assumere il
ruolo di colui che acuisce il dibattito e
chiede una scelta netta tra opzioni politiche differenti. Castro si limita a seguirne
la scia, a rafforzare il suo ruolo di leader indiscusso alternando prudenza e radicalità. Guevara lascia ufficialmente Cuba nel
1965. È probabile che fino alla decisione
di organizzare la guerriglia in Bolivia guidata da Guevara ci sia una divisione di
compiti tra Castro e il Che: il primo farà lo
statista in patria con l’obiettivo di istituzionalizzare la rivoluzione, pronto a nuove
avventure rivoluzionarie se in altri paesi
le guerriglie dovessero acquisire consenso; il secondo si assume la responsabilità
di far uscire Cuba dall’isolamento in America Latina, condizione per liberarsi
dall’abbraccio soffocante con l’Unione Sovietica di cui proprio il Che ha intuito il destino. La morte di Guevara nel 1967 in Bolivia chiude un’epoca della rivoluzione cubana e dell’America Latina. Cuba ripiega
e si allinea all’Urss.
Nel 1988 Castro prende posizione nei
confronti della politica di riforme avviata
da Gorbaciov a Mosca: «Nella storia delle
rivoluzioni non ce ne sono due uguali. Se
si fosse dato retta ai classici del marxismo, quella cubana non ci sarebbe stata.
Cuba non ha mai copiato gli altri paesi socialisti. Gorbaciov sta risolvendo i problemi dell’Urss. Noi abbiamo problemi diversi». Gorbaciov, accompagnato dalla moglie Raissa, arriva in visita ufficiale a L’Avana il 2 aprile 1989. Cuba è dipinta in quei
giorni dai media come «l’Albania dei Caraibi». Abbondano le previsioni su un «Fidel solitario e sconfitto», destinato a perdere i benefici degli anni della guerra fredda tra Mosca e Washington. Tra il 1989 e il
1990 un nutrito gruppo di giornalisti fa
scalo a L’Avana. Vengono redatti articoli-fotocopia con gli stessi titoli: «L’agonia
cubana», «Gli ultimi giorni di Fidel Castro». Quanto accade nelle altre capitali
dei paesi del "socialismo reale" e la dipendenza di Cuba da quelle economie sembrano dare ragione ai profeti di sventure.
Ma lo sconfitto sarà Gorbaciov, non Castro. L’Avana tenta un ritorno alle origini
della rivoluzione ma deve aprire al turismo e ad alcune riforme economiche.
Tad Szlulc e K. S. Karol, due degli studiosi più documentati su Cuba, hanno individuato fin dagli anni Settanta nel centralismo onnivoro di Fidel il limite maggiore
dell’avventura politica rivoluzionaria
dell’Avana. Per alcuni decenni il suo dominio sulla politica cubana è stato assoluto:
presidente del Consiglio di Stato e del
Consiglio dei ministri, primo segretario
del Partito comunista, comandante in capo delle Forze armate di terra, della Marina e dell’Aviazione. L’eccesso di centralizzazione di poteri nella figura di Castro resta in effetti uno dei limiti dell’esperienza
politica di Cuba sotto la sua gestione. Nei
discorsi degli ultimi anni, Fidel ha insistito pedagogicamente sulla certezza che
Cuba non piegherà la testa perché il suo
popolo ha acquisito una «profonda coscienza di sé e l’orgoglio dell’indipendenza». A molti sembra di scorgere in quella
fiducia il riaffiorare della giovanile formazione culturale in un istituto di gesuiti della capitale cubana: la missione della politica - quasi fosse una religione - è redimere
l’umanità, rendendo uguali gli uomini e
le donne nei loro diritti e nei loro stili di vita. Da qui la diffidenza di Fidel verso le diseguaglianze sociali indotte dall’economia mista introdotta nell’isola e dallo sviluppo del turismo. Comunque, la rivoluzione cubana e Fidel sono ancora lì: 57 anni la prima, 90 anni il secondo.
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il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
FELIZ CUMPLE
Il vecchio leader
e il nuovo - Hugo
Chavez - insieme
in tutte
le battaglie
per la rinascita
del socialismo
in America latina,
tra Novecento
e nuovo secolo
I LEADER DEI PAESI
DELL’ALBA.
A DX, L’AVANA.
SOTTO,
L’INTELLETTUALE
ERNESTO WONG.
E CHAVEZ CON FIDEL
LA PRESSE
Geraldina Colotti
«P
ara la partida del amigo que nos
devolvió la risa...» Fidel Castro
piange ascoltando la canzone «El
regreso del amigo», che il giovane musicista
cubano Raul Torres ha dedicato alla morte
del presidente venezuelano Hugo Chavez, il
5 marzo del 2013. «Chi avrebbe mai pensato, dopo la caduta del campo socialista e il
buio in cui eravamo precipitati che sarebbe
nato un Chavez – ha detto Castro al funerale del amigo – invece la storia del socialismo
non finisce». Una lunga amicizia, quella tra
il vecchio leader e il giovane, che Fidel aveva cominciato ad «annusare», pur con qualche diffidenza, subito dopo la ribellione civico-militare del 1992. Uscito dal carcere due
anni dopo a seguito di un’amnistia concessa a furor di popolo, l’ex tenente colonnello
si era recato all’Avana: per vedere da vicino
il pezzo più importante dell’album di famiglia a cui voleva riferirsi, nel solco dei «proceres» (i padri della patria) per una nuova indipendenza latinoamericana.
«Ero un bambino di otto anni, forse meno, quando a casa ho cominciato a sentir
parlare di un certo Fidel, un barbuto», racconta Chavez nell’ultimo capitolo del libro
Cuentos del arañero, curato da due autori
cubani, Orlando Oramas Leon e Jorge Legañoa Alonso, e pubblicato da Vadell Hermanos. E riporta molti episodi divertenti
dei suoi incontri con Castro: la partita di
baseball amichevole, che la squadra venezuelana credeva di giocare con un manipolo di funzionari artritici, e che invece si
tolsero le barbe finte e si rivelarono essere
giocatori professionisti della squadra cubana; il sasso che lancia da lontano a Fidel
per farlo smettere di parlare; o quella volta
che i due parlatori maratonici rimangono
a discutere per ventiquattr’ore...
Fidel andò il Venezuela per l’assunzione
d’incarico di Chavez, il 2 febbraio del 1999,
e si trattenne fino al 4. Allora - ricorda il presidente venezuelano - vennero «non so
quanti presidenti, il colombiano, il principe
di Spagna, Menem... Mi dicevano che dovevo riceverli perché erano tutti in agenda. Io
ero un ingenuo, uno nuovo... E alla fine, vedo in televisione Fidel all’aeroporto, se ne
stava andando. Aveva lasciato diversi messaggi telefonici, ma evidentemente l’establishment non voleva che lo incontrassi...»
A gennaio del 1959, a 22 giorni dalla caduta del dittatore Fulgencio Batista, Fidel
Castro visitò il Venezuela in cerca di petrolio per Cuba, accolto dall’alleanza che, con
l’egemonia del Partito comunista e delle
forze di sinistra, il 23 gennaio dell’anno prima aveva rovesciato il dittatore Marco
Pérez Jimenez. Ma quella visita e le speranze che la rivoluzione cubana aveva suscitato in tutta l’America latina portarono alla
«resistenza tradita» dei comunisti venezuelani: che verranno esclusi dal potere da
un’alternanza di governo fra centro-destra
e centro-sinistra (il Patto di Punto Fijo),
più consona al volere di Washington, e che
durerà fino alla vittoria di Chavez.
Ma l’influenza di Cuba resterà determinante per tutto il corso del Novecento, sia
in Venezuela che in America latina, tracimando nelle nuove esperienze di governo
del «socialismo del XXI secolo». Nel libro-intervista di Ignacio Ramonet, Fidel
Castro, autobiografia a due voci (Mondadori), la risposta più lunga del leader cubano
riguarda il ruolo di Cuba nel contesto internazionale. «Sono più di 2.000 gli eroici
combattenti internazionalisti cubani che
hanno immolato la loro vita compiendo il
sacro dovere di sostenere la lotta di liberazione per l’indipendenza di altri popoli fratelli - dice Castro -. E in nessuno di quei pa-
La nuova Alba
del Continente
esi ci sono proprietà cubane. Oggi come
oggi non c’è paese che possa vantare una
così brillante pagina di solidarietà sincera
e disinteressata».
In quella sede, Fidel contestualizza la figura di Chavez e il ruolo degli ufficiali progressisti nella storia dell’America latina.
Un tema che Ramonet approfondirà con
Chavez nel libro Hugo Chavez, mi primera
vida, pubblicato da Vadell Hermanos subito dopo la morte del presidente venezuela-
no. Il volume evidenzia i tanti punti in comune fra i due leader nel processo di trasformazione dell’America latina e l’influenza di
Fidel Castro nel «rinascimento latinoamericano», sbocciato all’inizio del secolo attuale. A Ramonet che gli chiede se si senta un
predestinato, Chavez nega convinto, e spiega con le parole di Marx nel 18 Brumaio il
ruolo dell’individuo nella storia e il modo in
cui i singoli ne diventano consapevoli, scegliendo da che parte situarsi nel mondo.
«Se avessi potuto prevedere le cose,
avrei detto, giocando con le parole di Fidel: la storia mi assorbirà. Sono stato trascinato e fatto a pezzi dall'orco della storia. I
denti della storia o – per non presentare la
storia come una forza aggressiva e maligna
-, le braccia della storia mi hanno avvolto,
l'uragano della storia mi ha risucchiato. Dice Bolivar: 'Sono solo un filo di paglia trascinato dal vento dell'uragano». Di nuovo,
nel solco di quanto ha già espresso Fidel
sul ruolo «democratico e dal basso dei militari chavisti», l’ex presidente venezuelano
spiega: «Qualcuno, molto confuso ideologicamente dice: "Sono militari, quindi sono
di destra, sono gorilla". E' un errore. Noi
non abbiamo mai pensato di formare una
Giunta militare. Mai abbiamo pensato a
un golpe militare classico per cancellare i
diritti democratici e i diritti umani. Mai.
Siamo antimilitaristi e antigorillisti. Non
siamo mai stati golpisti. Siamo insorti per
metterci a fianco del popolo venezuelano,
come militari trasformatori. C'è anche stato chi ha definito la sostra ribellione
“nasseriana”. Non lo era, non avrebbe avuto senso, ma in qualche modo sì, lo era: nella misura in cui avevamo un progetto sociale, socialista, un pensiero panamericanista,
ossia bolivariano, e una posizione antimperialista. Siamo patrioti rivoluzionari. Golpisti son quelli che, l'11 aprile del 2002 volevano instaurare una dittatura in Venezuela.
Golpisti sono i traditori che si inginocchiano di fronte all'imperialismo nordamericano. Noi siamo bolivariani, rivoluzionari, socialisti, antimperialisti. Ogni giorno di più».
Il ruolo di Fidel Castro durante il golpe
del 2002 in Venezuela è stato determinante: sia nel portare in luce quel che stava accadendo, sia nel consigliare Chavez, ricor-
CARACAS · Ernesto Wong, l’intellettuale cubano che accompagna le relazioni bilaterali e la formazione dei giovani
«Fra le destre venezuelane e l’Avana, una distanza incolmabile»
C
ubano di nascita, classe 1948, il
professor Ernesto Wong Maestre è
un intellettuale cubano che accompagna le relazioni tra il Venezuela
chavista e l'Avana, e che abbiamo incontrato a Caracas. Docente e saggista, dirige l'associazione internazionale Trisol
ed è direttore editoriale di una rivista settimanale su Socialismo e lavoro che funziona come “vivaio” teorico e scuola di
giornalismo politico.
Qual è il suo ruolo in Venezuela?
Sono nato all'Avana alla metà del secolo scorso e ho studiato nella Secundaria
Basica Simon Bolivar - nome che la revolución Cubana ha dato a questa scuola donata dai proprietari allo Stato. Da lì viene
la mia prima vicinanza al Venezuela. Dopo, ho fatto i miei studi di Scienze politiche all'Università dell'Avana e la carriera
diplomatica nell'Istituto superiore di Relazioni internazionali, tra il 1974 e il 1979. Vivo in Venezuela dall'inizio del 1994. Conosco il paese dall'agosto del 1988, quando
il ministero degli Esteri cubano mi ha inviato qui per osservare lo sviluppo della
campagna elettorale di quell'anno. Dalla
visita del Comandante Fidel Castro, nel
1989, ho cominciato a occuparmi delle relazioni tra i due popoli, organizzando incontri bilaterali tra università e tra istituzioni culturali venezuelane e cubane, e
convegni sportivi bilaterali. Ho terminato
il mio periodo diplomatico nel 1991 e sono tornato a Cuba per tre anni, con l'incarico di gestire la promozione delle università cubane, fino a che nel 1994 sono venuto per tenere un dottorato in scienze sociali e promuovere il turismo con Cuba.
Con il trionfo del Comandante Chávez, il
mio compito è stato e rimane quello di trasmettere conoscenze ed esperienze alle
nuove generazioni di venezuelani. Sto facendo questo dal 1998.
Cos'è Trisol e di cosa si occupa?
E’ un'associazione unica nel suo genere in Venezuela. E' nata il 26 luglio del
2012 ed è stata registrata ufficialmente il 5
marzo del 2013. Due date che, per pura
coincidenza hanno un grande significato
per i suoi aderenti: il 26 luglio per via
dell'assalto alla Moncada, nel 1953. Il 5
marzo del 2013, per via della morte di
Chavez. In Trisol si ritrovano rappresentanti di tutte le professioni interessati a
studiare il passo del mondo di oggi e a
contribuire a sviluppare relazioni di amicizia e solidarietà tra i popoli dell'Africa,
dell'Asia e dell'America latina, così come
il nome indica: Trisol, Tricontinental de
las Relaciones Internacionales y la Solidaridad. Con questa filosofia, organizziamoseminari scientifici, riflessioni sulla
sovranità, l'indipendenza e la libertà raggiunte con la rivoluzione bolivariana, e
anche il concorso annuale El Pensamiento de Hugo Chávez. E partecipiamo attivamente alle azioni di solidarietà
e amicizia fra i popoli. Con il suo personale docente qualificato, l'associazione
ha dato vita, da settembre del 2012, al
primo dottorato in Relazioni internazionali nell'Università militare bolivariana,
sempre nello spirito di articolare la solidarietà e l'amicizia fra i popoli.
E come vede la situazione del Venezuela in questo momento?
Occorre analizzare la situazione del paese nella sua interezza, in base alle spinte e
controspinte che in tutto questo periodo
hanno agito per realizzare o impedire mete, compiti e obiettivi tracciati dal governo bolivariano lungo le tre grandi aspirazioni di Simon Bolivar, riprese da Chavez:
il massimo di felicità, di sicurezza e di stabilità politica possibile per il popolo. Un
progetto che la borghesia parassitaria ha
cercato di sabotare in ogni modo per frenare le trasformazioni necessarie a conseguire questi tre obiettivi. Stiamo attraversando un periodo in cui si sta consolidando il potere popolare mentre quello capitalista è fortemente messo in causa, il che
implica grosse tensioni a causa dei mezzi
violenti che sta usando la destra, ispirata
dai suoi appoggi nordamericani: si stanno moltiplicando gli omicidi di leader sociali, si colpisce nei diversi settori per creare una sensazione di insicurezza e di terrore. Per un altro verso, vi sono forti tensioni nell'ambito finanziario, a causa delle
operazioni destabilizzanti del sistema finanziario mondiale contro il Venezuela
per togliere l'appoggio materiale ai progetti sociali della rivoluzione e in questo
modo cercare di staccare il popolo dal
suo governo. Finora, però, non ci sono
riusciti, perché la direzione politica ha
reagito efficacemente e sta prendendo
le decisioni necessarie per superare questa congiuntura critica e dare soluzione
ai problemi economici della produzione e della distribuzione.
Con il ritorno delle destre, nel Parlamento venezuelano e in America latina che
succederà con l'interscambio tra Venezuela e Cuba?
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
FELIZ CUMPLE
CUBA · Concerti, eventi sportivi, aquiloni, speciali tv e dibattiti politici. Un’isola in festa
«Que Viva Fidel!» sempre,
ma no al culto della personalità
dando la drammatica esperienza di Allende in Cile. E determinante sarà l’alleanza
tra il vecchio e il giovane leader nella costruzione dei nuovi organismi continentali. Nel 2005, a Mar del Plata, quando George W. Bush voleva realizzare l’Accordo di libero commercio per le Americhe (Alca),
Chavez mostrò la propria determinazione.
E Fidel gli passò un bigliettino: «Ah, ma allora non sono solo...» E nacque l’Alleanza
bolivariana per i popoli delle nostre Americhe (Alba), che ancora fende le agitate acque del continente latinoamericano.
L’importanza dell’asse Cuba-Venezuela
è parso chiaro nei principali atti decisi dal
continente - dichiarato zona di pace nel
vertice della Celac, a Cuba - e nelle trattative per una soluzione politica in Colombia.
Durante gli ultimi tre anni di attacchi al governo di Nicolas Maduro, Fidel è intervenuto a sostenere l’ex operaio del metro, ex militante della Lega socialista che ha frequentato la «scuola quadri» a Cuba. E il 20 marzo, prima che arrivasse Obama, lo ha ricevuto all’Avana. «Se l’impero divorasse
l’America latina come fece la balena con il
profeta Giona - ha detto Fidel - non riuscirebbe comunque a digerirla. Prima o poi
dovrebbe espellerla, e quella risorgerebbe
di nuovo nel nostro emisfero».
Roberto Livi
L’AVANA
«Q
ue Viva Fidel!» Il grido da giorni« percorre l’isola in vista della
celebrazione, oggi, del 90° compleanno del líder máximo della Revolución. Feste, concerti, eventi sportivi, lancio
di aquiloni; colloqui e dibattiti politici; documentari e speciali in tv; incontri internazionali; mostre fotografiche e di murales dipinti per l’occasione; compact disc, libri e
presentazione di una speciale minienciclopedia online (Fidel, Soldado de las Ideas)
dedicata all’opera e al pensiero del leader
nel portale ufficiale Cubadebate e premiazione di concorsi si susseguono da giorni
in tutta Cuba.
Nella capitale non vi è quartiere dove il
Cdr (Comitati di difesa della rivoluzione)
non organizzi una piccola festa popolare,
con musica, balli e possibilmente una caldosa; le maggiori gallerie sono impegnate
con mostre fotografiche o di artisti; l’inaugurazione dell’incontro all’Avana dei giovani antimperialisti dell’Organizzazione continentale latinoamericana e caribegna degli studenti (Oclae, composta da 38 federazioni studentesce del subcontinente) è stata dedicata, giovedì, al «gigante politico» la-
tinoamericano. I festeggiamenti veri e propri sono iniziati con l’icontro «Sumando
alegrías» organizzato, sempre giovedì, alla
Ciudad deportiva, la location del famoso
concerto dei Rolling Stones, con eventi
sportivi per bambini e ragazzi, giochi famigliari, musica e lancio di aquiloni. Ieri è seguito «Cubaila», un concerto che ha riunito migliaia di persone nella Tribuna antimperialista, nel malecón (lungomare) havanero di fronte all’Ambasciata degli Usa.
L’apoteosi popolare è prevista ovviamente per oggi e comprende un incontro
di giovani di tutta l’isola («Diálogo de generaciones») a Birán, nella provincia orientale di Holguin, dove, nella finca del padre, il
gallego Ángel Castro Argiz, 90 anni fa nacque Fidel.
Non mancano le testimonianze internazionali di omaggio a un personaggio che
ha una statura politica «da gigante», capace di aver tenuto testa a undici presidenti
degli Stati Uniti e aver lasciato «un’orma indelebile» nell’America latina. Se oggi - nonostante l’impegno restauratore di personaggi come il presidente argentino Mauricio Macri e il collega (golpista) brasiliano
Michel Temer - il subcontinente non è più
considerato degli States lo si deve in buona parte alla resistenza del popolo cubano.
E del suo leader rivoluzionario. Lo stesso
presidente Barack Obama ha riconosciuto
il fallimento della politica aggressiva
dell’embargo attuata dagli Usa per più di
cinquant’anni. E al carisma del lider máximo è attribuita la benedizione che Cuba
ha ricevuto da ben tre pontefici.
Il bloguero uficialista Iroel Sánchez, sottolinea come questa sorta di fascinazione
di Fidel ha coinvolto anche illustri personalità nordamericane. Quattro anni fa, lo storico Joel Stein Essay stilò per conto della rivista Time una lista dei cento personaggi
più influenti di tutta la storia dell’umanità
che includeva Fidel. «Solo il libro Assolto
dalla storia del giornalista Luis Báez - prosegue il bloguero - raccoglie le opinioni elogiative su Fidel di personaggi che vanno dagli scrittori Arthur Miller e Alice Walker, al
banchiere David Rockfeller, dal cantante
Harry Belafonte agli attori Jack Nicholson,
Kevin Costner, Robert Redford e ai registi
Oliver Stones, Michael Moore e Sidney Pollack». Non solo, nelle sue memorie,
Dwight D. Eisenower, il primo presidente
nordamericano che affrontò il leader cubano, ricorda come il suo successore, John F.
Kennedy, parlando del leader cubano gli
avesse detto che: «Fidel fa partedell’eredità
di Bolivar».
pagina 15
Alcuni intellettuali e commentatori, non
certo legati alla debole e divisa opposizione, si interrogano però se questo complesso di festeggiamenti e soprattutto il battage che da giorni prosegue nei giornali e nella tv di stato non rischino di riesumare una
pratica politica - quella del culto della personalità del leader in voga in Unione sovietica e che prosegue nei nostri giorni in Corea del Nord- che Fidel ha sempre rifiutato. Lo stesso Sánchez cita a proposito lo
storico statunitense - stretto collaboratore
dei Kennedy - Arthur Schlesinger Jr. Il quale scriveva: «Fidel Castro non favorisce il
culto della personalità. È difficile incontrare in qualche posto dell’Avana un manifesto, o solo una cartolina postale, di Castro.
L’icona della Rivoluzione di Fidel, visibile
in ogni dove, è Che Guevara».
«Questa enfasi senza precedenti sul ruolo storico di Fidel si deve inquadrare nel periodo di transizione che sta vivendo Cuba
con le incognite e i timori che esso genera,
Si celebra il «gigante»
che ha lasciato «un’orma
indelebile» sulle politiche
del Latinoamerica.
E intanto si pensa al "dopo"
sia nella popolazione, che all’interno del
vertice politico-militare», sostiene l’analista Enrique López Oliva. Il cambio generazionale è dietro l’angolo. Dunque, non si
tratta solo del compleanno di Fidel, «si tratta - aggiunge López Oliva - anche della fine
di un’epoca. Assieme a Fidel si sta congedando, soprattutto per ragioni di età, anche quella che possiamo definire la vecchia guardia del partito-governo-stato.
Raúl ha annunciato che lascerà la presidenza nel gennaio del 2018 e ancora non emerge una figura che, non dico abbia il carisma di Fidel, ma che possa garantire che le
riforme avvengano nell’alveo del socialismo cubano. Inoltre, il processo di normalizzazione con gli Usa è un cambio epocale
destinato ad avere riflessi sicuramente economici e sociali, ma probabilmente anche
politici. Il Partito comunista, unico gestore
del potere, è un anacronismo del XX secolo, che anche Cuba deve digerire».
Cayo Coco/ NEL RANCHO LA GUIRA DOVE CRESCE LA NUOVA REVOLUCION
El Tio Reinaldo, storia di un contadino
metereologo che avrebbe voluto studiare
Ge. Co.
CAYO COCO
«A
La destra venezuelana è riuscita a conquistare la maggioranza in Parlamento
agendo sulle debolezze del proceso bolivariano, utilizzando la menzogna e la manipolazione psicologica e materiale di certi settori della popolazione, poco consapevoli delle vere intenzioni della borghesia.
Bisogna riconoscere che è stata molto abile a non mostrare pubblicamente i suoi interessi di dominio alla popolazione che
usufruisce dei servizi medici, sportivi, agricoli provenienti da Cuba. Nella campagna elettorale di ottobre e novembre scorso ha lasciato intendere che avrebbe mantenuto i grandi progetti sociali della rivoluzione e quindi anche la fondamentale presenza dei medici cubani nei quartieri poveri e i servizi sanitari gratuiti. Ma si è trat-
tato solo di una strategia per vincere le elezioni. La destra ha sempre attaccato gli
aiuti cubani e ha cercato di distorcerne il
senso e di demonizzarli. Tra le destre venezuelane e Cuba c'è una distanza incolmabile, soprattutto mentre l'opposizione
si dedica a violare la Costituzione e le leggi cercando di utilizzare il Parlamento.
Per le destre, gli interscambi solidali sono
sprechi da impedire con ogni mezzo. Invece, vanno agevolate leggi come quella che
abolisce gli impedimenti alle grandi imprese dell'agrobusiness come Monsanto.
Ma la partita non è affatto vinta. E la posizione di Cuba non dà adito a dubbi: appoggio incondizionato alla rivoluzione bolivariana e al governo di Nicolas Maduro.
(ge.co.)
ttenti, la mucca è aggressiva,
ha appena partorito». Reinaldo Abreu Figueroa - El Tio - avverte i visitatori. Siamo nel Rancho la
Guira, a 3-4 chilometri dalle spiagge paradisiache di Cayo Coco, nella parte centrale di Cuba. Tutt'intorno, una natura
rigogliosa e i resti di un piccolo forno a
carbone di legna, coperto di erba e terra. «Oggi non si usa più – spiega El Tio , ma ci serve per ricordare la storia delle persone che c'erano prima a Cayo
Coco. La loro era una vita dura. Non
c'erano ospedali, né scuole, né botteghe. E la foresta veniva devastata perché il 90% delle cucine erano a carbone
a legna...» Reinaldo, classe 1944, da
bambino non è andato a scuola «perché eravamo una famiglia povera, di 15
fratelli». Ma ha sempre «avuto sete di
conoscenza» e, dopo la rivoluzione, ha
potuto avere un'istruzione.
Poi, Reinaldo coltiva la terra, diventa
metereologo autodidatta, studia per tre
anni giornalismo, scrive articoli e vince
premi. Navigando in marina, diventa ra-
diotelegrafista, poi coltivatore di canna
da zucchero. E quando molti zuccherifici chiudono, dopo la caduta del campo
socialista, può continuare a studiare di
più, mantenendo lo stesso salario «perché la rivoluzione non ti abbandona».
Racconta: «Ho ampliato le mie conoscenze scientifiche e nel 1986 sono venuto qui
a costruire una stazione metereologica.
Questo luogo è un paradiso, e si avverte di
più il pericolo che corre l'ambiente. Il cambiamento climatico è un processo naturale, ma gli esseri umani sono colpevoli di
averlo accelerato con il capitalismo devastante, il supersfruttamento dei boschi e
della terra, l'eccessiva industrializzazione.
Lo vediamo dalla violenza degli uragani,
dall'alternanza di siccità e alluvioni, dallo
sconvolgimento delle stagioni».
E Cuba cosa fa per l'ambiente? «Quando arrivò Colombo, 5 secoli fa, Cuba era
coperta al 93% di boschi. Dopo la rivoluzione, solo il 14% del territorio aveva boschi. Dopo un'intensa politica di riforestazione, oggi i boschi ricoprono il 29%
dell'isola, e la percentuale è più alta a Pinar del Rio». E questa nuova ondata di turismo di massa, dovuta alle «aperture»
con gli Usa, non porterà alterazioni? «Sia-
mo attrezzati. Qui a Cayo Coco esiste il
Centro di investigazione dell'ecosistema costiero per la conservazione
dell'ambiente, che monitora e proibisce
le attività umane dove l'ecosistema non
sia riparabile. Qui si è abbattuto qualche albero solo per far posto all'hotel,
ma nessun edificio può superare i 4 piani né prendere lo spazio al mare. Le nostre politiche sono diverse da quelle neoliberiste. Gli imprenditori che vogliono
venire a Cuba devono avere requisiti
che non colpiscano l'ambiente e che
proteggano i lavoratori. Da noi nessuno
muore di fame o resta senza lavoro».
I salari? «Confrontati con i vostri, i
nostri sembrano molto bassi. Ma qui
abbiamo tutto gratuito: sanità, istruzione, cultura. Con un peso puoi andare a teatro, al cinema allo stadio. Insieme a Fidel, Raul, al Che abbiamo fatto
tutta questa strada. Quando è caduto
il campo socialista, a Miami si sono
fregati le mani, hanno fatto le valige
per venire qui ad ammazzare cubani.
Ma abbiamo resistito e oggi non siamo più soli. L'America latina di Bolivar, Marti e della Patria grande si è svegliata e non chiuderà gli occhi».
pagina 16
il manifesto
SABATO 13 AGOSTO 2016
FELIZ CUMPLE
Dieci anni fa i cubano-americani
che a Miami festeggiavano la fine di Fidel
si sbagliavano di grosso. Oggi, tra riforme
epocali e disgelo con gli Usa, ad essere
finito è piuttosto il vecchio anticastrismo.
E se la nuova crisi economica preoccupa,
Cuba sorride con una "bonanza" turistica
SINCRETISMO
La santera
che amava
Che Guevara
Ge. Co.
L’AVANA
A
Roberto Livi
L’AVANA
F
Mille luci
u festa grande a Miami la notte
del 31 luglio di dieci anni fa. La televisione cubana aveva appena annunciato che, dopo essersi sottoposto a
un complicato intervento, Fidel Castro
lasciava temporaneamente la gestione
di Cuba al fratello Raúl. Migliaia di cubano-americani scesero nelle strade annunciando la morte del lider maximo e
l’imminente fine della «dittatura castrista». «Si sbagliarono, e di grosso - sostiene l’analista Max Lesnik -. I cimiteri di
questa parte di Miami sono pieni di tombe di cubano-americani che in varie occasioni hanno celebrato con bottiglie di
champagne la morte di Fidel», ha dichiarato all’agenzia Efe un ex anticastrista.
Quello che invece è morto è il vecchio
anticastrismo. «Oggi – afferma Lesnikla maggioranza di quella che veniva definita la "diaspora" cubana in Florida, e
IL MALECÓN
soprattutto dei giovani cubano-americaDELL’AVANA
ni, sono favorevoli alla linea delle trattaE UN
tive col governo dell’Avana».
PASSEGGIO
A dieci anni dalla rinuncia di Fidel alla
"A STELLE E
politica attiva, il disgelo tra Cuba e gli Stati
STRISCE"
Uniti, la costruzione delle basi per un
/FOTO
"ponte" con la comunità cubana in FloriLAPRESSE
da, sono, assieme a una serie di importanSOTTO,
ti riforme nell’ambito della «modernizzaLA SANTERA
zione del socialismo cubano» - apertura
ADELAIDA
al settore privato, maggiori agevolazioni
DE LA CARIDAD
per gli investimenti esteri, eliminazione di
/FOTO
una serie di restrizioni ormai insostenibili,
GERALDINA
come la compravendita di case e auto, la
COLOTTI
possibilità di viaggiare all’estero -, i capisaldi della politica riformatrice di Raúl.
Come Lenin negli anni Venti
L’avvicendamento tra Fidel e il fratello minore è stato dunque non solo privo
di traumi, ma ha permesso di programmare e attuare una nuova politica di
«modernizzazione» - alcuni analisti la
paragonano alla Nep (Nuova politica
economica) di Lenin nell’Urss degli anni venti del secolo scorso - che presuppone nuovi equilibri di potere all’interno del Partito comunista.
Il più giovane dei Castro è stato nominato formalmente presidente di Cuba a
febbraio del 2008 e un mese dopo ha dato avvio alle prime riforme economiche.
Da quel momento Cuba è impegnata in
ALL’AVANA
profonde trasformazioni, senza però allontanarsi dai propri «ideali rivoluzionari» e dalla «struttura socialista» dell’economia e della società. Oggi nell’isola più
di mezzo milione di persone lavorano
"in proprio": cuentapropistas in gergo
cubano, ovvero una versione (politicamente) light di imprenditori privati (definizione questa ancora osteggiata dai
"talebani" del Pc). Sono in gran parte microimprenditori e lavoratori autonomi
che stanno cambiando il panorama economico dell’isola con migliaia di piccole
attività, dai taxisti ai gestori di paladar
(ristoranti) o bar, veri night club; dai carreteros (venditori ambulanti soprattutto
di frutta e verdura) ai bicitaxi, ai proprietari di palestre e saloni di bellezza.
Non solo. La vita del cubano ha sperimentato un cambiamento consistente
con la riforma migratoria del 2013: migliaia di cittadini che possono permetterselo o che con l’aiuto dei parenti riescono a ottenere un visto, escono dal paese per turismo o per affari.
L’Avana, la capitale di tutti i cubani, è
lo specchio di come queste riforme già
hanno prodotto una nuova classe media che ha nuovi bisogni e comportamenti. Complice un forte aumento del
turismo (quest’anno si prevede un incremento di circa il 17%) la città sta cambiando volto, dalla felice ristrutturazione dell’Havana Vieja sotto l’impulso
dell’historiador Eusebio Leal, all’apertura, appunto, di decine se non centinaia
di bar, ristorantini, pizzerie. Da città buia e sostanzialmente noiosa la capitale,
di sera, sta accendendo le "mille luci"
che la resero famosa. Tanto che è stata
appena insignita del lauro di «città meravigliosa». Ed è stata, appunto, premiata
dall’attuale boom turistico: una vera e
propria bonanza per le asfittiche casse
cubane: secondo dati ufficiali lo scorso
anno il turismo ha apportato 2,8 miliardi di dollari e quest’anno, a giugno, sono giunti nell’isola 2.147.600 turisti con
un incremento del 11,7% rispetto al
2015. Assieme alla crescita del turismo
Usa, si registra anche un aumento delle
rimesse provenienti dai cittadini cubano-americani (e in gran parte dirette al
settore privato) che, secondo dati Usa,
avrebbero superato lo scorso anno i 3
miliardi di dollari. Sommate, le due vo-
ci, si avvicinano alla maggiore fonte di
valuta di Cuba: la vendita all’estero (soprattutto in Venezuela) di servizi.
Previsioni di crescita dimezzate
Le conseguenze economiche del processo di normalizzazione con gli Stati
Uniti, come pure l’evolvere delle riforme risultano però al di sotto delle aspettative e comunque insufficienti per dinamizzare l’economia cubana. Troppo timide e troppo lente, è la critica che gli
oppositori - ma anche alcuni analisti vicini al governo - rivolgono al complesso
delle riforme, compresa quella sugli investimenti esteri. L’8 luglio, nel suo discorso di fronte all’Assemblea del potere popolare (il parlamento cubano)
Raúl Castro ha riconosciuto la crisi: le
previsioni di crescita per quest’anno sono state dimezzate fermandosi e all’1%.
Il paese, ha detto il presidente, ha una
crisi di liquidità e per questo verranno
prese misure per contenere il consumo
energetico e le spese in divisa (dunque
gli acquisti all’estero di generi alimentari). In poche parole che verranno «tempi duri», che i negozi venderanno meno
prodotti e che riprenderanno gli apagones, i tagli alla fornitura di corrente.
Sostanzialmente, l’economia di Cuba
si contrae a causa dei bassi prezzi del petrolio (oltre che del nikel, maggior prodotto di esportazione). Il che è un vero
paradosso per un’isola che importa
greggio. La causa di tale paradosso risiede nel Venezuela, principale alleato e
fonte di valuta di Cuba. Dal 2000, quando era presidente Hugo Chávez, i due
paesi hanno stabilito un accordo in base al quale Caracas paga i servizi – medici, insegnanti, istruttori sportivi - forniti
dall’Avana con l’invio di circa 90 mila barili di petrolio al giorno a «prezzi preferenziali». Parte di questa fornitura - circa il 60% secondo fonti ufficiose - viene
utilizzato per usi interni - centrali termiche soprattutto - il resto viene raffinato
o venduto a prezzi di mercato.
Il Venezuela però da molti mesi è in
preda a una pericolosa crisi istituzionale che ha devastanti effetti economici. Uno dei quali è la decisione di ridurre le forniture di greggio a Cuba, del
20% secondo fonti ufficiali, del 40 % a
detta dell’agenzia Reuters.
Gli effetti si sono subito fatti sentire,
a parte la riduzione delle previsioni di
crescita all’1% del Pil, vi è stata la decisione di sospendere il 17% degli investimenti previsti per lo sviluppo e l’adozione di un piano per il risparmio del
30% del combustibile, con tagli ai rifornimenti per le imprese statali. Le meno
produttive terminano la giornata di lavoro a mezzogiorno, mentre l’aria condizionata nel settore commerciale, bancario e istituzionale deve essere spenta
varie ore al giorno. Come conseguenza, non sono mancate le speculazioni
che si stia preparando una crisi come
quella - il Periodo especial - vissuta negli anni ’90 del secolo scorso, dopo l’implosione dell’Urss, dalla quale l’Avana
dipendeva economicamente. La vicedirettrice del quotidiano del Pc Granma,
Karina Marrón, ha messo in guardia
sulla possibilità che a Cuba «si stia preparando una tempesta perfetta» a causa delle restrizioni imposte dai risparmi energetici. Segnale che una parte
del partito preme per un’accelerazione
delle riforme.
I più noti economisti indipendenti sostengono che i paragoni con il «periodo
speciale» siano allarmi ingiustificati; ammettono però - come l’economista Pavel Vidal - che «è probabile che l’economia cubana entri in recessione, con relativo impatto negativo nel consumo e
nel livello di vita dei cubani».
L’acuirsi della crisi si somma alla
consapevolezza che è iniziato un periodo di transizione e che il ricambio generazionale è dietro l’angolo. Oggi però una consistente parte della società
cubana non sembra disposta a mantenere l’apatia politica degli anni seguiti
al periodo especial. Il settore privato e
cooperativista comprende già più di
700 mila lavoratori. Si tratta del 30%
della forza lavoro di Cuba.
Secondo Oslay Dueñas, ex funzionario del ministero del Lavoro, «il settore
cuentapropista è il germe dal quale si
formeranno i gruppi e i leader che esigeranno riforme economiche più incisive.
Costituiscono una forza legale che entro un paio d’anni raggiungerà il tetto di
un milione (di lavoratori) che offriranno
a milioni di cubani servizi con più qualità ed efficienza del settore statale».
rtigli coloratissimi e sigaro
in bocca, la Santera giganteggia nella piazza dell'Avana. Sul banchetto ha un cartello
che dice «Dalle persone false chiedo solo una cosa: distanza». Ci invita a sedere, si presenta. «Mi chiamo Adelaida Victoria de la Caridad, ho 73 anni, 8 figli, 18 nipoti e
6 pronipoti, per via del sigaro mi
chiamano señora Avana, ho visto
varie epoche di questo paese. Sono santera da 60 anni e sto bene
con la rivoluzione».
Perché?
Tutti i miei figli hanno potuto
studiare, siamo una famiglia di musicisti e ballerini. Da piccola ho visto tanta povertà, analfabetismo.
Quelli che vogliono il capitalismo,
il consumismo, sono una minoranza, il popolo sa quello che perderebbe. Ricordo un'immagine del
Che. Era il 1960. Noi ragazze sapevamo che si trovava al porto
dov'era arrivata una nave di riso
dalla Cina. Tutti davano una mano
a scaricare. Decisi di andare anch'io, ma non per aiutare, per vederlo. Prima, mi feci preparare un
biglietto per lui dalla santeria.
Quando lo vidi, carico di sacchi e
senza maglietta, gli dissi: «Quanto
sei bello con quei sacchi». Rispose:
«Qui di bello c'è solo il lavoro, mettiti a lavorare che vedi il bello». Mi
sono messa a lavorare. Poi, il Che
si sedette su una cassa a riposare e
a fumare il sigaro. Anch'io fumavo
il sigaro. Mi fece accendere... Tutta
quella magia non si è spenta, chi arriva sull'isola se ne accorge.
Ha conosciuto anche Fidel?
Non personalmente, ma la santeria è molto legata a lui. E sono circolate molte storie sulla sua relazione con la religione di Ocha, soprattutto dopo quel viaggio in Guinea
in cui lo si è visto vestito di bianco,
si è detto che in quel periodo si era
fatto santo. Nella santeria bisogna
seguire un percorso che prevede
una serie di divieti. Io amo molto
la cultura yoruba, che non nasce a
Cuba ma in Nigeria, dove gli yoruba vivono da secoli. Quando arrivarono qui gli spagnoli distrussero gli
aborigeni e tutti i gruppi etnici, poi
dovettero importare gli schiavi africani. Vennero deportati a Cuba
bantu, mandinga, yoruba... Ogni
gruppo ha portato la sua cultura,
la sua religione, i canti al Dio che si
chiama Oricha. Oggi, circa il 70%
dei cubani pratica la santeria, ma
allora il culto era proibito dai colonialisti e i santi cattolici vennero
sincretizzati con quelli africani.
Ma né le donne né i gay possono
diventare Babalao
No, il gran sacerdote è sempre
un uomo, i gay – e ce ne sono molti
nella santeria – possono essere padrini, ma non Babalao. E ci sono
molte donne nella santeria, anche
la rivoluzionaria Celia Sanchez ne
faceva parte. E' un culto antico,
praticato nelle società patriarcali
basate sulla forza dei cacciatori
che provvedevano al mantenimento della famiglia e che da vecchi
passavano il sapere e la saggezza a
un altro uomo. Il Babalao è una divinità umana. E' un culto che però
ci dà molta forza. Molti Babalao
hanno partecipato alla rivoluzione. Quando Fidel si è ammalato, tutta la santeria ha fatto scudo. Ci siamo riuniti per Chavez. Questo popolo è fidelista e anche quando Fidel
morirà resterà sempre in ogni uomo, in ogni donna o bambino che
cammina per le strade di quest'isola
e dell'America latina: come Gesù Cristo, come Bolivar, come Ho Chi
Min, come Chavez... come tutti quegli uomini che sono stati forti e hanno rivoluzionato la storia.

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