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GEORGE ELIOT
Il v e l o d i s s o l t o
seguito da
La storia della vecchia nutrice
di Elizabeth C. Gaskell
A cura di Riccardo Reim
TASCABILI ECONOMICI N E W T O N
G. ELIOT, IL VELO D I S S O L T O
E.C. GASKELL, LA STORIA DELLA VECCHIA N U T R I C E
Racconto assai complesso, di raffinata indagine psicologica
e ricco di stregate atmosfere, Il velo dissolto dimostra quanto
George Eliot, pur mantenendo intatto il suo «realismo pessimistico» sempre orientato verso una gelida e sorvegliatissima
ironia, conoscesse e fosse disponibile a trattare il genere «nero»; così come La storia della vecchia nutrice rivela un aspetto abbastanza insolito di Elizabeth C. Gaskell ( 1810-1865),
nota più che altro per romanzi come Cranford e Mary Barton. I fantasmi di Walpole e della Radcliffe vengono spazzati
via con tutta la loro pittoresca chincaglieria di catene, passaggi segreti e apparizioni notturne: non hanno più alcun bisogno di terrorizzare i vivi, perché, molto più semplicemente
- e inquietantemente - diventano i vivi, riflettendo come uno
specchio scuro la negatività dell'Inghilterra vittoriana.
G e o r g e Eliot (pseudonimo di Mary Ann Evans, 1 8 1 9 1 8 8 0 ) è forse la più importante scrittrice vittoriana. Tra i
suoi libri: Adam Bede, Il mulino sulla Floss (forse ancora
oggi la sua opera più popolare), Silas Marner, Middlemarch, Daniel Deronda.
Riccardo Reim è nato a Roma nel 1 9 5 3 . Scrittore e regista, ha pubblicato numerosi libri di teatro, saggistica e
narrativa, tra cui: Pratiche innominabili, Lettere libertine,
Nero per signora, L'Italia dei misteri, Il corpo della poesia, Controcanto e, con la Newton Compton, Da uno
spiraglio.
Indice
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Introduzione di Riccardo Reim
Nota biobibliografica
George Eliot
IL VELO DISSOLTO
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Parte prima
Parte seconda
Elizabeth G. Gasiceli
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LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
In copertina: Paul Gauguin, Madame la Mort, 1891
Titoli originali: The Lifted Veil, traduzione di Riccardo Reim;
The Old Nurse's Story, traduzione di Pietro Meneghelli
Prima edizione: aprile 1993
Tascabili Economici Newton
Divisione della Newton Compton editori s.r.l.
© 1993 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214
ISBN 88-7983-168-2
Stampato su carta Tambulky della Cartiera di Anjala
distribuita dalla Fennocarta s.r.l., Milano
Copertina stampata su cartoncino Perigord Mat della Papyro S.p.A.
George Eliot
Il velo dissolto
Elizabeth C. Gasiceli
La storia della vecchia nutrice
A cura di Riccardo Reim
Tascabili Economici Newton
Introduzione
La più alta vocazione e scelta è vivere senza
oppio, vivere ogni dolore con pazienza consapevole e lucida
G. Eliot (lettera del 26 dicembre 1860)
The Lifted Veil esce nel 1859, quando George Eliot — alias
Mary Ann Evans — ha già pubblicato i tre racconti che formano il volume Scenes of Clerical Life (The Sad Fortunes of
the Rev. Amos Barton, Mr. Gilfil's Love Story, Janet's Reperitance) e soprattutto Adam Bede, primo romanzo di vasto
respiro che ha consolidato la sua fama nascente ottenendo un
successo non più soltanto «di stima» ma anche di pubblico.
La Eliot è ormai una donna non più giovanissima (era nata il
22 novembre 1819) che da quattro anni vive more uxorio con
George H. Lewes , sfidando a viso aperto l'ipocrita perbenismo dei benpensanti vittoriani. È proprio Lewes, anzi,
che l'ha convinta ad abbandonare l'attività di saggista e di
traduttrice in favore della narrativa, un sogno che Mary
Ann accarezzava timidamente fin dall'adolescenza e la cui
realtà, ora, sembra volerla ripagare di una giovinezza troppo
angusta e grigia, trascorsa ad accudire suo padre e a occuparsi dell'andamento della casa. «Il settembre 1856», leggiamo
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' George H. Lewes, una tra le più feconde e brillanti personalità del gruppo positivista, venne presentato alla Eliot dal filosofo Herbert Spencer. Sebbene dotato di
un temperamento del tutto opposto, Lewes seppe penetrare nella chiusa natura della
scrittrice." ne nacque una solidissima relazione che continuò fino alla morte di lui, avvenuta nel 1878. In una lettera del settembre 1855, George Eliot scriveva al suo caro
amico Bry: «Se c'è una relazione nella mia vita che è ed è sempre stata profondamente seria, questa è la mia relazione con Mr. Lewes [...] Che una persona spirituale e
non superstiziosa, sufficientemente addentro alle cose della vita, possa definire la
mia relazione con Mr. Lewes immorale, lo si può capire solo tenendo ben presente
quanto sottili e complesse siano le influenze che formano l'opinione pubblica. Ma io
tengo ben presenti queste cose, e non nutro pensieri arroganti o spietati verso coloro
che mi condannano, anche se avremmo potuto aspettarci un verdetto diverso».
Fra le traduzioni della Eliot l'unica a essere rieditata in anni relativamente recenti è The Essence of Christianity, da Feuerbach (apparsa nel 1854, ora Harper and
Row, New York 1957). La scrittrice tradusse anche la celebre Vita di Gesù di Strauss
(1846) e si impegnò a lungo intorno al Tractatus di Spinoza senza però portare mai a
termine il lavoro.
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RICCARDO REIM
in un suo appunto, «segnò un'era nuova nella mia vita, perché fu allora che cominciai a scrivere cose d'invenzione. Sempre c'era stato in me come il vago sogno che un giorno o l'altro avrei potuto scrivere un romanzo; e la mia oscura idea di
ciò che il romanzo dovesse essere variava, naturalmente, da
un 'epoca all'altra della mia vita. Ma non ero mai andata più
in là di un capitolo introduttivo, che descriveva un villaggio
dello Staffordshire e la vita delle fattorie circostanti. Col passare degli anni avevo perduto ogni speranza di essere mai in
grado di scrivere un romanzo, come d'altronde disperavo di
ogni altra cosa della mia vita a venire. Pensavo sempre che mi
mancasse la potenza drammatica, sia nella costruzione che
nel dialogo, mentre invece sentivo che nelle parti descrittive
mi sarei trovata a posto.» Applicazione, entusiasmo, disciplina: nel 1860 vede la luce The Mill on the Floss (forse ancora oggi il suo libro più popolare), salutato come un capolavoro: tra questo e il precedente Adam Bede, si inserisce, appunto, il breve The Lifted Veil opera insolita — e per molti versi
unica — nel corpus eliotiano, memore del lungo soggiorno a
Ginevra di dieci anni prima (dove la scrittrice era stata ospite
di M.d'Albert Durade, che diverrà in seguito il traduttore dei
suoi romanzi in francese) e dei numerosi viaggi in Europa.
Racconto assai complesso, di raffinata indagine psicologica e
ricco di stregate atmosfere, dove ogni effetto viene raggiunto, potremmo dire, «per omissione» (quelle parole sconnesse
e affannose della «morta», che nulla spiegano, ma lasciano
intravedere e indovinare, piene di misteriose e terribili allusioni. ..), The Lifted Veil dimostra quanto George Eliot, pur
mantenendo intatto il suo «realismo pessimistico» sempre
orientato verso una gelida e sorvegliatissima ironia, conoscesse e fosse disponibile a trattare — a suo modo, s'intende
— il genere «nero». È la storia, come è stato giustamente notato, «di una ricerca in cui trovarsi significa perdersi per sempre, nella vertiginosa caduta nell'abisso della perdita dell'identità» . Il destino si rivela anticipatamente agli «occhi» del
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Vedi a questo proposito Giacomo Debenedetti, «Nota» a G. Eliot, Il mulino
sulla Floss, Mondadori, Milano 1940 (II ed. 1970).
Pietro Meneghelli, «Nota» a Il velo scostato, in Il cavaliere dalla piuma rossosangue e altri racconti — Ovvero i «fantasmi» delle donne vittoriane, Lestoille, Roma 1978.
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INTRODUZIONE
giovane Latimer in ogni più piccolo dettaglio; tutte le tessere,
misteriosamente, vanno a comporre il mosaico che consentirà di decifrare il senso reale delle cose. Tutte, meno una; e attorno a quell'unica tessera mancante acquista un senso reale
ciò che invece è soltanto illusorio: «Tenebre - tenebre - nessun
dolore - null'altro che tenebre... Passo e ripasso nelle tenebre: i miei pensieri diventano tutt'uno con quell'oscurità, con
la sensazione di sprofondarvi sempre più.. .» . Quando il velo
sembra dissolversi ecco che insieme a lui sembra dissolversi il
mondo intero: «l'unica porta che può ancora aprirsi a una relazione autentica, non illusoria con il mondo, è quella della
morte: trovarsi, sciogliere l'enigma ha veramente voluto dire
perdersi; l'orrore che trionfa al cadere del velo non è differente dall'orrore che aveva portato il protagonista a innalzarlo» .
I fantasmi di Walpole e della Radcliffe vengono spazzati
via con tutta la loro pittoresca chincaglieria di catene, passaggi segreti e apparizioni notturne: non hanno più alcun bisogno di terrorizzare i vivi, perché, molto più semplicemente —
e inquietantemente — diventano i vivi, riflettendo come uno
specchio oscuro la negatività dell'Inghilterra vittoriana.
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Anche Elizabeth Gaskell (1810-1865), giudicata da Pat Rogers la scrittrice «che meglio sa approfondire la descrizione e
l'analisi sociale dell'Inghilterra vittoriana» , esordisce, come
la Eliot, non presto, fra i trentacinque e i quarant'anni: il suo
primo libro, Mary Barton, viene iniziato quasi casualmente,
come una sorta di terapia dopo la morte dell'unico figlioletto, e appare nel 1848 conoscendo un insperato quanto lusinghiero successo. Nella scrittura, dunque, la Gaskell cerca — e
trova — il modo per superare un doloroso periodo di crisi e di
smarrimento: ne scaturirà, in circa vent'anni di lavoro, una
memorabile galleria di ritratti (soprattutto femminili) di
grande finezza e spessore psicologico, di cui sono splendida
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G. Eliot, Il velo dissolto, parte I.
Vedi nota 4.
The Oxford Illustrated History of English Literature, a cura di Pat Rogers, Oxford University Press 1987 (trad. it. Storia della letteratura inglese, Lucarini, Roma
1990).
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RICCARDO REIM
testimonianza le pagine di romanzi come Ruth (1853), Cranford (1953), North and South (1856), Silvia's Lovers (1863),
Wives and Daughters (pubblicato postumo nel 1866), nonché
la documentatissima Life of Charlotte Bronte (1857).
Pur essendo nota soprattutto per i suoi romanzi di costume
e di critica sociale, la Gaskell fu un'assidua collaboratrice del
periodico dickensiano All the Year Round, dove pubblicò alcuni esemplari racconti del soprannaturale come The Grey
Woman, The Ghost in the Garden Room e questo The Old
Nurse's Story, raffinata narrazione neogotica in cui le oscure
forze del male sono parte integrante della casa, il suo lato nascosto e rimosso, testimone di crudeltà lontane nel tempo e
sepolte nella memoria. Se in The Lifted Veil è un cadavere a
tornare alla vita, vindice e accusatore, in questo racconto
l'anziana signorina Furnivall vede emergere dalle ombre delle pareti domestiche il più inquietante e insostenibile dei fantasmi: se stessa.
RICCARDO REIM
Nota biobibliografica
LA VITA E LE OPERE DI GEORGE ELIOT
Mary Ann Evans (George Eliot è il suo pen-name o nom de piume, come lei stessa
lo definiva) nacque il 22 novembre 1819 ad Arbury Farm, nel Warwickshire, nella
parrocchia rurale di Chivers Cotton. La scrittrice aveva dunque trentasette anni
quando nel 1856 compose The Sad Fortunes of the Rev. Amos Barton, il primo dei
tre lunghi racconti (gli altri due sono Mr. Gilfil's Love Story e Janet's Repentance)
che nel 1858 verranno raccolti in volume con il titolo Scenes of Clerical Life. Fu
George H. Lewes, l'uomo con cui visse ventisei anni sfidando la scandalo della perbenista società vittoriana sessuofoba e repressiva (i due furono costretti a trasferirsi
all'estero per diverso tempo) a farle trovare la sua vocazione di artista, dopo la lettura di un «capitolo introduttivo che descriveva un villaggio dello Straffordshire e la
vita delle fattorie circostanti», in una delle loro intime serate di «solitudine a due», a
Berlino.
Spirito ardente di entusiasmo religioso, temperato più tardi dai contatti con l'ambiente positivista e dalla lettura di un testo di critica storica sulle origini del cristianesimo, Inquiry concerning the Origin of Christianity di Charles Hennel, che doveva
condurla a una profonda crisi razionalistica, la Eliot iniziò la sua attività letteraria
come traduttrice, con la Vita di Gesù di Strauss e l'Essenza del cristianesimo di
Feuerbach, apparsi rispettivamente nel 1846 e nel 1854. Fin dal 1850, inoltre, era redattrice della Westmister Review, una delle riviste intellettuali più prestigiose dell'epoca, sulla quale pubblicherà un largo numero di articoli critici e polemici.
Scenes of Clerical Life (dove per la prima volta compare lo pseudonimo di George
Eliot) segnò, come si diceva, il suo esordio nella narrativa e conobbe un ottimo successo «di stima»; Adam Bede, apparso nel 1859, conobbe anche un grande successo
di pubblico e confermò la sua fama nascente.
A partire da questo momento la vita di Mary Ann Evans si identifica quasi totalmente con quella di George Eliot, ovvero si risolve nella sua intensissima attività di
scrittura: nel 1859 esce The Lifted Veil, nel 1860 The Mill on the Floss, giudicato come «il capolavoro che ribadisce il capolavoro»; un terzo libro, Silas Marner, del
1861, chiude, forse in tono minore, la trilogia dei romanzi, diciamo così, «rusticali»,
dove la Eliot trasferì tanto della sua infanzia trascorsa nella casa paterna accanto al
fratello Isaac e delle sue appassionate letture adolescenziali dei romanzi della Sand.
Nel 1862 viene pubblicata la prima parte di Romola e nel '63 la sua conclusione. In
quest'opera, che la impegnò a lungo, la scrittrice volle tentare (con un esito non proprio felicissimo) l'esperienza del romanzo storico, scegliendo come sfondo la Firenze del Savonarola, su cui si documentò molto dettagliatamente, svolgendo un puntuale e accurato lavoro di ricerca storica.
Nel 1864 vede la luce Brother Jacob, nel '66 Felix Holt the Radicai e nel '68 il suo
primo tentativo di narrazione in versi, The Spanish Gipsy, cui fa seguito nel '69,
sempre in versi, The Legend of Jubal. Tra il '69 e il '72 esce il grande romanzo in otto
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N O T A BIOBIBLIOGRAFICA
volumi Middlemarch, grandioso affresco della vecchia società di provincia all'epoca
del «Reform Bill», definito da Virginia Woolf «uno splendido libro che, con tutte le
sue imperfezioni, è uno dei pochi romanzi inglesi scritto per gente adulta». Nonostante alcune macchinosità e l'eccessiva prevalenza, in alcuni punti, dell'elemento
etico-sociale su quello immaginativo, Middlemarch è oggi giudicato il più importante romanzo vittoriano: con esso la Eliot si pone decisamente all'avanguardia del pensiero e della cultura del suo tempo. Nel 1876 si chiude la grande stagione narrativa
della scrittrice con il bellissimo Daniel Deronda, romanzo diseguale e non completamente risolto, ma che contiene alcune tra le più memorabili pagine dell'intera opera
eliotiana. Il '77 e il '78 saranno dedicati a una serie di saggi critici, editi in volume nel
1879 con il titolo Impressions of Theophrastus Such.
Il 28 novembre 1876 muore George H. Lewes, l'uomo con cui la Eliot aveva diviso
gli anni più importanti della sua vita. Si può dire che questa unione, tanto criticata e
osteggiata dai contemporanei, abbia segnato una svolta fondamentale nell'esistenza
della scrittrice, come dimostra l'enorme mole di lavoro e di pubblicazioni dove l'impegno morale viene sempre più accentuandosi, nel senso polemico e costruttivo che
fu sempre al fondo della sua opera, congiungendo, come nota Silvano Sabbatini «un
trovato equilibrio emotivo con lo sbocco deciso delle proprie potenzialità artistiche».
Dopo aver curato le opere postume di Lewes, George Eliot, ormai sessantenne,
quasi a voler cercare una «legalità» alla fine della sua vita, sposa il 16 maggio 1880 il
banchiere J. W. Cross. Trascorsi appena sette mesi dal matrimonio, la scrittrice moriva nella sua casa di Chelsea, il 22 dicembre 1880.
La fortuna in Italia
La Eliot non ha conosciuto una grande fortuna in Italia; sono reperibili in commercio Il mulino sulla Floss, a cura di G. Debenedetti, Mondadori, Milano 1950; La
bella storia di Silas Marner, Rizzoli, Milano 1954; Middlemarch, a cura di Silvano
Sabbadini, traduzione di Michele Bottalico, Mondadori, Milano 1983; Il velo dissolto (nella traduzione di Riccardo Reim, che qui si ripropone), Lucarini, Roma 1985, e
nell'antologia Il cavaliere dalla piuma rosso-sangue e altri racconti, con il titolo «Il
velo scostato», traduzione di Pietro Meneghelli, Lestoille, Roma 1978.
Risultano tradotti ma introvabili Silas Marner il tessitore di Raveloe, Torino
1929; Adam Bede, Firenze 1931 ; Le tristi vicende del reverendo Amos Barton, Firenze 1954; Romola, Torino 1957.
Critica
Per quanto riguarda la formazione intellettuale di George Eliot, la sua poetica e le
sue idee sul romanzo, si vedano tra i molti: M. L. Cazamian, Le Roman et les idées
en Angleterre, Les Belles Lettres, Parigi 1935; B. Willey, Nineteenth Century Studies, Chattp and Windus, Londra 1949; J. Holloway, The Victorian Sage, Macmillan, Londra 1953; R. Stang, The Theory of the Novel in England 1850-1870, Routledge and Kegan Paul, Londra 1959; U. C. Knoepflmacher, Religious Humanism
and Victorian Novel, Princeton University Press, 1965; B. J. Paris, Experiments in
Life: G. Eliot's Quest for Values, Wayne University Presss, Detroit 1965.
Sulle lettere: G. e K. Tillotson, Mid-Victorian Studies, The Athlone Press, Londra 1965.
Sull'opera in versi: B. J. Paris, «G. Eliot's Umpublished Poetry», in Studies in
Philology, Detroit 1959.
Antologie critiche, assai importanti perché spesso raccolgono saggi altrimenti ir-
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
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reperibili: R. Stang, Discussions of G. Eliot, Heath and Co., Boston 1960; G. S.
Haight, A Century of G. Eliot's Criticism, Houghton and Mifflin, Boston 1965; L.
Lerner-J. Holstram, G. Eliot and Her Readers, Badley Head, Londra 1966; B. Hardy, Middlemarch: Criticai Approaches to the Novel, The Athlone Press, Londra
1967; B. Hardy, Criticai Essays on G. Eliot, Routledge and Kegan Paul, Londra
1970; G. R. Creeger, G. Eliot: A Collection of Criticai Essays, Prentice Hall, New
Jersey 1970; D. Carrol, G. Eliot: The Critical Heritage, Routledge and Kegan Paul,
Londra 1971; P. Swinden, Middlemarch: A Selection of Critical Essays, Macmillan,
Londra 1972; W. Baker, Critics on G. Eliot, Alien and Unwin, Londra 1973.
La storia «moderna» della critica eliotiana si può far iniziare con The Great Tradition di F. R. Leavis (Chatto and Windus, Londra 1948), che segna la fine della sfortuna critica della scrittrice, la quale, dopo aver goduto di grande favore in vita, conosce un periodo di oscurità che raggiunge il suo apice negativo negli anni '30-'40.
Tra le principali monografie: J. Bennet, George Eliot: Her Mind and Her Art, Cambridge University Press, Londra 1948; R. Stump, Movement and Vision in G. Eliot's
Novels, University of Washington Press, Seattle 1959; J. Thale, The Novels of G.
Eliot, Columbia University Press, New York 1959; J. Beaty, Middlemarch from Notebook to Novel, Illinois University Press, Urbana 1960; W. J. Harvey, The Art of
G. Eliot, Chatto and Windus, Londra 1961; W. Alien, G. Eliot, Macmillan, Londra
1965; I. Adam, G. Eliot, Routledge and Kegan Paul, Londra 1969; T. S. Pearce, G.
Eliot, Evans, Londra 1973; N. Roberts, G. Eliot: Her Beliefs and Her Art, Paul
Elek, Londra 1975. Importanti anche i saggi contenuti in: B. Hardy, The Appropriate Form, The Athlone Press, Londra 1964; R. Williams, The English Novel
from Dickens to Lawrence, Chatto and Windus, Londra 1970; J. Calder, Women
and Marriage in Victorian Fiction, Thames and Hudson, Londra 1976; G. Cunningham, The New Woman and Victorian Novel, Macmillan, Londra 1978.
La situazione critica italiana, al pari di quella editoriale, è tutt'altro che ricca.
Si vedano: G. Negri, G. Eliot, la sua vita nei suoi romanzi, Baldini, Milano 1891;
L. Berti, Considerazioni sul realismo morale di G. Eliot, Sansoni, Firenze 1935;
M. Praz, La crisi dell'eroe nel romanzo vittoriano, Sansoni, Firenze 1935; P. De Logu,
La narrativa di G. Eliot, Adriatica, Bari 1969; F. Marroni, La verità difficile, Patron, Bologna 1980. Interessante per la genesi del romanzo è l'«Introduzione» di S.
Sabbadini a Middlemarch, Mondadori, Milano 1983.
L'edizione standard della narrativa eliotiana (mancando un'edizione critica) è ancora quella approvata in vita dall'autrice, The Novels of G. Eliot, 24 voll., Cabinet
Edition, Blackwood, più volte riedita. A G. S. Haight si deve l'unica edizione di rilievo delle lettere, The G. Eliot Letters, 7 voll., Yale University Press, 1954-55; sempre a G. S. Haight si deve la migliore biografia della scrittrice, G. Eliot: A Biography, Oxford University Press, 1968.
CENNI BIBLIOGRAFICI SU ELIZABETH GASKELL
Elizabeth Cleghorn Gaskell (1810-1865) nacque a Knutsford, un piccolo centro
rurale a poche miglia da Manchester, dove trascorse i primi anni della sua infanzia.
Sposò William Gaskell, ministro della Chiesa Unitariana, vivendo praticamente all'ombra del marito fino al 1848, anno in cui pubblicò il suo primo romanzo, Mary
Barton, iniziato quasi a mo' di terapia dopo la morte del figlioletto. Tra gli altri suoi
libri vanno almeno ricordati: Ruth (1853), Cranford (1853), Lizzie Leigh and Other
Tales (1854), North and South (1856), The Life of Charlotte Bronte(1857), Round
the Sofà (1859), Silvia's Lovers (1863), Cousin Phillis (1864), Wives and Daughter
(postumo, 1866).
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NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Non esiste un'edizione completa delle opere di Elizabeth Gaskell. Le raccolte più
ampie sono la cosiddetta «Knutsford Edition» (che non include The Life of Charlotte Bronte), a cura di A.W. Ward, The Works of Mrs. Gaskell, 8 voll., Smith, Elder&
Co., Londra 1906; The Novels and Tales of Mrs. Gaskell, a cura di C.K. Shorter, II
voll., Oxford University Press, Londra-New York 1906-1919; The Letters, a cura di
J.A.V. Chapple e A. Pollard, Manchester University Press, Manchester 1966.
Tra gli studi critici più recenti si vedano: B. Hardy, «Mrs. Gaskell and George
Eliot», in Sphere History of Literature, vol. 6, a cura di A. Pollard, 1970; A. Easson, Elizabeth Gaskell, Routledge and Kegan Paul, Londra 1979; Enid L. Duthie,
The Themes of Elizabeth Gaskell, Macmillan, Londra 1980; Tessa Brodesky, Elizabeth Gaskell, Leamington Spa, Berg 1986. In italiano: M.L. Astaldi, La signora
Gaskell, Bocca, Roma 1954; F. Marroni, La fabbrica nella valle, Adriatica, Bari
1987.
Traduzioni italiane
Il paese delle nobili signore (Cranford), trad. di Mario Casalino, Rizzoli, Milano
1950; Cranford, trad. di Augusta Grosso, UTET, Torino 1951 ; Mary Barton, trad. di
Fedora Drei, Mondadori, Milano 1981; La vita di Charlotte Brontè, trad. di Simone
Buffa di Castelvetro, La Tartaruga, Milano 1987; Storie di bimbi, di donne, di streghe, trad. di Marisa Sestito, Giunti, Firenze 1988; La donna grigia, trad. di Grazia
Colli, Solfanelli, Chieti 1988; Il fantasma nella stanza del giardino e altri racconti,
trad. di Francesco Marroni, Lucarini, Roma 1989; Il racconto della vecchia balia,
trad. di Rosario Berardi, Solfanelli, Chieti 1990.
R. R.
GEORGE ELIOT
IL VELO DISSOLTO
Parte prima
Il momento della mia morte si avvicina. Negli ultimi tempi
sono andato soggetto ad attacchi di angina pectoris, e da come vanno queste cose, stando a quel che dice il mio medico,
posso sperare che la mia vita non si prolunghi ormai più di
qualche mese. A meno che, dunque, io non sia afflitto, oltre
che da facoltà mentali fuori del comune, anche da una costituzione fisica molto forte, non dovrò sopportare ancora per
molto il gravoso fardello di questa esistenza terrena. Se fosse
altrimenti — se dovessi vivere fino a quell'età alla quale la
maggior parte degli uomini aspira e si prepara — saprei, per
una volta, se la pena di un'attesa delusa può essere maggiore
di quella provocata da una previsione esatta. Perché io prevedo il momento della mia morte e tutto quanto accadrà in quegli istanti estremi. Esattamente tra un mese, il 20 settembre
1850, alle dieci di sera, mi troverò seduto su questa poltrona,
in questo studio, stanco di intuire e di prevedere ancora, senza delusioni e senza speranze. Mentre guarderò la lingua
bluastra di una fiamma alzarsi nel camino e la lampada starà
languendo, comincerà nel mio petto l'orribile contrazione.
Avrò appena il tempo di raggiungere il campanello e tirare
con forza il cordone prima che sopraggiunga il senso di soffocamento. Nessuno risponderà alla mia chiamata. Io so perché. I miei due domestici sono amanti, e avranno litigato: la
governante se ne sarà andata via di casa furiosa due ore prima, sperando di far credere a Perry che si sarebbe annegata.
Alla fine Perry, allarmato, le è corso dietro. La piccola sguattera si è addormentata su una panca: non risponde al campanello, non si sveglia neppure... Il senso di soffocamento cresce: la lampada si spegne, con un orribile puzzo... Compio un
enorme sforzo, mi attacco di nuovo al campanello. Ho paura
di morire, ma nessuno viene in mio aiuto. Avevo sete di cose
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GEORGE ELIOT
sconosciute; quella sete è scomparsa. O Dio, lasciatemi con
ciò che già conosco e di cui già sono stanco: non chiedo altro.
Agonia di dolore e soffocamento — e intanto la terra, i campi, il ruscello sassoso dietro il gruppo di vecchie casupole, il
sentore di fresco dopo la pioggia, la luce del mattino attraverso la finestra della mia camera, il caldo del focolare dopo l'aria gelata — su tutto questo scenderanno per sempre le tenebre?
Tenebre — tenebre — nessun dolore — null'altro che tenebre... Passo e ripasso nelle tenebre: i miei pensieri diventano
tutt'uno con quell'oscurità, con la sensazione di sprofondarvi sempre più...
Prima che venga quel momento, voglio usare le mie ultime
ore di lucidità e di forza per raccontare la storia della mia vita. Prima d'ora non mi sono mai confidato a fondo con nessun essere umano; non mi sono mai sentito incoraggiato a far
conto sulla comprensione dei miei simili. Una volta morti,
però, tutti abbiamo diritto a ottenere compassione, tenerezza, carità: solo i vivi non ottengono perdono — i vivi allontanano l'indulgenza e il rispetto degli uomini come il vento impetuoso dell'est allontana la pioggia. Finché il cuore batte,
feritelo, è la vostra sola opportunità; finché gli occhi possono
ancora volgersi verso di voi colmi di preghiere e di lacrime,
freddateli con uno sguardo gelido e crudele; finché l'orecchio, il delicato messaggero delle cose più segrete dell'animo,
può ancora percepire i toni della gentilezza, sbarazzatevene
con fredda cortesia, con beffarda affabilità, con affettata indifferenza; finché l'intelletto creativo freme davanti all'ingiustizia, struggendosi per un desiderio di fratellanza umana,
affrettatevi, opprimetelo con i giudizi malevoli, con i paragoni superficiali, con la noncuranza che distorce le cose. A lungo andare il cuore non batterà più — ubi saeva indignatio ulterior cor lacerare nequit; gli occhi cesseranno di chiedere;
l'orecchio diverrà sordo; la mente avrà smesso di pensare e
non avrà più bisogno di nulla. Allora i vostri discorsi caritatevoli potranno avere libero sfogo; potrete ricordare e compatire la fatica, la lotta disperata, il fallimento; allora potrete
dare il giusto valore a quanto di buono era stato fatto, trovare le attenuanti agli errori e magari accettare di dimenticarli.
Sono discorsi banali, da libro di scuola; perché mi ci sono fer-
IL VELO DISSOLTO
21
mato su? Non mi riguardano gran che, visto che non mi lascerò dietro niente che possa venir ricordato dagli altri. Non ho
parenti che possano risanare, piangendo sulla mia tomba, le
ferite inflittemi mentre ero con loro. Solo la storia della mia
vita forse potrà, dopo la morte, procurarmi presso gli estranei una simpatia maggiore di quella che abbia mai sperato di
riscuotere dagli amici mentre ero vivo.
La mia infanzia, per contrasto con gli anni successivi, mi
appare forse più felice di quanto non sia stata in realtà. A
quel tempo la cortina del futuro era per me impenetrabile, come per gli altri bambini; come loro conoscevo tutte le gioie
dell'ora presente, tutte le dolci, infinite speranze del domani.
Avevo una madre piena di tenerezza; anche ora, dopo il triste
scorrere di tanti anni, ritrovo la traccia di una sensazione mai
dimenticata al ricordo delle sue carezze mentre mi teneva sulle ginocchia — quelle braccia intorno al mio corpo piccino, la
sua guancia premuta contro la mia. Una malattia agli occhi
mi rese cieco per un breve periodo, e mia madre mi tenne in
grembo dalla mattina alla sera... Quell'amore senza uguali
scomparve presto dalla mia vita, e anche per la mia coscienza
infantile fu come se l'esistenza fosse divenuta più gelida. Come prima cavalcavo il mio piccolo pony bianco con lo stalliere a lato, ma non c'erano più occhi amorosi a guardarmi alla
partenza, né braccia liete ad aprirsi per me al ritorno. Forse
l'amore di mia madre venne a mancarmi più di quanto sarebbe mancato a qualsiasi altro bambino di sette o otto anni, per
il quale tutte le altre gioie della vita sarebbero rimaste intatte;
ma certamente ero un bambino molto sensibile. Ricordo ancora la trepidazione mista a un delizioso eccitamento che mi
prendeva udendo il calpestio dei cavalli rimbombare sull'impiantito delle stalle; il risuonare delle voci degli stallieri, il
confuso abbaiare dei cani che esplodeva quando la carrozza
di mio padre passava con fragore sotto l'arco d'ingresso del
cortile; il suono del gong che annunciava il pranzo e la cena...
Il passo cadenzato dei soldati che talvolta percepivo — la casa di mio padre era vicina a una capitale di contea piena di
grandi caserme — mi faceva singhiozzare e tremare, eppure
quando era passato desideravo che tornasse ancora.
Immagino che mio padre mi considerasse un bambino
piuttosto strano, e non abbia mai nutrito molto affetto per
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GEORGE ELIOT
me, pur essendo scrupolosissimo nell'adempimento di quelli
che considerava i doveri di un genitore. Ma aveva già superato la mezza età, e io non ero il suo unico figlio. Mia madre era
stata la sua seconda moglie e lui aveva già quarantacinque anni quando l'aveva sposata. Era un uomo risoluto, inflessibile, estremamente metodico: veniva da una famiglia di banchieri, ma aveva la vocazione del proprietario terriero, e aspirava ad avere un peso nella vita della contea; una di quelle
persone ogni giorno uguali a se stesse, che non vengono influenzate dal tempo bello o brutto, che non conoscono né allegria né tristezza. Io sentivo un gran rispetto per lui, e in sua
presenza apparivo più timido ed emotivo del solito; un fatto,
questo, che probabilmente lo convinse a educarmi in modo
diverso da quello tradizionale scelto invece per il mio fratello
maggiore, che era allora un ragazzo già grande, studente a
Eaton. Ma mio fratello era destinato a essere il suo successore
e continuatore: dopo Eaton, naturalmente, sarebbe andato a
Oxford, per imbastire relazioni sociali e utili conoscenze.
Mio padre non era uomo da sottovalutare l'apporto della conoscenza dei drammaturghi greci o degli scrittori satirici latini nel raggiungimento di una prestigiosa posizione sociale,
ma in fondo non stimava poi tanto «quegli spiriti coronati,
ma morti», e si sentiva autorizzato a tranciare giudizi per
aver letto l'Aeschylus di Potter e sfogliato l'Horace di Francis. A queste sue disposizioni negative, tuttavia, se ne aggiungeva una positiva, derivata da una sua recente esperienza nel
campo delle speculazioni minerarie: che una educazione
scientifica fosse davvero la più utile e adatta per un figlio minore. Oltretutto, era chiaro che un ragazzo introverso e sensibile come me non era in grado di affrontare la rude esperienza di una scuola pubblica: il signor Letherall lo aveva affermato piuttosto decisamente. Il signor Letherall era un omone
alto e con gli occhiali, che un giorno prese la mia piccola testa
fra le sue grandi mani, e comprimendola qua e là cominciò a
esplorarla con fare sospettoso. A un certo punto mi piazzò i
suoi due grossi pollici sulle tempie e mi spinse via un po' a distanza, guardandomi fisso attraverso gli occhiali scintillanti.
Quello che vide sembrò non piacergli molto, perché corrugò
la fronte con aria severa e, passandomi i pollici sulle sopracciglia, disse a mio padre:
IL VELO DISSOLTO
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«L'insufficienza è là, signore, là... e qui», aggiunse toccandomi la sommità della testa, «qui c'è un eccesso... Bisogna fare in modo che questo venga fuori, e che quest'altro resti invece sopito».
Io tremavo, in parte perché intuivo confusamente di essere
oggetto di riprovazione, in parte perché ero in preda al mio
primo odio; odio per quel grosso individuo occhialuto che mi
palpava la testa come se avesse voluto comprarla e stesse tirando sul prezzo.
Non so quanto il signor Letherall sia stato responsabile del
sistema educativo adottato in seguito nei miei confronti, ma
apparve presto con chiarezza che le lezioni private di storia
naturale, scienze e lingue moderne erano i mezzi con cui si
cercava di rimediare ai miei difetti costituzionali. Non capivo
niente di macchine, quindi dovetti occuparmene molto; non
avevo alcuna memoria per le classificazioni, dunque si ritenne necessario che studiassi sistematicamente zoologia e botanica; avevo sete di avventure e di azione, così venni imbottito
di cognizioni sulle leggi della meccanica, dei corpi elementari, dei fenomeni elettrici e magnetici. Un ragazzo più disponibile di me avrebbe senza dubbio tratto profitto da quegli ottimi istitutori e dai loro apparati scientifici, trovando, di certo,
i fenomeni elettrici e magnetici davvero così affascinanti come ogni mercoledì mi veniva assicurato che fossero. Stando
così le cose, invece, potevo fare il paio, per la totale ignoranza su tutto ciò che mi veniva insegnato, con il peggior studente di latino che fosse mai uscito da una scuola classica. Leggevo di nascosto Plutarco, Shakespeare e il Don Chisciotte: mi
riempii in tal modo la testa di fantasticherie, mentre il mio
maestro mi assicurava che «un uomo colto, a differenza di un
ignorante, conosce il motivo per cui l'acqua scorre verso il
basso». Io non avevo alcun desiderio di essere quel tipo di uomo colto: ero felice che l'acqua scorresse, potevo guardarla
per ore, ascoltare il suo gorgoglio fra i ciottoli e vederla bagnare il verde brillante delle piante palustri. Non mi importava sapere perché scorresse: ero del tutto convinto che vi fossero delle ottime ragioni per una cosa talmente bella.
Non c'è bisogno che mi dilunghi ancora su questa parte
della mia vita: ne ho detto quanto basta per spiegare la mia
natura di ragazzo sensibile e privo di senso pratico, cresciuto
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GEORGE ELIOT
in un ambiente sfavorevole a un suo sviluppo salutare e felice.
Quando compii sedici anni venni mandato a Ginevra per
completare i miei studi. Fu un cambiamento felice per me: la
prima visione delle Alpi al tramonto, mentre scendevamo dal
Jura, mi sembrò quasi un ingresso in paradiso. Nei tre anni
trascorsi a Ginevra, al cospetto della Natura e della sua terribile bellezza, provai un continuo, impetuoso senso di esaltazione, simile a un sorso di vino inebriante. Penserete forse
che io fossi un poeta, per questo mio precoce sentimento verso la Natura. Purtroppo non ero così fortunato: un poeta si
esprime nel suo canto e sa che presto o tardi un orecchio lo
ascolterà e un'anima sensibile gli darà risposta. Ma la sensibilità del poeta senza voce... la sensibilità del poeta che sa esprimersi solo con lacrime silenziose lungo le rive assolate, quando la gran luce del meriggio brilla sull'acqua, o con una repentina chiusura in se stesso alle parole aspre degli uomini...
questa muta passione porta con sé un fatale senso di solitudine tra gli altri esseri umani.
Ma vi erano dei momenti in cui questa solitudine mi pesava
meno: quando, al calar della sera, uscivo in barca dirigendomi verso il centro del lago: mi sembrava allora che il cielo, le
vette splendenti delle montagne, l'azzurra distesa dell'acqua,
mi circondassero di un caldo amore, come nessun volto umano aveva saputo esprimermi da quando quello di mia madre
era svanito dalla mia vita. Disteso nella barca, facevo come
Jean Jacques: lasciavo che mi portasse dove voleva, mentre
guardavo le cime incandescenti di sole spegnersi una dopo
l'altra, come se il carro di fuoco del profeta passasse sopra di
loro percorrendo la sua strada verso la dimora della luce...
Poi, quando le cime s'erano fatte tristi e come morte, era il
momento di tornare a casa; infatti ero tenuto sotto una sorveglianza piuttosto stretta, e non mi era permesso di rimanere
fuori fino a tarda sera.
Questo mio stato d'animo non era certo favorevole alla nascita di qualche amicizia intima tra i numerosi giovani della
mia età che si trovavano a Ginevra per ragioni di studio. Tuttavia, una vera amicizia ci fu, e, caso singolare, proprio con
un giovane di tendenze intellettuali diametralmente opposte
alle mie. Lo chiamerò Charles Meunier, perché il suo vero
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nome — un nome inglese, come la sua origine — è in seguito
divenuto famoso. Era orfano, e viveva di un misero salario
portando avanti i suoi studi di medicina, per i quali aveva una
particolare predisposizione. È strano che con il mio carattere
distratto, impressionabile e poco osservatore, che odiava la
ricerca e tendeva alla contemplazione, io mi sentissi attratto
da un giovane il cui maggiore interesse era la scienza. Ma il
nostro non era un legame intellettuale; scaturiva da una fonte
che può felicemente mettere insieme l'intelligente e lo stupido, il realista e il sognatore: scaturiva da una comunione di
sentimenti.
Charles era povero e brutto, deriso dai giovani ginevrini e
impresentabile nei salotti. Vedevo che, come me, era un isolato, anche se per motivi differenti. Spinto da uno slancio di
simpatia, azzardai qualche timido approccio. Basterà dire
che fra noi sorse quel tanto di cameratismo che le nostre differenti abitudini potevano permettere: nei rari giorni di vacanza di Charles ce ne andavamo insieme sul Salève, o prendevamo il battello per Vevay, mentre io ascoltavo distrattamente i monologhi nei quali esponeva le sue ardite concezioni
riguardo a esperimenti e scoperte future, che nella mia mente
si confondevano con la visione delle acque azzurre e delle nubi che vagavano nel cielo, col canto degli uccelli e il luccichio
lontano dei ghiacciai. Lui sapeva benissimo che i miei pensieri erano altrove, ma gli piaceva ugualmente parlare con me di
quanto gli stava a cuore. Non è forse vero che parliamo delle
nostre speranze e dei nostri progetti anche ai cani e agli uccelli
quando sappiamo che ci amano?... Ho voluto ricordare questa mia sola amicizia perché è collegata a uno strano e terribile avvenimento della mia vita successiva, di cui parlerò dopo.
Una grave malattia — non ne ricordo altro che un confuso
dolore fisico e morale e la saltuaria presenza di mio padre al
mio capezzale — pose fine al felice periodo ginevrino. Seguì
la languida monotonia della convalescenza, con i giorni che
gradualmente si facevano più vari e distinti man mano che mi
rafforzavo ed ero in grado di fare passeggiate in carrozza
sempre più lunghe. In uno di quei giorni, che ricordo meglio
degli altri, mio padre si sedette accanto dov'ero e disse:
«Quando sarai in condizioni di viaggiare, Latimer, ti porterò a casa con me. Il viaggio ti distrarrà e ti farà bene; attra-
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GEORGE ELIOT
verseremo il Tirolo e l'Austria, vedrai molti posti nuovi. I nostri vicini, i Filmore, verranno con noi; Alfred ci raggiungerà
a Basilea e tutti insieme andremo a Vienna, poi torneremo
passando per Praga...».
Mio padre venne chiamato fuori della stanza prima di aver
terminato la frase e mi lasciò a fantasticare sulla parola Praga
con una strana sensazione, come se una scena nuova e meravigliosa si stesse per aprire davanti a me... Una città sotto un
pesante cielo assolato — un sole estivo di secoli lontani fermato nel suo corso — mai rinfrescata, da tempo immemorabile, dalla rugiada notturna o dalle rapide nuvole portatrici di
pioggia... Un sole che bruciava la polverosa, consunta grandezza di genti condannate in eterno a vivere nell'estenuante
ripetersi dei ricordi, come sovrani ormai deposti e invecchiati
ancora adorni delle loro vesti d'oro a brandelli. La città appariva così ardente che il grande fiume sembrava una lingua
metallica e le statue annerite, mentre passavo sotto i loro occhi vuoti lungo il ponte sterminato, mi parvero, con le loro
antiche acconciature e le loro sante corone, i veri abitatori e
padroni del luogo. Gli uomini e le donne, affaccendati e banali nel loro frettoloso va e vieni, erano invece come uno sciame di insignificanti, effimeri visitatori che infestassero la città per un giorno. Sono severe creature di pietra come queste,
pensavo, i padri di bimbi svaniti nel tempo, in quelle case che
affollano il pendio davanti a me, corrose dal tempo; loro i
cortigiani ossequiosi nello splendore logoro e cencioso del
palazzo che si distende monotono sulla collina; loro che si dedicano con stanchezza al culto nell'aria greve delle chiese,
non spinti da paure o speranze, ma condannati dal loro stesso
destino a essere per sempre vecchi senza mai morire, vivendo
nella fissità come in un perpetuo meriggio, senza il riposo della notte né la rinascita del mattino...
Un assordante rumore metallico mi fece trasalire all'improvviso, e di nuovo divenni cosciente di essere nella mia
stanza: una delle molle del caminetto era caduta mentre Pierre apriva la porta recandomi la solita medicina. Il mio cuore
batteva con violenza, e gli chiesi di lasciarmi la medicina lì accanto; l'avrei presa al più presto.
Appena fui di nuovo solo, cominciai a chiedermi se avevo
dormito. Era stato dunque un sogno?... Quella visione mera-
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vigliosa, precisa... tanto particolareggiata nei suoi dettagli da
comprendere perfino una macchia di luce multicolore proiettata sul selciato dai vetri di una lampada a forma di stella... la
visione di una città straniera totalmente sconosciuta alla mia
fantasia! Non avevo mai visto un'immagine di Praga: nella
mia mente era solo un nome, vagamente associato a vecchi ricordi di glorie imperiali e di guerre religiose.
Nelle mie precedenti esperienze in fatto di sogni non mi era
mai accaduto qualcosa del genere; anzi, spesso avevo provato un senso di mortificazione perché solo il frequente terrore
degli incubi che li accompagnava aveva a volte impedito ai
miei sogni di venire definiti sconnessi e banali. Ma non potevo credere di aver dormito: ricordavo distintamente il graduale manifestarsi della visione, come nuove immagini su
uno scenario in dissolvenza o come un panorama che si fa nitido allorché il sole dissolve il velo della nebbia mattutina. E
mentre ero conscio dell'inizio di questa visione, mi ricordavo
al tempo stesso di Pierre, entrato per annunciare a mio padre
che il signor Filmore lo stava aspettando, e di mio padre che
usciva in fretta dalla stanza... No, non era stato un sogno.
Forse era — e il pensiero mi si riempì di trepida esultanza —
era il dono della poesia, finora solo torbida e travagliata sensibilità, che improvvisamente si mutava in una spontanea
creazione? Di certo, era così che Omero aveva visto la pianura di Troia, e Dante le dimore dei trapassati, e Milton il volo
verso la terra del Tentatore... Forse la mia malattia era la
causa di tanti felici mutamenti nella mia personalità, era stata
lei a dare una più ferma tensione ai miei nervi, a rimuovere
qualche oscuro impedimento?... Avevo letto spesso di effetti
simili, ma in opere della fantasia... O meglio, no: anche in alcune biografie autentiche si parlava dell'influsso esaltante,
stimolante esercitato da alcune malattie sulle facoltà mentali... Forse che l'ispirazione di Novalis non era divenuta più
intensa man mano che progrediva la consunzione della tisi?
Quando la mia mente si fu soffermata per qualche tempo su
questa idea così esaltante, pensai che forse potevo verificarla
con uno sforzo di volontà. La visione era cominciata mentre
mio padre stava parlando del nostro viaggio a Praga... Neppure per un attimo mi era venuto in mente che si trattasse di
una vera e propria rappresentazione di quella città: crede-
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GEORGE ELIOT
vo... speravo che fosse un'immagine che il mio genio, finalmente libero, aveva dipinto in un istante, con i colori ricavati
da qualche ricordo sepolto. Supponiamo che ora avessi fissato la mia mente su qualche altro luogo... Venezia, ad esempio, tanto più familiare di Praga alla mia immaginazione:
forse avrei ottenuto lo stesso risultato. Mi concentrai su Venezia; stimolai la mia fantasia con ricordi poetici e mi sforzai
di sentirmi davvero a Venezia, così come prima mi ero sentito
a Praga. Invano. Riuscivo solo a dare nuovi colori alle incisioni del Canaletto appese nella mia stanza d'un tempo, a casa; la scena era mutevole, e la mia mente vagava invano alla
ricerca di immagini più vivide: non percepivo nessuna forma,
nessuna ombra senza un consapevole lavorio mentale che la
provocasse. Tutto era sforzo prosaico e non la rapita passività sperimentata mezz'ora prima. Ero scoraggiato, ma mi dissi che l'ispirazione è volubile.
Per diversi giorni rimasi in uno stato di eccitata aspettativa, attento a qualche altra manifestazione del mio nuovo dono. Feci correre il pensiero su tutto ciò che conoscevo, nella
speranza di poter trovare qualcosa che avrebbe risvegliato,
con una qualche vibrazione, il mio talento assopito. Nulla: il
mio mondo rimaneva come sempre nell'ombra, e quel lampo
di strana luce non volle ritornare, sebbene lo attendessi con
fremente impazienza.
Mio padre mi accompagnava ogni giorno in una gita in carrozza e in una passeggiata a piedi che, man mano che mi tornavano le forze, si faceva sempre più lunga. Una sera concordammo che sarebbe passato a prendermi il giorno dopo alle
dodici per andare a scegliere insieme un carillon e altri oggetti
che è di rigore acquistare per qualsiasi inglese abbastanza ricco in visita a Ginevra. Quando avevo un appuntamento con
mio padre ero sempre in ansia per farmi trovare pronto all'ora stabilita, perché era il più puntuale degli uomini e dei banchieri. Ma, con mia grande sorpresa, alle dodici e un quarto
non era ancora arrivato... Sentivo in me tutta l'impazienza di
un convalescente che non ha nulla da fare, e che ha appena ricavato un po' di eccitazione dalla prospettica di distrarsi e di
fare del moto.
Incapace di stare seduto ed economizzare le mie energie,
camminavo in su e in giù per la stanza, guardando al di fuori
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il corso del Rodano proprio dove si stacca dal lago azzurro
cupo, e al tempo stesso pensando a cosa mai avesse potuto
causare il ritardo di mio padre.
D'un tratto mi accorsi che mio padre era nella stanza, ma
non da solo; con lui c'erano altre due persone. Strano: non
avevo udito alcun passo, non avevo visto aprirsi la porta...
tuttavia vedevo mio padre, e alla sua destra la nostra vicina,
la signora Filmore, che ricordavo benissimo, benché fossero
cinque anni che non la vedevo. Era una donna di mezza età,
dall'aspetto piuttosto comune, vestita di seta e cachemire; la
signora alla sinistra di mio padre, invece, doveva avere non
più di vent'anni: una persona alta, snella, con fluenti capelli
biondi acconciati in trecce e riccioli fin troppo elaborati e voluminosi per coronare la figurina flessuosa e il volto dai lineamenti minuti e dalle labbra sottili. Il suo viso, però, non aveva un aspetto giovanile: i lineamenti erano affilati e gli occhi
grigio chiaro erano al tempo stesso penetranti, inquieti e sarcastici. Erano fissi su di me quegli occhi, con un'aria di divertita curiosità, e io provai una penosa sensazione, come se un
vento tagliente mi passasse attraverso il corpo. Il vestito verde pallido e le foglie che sembravano incorniciare il biondo
chiaro dei capelli, mi fecero pensare a Water-Nixie, la dea
delle acque... La mia mente era infarcita di poesia tedesca, e
questa pallida donna dallo sguardo fatale, nelle sue vesti verdi, mi appariva come nascente da gelide acque piene di giunchi, quasi la figlia di un antico fiume.
«Dunque, Latimer, pensavi che fossi in ritardo», disse mio
padre... Ma appena ebbi udita la sua ultima parola l'intero
gruppo svanì, e tra me e il paravento cinese dipinto che si trovava davanti alla porta non c'era più nulla. Mi sentii di ghiaccio; fui solo capace di barcollare in avanti e gettarmi sul divano. Quel mio strano, nuovo potere si era ancora manifestato... Ma era un potere? Non si trattava piuttosto di una malattia, una sorta di delirio intermittente che concentrava le
mie facoltà mentali in attimi di attività frenetica, lasciando
ancora più povere le mie ore di normalità? Tutto ciò su cui
posavo lo sguardo mi appariva irreale; mi aggrappai convulsamente al campanello, come a volermi liberare da un incubo, e suonai due volte. Subito arrivò Pierre con un'espressione preoccupata.
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«Monsieur ne se trouve pas bien?», chiese con ansia.
«Sono stanco di aspettare, Pierre», dissi con tutta la chiarezza e l'energia che potei, come chi è deciso a mostrarsi sobrio nonostante il vino bevuto, «ho paura che sia accaduto
qualcosa a mio padre... di solito è così puntuale... Fai una
corsa all'Hotel des Bergues e vedi se è ancora là.»
Pierre lasciò subito la stanza con un rassicurante «bien
monsieur»; la semplice, prosaica realtà di questa scena mi
sollevò alquanto. Andai nella mia camera da letto, adiacente
al soggiorno, presi un flacone di acqua di colonia e con grande cura tolsi il tappo e mi strofinai quell'essenza tonificante
sulle mani, sulla fronte e sotto le narici, traendo un rinnovato
piacere da quel profumo perché me lo ero procurato attraverso molti piccoli, attenti gesti e non per qualche improvvisa e
folle ispirazione. Avevo già cominciato a sperimentare qualcosa degli orrori dati in sorte a coloro la cui natura supera i
confini della semplice condizione umana.
Godendo ancora della freschezza del profumo, tornai in
salotto; ma non era vuoto come quando lo avevo lasciato.
Davanti al paravento cinese c'era mio padre, con la signora
Filmore alla sua destra, e alla sua sinistra la snella ragazza
bionda dai lineamenti affilati e gli occhi penetranti fissi su di
me con divertita curiosità.
«Dunque, Latimer, pensavi che fossi in ritardo», disse mio
padre...
Non udii, non vidi più nulla... finché non presi coscienza di
essere sdraiato sul divano, con la testa in basso: Pierre e mio
padre mi stavano accanto. Appena mi fui riavuto del tutto,
mio padre lasciò la stanza e ritornò dicendo:
«Ho informato le signore sulle condizioni della tua salute,
Latimer. Erano in attesa nella stanza accanto... Per oggi sarà
meglio che rinunciamo al nostro giro di acquisti.» Subito dopo aggiunse: «La signora più giovane è Bertha Grant, una nipote orfana della signora Filmore. Il signor Filmore l'ha
adottata e ora vive con loro, così sarà nostra vicina quando
torneremo a casa... forse sarà anche qualcosa di più, perché
ho il sospetto che tra lei e Alfred ci sia del tenero, e io lo riterrei un fidanzamento soddisfacente, visto che il signor Filmore intende provvedere per lei in tutto e per tutto come se fosse
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sua figlia. Non ricordavo che tu non sapessi che vive con i Filmore».
Non fece altre allusioni al fatto che fossi svenuto vedendola, e di certo io per nulla al mondo gliene avrei dato la ragione: rifiutavo l'idea di rivelare a chiunque quella che avrebbe
potuto essere considerata una penosa anomalia, e meno che
mai a mio padre, che avrebbe dubitato per sempre della mia
sanità mentale.
Non intendo soffermarmi minuziosamente sui particolari
della mia esperienza. Ho descritto in modo dettagliato questi
due casi perché hanno avuto effetti evidenti e determinanti
sul mio destino.
Poco tempo dopo quest'ultimo fatto — credo proprio il
giorno seguente — cominciai a rendermi conto di un aspetto
della mia abnorme sensibilità al quale, data la natura vaga e
superficiale dei rapporti con le altre persone dal tempo della
mia malattia, non avevo fatto caso. Si trattava del trasferimento dei processi mentali di quelli che mi circondavano nel
mio proprio pensiero: le riflessioni frivole e sconnesse di
qualche conoscente di nessuna importanza, come la signora
Filmore ad esempio, si imponevano alla mia percezione, come la voce di uno strumento musicale importuno e stonato o
l'infaticabile ronzio di un insetto prigioniero. Ma questa
sgradevole recettività era intermittente, e mi lasciava attimi di
tregua in cui l'animo di chi mi stava vicino tornava ad apparirmi ermeticamente chiuso e in cui provavo un sollievo come
quello che il silenzio dona a dei nervi affaticati. Avrei potuto
credere che questo mio dono importuno fosse solo un malsano esercizio dell'immaginazione, ma il fatto che riuscissi ad
anticipare parole e azioni del tutto imprevedibili provava che
ero in qualche modo in contatto con le menti degli altri. Questo fenomeno, sgradevole e fastidioso quando intrattenevo
rapporti con persone qualsiasi, diveniva fonte di intensa pena
e dolore quando sembrava aprirmi l'animo di coloro che mi
erano molto vicini... quando i discorsi razionali, le attenzioni
cortesi, le frasi brillanti che costituivano il tessuto dei loro caratteri erano visti come isolati, in una specie di immagine al
microscopio in cui balzavano fuori tutte le sottintese futilità,
tutto l'egoismo represso, tutto l'insieme caotico di puerilità,
di bassezza, di ricordi astiosi e di pensieri nascosti volti all'in-
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differenza e alla noncuranza, che facevano apparire le parole
e le azioni umane come foglie messe a coprire una massa di rifiuti in continua fermentazione.
A Basilea fummo raggiunti da mio fratello Alfred, divenuto ormai, a ventisei anni, un bell'uomo sicuro di sé, in stridente contrasto con la mia personalità fragile, nervosa e inconcludente. Credo che a quel tempo mi si attribuisse una
certa bellezza, un po' femminea e un po' spettrale... infatti
alcuni pittori specializzati in ritratti, di cui Ginevra è piena,
mi avevano spesso domandato di posare per loro, e una volta
avevo fatto da modello per un dipinto di genere, che rappresentava un menestrello morente. Io, tuttavia, detestavo il
mio aspetto fisico, e solo la convinzione che fosse necessario
come sostegno del mio genio poetico avrebbe potuto farmi riconciliare con esso. Questa tenue speranza era ormai quasi
del tutto svanita, e nel mio viso non vedevo altro che i segni di
una costituzione malsana, fatta per subire passivamente il
dolore, troppo debole per le sublimi fatiche della creazione
poetica.
Alfred, dal quale ero stato quasi sempre lontano e che nel
suo attuale stadio di sviluppo fisico e morale mi appariva come un perfetto estraneo, cercava di essere estremamente amichevole e fraterno nei miei confronti. Aveva la gentilezza superficiale di un carattere semplice e soddisfatto di sé, che non
teme rivali e non ha mai conosciuto contrarietà. Non sono sicuro di essere stato sempre così ben disposto verso di lui da
non averlo mai invidiato, anche quando i nostri desideri non
si erano ancora scontrati, e di essermi mai trovato in quello
stato d'animo che accetta le confidenze generose e le buone
intenzioni. Tra le nostre due nature deve esserci stata una naturale antipatia. Così, in poche settimane egli divenne l'oggetto del mio odio più intenso; quando entrava in una stanza
dov'ero anch'io e ancor più quando parlava, provavo una
sensazione di stridore metallico che mi faceva serrare i denti.
La mia abnorme percezione si fissava di continuo e con maggiore intensità sui suoi pensieri e sulle sue emozioni, più che
su quelli di chiunque altro. Ero esasperato ogni momento
dalle meschine manifestazioni della sua presunzione, dalla
sua predilezione per gli atteggiamenti protettivi, dalla compiaciuta certezza della passione di Bertha Grant per lui, dal
IL VELO DISSOLTO
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disprezzo ammantato di pietà che provava per me — che mi si
rivelavano non dal tono della voce, dalle parole, da ciò che
faceva (cose a cui una mente acuta e sospettosa presta comunque attenzione), bensì nel loro semplice, nudo meccanismo.
Insomma, eravamo rivali e i nostri desideri si scontravano,
anche se lui non ne era consapevole. Non ho ancora detto
nulla dell'effetto che Bertha Grant produsse su di me dopo
una più stretta conoscenza. Questo effetto fu determinato soprattutto dal fatto che, unica eccezione tra quanti mi stavano
intorno, ella sfuggiva al mio disgraziato dono della preveggenza. Riguardo a Bertha ero sempre in uno stato di incertezza: potevo studiare l'espressione del suo viso, tentare di interpretarne il significato; potevo chiedere la sua opinione con
l'effettivo interesse di chi la ignora; potevo ascoltare le sue
parole e attendere un suo sorriso con speranza o timore: aveva per me il fascino di un destino sconosciuto. Dico che fu soprattutto questo il motivo del forte ascendente di Bertha su di
me, perché, in teoria, nessun carattere femminile sembrava
avere meno affinità del suo con quello di un giovane ritroso,
romantico e appassionato qual ero io. Bertha era pungente,
sarcastica, priva di fantasia, precocemente cinica; restava
critica e fredda davanti alle scene più commoventi, si divertiva a sezionare parola per parola le mie poesie preferite ed era
particolarmente sprezzante verso i lirici tedeschi, che a quel
tempo erano la lettura che amavo di più. Fino a questo momento non sono stato capace di definire i miei sentimenti verso di lei: non era una semplice infatuazione giovanile, perché
era assolutamente l'opposto, perfino nel colore dei capelli,
della donna ideale che per me incarnava la bellezza; e poi,
non provava quell'entusiasmo per le cose grandi ed elevate
che, anche nel momento in cui il suo dominio su di me era al
culmine, continuai a reputare l'elemento più nobile del carattere umano. Ma non esiste tirannia più assoluta di quella che
una natura egocentrica e negativa può esercitare su un'altra
natura morbosamente sensibile, sempre in cerca di simpatia e
di sostegno. Anche le persone più indipendenti reagiscono al
silenzio di qualcuno aumentando la loro considerazione per
le sue opinioni; provano maggior soddisfazione ad accattivarsi il rispetto di un individuo abitualmente critico, capzioso
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e malevolo: nessuna meraviglia, dunque, che un giovane esaltato e completamente privo di fiducia in se stesso restasse in
vigile attesa di fronte all'impenetrabile segreto di un volto di
donna, come se fosse l'altare di una divinità dall'incerta benevolenza che ne dominasse il destino. Un giovane appassionato non sa concepire in un'altra mente la completa assenza
di quei sentimenti che lo fanno vibrare; magari sono flebili,
latenti, inattivi, ma devono esserci... forse possono venire risvegliati. Talvolta, in qualche attimo di felice allucinazione,
sarà portato a credere che essi sono presenti in tutta la loro
forza proprio perché non riesce a scorgerne alcun segno... E
questo, come ho già detto, si verificava in me al massimo grado, perché Bertha era la sola persona che rimanesse per me in
quella misteriosa esclusione spirituale che rende possibili
queste delusioni giovanili. E poi, indubbiamente, agiva anche un altro tipo di fascino: quella indefinibile attrazione fisica che gode nel farsi beffe delle nostre previsioni psicologiche
e che spinge gli uomini che dipingono silfidi a innamorarsi di
qualche bonne et brave femme dal passo pesante e piena di
lentiggini.
Il comportamento di Bertha verso di me era tale da incoraggiare tutte le mie illusioni, da attizzare la mia giovanile
passione e da rendermi sempre più schiavo dei suoi sorrisi.
Riandando a quella situazione con la sconsolata saggezza di
oggi, devo concludere che la sua vanità e il suo desiderio di
dominio dovevano sentirsi molto gratificati dalla convinzione che fossi svenuto, la prima volta che l'avevo vista, per la
forte impressione che la sua persona aveva prodotto su di me.
Anche alla donna più prosaica piace credere di essere l'oggetto di una violenta, poetica passione, e anche senza avere in sé
una briciola di romanticismo, Bertha possedeva quel gusto
per l'intrigo che le rendeva piccante l'idea che il fratello dell'uomo destinato a sposarla morisse d'amore e di gelosia per
lei. Che poi intendesse sposare mio fratello, a quel tempo
davvero non lo credevo; infatti, sebbene le attenzioni di Alfred fossero sempre assidue e sapessi bene che sia lui che mio
padre erano già decisi a compiere questo passo, non c'era stato ancora nessun fidanzamento ufficiale, nessuna dichiarazione esplicita. Di solito Bertha, mentre civettava con mio
fratello e accettava la sua corte in modo da fargli capire che
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ne gradiva le intenzioni, mi faceva credere, con le parole e gli
sguardi più discreti — piccole astuzie femminili che non si sarebbero mai potute ritorcere contro di lei — che egli era in
realtà l'oggetto della sua segreta derisione, che lo considerava, come me, solo un bellimbusto che sarebbe stata lieta di lasciare deluso. Mi coccolava apertamente in presenza di mio
fratello, come se fossi troppo giovane e malaticcio per essere
preso per un innamorato (e così mi considerava anche lui),
ma credo che nel suo intimo godesse del turbamento in cui mi
gettava carezzandomi i riccioli, ridendo alle mie citazioni
poetiche. Queste carezze mi venivano sempre fatte alla presenza dei nostri amici; quando eravamo soli mi teneva a maggior distanza, cogliendo però ogni tanto l'occasione, con le
parole o con qualche piccolo gesto, per incoraggiare la mia timida, sciocca speranza di essere il suo preferito. E perché non
avrebbe dovuto seguire la sua preferenza? Non avevo, è vero,
una posizione brillante come mio fratello, ma ero ricco, ero
poco meno di un anno più giovane di lei, e lei stessa era un'ereditiera, ben presto in età di decidere da sola.
L'alternarsi di timori e speranze, che indirizzavo in questa
sola direzione, trasformava ogni giorno trascorso con lei in
un delizioso tormento. Vi fu poi un gesto deliberato, da parte
sua, che contribuì ancor di più a farmi perdere il senso della
realtà. Durante il periodo del nostro soggiorno a Vienna,
Bertha compiva vent'anni e, siccome amava molto i gioielli,
profittammo tutti dell'occasione offerta dai magnifici negozi
di quella Parigi tedesca per comprarle dei gioielli come regalo
di compleanno. Il mio naturalmente, fu il più modesto: un
anello di opale... l'opale era la mia pietra preferita, perché
sembra accendersi e poi tornare pallido, come se avesse un'anima. Lo dissi a Bertha quando glielo donai, e aggiunsi che
era un emblema della natura poetica, che cambia al cambiare
della luce del cielo e degli occhi delle donne. Quella sera lei si
presentò vestita con grande eleganza, portando bene in vista
tutti i regali di compleanno ricevuti; tutti tranne il mio. Le
guardai con ansia le dita, ma l'opale non c'era. Non ebbi occasione, durante la serata, di farglielo notare; ma il giorno seguente, dopo la prima colazione, quando la trovai seduta da
sola davanti alla finestra, le dissi:
«Hai vergogna di portare il mio povero opale. Avrei dovu-
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to ricordare che disprezzi le nature poetiche. Dovevo regalarti un corallo, un turchese o qualche altra pietra opaca e insensibile».
«Io, disprezzarlo?», rispose, e tirando una sottile catenella
d'oro che portava sempre al collo la trasse del tutto fuori dalla scollatura: alla sua estremità era appeso il mio anello. «Mi
fa un po' male, ti confesso», continuò con il suo solito sorriso
enigmatico, «portarlo in questo nascondiglio segreto. Ma visto che la tua natura poetica è così sciocca da preferire una
posizione più esposta al pubblico, non c'è ragione per cui
debba sopportare più a lungo questo fastidio.»
Sfilò l'anello dalla catenina e se lo mise al dito, sempre sorridendo, mentre il sangue mi saliva alle gote e non ero in grado di pronunciare neppure una parola per pregarla, come
avrei voluto, di lasciare l'anello dov'era.
Questo gesto mi scombussolò del tutto, e per due giorni interi me ne stetti rinchiuso nella mia stanza tutto il tempo che
Bertha era assente per potermi inebriare di nuovo ripensando
a questa scena e a tutti i sottintesi che implicava.
Bisogna dire che durante questi due mesi — che mi sembrarono lunghi come una vita per la novità e l'intensità delle
gioie e dei dolori che conobbi — la mia morbosa partecipazione alle coscienze altrui continuò a tormentarmi: ora si
trattava di mio padre, ora di mio fratello, ora della signora
Filmore o di suo marito, ora del nostro domestico tedesco...
una corrente di pensieri mi si rovesciava addosso, come un
frastuono nelle orecchie da cui non ce la facevo a liberarmi,
anche se non impediva ai miei impulsi e alle mie idee di continuare il loro Ubero corso. Era come se un soprannaturale senso dell'udito mi consentisse di percepire un rombo di suono là
dove per gli altri era un perfetto silenzio. La fatica e il disgusto di questa involontaria intromissione nell'animo altrui
erano compensati solo dall'impenetrabilità di Bertha e dalla
mia crescente passione per lei; passione enormemente stimolata, se non addirittura creata, proprio da quel mio non sapere. Era la mia oasi di mistero nello squallido deserto della
consapevolezza.
Ero sempre stato attento a non far trasparire nulla che potesse rivelare la mia infelice condizione, a evitare azioni o discorsi stravaganti, tranne una volta, quando, in un momento
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di particolare rancore verso mio fratello, anticipai alcune parole che stava per pronunciare: una frase piuttosto spiritosa,
che si era preparata in anticipo. Alfred aveva spesso delle esitazioni un po' compiaciute nel parlare, e alla pausa di un
istante che fece prima della seconda parola, la mia impazienza e la mia gelosia mi spinsero a continuare la frase per lui,
come se fosse qualcosa che conoscessimo entrambi a memoria. Divenne rosso e rimase sbigottito, oltre che seccato...
Nell'istante stesso in cui le parole mi erano sfuggite di bocca,
ebbi come un moto di panico, temendo che quell'anticipazione del suo discorso — tutt'altro che scontato e facile da prevedere — avesse tradito la mia eccezionale facoltà, facendomi apparire come una specie di tranquillo invasato che tutti,
Bertha per prima, avrebbero temuto ed evitato. Ma, come al
solito, esageravo l'impressione che i miei gesti e le mie parole
potevano provocare sugli altri: nessuno mostrò di aver considerato la mia interruzione nulla più di uno sgarbo da perdonare subito, considerando la mia fragilità nervosa.
Mentre questa eccessiva percezione del presente era in me
pressoché costante, non si era più ripetuta alcuna distinta
preveggenza come quella che ho descritto a proposito del mio
primo incontro con Bertha, e attendevo con impaziente curiosità di poter controllare se la mia visione di Praga si sarebbe dimostrata o no come un caso dello stesso genere. Pochi
giorni dopo l'incidente dell'anello di opale ci trovammo a visitare, come facevamo spesso, il palazzo di Lichtenberg. Non
sono mai stato in grado di guardare molti quadri in successione; i dipinti, quando si esprimono con vera potenza, mi colpiscono così forte che ne bastano uno o due per esaurire tutte le
mie capacità di contemplazione. Quella mattina avevo ammirato un dipinto di Giorgione: una dama dagli occhi crudeli,
che si ritiene rappresenti l'immagine di Lucrezia Borgia. Ero
rimasto a lungo ad osservarlo, affascinato dal terribile realismo di quel volto astuto, inesorabile; finché percepii una
strana, velenosa sensazione: come se avessi respirato a lungo
un profumo fatale e mi stessi rendendo conto solo in quel momento dei suoi effetti. Forse non mi sarei mosso neanche allora, se il resto del gruppo non fosse tornato nella sala, annunciandomi che sarebbero andati alla Galleria del Belvedere
per via di una scommessa tra mio fratello e il signor Filmore
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GEORGE ELIOT
su un ritratto lì esposto. Li seguii come in sogno, ben poco cosciente di quanto accadeva intorno a me, finché non salirono
tutti alla Galleria lasciandomi di sotto, poiché mi ero rifiutato di guardare ancora anche un altro solo quadro, per quel
giorno. Mi diressi verso la Grande Terrazza, perché eravamo
d'accordo che ci saremmo ritrovati nei giardini, una volta risolta la controversia. Rimasi lì seduto per un po', vagamente
conscio del giardino ben curato, con la città e le verdi colline
in lontananza; poi, per evitare la compagnia del guardiano,
mi alzai e scesi i larghi gradini di pietra, con l'intenzione di
andarmi a sedere in un punto più inoltrato del giardino. Avevo appena raggiunto il viale ghiaioso, quando sentii un braccio intrecciarsi al mio, e una mano leggera poggiarsi dolcemente sul mio polso. In quello stesso istante fui colto da uno
strano, malefico sgomento, quasi la continuazione, o meglio,
il culmime della sensazione che mi sentivo addosso per lo
sguardo di Lucrezia Borgia. Il giardino, il cielo d'estate, la
certezza del braccio di Bertha intrecciato al mio, tutto svanì,
e mi sembrò di trovarmi improvvisamente nelle tenebre...
Poi cominciai poco a poco a distinguere la fioca luce di un camino acceso, e mi parve di trovarmi a casa, in biblioteca, seduto nella poltrona di cuoio di mio padre. Riconoscevo il camino, gli alari per il fuoco, la mensola di marmo nero con al
centro il medaglione bianco raffigurante Cleopatra morente... Una pena intensa e senza speranza mi gravava il petto.
La luce si faceva più vivida... Bertha entrò con una candela in
mano — Bertha, mia moglie — e mi guardava con occhi crudeli. Portava gioielli verdi, e verdi foglie ricamate sull'abito
da ballo bianco. Ogni suo pensiero carico d'odio era chiarissimo dentro di me...
«Pazzo, idiota! Perché non ti uccidi, allora?»
Fu un momento terribile. Lessi nella sua anima spietata,
vidi la sua arida avidità, l'odio feroce — sentii che mi si avvolgeva intorno, come un'aria che fossi costretto a respirare.
Venne avanti con la sua candela e rimase china su di me con
un sorriso amaro e pieno di disprezzo. Vidi la grande spilla di
smeraldo che aveva sul petto, un serpente tempestato di pietre con gli occhi di diamante. Rabbrividii... disprezzavo quella donna dall'anima arida e dai pensieri meschini, ma mi sentivo senza difesa di fronte a lei, come se torcesse tra le sue
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mani il mio cuore sanguinante, e fosse decisa a stringerlo finché ogni goccia vitale di sangue non ne fosse stillata via... Era
mia moglie, e ci odiavamo... Pian piano il camino, la biblioteca in penombra, la fiamma della candela svanirono, come
se si dissolvessero su uno sfondo di luce... solo il serpente verde con gli occhi di diamante rimaneva, come una traccia scura sulla retina... Poi ebbi la sensazione di un rapido battito di
palpebre, e su di me si aprì la viva luce del giorno: vidi il giardino, udii le voci... Ero seduto sui gradini della Terrazza del
Belvedere, i miei amici mi stavano intorno.
La confusione mentale in cui mi gettò questa tremenda visione mi fece star male per diversi giorni, e prolungò il nostro
soggiorno a Vienna. Fremevo di orrore ogni volta che la scena mi si ripresentava alla mente, e si ripresentava di continuo,
nei minimi dettagli, come se si fossero impressi a fuoco nella
mia memoria. Eppure, tale è la follia del cuore umano sotto
l'influsso dei suoi desideri immediati, sentivo una gioia temeraria, selvaggia al pensiero che Bertha sarebbe stata mia, perché l'avverarsi della mia precedente visione, al momento del
nostro primo incontro, lasciava poche speranze che quest'ultimo, orribile squarcio sul futuro fosse solo un gioco della
mia fantasia e non avesse alcun rapporto con la realtà. Solo
una cosa, pensai, avrebbe potuto gettare qualche dubbio sulla mia terribile convinzione: la scoperta che la mia visione di
Praga non rispondesse a verità... e Praga era la prossima tappa del nostro itinerario.
Intanto, non appena mi trovai di nuovo con Bertha, ricaddi, come prima, sotto la sua completa influenza. Che importanza aveva aver letto nel cuore di Bertha adulta e donna — di
Bertha mia moglie? Bertha la ragazza era ancora, per me, un
mistero affascinante: fremevo alle sue carezze, sentivo il fascino della sua presenza; ero impaziente di sentirmi sicuro del
suo amore. La paura di avvelenarsi è troppo debole per dominare la sete. E nei riguardi di mio fratello ero geloso come prima, altrettanto suscettibile ai suoi meschini atteggiamenti
protettivi; perché il mio orgoglio, la mia sensibilità malata
erano gli stessi di sempre, e si contraevano a ogni offesa, come un occhio quando vi entra un granello di polvere. Il futuro, anche se portato nel raggio della percezione sensibile da
una visione da far rabbrividire, non aveva altra forza che
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quella di un'astrazione contro la forza dell'emozione presente: il mio amore per Bertha, l'avversione e la gelosia verso
mio fratello.
È una vecchia storia: gli uomini si vendono spontaneamente al diavolo tentatore, e firmano un patto con il loro sangue
solo perché scadrà in un giorno lontano; poi si precipitano ad
afferrare la coppa di cui la loro anima ha sete, con uno slancio che la nera nube che li accompagnerà in eterno non rende
meno selvaggio. Non vi sono scorciatoie né binari sicuri per
la saggezza: dopo tanti secoli di scoperte, il sentiero dell'anima passa ancora per uno spinoso deserto da affrontare in solitudine, con i piedi sanguinanti, con grida di aiuto rotte dai
singhiozzi, così come veniva percorso da tutti gli altri uomini
nei tempi lontani.
La mia mente rifletteva in modo febbrile, cercando il mezzo per poter soppiantare mio fratello, poiché avevo troppo timore, non conoscendo i veri sentimenti di Berta, di azzardare
qualsiasi passo che potesse spingerla a una confessione.
Avrei trovato il coraggio anche per questo, pensavo, se la mia
visione di Praga si fosse rivelata veritiera... eppure, che orrore in quella certezza! A fianco della snella, giovane Bertha, di
cui aspettavo ansiosamente le parole e gli sguardi, il cui contatto era la felicità, appariva di continuo la Bertha dalle forme più mature, gli occhi più duri, la bocca più rigida, con la
sua anima arida ed egoista messa a nudo: non più un affascinante segreto, ma una realtà innegabile che si imponeva ogni
momento al mio sguardo riluttante... Sareste capaci di negarmi la vostra compassione, voi che mi state leggendo? Riuscite
a immaginare questa doppia coscienza che agiva in me, simile
a due corsi d'acqua paralleli che mai uniscono le loro acque,
mai si confondono in un unico gorgoglio? Pure, dovreste sapere qualcosa dei presentimenti che nascono dal contrasto
fra un'intuizione e la passione; le mie visioni, infatti, altro
non erano che presentimenti intensificati fino all'orrore.
Avrete conosciuto l'impotenza dell'idea contro la forza dell'impulso; e le mie visioni, una volta passate nella memoria,
altro non erano che idee... pallide ombre che mi ammonivano invano, mentre le mie mani volevano afferrare cose concrete e amate.
Molto più tardi ho pensato con amaro rimpianto che se
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avessi potuto prevedere qualcosa di più o di diverso — se invece di quella visione odiosa che avvelenò il mio amore senza
poterlo distruggere o magari insieme a essa avessi potuto presagire il momento in cui avrei guardato per l'ultima volta il
viso di mio fratello, un balsamo consolatore sarebbe sceso sui
miei sentimenti per lui, l'odio e l'orgoglio sarebbero stati certamente addolciti dalla pietà, e il racconto dei miei peccati
nascosti sarebbe risultato più breve. Ma questo è uno di quei
pensieri inutili con i quali noi uomini amiamo illuderci. Ci
piace credere che l'egoismo che è in noi avrebbe potuto dissolversi facilmente, che è stata solo la pochezza delle nostre
conoscenze a limitare la nostra generosità, i nostri scrupoli,
la nostra umana pietà e a impedire loro di vincere la dura indifferenza verso le emozioni e i sentimenti dei nostri simili.
La nostra tenerezza, la nostra forza di rinuncia ci sembrano
grandi, una volta che l'egoismo ha avuto il suo momento —
quando, dopo aver tanto inseguito una vittoria che è la rovina di qualcun altro, questa vittoria finalmente arriva e noi la
disprezziamo, perché ci viene offerta dalla gelida mano della
morte.
Giungemmo a Praga di notte, e io ne fui lieto: mi sembrò
che stare nella città per diverse ore senza poterla vedere fosse
come il rinvio di un momento terribile, decisivo. Non dovevamo restare a lungo a Praga, ma proseguire quasi subito per
Dresda; così fu deciso che la mattina successiva avremmo fatto un giro in carrozza per dare uno sguardo d'insieme alla città e visitare i luoghi più significativi prima che il caldo diventasse troppo opprimente. Eravamo infatti in agosto, e la stagione era secca e afosa.
Accadde però che le signore impiegarono più tempo del
previsto nei loro preparativi mattutini e, con un percettibile
(anche se nascosto dalle buone maniere) malumore di mio padre, salimmo in carrozza solo a mattina inoltrata. Mentre entravamo nel quartiere ebraico, dove volevamo visitare l'antica sinagoga, pensai con sollievo che saremmo rimasti in quella parte piatta e chiusa della città perché, troppo stanchi e accaldati per proseguire oltre, avremmo fatto ritorno senza vedere altro che le strade dove eravamo già passati. Questo mi
avrebbe tenuto per un altro giorno l'animo in sospeso; l'uni-
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co mezzo, per uno spirito oppresso, di non perdere la consolazione della speranza.
Ma quando sotto le volte annerite dell'antica sinagoga,
scarsamente illuminate solo dalle sottili candele della lampada sacra, la nostra guida ebrea prese il Libro della Legge e lo
lesse per noi nella sua antica lingua... sentii con un brivido
che quello strano edificio dalle luci fioche, quella decrepita
testimonianza dell'ebraismo medievale, faceva parte della
mia visione. Oh, quei santi cristiani, anneriti e polverosi, sotto le loro arcate più alte, fra i loro ceri più grandi, avrebbero
potuto consolarsi indicando con disprezzo quella vita ben più
decrepita della loro...
Come mi aspettavo, quando lasciammo il quartiere ebraico i
più anziani del nostro gruppo avevano desiderio di ritornare in
albergo. Ma ora invece di rallegrarmene come avevo fatto prima, provai un improvviso, irresistibile impulso a procedere senza indugio fino al ponte e mettere così fine a quell'incertezza che
avevo cercato in ogni modo di prolungare. Dissi, con fermezza
insolita, che avrei lasciato la carrozza per proseguire a piedi, da
solo; potevano pure fare ritorno senza di me. Mio padre, pensando che si trattasse soltanto di una delle mie solite «poetiche
assurdità», obiettò che camminare sotto quella canicola non mi
avrebbe fatto che male; però, alle mie insistenze, disse con rabbia che ero libero di seguire i miei assurdi propositi, a patto che
Schmidt (il nostro domestico) fosse venuto con me. Accettai, e
mi incamminai con Schmidt verso il ponte. Non avevo neppure
oltrepassato l'arcata del grande cancello antico che dà l'accesso
al ponte, che cominciai a tremare, sentendomi di ghiaccio sotto
il sole di mezzogiorno... Tuttavia proseguii. Cercavo qualcosa
— un piccolo dettaglio della mia visione che ricordavo con particolare intensità... E lo trovai: la macchia di luce multicolore,
proiettata sul selciato attraverso una lampada a forma di stella.
Parte seconda
Prima che finisse l'autunno, quando le foglie ingiallite erano ancora fitte sui faggi del nostro parco, mio fratello e Bertha si fidanzarono, e venne deciso che il loro matrimonio
avrebbe avuto luogo all'inizio della primavera successiva.
Nonostante la certezza acquisita fin da quel momento sul
ponte di Praga, che Bertha sarebbe stata un giorno mia moglie, la mia timidezza congenita e la sfiducia avevano continuato a paralizzarmi, e le parole tante volte preparate per
confessare il mio amore erano morte senza essere mai state
pronunciate. Come prima, restava in me lo stesso conflitto: il
desiderio di una prova d'amore dalle labbra stesse di Bertha e
la terribile paura di riceverne una parola di rifiuto o di disprezzo che mi sarebbe piovuta addosso come un acido corrosivo. Cosa mi importava di una certezza lontana? Io tremavo per uno sguardo del presente, bramavo una gioia del presente. .. ero paralizzato e gelato da una paura presente. E così
passarono i giorni: fui spettatore del fidanzamento di Bertha
e udii parlare del suo matrimonio come se mi trovassi sotto
l'effetto di un incubo cosciente... sapendo che era un sogno
che sarebbe svanito, ma sentendomi preso in una stretta soffocante.
Quando non mi trovavo con Bertha — e stavo con lei molto spesso, perché continuava a trattarmi, come al solito, con
quella specie di scherzosa protezione che non risvegliava alcuna gelosia in mio fratello — passavo il mio tempo vagabondando, facendo passeggiate o lunghe cavalcate finché non veniva il tramonto, per poi rinchiudermi nella mia stanza con i
miei libri che non leggevo più, poiché i libri avevano perso il
potere di avvincere la mia attenzione. Il continuo studio di
me stesso era arrivato a quel grado di intensità in cui le nostre
emozioni assumono la forma di un dramma, imponendosi ir-
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resistibilmente alla nostra attenzione e facendoci piangere
non tanto per le nostre reali sofferenze, quanto per il loro
pensiero. Sentivo una specie di dolorosa pietà per il mio sfortunato destino: il destino di una creatura totalmente votata al
dolore, con nulla in sé che potesse fargli conoscere il piacere
— che il pensiero del male futuro derubava della gioia presente, e che il pensiero di una gioia futura non riusciva a consolare di un tormento presente e un presente timore. Passai in silenzio attraverso quelle sofferenze che per un poeta sono lo
spasimo esaltante dell'espressione, e creano un'immagine del
proprio dolore.
Nessuno mi rimproverò mai questa vita allucinata e vagabonda. Sapevo quel che mio padre pensava di me: «Un ragazzo che non farà mai niente di buono nella vita: vista la rendita
che gli spetta, può anche permettersi di sprecare gli anni in
modo insulso; non mi prenderò certo la pena di fargli iniziare
una carriera».
Un tiepido mattino ai primi di novembre me ne stavo fuori,
sul portico, carezzando Cesare, un pigro, vecchio Terranova
reso ormai quasi cieco dagli anni, l'unico cane che mi abbia
mai prestato attenzione — giacché perfino i cani mi sfuggivano per andarsi ad accucciare davanti alle persone felici —
quando lo stalliere portò il cavallo che mio fratello voleva
montare per andare a caccia, e mio fratello in persona apparve sulla porta: florido, impettito, contento di sé, convinto
che una persona come lui — proprio per la sua grande superiorità — aveva il dovere di non essere sgarbato con i suoi simili.
«Latimer, vecchio mio», mi disse in tono cordialmente
compassionevole, «peccato che tu non faccia una galoppata
con i cani, ogni tanto! È il miglior rimedio contro la depressione!»
«Depressione!», pensai con amarezza, mentre il cavallo si
allontanava. «È questa la parola con cui le persone volgari e
limitate come te credono di poter definire esperienze di cui tu
non potrai mai sapere niente più di quanto ne sa il tuo cavallo. È a quelli come te che toccano in sorte le cose buone di
questo mondo... Insensibilità totale, sano egoismo, tronfia
allegria — ecco le chiavi della felicità.»
Per un attimo mi sfiorò il pensiero che il mio egoismo era
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forse più grande del suo — un egoismo sofferente invece di
un egoismo soddisfatto. Ma poi, ancora una volta, fui esasperato dalla mia veggenza nell'animo di Alfred, così soddisfatto, senza alcun dubbio o paura, senza aspirazioni inappagate, senza tutte quelle sottili torture della sensibilità che rappresentavano il tessuto della mia esistenza... Tutto questo
sembrava sciogliermi da ogni legame con lui. No, quell'uomo
non aveva bisogno di pietà, né di amore; quei sentimenti delicati avrebbero avuto tanto effetto su di lui quanto ne ha la tenue, bianca bruma sulle rocce dove si posa dolcemente. Non
c'erano dolori in serbo per lui: se non avesse sposato Bertha,
sarebbe stato solo per seguire un'altra strada che lo attirava
di più.
La casa del signor Filmore distava non più di mezzo miglio
dai cancelli della nostra proprietà, e tutte le volte che mio fratello se ne andava in un'altra direzione, mi ci recavo, sperando di trovare Bertha in casa. Poco più tardi, dunque, mi avviai da quella parte. Eccezionalmente, era sola, e passeggiammo insieme davanti alla casa: di rado si spingeva a piedi
oltre i viali ben curati e coperti di ghiaia. Ricordo che mentre
il pallido sole di novembre brillava sulla sua chioma bionda,
mi apparve come una bellissima silfide... Mi camminava a
fianco, punzecchiandomi, al solito, con la sua sottile ironia,
mentre io l'ascoltavo tra la tenerezza e il malumore: era l'unica traccia attraverso la quale la misteriosa personalità di Bertha mi si rivelava. Quel giorno forse predominava il malumore, perché non ero ancora riuscito a smaltire l'attacco di odio
geloso che mio fratello aveva scatenato in me con la sua protettiva condiscendenza. Improvvisamente la interruppi e, lasciandola sbigottita, le chiesi quasi con violenza:
«Bertha, come puoi amare Alfred?».
Per un istante mi guardò stupita, ma subito tornò a sorridere e mi rispose con sarcasmo:
«Perché credi che io lo ami?».
«Come puoi dire una cosa simile, Bertha?»
«Come! La tua saggezza ti fa pensare che io debba amare
l'uomo che sposo? Sarebbe la cosa più spiacevole del mondo.
Litigherei con lui, ne sarei gelosa... il nostro ménage andrebbe avanti in modo assai volgare. Un po' di tranquillo disprezzo contribuisce parecchio all'eleganza della vita.»
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«Bertha, questi non sono i tuoi veri sentimenti. Perché ti
diverti a ingannarmi inventando questi discorsi cinici?»
«Non ho bisogno di inventare nulla per ingannarti, mio
piccolo Tasso» (era questo il nomignolo con il quale mi prendeva abitualmente in giro). «Il modo migliore per imbrogliare un poeta è dirgli la verità.»
Tentava di difendere a spada tratta la verità di quel suo paradosso, e per un attimo l'ombra della mia visione — la Bertha che per me non aveva più segreti nell'animo — passò tra
me e la radiosa fanciulla, la silfide giocosa i cui sentimenti
erano un affascinante mistero. Credo di essere rabbrividito,
o di aver lasciato trapelare in qualche altro modo il mio momentaneo lato di orrore.
«Tasso!», disse lei afferrandomi i polsi e guardandomi bene in faccia, «Stai realmente cominciando a capire la ragazza
senza cuore che sono?... Non sei neanche la metà del poeta
che credevo tu fossi: non riesci nemmeno a credere la verità
su di me.»
L'ombra tra noi si allontanò e svanì. La fanciulla che mi
stringeva con le dita leggere, che mi fissava col suo affascinante volto di fata — che, pensavo, stava tradendo un interesse per i miei sentimenti che mai avrebbe apertamente confessato — questa calda, viva presenza si impossessò di nuovo
dei miei sensi e del mio spirito, come un canto di sirena che risorge dopo essere stato soffocato per un momento dal fragore minaccioso delle onde. Fu un attimo dolcissimo... come risvegliarsi consapevole di essere giovane dopo aver sognato la
vecchiaia. Dimenticai ogni cosa al di fuori della mia passione, e con gli occhi stralunati:
«Bertha», dissi, «mi amerai almeno all'inizio del nostro
matrimonio? Non importa anche se mi amerai soltanto un
poco».
Il suo sguardo attonito, mentre mi lasciava la mano scansandosi bruscamente da me, mi fece rendere conto della mia
incomprensibile, sconsiderata imprudenza.
«Perdonami», ripresi in fretta non appena fui di nuovo in
grado di parlare «non sapevo quel che stavo dicendo.»
«Ah, l'attacco di follia del Tasso è arrivato, vedo», rispose
con calma, essendo riuscita a riprendersi prima di me. «La-
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sciamolo tornare a casa, a tenere la testa al fresco. Io devo andare, comincia a fare buio.»
Me ne andai, furioso contro me stesso. Mi ero lasciato
sfuggire parole che, se lei vi avesse riflettuto sopra, potevano
farle nascere dei sospetti sulle anormali condizioni della mia
mente — sospetti che temevo più di ogni altra cosa al mondo.
E mi vergognavo anche per l'evidente indegnità che avevo
commesso parlando in quel modo davanti alla promessa sposa di mio fratello. Mi avviai lentamente verso casa, entrando
nel parco da un cancello privato invece che da quello principale. Mentre mi avvicinavo, vidi un uomo uscire di gran corsa dal cortile delle scuderie in fondo al parco. Che fosse successa una disgrazia in famiglia? No, probabilmente quella furia era dovuta soltanto a una delle solite, urgenti commissioni
d'affari di mio padre.
Tuttavia, senza un preciso motivo affrettai il passo e in
breve fui a casa... Non mi dilungherò sulla scena che vi trovai. Mio fratello era morto, sbalzato giù di sella dal suo cavallo; ucciso sul colpo da una commozione cerebrale.
Salii di sopra, nella stanza dove giaceva e dove trovai mio
padre seduto accanto a lui con uno sguardo di fredda disperazione. Dal momento del nostro ritorno a casa, avevo evitato
mio padre più di ogni altra persona; la radicale incompatibilità delle nostre nature rendeva la mia veggenza dei suoi più intimi pensieri un costante tormento. Ma ora, quando lo raggiunsi e gli restai vicino in un triste silenzio, sentii la presenza
di un nuovo elemento che ci univa come mai prima. Mio padre era stato uno degli uomini di maggior successo nel mondo
della finanza; non aveva conosciuto sofferenze sentimentali
o malattie. Il suo più grande dolore era stata la morte della
prima moglie. Ma poco dopo sposò mia madre, e ricordo che
alla mia acuta osservazione di bimbo non sfuggì che appena
una settimana dopo la sua morte era esattamente quello di
prima. Ma adesso, infine, un dolore era venuto — il dolore
della vecchiaia, che tanto più soffre per il crollo delle speranze e quell'orgoglio, quanto più quelle speranze e quell'orgoglio sono limitati e privi di ideali. Suo figlio avrebbe dovuto
sposarsi presto... probabilmente si sarebbe presentato alle
prossime elezioni locali... L'esistenza di quel figlio era il miglior motivo per acquistare ogni anno nuove terre e allargare
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GEORGE ELIOT
la proprietà... È terribile vivere facendo sempre le stesse cose,
un anno dopo l'altro, senza sapere perché le facciamo. Forse
la tragedia di una gioventù tradita e di una passione infelice è
meno pietosa della tragedia di una vecchiaia delusa e frustrata nelle proprie ambizioni.
Vidi a fondo nella desolazione del cuore di mio padre e
provai un moto di profonda pietà nei suoi confronti, che era
l'inizio di un nuovo affetto, un affetto che crebbe e si rafforzò nonostante la strana ostilità che mi dimostrò durante i primi uno o due mesi dopo la morte di mio fratello. Se non fosse
stato per l'influsso conciliante di quella mia compassione per
lui — la prima compassione che io abbia mai provato — sarei
rimasto ferito nel constatare che mio padre trasferiva su di
me l'eredità del figlio maggiore con un senso di mortificazione, come se il destino lo avesse costretto all'ingrato compito
di considerarmi importante. Fu soltanto suo malgrado che
cominciò a pensare a me con una certa affettuosa benevolenza. Credo che non vi sia nessun figlio trascurato, cui una
morte abbia reso accessibile un posto migliore, che non intenda quello che voglio dire.
A poco a poco, tuttavia, la mia nuova condiscendenza verso i suoi desideri, effetto della pazienza che scaturiva da quella mia pietà per lui, riuscì a conquistare il suo affetto, ed egli
cominciò a compiacersi del tentativo di farmi prendere il posto di mio fratello nei limiti consentiti dalla mia più debole
personalità. Mi accorsi che l'ipotesi, che ogni tanto si prospettava, di un mio matrimonio con Bertha, gli era piuttosto
gradita, tanto che arrivò perfino a contemplare, per me, ciò
che non aveva accettato per mio fratello: che suo figlio e la
nuora andassero a vivere con lui. La nuova tenerezza verso
mio padre fece di questo periodo il più felice che avessi trascorso fin dall'infanzia... Furono anche gli ultimi mesi in cui
ebbi la dolce illusione di amare Bertha, e del desiderio, del
dubbio o della speranza che pure lei mi amasse. Si comportava con me con una nuova consapevolezza, tenendomi a una
certa distanza, e anch'io ero soggetto a un duplice imbarazzo... per un senso di delicatezza verso mio fratello morto e
per la preoccupazione circa l'effetto che quelle mie parole
precipitose potevano aver provocato nella sua mente. Ma il
nuovo ostacolo che questa reciproca riservatezza aveva eret-
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to fra noi mi assoggettava ancora di più al suo potere: non
importa che l'altare del tempio sia spoglio, se il velo che lo nasconde è impenetrabile. Il bisogno di qualcosa di ignoto, di
misterioso è così assoluto nella nostra anima che basta a mantenere quel dubbio, quella speranza e quella lotta che sono la
sua stessa vita, al punto che se tutto il futuro ci apparisse noto
a partire da domani, tutti gli uomini si interesserebbero soltanto delle poche ore che ci separano da quel momento: palpiteremmo per le incertezze del nostro unico mattino, della
nostra unica sera; ci precipiteremmo di furia alla Borsa per le
nostre ultime possibilità di speculazione, di vincita, di disillusione; salterebbero fuori dozzine di profeti della politica a
prevedere crisi o non-crisi nelle uniche ventiquattr'ore rimaste aperte a ogni profezia. Immaginate le condizioni della
mente umana nel momento in cui tutti i problemi fossero risolti, tutti meno uno, che avrà la sua soluzione alla fine di un
giorno d'estate, ma che per il momento resta oggetto di ipotesi, dubbi, discussioni... L'arte e la filosofia, la letteratura e la
scienza sciamerebbero come api su quell'unico problema che
conserva in sé il miele della probabilità con un interesse ancora più appassionato, proprio perché il piacere ne finirebbe al
tramonto. I nostri impulsi, le nostre risorse spirituali non si
adattano all'idea del loro futuro annullamento più di quanto
non faccia il battito del nostro cuore o la nostra energia muscolare. Bertha, la snella, bionda fanciulla i cui pensieri ed
emozioni continuavano per me a rimanere un enigma in mezzo alla estenuante ovvietà delle altre menti che mi circondavano, mi assorbiva come quella sola giornata ancora sconosciuta, come quell'unico, ipotetico problema destinato a non
avere soluzione fino al tramonto; e tutti i misteriosi e soffocati slanci, le incredulità, la fiducia e i dubbi del mio carattere,
erano convogliati in questa sola direzione.
E mi fece credere di amarmi. Senza mai abbandonare il suo
tono di badinage e di giocosa superiorità, mi inebriò facendomi credere che le fossi necessario, che non si sentisse mai a
proprio agio se io non mi trovavo accanto a lei, pronto a sottemettermi alla sua scherzosa tirannia. Occorre talmente poco a una donna per instupidirci a questo modo! Una mezza
parola, un improvviso momento di silenzio, perfino un attacco di sciocca irritazione verso di noi ci può servire da hashish
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GEORGE ELIOT
per un bel po' di tempo. Grazie a una sottilissima trama di
astuzie quasi impercettibili, mi portò a credere che mi aveva
sempre, nel suo inconscio, amato più di Alfred, ma che, nella
sua ignara e influenzabile sincerità di giovane fanciulla era rimasta affascinata dal fatto di essere ammirata e scelta da un
uomo come mio fratello, che aveva una posizione sociale così
brillante. Si prendeva in giro con molto garbo per la propria
vanità e ambizione. Cosa contava per me essere illuminato da
quella infelice previsione, ora che possedevo tutti i beni di
mio fratello, compreso il più intimo? Le nostre dolci illusioni
il più delle volte sono coscienti di essere tali, come quegli effetti multicolori che sappiamo essere provocati da orpelli,
pezzi di vetro e stracci.
Ci sposammo diciotto mesi dopo la morte di Alfred, in una
fredda e limpida mattinata di aprile in cui vi furono sole e
grandine insieme. Bertha, nel suo abito di seta bianca ornato
di foglie verde pallido, i delicati colori dei capelli e del volto,
appariva come lo spirito stesso del mattino. Mio padre era felice al di là di ogni sua speranza: era convinto che il matrimonio avrebbe completato la salutare modificazione del mio carattere, facendo di me un uomo sufficientemente pratico e
realista per occupare il posto che mi spettava nella società, tra
gli uomini normali. Era deliziato dal tatto e dalla perspicacia
di Bertha ed era certo che mi avrebbe saputo guidare, facendo di me quel che voleva: avevo solo ventun anni, ed ero pazzamente innamorato di lei. Povero papà! Conservò le sue
speranze fin dopo il primo anno di matrimonio, e non le aveva ancora perdute del tutto quando sopraggiunse la paralisi a
risparmiargli la delusione completa.
Affretterò il seguito della mia storia senza dilungarmi, come ho fatto finora, sulle mie esperienze interiori. Quando ci
si conosce bene l'un l'altro si è portati a parlare soprattutto
degli avvenimenti, lasciando a chi ascolta il compito di dedurre sentimenti e sensazioni.
Per qualche tempo dopo il nostro ritorno a casa, fummo
presi in un giro di visite, dando splendide feste e creando una
certa impressione sul vicinato per lo sfarzo dei nostri equipaggi, dato che mio padre aveva serbato questo sfoggio di accresciuta ricchezza in occasione del matrimonio di suo figlio.
Demmo così ai nostri conoscenti la libera opportunità di no-
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tare fino a che punto io fossi una povera figura di erede e di
sposo. La fatica nervosa di questo tipo di vita, le falsità e le
insulsaggini che dovevo doppiamente sopportare — attraverso le mie percezioni esterne e attraverso quelle interne — mi
avrebbero fatto impazzire se non fossi stato preda di una specie di ebbrezza dovuta alle gioie del primo amore. Due sposi
novelli circondati da tutti i vantaggi della ricchezza, presi tutto il giorno nel vortice della vita di società, che riempiono i loro momenti di intimità con carezze rubate di sfuggita, si preparano alla loro futura vita coniugale come il novizio si prepara per il convento: dall'esperienza del suo esatto contrario.
In tutti quei mesi affollati e pieni di eccitazione, l'intima
personalità di Bertha mi rimase totalmente sconosciuta e riuscivo a leggere dentro di lei ancora soltanto tramite il linguaggio delle sue labbra e del suo contegno. Conservavo ancora
l'umano interesse di chiedermi se quanto dicevo o facevo le
piacesse, di aspettare con ansia una parola affettuosa, di esagerare con delizia il significato di un sorriso. Ma ero sempre
più consapevole di un cambiamento di modi nei miei confronti, talvolta così evidente da poter essere chiamato arrogante freddezza, pungente e gelida come la grandine caduta
nel soleggiato mattino del nostro matrimonio, talvolta appena percettibile, come nell'evitare abilmente una passeggiata o
una cena tète-à-tète che avevo a lungo desiderato. Soffrii
molto per questo — sentii quasi il mio cuore spezzarsi nel
comprendere che il breve giorno della mia felicità si avviava
al tramonto... Ma dipendevo ancora da Bertha, ansioso di ricevere gli ultimi raggi di una gioia che presto sarebbe sparita
per sempre, aspettando e sperando di cogliere un qualche residuo bagliore, ancora più bello nella sua luce morente.
Ricordo — come potrei non ricordarlo? — il momento in
cui quella dipendenza e quella speranza mi abbandonarono
del tutto, quando la tristezza che avevo sentito per il crescente
divenirmi estranea di Bertha fu quasi una gioia a cui ripensare, come il rimpianto di chi ricorda le ultime sofferenze di un
arto ormai paralizzato. Fu con esattezza al termine dell'estrema malattia di mio padre, che ci aveva necessariamente distratti dalla vita di società avvicinandoci maggiormente l'uno
all'altra. Fu la sera in cui mio padre morì. Quella sera il velo
che aveva celato l'animo di Bertha — che mi aveva fatto tro-
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vare in lei sola la benefica possibilità di conoscere il mistero,
il dubbio, la speranza — fu sollevato per la prima volta. Forse fu il primo giorno dall'inizio della mia passione per lei che
quella passione venne completamente neutralizzata dalla
presenza di un sentimento più forte di natura ben diversa.
Avevo vegliato accanto al letto di morte di mio padre: ero stato testimone dell'ultimo, ardente sguardo di rimpianto lanciato dalla sua anima al bene ormai trascorso della vita —
l'ultima, debole sensazione d'amore che aveva ricevuto dalla
stretta della mia mano. Cosa sono tutte le nostre passioni personali quando abbiamo partecipato a quella suprema agonia? In un primo momento, quando ci allontaniamo dalla
presenza della morte, ogni altro rapporto con i vivi viene assorbito, nel nostro sentire, dal grande vincolo di una comune
natura, di un comune destino.
In questo stato d'animo raggiunsi Bertha nel suo salottino
privato. Era semisdraiata su un divano, la schiena rivolta verso la porta; la ricca, sontuosa massa dei suoi capelli biondopallido coronava il collo sottile, sopra lo schienale del divano. Ricordo che appena ebbi chiuso la porta dietro di me fui
preso da un freddo tremore e da una vaga sensazione — vaga
e forte come un presentimento — di essere odiato e solo. So
come dovevo apparire in quel momento, perché mi vidi nel
pensiero di Bertha quando alzò su di me i suoi penetranti occhi grigi e mi guardò: un miserabile visionario che si sentiva
attorniato da fantasmi nella piena luce del giorno, che tremava al vento anche quando le foglie restavano immobili, senza
alcun desiderio per le cose che tutti desiderano, che corre dietro ai raggi di luna. Eravamo uno di fronte all'altra, e ci giudicavamo a vicenda. Era giunto per me il terribile momento
della completa illuminazione, e compresi che le tenebre non
mi avevano nascosto nessun orizzonte, ma solo un banale,
squallido muro. Da quella sera in poi, durante tutti gli abominevoli anni che seguirono, vidi per intero nell'animo meschino di quella donna: vidi le piccole astuzie e le brutali negazioni là dove ero stato felice di immaginare una timida sensibilità e un'intelligenza in lotta con qualche segreto sentimento — vidi le vane, incostanti futilità della ragazza trasformarsi nella sistematica civetteria, nell'egoismo intrigante della donna — vidi la repulsione e l'antipatia irrigidirsi in un
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odio crudele, pronto a ferire per il solo piacere di affermare
se stesso.
Perché anche Bertha, a modo suo, sentiva l'amarezza della
disillusione. Aveva creduto che la mia selvaggia passione di
poeta mi avrebbe reso suo schiavo e che, essendo il suo schiavo, l'avrei obbedita in tutto e per tutto. Con la completa superficialità di una natura negativa e priva di immaginazione,
era incapace di concepire che la sensibilità fosse in qualche
modo differente dalla debolezza. Una debolezza, aveva pensato, che mi avrebbe fatto cadere in suo potere, e ora scopriva
che nascondeva una forza per lei ingovernabile. Le nostre posizioni si rovesciarono. Prima del matrimonio aveva dominato completamente la mia immaginazione perché rappresentava un segreto per me; ero stato io a creare quella personalità
ignota davanti alla quale tremavo come se davvero le appartenesse. Ma adesso che la sua anima era a nudo davanti a me,
adesso che ero costretto a conoscere le sue intime ragioni, a
seguire i trucchi meschini che preparavano le sue parole e i
suoi atti, si trovò senza alcun potere su di me, eccetto quello
di procurarmi un freddo brivido di disgusto... — priva di
ogni potere perché non poteva provocare alcun effetto in me
con gli strumenti di cui disponeva. Ero indifferente alle ambizioni mondane, alle vanità sociali, a tutte le attrattive che entravano nel raggio della sua immaginazione limitata: la mia
vita era governata da interessi del tutto incomprensibili per
lei.
Era davvero da compatire con un marito del genere: questa
era l'opinione generale. Una signora graziosa, brillante come
Bertha, che sapeva sorridere ai visitatori mattutini, faceva
bella figura nelle sale da ballo ed era capace di dire quelle battute leggere che in bocca a una simile donna vengono scambiate per intelligenza, poteva essere sicura di attirarsi tutte le
simpatie a scapito di un marito malaticcio, distratto e, come
alcuni sospettavano, un po' pazzo. Perfino i domestici le dimostravano stima e compassione. Perché non era possibile
udire litigi tra noi: la nostra incompatibilità, la repulsione reciproca, restavano confinate nel silenzio dei nostri cuori... Se
la padrona usciva molto spesso e sembrava non gradire la
compagnia del padrone, non era naturale, poverina? Il padrone era così bislacco. Ero gentile e giusto coi miei dipen-
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GEORGE ELIOT
denti, ma suscitavo in loro una pietà intrisa di timore e disprezzo; infatti le persone di questa categoria, sia uomini che
donne, sono ben poco influenzate, nel loro giudizio sul valore altrui, da considerazioni di ordine generale o da esperienze
personali: giudicano le persone come giudicano le monete, e
apprezzano quelle che passano per essere di gran valore.
Dopo qualche tempo interferivo talmente poco nelle abitudini di Bertha da far sembrare straordinario che il suo odio
per me crescesse così intenso e insaziabile. Ma aveva cominciato a sospettare, per qualche mio gesto involontario, che vi
fosse in me un anormale potere di penetrazione — che, seppure a tratti, fossi stranamente consapevole dei suoi pensieri
e delle sue azioni... e cominciò ad avere di me un terrore che
talvolta alternava ad atteggiamenti di sfida. Rifletteva di
continuo su come avrebbe potuto liberarsi da un tale incubo,
su come spezzare l'odioso legame con un essere che disprezzava come un imbecille e temeva come un inquisitore. Per un
bel po' visse nella speranza che la mia evidente infelicità mi
conducesse al suicidio; ma il suicidio non era nella mia natura. Ero troppo dominato dalla sensazione di essere in balìa di
forze sconosciute per credere di potermene sbarazzare così
facilmente. Nei confronti del mio destino ero divenuto di una
totale passività, perché il mio unico, ardente desiderio si era
consumato da solo, e l'impulso non predominava più sulla
conoscenza. Fu per questo motivo che non pensai mai di
prendere qualche iniziativa per una completa separazione,
che avrebbe reso evidente a tutti il nostro disaccordo. Perché
avrei dovuto cercare un miglioramento in una nuova direzione quando soffrivo proprio per le conseguenze di un gesto
che era il risultato del mio più intenso atto di volontà? Sarebbe stato nella logica di chi avesse avuto qualche desiderio da
soddisfare, ma io desideri non ne avevo. Così, Bertha e io vivevamo sempre più lontani l'uno dall'altra: per i ricchi è facile essere sposati e divisi.
Questo periodo della nostra vita che ho descritto in poche
frasi riempì uno spazio di anni. Quanta miseria, quale orribile e lento accumularsi di odio e di peccato può essere contenuto in una frase! E dire che gli uomini giudicano le vite degli altri con parole sommarie come queste. Riassumono l'esperienza dei loro simili e pronunciano un giudizio pieno di belle
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parole, sentendosi saggi e virtuosi — vincitori di quelle tentazioni che sanno definire scegliendo così bene gli aggettivi...
Sette anni di infelicità trascorrono in un lampo sulle labbra di
un uomo che non li ha mai contati in momenti di gelido sconforto, di tortura del cuore e della mente, di lotte orrende e
inutili, di rimorso e di disperazione. Impariamo a memoria le
parole, non il loro significato; il significato dobbiamo pagarlo con il nostro sangue, ed è impresso nelle più sottili fibre dei
nostri nervi.
Ma ora voglio affrettarmi a terminare la mia storia. La
brevità è sempre bene accettata, sia da chi è pronto a capire,
sia da chi non capirà mai.
Qualche anno dopo la morte di mio padre, in una sera di
gennaio, ero seduto nella biblioteca rischiarata dalla debole
luce del camino — seduto nella poltrona di cuoio che era stata
di mio padre — quando sulla porta apparve Bertha, con una
candela in mano, avanzando verso di me. Conoscevo il vestito da ballo che indossava: il vestito da ballo bianco, con i
gioielli verdi, brillava alla luce della candela che illuminava il
medaglione con Cleopatra morente sulla mensola del caminetto. Perché veniva a trovarmi prima di uscire? Da mesi non
la vedevo mettere piede in biblioteca, mio abituale rifugio.
Perché restava davanti a me, la candela in mano, lo sguardo
crudele e carico di disprezzo... con quel serpente che le splendeva, come un demone familiare, sul petto?... Per un attimo
pensai che questo realizzarsi della mia visione di Vienna dovesse segnare una svolta orribile nel mio destino, ma nella
mente di Bertha non lessi nient'altro che disprezzo per l'espressione di opprimente angoscia, con cui rimanevo a guardarla... «Pazzo, idiota! Perché non ti uccidi, allora?»... questo era ciò che pensava. Ma subito venne alla ragione della
sua visita, e si decise a parlare. L'evidente futilità di quello
che era venuta a dirmi creò un contrasto quasi ridicolo con le
mie aspettative e la mia apprensione.
«Ho dovuto assumere una nuova cameriera. Fletcher sta
per sposarsi e desidera che io ti chieda per suo marito l'osteria
e la cascina di Molton. Vorrei che li ottenesse. Devi prometterlo adesso, perché Fletcher va via domattina... e sbrigati,
che ho fretta.»
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«Va bene, puoi prometterglielo», dissi con indifferenza, e
Bertha uscì rapida dalla biblioteca.
Mi sono sempre chiuso in me stesso alla vista di qualche
persona nuova, soprattutto quando si trattava di una persona la cui vita interiore, con ogni probabilità, era tale da poter
affaticare il mio riluttante dono di veggenza con triviali e
ignoranti banalità. Ma rifuggii ancor più la vista di questa
nuova cameriera, perché il suo arrivo mi era stato annunciato
in un momento al quale continuavo ad attribuire un senso di
fatalità: nutrivo un vago timore di scoprire che avrebbe avuto
in qualche modo una parte nel cupo dramma della mia vita,
che qualche nuova, spaventosa visione me l'avrebbe svelata
come un genio del male... Quando alla fine, com'era inevitabile, la incontrai, la mia vaga paura si tramutò in vero e proprio disgusto. Questa signora Archer era una donna alta, impettita, dagli occhi scuri, con un viso abbastanza bello per dare al suo aspetto grossolano e duro l'odioso tocco di una civetteria sfrontata e sicura di sé. Tutto questo bastava per farmela evitare, senza mettere in conto il senso di disprezzo con
cui mi considerava. La vedevo di rado, però mi accorsi presto
che in poco tempo era divenuta la favorita della sua padrona
e che in capo a otto o nove mesi era nato nella mente di Bertha
un confuso sentimento di paura e dipendenza verso di lei, un
sentimento che si associava a scene confuse nel salottino privato di mia moglie, a lume di candela, e a qualcosa chiuso a
chiave nello stipo di Bertha... ma i miei colloqui con lei erano
ormai così brevi e avvenivano talmente di rado da solo a solo
che non avevo modo di percepire con maggior precisione
queste immagini che erano nella sua mente... Nella rapidità
del pensiero i ricordi si contraggono al punto che talvolta rassomigliano alla realtà esteriore solo un po' più di quanto i
simboli di un alfabeto orientale rassomigliano agli oggetti
che li hanno ispirati.
Intanto, durante l'ultimo anno o poco più, si era verificata
una sempre più evidente modificazione nelle mie facoltà
mentali. La mia veggenza nelle menti di quanti mi circondavano andava facendosi più debole e irregolare, e i pensieri che
affollavano la mia doppia percezione dipendevano sempre
meno da contatti diretti. Tutto ciò che apparteneva alla mia
individualità sembrava stesse morendo poco a poco... — sta-
I
IL VELO DISSOLTO
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vo così perdendo lo strumento attraverso il quale i propositi e
le emozioni interiori degli altri mi pervenivano. Ma insieme
alla provvidenziale liberazione dalla mia estenuante veggenza, si andava sviluppando qualcos'altro di quello che definivo — in modo che si è poi dimostrato esatto — la previsione
di avvenimenti esteriori. Era come se il rapporto fra me e gli
altri esseri umani andasse man mano svanendo e il rapporto
con quelle cose che si dicono inanimate, invece, si elevasse a
nuova vita. Pian piano che la mia infelicità, da violento tormento causato da una passione angosciosa, si tramutava nello squallore di una sofferenza abituale, vivevo sempre più
staccato dagli altri, mentre le visioni del tipo di quella che
avevo avuto a Praga divenivano sempre più frequenti... visioni di città ignote, pianure sabbiose, colossali rovine, cieli
di mezzanotte rischiarati da fantastiche costellazioni, valichi
montani, angoli erbosi chiazzati dal sole pomeridiano che filtrava tra i rami degli alberi... Ero al centro di queste scene, e
in tutte, dietro quelle apparizioni grandiose, sentivo incombere su di me la presenza di qualcosa di sconosciuto e implacabile. La continua sofferenza aveva spento, in me, la fede
religiosa: per i più miseri — coloro che non amano e non sono
amati — non c'è religione, non c'è culto possibile se non quello del demonio... E fra tutte queste visioni ritornava, sempre,
quella della mia morte: l'angoscia, il senso di soffocamento,
l'ultima lotta di chi cerca invano di aggrapparsi alla vita.
Così stavano le cose verso la fine del settimo anno di matrimonio. Mi ero ormai completamente liberato dal mio dono
di veggenza, dalla anormale conoscenza di pensieri che non
mi appartenevano, e invece di intromettermi contro la mia
volontà nei mondi delle altre menti, vivevo continuamente
nel mio solitario futuro. Bertha si era accorta del mio grande
cambiamento. Con mia sorpresa, di recente sembrava cercare l'occasione di restare in mia compagnia, intavolando quel
tipo di conversazione distante ma familiare che possono tenere un marito e una moglie che vivono in cortese ma insanabile
incompatibilità. Sopportai la cosa con tranquilla sottomissione, senza essere sufficientemente interessato ai suoi scopi
per analizzarli a fondo; tuttavia non potei impedirmi di percepire un che di eccitato e di trionfante nel suo comportamento e nell'espressione del suo viso: qualcosa di troppo sottile
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GEORGE ELIOT
per manifestarsi in parole o atteggiamenti, ma che dava l'idea
che stesse vivendo in uno stato di attesa e di incerta speranza.
Il mio sentimento principale era di soddisfazione, perché la
parte più intima del suo pensiero mi era di nuovo impenetrabile, e quasi mi rallegravo della distratta malinconia che mi
faceva dare risposte contraddittorie, tradendo la totale incomprensione di quanto lei stava dicendo. Ricordo bene Io
sguardo e il sorriso con cui un giorno, dopo un errore di questo genere da parte mia, disse:
«Avevo creduto che tu fossi un chiaroveggente, e che per
questo fossi tanto ostile verso gli altri che ti somigliavano,
perché volevi essere il solo... Ma ora vedo bene che sei diventato più ottuso di tutti gli altri».
Non risposi nulla. Mi sorse il dubbio che il suo riavvicinamento fosse causato dal desiderio di mettere alla prova
la mia facoltà di scoprire qualcuno dei suoi segreti; ma non
volli dare peso a questa ipotesi. Le sue motivazioni, come pure le sue azioni, non mi interessavano, e qualunque fosse la
soddisfazione che andava cercando non avevo nessuna voglia
di contrariarla. C'era ancora della pietà nel mio animo, per
ogni creatura vivente, e Bertha era viva — viva e circondata
da cose che la facevano soffrire.
Proprio in questo periodo accadde un fatto che mi risvegliò in qualche modo dalla mia inerzia, dandomi un interesse
che ormai credevo impossibile per l'attimo fuggente della
mia vita terrena. Si trattava della visita di Charles Meunier:
mi aveva scritto che aveva intenzione di venire in Inghilterra a
riposarsi del troppo lavoro e che avrebbe avuto piacere di vedermi. Meunier era ormai famoso in tutta l'Europa, ma la
sua lettera mi esprimeva con nostalgia il ricordo di un rapporto di stima e di un antico debito di simpatia che è inseparabile
dalla nobiltà del carattere... e anch'io sentii che la sua presenza avrebbe potuto essere per me una specie di momentanea
resurrezione in un più felice modo di vivere del passato.
Arrivò, e per quanto fu possibile ritrovai il nostro piacere
di un tempo per le escursioni a due, anche se, invece di montagne e ghiacciai e ampi laghi azzurri, ci dovevamo accontentare di pendii, pozze d'acqua e campi coltivati. Gli anni ci
avevano cambiati entrambi, ma con quale diverso risultato!
Meunier era adesso una figura brillante nell'alta società, che
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le donne eleganti amavano ascoltare, la cui amicizia era assai
ricercata dagli aristocratici che volevano mostrarsi intelligenti. Con la massima delicatezza riuscì a nascondere ogni segno
dello sbigottimento che, sono sicuro, dovette provare nel momento che ci ritrovammo e ogni desiderio di scoprire le mie
condizioni di vita e la mia situazione; cercò, esercitando il suo
affascinante garbo di uomo di società, di rendere allegro il
nostro incontro.
Bertha rimase molto colpita dall'inaspettato fascino di un
visitatore che aveva ritenuto accettabile solo in grazia della
sua celebrità, e fece un grande sfoggio di civetteria e modi seducenti. Sembrò riuscire in pieno a ottenere l'ammirazione di
Meunier, perché il suo atteggiamento verso di lei fu lusinghiero e pieno di attenzioni. La presenza di Charles ebbe un effetto benefico su di me, specie durante i nostri rinnovati vagabondaggi a due, quando mi faceva meravigliosi racconti delle
sue esperienze professionali, tanto che più di una volta,
quando il discorso scivolava sulle implicazioni psicologiche
delle malattie, mi venne da pensare che, se fosse rimasto con
me abbastanza a lungo, forse avrei potuto arrivare al punto
di confidargli i segreti della mia esistenza. Non si poteva trovare qualche rimedio anche per me nella sua scienza? Nella
sua intelligenza così brillante e viva poteva non esserci un po'
di compassione per me?... Ma questo pensiero si limitava a
sfiorarmi ogni tanto, e morì prima di diventare un desiderio.
L'orrore di tornare di nuovo a intromettermi nell'intimità di
un'altra mente, infatti, mi faceva, per un irrazionale impulso, avvolgere ancora di più il velo della dissimulazione intorno alla mia mente; così come, talvolta, eseguiamo automaticamente un gesto che ci aspettiamo di veder fare da qualcun
altro.
La visita di Meunier si approssimava alla fine, quando avvenne qualcosa che creò una certa agitazione nella casa, soprattutto per l'effetto incredibilmente forte che sembrò produrre su Bertha — su Bertha, sempre padrona di se stessa,
mai preda delle agitazioni femminili, controllata e impassibile perfino nell'odio. Questo qualcosa fu l'improvvisa, grave
malattia della sua cameriera, la signora Archer. Devo menzionare, a questo punto, una circostanza che aveva colpito la
mia attenzione poco prima della venuta di Meunier; ovvero
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GEORGE ELIOT
che c'era stata come una lite tra Bertha e questa cameriera,
avvenuta, credo, durante la visita a una famiglia amica, dove
costei, data la distanza, aveva accompagnato la sua padrona.
Avevo, senza volere, udito la Archer parlare con tale odiosa
insolenza che mi era sembrato un motivo più che sufficiente
per licenziarla su due piedi. Ma invece non fu licenziata; al
contrario, Bertha sembrò sopportare in silenzio certi fastidi
provocati dalle ripicche della donna... Restai parecchio sorpreso nell'osservare che la sua malattia sembrava destare la
più grande sollecitudine in Bertha, che le rimaneva accanto
giorno e notte, non permettendo a nessun altro di sostituirla
nelle sue funzioni di infermiera.
Il nostro medico di famiglia era in vacanza, così la presenza di Meunier si rese doppiamente preziosa; egli si occupò del
caso con un interesse che mi sembrò andare molto al di là della diligenza professionale, tanto che un giorno, mentre se ne
stava in silenzio dopo averla visitata, gli chiesi:
«Si tratta di una malattia molto particolare, Meunier?».
«No», rispose lui, «è un attacco di peritonite che sarà mortale e che materialmente non si differenzia da molti altri casi
che ho già trattato. Ma ti dirò che cosa ho in mente. Vorrei
eseguire un esperimento su questa donna, se me lo permetti.
Non le potrà fare alcun male e non le recherà sofferenza, perché non tenterò nulla finché la vita sensoriale non sia del tutto
scomparsa. Voglio sperimentare gli effetti di una trasfusione
di sangue nelle arterie dopo che il cuore avrà cessato di battere da alcuni minuti. Ho già tentato l'esperimento parecchie
volte sopra animali morti per la stessa malattia con risultati
sorprendenti; ora vorrei provare su un soggetto umano. Ho
nel mio bagaglio i tubicini necessari, e il resto dell'apparecchiatura potrebbe venir preparato con facilità. Userei il mio
stesso sangue, prelevandolo dal braccio. La donna non passerà la notte, ne sono certo, e vorrei che mi promettessi la tua
assistenza per questo esperimento. Non è possibile portarlo a
termine senza un aiuto e non mi sembra il caso di cercare un
assistente tra i vostri medici di provincia: potrebbero diffondere una versione distorta e assurda di tutta la cosa.»
«Hai parlato a mia moglie di questa idea?», dissi. «Mi
sembra particolarmente interessata a questa donna; era la
sua cameriera favorita.»
IL VELO DISSOLTO
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«Per la verità», rispose Meunier, «vorrei che non ne sapesse nulla. Le donne creano sempre difficoltà insormontabili in
cose di questo genere, e poi la vista degli effetti prodotti sul
presunto cadavere potrebbero essere impressionanti... Noi
due aspetteremo insieme, tenendoci pronti. Quando appariranno certi sintomi io ti chiamerò nella stanza, e al momento
giusto faremo in modo di allontanare di lì tutti gli altri.»
Non occorre che riferisca il resto della nostra conversazione su questo argomento: entrò nei minimi particolari, vincendo il mio ribrezzo, riuscendo a suscitare in me un misto di meraviglia e di curiosità per i possibili risultati di quell'esperimento.
Preparammo tutto il necessario e mi istruì su quello che
avrei dovuto fare in qualità di suo assistente. Non aveva detto
nulla a Bertha circa la sua assoluta convinzione che la Archer
non sarebbe giunta al mattino, e cercò di persuaderla a lasciare la malata e prendersi una notte di riposo. Ma Bertha era
ostinata: sospettava che la fine era ormai prossima e credeva
che noi volessimo soltanto risparmiare i suoi nervi. Rifiutò di
lasciare la stanza della malata. Meunier e io ci tenemmo
pronti nella biblioteca, lui recandosi di frequente di sopra e
tornandone sempre con la notizia che il caso stava assumendo esattamente la piega prevista. A un certo punto mi chiese:
«Puoi immaginare quali motivi di rancore possa avere
quella donna verso la sua padrona che le è così affezionata? ».
«Credo vi sia stato un dissapore tra loro prima della malattia... Ma perché me lo chiedi?»
«Perché nelle ultime cinque o sei ore ho notato — dal momento, credo, in cui ha perso ogni speranza di salvarsi — che
sembra esservi in lei come uno strano impulso a dire qualcosa
che il dolore e la debolezza le impediscono di dire... e ha uno
sguardo carico di odio negli occhi che volge di continuo verso
la sua padrona. Spesso in questa malattia la mente rimane
singolarmente lucida fino all'ultimo.»
«Non mi sorprende che vi siano in lei sentimenti malevoli»,
risposi. «È una donna che mi ha sempre ispirato diffidenza e
disgusto; ma era riuscita a conquistarsi il favore della sua padrona.» A questa risposta tacque e rimase a fissare il fuoco
con aria assorta, finché non andò nuovamente di sopra. Re-
62
GEORGE ELIOT
stò assente più a lungo del solito, e quando riscese mi disse
con calma:
«Vieni, è il momento».
Lo seguii nella stanza dove aleggiava la morte. Entrando,
le cortine scure del grande letto formavano uno sfondo che
metteva in forte risalto il pallore del viso di Bertha. Vedendomi, ebbe uno scatto d'insofferenza, poi fissò su Meunier uno
sguardo indagatore e pieno di collera; ma egli alzò una mano
come a imporre il silenzio mentre scrutava la donna morente
e le sentiva il polso: quel volto era ormai livido, spettrale, coperto di sudore freddo, e le palpebre abbassate nascondevano i grandi occhi scuri. Dopo un minuto o due, Meunier si
spostò all'altro capo del letto, verso Bertha, e con il suo tono
abituale di elegante cortesia la pregò di lasciare la paziente alle nostre cure — sarebbe stato fatto tutto il possibile — la malata non era più in condizioni di rendersi conto della sua presenza affettuosa. Bertha esitava, in apparenza quasi desiderosa di credere alle sue assicurazioni e di obbedire. Guardò il
volto spettrale della moribonda come a volervi leggere una
conferma di quanto le veniva detto, quando, per un istante,
le palpebre abbassate si sollevarono di nuovo e parve che quegli occhi senza espressione guardassero verso di lei. Un brivido attraversò le ossa di Bertha, che si rimise al capezzale con
la tacita implicazione che non avrebbe abbandonato la stanza.
Le palpebre non si sollevarono più. Guardai Bertha mentre
spiava il volto della morente. Indossava un ricco pegnoir e i
suoi capelli biondi erano in parte raccolti sotto una cuffia di
merletto... nel suo abbigliamento era, come sempre, una
donna elegante, degna di figurare in un dipinto della moderna vita aristocratica: ma mi domandai come aveva potuto
quel viso sembrarmi il viso di una donna nata da un'altra
donna, con ricordi d'infanzia, capace di dolore, desideroso
di tenerezza... I suoi tratti in quel momento apparivano taglienti in modo disumano, gli occhi erano così duri e febbrili... sembrava una crudele divinità che trovasse il suo godimento spirituale davanti all'agonia di una mortale. Quei lineamenti così tesi vennero attraversati, quando l'ultimo respiro fu esalato, come da un lampo, e tutti sentimmo che il
velo nero era definitivamente calato. Quale segreto esisteva
IL VELO DISSOLTO
63
tra Bertha e quella donna? Distolsi lo sguardo da lei, nell'orribile timore che la mia veggenza potesse tornare, e fossi così
obbligato a vedere quello che si era creato tra i cuori delle due
donne. Sentii che Bertha aveva atteso il momento della morte
come il suggello del suo segreto: ringraziai il cielo che restasse
sempre suggellato anche per me.
Meunier disse piano: «Se n'è andata». Poi offrì il braccio a
Bertha, che stavolta accettò di venire portata fuori.
Due domestiche, credo per ordine suo, entrarono nella
stanza a dare il cambio a quella più giovane che era rimasta
presente fino a quel momento. Quando entrarono Meunier
aveva già aperto l'arteria del collo lungo e sottile che giaceva
rigido sul cuscino; le mandai via, con l'ordine di restarsene
lontano finché non le avessimo chiamate di nuovo: il medico,
spiegai, doveva tentare un'operazione per assicurarsi in pieno del decesso. Durante i venti minuti che seguirono dimenticai tutto, salvo Meunier e l'esperimento in cui era assorbito al
punto da farmi credere che i suoi sensi sarebbero risultati impenetrabili a tutti i suoni o le immagini che non fossero in relazione con quel suo lavoro. Fu mio compito, all'inizio, attivare la respirazione artificiale nel corpo dopo che era stata effettuata la trasfusione, ma poi Meunier mi diede il cambio, e
potei vedere il lento, stupefacente ritorno alla vita... il petto
cominciò a sollevarsi, le inspirazioni si fecero più forti, le palpebre tremarono e l'anima sembrò essere tornata dietro di loro... La respirazione artificiale fu interrotta, ma il petto continuò a sollevarsi ritmicamente, e le labbra si mossero.
Proprio allora udii la maniglia della porta girare: forse
Bertha era stata avvertita dalle donne che avevamo mandato
via: probabilmente una qualche vaga paura si era impadronita di lei, perché entrò con espressione allarmata... Avanzò
verso i piedi del letto e lanciò un grido soffocato.
Gli occhi della morta erano aperti, e si fissarono nei suoi
con piena consapevolezza — la consapevolezza dell'odio.
Con un improvviso, supremo sforzo, la mano che Bertha
aveva creduto immobile per sempre si puntò contro di lei, e il
volto disfatto si mosse. La voce strozzata, affannosa disse:
«Tu vuoi avvelenare tuo marito... il veleno è nello stipo nero... io te l'ho procurato... hai riso di me, hai raccontato
64
GEORGE ELIOT
menzogne alle mie spalle, facendomi odiare... perché eri gelosa... te ne penti ora?...».
Le labbra continuarono a mormorare, ma i suoni si fecero
indistinti. Poi ogni suono cessò — rimase solo un leggero movimento: la fiamma si era alzata rapida, e ancor più rapida
andava spegnendosi. Le corde del cuore di quella disgraziata
avevano reagito all'odio e alla vendetta; lo spirito della vita le
aveva sfiorate per un istante, poi era svanito di nuovo, per
sempre. Gran Dio! Significa questo, dunque, tornare alla vita... risvegliarsi con tutta la nostra sete insoddisfatta, con le
maledizioni non pronunciate che ci salgono alle labbra, con i
nostri muscoli tesi a completare i peccati incompiuti?
Bertha, pallida, rimase ai piedi del letto, tremante e inerme, senza speranza di salvezza, come un astuto animale la cui
tana sia ormai circondata dalle fiamme dirompenti. Anche
Meunier sembrava paralizzato; per lui, in quel momento, la
vita non fu solo un problema scientifico. Quanto a me, questa scena mi sembrò accordarsi con tutto il resto della mia esistenza: l'orrore mi era familiare, e questa nuova rivelazione
era soltanto il diverso ritorno di un antico dolore.
Da allora Bertha e io abbiamo vissuto separati — lei nelle
sue proprietà, padrona di metà delle nostre ricchezze, io viaggiando per paesi stranieri, fino a questo rifugio nel Devonshire, dove sono venuto a morire. Bertha vive nella pietà e nell'ammirazione di tutti... Cosa mai potevo fare contro una
donna così affascinante con cui chiunque, eccetto me, avrebbe potuto essere felice? Non c'era stato alcun testimone a
quella scena nella stanza della moribonda, eccetto Meunier,
le cui labbra, come mi aveva promesso sarebbero rimaste serrate per sempre.
Una volta o due, stanco di vagare, mi sono fermato in
qualche angolo a me caro e il mio cuore si è aperto agli uomini, alle donne, ai bimbi i cui volti cominciavano a divenirmi
familiari; ma poi fuggivo via di nuovo, con terrore, al ricomparire della mia solita facoltà di veggenza — fuggivo lontano, per vivere di continuo con quell'unica Presenza Ignota rivelata e occultata al tempo stesso dalla mobile cortina della
terra e del cielo. Infine, l'ultima malattia si è impadronita di
me e mi ha costretto a vivere qui — mi ha costretto a vivere dipendendo dai miei domestici. E allora la maledizione della
IL VELO DISSOLTO
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mia veggenza — della mia doppia coscienza è ritornata ancora, per non lasciarmi mai più. Conosco tutti i loro meschini
pensieri, la loro scarsa considerazione, la loro stanca pietà.
È il 20 settembre 1850. Conosco questi numeri che ho appena scritto, come un epitaffio da lungo tempo familiare. Li
ho visti innumerevoli volte sopra questa pagina, qui, sul mio
scrittoio, quando mi si è aperta davanti la scena della mia
agonia di moribondo.
ELIZABETH C. GASKELL
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
Come sapete, bambini miei, vostra madre era orfana e figlia unica. Avrete anche sentito dire che vostro nonno era un
uomo di chiesa sù nel Westmoreland, dove io sono nata. Io
ero soltanto una ragazzina, e frequentavo la scuola del villaggio, quando un giorno vostra nonna venne a chiedere alla direttrice se c'era qualche alunna disposta a fare la bambinaia.
Mi sentii molto orgogliosa, ve lo posso garantire, quando la
direttrice fece il mio nome e mi descrisse come una ragazza
forte, onesta e brava a cucire; disse che i miei genitori erano
persone molto rispettabili, anche se erano poveri. Pensai che
nulla mi sarebbe piaciuto di più che servire presso quella giovane, graziosa signora, che arrossiva violentemente, come
capitava a me, quando parlava del bambino che stava per nascere, e di quello che avrei dovuto fare per prendermi cura di
lui. Ma vedo che questa parte della mia storia non vi interessa
molto, e che aspettate invece con ansia che io arrivi a parlare
di quel che accadde dopo: ci arriverò subito, non temete. Fui
dunque assunta e mi trasferii nella parrocchia, prima che la
signorina Rosamond (la bambina che venne al mondo allora,
e che adesso è vostra madre) nascesse. Per essere sincera, io
avevo ben poco da fare quando lei arrivò, perché sua madre
non la lasciava mai, e dormiva con lei persino la notte. Io mi
sentivo molto orgogliosa quando, ogni tanto, la signora si fidava a lasciarmela.
Non ci fu mai, e non credo vi sarà neppure in futuro, una
creatura come lei, sebbene voi tutti, a vostra volta, siate stati
piuttosto belli. Ma quanto a dolcezza e grazia nessuno di voi
ha potuto esser pari a vostra madre, che assomigliava in tutto
a vostra nonna, che aveva nel sangue il carattere di una vera
signora; era la nipote di Lord Furnivall del Northumberland.
Credo non avesse né fratelli né sorelle, ed era cresciuta nella
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ELIZABETH C. GASKELL
famiglia del mio padrone, fino a quando non sposò vostro
nonno, che era solo un curato, figlio di un negoziante del
Carlisle — comunque era un uomo bello e intelligente — il
quale si dedicava instancabilmente alla sua parrocchia, che
era molto vasta e si estendeva fino ad oltre Westmoreland
Fells. Quando vostra madre, la piccola signorina Rosamond,
aveva quattro o cinque anni, i suoi genitori morirono a distanza di due settimane l'uno dall'altro. Ah, che tristi tempi
furono! La mia graziosa e giovane signora ed io ci stavamo
preparando all'arrivo di un altro bambino, quando il mio padrone tornò a casa un giorno da una delle sue lunghe cavalcate, esausto e fradicio, e s'ammalò della febbre di cui poi morì;
lei non si riprese più da quel colpo; ma visse quanto bastò per
vedere, prima di esalare l'ultimo respiro, il suo bambino che
le veniva poggiato sul petto, morto. La mia padrona, dal suo
letto di morte, mi aveva pregato di non abbandonare mai la
signorina Rosamond; ma anche se non m'avesse detto nulla,
avrei seguito la piccola fino in capo al mondo.
Subito dopo, ancora prima che i nostri singhiozzi si fossero
spenti, giunsero gli esecutori testamentari e i tutori, a sistemare gli affari. Erano il cugino della mia povera signora,
Lord Furnivall, e il signor Esthwaithe, un negoziante di Manchester, fratello del padrone. Non era ancora ricco come divenne poi, e aveva una famiglia molto numerosa. Bene! Non
so se fu una loro decisione, o se dipese da una lettera che la
mia padrona aveva scritto dal suo letto di morte a suo cugino,
il mio padrone; comunque sia, venne stabilito che la signorina Rosamond ed io dovessimo andare a stare nella residenza
dei Furnivall, nel Northumberland. Il mio padrone ci fece capire che era stato desiderio della madre che la bimba vivesse
con la famiglia, cosa cui non aveva nulla da obbiettare, perché una persona o due in più non avrebbero fatto differenza
in una casa tanto grande. Così, sebbene non fosse questo il
modo in cui avrei voluto fosse considerato l'arrivo della mia
beniamina — che, graziosa e bella com'era, avrebbe dovuto
essere salutata come un raggio di sole da qualunque famiglia,
per quanto numerosa fosse — provai un certo compiacimento, perché tutta la gente di Dale avrebbe sgranato tanto d'occhi alla notizia che io sarei diventata la cameriera della giova-
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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ne signora nella residenza di Lord Furnivall, Furnivall Manor.
Ma sbagliavo quando credevo che saremmo andate a vivere con il padrone. Scoprii che la famiglia aveva lasciato Furnivall Manor da cinquant'anni o più. Non riuscii a sapere se
la mia povera signora vi era mai stata, anche se era cresciuta
presso la famiglia; e io me ne rattristai, perché mi sarebbe
piaciuto che la signorina Rosamond trascorresse la sua giovinezza negli stessi luoghi in cui era cresciuta sua madre.
Gli uomini del mio padrone, a cui, quando ne ebbi l'ardire,
feci molte domande, mi dissero che la Manor House si trovava ai piedi di Cumberland Fells, e che era un posto molto
grande. Vi abitava una Furnivall, prozia del mio padrone,
con intorno a sé solo pochi servitori; era un posto davvero
molto salubre ed il Lord pensava che per alcuni anni sarebbe
stato molto indicato per la signorina Rosamond, che con la
sua presenza avrebbe rallegrato la vecchia zia.
Mi fu ordinato dal Lord di avere pronto per un certo giorno il bagaglio della signorina Rosamond. Il Lord era un uomo austero e orgoglioso, così com'era fama di tutti i Furnivall; non pronunciava mai una parola più del necessario. Si
diceva che avesse molto amato la mia povera padrona; ma
lei, poiché sapeva che il padre di lui si sarebbe opposto, non
lo aveva mai assecondato, e aveva sposato invece il signor
Esthwaithe. Io so ben poco di queste cose; comunque il Lord
non si sposò mai. Ma non si curò mai granché della signorina
Rosamond, come io mi aspettavo avrebbe dovuto fare, se
avesse davvero amato la madre ora morta. Mandò insieme a
noi a Manor House un uomo di sua fiducia, dicendogli di tornare da lui a Newcastle quella sera stessa; così questi non ebbe molto tempo, prima di liberarsi anche lui di noi, di presentarci a tutti gli estranei. Di modo che noi due, povere creature
(io non avevo ancora diciotto anni) fummo lasciate sole nella
vecchia, grande Manor House.
Mi sembra solo ieri quando arrivammo in carrozza. Avevamo lasciato molto presto la nostra vecchia cara dimora, ed
entrambe avevamo pianto, fin quasi a spezzarci il cuore, sebbene stessimo viaggiando nella carrozza del Lord, di cui una
volta pensavo tanto bene. Era il tardo pomeriggio di un giorno di settembre, quando ci fermammo a cambiare i cavalli
72
ELIZABETH C. GASKELL
per l'ultima volta in una piccola città piena di carbonai e di
minatori. La signorina Rosamond si era addormentata, ma il
signor Henry mi disse di svegliarla, in modo che potesse vedere il parco e Manor House quando vi fossimo arrivati. Pensai
ch'era un peccato, ma feci come aveva detto, per timore che
poi si lamentasse di me con Lord Furnivall. Non si vedeva più
traccia né di città né di villaggi, e ci accorgemmo di stare passando un cancello che si apriva su di un parco vasto e selvaggio — non come i parchi del nord; si sentiva il rumore dell'acqua che scorreva, c'erano rocce, acacie nodose e vecchie
querce, tutte scortecciate per l'età.
La strada continuò in salita per circa due miglia, poi vedemmo una grande, maestosa casa, con molti alberi intorno,
tanto vicini che in alcuni punti i loro rami frustavano le mura
quando il vento soffiava. Alcuni, enormi, giacevano a terra
spezzati; non sembrava che ci fosse chi si prendesse cura del
posto, ammassando la legna o tenendo puliti i viali ricoperti
di muschio. Solo di fronte alla casa tutto era in ordine. Sul
grande viale non c'era un'erbaccia; e nessun albero, o pianta
rampicante, ingombrava il muro della facciata, su cui si aprivano molte finestre. Ad entrambi i lati della casa c'era un'ala
sporgente, ognuna delle quali era la parte terminale di altre
estensioni laterali; la casa, sebbene apparisse così desolata,
era addirittura più grande di quanto mi sarei aspettata. Dietro di essa si alzava la collina rocciosa, che sembrava spoglia e
non recintata. Sul lato sinistro della casa, guardandola di
fronte, c'era un piccolo giardino di foggia antica, come scoprii più tardi. Una porta si apriva su di esso dalla facciata
ovest: era stato ricavato da un folto, buio boschetto, per iniziativa di qualche vecchia Lady; ma i rami degli alberi della
foresta erano cresciuti e gettavano di nuovo la loro ombra su
di esso, e vi erano rimasti ormai ben pochi fiori.
Arrivammo con la carrozza fino al grande ingresso principale ed entrammo nel salone; pensai che avremmo potuto
sperderci, tanto era largo e grandioso. Un candeliere di bronzo pendeva dal centro del soffitto; ed io, che non ne avevo
mai visto uno, lo guardai affascinata. A una estremità della
sala c'era un grande camino, largo quanto un lato delle case
del mio paese, con alari e enormi molle per la legna; accanto a
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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esso erano dei pesanti sofà di stile antico. Dalla parte opposta
della sala, a sinistra entrando — sul lato ovest — vi era un organo, costruito dentro la parete, e tanto largo da occuparne
una gran parte. Dietro, sullo stesso lato, c'era una porta; dall'altra parte, da ogni lato del camino, vi erano altre porte che
conducevano all'ala est. Per tutto il tempo che fui in quella
casa non vi andai mai, quindi non posso dirvi cosa ci fosse.
Il pomeriggio stava finendo, e la sala, dato che il fuoco non
era stato acceso, appariva buia e tetra; ma noi non vi restammo per molto. Il vecchio servitore che ci aveva aperto il portone si inchinò al signor Henry e ci condusse, attraverso la
porta che si apriva dalla parte opposta dell'enorme organo,
attraverso molte stanze più piccole ed un corridoio, nel salotto ovest dove, egli disse, si trovava la signorina Furnivall. La
povera piccola signorina Rosamond si teneva stretta a me,
impaurita, come se si sentisse sperduta in quel posto tanto
grande; ma anch'io, per parte mia, non mi sentivo molto meglio di lei. Il salotto ad ovest aveva un aspetto molto allegro;
c'era un bel fuoco, ed era arredato con una quantità di bei
mobili di legno. La signorina Furnivall era una donna non
lontana dall'ottantina, probabilmente, ma non ne sono sicura. Era alta e magra e aveva un volto tutto pieno di rughe che
sembravano tracciate con la punta di un ago. I suoi occhi erano molto vigili: per compensare, suppongo, la totale sordità,
che la costringeva a usare una cornetta.
Seduta accanto a lei, intenta a lavorare sullo stesso grande
arazzo, c'era la signora Stark, sua cameriera e amica, che
aveva quasi la stessa età. Aveva vissuto con la signorina Furnivall fin da quando erano entrambe giovani, e ora sembrava
più un'amica che una domestica; era estremamente fredda,
grigia e dura — come se non avesse mai amato, o non si fosse
mai presa cura di nessuno. Non credo, in realtà, che avesse
mai amato altri che la sua padrona che, per via della sua grave
sordità, lei trattava spesso come se fosse stata una bambina.
Il signor Henry fece alcune comunicazioni da parte di Lord
Furnivall, poi fece un cenno di saluto a tutti noi — senza neppure accorgersi della mano che la mia piccola, dolce signorina Rosamond gli tendeva — e ci lasciò là, in piedi, sotto gli
sguardi indagatori che le due signore ci lanciavano attraverso
gli occhiali.
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ELIZABETH C. GASKELL
Fui molto sollevata quando chiamarono il vecchio cameriere che ci aveva introdotto e gli dissero di condurci alle nostre stanze. Così uscimmo dal grande salotto, per entrare in
un'altra camera di soggiorno e, passata questa, andammo su
per una lunga rampa di scale e attraversammo una lunga galleria — che doveva essere qualcosa di simile ad una libreria,
dal momento che c'erano libri lungo tutta una parete, e finestre con scrittoi lungo tutta l'altra — finché arrivammo alle
nostre stanze che, appresi con soddisfazione, erano proprio
sopra la cucina: avevo infatti cominciato a pensare che mi sarei perduta in quella casa terribilmente vuota. C'era una vecchia camera dei bambini, usata, molti anni prima, da tutti i
bambini della famiglia, con un bel fuoco che ardeva dietro la
grata ed il bricco che bolliva sulla fiamma, e tutto l'occorrente per il tè già pronto sul tavolo; oltre a questa stanza c'era la
camera per la notte, con un lettino a sbarre vicino al letto destinato a me. Il vecchio James chiamò Dorothy, sua moglie,
ad augurarci il benvenuto, ed entrambi furono tanto ospitali
e gentili che, poco alla volta, la signorina Rosamond e io ci
sentimmo quasi come a casa nostra; dopo il tè, ella sedette
sulle ginocchia di Dorothy, chiacchierando con tutta la scioltezza che la sua piccola lingua le consentiva.
Presto scoprii che Dorothy era del Westmoreland, e questo
ci legò molto; non avrei mai pensato di incontrare delle persone gentili come il vecchio James e sua moglie. James aveva
vissuto quasi tutta la vita preso la famiglia dei padroni, ed era
convinto che nessuno fosse nobile quanto loro. Sentiva addirittura una certa superiorità nei confronti di sua moglie, perché, fino a che l'aveva sposata, ella era vissuta nella casa di
un agricoltore. Ma era molto innamorato di lei; tanto quanto
poteva esserlo. Avevano alle loro dipendenze una ragazza,
per i lavori pesanti. Si chiamava Agnes; così lei ed io, James e
Dorothy, con la signorina Furnivall e la signora Stark, formavano la famiglia; senza scordare, naturalmente, la mia
dolce signorina Rosamond. Mi capitò spesso di domandarmi
cosa mai avessero fatto prima che arrivasse la piccola, tanto
erano presi da lei. Sia in cucina che in salotto avveniva la stessa cosa. La dura, triste signorina Furnivall e la impassibile signora Stark sembravano rianimarsi quando lei arrivava, saltellando come un uccellino, e giocava pavoneggiandosi qua e
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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là, con un continuo, delizioso cinguettio di felicità. Sono sicura che le due anziane signore ci dovettero rimanere male
molte volte, vedendola scomparire in cucina, anche se erano
troppo orgogliose per chiederle di fermarsi con loro. Si stupivano dei suoi gusti; per quanto, come diceva la signora Stark,
non c'era di che meravigliarsi, se si pensava da quale famiglia
proveniva suo padre!
La vecchia residenza era un posto straordinario per la piccola signorina Rosamond. Compì esplorazioni tutt'intorno,
con me sempre dietro di lei; andò dappertutto, tranne che
nell'ala est, che era sempre chiusa, e in cui non ci venne neppure in mente di andare. Ma nella parte nord e ovest c'erano
parecchie stanze interessanti, piene di oggetti che erano delle
vere curiosità, anche se probabilmente non sarebbero state
tali per gente che avesse più esperienza del mondo. Le finestre
erano ombreggiate dai rami ondeggianti degli alberi e dall'edera che le aveva circondate; ma nella penombra riuscivamo
a distinguere vecchie brocche di porcellana, scatole d'avorio
intarsiate e grossi, pesanti libri; vecchi quadri erano disseminati un po' dappertutto.
Ricordo che una volta la mia cara bambina volle che Dorothy venisse con noi per dirci chi erano tutte quelle persone:
erano infatti ritratti di familiari, anche se Dorothy non potè
dirci i nomi di tutti loro. Eravamo state quasi in tutte le stanze, quando arrivammo al salone di rappresentanza, sopra la
sala d'ingresso; lì scoprimmo un ritratto della signorina Furnivall o, piuttosto, della signorina Grace, come veniva chiamata una volta, dato che aveva una sorella maggiore. Come
doveva essere stata bella! Aveva uno sguardo risoluto e fiero,
in cui brillava una punta di alterigia, e teneva le sopracciglia
un poco sollevate e le labbra leggermente storte, come se si
stesse chiedendo come potessimo avere l'ardire di starla a
guardare. Indossava un abito di foggia per me molto strana,
ma che doveva essere molto alla moda quando lei era giovane: un cappello di stoffa morbida, bianca, leggermente inclinato sulla fronte, con una meravigliosa serie di piume d'uccello che ne adornava un lato, e un vestito di satin blu, che si
apriva sul davanti su di un corsetto bianco trapuntato.
«È proprio vero quel che dicono», notai quando fui stanca
di guardarla. «La bellezza è davvero una cosa fugace! Chi
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ELIZABETH C. GASKELL
avrebbe potuto immaginare, a vederla adesso, che la signorina Furnivall era stata così eccezionalmente bella?»
«Sì», disse Dorothy, «la gente cambia, purtroppo. Ma se è
vero quello che il padre del mio padrone diceva sempre, la signorina Furnivall, la sorella più vecchia di Grace, era ancora
più bella. Il suo ritratto è qui, da qualche parte; ma se vuoi
che te lo mostri, non devi mai lasciarti scappare che l'hai visto, nemmeno con James. Pensi che la piccina riuscirà a tenere a freno la lingua?», mi chiese.
Io non ne ero troppo sicura, perché era una bimba molto
aperta e chiacchierona, cosicché preferii dirle di andare a nascondersi. Quando fu andata aiutai Dorothy a voltare un
grande quadro appeso con la faccia rivolta alla parete. La
donna che vi era rappresentata batteva senza dubbio, in bellezza, la signorina Grace; e credo anche nell'espressione di
sprezzante orgoglio. Avrei potuto guardarla per un'ora intera, ma Dorothy era in apprensione, e si affrettò a girarlo di
nuovo, ingiungendomi di correre a cercare la signorina Rosamond, perché vicino alla casa c'erano molti posti pericolosi
in cui non avrebbe voluto che la bambina andasse. Ero una
ragazza fiera e coraggiosa, e detti poco peso a quello che aveva detto la vecchia governante, perché a me piaceva giocare a
nascondino, come a tutti i bambini della parrocchia; ma corsi
ugualmente a cercare la mia piccola.
Man mano che l'inverno avanzava e le giornate divenivano
più brevi, qualche volta mi sembrava di udire un suono, come
se qualcuno stesse suonando il grande organo della sala d'ingresso. Non lo sentivo tutte le sere, ma sicuramente molto
spesso; di solito ciò avveniva quando stavo seduta accanto alla signorina Rosamond, dopo averla messa a letto, a tenerla
buona fino a che non s'addormentava.
Allora lo sentivo risuonare, sempre più forte, in lontananza. La prima volta, quando scesi, chiesi a Dorothy chi fosse
stato a suonare quella musica, e James disse subito, bruscamente, che ero una sciocca, se scambiavo il rumore del vento
che sibilava tra gli alberi per una musica; ma io vidi che Dorothy lo guardava molto spaventata e Bessy, la sguattera, disse qualcosa tra i denti e se ne andò in fretta. Capii che non
avevano gradito la domanda, così mi controllai fino a che
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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non mi trovai sola con Dorothy; sapevo infatti che da lei mi
sarebbe stato molto più facile sapere qualcosa.
Perciò, il giorno dopo, scelsi il momento opportuno, e le
chiesi chi fosse che suonava l'organo; dato che lo sapevo bene
che si trattava di un organo e non del vento, nonostante avessi taciuto di fronte a James. Ma Dorothy era stata preparata,
ne sono certa, e non riuscii a tirarle fuori una parola. Allora
tantai con Bessy, per quanto l'avessi sempre tenuta un po' a
distanza, perché io ero al livello di James e Dorothy, e lei era
poco più che una sguattera.
Così lei mi disse che non avrei dovuto mai, mai parlarne; e
che se lo avessi fatto non avrei mai dovuto rivelare che era
stata lei a farmi quelle confidenze. Era un suono molto strano, e lei lo aveva udito molte volte, soprattutto nelle notti
d'inverno, e prima dei temporali. La gente diceva che era il
vecchio Lord che suonava sul grande organo del salone, proprio come faceva quando era vivo; ma chi fosse il vecchio
Lord, o perché suonasse, e perché suonasse nelle tempestose
serate d'inverno in particolare, lei non avrebbe potuto né saputo dirmi.
Bene! Vi ho detto che sono coraggiosa, perciò pensai che
era piuttosto piacevole avere quella musica grandiosa che
rimbombava nella casa, chiunque fosse il suonatore; infatti a
volte si innalzava sopra le forti raffiche di vento, e gemeva ed
esultava come una creatura vivente, e poi cadeva in toni del
tutto sommessi; solo che era sempre un motivo musicale, perciò era assurdo chiamarla vento.
Pensai dapprima che potesse essere la signorina Furnivall
che suonava, all'insaputa di Bessy; ma un giorno in cui ero
nel salone da sola, aprii l'organo e sbirciai sopra ed intorno
ad esso, come avevo fatto una volta tempo addietro con l'organo di Crosthwaite Church; vidi che all'interno era completamente distrutto, sebbene sembrasse così robusto e bello.
Allora, sebbene fosse giorno pieno, cominciai a rabbrividire;
lo chiusi, corsi via velocemente verso la mia camera, e per un
certo periodo dopo questo episodio non mi piacque udire la
musica, più di quanto non piacesse a James o a Dorothy.
Nel frattempo la signorina Rosamond si faceva amare
sempre di più. Le anziane signore gradivano la sua presenza
durante il pranzo; James stava in piedi dietro la sedia della si-
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ELIZABETH C. GASKELL
gnorina Furnivall, e io dietro quella della signorina Rosamond, con gran pompa; e, dopo pranzo, ella giocava in un
angolo del grande salotto, ferma come un topolino, mentre la
signorina Furnivall dormiva, e io pranzavo in cucina. Ma le
piaceva poi venire con me nella camera dei bambini; dato
che, come diceva, la signorina Furnivall era così triste e la signora Stark così noiosa; invece lei e io eravamo sempre allegre; e, pian piano, arrivai a non far caso a quella misteriosa,
insinuante musica, che non faceva alcun danno, purché non
sapessimo da dove veniva.
L'inverno fu molto freddo. A metà ottobre cominciò il gelo e durò per molte, molte settimane. Ricordo che un giorno,
a pranzo, la signorina Furnivall sollevò i suoi occhi tristi e pesanti e disse alla signora Stark: «Temo che avremo un terribile inverno», con una strana, significativa espressione. Ma la
signora Stark finse di non udire, e parlò a voce alta di qualcos'altro. La mia piccola dama e io non ci curavamo del gelo;
non noi!
Fintanto che non pioveva ci arrampicavamo lungo le scarpate dietro la casa, e andavamo su per le creste rocciose che
erano esposte al vento e piuttosto brulle, e lì facevamo gare di
corsa nell'aria fresca e tagliente; una volta scendemmo per un
nuovo sentiero che ci portò oltre i due vecchi, nodosi alberi di
agrifoglio che crescevano a metà strada lungo il lato orientale
della casa.
Ma i giorni si facevano sempre più corti; e il vecchio Lord
— se era lui — suonava con sempre più tormento sul grande
organo. Una domenica pomeriggio, deve essere stato verso la
fine di novembre, chiesi a Dorothy di prendersi cura della
piccola quando usciva dal salotto, dopo che la signorina Furnivall aveva fatto il suo sonnellino; perché era troppo freddo
per portarla con me in chiesa, e tuttavia io volevo andarvi.
Dorothy promise di farlo; era così affezionata alla piccola
che tutto sembrava filare a meraviglia. Bessy e io uscimmo in
fretta, sebbene il cielo gravasse pesante e scuro sopra la terra
bianca, quasi che la notte non si fosse diradata del tutto; e l'aria, anche se immobile, era aspra e pungente.
«Avremo una nevicata», mi disse Bessy. E infatti, già mentre eravamo in chiesa, la neve cominciò a venire giù fitta, a
grandi fiocchi, così fitta che quasi oscurava le finestre. Smise
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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di nevicare prima che uscissimo, ma c'era uno strato soffice e
spesso sotto i nostri piedi mentre arrancavamo verso casa.
Prima che raggiungessimo il salone spuntò la luna e credo che
ci fosse più luce, grazie alla luna o alla neve bianca e abbagliante, di quando eravamo andate in chiesa, tra le due o le
tre. Non vi ho detto che la signorina Furnivall e la signora
Stark non andavano mai in chiesa; esse erano solite leggere le
preghiere insieme, in un loro quieto, malinconico modo;
sembrava che per loro la domenica fosse molto lunga, con il
lavoro di ricamo che le teneva occupate.
Perciò quando andai da Dorothy in cucina, per prendere la
signorina Rosamond e portarla di sopra con me, non mi meravigliai quando la vecchia mi disse che le signore avevano tenuto la piccola con loro, e che non era mai andata in cucina,
come io le avevo ordinato di fare quando fosse stata stanca di
stare in salotto. Perciò presi le mie cose e andai a cercarla, per
portarla a cena nella sua cameretta. Ma quando entrai nel salotto vi trovai sedute le due anziane signore che, molto quiete
e tranquille, si scambiavano di tanto in tanto qualche parola
come se non ci fosse mai stata vicino a loro la luce dell'allegria della signorina Rosamond. Pensai che forse si era nascosta — era uno dei suoi giochi favoriti — e le aveva convinte a
fingere di non saper nulla; perciò andai in silenzio a sbirciare
dietro il divano, e dietro la sedia, facendo credere di essere seriamente spaventata nel non trovarla.
«Cosa c'è, Hester?», chiese la signora Stark vivacemente.
Non so se la signorina Furnivall si era accorta di me, poiché,
come vi ho detto, era molto sorda, e continuò a sedere, ferma, fissando gravemente il fuoco, con la sua faccia inespressiva. «Sto solo cercando la mia piccola Rosy-Posy», risposi,
ancora pensando che la bimba fosse lì, vicino a me, sebbene
non potessi vederla.
«La signorina Rosamond non è qui», disse la signora
Stark. «Se ne è andata più di un'ora fa a cercare Dorothy». Si
voltò anche lei e continuò a guardare il fuoco.
A questo punto ebbi un tuffo al cuore, e desiderai di non
aver mai lasciato la mia piccola.
Ritornai da Dorothy e glielo dissi. James era uscito per tutta la giornata; così lei, io e Bessy prendemmo dei lumi e salimmo prima nella camera della bambina, poi girammo per la
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ELIZABETH C. GASKELL
grande casa, chiamando e supplicando la signorina Rosamond di venir fuori dal suo nascondiglio e di non spaventarci
a morte in quel modo. Ma non ci fu risposta; nulla.
«Oh!», dissi alla fine. «Può essere andata a nascondersi
nell'ala est!».
Ma Dorothy disse che non era possibile; che lei stessa non
ci era mai stata, perché le porte erano sempre chiuse, e a
quanto le risultava solo l'amministratore del padrone ne aveva le chiavi. Comunque, né lei né James le avevano mai viste.
Allora dissi che sarei tornata a vedere se, dopo tutto, non fosse nascosta in salotto, all'insaputa delle due signore; e dissi
che se l'avessi trovata lì l'avrei frustata ben bene, per la paura
che mi aveva fatto prendere; ma certo non intendevo farlo
davvero.
Dunque, ritornai nel salotto a ovest, e dissi alla signora
Stark che non riuscivamo a trovarla da nessuna parte, e chiesi
il permesso di cercare dietro ai mobili, poiché pensavo che si
poteva essere addormentata al caldo in qualche angolo nascosto; ma no! Cercammo dappertutto. La signorina Furnivall si alzò e guardò, tremando, in tutti gli angoli, ma la piccola non c'era; poi uscimmo di nuovo, tutti quelli della casa,
e cercammo in tutti i posti dove avevamo cercato prima, ma
non la trovammo. La signorina Furnivall rabbrividiva e tremava tanto che la signora Stark la ricondusse al caldo in salotto; ma non prima di avermi fatto promettere che l'avrei
portata da loro, quando fosse stata ritrovata.
Ohimè! Cominciavo a pensare che non sarebbe mai stata
ritrovata, quando mi venne in mente di guardare fuori nel
grande cortile antistante, tutto coperto di neve.
Ero di sopra quando guardai giù; ma c'era una luna così luminosa che riuscii a vedere chiaramente due piccole impronte, che sembravano partire dalla porta d'ingresso e girare
l'angolo dell'ala orientale.
Non so come mi precipitai giù, ma aprii con furia il grande,
pesante, portone; mi tirai la veste sulla testa a mo' di mantello e corsi fuori. Girai l'angolo; ma mi trovai in una zona completamente buia; quando però ritornai nella luce della luna,
ritrovai le piccole impronte che salivano — salivano verso le
rocce. Faceva molto freddo; così freddo che l'aria quasi mi
strappava le pelle dal viso mentre correvo; ma continuai a
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correre, piangendo al pensiero di come la mia povera piccina
doveva essere stanca e spaventata. Ero in vista degli alberi di
agrifoglio quando scorsi un pastore che scendeva per la collina, portando qualcosa tra le braccia, avvolto in una coperta.
Egli mi gridò qualcosa, e mi chiese se avevo smarrito una
bambina; e, poiché non potevo rispondere per il pianto, egli
protese verso di me il suo fardello ed io vidi la mia dolce piecolina che giaceva immobile, bianca e rigida, tra le sue braccia, come se fosse stata morta.
Il pastore mi raccontò di essere andato sulle rocce per radunare il suo gregge, prima che scendesse il freddo intenso della
notte, e che sotto gli alberi di agrifoglio (macchie nere sul
profilo della collina, dove per miglia attorno non c'erano cespugli) aveva trovato la mia bimba, il mio agnello, la mia regina, la mia dolcezza; rigida e fredda, nel terribile intorpidimento causato dal congelamento.
Oh, la gioia, e le lacrime, nel riaverla tra le braccia! Non
gliela lasciai portare; ma la presi in braccio, coperta e tutto, e
mentre me la tenevo stretta al cuore, al caldo, sentii la vita che
lentamente ritornava in quel piccolo tenero corpo. Ma non si
era ancora riavuta quando arrivammo all'ingresso; e io non
avevo più fiato per parlare. Entrammo attraverso la porta
della cucina.
«Portate il braciere», dissi; la trasportai di sopra, e cominciai a spogliarla vicino al fuoco, che Bessy aveva alimentato.
Chiamai la mia creatura con tutti i dolci, teneri nomi che mi
venivano in mente — mentre i miei occhi erano accecati dalle
lacrime; e finalmente, oh! alla fine aprì i suoi occhioni blu.
Allora la misi nel suo caldo lettino e spedii Dorothy al piano
di sotto a dire alla signorina Furnivall che andava tutto bene;
decisi di sedere al suo capezzale per quella lunghissima notte.
Ella si addormentò dolcemente appena la sua testolina ebbe
toccato il cuscino, e io la vegliai fino all'alba, quando si risvegliò tutta radiosa — così io subito pensai — e, miei cari, così
penso anche ora.
Mi disse che aveva pensato di andare da Dorothy, perché
tutte e due le vecchie signore si erano addormentate, e si annoiava in salotto; e poi che mentre attraversava l'anticamera
aveva visto la neve cadere soffice e fitta, attraverso l'alta finestra. La voleva vedere poggiarsi, candida e bella, sul terre-
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ELIZABETH C. GASKELL
no; perciò si era avviata verso il grande ingresso; e allora, andando alla finestra, l'aveva vista posarsi, luminosa e soffice,
sul viale; ma, mentre stava lì, aveva visto una bambina, più
piccola di lei, «ma così graziosa», come disse la mia piccina;
«e questa bambina mi invitò a uscire; era così graziosa e così
dolce, che non potei far altro che andare». E allora quest'altra bimba l'aveva presa per mano, e l'una accanto all'altra,
erano andate oltre l'angolo est.
«Siete una bambina impertinente e raccontate bugie», dissi, «che cosa direbbe la vostra dolce mamma, che è in cielo, e
che non ha mai detto una bugia in vita sua, alla sua piccola
Rosamond, se la sentisse — e io credo che la senta — dire le
bugie?»
«Veramente, Hester!», singhiozzò la mia piccina, «Ti sto
dicendo la verità. Davvero!»
«Non dite così!», risposi con severità. «Vi ho rintracciata
grazie alle impronte sulla neve; si vedevano solo le vostre; se
ci fosse stata un'altra bambina che saliva, dandovi la mano,
sù per la collina, non credete che avrebbe lasciato le sue impronte accanto alle vostre?»
«Non posso farci niente, cara, cara Hester», ella disse, in
lacrime, «se non le ha lasciate. Non le ho mai guardato i piedi, ma con la sua piccola mano teneva stretta la mia, ed era
una mano freddissima. Mi ha portato sul sentiero delle rocce,
verso gli alberi di agrifoglio; e lì ho visto una signora che
piangeva e singhiozzava; ma quando mi ha vista, ha smesso
di piangere e mi ha rivolto un sorriso pieno di orgoglio e di dignità; mi ha preso sulle ginocchia e ha cominciato a cullarmi
per farmi addormentare; è tutto qui, Hester — ma è la verità,
e la mia cara mamma lo sa», disse piangendo. Allora pensai
che la bambina stesse delirando, così finsi di crederle quando
raccontò la sua storia di nuovo, e poi di nuovo ancora, sempre nello stesso modo. Alla fine Dorothy bussò alla porta con
la colazione della signorina Rosamond; mi disse che le due signore erano già nella sala da pranzo, e che mi volevano parlare. Tutte e due erano state nella camera della bambina la sera
precedente, ma la signorina Rosamond si era già addormentata; perciò l'avevano solo guardata senza rivolgermi alcuna
domanda.
«Adesso sentirò!», pensai tra me e me, mentre camminavo
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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lungo la galleria nord. «Eppure», ripresi coraggio, «era proprio a loro che l'avevo affidata; ed è colpa loro se ha potuto
uscire inosservata.» Perciò entrai con sicurezza e raccontai
ciò che avevo da raccontare. Parlai con la signorina Furnivall, gridandole dritto nell'orecchio; ma quando nominai la
piccola bimba nella neve che con le sue moine l'aveva invitata
a uscire e l'aveva condotta verso una nobile e bella signora
sotto l'albero di agrifoglio, ella gettò le braccia al cielo — due
vecchie braccia avvizzite — e gridò forte: «Oh, Cielo, perdono. Abbi pietà!».
La signora Stark la afferrò; piuttosto bruscamente, mi
parve; ma ella era fuori di sé e la signora Stark mi indirizzò
una specie di pauroso ammonimento: «Hester, tenetela lontana da quella bambina! La porterà alla rovina! Quella perfida creatura! Ditele che quella è una bambina malvagia! ». Poi
la signora Stark mi spinse in fretta fuori della stanza; dove, in
verità, io fui molto felice di andare; ma la signorina Furnivall
continuò a gridare: «Oh! abbi pietà! Non potrai mai perdonare? Sono passati tanti anni...».
Rimasi piuttosto sconvolta. Non osai più lasciare la signorina Rosamond, né di giorno né di notte, per il timore che mi
sfuggisse di nuovo, spinta da qualche fantasticheria; o ancor
più perché temevo di aver scoperto che la signorina Furnivall
era pazza, per lo strano modo in cui la trattavano; temevo che
qualcosa di simile (che poteva essere ereditario, voi capite)
potesse minacciare la mia cara bambina. Il tremendo gelo
non passava mai; e ogni volta che c'era una notte più tempestosa del solito, tra le raffiche e il rumore del vento, udivamo
il vecchio Lord suonare sul grande organo.
Ma, fosse o non fosse il vecchio Lord, dovunque la signorina Rosamond andasse, io la seguivo; poiché il mio amore per
lei, dolce orfana indifesa, era più forte della paura per quel
solenne, terribile suono. Tra l'altro, spettava a me tenerla serena e allegra, come si conveniva alla sua età. Perciò giocavamo insieme, e giravamo un po' dappertutto; io non osavo
perderla di vista una seconda volta in quella casa così vasta e
piena di angoli sconosciuti. Così accadde che un pomeriggio,
poco prima di Natale, stavamo giocando insieme sul tavolo
da biliardo nel grande salone (non che ne fossimo capaci, ma
le piaceva far rotolare le lisce palle di avorio con le sue mani-
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ELIZABETH C. GASKELL
ne, e a me piaceva assecondarla); gradatamente, senza che ce
ne accorgessimo, nel salone si fece buio, sebbene fuori ci fosse ancora luce, e io stavo pensando di portarla in camera,
quando all'improvviso, lei gridò: «Guarda, Hester! C'è la
mia povera bambina fuori nella neve!».
Mi girai verso le finestre, lunghe e strette, e lì vidi davvero
una bambina più piccola di Miss Rosamond — vestiva in modo inadeguato all'aria gelida di una simile notte — che piangeva, e picchiava contro i vetri della finestra, come per chiedere di entrare.
Sembrava che singhiozzasse e gemesse, tanto che la signorina Rosamond non riuscì a sopportarne la vista, e già correva verso la porta per aprirla, quando, tutt'un tratto, vicinissimo a noi, il grande organo tuonò così forte e rimbombante,
che mi fece tremare; e per di più, mi venne allora in mente
che, anche nel silenzio di quel terribile gelo, non avevo udito
il suono delle piccole mani che battevano sul vetro della finestra, sebbene la Bimba Fantasma avesse apparentemente usato tutta la sua energia; e, sebbene l'avessi vista gemere e piangere, non mi era giunto all'orecchio il benché minimo rumore. Non so se ricordai tutto questo proprio in quel momento;
il suono dell'organo mi aveva assordata, terrorizzandomi.
Solo questo so: afferrai la signorina Rosamond prima che
aprisse la porta d'ingresso e, tenendola stretta, la trasportai
via, mentre urlava cercando di divincolarsi, fino alla grande
cucina, dove Dorothy e Agnes erano impegnate a cucinare.
«Che cosa ha la mia piccina?», esclamò Dorothy, quando
portai dentro la signorina Rosamond, che singhiozzava come
se le si spezzasse il cuore.
«Non mi lascia aprire la porta per fare entrare la bambina;
e lei morirà se resterà fuori nella neve tutta la notte. Crudele,
cattiva Hester!», diceva, colpendomi; ma avrebbe potuto
colpirmi anche più duramente e non ci avrei badato, perché
avevo visto sul volto di Dorothy uno sguardo atterrito che mi
aveva gelato il sangue.
«Chiudi la porta posteriore della cucina, e assicurala bene
con il chiavistello», ella disse a Agnes. Non disse altro; mi
diede dell'uvetta e delle mandorle per acquietare la signorina
Rosamond; ma questa singhiozzava, e parlava della piccina
nella neve, e non volle nemmeno toccare quelle leccornie. Fui
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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felice quando alla fine si addormentò. Allora scivolai giù in
cucina e dissi a Dorothy che avevo preso una decisione. Avrei
portato la mia cara piccina a casa di mio padre, a Applethwhaite; laggiù la vita era modesta, ma serena. Dissi che mi
ero spaventata a sufficienza con la faccenda dell'organo che
suonava; adesso che avevo visto con i miei occhi questa bambina che si lamentava, tutta vestita come nessuna bambina
dei dintorni poteva essere vestita, che picchiava per entrare, e
senza che si potesse sentire alcun suono — con la ferita sulla
spalla destra; ora che la signorina Rosamond l'aveva riconosciuta per il fantasma che l'aveva quasi portata alla morte (e
Dorothy sapeva che era vero), non intendevo più sopportare
quella situazione.
Vidi Dorothy cambiare colore una o due volte. Quando ebbi finito disse che non credeva potessi portare con me la signorina Rosamond, perché era la pupilla del mio padrone, e
io non avevo alcun diritto su di lei; e mi domandò se avrei
avuto il coraggio di lasciare una bimba alla quale volevo tanto bene solo per dei rumori e delle visioni che non potevano
farmi alcun male, e a cui tutti loro si erano adattati! Io ero
tutta sconvolta e tremante; dissi che era facile parlare, per lei
che sapeva cosa volevano dire quelle visioni e quei suoni e
che, forse, aveva avuto a che fare con la bambina-fantasma
mentre era ancora in vita.
La convinsi a raccontarmi tutto quello che sapeva, e, alla
fine, quasi desiderai che non m'avesse detto nulla, tanto ne
rimasi spaventata.
Disse che aveva sentito raccontare quella storia dai vecchi
dei dintorni che erano ancora vivi al tempo del suo matrimonio; allora la gente veniva ancora in visita nel salone, prima
che si facesse quella brutta fama in tutta la regione.
Il vecchio Lord era il padre della signorina Furnivall — signorina Grace, come la chiamava Dorothy, dato che la signorina Maude era più grande e perciò il titolo di signorina Furnivall spettava a lei. Il vecchio Lord era divorato dall'orgoglio. Nessuno aveva mai conosciuto un uomo orgoglioso come lui; e le sue figlie erano come lui. Nessuno era considerato
degno, quando si parlava del loro matrimonio, sebbene avessero da scegliere; infatti erano allora due bellissime ragazze,
come avevo potuto notare dai loro ritratti appesi nel salotto
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ELIZABETH C. GASKELL
di rappresentanza. Ma, come dice un vecchio detto, «l'orgoglio non dà frutti»; quelle due splendide, altere fanciulle si innamorarono dello stesso uomo; si trattava di un semplice
musicista che il loro padre aveva fatto venire da Londra perché suonasse con lui a Manor House. Il vecchio Lord, infatti,
nonostante la sua alterigia, amava la musica più di ogni altra
cosa. Sapeva suonare quasi tutti gli strumenti conosciuti; però, stranamente, la musica non lo inteneriva. Era un vecchio
duro e ostinato che, si diceva, con la sua condotta aveva spezzato il cuore della povera moglie. Aveva una grande passione
per la musica ed era pronto a spendere per assecondarla. Per
tale motivo aveva fatto venire questo straniero, il quale pare
suonasse così bene che perfino gli uccelli sugli alberi interrompevano il loro cinguettio per ascoltarlo. Piano piano,
questo musicista acquistò un tale ascendente sul vecchio
Lord che questi, ogni anno, lo attendeva ansiosamente; era
stato lui che aveva fatto portare il grande organo dall'Olanda
e lo aveva fatto montare nel salone, dove era ancora adesso.
Egli insegnò al vecchio Lord a suonarlo, ma molto spesso,
mentre Lord Furnivall era tutto preso dal suo organo e dalla
sua musica, il bruno straniero andava a passeggio per i boschi
con una delle due figlie, ora la signorina Maude, ora la signorina Grace.
La signorina Maude ebbe la meglio, e fu la prescelta; si
sposarono, all'insaputa di tutti. Prima ch'egli tornasse l'anno successivo ella aveva partorito una bimba in una fattoria
della brughiera, mentre suo padre e la signorina Grace la credevano a Doncaster Races. Il matrimonio e la maternità non
l'avevano affatto addolcita; anzi, era più altera ed irascibile
che mai, forse perché gelosa della signorina Grace, alla quale
suo marito rivolgeva qualche attenzione galante — per mantenere il loro segreto — come diceva lui alla moglie. Ma la signorina Grace sembrava sul punto di divenire la favorita e la
signorina Maude diventava sempre più scontrosa, sia nei
confronti della sorella che del marito. Questi si sottraeva a
una situazione per lui ormai spiacevole, trattenendosi a lungo
in paesi lontani. Quell'estate se ne partì un mese prima del solito, lasciandosi dietro l'impressione che non sarebbe più ritornato.
Nel frattempo la bimba cresceva nella casa di campagna e
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la madre almeno una volta a settimana faceva sellare il cavallo e si lanciava in una selvaggia cavalcata attraverso le colline
per andarla a trovare; — ella, quando amava, amava davvero, e quando odiava, odiava fino in fondo. Il vecchio Lord
continuava a suonare — a suonare l'organo, e la servitù pensava che quella dolce musica avrebbe addolcito il suo terribile
carattere del quale (a detta di Dorothy) si raccontavano cose
tremende. Si ammalò, e per camminare dovette servirsi di
una stampella; suo figlio — padre dell'attuale Lord Furnivall
— era in America con l'esercito, e poiché l'altro figlio si trovava in marina, la signorina Maude poteva fare quel che voleva. I rapporti fra lei e la sorella Grace divenivano di giorno in
giorno più freddi ed ostili: alla fine non si parlarono quasi
più, se non alla presenza del vecchio Lord. Il musicista straniero tornò l'estate successiva, ma fu quella l'ultima volta.
Tanto gli amareggiarono la vita con le loro gelosie e le loro
sfuriate che, dopo che fu ripartito, non se ne sentì più parlare. La signorina Maude, che da tempo aveva programmato di
rendere pubblico il suo matrimonio alla morte del padre, si
trovò sola, con un matrimonio segreto e una figlia adorata,
ma che non osava riconoscere, a vivere con un padre che temeva e una sorella che odiava.
Trascorsa l'estate successiva senza che lo straniero comparisse, le sorelle divennero entrambe tristi e cupe; avevano nello sguardo un'espressione di sofferenza che peraltro non toglieva nulla alla loro bellezza. La signorina Maude alle volte
si consolava, perché il padre, che era sempre più preso dalla
musica, diveniva ogni giorno più grave. Lei e la signorina
Grace vivevano ormai del tutto separate, in camere diverse;
l'una nel lato ovest e la signorina Maude in quello est, cioè
nelle camere che ora erano chiuse. Ella pensò quindi di poter
tenere con sé la figlioletta senza che nessuno venisse a saperlo, se non coloro che non avrebbero osato parlarne, e che
avrebbero dovuto accettare la versione fornita da lei stessa,
che cioè si trattava della figlioletta di un contadino ch'ella voleva tenere presso di sé.
Tutto questo era risaputo, disse Dorothy; ma quel che accadde in seguito nessuno lo sapeva esattamente, tranne la signorina Grace e la signora Stark, che già da allora era la sua
cameriera, e le era molto più vicina di quanto non lo fosse la
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sorella. La servitù, da qualche allusione, da qualche parola
sfuggita involontariamente, intuì che la signorina Maude,
con il bruno straniero, aveva avuto ben più successo della signorina Grace. A questa fu reso noto l'inganno del corteggiatore, e il matrimonio segreto della sorella. A quella notizia i
colori abbandonarono, per sempre, le guance e le labbra della signorina Grace; e più di una volta la si udì minacciare che
prima o poi si sarebbe vendicata. La signora Stark cominciò
ad essere usata come spia nelle camere ad est.
In una terribile nottata, proprio all'inizio del nuovo anno,
mentre una spessa coltre di neve copriva ogni cosa, e i fiocchi
cadevano tanto fitti da annebbiare la vista di chiunque si trovasse all'aperto, si udì un forte, violento rumore; al di sopra
di tutto la voce del vecchio Lord, che pronunciava terribili
bestemmie e agghiaccianti maledizioni, e poi le grida di una
bambina e gli orgogliosi toni di sfida di una donna altera. Un
colpo, e un silenzio di morte, gemiti e pianti che si spegnevano in lontananza verso la collina. Il vecchio Lord radunò la
servitù e comunicò a tutti, con terribili imprecazioni, che sua
figlia era disonorata e che l'aveva cacciata di casa — lei e la
sua bambina — e se qualcuno avesse osato andare in suo aiuto, o fornirle cibo o alloggio, sarebbe stato maledetto per
sempre. La signorina Grace gli era accanto, pallida ed immobile, come pietrificata: quand'egli ebbe terminato, emise un
lungo sospiro, come se si fosse liberata da un peso e avesse finalmente soddisfatto un antico desiderio. Da quel giorno il
Lord non toccò più l'organo, e morì prima che l'anno fosse
finito; né c'era da meravigliarsene! Infatti, la mattina successiva a quella notte di paura e di crudeltà, i pastori trovarono
la signorina Maude seduta sotto gli alberi di agrifoglio, che,
con un sorriso da demente, cullava una bimba morta, che
aveva una brutta ferita sulla spalla destra. «Ma non fu quella
ferita ad ucciderla», disse Dorothy, bensì il freddo ed il gelo.
Ogni animale aveva la sua tana, ogni gregge il suo ovile — solo la bimba e la sua mamma erano state condannate a vagare
tra le rupi! Ora sai tutto e mi chiedo se tu sia meno spaventata
di prima!»
Io avevo più paura che mai e non lo negai; avrei voluto che
la signorina Rosamond e io fossimo lontane da quella casa
spaventosa; ma non volevo lasciarla e non osavo portarla con
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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me. Ma quale guardia le facevo, e come la tenevo sotto il mio
controllo! Serravamo a chiave le porte e chiudevamo le imposte un'ora prima del buio, piuttosto che correre il rischio di
farlo con cinque minuti di ritardo. Ciò nonostante la mia piccola sentiva sempre i pianti ed i lamenti della sventurata bambina, né riuscivamo a distoglierla dal desiderio di soccorrerla
e salvarla dal vento e dalla neve. In questo periodo mi tenni il
più possibile lontana dalla signorina Furnivall e dalla signora
Stark: avevo paura di loro — capivo che nulla di buono poteva venire da quegli occhi vitrei, sempre assorti nei cupi ricordi
di anni ormai trascorsi. Eppure, nel mio timore, nutrivo per
loro, soprattutto per la signorina Furnivall, una strana pietà.
Coloro che scendevano nella fossa non potevano avere uno
sguardo più disperato del suo! Alla fine provai una tale pena
per lei — che non parlava se non quando ve la costringevano
— che cominciai a pregare per lei; insegnai anche alla signorina Rosamond a pregare per chi aveva commesso grave peccato; ma spesso, mentre lo faceva, ella si fermava ad ascoltare,
si alzava ed esclamava: «Sento la bimba lamentarsi e piangere disperatamente, lasciala entrare, o morirà!».
Una notte, subito dopo Capodanno, udii il campanello del
salotto ovest che suonava tre volte, per chiamarmi. Non volevo lasciare sola la signorina Rosamond, benché fosse addormentata, poiché il vecchio Lord aveva suonato con più disperazione che mai, e temevo che la mia piccina potesse essere
svegliata dalla voce della bambina fantasma; sapevo però che
non avrebbe potuto vederla, perché le imposte erano ben
chiuse. Così la sollevai dal letto, l'avvolsi in alcune coperte e
la portai giù nel salotto, dove le vecchie signore erano intente
al solito ricamo. Alzarono lo sguardo quando entrai, e la signora Stark mi chiese stupita: «Perché mai avete strappato la
signorina al caldo del suo letto?». «Perché temevo», sussurrai, «che potesse essere attirata dalla misteriosa bambina sulla neve». Mi interruppe bruscamente (con un'occhiata alla signorina Furnivall) e disse che la signorina Furnivall desiderava che disfacessi un lavoro sbagliato, che nessuna delle due
riusciva a riprendere. Adagiai la mia piccina sul divano e sedetti su di uno sgabello vicino a loro, cercando di indurire il
mio cuore, perché sentivo il vento alzarsi e ululare.
La signorina Rosamond dormiva, malgrado il frastuono
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del vento che fischiava, la signorina Furnivall non diceva una
parola, né alzava lo sguardo, quando le raffiche facevano
tremare le finestre. Ma tutt'a un tratto ella si alzò e sollevò
una mano, come per imporci silenzio.
«Sento delle voci», disse, «sento delle urla terribili — sento
la voce di mio padre!»
Proprio in quel momento la mia piccola si destò con un
sobbalzo: «La mia piccola amica sta piangendo, oh come sta
piangendo!». Cercò di alzarsi per andare da lei, ma si trovò i
piedi impigliati nella coperta, ed io l'afferrai perché non cadesse. Tutto il mio corpo era scosso da brividi, a sentire parlare di questi rumori e di queste parole che noi non potevamo
udire. Ma in pochi minuti crebbero fino a giungere anche alle
nostre orecchie, e così udimmo voci, urla, lamenti, invece
dell'infuriare del vento invernale. La signora Stark e io ci
guardammo, ma non osammo parlare. Improvvisamente la
signorina Furnivall si avviò verso la porta, attraversò l'anticamera, passando per il corridoio ovest, e aprì la porta del
grande salone. La signora Stark la seguì e io non osai rimanere sola, anche se il mio cuore sembrava sul punto di fermarsi
per la paura. Tenendo stretta fra le braccia la piccola andai
con loro. Nel salone le grida erano ancora più forti; sembravano provenire dall'ala est, e avvicinarsi sempre più alle porte chiuse a chiave.
Notai allora che il grande candelabro d'argento appariva
tutto illuminato, anche se la sala era al buio e un fuoco ardeva
nel vasto camino, ma senza dare calore; rabbrividii di terrore
e strinsi ancora di più la mia bambina. Ed ecco che improvvisamente la porta est tremò e lei, divincolandosi per liberarsi, si mise a gridare: «Hester, devo andare! La mia bambina è
lì; la sento, sta venendo! Hester, devo andare!».
La tenni stretta con tutte le mie forze; la stringevo a me con
grande decisione. Anche se fossi morta le mie mani sarebbero
rimaste aggrappate a lei, tanto radicata nella mia mente era
questa volontà. La signorina Furnivall rimaneva in ascolto,
senza far caso alla mia piccina che ora era a terra, e a cui io, in
ginocchio, cingevo il collo con le braccia, mentre lei continuava a gridare e ad agitarsi per liberarsi.
All'improvviso la porta est cedette con un grande frastuono, come spalancata da una forza irresistibile, e in una vivida
LA STORIA DELLA VECCHIA NUTRICE
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e misteriosa luce, entrò un uomo alto, con i capelli grigi e gli
occhi scintillanti. Spingeva, con un'espressione di odio implacabile, una donna bellissima, che procedeva rigida, con
una bimba aggrappata alle vesti.
«Oh Hester! Hester», urlò la signorina Rosamond. «È la
signora. La signora che era sotto l'albero di agrifoglio; e la
mia bambina è con lei. Hester! Hester! Lasciami andare da
lei; mi chiamano, lo sento. Devo andare!»
Faceva sforzi convulsi per staccarsi e io la tenevo tanto
stretta da temere di farle del male; ma sarebbe comunque stato meglio che consentirle di avvicinare quei fantasmi terrificanti!
Essi avanzarono verso la grande porta del salone, dove i
venti ululavano e infuriavano in cerca di preda; prima di raggiungerla, la donna si voltò, sfidando il vecchio con altero disprezzo, ma subito ebbe paura e con un gesto disperato sollevò le braccia per proteggere la figlia, la sua piccina, da un colpo della stampella, che era già alzata.
La signorina Rosamond era più sconvolta di me, e rabbrividì fra le mie braccia singhiozzando (la povera piccina a questo punto si sentiva mancare).
«Vogliono ch'io vada sulle rupi con loro, mi chiamano.
Oh, piccola mia! Vorrei venire, ma questa malvagia e crudele
Hester mi trattiene a forza!» Ma quando vide la gruccia alzata, svenne e io ne resi grazie a Dio. In quel momento, mentre il vecchio, con la chioma scarmigliata e ondeggiante, stava per colpire la bambina atterrita, la signorina Furnivall, accanto a me, esclamò: «Padre, padre! Risparmia la bambina
innocente!». Allora io vidi, noi tutti vedemmo, un'altra figura materializzarsi e farsi distinta nella incerta luce azzurrognola della sala; nessuno l'aveva vista finora: era un'altra figura di donna, accanto a quella del vecchio, con uno sguardo
carico di odio implacabile e di trionfante disprezzo. Era molto bella, con un ampio e morbido cappello bianco, un po' ripiegato in avanti sulla fronte orgogliosa e le labbra vermiglie
atteggiate in un'espressione di disprezzo. Indossava un abito
di satin blu aperto sul davanti; io avevo già visto quell'immagine. Era quella della signorina Furnivall da giovane.
I paurosi fantasmi avanzavano, incuranti della supplica
della signorina Furnivall. La gruccia colpì la spalla destra
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ELIZABETH C. GASKELL
della bambina, mentre la sorella più giovane guardava con
atroce impassibilità. In quel momento le deboli luci e il fuoco
senza calore si spensero e la signorina Furnivall cadde ai nostri piedi, colpita da paralisi — vicina alla morte.
Quella notte fu portata nel suo letto; non se ne alzò mai
più. Giaceva con il volto verso il muro, mormorando piano,
ma continuamente: «Ahimè! Alle colpe di gioventù non si
può porre rimedio in vecchiaia! Alle colpe di gioventù non si
può porre rimedio in vecchiaia!».

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