Il Pd si divide sul referendum, ma in tv già invita all

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Il Pd si divide sul referendum, ma in tv già invita all
CON IN MOVIMENTO + EURO 1,00
CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 2,00
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento
postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004
n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013
ANNO XLVI . N. 75 . MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
EURO 1,50
TRIVELLE
PROPOSTA AI CANDIDATI
Il Pd si divide sul referendum,
ma in tv già invita all’astensione
L
a minoranza Pd non si è ancora rassegnata. «Siamo ancora in tempo per
cambiare rotta, la prossima direzione è
il 4 aprile, l’astensione al referendum sulle trivelle è la negazione dei principi del Pd», dice
il capofila dei bersaniani Roberto Speranza.
Nel frattempo nel vuoto dell’informazione tv
sono partite le tribune politiche Rai, e i rappresentanti del partito sono già andati a chiedere agli elettori di disertare le urne. Lo faranno ancora oggi e venerdì, prima che la posizione ufficiale del partito venga ratificata in
un voto. E Renzi fa campagna contro il referendum dagli Usa.
FABOZZI |PAGINA 4
Per la Costituzione
contro le trivelle
Valentino Parlato
N
17 APRILE |PAGINA 5
FCA |PAGINA 4
Gianfranco Ganau,
dem della Sardegna:
«È in gioco la politica
energetica nazionale»
Insieme quadri e tute
blu. Il leader della Fim
Bentivogli lancia
il «sindacato Renzi»
COSTANTINO COSSU
ANTONIO SCIOTTO
«Non è stato un caso isolato e sul suo viso abbiamo visto il male del mondo». Il dolore della madre
e del padre di Giulio Regeni nella sala stampa del Senato. Dopo l’ennesimo depistaggio, chiedono
risposte dal Cairo e da Roma. Con loro il presidente della Commissione per i diritti umani Luigi Manconi:
«L’Italia richiami l’ambasciatore e dichiari l’Egitto paese non sicuro» PAGINE 2, 3
LA CONFERENZA
STAMPA DELLA
FAMIGLIA REGENI
AL SENATO
/LAPRESSE
I testimoni
REPORTAGE DA IZMIR | PAGINA 8
ATTENTATI A BRUXELLES | PAGINA 6
INTERVISTA A SILVIA FEDERICI
«La caccia alle streghe
è una guerra di classe»
Polemiche sugli errori.
Il freelance rilasciato:
«Io sono contro l’Isis»
ANNA CURCIO l PAGINA 10
STRAGE DI LAHORE | PAGINA 7
RADICALISMO DI PACE
Abdul Ghaffar Khan
il Gandhi islamico
EMANUELE GIORDANA l PAGINA 16
Turchia-Europa,
business profughi
senza fine
C’è chi è disposto a vendere un rene pur di mettere la famiglia su un barcone. E se salta il passaggio verso la Grecia si apriranno nuove rotte
200 arresti, tra le vittime
cristiane tanti i musulmani
GIAPPONE | PAGINA 7
Elmetto al premier Abe
Tokyo può intervenire
militarmente all’estero
BIANI
ella attuale confusione mi
sembra utile, necessario,
avanzare una proposta
chiara e netta. La mia proposta è
che i nostri candidati alle prossime elezioni amministrative siano
quei candidati di sinistra e centro-sinistra che si impegneranno,
pubblicamente e chiaramente, a
votare contro il referendum costituzionale, che demolisce i fondamenti della nostra democrazia sanciti dalla Costituzione. Questa dovrebbe essere la discriminante per
eleggere sindaci e consiglieri.
Nessuno può dire che tra le elezioni amministrative di giugno e il
referendum di ottobre non ci sia
rapporto. La connessione mi sembra ovvia: le elezioni decideranno
chi governerà il territorio e il referendum esalterà al massimo il potere generale di chi è al governo,
anche nelle amministrazioni locali. La democrazia e le opposizioni
saranno messe in un angolo anche nei comuni, nelle province e
nelle regioni.
Contro questo referendum incostituzionale - che mette tra i rifiuti
i principi democratici della nostra
Costituzione definiti nei tempi
buoni della nostra storia nazionale - sono già scesi in campo politici
e intellettuali di indiscusso livello
firmando un appello del quale mi
pare opportuno riportare alcuni
passaggi per i nostri lettori: «… Il risultato è prevedibile: sono ridotte
le autonomie locali e regionali,
l’iniziativa legislativa passa decisamente dal Parlamento al governo,
in contraddizione con il carattere
parlamentare della nostra Repubblica, e per di più il governo non sarà più l’espressione di una maggioranza del paese. Già l’attuale parlamento è stato eletto con una legge
elettorale definita Porcellum. Ancora di più in futuro: con la nuova
legge elettorale (Italicum) – risultato di forzature parlamentari e di
voti di fiducia – una minoranza,
grazie ad un abnorme premio di
maggioranza e al ballottaggio, si
impadronirà alla Camera di 340
seggi su 630. Ridotto a un’ombra il
Senato, il Presidente del consiglio
avrà il dominio incontrastato sui
deputati in pratica da lui stesso nominati. Gli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Consiglio superiore
della magistratura) ne usciranno ridimensionati, o peggio subalterni.
Se questa revisione costituzionale
sarà definitivamente approvata la
Repubblica democratica nata dalla Resistenza ne risulterà stravolta
in profondità».
CONTINUA |PAGINA 4
pagina 2
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
I TESTIMONI
Italia •
Dopo l’ultimo depistaggio servito da Ghaffar, la famiglia Regeni trova il coraggio
di parlare e avverte: «Il 5 aprile ci aspettiamo un gesto forte dal governo italiano»
Dolore in pubblico
«Verità su Giulio»
Senza sviluppi «mostreremo le immagini di
nostro figlio torturato, come altri egiziani». Luigi
Manconi: «L’Egitto va dichiarato Paese non
sicuro, e l’ambasciatore richiamato»
REAZIONI
Fratoianni, Si
«Risposte urgenti»
«I
l male subito due volte:
quello fisico, terribile,
mortale; e quello morale, devastante, per una verità
che non arriva e per una giustizia lenta. - ha detto dopo la conferenza stampa della famiglia
Regeni Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana- Una giustizia troppo più lenta della velocità del
cuore e della mente di due genitori che devono già fare una fatica enorme ad accettare ciò che
è accaduto. Accettare che un figlio è stato torturato fino alla
morte. Ecco perché servono risposte urgenti, concrete e immediate. Da parte dell'Egitto,
certamente, e da parte del governo italiano, che deve fare qualunque cosa per ottenere verità
e giustizia. Qualunque cosa conclude Fratoianni - anche ritirare immediatamente l'ambasciatore italiano al Cairo, perché c'è l'intero popolo italiano
che vuole la verità e i responsabili, e non intende farsi prendere per i fondelli da quel regime».
Gli fa eco Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Affari Esteri del Senato
«L'Italia sta aiutando l'Egitto nella cooperazione economica e
commerciale, siamo impegnati
insieme a loro nella lotta al terrorismo e proprio per questo siamo indisponibili a verità di comodo su Giulio Regeni. Fino ad
ora hanno balbettato; hanno
pensato di propinarci, anche
con qualche goffa ricostruzione, una storia che non stava in
piedi. Adesso il nostro spingere
nella direzione della verità non
può che andare di pari passo
con l'interesse egiziano». Tutto
il mondo guarda all’Egitto, ha
specificato, «e anche per questo
devono capire che questa vicenda non può essere in alcun modo minimizzata».
Eleonora Martini
ROMA
Q
uando nella notte tra il 24 e
il 25 marzo hanno appreso
che «la più cupa delle previsioni si era puntualmente avverata», e che l’ennesimo, incredibile
depistaggio era stato servito «su un
vassoio d’argento», assunto come
«verità» ufficiale direttamente dal
ministro dell’Interno egiziano Ghaffar, la famiglia Regeni ha deciso di
fare il passo che non aveva mai fatto finora. Di presentarsi in pubblico con lo striscione giallo di Amnesty «Verità per Giulio Regeni» e parlare direttamente ai giornalisti, senza più la mediazione del governo
Renzi, pur pagandone un prezzo altissimo. «Rinnoviamo il nostro dolore» che però a questo punto è
«un dolore necessario», anche perché «ciò che è successo a Giulio in
Egitto non è un caso isolato». Paola
Deffendi ha «bloccato le lacrime» e
con lucidità, insieme al marito
Claudio Regeni, racconta del figlio
e di quella verità che «pressioni»
esterne vorrebbero silenziare. Lo
fanno rivolgendosi ai media di mezzo mondo convocati nella sala Nassirya del Senato, insieme al presidente della Commissione per i diritti umani Luigi Manconi, alla loro avvocata Alessandra Ballerini e al portavoce di Amnesty international Italia Riccardo Noury.
L’impressione è che confidino
ancora nelle istituzioni italiane, in
particolare nella procura di Roma,
e nella loro capacità di ottenere
una reale collaborazione da parte
delle autorità cairote, ma che pongano un limite alla paziente ed estenuante attesa. Quando tra pochi
giorni gli inquirenti dei due Paesi si
incontreranno di nuovo a Roma,
«cosa porteranno gli egiziani?»,
chiede Paola Deffendi. I documenti
che il procuratore capo di Roma
Giuseppe Pignatone aspetta da un
paio di mesi - richiesta rinnovata
anche dall’avvocata Ballerini e dal
collega egiziano, in modo da aumentare la pressione - o una nuova
versione-farsa? «Se il 5 aprile sarà
una giornata vuota, confidiamo in
una risposta forte del nostro Governo. Forte, ma molto forte. È dal 25
gennaio che attendiamo una risposta su Giulio». Altrimenti, spiegano i Regeni, si spingeranno sulla
stessa strada intrapresa da Ilaria
Cucchi e mostreranno al mondo
le foto del corpo martoriato del
giovane ricercatore. «Se non l’abbiamo fatto finora - aggiunge
l’avv. Ballerini - è solo perché la
mobilitazione e la protesta generale hanno fatto fare un mezzo
passo indietro all’Egitto».
Esporranno le foto di Giulio torturato «come un partigiano dai nazifascisti», solo che «lui non era un
giornalista e non era una spia, era
solo un ragazzo che studiava». «Torturato come un egiziano», massacrato perché «forse le idee di mio figlio non piacevano». Mostreranno
non più quel «bel viso sempre sorridente, con uno sguardo e una postura aperta», come era aperta la
sua mente, ma l’immagine dell’obitorio, come è stato «restituito
dall’Egitto», di quell’uomo «completamente diverso» sul quale «si era riversato tutto il male del mondo», «e
noi ci chiediamo ancora perché».
Di quel «viso che era diventato piccolo piccolo», nel quale «l’unica cosa che ho veramente ritrovato di
lui, ma proprio l’unica, è stata la
punta del naso».
Un particolare che fa impressio-
L’ULTIMO DEPISTAGGIO DEL CAIRO
ne, ma non è l’unico. Paola Deffendi racconta infatti che non furono
loro ad effettuare il riconoscimento
di Giulio all’obitorio del Cairo, al
contrario di quanto sostenuto dalle
autorità e dai media di entrambi i
Paesi finora. Non lo videro prima
che i medici egiziani effettuassero
l’autopsia, ma solo quando il corpo
rientrò a Roma per il secondo esame. «In Egitto ci avevano consigliato di non vederlo, e noi avevamo
anche accettato, perché eravamo
talmente fuori, credetemi, da pensare che forse sì, era meglio ricordarlo come era prima». Non solo.
La scomparsa di Giulio non venne
pubblicizzata, come accade di solito e come avrebbero voluto fare i
suoi amici convinti che avrebbero
potuto salvarlo con la campagna
«Where is Giulio?» lanciata e immediatamente interrotta, perché nel
Paese di Al Sisi, "amico" di Matteo
Renzi, «ci hanno spiegato - ha ribadito l’avvocata Ballerini - che c’è
una procedura informale diversa
per i cittadini italiani», anche per fare in modo che un eventuale «fermo si possa trasformare in arresto
formale». In sostanza, fin dal primo
momento si agì sotto l’impulso di
forti pressioni, anche se probabilmente in buona fede, almeno da
parte italiana.
Ieri pomeriggio, prima della conferenza stampa, i Regeni hanno
proceduto, presso la procura di Roma, al riconoscimento degli oggetti
fatti rinvenire in uno dei covi dei
presunti "banditi" uccisi dalle forze
dell’ordine egiziane e fotografati
dal ministero degli Interni di Ghaffar. «Tranne i documenti e forse
uno dei due portafogli, nessuno di
quegli oggetti che servivano a costruire un’immagine ignobile di
Giulio, appartiene a lui», riferisce
l’avvocata Ballerini. D’altronde, anche se Giulio viveva da anni lontano da casa, «avevamo un rapporto
strettissimo, profondo, una relazione simile a quella che hanno gli
aborigeni a distanza», racconta ancora la madre. Per questo «sappiamo che Giulio non lavorava né ha
mai prestato i suoi studi ai servizi
segreti», anche «con tutto il rispetto
per il ruolo dell’intelligence». «Non
aveva un conto corrente da spia e
conduceva una vita molto sobria.
Sul suo conto c’erano 850 euro, e
tanti ce ne sono ancora. Nessun
prelievo successivo a quello del 15
gennaio». Il che mostra ancora una
volta, se ce ne fosse bisogno, che la
pista della banda che rapinava stranieri non sta in piedi. È vero invece
che «in Egitto nel 2015 ci sono stati
1676 casi di tortura di cui 500 terminati con la morte del torturato, e
nei primi due mesi del 2016 sono
già 88 le persone torturate di cui 8
morti», riferisce Noury.
E allora, il 5 aprile la famiglia Regeni non si aspetta «proprio la verità» ma neppure un’altra giornata
persa. A questo punto non è escluso che la campagna «Verità per Giulio Regeni» sposi la proposta lanciata ieri dal senatore Luigi Manconi,
secondo il quale il governo dovrebbe «porre la questione del richiamo
- non del ritiro - del nostro ambasciatore per consultazioni. Un gesto non solo simbolico per far comprendere come il nostro Paese considera il caso discriminante per
mantenere buone relazioni con il
Cairo». «Penso sia necessario considerare la revisione delle relazioni diplomatico-consolari tra i due Paesi
- ha aggiunto Manconi - mettendo
in conto l’urgenza e l’ineludibilità
di altri atti concreti da parte
dell’Unità di crisi della Farnesina,
che sulla scorta di quanto accaduto
dovrebbe dichiarare l’Egitto Paese
non sicuro».
Giulio Regeni non c’è più, lui
che, come dice in conclusione sua
madre, «avrebbe potuto dare una
mano al mondo». «Però - aggiunge
Paola Deffendi - ora noi siamo qui
a parlare di tortura e a parlare di
Egitto, e prima non se ne parlava».
L’ultima domanda la pone lei: quello di Al Sisi «è un Paese sicuro?».
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
pagina 3
I TESTIMONI
Egitto •
Entrato il 3% in meno di «pedaggio» rispetto al 2015: per costo assai elevato,
instabilità del Sinai in parte controllato dall’Isis, crollo del prezzo del petrolio
CIPRO · Dirotta un aereo Egypt Air con 81 persone. Arrestato ma «non è un terrorista»
DA SINISTRA, GIULIO REGENI.
RENZI RICEVE A ROMA AL-SISI.
FOTO GRANDE, I GENITORI DI
GIULIO, PAOLA DEFFENDI E
CLAUDIO IERI CON LUIGI
MANCONI. FOTO LAPRESSE
«Non è un terrorista, è un idiota», avrebbe detto un funzionario
egiziano a proposito del dirottare del velivolo dell’Egypt Air, che
ieri ha obbligato il pilota ad atterrare a Cipro. Il ministro egiziano dell’Aviazione civile Sherif Fathi ha detto di aver dubitato sin
dall’inizio che il dirottamento dell'Airbus 320 dell'EgyptAir fosse
un’azione terroristica. Intervistato dalla televisione di Stato egiziana, il neo ministro ha detto che il sequestratore aveva mostrato di muoversi in modo «non professionale» e le telefonate che
aveva fatto a bordo dell’aereo avevano evidenziato che l’uomo
avesse problemi personali e di tipo psichico. «Tuttavia abbiamo
dovuto gestire la situazione come una minaccia alla sicurezza e
lavorare come se lui avesse davvero una bomba, in modo da
garantire la sicurezza delle persone a bordo», ha spiegato Fathi.
«Ora l’aeroporto di Laranca è chiuso e quando riaprirà andremo
lì per riportare a casa i passeggeri egiziani e aiutare gli stranieri
a rientrare», ha aggiunto. I testimoni - compreso un italiano hanno raccontato degli attimi di tensione, sottolineando tuttavia
la natura bizzarra del dirottamento, con tanto di selfie da parte
del protagonista. Il dirottatore, identificato con il nome di Seif
Eldin Mustafa, egiziano, si è arreso alle autorità dopo essere
uscito dall’aereo con le mani in alto ed è stato arrestato. Il velivolo era partito ieri mattina da Alessandria d’Egitto con 81 cittadini a bordo, ma era stato costretto ad atterrare a Larnaca (Cipro). Pochi minuti prima dell'arresto del dirottatore, un corrispondente della tv di Stato egiziana aveva riferito di un «accordo tra
l’Egitto e Cipro» sull’invio di un «aereo militare C-130» con a bordo «forze speciali». Durante le ore di paura, il dirottatore avrebbe chiesto di parlare con la ex moglie.
IL CAIRO · Forti segnali negativi per il regime militare: il raddoppio della via d’acqua di Suez non funziona
Al Sisi in crisi affonda nel Canale
Michele Giorgio
A
bdel Fattah Al Sisi con il raddoppio parziale del Canale di
Suez aveva sognato di passare alla storia, proprio come era avvenuto al suo illustre predecessore Gamal Abdel Nasser che, nazionalizzando lo strategico passaggio tra
Mar Mediterraneo e Mar Rosso, costrinse alla resa le potenze coloniali.
Al Sisi lascerà la sua impronta, ma
solo per aver instaurato un regime
brutale, persino più oppressivo di
quello di guidato per 30 anni da Hosni Mubarak. Non certo per aver dato una vita migliore e dignitosa agli
egiziani. Il raddoppio del canale di
Suez (avvenuto l’anno scorso) che,
attraverso il passaggio giornaliero
di quasi cento navi, doveva moltiplicare gli introiti, si è rivelato molto
deludente rispetto alle ambizioni
del rais egiziano. Gli ultimi dati disponibili dicono nelle casse egiziane è entrato il 3% in meno rispetto
all’anno precedente. Il costo elevato del pedaggio a Suez, l’instabilità
del Sinai in parte controllato da
«Wilayat Sina» (Isis) e, più di tutto, il
crollo del prezzo del petrolio, spingono tante compagnie marittime
ad ordinare ai comandanti di mer-
cantili e portacontainer di circumnavigare l’Africa lungo la rotta del
capo di Buona Speranza. Un salto
all’indietro nel tempo, a prima
dell’apertura del canale nel 1869.
SeaIntel Maritime Analysis, che
segue i flussi commerciali via mare,
Il Cairo/RIYADH INVESTE DOPO AVER FINANZIATO IL GOLPE CONTRO LA FRATELLANZA
po “Sinai Province”, legato allo Stato Islamico. L’attentato sarebbe stato sferrato da un
kamikaze con un camion-bomba e sarebbe seguito ad un assalto che ha permesso
ai miliziani di confiscare armi.
E se la penisola del Sinai resta sotto
stato di emergenza, il resto del paese vive quotidianamente nella morsa della
censura e della repressione.
guerra contro lo Yemen, nella repressioNelle scorse settimane le luci si erano acne dei movimenti islamisti legati alla Fracese sulle proteste dei medici egiziani, apertellanza, nelle politiche contro la Striscia
ta sfida al regime che dal golpe del 2013 ha
di Gaza governata da Hamas e nella battavietato manifestazioni di piazza: a metà febglia per salvare i proventi del petrolio, il
braio 4mila dottori hanno preso parte ai
cui prezzo è in caduta libera.
sit-in e le riunioni organizzate dal sindacaNon è un caso che il denaro proposto sato di riferimento per
combattere le violenze della polizia
contro gli staff
ospedalieri. Chiedevano le dimissioni del ministro della Sanità, dopo il
pestaggio di due dottori dell’ospedale cariota di Matariya
all’inizio di gennaio
da parte della polizia: i due medici, Ahmed Abdullah e Moamen Abdel-Azzem,
si erano rifiutati di
contraffare un referto e sono stati arrestati, dopo le botte.
Dopo un mese la
IL CAIRO, PROTESTA DEI MEDICI CONTRO LA REPRESSIONE E LA TORTURA LAPRESSE
situazione non è
cambiata e sono tornati a protestare conrà investito in Sinai, zona calda di attentati
tro «una violenza cronica», chiedendo ine scontri contro gruppi armati islamisti, la
chieste contro i poliziotti responsabili delle
minaccia che serve ad al-Sisi per stringere
aggressioni. Il giorno dopo, il 21 marzo
la morsa all’interno e all’esterno. Il giorno
scorso, il Ministero dell’Interno ha convoprima dell’annuncio del miliardo e mezzo
cato due dottori, ufficiosamente, per regiin più, l’ultimo episodio: 15 poliziotti sono
strare le loro testimonianze e decidere se
stati uccisi nell’attacco del checkpoint
proseguire nelle indagini contro i poliziotti.
al-Safa ad al-Arish, poi rivendicato dal grup-
Soccorso al generale-presidente:
1,5 miliardi di dollari dai Saud
Chiara Cruciati
I
l modello Al-Sisi ha ormai plasmato il
volto dell’Egitto: a cinque anni dalla caduta di Mubarak e di una rivoluzione
popolare che ha fatto storia, il paese è stato
ridotto all’ombra di se stesso. Preda di un
terrorismo che più che islamista è di Stato.
Il generale-presidente ha un obiettivo:
far tornare il Cairo il centro decisionale della politica araba.
Per farlo infiamma la guerra civile libica
con il sostegno indefesso al general Haftar, capo delle forze armate del governo di
Tobruk, sfrutta l’emergenza Isis per ottenere aiuti militari e pulirsi la coscienza fuori, sventola sotto il naso dell’Europa le ricchezze energetiche del paese. E rafforza i
legami con il Golfo: l’Arabia Saudita, la
stessa che ha finanziato il colpo di Stato
anti-Fratelli Musulmani, oggi investe in
Egitto ingenti somme.
Il 20 marzo scorso il paese nordafricano
ha fatto sapere di aver ricevuto un’altra offerta: 1.5 miliardi di dollari per sostenere
economicamente i progetti di sviluppo nella penisola del Sinai. Tra i progetti ci sarà
la costruzione di un’università, di zone
agricole e zone residenziali. Una somma
consistente che si aggiunge agli 8 miliardi
messi sul tavolo a dicembre per investimenti da portare avanti nei prossimi 5 anni e l’accordo per fornire al Cairo greggio
nello stesso quinquennio.
Così la longa manus saudita si prende
l’Egitto, schiacciato dalla crisi economica, e l’intero pacchetto: sostegno nella
sto avrà cento milioni di
abitanti. A tenere in affanno al Sisi e il suo entourage
è anche la sofferenza del turismo, tra le voci principali
per le casse statali, figlia
della instabilità e della violenza. Già prima del sanguinoso colpo di stato che ha
deposto il presidente
Mohammed Morsi nel
2013 e della feroce repressione della Fratellanza Islamica, il "Washington Institute" aveva calcolato in 2,5
miliardi di dollari le perdite del turismo. Poi è giunto
il colpo durissimo dell’attentato dell’Isis, lo scorso
novembre, a un aereo della
Metrojet decollato da
Sharm el Sheikh in cui hanno perduto la vita oltre 200
turisti russi. In questo clima è utopistico pensare
IL CAIRO, IL GENERALE PRESIDENTE AL-SISI FOTO LAPRESSE
che possa avere successo il
piano quinquennale che punta ad
riferisce che nell’ultimo trimestre
raggiungere venti milioni di presendel 2015 decine di mercantili di
ze turistiche e 26 miliardi di dollari
grosso tonnellaggio che dall’Asia naentro il 2020.
vigavano verso l’Europa hanno scelCerto al Sisi punta anche allo
to di non passare per Suez approfitsfruttamento, assieme alla italiana
tando del calo del prezzo del petroEni, dell’enorme giacimento di gas
lio del 70%. Tenendo presente che
scoperto davanti alle sue coste. Tutle navi commerciali di grandi ditavia che questa risorsa finirà per rimensioni quasi sempre hanno bisovelarsi un tesoro per l’Egitto è ancogno di pagare anche un pilota ad
ra da dimostrare. Per ora mancano i
hoc per attraversare il canale e che
fondi per dare una risposta a decine
devono versare un pedaggio all’Egitdi milioni di egiziani che non hanto che varia dai 250.000 a 465.000
no un lavoro o sono sottopagati e
dollari, il costo totale di un viaggio,
riescono a malapena a sopravvivecarburante incluso, supera i
700.000 dollari. Passare per il capo
di Buona Speranza comporta un
I portacontainer
viaggio più lungo di almeno 10 giorni e un consumo extra di carburane i mercantili tornano
te di 328.000 dollari ma, tirate le
a circumnavigare
somme, alla fine del viaggio le compagnie registrano un risparmio di olil continente africano
tre 300.000 dollari.
come prima del 1869
Il canale resta il passaggio preferito per l’8% del traffico commerciale
re. L’aiuto esterno è fondamentale
mondiale e l’Egitto, comunque sia,
per tenere a galla il regime ma i i
nel 2015 ha incassato da Suez 5.36
sauditi, generosi finanziatori di al Similiardi di dollari. Eppure il sogno
si, che hanno puntellato l’econodi al Sisi è già svanito. Il raddoppio
mia egiziana dopo il colpo di stato
del canale, costato ben otto miliardi
del 2013 (Riyadh da sempre guarda
di dollari (pagati tutti dal popolo egicon sospetto ai Fratelli Musulmaziano) potrà rivelarsi una miniera
ni), non appaiono più disposti a red’oro solo se il prezzo del petrolio
galare o a investire i loro miliardi di
tornerà oltre i 70 dollari al barile.
dollari senza una sicura contropartiUna possibilità lontana di fronte
ta politica. Il Cairo pur aderendo alall’abbondanza del greggio sul merle alleanze e alle iniziative proposte
cato mondiale causata dall’eccesso
dalla monarchia sunnita contro
di produzione e dalla recessione
l’Iran e i suoi alleati, negli ultimi
economica. Per il presidente egiziatempi ha migliorato i rapporti con
no è un colpo duro che rallenta piaDamasco nemica di Riyadh. I saudini di sviluppo, anche edilizio, che
ti perciò hanno fatto sapere che la
dovrebbero alleggerire la disoccupapromessa di investimenti per otto
zione (nel 2015 era intorno al
miliardi di dollari e di forniture di
14-15%), la conseguenza più grave
petrolio a costo stracciato, sarà
della crisi dell’economia egiziana
mantenuta solo se l’Egitto seguirà
che non cresce quanto dovrebbe
senza esitare la linea dettata da re
per creare un numero sufficiente di
Salman.
posti di lavoro in un Paese che pre-
pagina 4
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
POLITICA
Trivelle •
Il premier fa propaganda dagli Usa: un mondo solo di energie rinnovabili
è un sogno. Wwf e Greenpeace: il suo governo favorisce le fonti fossili
Il Pd è già in tv per l’astensi
astensi
Andrea Fabozzi
ROMA
L’
identità del partito. La minoranza interna attacca la decisione
del Pd di schierarsi per l’astensione al referendum sulle trivellazioni richiamando i tratti originari del partito.
«Partecipare al referendum del 17 aprile e votare parla all’identità costitutiva
del Pd», dice il senatore bersaniano Miguel Gotor. «Pd è simbolo di partecipazione democratica e di assunzione di responsabilità, l’astensione è la negazione di questi principi», scrive su facebook il capofila della minoranza, Roberto Speranza. La replica del fronte renziano attinge alle stesse munizioni. Ma anche al lavoro di archivio del comitato
per il non voto «Ottimisti e razionali»
che da giorni sta richiamando un precedente scomodo per gli ex democratici
di sinistra. Ernesto Carbone, deputato
calabrese fedelissimo del segretario Pd,
rimanda su twitter un vecchio manifesto dei Ds che invita all’astensione in occasione del referendum sull’articolo 18
del 2003: «Non votare un referendum
inutile è un diritto di tutti». Nella memoria della rete si può trovare anche di
più, dall’annuncio di D’Alema che diserterà quel referendum alle argomentazioni di Bersani, nella stessa occasione:
«Il non voto è una scelta consapevole,
questo referendum è percepito come
non utile».
«Inutile» è la stessa espressione richiamata da Renzi per augurarsi il fallimento del prossimo referendum. È vero che
quel partito di 13 anni fa (segretario Fassino, oggi renzianissimo) è lo stesso che
al successivo referendum sulla procreazione assistita attaccò i vescovi e lo
schieramento cattolico per la propaganda pro astensione, ma il precedente
dell’articolo 18 (il referendum era stato
proposto per estenderlo, oggi com’è noto il diritto al reintegro nel posto di lavoro è stato sostanzialmente abolito per
legge) è un colpo basso per i bersaniani. Che infatti rispondono debolmente:
«Basta nascondersi dietro un passato di
cui nessuno più neanche si ricorda», dice Davide Zoggia; «ciò che era sbagliato
nel 2003 lo è anche oggi», dice Nico
Stumpo.
Mentre le polemiche vanno avanti,
però, il partito del presidente del Consiglio ha già cominciato a fare la sua atti-
La minoranza interna
chiede di correggere
la posizione
sul referendum nella
(ancora lontana)
prossima direzione:
«Possiamo cambiare
rotta». Ma da ieri
i rappresentanti
del partito sono nelle
tribune politiche Rai
e stanno invitano gli
elettori a non votare
AL CENTRO, TRIVELLE AL LARGO DI RAVENNA NELL’ADRIATICO FOTO
DINO FRACCHIA
va campagna per l’astensione. Ieri è partito il ciclo delle tribune politiche sulla
Rai previste dalla delibera della commissione di vigilanza, e la responsabile ambiente del Pd Chiara Braga si è seduta
accanto al rappresentante dei «circoli
ambiente e cultura rurale» per invitare
all’astensione: «È una scelta costituzionalmente fondata che esprime dissenso verso un referendum fuorviante».
L’Agcom ha recentemente fotografato il pochissismo spazio dato dai telegiornali pubblici e privati al referendum, e per chi spera nella vittoria degli
astensionisti non può esserci aiuto migliore. Ma anche nei pochi spazi previsti troveremo quasi sempre il Pd, favorito dall’essere l’unico partito ad aver
scelto l’astensione. Su tredici tribune
politiche da qui al 15 aprile, i democratici saranno presenti in nove, tre delle
quali (ieri, oggi e dopodomani) andranno in onda prima della riunione della direzione in teoria dedicata a scegliere la
posizione ufficiale del Pd rispetto al referendum. Alla quale guarda ancora
Speranza: «Mancano sei giorni, siamo
ancora in tempo per cambiare rotta».
La scelta dell’astensione non è stata
annunciata pubblicamente dal partito,
si è dovuto leggerla a tarda sera giorni
fa sul sito dell’Agcom. Poi i due vice segretari Guerini e Serracchiani l’hanno
presentata come una loro autonoma decisione (la prima?) per evitare il coinvolgimento formale del segretario e capo
del governo. La direzione del 21 marzo
avrebbe dovuto «ratificare» la scelta:
«Vedremo chi ha in numeri per utilizzare il simbolo del Pd», disse Serracchiani. Lo si può certo immaginare, ma non
lo si è potuto vedere e contare perché la
direzione fu annullata all’ultimo momento in segno di lutto per l’incidente
in Catalogna costato la vita a sette studentesse italiane. La prossima direzione ci sarà solo lunedì 4 aprile, tredici
giorni prima del voto.
Nel frattempo Matteo Renzi ha preso
al volo l’occasione del viaggio negli Stati uniti - in Nevada, per inaugurare un
impianto Enel per la produzione di
energia da fonti rinnovabili - per attaccare, senza citarlo, il referendum. «Un
mondo che va avanti solo per rinnovabili per il momento è un sogno - ha
scritto - il petrolio e il gas naturale serviranno ancora a lungo, non sprecare
ciò che abbiamo è il primo comanda-
mento per tutti noi». Gli hanno risposto i portavoce italiani del Wwf e di
Greenpeace, ricordando come il governo Renzi abbia «tagliato retroattivamente gli incentivi al fotovoltaico» e, al
contrario, «aumentato gli incentivi ai
combustibili fossili».
Fca / SIGLA UNICA NEI SOGNI DI MARCHIONNE E DEL PREMIER. LA CORSA DEL LEADER FIM AL TRONO CISL
Tute blu e quadri marciano insieme
Bentivogli lancia il «sindacato Renzi»
Antonio Sciotto
P
er commentare l’intesa siglata ieri alcuni hanno scomodato addirittura la Marcia dei Quarantamila del 1980, ma
certo il contesto è molto diverso:
sia dal punto di vista sindacale,
che rispetto al ruolo che la Fca
(già Fiat) gioca nel nostro Paese.
Sempre forte simbolicamente, ma
non più centrale come 35 anni fa.
L’accordo tra tute blu e impiegati
della Fim Cisl con l’AQCF (Associazione quadri e professional) non è
però da prendere sottogamba perché scompagina il quadro delle relazioni industriali (oggi piuttosto
faticose su tanti fronti) e marcia
nella direzione di quel "sindacato
unico" più volte evocato non solo
da Sergio Marchionne ma anche
dal premier Matteo Renzi.
Basta modello «antagonista»,
spiega la stessa Fim, sì alla «partecipazione economica» e alla «unità contrattuale», anche trasversale
(coinvolgendo cioè gli apparati
manageriali). Un modo per mettere in soffitta il "modello Fiom"? Sicuramente la Fim Cisl, già piuttosto forte nella Fca dopo l’ultimo
contratto separato, adesso si rafforza ancora di più. Con il segretario Marco Bentivogli, che al momento, con più di un jolly, gioca
partite parallele su tavoli diversi. E
che molti danno, sempre più spesso, in lizza per la poltrona di numero uno Cisl, al posto di Annamaria Furlan: non alla naturale
scadenza (nel 2018), ma addirittura per una sostituzione in corsa.
L’accordo siglato ieri permette
ai delegati delle due sigle sindacali
di poter condividere d’ora in poi
alcuni servizi, le convenzioni, e la
formazione: un modo per creare
quel "punto di vista comune", prima di tutto sull’azienda, ma poi
su un piano più generale.
Vince lo sguardo made in Usa,
tanto caro a Marchionne, come dice lo stesso Bentivogli, che in una
nota spiega di aver «imparato la lezione americana»: «UAW nella vi-
cenda Chrysler, con un tasso di
sindacalizzazione più basso ha potuto giocare un ruolo più incisivo,
nella prima fase; lo stesso vale per
l’esperienza tedesca e nord-europea. Troppe sigle e troppe federazioni agevolano il corporativismo
e l’autoreferenzialità. Sette sindacati in Fiat Fca sono un elemento
di indebolimento utile solo a moltiplicare agibilità e incarichi. Dove
si pratica la partecipazione ci sono 1 o al massimo 2 sindacati».
«La Fim - spiegano gli stessi metalmeccanici Cisl - è prima nel
gruppo Fiat e CNH Industrial come numero di iscritti (23,1%). Seguono Uilm (22,2%), Fismic
(17,8%), AQCF (17,8%), Fiom
(15,3%) e UGLM (3,9%)». La somma dei due nuovi alleati sfonderebbe insomma quota 40%.
Se la partita del sindacato unico
non è andata in porto con le altre
sigle - tentativi sono stati fatti con
la Uilm, ma anche con il Fismic di
Roberto Di Maulo - la scelta di legarsi ai quadri potrebbe rivelarsi
MARCO BENTIVOGLI, SEGRETARIO FIM CISL
ancora più innovativa, e per questo premiare la Fim: visto soprattutto che Fca non è più dentro Federmeccanica, segue dinamiche
contrattuali tutte proprie, e quindi
un asse privilegiato con Marchionne non è da sottovalutare.
L’altra partita - in questo caso
unitaria con Fiom e Uilm - è quella con Federmeccanica per il rinnovo del contratto nazionale.
Se la Fiom decide di non commentare (abbiamo interpellato il
responsabile Auto), è la Uilm a
bocciare l’intesa tra la Fim e
l’AQCF, spiegando che non ha alcun senso sindacale riunire insie-
me gli interessi di tute blu e impiegati con quelli dei quadri.
«Qualche anno fa l’idea del sindacato unico l’aveva lanciata lo
stesso Marchionne, e poi Di Maulo e Bentivogli l’avevano ripresa spiega al manifesto Rocco Palombella, segretario generale Uilm Io l’ho sempre rifiutata: noi siamo
per il modello plurale».
«Con Fim e Uilm possiamo pure litigare - prosegue il leader dei
metalmeccanici Uil - ma abbiamo
storia e obiettivi comuni. Prendiamo ad esempio la genesi di un sindacato come il Fismic: è un caso
unico, è stata accompagnata dalla
Fiat. E gli stessi quadri sono organizzati per esclusiva volontà aziendale: hanno una visione corporativa, mentre noi puntiamo a tutelare la generalità dei lavoratori».
Palombella spera adesso che il
quadro compatto che si era creato
sul contratto Fca «non si rompa:
ma è chiaro che non si può vedere
l’epilogo di questa nuova strana alleanza». Quanto alla Fiom, «io continuo a invitare Maurizio (Landini, ndr) a entrare nell’unico contratto esistente, il nostro, e a lavorare con noi per migliorarlo. Solo
prendendosi le sue responsabilità,
la Fiom potrà incidere: non basta
restare fuori per esorcizzare».
DALLA PRIMA
Valentino Parlato
Un No e un Sì per
scegliere i candidati
Per tutto questo mi pare necessario che tutti i candidati democratici alle prossime amministrative di giugno prossimo si impegnino pubblicamente fin da ora a votare no al referendum costituzionale proposto dal governo del rottamatore Matteo Renzi. E noi voteremo per questi.
Quindi la nostra campagna per il
NO a questo assurdo referendum deve
partire già oggi mobilitandoci già alle
amministrative. Più sindaci dichiaratamente contrari al referendum saranno
eletti alle amministrative di giugno e
più la campagna per il No al referendum di ottobre sarà rafforzata.
P.S. L’impegno dei sindaci è importante. E l’esempio dei 12 sindaci della costiera amalfitana che si sono
espressi per il Si al referendum del
prossimo 17 aprile per bloccare le trivelle è da seguire.
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
pagina 5
POLITICA
17 aprile •
«Mi sembra un errore grave dire ai cittadini
che non bisogna andare a votare»
GIANFRANCO GANAU
Gianfranco Ganau,
Pd, fra i promotori
della consultazione:
«Va definita una
politica energetica
nazionale che
sposti risorse
sulle rinnovabili»
ione
«Un sì per rispettare
gli accordi di Parigi»
Intervista al presidente del consiglio regionale sardo
Costantino Cossu
I
n Sardegna la campagna per il
sì al voto del 17 aprile vede in
prima linea il consiglio regionale, che il 23 settembre scorso ha approvato due mozioni e gli ordini
del giorno con i quali è stata attivata la procedura per rendere possibile il referendum.
«Chiediamo - dice il presidente
del consiglio Gianfranco Ganau di ripristinare le date di scadenza
delle concessioni, ma vogliamo
che sia chiaro che c’è un significato politico più ampio». Ganau, Pd,
è tra i primi promotori della raccolta di firme per la consultazione popolare, e anche da sindaco di Sassari ha sempre tenuto una posizione di tutela delle coste dell’isola
messe a rischio dai progetti di perforazione dei fondali marini alla ricerca di gas e petrolio.
Qual è il segno politico del refe-
rendum?
L’ambiente è un nodo strategico
primario. Lo è in Sardegna, dove è
una risorsa fondamentale per la
definizione di un modello economico alternativo a quello della
grande industria chimica, che nella nostra regione è giunto ormai al
capolinea. Dopo aver detto per decenni sempre ‘sì’ al petrolchimico, con risultati spesso discutibili, ora non possiamo condizionare le scelte di un settore per noi
vitale, come il turismo, agli interessi dei petrolieri che vogliono
avere mano libera sui nostri fondali. Ma oltre l’orizzonte regionale, che pure è decisivo per noi,
c’è anche un orizzonte più vasto,
che è quello della politica energetica nazionale e della coerenza di
questa politica rispetto agli impegni presi dal nostro paese in sede
internazionale. Non si possono
sottoscrivere accordi come quelli
Comunali/ IL TENTATIVO DI CONVINCERE BERLUSCONI A MOLLARE BERTOLASO
Il miraggio del grande centro all’ombra
del Cupolone. Casini in pressing per Marchini
Andrea Colombo
B
ei tempi quando un Neri Marcorè alle prime armi imitava Pier
Casini e la sua libidine per un
«grande centro» capace di controbilanciare l’onnipotenza di Arcore per poi allearcisi condizionandolo. Quasi 20 anni più tardi, dopo una lunga pausa in
panchina, il Pier è di nuovo in campo e
ancora una volta col miraggio del
«grande centro». Ma stavolta l’ex alleato-rivale, ormai quasi in stracci, dovrebbe esserne parte integrante. Un
centro tale da riunire le mille schegge
dell’antico centrodestra non lepenizzate per poi trattare, ma da posizioni forti, con i lepenizzati in questione.
Questo è l’obiettivo finale dell’intenso lavorio diplomatico grazie al quale il
redivivo spera di far convergere su Alfio Marchini ciò che resta dell’armata
berlusconiana, sacrificando Bertolaso.
L’intesa dovrebbe essere il primo passo verso la sempiterna «riunificazione
dei moderati». Bertolaso, per la verità,
giura di non avere la minima intenzione di fare passi indietro, anche se invia
bigliettini dolci al belloccio: «Io e lui siamo gli unici a parlare dei problemi dei
romani. E’ bene vedere se con Marchini sono possibili sinergie». Per inciso,
la ricetta dell’ex capo della Protezione
civile per «i romani» è bonificare il Tevere, renderlo balneabile e riempirlo
di stabilimenti. Un lavoretto che al confronto Ercole a Frigia si riposava.
Per tornare all’auspicata «sinergia»,
si tratterebbe, per Marchini, di accontentarsi del posto eminente di gran visir. «Se Marchini è disponibile a darmi
una mano con ruolo diverso da quello
di sindaco io sono ben contento». Il
bello è che proprio lo stesso disegno, a
parti rovesciate, hanno in mente i numerosi tifosi di Marchini annidati nel
cuore dello stato maggiore berlusconiano e di fatto concordi con il bel Pier.
Anche se non lo confesserebbero
mai pubblicamente, sono in molti gli
azzurri tentati dal cambio di cavallo. I
romani, Tajani e Giro, la pensano così
e il primo lo nasconde meno del secondo. Sarebbero orientati al medesimo
modo i fedelissimi che contano davvero, Gianni Letta e soprattutto Confalonieri. Silvio no. Lui in Bertolaso ci crede e a tutt’oggi non ha intenzione di
mollarlo. Però mai dire mai, tant’è vero che in privato alcuni degli ufficiali
più vicini al capo esitano: «Berlusconi
deciso a sostenere Bertolaso a tutti i costi? Insomma... Fino a un certo punto».
Quel «certo punto» ha una definizione precisa: sondaggi. Sono loro che,
impietosi, profetizzano il disastro per
il candidato di Arcore. Nella migliore
delle ipotesi Bertolaso sta 7 punti e passa sotto Meloni, anche se batte Marchini di misura. Il peggio è che non ne azzecca una. Quando si misura coi programmi finisce a promettere la resurrezione del biondo Tevere. Quando fa
l’amabile, confessa che la moglie «potrebbe votare per Giachetti».
Il cambio di cavallo sarebbe nell’ordine delle cose. Comprendere la resistenza di Berlusconi non è di conseguenza facile. Almeno in parte, tiene
su Bertolaso per evitare una frattura
nel partito altrimenti quasi certa. Se i
centristi e l’azienda gli suggeriscono di
portare acqua al mulino stanco di Marchini, l’intero gruppo dirigente del
nord è di parere opposto. Se cade Bertolaso, i voti azzurri devono rimpolpare Giorgia. Giovanni Toti lo dice apertamente: «Bertolaso è il nostro candidato, se resta in campo Fi lo sosterrà fino
in fondo. Ove si ritirasse, l’unica scelta
sarebbe andare sulla Meloni».
E’ probabile che evitare uno scontro
interno che dilanierebbe quel che resta del partito azzurro sia una delle ragioni che spingono Berlusconi a resistere sul cavallo che sembra al momento il più perdente. L’altra possibilità è
quella di cui si dice certa Giorgia Meloni: «Berlusconi vuole solo farmi perdere, ma se decide di perdere con Bertolaso non è più il leader del centrodestra.
Un accordo tra Bertolaso, che io prenderei come city manager, e Marchini
sarebbe un nuovo Nazareno». I leghisti
sono più secchi: «Bertolaso è la prova
che il Nazareno c’è ancora». Come finirà a Roma non si sa. Il nuovo centrodestra, invece, pare proprio già finito.
definiti recentemente a Parigi alla Conferenza mondiale sul clima e poi consentire alle grandi
compagnie di ottenere concessioni di sfruttamento dei giacimenti
italiani senza scadenza. Non si
può far decidere ai petrolieri
quando e quanto prelevare.
C’è chi in questi giorni agita lo
spettro della perdita di posti di
lavoro.
E’ un problema che viene sollevato in maniera strumentale. Si crea
un allarmismo del tutto ingiustificato. Se il sì vince, infatti, le piattaforme attualmente esistenti non
saranno per forza smantellate. Saranno solamente ripristinate le date di scadenza delle concessioni,
che non sono di breve periodo: si
va dai dieci ai quindici anni. Durante i quali è sperabile che venga
definita una politica energetica nazionale che sposti risorse - investimenti e occupazione - verso i settori delle energie rinnovabili, coerentemente agli impegni presi a
Parigi. Questo è il futuro, in questa
direzione bisogna andare.
E sull’invito all’astensione che
viene dalla segreteria nazionale
del suo partito?
Non mi stupisco che dentro un
grande partito come il Pd anche
sulla questione delle trivelle ci sia
dibattito e si esprimano posizioni
differenziate. Rientra nella normalità. Capisco che in Sardegna, ad
esempio, ci possano essere dirigenti che si sentono più vicini alle
posizioni della segreteria e altri
che hanno una sensibilità, diciamo così, pro industria. Ma non è
questo il punto. Il punto è che
non si può schierare tutto il Pd
per l’astensione. Chi è per il no lo
dica, altrettanto chi è per il sì. Argomentando, possibilmente, le
due diverse scelte. Ma dire ai cittadini che non bisogna andare a votare mi sembra un errore grave.
La partecipazione a scelte decisive per l’intera collettività nazionale, attraverso uno strumento di
larga consultazione popolare come il referendum, non può essere
vista come un rischio o, ancora
peggio, come una minaccia. Il Pd,
ma tutte le forze politiche in Italia, hanno un problema serio di
rapporto con i cittadini. Dare indicazione di astenersi al referendum del 17 aprile non mi sembra
che aiuti nessuno a risolverlo,
questo problema.
L’informazione ha fatto tutto ciò
che doveva fare sul referendum?
Lo ripeto: il referendum ha un significato politico generale. Si deve
decidere se sulle politiche energetiche nazionali dobbiamo andare
avanti o tornare indietro. I media
devono capire la portata della posta in gioco. Per questo mi associo
all’appello di quanti in queste ore
stanno sollecitando una maggiore
informazione sul quesito abrogativo del 17 aprile. Il voto è una buona occasione per chiedere che le
politiche energetiche nazionali siano sostenibili.
NAPOLI
De Magistris a Renzi
«Giù le mani dalla città»
«S
ignor presidente del Consiglio, se pensa di mettere le mani sulla città lei sarà respinto, come è capitato anche ad
altri, con fermezza e risolutezza». Così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris conclude la sua
video-risposta a Renzi, che ha accusato il comune di aver ritardato l’azione del governo
per riqualificare Bagnoli e annunciato che sabato sarà in città. Il sindaco ribatte: «A Bagnoli
c’è stato uno sperpero di denaro pubblico incredibile, un disastro ambientale e i principali responsabili di quello scempio appartengono al suo partito». E attacca: «A Napoli funziona così, ogni 5 anni si vota e il popolo elegge un sindaco. Non funziona che si diventa
presidente del Consiglio con una manovra
di palazzo... che si prova a governare facendo accordi con persone condannate in primo grado per corruzione... che si salvano le
banche a danno dei risparmiatori». Dialogo
sì, conclude, ma «nel rispetto della Costituzione e della democrazia».
CAMPIDOGLIO
A Roma 100 banchetti
per Fassina sindaco
S
i candida o non si candida? Questa mattina l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino
potrebbe rompere gli indugi - in occasione della presentazione del suo libro alla Stampa estera - ma anche no. In ogni caso Stefano
Fassina non aspetta le prossime mosse del chirurgo per annunciare che venerdì 2 e sabato 3
aprile a Roma saranno allestiti oltre 100 banchetti per la presentazione della sua candidatura a sindaco della Capitale e del programma
elettorale costruito insieme alla coalizione politica, sociale e civica che lo sostiene. Nell’occasione Fassina «incontrerà le cittadine e i cittadini per illustrare i punti del programma per Roma e spiegare le ragioni di questa iniziativa politica», annuncia il comitato per Fassina sindaco di Roma.
MILANO
Cappato: «Mi candido
per i referendum»
I
l consigliere comunale dei Radicali Marco Cappato annuncia la presentazione di
una lista e la sua candidatura a sindaco
di Milano, lamentando «il sabotaggio dei referendum propositivi» sulla messa a disposizione di 25mila nuovi alloggi in edilizia sociale
senza consumo di suolo; la riapertura dei Navigli; una nuova linea del metrò, l’allargamento
di Area C; l’ampliamento degli spazi verdi e la
destinazione a parco del 50% dei grandi interventi urbanistici. Dopo 275 giorni dal deposito
delle prime mille firme, «il Comitato - dice Cappato - non ha ancora ricevuto il via libera per
la raccolta. Solo una grande mobilitazione istituzionale e politica potrebbe consentire di
mettere al sicuro i referendum prima del deposito delle liste per le elezioni». Insomma, se
uno degli attuali candidati sosterrà i referendum radicali, la lista potrebbe non essere collegata a Cappato come candidato sindaco.
pagina 6
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
OMISSIONE COMPIUTA
BELGIO · Ancora polemiche sugli errori dell’intelligence. Il freelance rilasciato: «Sono anti-Isis»
Bruxelles-Parigi,
due anni di jihadismo
L’AEROPORTO DI ZAVENTEM, A UNA SETTIMANA DALL’ATTENTATO, A DESTRA HOOLIGAN NEONAZISTI IN PIAZZA A BRUXELLES LAPRESSE
A. Mas.
BRUXELLES
E
ra stato lasciato scorrere
come poco più che un
comune fatto di cronaca, l’attentato al Museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio
del 2014 nel centralissimo
quartiere dei Sablon. Tra le
viuzze, le belle piazzette e i locali di questa sorta di Trastevere in salsa belga, un uomo
aveva parcheggiato un’Audi
nera in doppia fila, era entrato all’interno e aveva cominciato a sparare. Poi era fuggito lasciando a terra, uccisi, un
dipendente belga del museo,
una volontaria francese e una
coppia di turisti israeliani cinquantenni.
Era la vigilia delle elezioni
europee e la notizia non rimase a lungo sulle prime pagine
dei giornali e nei titoli dei tg.
Le autorità lo qualificarono
subito come un «atto antisemita» e una settimana dopo
nella stazione ferroviaria di
Saint Charles fu fermato un
ventinovenne franco-tunisino, Mehdi Nemmouche, pro-
Le prove generali con
l’attentato al Museo
ebraico del 2014, alla
vigilia delle elezioni
europee
veniente da Roubaix, città
deindustrializzata del nord
della Francia dove il 20 per
cento della popolazione è di
religione musulmana (ma
con forti politiche di integrazione) e con gravi problemi
sociali: oltre la metà della popolazione vive sotto la soglia
della povertà e il tasso di disoccupazione è al 22 per cento. Nemmouche era finito in
carcere per una rapina nel
2006, lì si era radicalizzato e,
una volta uscito, nel 2013 se
n’era andato a combattere in
Siria. Al momento dell’arresto, gli erano stati trovati addosso il kalashnikov e la pistola utilizzati nell’attacco al Museo ebraico.
Solo ora emergono i legami
con la cellula jihadista degli
attentati di Parigi e Bruxelles.
Nemmouche era legato ad Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati
di Parigi e il New York Times,
citando fonti di intelligence e
giudiziarie europee e statunitensi, scrive che l’attacco fu
organizzato per «testare» la
capacità di reazione delle forze di sicurezza belghe. Che
non fu granché, visto che il
museo era sostanzialmente
incustodito, nonostante rappresentasse un potenziale
bersaglio di azioni terroristiche, e l’attentatore solitario
poté con tutta calma arrivare
in auto, rimontare a bordo dopo la strage e tornarsene in
Francia senza che nessuno lo
fermasse. Missione compiuta, per gli jihadisti belgi, che
in due anni avrebbero poi
avuto tutto il tempo di fare anche altri «test», anche se non
è chiaro quali, prima di organizzare gli ultimi attentati,
che sarebbero potuti essere
ancora più devastanti se la cellula non avesse deciso di anticipare tutto per «vendicare
l’arresto di Abdeslam Salah».
Tra gli attentatori di Bruxelles non ci sarebbe Faiçal Cheffou, il giornalista free lance arretato con l’accusa di essere
«il terzo uomo» dell’attentato
all’aeroporto e poi rilasciato.
Cheffou si è detto completamente innocente, aggiungendo di essere contro l'Isis e assicurando di non aver alcun legame con gli attentatori, ha
spiegato il suo avvocato Olivier Martins.
Alla base dell’errore giudiziario ci sarebbe il riconoscimento del tassista Cheffou ha
pure anche di aver reclutato
aspiranti jihadisti nel parco
Maximilien a Bruxelles, dove
vivono in alloggi di fortuna
centinaia di migranti (due anni fa vi arrivò pure la Carovana no border di attivisti e richiedenti asilo da tutta Europa). Il sindaco di Bruxelles
Yvan Mayeur aveva emesso
una diffida nei suoi confronti
a settembre, impedendogli di
entrare nel parco e ancora ieri ha insistito, definendolo
«un agitatore» e un «potenziale reclutatore di jihadisti». Secondo il suo legale, Cheffou
avrebbe un alibi per le ore degli attentati, verificabile pure
dai tabulati telefonici.
Ma le polemiche sugli errori dell’intelligence belga non
si placano. Il ministro della
Giustizia olandese, Ard van
der Steur, ieri ha detto davanti al Parlamento de L’Aja che
l’Fbi aveva trasmesso alla polizia olandese informazioni sui
precedenti criminali ed estremisti dei fratelli Ibrahim e
Khalid El Bakraoui, i kamikaze dell’aeroporto di Bruxelles,
il 16 marzo, sei giorni prima
degli attentati. Il giorno dopo
le informazioni sarebbero state girate alla polizia belga, che
però ha smentito l’accaduto,
confermando solo un incontro e alcune «comunicazioni»
dopo sull’operazione anti-jihadisti di Forest.
Intanto, un consigliere comunale socialista di Molenbeek, Jamal Ikazban, ha denunciato il fatto che domenica sera sms di propaganda
jihadista sarebbero stati inviati a diversi giovani del luogo. Il messaggio, proveniente da un numero di una carta prepagata irrintracciabile,
fotografato e pubblicato su
Twitter dal politico, recitava
in francese: «Fratelli miei,
perché non unirsi a noi per
combattere gli occidentali?
Fate le scelte giuste nella vostra vita».
ULTRADESTRA · Pronti a marciare su Molenbeek
Nuovo fenomeno hooligan,
casual e islamofobo
Guido Caldiron
L’
appuntamento è fissato per
il prossimo sabato pomeriggio nella piazza principale di
Molenbeek con uno slogan che per
una zona dove vivono diverse decine
di migliaia di musulmani si presta a
inevitabili, e voluti, fraintendimenti
provocatori: «Fuori gli islamisti
dall’Europa!». Génération Identitaire,
la formazione più consistente
dell’estrema destra francese, che a
Bruxelles è legata al gruppo Nation
più volte coinvolto in aggressioni ai
danni di migranti e clochard, ha lanciato via social un appello «alla gioventù europea» per una manifestazione nel quartiere presentato come «il simbolo di
una guerra che
non si combatte a
Palmira o Mosul,
ma tra le mura di
casa nostra».
Dopo aver scandalosamente consentito che il giorno di Pasqua poco
più di 400 hooligan marciassero fino
al cuore di Bruxelles per minacciare
e aggredire i partecipanti a una manifestazione per la solidarietà e contro
il terrorismo cui prendevano parte
anche molte famiglie musulmane, le
autorità annunciano ora che «nessun raduno estremista sarà consentito sabato a Molenbeek». Più probabile che in luogo della «grande manifestazione europea» annunciata ci sia
un’iniziativa numericamente non
troppo rilevante ma dagli esiti impre-
Dalla Francia
la chiamata alla
«gioventù europea»,
le autorità belghe
vietano il raduno
INTERNET · L’Fbi ha forzato un iPhone di un terrorista ucciso senza l’aiuto di Apple
La vittoria dei cybersmanettoni
BenOld
I
l «Federal Bureau of Investigation» ha vinto il braccio di
ferro con la Apple. Il contenzioso è nato recentemente con
la richiesta della Fbi alla società
della mela morsicata di avere le
informazioni necessarie per «entrare» nella memoria dell’iPhone di uno dei terroristi che a San
Bernardino hanno compiuto, in
nome della jihad, un’azione dove sono morti diciannove cittadini statunitensi. Il terrorista è rimasto ucciso nel conflitto a fuoco con la polizia, ma la Fbi è convinta che le informazioni potevano risultare utili per smantellare
la «rete» di combattenti islamici
presenti in California. La richiesta è stata respinta con una solenne presa di posizione di Tim
Cook in favore della privacy degli utenti possessori di dispositivi Apple. Una volta appreso il rifiuto, la Fbi si è rivolta alla magistratura per imporre ad Apple di
fornire le chiavi per aggirare i sistemi di sicurezza. In fondo, per
la Fbi la rinuncia alla privacy di
un uomo morto era il prezzo minimo da pagare per garantire la
sicurezza nazionale.
Ieri, infine, l’annuncio che la
Fbi è riuscita ad accedere alle informazioni
memorizzate
sull’iPhone senza l’aiuto di Ap-
ple. Immediata la reazione di
Tim Cook, che vuol sapere come l’ente investigativo sia riuscito a violare la sicurezza dello
smartphone.
In ballo, per l’amministratore
delegato della Apple, è la sicurezza di tutti i possessori di iPhone. Nel frattempo il tam tam della Rete ha fatto rimbalzare di nodo in nodo l’ipotesi che la Fbi
abbia assoldato un hacker (o
più hacker) per forzare i sistemi
di sicurezza. Non sarebbe infatti
la prima volta che la Fbi assolda
Hacker assoldati
dagli investigatori
federali
o consulenza
di società israeliana
hacker per compiere operazioni
di cyberpolizia. Altrettanto accreditata è l’ipotesi che tra gli
«smanettoni» della Fbi ci sono
tecnici molto qualificati che
non hanno nulla da invidiare al
«virtuosismo della programmazione» di molti hacker. D’altronde la possibilità che un investigatore della Fbi potesse «violare»
l’iPhone senza nessun aiuto da
parte della Apple era stata prospettata da Edward Snowden,
l’ex-consulente informatico della National Security Agency che
ha denunciato i sistemi di intercettazione delle comunicazioni
in Rete da parte dei servizi di intelligence Usa. Ma altrettanto accreditata è l’ipotesi che dietro la
forzatura dell’iPhone ci sia la società israeliana Cellebrite, da
tempo usata dalla Fbi come
«consulente» in cybersicurezza.
Il braccio di ferro attorno
all’iPhone del terrorista ha visto
scendere in campo molte delle
teste d’uovo della Silicon Valley.
Google, Facebook, Twitter, Amazon si sono schierati con Apple.
Allo stesso tempo tutte le associazioni che contano sui diritti
civili dentro e fuori la Rete hanno espresso la loro solidarietà e
vicinanza alla Apple. In una miscellanea di difesa dei diritti individuali e di libertà delle imprese
da qualsiasi ingerenza statale, la
questione della privacy è uno
dei temi considerati fondamentali negli Stati Uniti. E in sua difesa si è costituita una «coalizione» a geometria variabile di attivismo civico, imprenditoria 2.0
e mediattivismo radicale.
Meno indagato è il fatto che
la privacy è ormai un fiorente
business per imprese che sviluppano software per cancellare
ogni «traccia» delle operazioni
on line per chi è disposto a paga-
vedibili dato il contesto già carico di
tensioni in cui si inserisce.
Del resto, i gruppi dell’estrema destra puntano tutto sull’ipotesi che le
nostre società implodano in una sorta di guerra di civiltà a bassa intensità. Ciò che si è visto nelle strade di
Bruxelles: i supporter razzisti di diverse squadre del campionato belga riuniti per l’occasione sotto la sigla di
Casuals Against Terrorism, dove il casuals sta per lo stile meno appariscente adottato per sfuggire ai controlli anti-hooligan intorno agli stadi,
con contorno di passamontagna, fumogeni e saluti fascisti, e gli slogan
«siamo a casa nostra», «we are the belgian hooligans» (in inglese) e «fotti
l’Isis», evoca da
questo punto di vista un fenomeno
che sta emergendo
in tutto il nord Europa. Vale a dire il
tentativo di una
nuova politicizzazione del mondo
hooligan,
dopo
l’importante investimento in questo
senso operato dalla destra radicale
tra gli anni Ottanta e Novanta, stavolta in senso smaccatamente anti-musulmano.
Il primo segnale in questa direzione è arrivato non a caso dalla Gran
Bretagna, dove il razzismo e la violenza scacciate manu militari dalla Premier league hanno da tempo conquistato le serie minori e perfino i campionati amatoriali. Fin dal 2009 la English Defence League, che ha riunito
soprattutto tifosi di estrema destra
delle squadre più note, ma anche delle équipe di provincia, ha definito la
rotta organizzando manifestazioni
nei quartieri dell’emigrazione musulmana a cui hanno preso parte anche
migliaia di persone. Nel 2010, a Bradford, uno di questi raduni si è concluso con ore di scontri con la polizia
e i giovani pakistani locali. L’Edl non
si è limitata a condurre una campagna sistematica contro i musulmani
in patria, ma ha sostenuto anche la
formazione di simili movimenti in altri paesi, come la Dutch Defence League sorta ad Amsterdam e che appoggia esplicitamente Geert Wilders, il
leader xenofobo e anti-islamico alleato in Europa di Le Pen e Salvini. Un
gruppo analogo, la Ligue française de
défense o Ligue 732 è nato tra i supporter del Paris Saint Germain.
Il paese dove questa tendenza è però emersa negli ultimi anni, mentre
il peso dell’Edl diminuiva nel Regno
Unito anche a causa di conflitti interni, è la Germania, dove il cosiddetto
circuito degli HoGeSa, «hooligan contro i salafiti», ha per molti versi anticipato l’arrivo sulla scena di Pegida, di
cui ha finito per diventare poi una
delle componenti «non ufficiali». Numerosi i casi di manifestazioni violente organizzate da questo network
a Colonia, Amburgo e Hannover negli ultimi tre anni.
re parcelle salatisssime, come
documentato dal giornalista e
studioso Jan Robinson nel volume I giustizieri della rete (Codice edizioni). In ogni caso, sia
che sia un diritto da acquistare
sul mercato che un argomento
caldo di una «guerra culturale»,
dietro il tema della privacy si staglia il settore dei Big Data, cioè
della raccolta, elaborazione e
vendita di informazioni individuali in una società dove la connessione alla Rete è diventata
una costante nelle vite di uomini e donne.
La posta in gioco è dunque
chi eserciterà la sovranità sui
Big data. La decisione della
Fbi segnala il fatto che gli Stati Uniti vogliono far parte, a
pari titolo delle imprese private, della governance della «società del controllo».
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
pagina 7
INTERNAZIONALE
GIAPPONE · Approvate le leggi per la sicurezza, via libera ai soldati di Tokyo all’estero
Abe può mettersi l’elmetto
Marco Zappa
T
okyo potrà inviare più agevolmente truppe all’estero. Le nuove leggi per la sicurezza nazionale che rinforzano la cooperazione militare internazionale del Giappone sono
entrate ufficialmente in vigore
ieri, 29 marzo. I provvedimenti
giungono a sei mesi di distanza
dalla loro approvazione parlamentare, avvenuta tra le polemiche e le proteste popolari, a settembre 2015.
La nuova legislazione permetterà al governo giapponese di inviare i soldati all’estero in caso
di chiara minaccia alla sicurezza
nazionale giapponese e a tutela
del diritto all’autodifesa collettiva sancito dalle Nazioni unite. I
militari giapponesi avranno anche più libertà d’azione in caso
di scontri a fuoco con forze nemiche che coinvolgano direttamente cittadini giapponesi o
truppe di paesi alleati. Si tratta
del più importante cambiamento nell’atteggiamento strategico
del Giappone dal dopoguerra. È
anche una importante vittoria
politica del primo ministro Shinzo Abe che dal 2012 cerca di rilanciare il paese anche in politica internazionale. Da una parte
c’è la lunga battaglia di Tokyo
per modificare il proprio status
all’interno delle Nazioni unite.
A ottobre 2015, il Giappone è
stato eletto per l’undicesima volta a un seggio temporaneo. Ma
la leadership politica punta a ottenere al più presto un seggio
permanente. Dall’altra gli asset-
Il provvedimento
cancella il pacifismo
di stato giapponese,
sancito nell’articolo 9
della costituzione
ti strategici regionali, in un’area
del mondo, l’Asia Pacifico, sempre più coinvolta in una nuova
corsa agli armamenti.
Secondo uno studio del Peace
Research Institute di Stoccolma,
dal 2011 al 2015 la regione è al
centro del mercato globale delle
armi con il 46 per cento del totale degli acquisti mondiali. A fine
2015, anche Tokyo ha approvato un budget da record per la difesa da circa 42 milioni di dollari. Dalla fine del 2013 il governo
di Tokyo guidato dal conservatore Abe ha orientato le proprie
politiche verso il comparto sicurezza, dando l’ok alla creazione
di un Consiglio di sicurezza nazionale su modello americano.
Ad aprile 2015, durante una visita di una delegazione del governo di Tokyo a Washington,
vengono concordate tra i due governi nuove linee guida sulla cooperazione di difesa tra Giappone e Stati uniti. Al centro di queste, un ruolo accresciuto per il
Giappone nell’ambito degli accordi di cooperazione di difesa
siglati nell’immediato dopoguerra. A distanza di poche settima-
REPUBBLICA CECA · Incontro con il presidente Zeman
Xi Jinping a Praga, accordi
investimenti e soft power
LE PROTESTE CONTRO LA LEGGE SULLA SICUREZZA IN GIAPPONE NEL 2015, A DESTRA XI A PRAGA /LAPRESSE
ne, le nuove leggi di sicurezza
nazionale approdano in parlamento. La discussione politica
si fa accesa e decine di migliaia
di persone, proprio in un periodo coincidente con il 70esimo
anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Asia,
scendono in piazza in tutto il
Giappone contro le politiche di
difesa del governo Abe.
Queste - stando alle accuse
delle opposizioni ma anche di
categorie sociali come costituzionalisti e avvocati - vanno a
calpestare il pacifismo di stato
giapponese, sancito nell’articolo 9 della costituzione postbellica. Le nuove leggi rischiano,
questa l’accusa, di trascinare il
paese in nuove guerre americane come capitato in Iraq e Afghanistan all’inizio dei 2000. La larga maggioranza di cui il partito
liberal-democratico, la prima
forza politica nazionale, gode in
entrambi i rami del parlamento
ha reso però reso possibile il definitivo via libera alle nuove misure lo scorso settembre. Ieri il
primo ministro Shinzo Abe è
tornato a difendere con forza i
provvedimenti. «Il contesto di
sicurezza intorno al nostro paese è sempre più serio», ha spiegato il premier nipponico in
conferenza stampa con chiaro
riferimento al test nucleare del-
lo scorso gennaio e ai recenti
lanci di missili a corto e lungo
raggio da parte della Corea del
Nord. «Nessun paese nel mondo può proteggersi da solo», ha
aggiunto Abe.
Anche se apprezzato dagli Stati uniti, il nuovo atteggiamento
di difesa del Giappone suscita
timori soprattutto in Cina e Corea del Sud. La mossa di Abe potrebbe infatti minare la stabilità
della regione. Forse anche in
previsione di ciò, Tokyo ha da
poco nominato un nuovo ambasciatore a Pechino, Yutaka
Yokoi, studioso di Cina e perciò
definito della «scuola cinese»
della diplomazia giapponese,
già in passato console a Shanghai, mentre è prevista una missione del ministro degli Esteri
Fumio Kishida in Cina entro la
primavera.
Jakub Hornacek
PRAGA
Q
uella del presidente cinese Xi
Jinping a Praga è una visita
storica. In questa occasione
sarà firmato il Memorandum di cooperazione strategica, che la Cina ha
già stretto con altri stati europei come la Francia e la Gran Bretagna.
La Repubblica Ceca sarà il primo
paese dell’Europa orientale a stabilire un livello di partnership privilegiato con la Cina. Nell’accordo ci sono
alcuni punti salienti come il riconoscimento dell’indivisibilità della Cina, mentre i diplomatici cechi hanno dovuto respingere alcune richieste cinesi. Tra i punti scartati, secondo alcune indiscrezioni, c’era il riconoscimento della Repubblica Popolare come economia di mercato.
L’avvicinamento dei due Paesi è in
corso da diversi anni. Il principale
propulsore di questo indirizzo geopolitico è il presidente ceco Milos Zeman, che fu l’unico capo di stato
dell’Unione europea a partecipare al-
PAKISTAN · L’obiettivo del gruppo Ja: accreditarsi come nuova forza sullo scenario locale
Lahore, dopo la strage 200 arresti
Emanuele Giordana
L’
attentatore suicida che
domenica ha seminato
la morte nell’affollato
parco di Gulshan-e-Iqbal a
Lahore ha un nome e un profilo. La polizia ci sarebbe arrivata
ieri sulla base di un identikit
che aveva messo fuori causa il
primo nome - Muhammad Yousuf di Muzafargarh- saltato fuori da una certa d’identità trovata sul posto.
Ma la conferma arriva direttamente dal gruppo scissionista
dei talebani pachistani che ha rivendicato la strage – Jamaatul
Ahrar – che ha reso nota identità e fattezze del giovane Salahuddin Khorasani, un ragazzo
tra i 20 e i 25 anni di cui Ja ha diffuso una foto che corrisponde
all’identikit degli inquirenti. La
polizia pachistana ha già arrestato 200 sospetti negli ambienti radicali e dice di tenere sotto
stretto controllo le madrase
dell’area con un’operazione che
però ha «carattere nazionale».
La caccia all’uomo prosegue
per individuare chi ha aiutato il
suicida e chi ha preparato l’attacco nel quale sono morte 72 persone e altre 300 sono state ferite.
Tra loro, donne e bambini in
gran parte cristiani (il target della strage rivendicata da Ja) ma
ovviamente anche musulmani
in un parco pubblico sempre affollato nei giorni di festa.
I terroristi, che fanno parte di
un gruppo che si è scisso dal
Teherk Taleban Pakistan (Ttp),
il cartello jihadista nato nel
2007, hanno colpito i cristiani
ma l’operazione potrebbe in realtà avere tutt’altro obiettivo:
dar forza al neonato gruppo terrorista – che sembra abbia aderito al progetto di Daesh – per accreditarlo sia come nuova forza
sullo scenario locale, sia come
possibile nuova cupola del cartello talebano pachistano in seria difficoltà tra scissioni e litigi
interni.
Difficoltà aumentata dall’operativo Zarb e Azb, offensiva militare lanciata nell’estate 2014
dall’esercito guidato dal generale Raheel Sharif, l’uomo che tutti indicano come il vero artefice
di quanto avviene in Pakistan
dove al governo, formalmente,
ci sono i civili.
L’operativo Zarb e Azb ha i
suoi lati oscuri: a dicembre, a 18
mesi dal suo inizio, Raheel ha
fatto il punto e sciorinato i successi di un’operazione che ha
impegnato circa 30mila soldati
Bilancio delle vittime:
72 morti e 300 feriti.
Tra loro non solo
cristiani ma anche
tanti musulmani
col sostegno dell’aviazione. Secondo i militari 3.400 terroristi
sarebbero stati uccisi in 837 nascondigli distrutti con 13,200
operazioni mirate.
I morti tra i soldati erano 488
(Pakistan Army, Frontier Corps
(FC) e Sindh Rangers) con 1.914
i feriti. Quanto alla giustizia, erano in funzione 11 corti militari
autorizzate
dopo
l’inizio
dell’operativo e che possono
condannare a morte perché Islamabad ha sospeso la moratoria.
Alcuni dei detenuti condannati
sono già stati impiccati. L’esercito ha sostenuto che in Waziri-
stan non ci sono state vittime civili (!) ma, a parte l’apodittica
certezza, non ci sono né dati né
stime indipendenti perché
l’area è vietata ai reporter.
Quanto agli sfollati, secondo
la stampa locale erano - nel luglio del 2014 a un anno cioè
dall’inizio dell’operazione - circa un milione (oltre 80mila famiglie) con una discreta discrepanza tra quel numero e la popolazione attiva del Waziristan (la zona target) che è tra le 4 e le
500mila persone.
L’esercito assicurava anche
che entro il 2015 tutti i rimpatri
nei luoghi di origine sarebbero
stati completati anche perché
per l’esercito gli sfollati ammontavano nel dicembre scorso a soli 300mila. Numeri che non tornano. Il rischio è adesso che la
mano diventi troppo pesante
grazie al consenso che si forma
appena i talebani compiono i loro efferati attentati.
L’esercito ha usato caccia
bombardieri, fa uso di corti speciali, può comminare la pena capitale ma nello stesso tempo è
impossibile verificare cosa accade degli sfollati, quante sono le
vittime civili, in che condizioni
si può tornare a casa.
L’emergenza talebana del resto fa porre poche domande. Né
ne hanno fatte l’Unione europea o gli Stati uniti ai quali va imputato il capitolo droni, un’arma usata per uccisioni mirate
sulle quali non si hanno dati certi (vedi il caso dell’italiano Giovanni Lo Porto ucciso in Pakistan da un drone).
E se viene ignorato ciò che fanno i militari, poca attenzione viene anche dedicata alla società civile pachistana che in molte occasioni – dall’attentato a Malala
fino alla manifestazioni che seguono alle stragi- si è mobilitata
per dimostrare la totale distanza
dalle strategie islamiste.
la parata organizzata l’anno scorso a
Pechino in ricorrenza della fine della
Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. «La visita segna un nuovo inizio,
in quanto i rapporti tra la Cina e i precedenti governi cechi erano pessimi
- ha dichiarato Zeman alla vigilia
dell’arrivo di Xi Jinping alla televisione cinese Cctv - I governi precedenti
erano sotto l’influenza degli Stati uniti e dell’Unione europea. Ora siamo
nuovamente un Paese indipendente
con una politica estera autonoma
corrispondente ai nostri interessi nazionali».
L’indirizzo espresso dal presidente ceco è stato - in qualche modo - accettato anche dal governo e dalla destra euroscettica, che vede in Pechino una possibile, per quanto aleatoria, alternativa all’odiata Bruxelles.
Nel Paese non mancano però dissensi espressi soprattutto dai sostenitori
dell’autonomia del Tibet e dagli attivisti per i diritti umani. All’arrivo di
Xi si sono registrate in città scaramucce tra i critici e i cinesi festeggianti la visita del proprio numero
uno. La visita di Xi Jinping si porta
dietro anche le inevitabili attese di investimenti cinesi.
La Cina ha scoperto piuttosto di recente la Repubblica Ceca e i primi investimenti di qualche spessore sono
arrivati solo nella seconda metà
dell’anno scorso. L’investitore più attivo è stata fin’ora la compagnia Cefc, che ha fatto acquisizioni per circa
800 milioni di euro.
Gli investimenti hanno riguardato
soprattutto operazioni finanziarie e
acquisizioni simboliche, come per
esempio quella dello storico club di
calcio della capitale Slavia Praga.
A godere di maggiori benefici
dall’arrivo del capitale cinese in Repubblica Ceca è stata una schiera trasversale di imprenditori nei media,
oligarchi e lobbisti, che si sono visti
arrivare in tasca una valanga di denaro fresco. Gli investimenti nelle attività produttive si fermano per ora a circa 50 milioni di euro.
È chiaro che queste acquisizioni
fungono anche da strumenta di persuasione verso una fascia di imprenditori, che hanno grande influenza
nella politica locali. Alcuni sinologi
cechi hanno anche avvertito che la
compagnia Cefc potrebbe essere
nell’orbita dei servizi segreti cinesi,
un fatto decisamente smentito dal
factotum ceco della società e presidente della Camera di Commercio
Ceco-Cinese Jaroslav Tvrdik. «Cefc è
una normale compagnia commerciale privata», ha dichiarato Tvrdik al
quotidiano Lidove Noviny.
Allo stato attuale i dirigenti cinesi
considerano la Repubblica Ceca uno
dei Paesi dell’Ue più aperti e amici
nei confronti della Repubblica Popolare. Certamente il paese del centro
Europa è appetibile per la sua posizione geografica di potenziale hub
centro-europeo della Nuova via della Seta, che in Europa dovrebbe sbarcare nel porto del Pireo, risalire i Balcani e raggiungere i ghiotti mercati
dell’Europa centrale e settentrionale
tramite nuove infrastrutture ferroviarie e fluviali.
Allo stesso tempo la dirigenza della Repubblica Popolare tenta di non
dipendere da un solo paese nelle
sue strategie. Accordi simili alla partnership strategica con la Repubblica Ceca sono stati infatti offerti ad
altri Paesi dell’area, ad esempio la
Polonia. L’esclusività di rapporti
con la Cina, in cui si cullano molti
politici cechi, potrebbe diventare
presto un’illusione.
pagina 8
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
ARRESTIAMO UMANI
GRECIA
Sovraffollamento,
rischio emergenza
negli hotspot
Carlo Lania
I
l parlamento greco si prepara
ad esaminare il disegno di legge messo a punto dal governo
che dichiara la Turchia Paese terzo
sicuro. Si tratta di uno dei passaggi
necessari per dare attuazione all’accordo del 18 marzo scorso tra Unione europea e Ankara che consentirà di rispedire oltre il mar Egeo i migranti arrivati sulle isole greche a
partire dal 20 marzo scorso, giorno
dell’entrata in vigore dell’intesa (altro passaggio fondamentale sarà
probabilmente l’esame dell’accordo stesso da parte dei parlamenti
degli Stati membri).
L’approvazione del disegno di
legge dovrebbe segnare l’avvio ufficiale all’operazione voluta da Bruxelles per fermare gli arrivi in Europa di quanti fuggono dalla guerra,
anche se si tratterà di una partenza
solo formale. Nei fatti, è molto probabile che ancora per molte settimane nessuno dei profughi e dei
migranti economici arrivati a Lesbo, Chios, Kos o in un’altra isola
dell’Egeo venga riportato a forza in
Turchia. Almeno se verranno rispettate le convenzioni internazionali.
Le richieste di asilo devono infatti
essere esaminate individualmente
e in caso di risposta negativa è prevista la possibilità di fare ricorso. Tutte procedure che richiedono tempo, anche se Bruxelles preme in tutti i modi per velocizzarle al massimo. Fino a oggi infatti, nonostante
gli appelli di Frontex agli Stati europei perché mettano a disposizione
di Atene almeno 1.500 tra poliziotti
e funzionari addetti all’esame delle
richieste di asilo, a vagliare le domande dei rifugiati ci sono solo una
ventina di funzionari greci.
Conseguenza di questo stato di
cose è che presto gli hotspot allestiti sulle isole saranno sovraffollati.
Gli sbarchi in Grecia continuano
infatti a essere numerosi, anche se
inferiori rispetto ai numeri registrati fino a qualche mese fa. Dopo
una flessione iniziale nei giorni successivi alla firma dell’accordo con
Ankara - e dovuta probabilmente
al maltempo che ha reso difficile la
traversata dell’Egeo - gli arrivi sembrano essere di nuovo in salita. Più
di 700 solo ieri a Lesbo, che rischiano adesso di far scattare l’emergenza a Moria, uno dei due hotspot
dell’isola nel quale già ieri si contavano oltre 2.000 uomini, donne e
bambini mentre ne potrebbe ospitare al massimo 1.500. Persone che
che contrariamente a quanto accadeva fino al 20 marzo ora non possono uscire dalla struttura (un ex
carcere trasformato prima in centro di accoglienza e poi in hotspot), cosa che ha provocato la reazione dell’Unhcr e Medici senza
frontiere che per protesta hanno
sospeso alcune delle loro attività
pur mantenendo una presenza
quotidiana all’interno del centro.
Ma il pericolo è che vengano violati anche altri diritti riconosciuti internazionalmente. «Per essere rimandati in Turchia i migranti devono poter contare sulla protezione internazionale e questa non è
garantita a iracheni e afghani» spiega Michele Telaro, responsabile a
Lesbo per Msf. La Turchia applica
infatti la convenzione di Ginevra limitatamente ad alcune aree geografiche. «Questo significa che in
Turchia gode di protezione internazionale chi fugge da fatti accaduti
in Europa, ma non iracheni e afghani». Perché questo avvenga sarebbe necessario che Ankara modificasse le sue leggi cosa che, seppure avvenisse, richiederebbe ulteriore tempo. Con i migranti sempre
prigionieri negli hotspot, l’accordo
potrebbe così trasformarsi in un
boomerang per Bruxelles.
Nella città turca
bagnata dall’Egeo
i trafficanti
non sono turbati
dagli effetti
dell’accordo tra Ue
e Ankara sul loro
business. Se il
passaggio verso
le isole greche
saltasse,
nuove rotte si
aprirebbero verso
l’Italia. E c’è chi
vende un rene per
mettere la famiglia
su un gommone
Izmir, borsa nera dei m
Emanuele Confortin
IZMIR (SMIRNE)
B
asmane è un vecchio quartiere residenziale di Smirne, la terza città turca per
dimensioni, bagnata dalle acque
del Mare Egeo. Qui, tra i vicoli
scoscesi in cui si susseguono barbieri, ristoranti e fumose sale da
tè, a un centinaio di metri dal capolinea ferroviario e dalla locale
stazione di polizia, si trova il centro nodale del traffico di esseri
umani diretti alle vicine isole di
Lesbo e Chios, quindi in Europa.
Per rendere l’idea, Basmane è
simile a una borsa finanziaria,
ma al posto di titoli e azioni viene
negoziato il valore della vita umana. La domanda è composta da
decine, centinaia di migliaia di rifugiati, soprattutto siriani, in fuga
da guerre e persecuzioni, che vogliono "passare" dall’altra parte.
Pacchetti tutto incluso
L’offerta è nelle mani di trafficanti in grado di fornire pacchetti
all inclusive, vale a dire protezione, trasporti interni, vitto, alloggio, infine un pass verso le isole
egee. «Per l’attraversata su gommone il prezzo varia dagli 800 ai
1600 euro a seconda della stagione», spiega Jameh, 31 anni ex dipendente delle Nazioni unite a
Damasco, incontrato in una tavola calda gestita da siriani, al cui
esterno campeggia un’insegna
rossa in arabo. Nella zona vivono
migliaia di siriani, «per gli esercizi
come il mio è una grande opportunità» sussurra il titolare turco.
Jameh aveva un lavoro e una posizione nella capitale siriana, ma
tutto è venuto meno con la guerra
civile, cui è seguita la chiamata alle armi nell’esercito di Bashar
al-Assad, da lui disertata: «Non potevo accettare di combattere e
puntare le armi contro un essere
umano». Ora la prospettiva per il
traditore del regime è un lavoro in
nero e sottopagato a Istanbul, do-
ve a breve si trasferirà con la moglie, perché «da quelle parti è più
facile, ci sono più fabbriche».
Diversa la prospettiva per quattro giovani, anche loro siriani, incontrati su Fevzi Pasha boulevard, il lungo viale che collega le
ombre di Basmane al luccicante
kordon, il lungomare costellato di
locali alla moda. Portano borse
da calcio riempite con i pochi averi, uno di loro regge sulla testa un
sacco della spazzatura chiuso
con cura per non bagnare l’interno. Sono diretti alla piazza della
stazione ferroviaria, ai ristoranti
in cui si consuma l’ultimo pasto
prima di salire su un furgone diretto verso le cittadine costiere.
Malgrado l’accordo Ue-Turchia, il business degli attraversamenti non è stato decapitato, ma
solo rallentato. All’indomani del
20 marzo, giorno di entrata in vigore del deal, qualcuno ha commentato con ottimismo l’azzeramento improvviso degli attraversamenti. Colpa della lontanan-
za, o questione di pochi rudimenti in materia di navigazione, ma non serve essere gente
di mare per capire che il vento
della scorsa settimana avrebbe
reso impossibile ogni tentativo
di passaggio.
Ad ogni modo, se sulla costa tira buona aria per la politica, i ragazzi di Fevzi Pasha suggeriscono
la ripresa dei passaggi, al pari del
meteo in miglioramento, dei trafficanti alla ricerca di clienti, e dei
giubbotti di salvataggio arancioni, ancora in bella mostra
all’esterno dei negozi.
Poi ci sono loro, gli habitué della "borsa" di Izmir, commercianti, pensionati, disoccupati che negli ultimi anni hanno visto crescere sotto i loro occhi un business
valutato tra i 3 e i 6 miliardi di dollari. «Non si possono fermare, ci
sono troppi soldi in ballo», assicurano uno dopo l’altro.
Nell’area residenziale aggrappata sulle pendici del Monte Pagus, sopra Basmane, decine di mi-
gliaia di siriani vivono stipati in vecchie case e appartamenti sfitti da
anni, pagati quanto un loft con vista sull’Egeo. «Le case si riconoscono dalle antenne satellitari installate, sono quelli che scelgono di rimanere, per ora», spiega un fruttivendolo indicando i tetti nei paraggi. Di giorno questi vicoli restano
deserti. «I siriani escono dopo il tramonto, a migliaia» assicura Fuat
Gurgun, turco-albanese con un
passato in Italia, responsabile di
una pelletteria nei paraggi. Rifugiati e turchi qui condividono povertà
e degrado. «Spesso in una famiglia
di 6-8 persone c’è uno solo che lavora, in nero e sottopagato per
giunta», spiega Chris Dowling,
28enne di Venezia, in Turchia dal
2014 e da tre mesi volontario al Kapilar, organizzazione impegnata
nell’integrazione delle minoranze
curde del Sudest, dei Rom e della
comunità siriana stanziale.
Malgrado il governo turco stia
favorendo il rilascio ai siriani del
kimlik, carta di identità che rico-
nosce lo status di ospite permanente e l’accesso a servizi e lavoro, i rifugiati continuano ad essere sfruttati. «Lavorano in nero,
12 ore al giorno per 6 giorni la
settimana, soprattutto nel comparto tessile - continua il volontario - ma percepiscono poco più
di 800 lire turche al mese, rispetto al salario minimo di 1300 lire». Poco o nulla se 400 lire vanno per l’affitto di un seminterrato ammuffito e col resto devono
mangiare in 6.
Peggio di così...
Le cose però possono andare
anche peggio. Diverse ragazze
siriane sono state costrette a
vendersi per strada, a prezzi
ben più bassi delle tariffe imposte nei bordelli funzionanti a lato della ferrovia. Una scelta
estrema, ma necessaria per raccogliere la somma con cui pagare la tratta sull’Egeo. Altri prestano servizio per i trafficanti, come procacciatori di clienti a
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
pagina 9
ARRESTIAMO UMANI
PARIGI · Concerto improvvisato allenta per un giorno la tensione tra chi fugge dalla Jungle di Calais
Campo profughi in movimento
Marino Ficco
PARIGI
U
migranti
commissione. C’è poi chi arriva
addirittura a vendere un rene
nel mercato nero degli organi.
Strada scelta nei mesi scorsi da
un padre di famiglia, per garantire ai suoi un posto in gommone. L’uomo è poi stato medicato da un medico tedesco dopo
lo sbarco a Chios.
Malgrado a Basmane tutto indichi la ripresa degli attraversamenti malgrado l’accordo di
Bruxelles, servirà tempo per attribuire eventuali colpe e meriti. Di concreto c’è stato l’aumento delle forze di polizia schierate lungo la costa, al pari delle imbarcazioni turche e greche di
ronda sulle acque dell’Egeo.
Quindi prudenza d’obbligo per
i trafficanti, ma il restyling del
business è già chiaro: tratte più
lunghe (Italia e costa ateniese),
più costose e pericolose, su imbarcazioni più grandi. Del resto
il mercato esiste, e a pagare il
conto sono sempre gli stessi, rifugiati e migranti.
scita del metrò Stalingrad di Parigi. Mais c’est quoi ça? esclama
un signore che fino a un attimo prima era immerso in un’intensa
conversazione telefonica. Decine di uomini, donne e bambini sono sdraiati a terra su dei materassi. Alcuni giocano a carte. C’è chi fuma. Uno ci prova con una volontaria della Caritas. Un bimbo abbozza
un sorriso mentre la mamma gli tende
un biscotto. Una tenda verde e una arancio. Sudiciume, spazzatura, umidità, puzza. E la musica di Aster Aweke.
Da un angolo riparato dalla pioggia
con un telone di plastica verde, rie-
cheggiano le parole dell’ultimo successo della cantante etiope. D’un tratto il silenzio, si provano gli ultimi accordi e il concerto ha inizio. Bastano
un basso, una chitarra elettrica e un
microfono per mettere in movimento quest’umanità abbandonata a se
stessa. Sorrisi si alternano ad applausi. Tutti vogliono filmare questa parentesi di umanità per condividerla
su Facebook. Ci sono almeno un centinaio di persone. In totale hanno a
disposizione 4 bagni chimici e nessuno passa a raccogliere i rifiuti, che si
accumulano. «Adesso c’è poca gente
ma di notte dormono fino a 500 persone» ci dice Marie-Laure, una signora che abita nel quartiere e che viene
a dare una mano quando ha un attimo libero.
Siamo nel nuovo campo di migranti
a Parigi. Per il momento le autorità lo
tollerano ma le associazioni che difendono i diritti dei migranti temono che
sia smantellato presto. Esattamente
un anno fa la prefettura di Parigi cominciava una politica di smantellamento di tutti i campi che si erano formati in città. Prima fu sgomberato lo
squat de La Chapelle, poi fu la volta
del liceo occupato Jean Quarré ed infine Austerlitz e Saint Ouen. Uomini,
donne e bambini erano stati ridistribuiti in centri d’accoglienza sparsi per tutta la Francia. «Mi avevano mandato a
Verdun – dice Omar, un giovane paki-
Satira/CANZONCINA SUL SULTANO DIVENTA UN CASO DIPLOMATICO
FAMIGLIA
DI PROFUGHI SIRIANI
SULLA COSTA TURCA
PRESSO IZMIR,
IN ATTESA
DEL "PASSAGGIO"
VERSO LE VICINE
ISOLE GRECHE
/FOTO REUTERS
IN ALTO A DESTRA
MINI-CONCERTO
NEL NUOVO CAMPO
PROFUGHI DI PARIGI
/FOTO MARINO
FICCO IN BASSO
CARICATURA DI
ERDOGAN IN UN
CORTEO KURDO
/FOTO LAPRESSE
La furia censoria di Erdogan emigra
in Germania. Che imbarazzo a Berlino
Marco Bascetta
L’
avversione del Sultano di Ankara per la libertà di
stampa è cosa nota. Ma fino a oggi il governo turco non aveva ancora avanzato la pretesa di estendere la censura fuori dai confini
del paese, fino nel cuore di
quell’Europa nella quale la Turchia aspira ad entrare. Sarà perché ospita la più grande comunità turca del Vecchio continente,
sarà perché Berlino si propone di
guidare la politica migratoria europea, è proprio la Germania il
primo bersaglio della furia censoria di Erdogan in versione sovranazionale.
La storia ha inizio il 17 marzo scorso, ma precipita in questi giorni. E ha al suo centro la
satira, sempre più spesso
nell’occhio del ciclone. In quella data l’emittente Ndr manda
in onda nel suo magazine extra
3 una canzoncina sul Sultano
che mette insieme la sua mania di grandezza, la repressione del dissenso, l’attacco alla libertà di stampa, l’ambigua gestione della guerra in Siria.
Non manca, nel video, l’immagine di una misera tenda bianca, piantata nel bel mezzo di
un deserto, con sovraimpresso
il prezzo: 6 miliardi di euro, quanto Ankara esige per
"sistemare" i profughi diretti in Europa, togliendo, in
un modo o nell’altro, le castagne dal fuoco ad Angela
Merkel. La canzoncina stile Walt Disney, della durata di due minuti, si intitola Erdowie, Erdowo, Erdogan, (Erdocome, Erdodove, Erdogan) e ha mandato
su tutte le furie il governo turco. Il quale ha convocato l’ambasciatore tedesco ad Ankara Martin Erdmann (che già aveva irritato le autorità turche pre-
senziando al processo contro i due giornalisti di Cumhuriyet accusati di spionaggio) perché trasmetta al
suo governo la pretesa turca di censurare lo spot.
Sull’episodio Berlino mantiene un imbarazzato silenzio. E la cosa innervosisce parecchio la stampa tedesca che riferisce con grandissimo risalto l’intera faccenda. Il
silenzio della Cancelleria induce immediatamente il sospetto
che il governo tedesco si sia
messo nella spiacevole condizione di farsi ricattare da Ankara, la quale già al vertice di Bruxelles aveva messo in chiaro come il suo intervento nella "crisi
dei migranti" non sarebbe stato a basso costo e non solo in
termini finanziari. Ma ora che
vedono messe in questione le
proprie prerogative i media insorgono all’unisono. E si chiedono quanto sia sensato affidarsi alla megalomania di un
autocrate ossessionato dalla
sua "lesa maestà" su una questione delicata come quella dei
rifugiati, che si vorrebbero rispedire in un paese nel quale
lo stato di diritto appare sempre più pericolante. Puntare
tutto sull’accordo con la Turchia si sta rivelando un grande
azzardo. Certo, l’improntitudine di Erdogan è in questo caso
talmente evidente da consentire a Berlino di cavarsela con qualche affermazione generica sulla tradizione liberale europea. Che, in ogni caso, non si è ancora ascoltata. Ma il segnale sulla natura poco presentabile dell’interlocutore turco, sull’imbarazzo o il cinismo del governo tedesco è arrivato forte e chiaro. Intanto la canzoncina imperversa sulla rete sospinta
da quella stupidità del potere che della satira è da
sempre il principale nutrimento.
stano – ma non c’era nessuno della
mia comunità e non parlo ancora francese». Molti di loro sono stati mandati
in località remote dove possono godere di una buona assistenza materiale
ma non hanno la possibilità di frequentare le loro comunità.
Nelle ultime settimane è cominciato
l’abbattimento della Jungle di Calais, il
più grande campo profughi europeo
dopo Idomeni, in Grecia. A causa
dell’aumento degli attacchi xenofobi e
con il peggiorare delle condizioni nella
Jungle, a centinaia si sono rimessi in
marcia verso il campo di Grande-Synthe, Dunkuerque, il Belgio o Parigi.
«Ma perché Parigi?» chiediamo ad Assan, 32enne di Aleppo: «A Calais nelle ultime settimane la polizia è diventata
sempre più violenta e poi non si riesce
più a passare la Manica verso l’Inghilterra; sono tornato a Parigi perché ho deciso di depositare una domanda d’asilo in
Francia. Qui potrò continuare a frequentare molti amici e connazionali».
È il momento di Alpha Blondy e
dell’afroreggae. Gli etiopi danzano
muovendo le spalle di lato, verso l’alto
e in basso. I bimbi sorridono. Fateh
batte il ritmo coi piedi mentre filma
tutto per mostrarlo ai suoi amici che arriveranno più tardi. Un signore sulla
quarantina, francese e molto ben vestito, cerca di comunicare con un bambi-
Nella nuova tendopoli,
per ora tollerata dalle
autorità, la voce di Aster
Aweke a pasquetta riesce
a sconfiggere la paura
no eritreo. Gli offre delle caramelle e
un orsacchiotto. Il bimbo è felice e sorride. Poi comincia ad accarezzarlo e a
quel punto interviene la madre, fino
ad allora appartata poco lontano. Prende in braccio il figlio, lancia un’occhiata chiara ed espressiva nei confronti
dell’uomo e se ne va.
Sono accampati per comunità. Da
un lato i sudanesi. Abdullah e molti di
loro vengono dal Darfur, regione che
ci evoca un conflitto di cui tanto si parla ma dimenticato e sconosciuto. All’altra estremità ci sono afghani e pakistani. Al centro ci sono etiopi ed eritrei.
Molti sono i bimbi. Le loro storie sono
sempre le stesse. Le loro richieste pure: un po’ di pace ed una vita migliore.
«Se davvero ci tenessero ai loro
bambini potrebbero fare una domanda d’asilo in Francia e gli troveremmo
una sistemazione» risponde un poliziotto a un’attivista che si lamenta del
fatto che lo Stato tolleri che dei bimbi
passino le giornate in condizioni simili, al freddo, senza riparo, sdraiati su
un materassino, avvolti in coperte e
pile, circondati dai rifiuti. «Non fanno
la domanda in Francia perché parlano inglese e hanno dei parenti in un
altro paese» controbatte l’attivista.
«Che ricorderanno della loro infanzia questi bambini? E che adolescenza difficile per questi ragazzini
afghani, che futuro avranno?» si domanda Xavier, un pensionato che è
stato attratto dalla musica uscendo
dal metrò. «Alla tv vedo centinaia di
attivisti e giornalisti prendere d’assalto Idomeni, Calais, le isole della
Grecia e il porto del Pireo; perché
nessuno viene qui?» si domanda
sua moglie.
Dopo qualche tuono e un po’ di grandine esce un grande arcobaleno. Una
ragazza racconta a due bimbi afghani
la tradizione secondo cui dove finisce
un arcobaleno è posto un pentolone
pieno d’oro custodito da uno gnomo
cattivo. Poi si rivolge a me aggiungendo: «Anche noi occidentali siamo come
lo gnomo cattivo che non permette a
tutti di beneficiare equamente dei beni
comuni, dell’oro del pentolone...».
I due bimbi si guardano negli occhi, si scambiano un sorriso complice, si prendono per mano e cominciano a correre. Hanno deciso di
non arrendersi.
pagina 10
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
CULTURE
TEMPI PRESENTI
Anna Curcio
S
tudiosa e militante femminista, fra le protagoniste negli
anni Settanta della campagna internazionale Salario al lavoro domestico, Silvia Federici ha
una convinzione: «le idee politiche
sono radicate nella produzione letteraria e filosofica». Per questo nel
volume che in questi giorni presenta in Italia, La tempesta di Shakespeare fa da sfondo al suo lavoro
sulla transizione capitalista e la caccia alle streghe; ciò perché «Calibano e la strega sono la coppia fatale,
metafora di due momenti centrali
dell’accumulazione originaria che
non compaiono in Marx. Calibano
è al contempo il colonizzato nel
Nuovo Mondo espressione anche
della colonizzazione interiore che
interessa le aree dove sorge il capitalismo e insieme il corpo del proletario. Soggetto coloniale e corpo
bruto che deve essere plasmato e
disciplinato».
Se è l’interesse per la letteratura che ti porta a riflettere sulla figura di Calibano qual è il contesto politico e di elaborazione teorica in cui la tua elaborazione matura?
La ricerca comincia all’interno della campagna Salario al lavoro domestico, insieme a Leopolda Fortunato con cui pubblicammo nel
1984 Il grande Calibano. Volevamo
Anatomia politica
dell’oppressione
Un’intervista con la filosofa
e attivista femminista
Silvia Federici, in questi giorni
in Italia per presentare
il suo ultimo volume
che ripercorre i temi
della riproduzione, del corpo
e della violenza capitalista
Saggi / «CALIBANO E LA STREGA» DI SILVIA FEDERICI PER MIMESIS
I colpevoli roghi della storia europea
decostruiti dalle lotte delle donne
furono proibite e la sessualità collettiva al centro della viome le recinzioni
ta sociale nel medioevo diespropriarono i
venne «incontro politico sovcontadini dalle
versivo» del sabba. Le nuove
terre comunali, così la caccoordinate della femminilicia alle streghe espropriò le
tà si orienteranno allora tra
donne dal proprio corpo, li«lavoro di servizio all’uomo
berato, a funzionare come
e all’attività produttiva», mouna macchina per la produnogamia e una nuova concezione della forza-lavoro».
zione della famiglia «con il
Questa in sintesi l’ipotesi temarito sovrano e la moglie
orica che Silvia Federici prosuddita del suo potere»,
pone in Calibano e la strega.
mentre il corpo della donna
Le donne, il corpo e l’accudiventava macchina della rimulazione originaria, edizioproduzione. In questo senne riveduta e aggiornata di
so, la caccia alle streghe è soIl grande Calibano – classico
prattutto «lotta contro il cordel femminismo marxista
po ribelle»: il tentativo mesUna lettura dell’accumulazione
che Federici scrisse con Leoso in atto da chiesa e stato
originaria
di
Marx,
per
riscoprirne
poldina Fortunati negli anni
per trasformare le capacità
Ottanta – finalmente anche
dell’individuo in forza-lavocentralità e tuttavia parzialità.
in traduzione italiana (Autoro; cosa che mistificherà, da
E la narrazione politica della caccia
nomedia 2014, ora Mimesis,
lì in avanti, il lavoro orientapp. 234, euro 30,00). Ripento alla riproduzione come
alle streghe come «guerra di classe»
sare lo sviluppo del capitalidestino biologico. Il corpo –
smo da un punto di vista femminista,
seguita alla Peste Nera europea. Allo
l’utero in particolare – si fa dunque
considerando cioè l’accumulazione e
stesso tempo, intreccia i destini delle
«macchina da lavoro»: bestia mostruoriproduzione della forza-lavoro. Non
streghe in Europa a quello dei sudditi
sa da disciplinare da una parte, invosolo dunque accumulazione di «lavocoloniali nel Nuovo Mondo, insistenlucro e «contenitore» della forza-lavoro morto» come beni espropriati con
do sui processi di inferiorizzazione e
ro dall’altra, salendo alla ribalta del
la recinzione delle terre o attraverso
sulla costruzione di gerarchie razziali
pensiero politico del tempo (da Hobla razzia coloniale che Marx consideche accompagnano l’espansione colobes a Descartes) come prerequisito
ra, seppur con peso tra loro differenniale.
per l’accumulazione capitalistica.
te, ma anche accumulazione di «lavoL’accumulazione capitalistica che
Non sorprenderà allora che ogni pratiro vivo» sotto forma di esseri umani,
Federici marxianamente indaga è soca abortiva o contraccettiva sia stata
resi disponibili allo sfruttamento dal
prattutto «di differenze», di ineguacondannata come maleficio, così le
controllo esercitato sul corpo delle
glianze e gerarchie costruite sul terredonne espulse da quelle attività come
donne.
no del genere e della razza; processi
l’ostetricia o la medicina che avevano
Nell’assumere il proletariato indudi segmentazione sociale costitutivi
fin lì esercitato sulla base di saperi trastriale salariato quale protagonista
del dominio di classe. Per questo la
mandati nel tempo.
dell’accumulazione originaria Marx
femminista non ha dubbi: la caccia alUna vera e propria «politica del corha perso di vista le profonde trasforle streghe è «guerra di classe portata
po» sottolinea Federici, in cui il corpo
mazioni che il capitalismo ha introavanti con altri mezzi».
non è fattore biologico né il «soggetto
dotto nella riproduzione della forDue secoli di «terrorismo di stato»,
universale, astratto, asessuato» della
za-lavoro e nella posizione sociale deltra il XVI e il XVII secolo, avrebbero
Storia della sessualità di Foucault, prele donne. Intorno a questa ipotesi Fedunque insegnato agli uomini a temecisa, bensì è un corpo situato, denso
derici intreccia la trama, spesso taciure il potere delle donne, soprattutto il
di «rapporti sociali» (non solo di «prata, delle lotte che hanno accompagnacontrollo esercitato sulla funzione ritiche discorsive») fonte di sfruttamento la transizione al capitalismo. Così
produttiva. Mentre la donna «prodotto e alienazione e al contempo spazio
donne, contadini, piccoli artigiani e
ta» come essere sui generis, «lussuriodi resistenza. E nella misura in cui, covagabondi, perlopiù cancellati dalla
sa e incapace di governarsi» fu sottome Federici tra altri sottolinea, l’accustoria, assurgono in Calibano e la streposta al controllo maschile. Federici
mulazione originaria è un processo
ga a veri protagonisti. Ripercorrendo
ribadisce così il carattere artificiale
che si ripete in ogni fase dello svilupla storia della caccia alle streghe nel
dei ruoli sessuali nella società capitalipo capitalistico e dentro le sue crisi, il
Medioevo, il volume evidenzia i prostica. La stessa sessualità femminile
corpo e le attività legate alla riproducessi di criminalizzazione e degradavenne sanzionata, criminalizzando
zione restano oggi, come agli albori
zione sociale che colpirono le donne,
quelle attività non orientate alla prodel capitalismo, un campo di battail loro lavoro, i loro saperi e pratiche
creazione e al sostegno della famiglia;
glia. E qui si rintraccia l’estrema attuaall’indomani della crisi demografica
la prostituzione, la nudità e le danze
lità di Calibano e la strega.
A. C.
«C
rintracciare le radici della discriminazione sessuale a partire dal posizionamento delle donne all’interno del lavoro di riproduzione; un
lavoro che è pilastro dell’organizzazione capitalistica ma escluso dalla produzione di salariato. Intendevamo quindi dimostrare, in contrasto tanto con il femminismo che
vedeva il lavoro domestico come
PICCOLA, A DESTRA,
UN RITRATTO DI SILVIA
FEDERICI. GRANDE,
UNA INSTALLAZIONE
FOTOGRAFICA
DI JANIETA EYRE
attività precapitalistica che esclude le donne dalla lotta contro il capitale quanto con quelle letture libertarie che vedevano la casa e la
famiglia come aree libere dai rapporti capitalistici, che si trattava di
una costruzione specifica imposta
dallo stato e dalle classi dominanti.
Non un’attività naturale né un lavoro d’amore ma è un’attività funzionale al mercato del lavoro e alla
riproduzione della forza-lavoro, di
cui abbiamo voluto fornire una documentazione storica. Per altri versi, si trattava di applicare, in un momento storico segnato da lotte operaie e soprattutto anticoloniali, la
lezione del movimento femminista: non si comprende cosa è il capitalismo se non si guarda al processo di riproduzione della forza lavoro. Così ho ripercorso a ritroso la
storia del capitalismo fino al medioevo, rintracciando le ragioni storiche e la logica che ha animato la
transizione, a cominciare dal suo
rapporto con la riproduzione. Io
ho amato molto Marx , ritengo indispensabile il suo lavoro ma ho sviluppato un atteggiamento critico rispetto alle ipotesi sull’accumulazione originaria, perché ha l’occhio puntato sulla fabbrica, sulla
produzione delle merci, mentre
manca un discorso sulla riproduzione. Ho invece verificato che tra
il Cinquecento e il Seicento la produzione delle merci per il mercato
e la riproduzione della forza lavo-
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
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CULTURE
ro, strettamente lagate nell’economia feudale di sussistenza, si separano, diventando ciascuna portatrice di uno specifico rapporto sociale. La riproduzione si femminilizza,
la produzione per il mercato di maschilizza e configurandosi come
rapporto salariato sarà l’unica ad essere riconosciuta come lavoro.
Anche nel tuo lavoro dunque, come in Marx, il salario gioca un
ruolo dirimente nell’organizzazione e gerarchizzazione del lavoro.
In particolare nel libro ricorri alla
categoria di «patriarcato del salario», dove indiscutibilmente classe e genere si articolano insieme. Di cosa si tratta?
È il comando dei salariati sui non
salariati che accompagna l’invisibilizzazione del proletariato femminile e la naturalizzazione della riproduzione. Con il passaggio al capitalismo cambiano anche i rapporti patriarcali. Restano le tradizionali differenze di potere tra uomini e donne ma assumono basi
diverse: il salario diventa lo strumento che costruisce e garantisce
la subordinazione delle donne: ciò
che ora conferisce al maschio il potere di comandare il lavoro della
donna. Se prima la donna e il suo
lavoro dipendevano direttamente
dal signore feudale ora il capitale e
lo stato, dietro al ricatto dell’amore
e della vicinanza nella famiglia, delegano al lavoratore salariato il comando sul lavoro della donna. E,
come con il servo, la frusta diventa
lo strumento di garanzia del comando: dove mancano gli incentivi economici è la violenza che prevale come metodo di disciplina.
Più complessivamente, possiamo dire che la stessa separazione tra produzione e riproduzione
ha richiesto un massiccio ricorso alla violenza; ne è prova la
caccia alle streghe che, analizzando la cosiddetta accumulazione originaria dal punto di vista
della riproduzione, individui come dispositivo imprescindibile
per imporre le trasformazioni necessarie a una nuova organizzazione del lavoro …
Guardare alla transizione dal punto di vista della riproduzione ha
permesso di decifrare la caccia alle
streghe, svelando il significato intrinseco di accuse tanto fantasiose
quanto assurde, mosse contro le
donne da un’intera comunità di
uomini politici che sembravano
colti da un processo di follia collettiva. Tutt’altro che irrazionali, invece, quelle accuse puntavano a creare un nuovo modello di femminilità e nuovi comportamenti sociali
più congeniali alla disciplina capitalistica del lavoro salariato. La caccia alle streghe colpisce innanzitutto la solidarietà alla base del mondo medievale e mette al bando
l’aiuto reciproco. Non a caso si stava affermando l’ottica protestante
con la sua etica del lavoro e della
responsabilità individuale. Anche
le forme di carità e il mutualismo tipiche del villaggio medievale vengono bandite. Così, spesso, la stre-
ga è la donna anziana espropriata
dei mezzi per la sua sussistenza
che manda improperi contro chi le
rifiuta la carità o se scoperta a rubare. Altre streghe sono donne che
hanno relazioni extramatrimoniale ora sanzionate a salvaguardia
dei rapporti di genere dentro la famiglia, mentre la stessa sessualità
femminile viene criminalizzata come forza pericolosa che può minare i rapporti di classe (nel caso della serva che si unisce con il padrone) e l’etica di un lavoro che diventa sempre più uniforme e regolato.
Le accuse di infanticidio possono
invece essere lette a partire dalla
grande fame di lavoro del tempo
che avvia, come anche Marx scrive, un vero e proprio processo di
accumulazione di proletariato. Anche se poi Marx non vede l’interesse del capitalismo per il corpo della donna come macchina di riproduzione, produttore di forza-lavoro e nuovi lavoratori. Analoga matrice ha la persecuzione delle donne che praticano l’aborto (fin lì tollerato) o la diffusione di informazioni sulla contraccezione, sull’uso
delle erbe e delle piante mediche
nonché la messa al bando dei saperi di levatrici e medicotte che avevano fin lì goduto di un indiscusso
potere sociali. Più in generale, allora, guardare al capitalismo dal punto di vista della riproduzione ha
permesso di leggere a fondo i processi per l’affermazione del capitalismo; cosa che torna oggi utilissima mentre assistiamo a un nuovo
processo di accumulazione, iniziato intorno alla fine degli anni Settanta come risposta alla stagione
di lotte del decennio precedente.
Veniamo allora al presente, quali
processi di «enclosures» in questa rinnovata fase di accumulazione interessano le donne, il loro corpo e la sfera della riproduzione?
Stiamo assistendo a una massiccia
riorganizzazione del lavoro di riproduzione e a un nuovo intervento dello stato sul corpo delle donne, in forme diverse, anche contraddittorie. Oggi la situazione è inversa rispetto al 16° secolo, con oltre due milioni di lavoratori che si
sono riversati sul mercato del lavoro globale a seguito della ristrutturazione produttiva e dei programmi di aggiustamento strutturale. E,
l’intervento dello stato sul corpo
delle donne si differenzia. In alcuni casi si proibisce l’aborto o si cerca di limitarlo, in altri le donne vengono sterilizzate. È il caso, negli
Usa, delle cosiddette donne del
welfare o delle afroamericane
all’interno del sistema carcerario o
ancora delle donne nei paesi del
cosiddetto Terzo Mondo in un processo di sterilizzazione con una forte connotazione politica, ovvero
come limite alla crescita di una popolazione che si era rivelata estremamente combattiva nelle lotte
anticoloniali oppure potenzialmente pronta a rilanciare la lotta
come ad esempio nell’America latina degli anni Novanta. Oggi dunque, lo stato e il capitale intrevengono arrogandosi il diritto di decidere chi può e chi non può riprodursi, chi può nascere e chi no.
Contemporaneamente le donne
sono state incentivate a mettere
sul mercato non solo la loro sessualità ma anche la funzione generativa, come nel caso della maternità
surrogata che ha aperto in Itala un
acceso dibattito. Il movimento femminista nella sua gran parte, e ad
eccezione delle frange più emancipazioniste, ha condannato la surrogacy come istituzionalizzazione
delle gerarchie di classe, una forma di alienazione a cui le donne si
sottopongono a causa della loro
mancanza di risorse; e al contempo uno strumento per rilanciare
una figura della donna come vaso
da fiori, una donna passiva, donna
utero. Io non parlerei di libertà di
scelta sul proprio corpo, perché
l’unica libertà che il capitale dà alle
donne rispetto al corpo è venderlo.
Pensando dunque al dibattito italiano credo che vadano distinti i piani:
una cosa è il diritto delle coppie
omosessuali ad avere dei figli che è
una battaglia sui diritti soggettivi, altro è la surrogacy, un processo perverso che degrada la donna. Una forma peculiare di schiavitù. La mercificazione completa della vita e del corpo della donna, la sua sottrazione ed
esproprio. Cosa che esplicita tutta la
violenza del capitalismo e ci rimanda indiscutibilmente alla cosiddetta
accumulazione originaria.
THRILLER · «È così che si uccide» di Mirko Zilahy, uscito per Longanesi
La città eterna trasfigurata
in un set di Edgar Allan Poe
Mauro Trotta
L
Roma, colpita da pioggia incessante
e avvolta in atmosfere cupissime,
diventa il set seriale di efferati delitti.
E la trama del libro assume risvolti
psicoanalitici, tra rimozioni e «ombre»
a prima sensazione che si
prova dopo aver letto il libro di esordio di Mirko Zilahy, intitolato È così che si uccide (Longanesi, pp. 411, euro
16,40) è che una Roma così non
si era mai vista. Una Roma da
sempre associata al suo clima
mite, al sole, al caldo, per tutti i
diciannove giorni in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, è
flagellata ininterrottamente dalla pioggia. Quasi come se una
vicenda così oscura come quella narrata in questo thriller,
avesse bisogno di un tale scenario cupo e inusuale. Uno scenario che sembra rispecchiare l’interiorità dei personaggi principali, le loro paure, le loro angosce, il loro dolore. Una situazione che se da un lato sembra richiamare opere letterarie e cinematografiche di grande successo - Blade runner in primis - fa
venire in mente in realtà un piccolo capolavoro della letteratura italiana, Malacqua di Nicola
Pugliese. Qui è un’altra città da
sempre sinonimo di sole e bel
tempo, ovvero Napoli, che mostra il su lato oscuro e magico
durante quattro giorni di pioggia ininterrotta.
Ma la Roma narrata da Zilahy risulta inconsueta non solo per il clima, ma anche per il
contrasto che presenta tra le
sue architetture più note, antiche o barocche, e i suoi luoghi
di archeologia industriale. Scavi archeologici, l’ex mattatoio, il
Gazometro saranno gli scenari
degli efferati delitti al centro del
romanzo. E acquisteranno una
dimensione terrificante, esemIL GAZOMETRO DI ROMA
plificata magistralmente dalla
to a Quantico in crimini seriali – viene
visione del Colosseo e del Gazometro,
chiamato a indagare su di un serial kilpercepiti quasi come immensi mostri
ler che sta terrorizzando la città. Ma se
che si stagliano nella cupa atmosfera,
lo sviluppo della storia, il succedersi deriecheggiando in qualche modo l’atmogli omicidi, lo scenario retrostante sono
sfera della Londra Vittoriana o di alcuni
tutti elementi tipici di questo genere di
racconti di Edgar Allan Poe.
racconto, altri fattori risultano davvero
La storia raccontata, a prima vista, risinconsueti. Innanzi tutto la stessa figupecchia tutti i crismi del thriller. Il comra dell’investigatore, il quale, dopo aver
missario Enrico Mancini, unico profiler
perso la moglie a causa di un cancro,
della questura romana – si è specializza-
non sopporta più la vista dei cadaveri, l’odore di morte, le porte chiuse. E che ha bisogno di
indossare sempre un paio di
guanti, quasi a rimarcare la volontà di separazione dal mondo esterno. Mancini, poi, sta seguendo un’altra indagine a cui
tiene molto e non vuole trovarsi assolutamente coinvolto in
quella che fin dal principio sente come una storia di omicidi
seriali. C’è poi il rapporto che
si instaurerà un po’ alla volta
col killer, non a caso chiamato
«l’Ombra».
Una strana relazione fondata
su di un dolore profondo e che
più che ricalcare gli schemi tradizionali sembra richiamarsi alla psicologia junghiana, suggerendo quasi che l’assassino incarni la parte oscura dell’inconscio del commissario o, forse,
che entrambi gli antagonisti siano proiezioni delle profondità
della psiche dell’autore. Del resto se c’è Jung nel romanzo
non manca neppure Freud: Caterina De Marchi, una componente della squadra di Mancini,
si troverà a rivivere la scena rimossa all’origine della sua incontrollabile paura per i topi.
Caratterizzato da una scrittura avvincente, all’interno della
quale l’autore riesce ad integrare magistralmente registri medi
ed alti, da livelli di suspence elevati – il libro si legge davvero tutto d’un fiato – da elementi di denuncia sociale e politica (si affrontano argomenti quali la sanità, le scorie delle centrali nucleari, la vita dei Rom) quello
che più sembra caratterizzare
maggiormente il romanzo di
Mirko Zilahy è la sua capacità
di essere letto a vari livelli, di
mostrare, secondo il punto di vista in
cui si pone il lettore elementi e temi
differenti. Come se si trattasse di una
complessa anamorfosi ,ovvero una di
quelle «immagini distorte, mostruose
e indecifrabili che, se viste da un certo
punto dello spazio o riflesse con accorgimenti vari, si ricompongono, si
rettificano, infine svelano figure a prima vista non percepibili».
SAGGI · «Epico Caotico. Videogiochi e altre mitologie tecnologiche» di Giuseppe Frazzetto
Il selfie? Documenta il dubbio di non esserci
autoprodotte si spiega dunque alla luce di un interrogativo radicale, il selfie
documenta «il dubbio di non esserci».
È anche sul fondamento di tale dubbio che il più pervasivo e mascherato
dei videogiochi, Facebook, è «il karaoke della vita - in primo luogo della vita
regolata dai media, o dalla mediatizzazione della vita. Milioni e milioni di pro-
lo strumento di un controllo pervasivo il
cui fine è coincidere con il soggetto e il
ensare le tecnologie come qualcosuo tempo di vita. Il biopotere, infatti,
sa di neutro significa non com«non si limita a dettare norme e divieti
prendere la loro natura. Pensare
per regolare momenti specifici della vita
la tecnica come un evento soltanto tec(rituali, situazioni di passaggio, punizionico vuol dire non pensare il presente e
ni, ecc.), bensì orienta e ordina la vita nella storia. Lo mostrano anche i videogiola sua interezza. La vita così risulta il camchi. Sì, i passatempi che dalle vecchie
po d’una mobilitazione totalizzante».
console hardware degli anni Settanta
Come il mito è al di fuori della possibilità
sumer che canticchiano improvvisando
sono transitati al software che riempie
di controllo del singolo, così «l’esperienza
immediatamente sui temi della loro vita
qualunque cellulare. Questi passatemdel non capire e del non riuscire è parte inmediatica, capace di fagocitare anche i
pi costituiscono in realtà una metamortegrante del nostro rapporto con le macfatterelli della vita effettiva del Singolo». I
fosi e un’epifania del mito.
chine Rispetto al digitale quasi tutti siavideogiochi, i social network e le ’altre miVideogiochi e nuovi media inmo nella condizione di chi sa legcarnano fenomeni e dinamiche
gere senza sapere scrivere. O, tropTutti i nuovi media
che riguardano l’identità del sogpo spesso, di chi viene pensato
incarnano
fenomeni
e
dinamiche
getto, il biopotere che lo deterpensando di pensare».
mina, la libertà e il tempo; sono
L’epico caotico - splendido titolo
che riguardano l’identità
«’centauri digitali’: entità ibride
di questo libro - è dunque il fenodi ogni soggetto, il biopotere
uomo/macchina, come quelle
meno della visibilità totale attuainvocate dai Futuristi». Anche a
che lo determina, la libertà e il tempo lizzato dai miliardi di immagini
questo legame tra videogiochi e
che i prosumer creano e pubblicafilosofia è dedicato Epico Caotico. Videno sulla Rete, dal profluvio di selfie, dallo
tologie tecnologiche’ rappresentano una
ogiochi e altre mitologie tecnologiche di
sconfinato numeri di messaggi e testi che
compensazione esistenziale per ciò che
Giuseppe Frazzetto (Fausto Lupetti edihanno sempre al centro un Io evidentenon si è - per quel dubbio di non esserci tore, pp. 240, euro 14,50).
mente pornografico, nel significato che
e una «ristrutturazione del tempo» che si
Nei videogiochi la soggettività è insieBaudrillard ha dato a questo termine:
abita e nel quale si consiste. Sono il temme intensificata e dissolta, intensifica«Pornografia è far vedere quanto non si
po, non sono un passatempo. O almeno
ta anche perché dissolta. Il Singolo dipoteva vedere. Pornografia sarebbe cioè
tendono a diventarlo senza lasciar nulla
venta playformer, diventa personagl’illimitato svelamento, il ’far luce’ illumifuori di sé. Essi, infatti, sembrano «reclagio, protagonista e guida degli eventi.
nistico, la modernità».
mare tutto il tempo a disposizione
L’elaborazione della sua soggettività atUna modernità ipertecnologica e proprio
dell’utente» mediante una profonda «altetraverso il metamedium avviene però
per questo reincantata e mitologica.
razione del rapporto fra tempo dell’intratin modo simile all’elaborazione del lutUna modernità che sta dappertutto e da
tenimento e tempo complessivo della vito, all’interno del quale «tutto obbliga a
nessuna parte, sempre connessa e semta». La struttura mitica dei videogiochi
essere Singoli (= speciali) e tutto impepre solitaria. È la modernità del Soggetto
consiste anche nella temporalità che li indisce di esserlo. In ogni caso, di certo
servile e disperante che si crede però litesse e che creano, fatta di ricorsività e di
assume un valore particolare il punto
bero e appagato. Un vortice di contraddiripetizioni.
di vista di ognuno dei Singoli, dei Singozioni che il libro di Frazzetto descrive
Social network, strumenti informatici, celli qualunque». La bulimia di immagini
con suggestivo rigore.
lulari, costituiscono il campo d’azione e
Alberto Giovanni Biuso
P
pagina 12
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
VISIONI
,
Note sparse • Giorgio Canali insieme ai Rossofuoco ha appena pubblicato un cd
dove recupera brani di altri autori e gruppi spesso poco noti, conosciuti nel corso della carriera
INCONTRI · In «Perle ai porci» le firme di Faust’0, Luc Orient e Macromeo
Gioielli rubati,
il suono ruvido
dell’underground
Marco De Vidi
G
iorgio Canali è un pezzo di
storia del rock italiano. Fonico, produttore, musicista passato per una band simbolo degli anni Ottanta come i Cccp (e per le sue successive reincarnazioni, Csi e Pgr, partecipando poi alla reunion dei Csi del
2013, dove mancava Giovanni
Lindo Ferretti «sostituito» alla voce da Angela Baraldi, ha dato poi
il via a una carriera da solista che
da anni lo porta ad attraversare
la penisola, accompagnato come
sempre dalla band Rossofuoco.
Canali, che a quasi 60 anni continua a macinare chilometri e concerti, non ha mai smesso di farsi
«Scelgo in base alle
emozioni che
mi trasmettono i testi,
e a quel punto la musica
passa in secondo piano»
ispirare da quanto incontrava
nel mondo underground e, abilissimo nell’attività di scouting, ha
aiutato più di un gruppo a crescere (è lui il produttore di album
d’esordio di gruppi come i Verdena o Le luci della centrale elettrica). Il nuovo lavoroPerle per porci - appena pubblicato dall’etichetta Woodworm - rispecchia
esattamente questo spirito. Canali riprende tredici brani di altri autori e gruppi spesso sconosciuti,
incontrati in tanti anni di carriera, reinterprentandoli con il suono grezzo e secco tipico dei Rossofuoco, perché non se ne perda
traccia. «Quest’album è in gestazione da trent’anni ormai» - racconta Canali, «mi capitava di scoprire delle cose molto belle, che
però poi venivano inghiottite dal
nulla, perché sono canzoni sconosciute non solo al grande pubblico, ma anche a quanti mi seguono. Mi dicevo sempre che era
un peccato: una canzone che mi
emoziona in questo modo tanto
da farmi desiderare di averla
composta io stesso, si perdesse
in questo modo. Negli anni me le
sono annotate, poi è arrivata l’occasione giusta: avevamo un album da preparare e i brani inediti non ancora pronti. Così con il
mio’ «archivio» siamo andati in
studio e in pochissimo tempo,
due o tre giorni di registrazione
più una settimana per produzione, il disco era pronto. Il suono è
quello dei Rossofuoco, inconfondibile, privo di fronzoli. Ti accorgi che non sono brani nostri da
un particolare: qui non senti una
parolaccia... (ride, ndr)».
La cernita finale delle canzoni
in scaletta è particolare, molto legata all’aspetto affettivo, e con
scelte a volte inaspettate. «Semplicemente, quando ascolto una
cosa mi devo emozionare» spiega Canali, «ed è quanto è successo quando ho ascoltato per la prima volta queste tracce. È importante ciò che le parole mi trasmettono, quasi uno schiaffo alla
mia anima. E a quel punto della
musica mi interessa relativamente.. Sono testi molto lontani dal
mio stile, certo, ma mi trasmettono moltissimo. C’è un pezzo come Tutto è così semplice, del cantautore Macromeo, diventerà anche il primo video quando lo gireremo nei prossimi giorni. Mi ha
colpito per la sua serenità, per la
semplicità, è molto ottimista e sognante. Io nono così nella vita reale, ma mi piacerebbe esserlo talvolta...».
C’è un brano cui sei particolarmente legato? «Di sicuro Storie di
ieri, di De Gregori. Erano quarant’anni che volevo farne una
cover, poi l’occasione è capitata
grazie a Sei pezzi facili, una rassegna organizzata dal Kilowatt Festival di Arezzo, in cui mi hanno
chiesto di interpretare sei pezzi
altrui. Uno di quelli era appunto
Storie di ieri, che da quel momento ho continuato a suonare live
da solo e che in quest’album ho
suonato con i Rossofuoco, ispirati dallo stile di Bob Dylan, di cui
so che De Gregori è un grande
fan. È stato divertente».
La raccolta alterna composizioni di autori più conosciuti, come
Faust’O e Finardi, oppure
dell’amica Angela Baraldi, a altre
di gruppi ormai dimenticati come i Plasticost o i Luc Orient. Ma
anche brani che hanno fatto la
storia, come Recall dei Frigidaire
Tango. «Steve Dal Col, che era il
chitarrista dei Frigidaire Tango,
ora suona anche con i Rossofuoco. Mi ricordo che una decina
d’anni fa avevano pubblicato un
cofanetto con tutta la loro produzione e lui me l’ha regalato.
Quando ho inserito nel lettore il
cd The cock mi ricordo di aver
pianto. Lo avevo in cassetta
all’epoca della sua uscita e lo
ascoltavo un’infinità di volte. Ritrovarmi a riascoltarli dopo così
tanto tempo è stato come fare un
viaggio incredibile. E poi Recall
dovrebbe essere l’inno della new
wave italiana, è assolutamente
splendido».
«OFF THE WALL» CON IL DOC DI SPIKE LEE
Michael Jackson
tra Africa e Studio 54
Stefano Crippa
D
ei disagi esistenziali, le bizzarrie, gli interventi estetici e gli
scandali di un bimbo mai cresciuto che di lì a pochi anni
lo travolgeranno, nel documentario di Spike Lee che accompagna la nuova edizione di Off the Wall, il primo passo nel
mondo della discografia adulta di Jacko, non c’è traccia. E non sorprende, perché la supervisione della famiglia dietro ogni pubblicazione del catalogo milionario della pop star morta nel 2009, edulcora ogni minimo tentativo di andare oltre una mera agiografia.
Ma se si guardano sotto un aspetto strettamente storico e musicale, i novanta minuti del filmato realizzato dal regista di Jungle fever sono una miniera di informazioni infinite intorno alla realizzazione di un disco che, sotto molti punti di vista è un album innovatore del mondo r’n’b più di quanto abbia fatto il successore,
Thriller, con i suoi folli record di vendita su scala mondiale.
Perché se Thriller (1982) e poi Bad (1987) sono pensati per conquistare una platea globale, riuscendo mirabilmente a tenere in
equilibrio sofisticate aperture stilistiche e inevitabili concessioni
commerciali, il primo vero progetto di Michael Jackson dopo gli
anni insieme ai fratelli e a vacui dischetti incisi nel periodo
dell’adolescenza con la Motown, appare quello dell’affrancamento definitivo dalla family e la
dimostrazione tangibile del
talento di un genio, disposto
a rischiare. I dieci pezzi che
compongono l’album - prodotto come i due successivi
da Quincy Jone che Michael
aveva conosciuto sul set di
The wiz, il rifacimento
«black» del Mago di Oz - contengono infatti una quantità
di spunti, idee e arrangiamenti lussureggianti, da renderlo a trentasette anni di diPiù di «Thriller»
stanza ancora un banco di
prova fondamentale per geè l’album che segna
nerazioni di artisti come
la carriera di Jacko,
Pharrell Williams, The
Weekend, Bruno Mars o
la rinascita dell’r’n’b
Mark Ronson che a quei suodopo gli anni «disco» ni e quelle ritmiche si sono
pesantemente ispirati.
Off the wall esce nell’anno che segna l’apice e la repentina caduta della disco music, ponendosi come obiettivo una sorta di rifondazione del genere su basi r’n’b. E basta l’intro pulsante di basso
e batteria di Don’t Stop Till You Get Enough, il singhiozzo liberatorio di Michael a far capire che l’obiettivo è raggiunto. Dieci canzoni suonate dai migliori musicisti sulla piazza (Steve Porcaro, Greg
Phillinganes, George Duke), firmate oltre che dallo stesso Jackson
da Stevie Wonder, Paul Mc Cartney, Rod Temperton, dove r’n’b,
funk e pop si fondono alla perfezione insieme a strati di archi e fiati che non appesantiscono mai l’ascolto e risultano - trentasette
anni e 18 milioni di copie vendute dopo - incredibilmente freschi.
Come se la magia dello Studio 54 si fondesse con Mamma Africa.
MARTA SUI TUBI · Il riconoscibile pedigree della band nel nuovo lavoro «Lostileostile»
Oltre il giro di do, la tecnica è puro rock’n’roll
Luca Pakarov
S
ono loro e non sono loro allo stesso tempo. Perché scrivere definizioni di Marta
sui Tubi è pressoché impossibile, per fortuna. A conferma di ciò
ecco arrivare Lostileostile (Antenna Music Factory), un disco che
ha il pedigree nella propulsione
ma che vive un presente di storie
e di attimi liberatori. In confronto a Cinque, la luna e le spine, il
sound e i testi sono più spessi e
duri, è un lavoro molto articolato. A parlarne è il frontman Giovanni Gulino, che una volta in
un’intervista ha detto che «la tecnica non è importante, importante è l’empatia». Ma qui di tecnica
sembra essercene parecchia: «La
tecnica fa parte del nostro dna,
non ci piace fare il classico giro
di do. Inoltre in tre devi avere un
sound più robusto, a meno che
non pensi di fare qualcosa di acustico e scarno».
È un po’ quello che la band ha
fatto agli esordi. «Sì, in questi mesi invece ci siamo chiusi in sala
prove e, senza tanti ragionamenti, abbiamo pensato solo a divertirci facendo quello che ci veniva
spontaneo. Ed erano musiche
con una certa spinta ritmica». In
alcune canzoni, come Da dannato o Rock and roipnol, tornano alla memoria gli Area. «Ce lo dicono da sempre anche se gli Area li
ho scoperti dopo che ho cominciato a fare dischi… Però lo prendo come un complimento».
Il confronto con l’altro è uno
dei temi al centro di Lostileostile:
«Ogni volta che ci interfacciamo
con una persona nuova, si modi-
«Il confronto è al
centro di molti pezzi,
quando ci troviamo
davanti a una persona
nuova, cambiamo»
fica la percezione di noi stessi e
del mondo circostante. Quando
ho di fronte qualcuno che ha
qualcosa da darmi, io stesso cambio. È un concetto che ho messo
a fuoco nella canzone Un pizzico
di te. In ogni traccia c’è il confronto, che può essere con la vita
in Niente in cambio, con la morte in La calligrafia di Pietro o nel
rapporto con un amico raccontato in Amico pazzo». Nei testi citazioni ecumeniche: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Ma se il
MARTA SUI TUBI
prossimo tuo non ti ama o, peggio, tu non ami abbastanza te
stesso? Nella mente restano impressi gli attentati di Bruxelles…
«Sia chiaro, non sono uno studioso di politica internazionale e
parlo da cittadino, ma stiamo subendo le conseguenze di tante
scelte fatte male verso chi è stato
depredato senza ritegno. Ovvio,
questo non giustifica nulla, tantomeno la violenza». Torniamo al
quotidiano, le piccole storie nel
disco diventano importanti, sem-
bra un’agenda di appunti: «Sono
un accumulatore seriale di pensieri e di momenti, nel mio telefono ho segnato pagine di libri che
non scriverò mai. Sono mie piccole verità messe da parte. Per
questo disco però non ho attinto
volutamente da quel materiale,
volevo i testi più diretti possibile,
mi sono chiuso in soffitta con la
penna e ho scritto cercando di interpretare ciò che la musica mi
suggeriva. Poi si lavora con gli altri del gruppo, ognuno apporta o
si oppone a qualcosa e, non a caso, è stato scritto e registrato in
quattro mesi, pur avendo al principio poco materiale». Sorprende la capacità di rapportarsi con
tanti spunti e materiali in tempi
brevi: «Abbiamo cambiato l’approccio alla composizione con
una sala prove tutta per noi, proprio per concentrarci totalmente
sul lavoro».
Il disco è stato realizzato grazie a un crowdfunding, portato a
buon fine con l’apporto fondamentale dei fan: «È una naturale
conseguenza del rapporto che
abbiamo creato con i fan, molti
dei miei amici li ho conosciuti
perché si sono presentati ai concerti magari dieci anni fa ed ora
sono persone con cui mi sento
quotidianamente. Il crowdfunding è un modo per concretizzare questo tipo di rapporto. I fan
di una band possono sostituire
un’etichetta discografica, alla fine sono sempre loro quelli che
pagano e una band come la nostra, che gira da più di dieci anni,
si sa gestire da sola. Lavoriamo
con altri tipi di strutture, come la
distribuzione e il publishing, ma
fanno tutte capo a noi».
Dopo il disco arriva la controprova, il concerto dal vivo: «Lasciamo sempre un certo margine
di atipicità alle serate. Sicuramente sarà un live d’impatto,
con vecchie canzoni che negli ultimi anni non siamo riusciti a inserire, forse il più r’n’r che abbiamo portato in giro».
il manifesto
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VISIONI
WOODY ALLEN
«Café Society» di Woody Allen sarà il film d'apertura del 69/o Festival di Cannes. Il film sarà
proiettato mercoledì 11 maggio al Grand Théatre Lumière in Sélezione ufficiale, ma fuori concorso.
Il film racconta di un giovane che va a Hollywood negli anni Trenta nella speranza di lavorare nel
cinema, ma si innamora e si ritrova coinvolto nella Café Society che segna quell'epoca.
GILLES LAURENT
Tra le vittime degli attentati di Bruxelles, anche il documentarista belga Gilles Laurent. Lo rende
noto il Centro Video di Bruxelles. Laurent aveva da poco terminato il montaggio di «La terra
abbandonata», il suo primo documentario incentrato sui danni subiti dal territorio intorno alla
centrale di Fukushima dopo il disastro nucleare di cinque anni fa.
ATLETI RUSSI DURANTE UNA COMPETIZIONE
SPORT · Chiesta la riabilitazione di Viktor Chegin
Lettera aperta a Putin
da parte degli atleti russi
Nicola Sellitti
DUE SCATTI DI LETIZIA BATTAGLIA ESPOSTI ALLA ZISA DI PALERMO
INTERVISTA · Letizia Battaglia e la personale antologica alla Zisa
Dentro Palermo, una città
raccontata in bianco e nero
Manuela De Leonardis
ROMA
I
n un momento di pausa, prima
dell’incontro romano che si è tenuto a Villa Medici nell’ambito
de I giovedì della Villa-Questions
d’Art, Letizia Battaglia (Palermo
1935) accende una sigaretta e sfoglia il catalogo della personale Anthologia in corso allo ZAC - Cantieri
Culturali alla Zisa a Palermo (fino
all’8 maggio). Ma, come prima cosa,
si sfoga: «Non ne posso più. Faccio
fotografia e vivo da militante contro
la mafia, non mi faccio corrompere
e pubblico le foto dei mafiosi perché
è giusto pubblicarle, ma non sono la
Battaglia contro la mafia! Fotografo
anche altro, come mia figlia Patrizia
mentre partorisce. Gli omicidi sono
solo una parte della nostra vita a Palermo». Proprio alla sua città è dedicato il Centro Internazionale di Fotografia che sarà inaugurato a breve.
«Tre anni fa chiesi a Orlando di far
restaurare due padiglioni della Zisa.
Il mio progetto è quello di fare un
«Non sono la ’battaglia
contro la mafia’,
fotografo anche altro,
gli omicidi sono solo
una parte della città»
centro con due gallerie, una con i
grandi fotografi internazionali e l’altra per i giovani emergenti. Ma più
che altro si tratta dell’archivio della
città di Palermo. Vorrei ricostruire
fotograficamente questa Palermo
un po’ devastata e sgangherata. Sarà
un luogo di grandi meeting tra chi
ama la fotografia, ma anche la poesia, la musica, scrittura, l’arte contemporanea».
Ci sono stati dei momenti in cui
hai scelto di non fotografare, come quando furono assassinati
Chinnici e Falcone…
Abbiamo avuto paura, la tensione
era alta. Non era possibile accettare
tutte quelle morti e violenze. Una
bomba scoppiava da una parte, un
incendio dall’altra. Tutte intimidazioni mafiose. Quando ci chiamarono alle 8 del mattino perché era successo qualcosa da qualche parte, io
dissi che non ci sarei andata. Era
Rocco Chinnici. Ci andò Franco Zecchin, che era il mio compagno, e fece anche delle belle foto. Oggi sono
pentita di non aver fotografato, perché era giusto che facessi quelle foto
e le mostrassi. Però non ce la feci.
Era umano. Noi fotografi eravamo
sempre pronti a correre con la macchina fotografica e non potevamo
nasconderci, diversamente dal giornalista che può scrivere quattro cose e perdersi in mezzo alla folla.
Qualche volta dovevamo «sflashare», perché di notte non si vedeva.
Io il flash l’ho usato pochissimo, ma
qualche volta era necessario. Poi, dopo Chinnici mi bloccai per sempre
con Falcone. Quando la televisione
disse che era successo qualcosa
sull’autostrada, sembrava che si trattasse del giudice Falcone, mi sentii
morire dentro. Penso che sia stato allora che non ho più accettato di incontrare la morte violenta.
La scelta del bianco e nero dipen-
de dal fatto che fotografavi prevalentemente per un quotidiano?
No, perché allora L’Espresso o
Panorama chiedevano sempre foto a colori, ma io non ho mai amato il colore. Specialmente quando
fotografavo i morti. Ancora oggi il
solo pensare al rosso del sangue
mi fa star male. Penso che il bianco e nero sia più silenzioso, solenne, rispettoso. Anche quando guardo la fotografia degli altri cerco il
bianco e nero. È un gusto artistico,
del mezzo, del risultato.
Nei primissimi anni ’70 la fotografia è stato un mezzo per
conoscerti…
Sì. Ho iniziato a fotografare Milano, nel 1971, per guadagnarmi il pane. Fin da bambina sognavo di di-
HOLLYWOOD · Morta l’attrice Patty Duke
Il nome forse non è immediatamente riconoscibile, ma il volto e la sua interpretazione nel ruolo della giovane donna nata cieca, sorda e muta al fianco di Anne Bancroft in «Anna dei Miracoli», è rimasto impresso al pubblico di tutto il mondo. A 69
anni è morta Patty Duke, l'attrice americana che proprio con quel ruolo ottenne nel
1963 un Oscar come migliore attrice non protagonista. Aveva anche recitato in «La
valle delle bambole», «My Sweet Charlie» e per il «Patty Duke Show» andato in onda
sulla tv americana dal 1963 al 1966 e in
cui aveva interpretato due ruoli contemporaneamente, quello di una normale teenager
americana, Patty Lane, e quello della identica cuginetta in versione britannica, Cathy
Lane. In «Anna dei Miracoli» Patty era stata
affiancata da Anne Bancroft nel ruolo
dell'istitutrice Annie Sullivan che riesce a far
parlare la ragazzina: la parte fece vincere
alla Bancroft l'Oscar come migliore protagonista. Patty era appena sedicenne e il suo fu il primo Academy Award della storia
ad essere conferito a un minorenne. Dopo quel successo, nel 1969 ottenne un altro
premio, il Golden Globe, per «Me, Natalie», un film che segnò anche il debutto sul
grande schermo per Al Pacino. Il privato della Duke è stato particolarmente turbolento, tra ripetute depressioni, tentativi di suicidio, matrimoni e divorzi.
ventare scrittrice, per cui il giornalismo era una cosa naturale. Però,
quando portavo da freelance
un’idea, un articolo, mi dicevano
sempre «e le fotografie?». Allora una
mia amica mi regalò una macchinetta e iniziai a fotografare. Ma già allora era un mezzo che non conoscevo, anzi non lo conosco neanche oggi! Ho sempre fotografato quasi per
miracolo. Non ho mai capito le tecniche, però sapevo quelle quattro cose che mi sono servite. Ho avuto la
fortuna, ad esempio, di andare a cercare Pier Paolo Pasolini di cui ho
una ventina di fotografie, che ora sono nella sua casa. Ma la passione è
venuta dopo, a Palermo. Quando fui
chiamata dal mio giornale - L’Ora con cui già collaboravo. All’epoca,
comunque, non pensavo che fosse
un mezzo psicoanalitico. Lo penso
oggi di allora. So che c’erano delle
spinte molto forti verso le donne,
le bambine. Non mi veniva di fotografare gli uomini, i politici. Mi venivano male, sfocati, brutti. Non
sono mai stata lesbica, ho sempre
avuto compagni uomini che ho
amato, però nella fotografia avevo
bisogno di fotografare le donne,
perché fotografavo me stessa. Con
la fotografia ho tentato di esprimere me stessa. Certo, quando mi
mandavano a fotografare il morto
ammazzato, mentre lo fotografavo
avevo un dolore e una tensione di
donna, che è diverso da quella degli uomini. Mi ricordo io e Franco
Zecchin. Lui era fermo fermo, freddo freddo. Mi dicevo, «ma questo
non scatta, ma che fa?». Io, invece,
bisticciavo con i poliziotti per passare... Poi, quando tornavamo, lui
aveva tante bellissime fotografie,
io avevo le mie, ognuno fotografava in modo e con risultati diversi.
Magari dei miei 18 scatti, 15 erano
una schifezza, altri così, poi finalmente c’era una foto buona. Per
me fotografare è stato il lavoro più
bello del mondo!
U
na lettera aperta a Vladimir Putin per riabilitare il
guru della marcia, radiato a vita dallo sport per le sostanze dopanti somministrate ai
suoi atleti. Con la bufera del doping di Stato che incendia ancora una volta il controverso rapporto tra la Russia e il resto delle
federazioni occidentali dopo il
recente scandalo Meldonium, il
farmaco proibito che ha messo
nei guai la superstar del tennis
Maria Sharapova e altri campioni che difficilmente sfileranno
nella cerimonia d’apertura dei
Giochi olimpici di Rio de Janeiro, tra pochi mesi.
Quattro atleti russi – ancora
anonimi ma che pare siano saliti
sul podio almeno una volta ai
Giochi olimpici, due dei quali sono stati privati degli allori perché risultati positivi a controlli
antidoping - hanno chiesto al
presidente della Federazione
Russa di riabilitare il nome, la reputazione di Viktor Chegin, il
plenipotenziario dell’atletica russa, il nemico numero uno al momento della Wada, agenzia mondiale antidoping e dell’agenzia
antidoping russa (Rusada), radiato per la somministrazione di sostanza proibite ai suoi atleti. In
particolare, Chegin oltre a essere
uno degli allenatori più vincenti
nella storia recente dell’atletica
leggera, sarebbe la mente del
centro tecnico di Saransk, la casa del doping finanziata dallo
Stato e completamente messa
nelle sue mani (porta il suo nome) che avrebbe prodotto la benzina truccata per i successi – tanti - degli atleti da lui seguiti
nell’atletica leggera. E per questo motivo da tempo erano sulle
sue tracce sia la federazione internazionale di atletica leggera,
la Iaaf, che la Wada. I suoi ragazzi hanno portato a casa tre ori
nelle ultime tre 50 km di marcia
alle Olimpiadi. Ma negli ultimi
anni proprio i marciatori russi
sono risultati positivi ai test antidoping, con Tas e Iaaf che qualche giorno fa sfilavano la medaglia della 50 km di marcia con record olimpico a Sergei Kirdyapkin, squalificato per doping,
tre anni e tre mesi, nel gennaio
dell’anno scorso.
E lo stesso provvedimento è
stao preso per Yuliya Zaripova,
che ha perduto la medaglia
d’oro nei tremila siepi vinta a
Londra 2012 e il titolo mondiale
sulla stessa distanza dell’anno
precedente e per Olga Kaniskina, argento nella 20 km sempre
ai Giochi londinesi. La squalifica
a vita per il direttore del centro
tecnico russo era quindi attesa,
senza dimenticare che il 15 luglio 2015 sei atleti seguiti da Chegin risultavano positivi all’Epo,
Soldi e «amor patrio»,
per salvare il guru
della marcia, radiato
dalla federazione
dopo scandalo doping
31 in totale sino a quel momento. Chegin si dimetteva il giorno
successivo dalla guida del centro di Saransk e la federazione
russa, per ridimensionare il caso
divenuto mediatico, vietava agli
atleti di continuare a lavorare
con lui, con marciatori non iscritti alle gare internazionali – Mondiali di Pechino inclusi – sino al
termine di un’indagine interna.
E ora siamo al bando a vita per
Chegin, secondo gli olimpionici
«un gran professionista e un vero patriota della Grande Russia»
con la squalifica imposta da Wada e Rusada che sarebbe arrivata a causa delle pressioni politiche dell’Occidente.
Insomma, una parte dello
sport russo alza un muro, fa capire di sentirsi vittima di una congiura, di un sistema che avrebbe
colpito in particolare l’atletica
della Federazione, a pochi mesi
dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro. E cerca sponda in Putin, che
aveva agitato l’esistenza di una
spectre occidentale ai danni dello sport russo, idea sostenuta anche da campionesse come Elena
Isinbayeva (salto in alto, titoli
olimpici e mondiali) dopo la richiesta della restituzione delle
medaglie mondiali e olimpiche
vinte dagli atleti della Federazione negli ultimi sette anni da parte di varie federazioni. Insomma, una sceneggiatura che si ripete, un remake dell’Occidente
contro Unione Sovietica dei primi anni Ottanta, nell’era dei boicottaggi. Nonostante questo gli
atleti russi saranno a Rio, l’atletica sarà decimata ma presente,
gli sponsor pagano tanto e subito e attendono cascate di dollari
dalle Olimpiadi brasiliane.
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il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
COMMUNITY
RI-MEDIAMO
–

I «marò» Oltretevere
Vincenzo Vita
I
EMILIA ROMAGNA
l gruppo di inchiesta «Spotlight» del Boston Globe, reso celebre dall’omonimo
film vincitore (tra gli altri premi)
dell’Oscar 2016 e del Pulitzer del 2003, indagò sullo scandalo della pedofilia e delle
molestie sessuali nella Chiesa della città
dell’East Coast (e non solo). E, in tal modo,
scoperchiò un vero e proprio sistema di sopraffazione e di potere criminale, fin lì insabbiato e coperto da mille complicità.
Accade, oggi, che due bravi giornalisti come Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi,
“rei” di aver scritto due libri, «Avarizia» e
«Via Crucis»(2015), rischiano seriamente il
carcere. Due inchieste coerenti con la deontologia della professione: scavare sotto
la coltre del fariseismo, cercare senza sosta
la verità. Testi pieni di notizie documentate e inquietanti: gli enormi buchi neri della
gestione delle finanze della Chiesa, l’oscura faccenda degli introiti inerenti alle cause di santificazione divenute un cinico business, gli affari immobiliari con relativi
scandali, i conti segreti dello Ior, gli alloggi
principeschi dei reverendissimi cardinali, i
privilegi smisurati e l’utilizzo per fini ultronei dei contributi dei fedeli.
Al riguardo, Fittipaldi accende i riflettori
sul caso dell’ospedale pediatrico di Roma
Bambin Gesù, dalle cui casse rimpinguate
dai credenti (dai cittadini, dunque) sarebbero stati tratti 200.000 euro per ristrutturare l’appartamento di Tarcisio Bertone. Così il centro dermatologico Idi, finito nel
(dis)onore della cronaca giudiziaria.
E poi la curiosa sorte della commissione
di inchiesta istituita proprio per fare luce
sul disastro economico e incappata nella
imprevedibile telenovela che ha visto protagonisti il coordinatore della struttura
monsignor Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, coppia perfetta per alimentare un
bel gossip da telenovela. Nuzzi sottolinea
le anomalie del caso. Proprio il sacerdote
dell’Opus Dei è una delle fonti dei due volumi, sospetto che l’interessato ha tentato
di capovolgere con l’accusa (già ritrattata)
di violenza ai suoi danni.
Ed eccoci al procedimento giudiziario,
un colpo al cuore sferrato a ogni principio
democratico. Infatti, nello stato pontificio
è ancora in vigore il codice penale dell’allora ministro Zanardelli del 1889, recepito
dai Patti Lateranensi del 1929. L’addebito
mosso a Nuzzi e Fittipaldi è la «violazione
del segreto di stato», con la pena del carcere fino a otto anni, da scontare nella malaugurata ipotesi in Italia, sempre per le intese bilaterali tra le istituzioni italiane e quelle della Chiesa cattolica.
Il processo – dalle garanzie assai approssimative - riprenderà il prossimo 6 aprile,
con l’interrogatorio di tre dei cinque imputati, cui seguiranno le testimonianze.
È una vicenda clamorosa, che mette in
questione la stessa sovranità nazionale.
Che non vale solo quando, anche giustamente, si conduce un braccio di ferro con
l’India per riavere i marò considerati da
quel paese di propria spettanza giudiziale.
Ma allora perché finora non vi è stata alcuna iniziativa del governo, salvo una criptica dichiarazione del ministro Alfano?
Non è stato convocato, a quanto risulta, neppure l’ambasciatore presso la Santa Sede. Quest’ultimo andrebbe ritirato,
fino ad avvenuto chiarimento sul carattere delle accuse.
E sì, perché la presunta violazione del segreto di stato si chiama libertà di espressione. Come è stato chiarito nell’efficace conferenza stampa con gli autori promossa
mercoledì 16 marzo dai parlamentari Pippo Civati e Andrea Maestri.
È un incubo, che poco si addice all’illuminato magistero dell’attuale Papa
di Roma.
–
«Non è questione di sistema per il problema mondiale della droga, solo di
risorse»: ecco la conclusione della
Commissione delle Droghe Narcotiche
(Cnd), in vista di Ungass. Ma che
cos’è di preciso «il problema mondiale
della droga»? Significa che i prezzi sono troppo alti, che la qualità è bassa e
la distribuzione è lenta? Oppure che
perseguire l’astinenza con la forza ha
causato spargimento di sangue e repressione? E’ un riconoscimento
dell’errore di base, stante che nelle
società capitalistiche spingere nella
clandestinità beni di consumo si traduce in economie parallele e in incubazione di criminalità organizzata? Oppure
che l’utilizzo del sistema penale per
fini di salute pubblica conduce a incarcerazioni di massa? I tassi di omicidio
sospinti dal narcotraffico in Messico,
Guatemala o Giamaica sono parte del
Giovedì 31 marzo, ore 17
MORANDI, DIPINGO Conferenza a cura
di Maria Cristina Bandera sulla figura di
Giorgio Morandi. Un incontro in cui si affronterà il suo personale rapporto tra la
pratica incisoria e quella pittorica, a partire dall’esame delle sue acqueforti della
collezione di Luciana Tabarroni. Ingresso
con biglietto della Pinacoteca, fino ad
esaurimento posti.
 Pinacoteca Nazionale di Bologna,
via Belle Arti 56, Bologna
Sabato 2 aprile
CREATIVITÀ Uno sguardo sul sistema
della creatività contemporanea italiana e
un focus sulla creatività emergente. Energia, processualità e partecipazione, un
evento culturale senza precedenti per Parma: mostre disseminate in tutta la città,
conferenze, workshop e circuiti off per rigenerare una grande tradizione culturale, far
vivere in modo nuovo gli spazi espositivi e
coinvolgere attivamente tutta la cittadinanza. 45 giorni di installazioni, fotografia,
architettura e design, videoarte, realtà
aumentata, food design, musica: l’Arte al
servizio della città e del territorio, l’Arte
come strumento di crescita e trasformazione sociale. Luoghi vari, info: [email protected], www.parma360festival.it
 Parma
LAZIO
Mercoledì 30 marzo, ore 19
ONE SHOT BAND Presentazione del
libro «One Shot Band», gruppi, artisti, visionari e sognatori con idee (spesso) geniali
e un solo disco alle spalle di Paolo Gresta.
Insieme all’autore interviene Vincenzo Martorella
 Libreria Altroquando, via del Governo Vecchio, 82, Roma
Giovedì 31 marzo, ore 15
MESSICO Una conferenza sulla civiltà del
Messico pre ispanico, nell’ambito del ciclo
di conferenze tenute dall'archeologo Leonardo L?pezLuján dell'Instituto Nacional de
Antroplogia e Historia, Museo del Templo
Mayor. L'incontro dal titolo «La visión del
tiempo y del espacio en la antigua ciudad
de Teotihuacan» è promosso nell'ambito
delle attività del dottorato di ricerca in
Storia, Antropologia, Religioni e degli insegnamenti di Urbanistica antica e Storia
delle religioni. L'iniziativa, che rientra negli
accordi di cooperazione tra la Sapienza e
gli enti di ricerca archeologica e antropologica del Messico (Unam e Inah), è dedicato alla concezione del tempo e dello spazio a Teotihuacan, il centro urbano la cui
civiltà ebbe larga influenza in tutto il Messico centrale un millennio prima dell'egemonia degli Aztechi.
 Aula di paleografia - edificio di
Lettere, p.le A. Moro, 5, Roma
LOMBARDIA
Milano 30 marzo
ALIDA VALLI Fino al 17 aprile Fondazione Cineteca Italiana presenta «Alida Valli,
la diva», una rassegna cinematografica che
ripercorre la carriera cinematografica della
divina attrice italiana, a dieci anni dalla
sua scomparsa, partendo da uno dei suoi
primi film, Il feroce saladino di Mario Bonnard, fino al thriller soprannaturale del
maestro del giallo Dario Argento, Suspiria.
Info e calendario proiezioni: [email protected] oppure cliccare sul sito www.cinetecamilano.it, tel. 0287242114
 MIC - Museo Interattivo del Cinema, v.le F. Testi, 121, Milano
Tutti gli appuntamenti:
[email protected]
le lettere
–
L’Eni «perseguita» i defunti
Sono un testimone diretto, con prove alla mano,
dell’invasività iniqua e immorale dell’«Eni Divisione
Gas & Power» non solo in vita, ma anche post mortem. Mio padre è deceduto il 19 gennaio 2015. Il
30 gennaio 2015 gli operatori di Eni Divisione Gas
& Power hanno effettuato il distacco della fornitura
e hanno apposto il sigillo al contatore dopo aver
rilevato la lettura finale di «57» metri cubi.
Fino ad allora mio padre non solo aveva pagato
tutto, ma aveva pagato di più (77 mc) di quanto
effettivamente consumato per due motivi: 1) perché stava in una casa di cura e la sua casa non
era abitata; 2) perché l’Eni Gas, incurante a volte delle letture, mandava bollette non in base ai
consumi storici dell'utente, ma in base a «una
stima di consumo basata su valori standard nazionali» (risposta data da Eni Gas & Power a reclamo inviato nel 2013).
La cosa incredibile succede dopo oltre un anno dal
distacco della fornitura: si fa viva con un figlio del
defunto un'agenzia di recupero crediti che, su incarico di Eni, esige il pagamento di 2 bollette insolute, di cui una emessa ad agosto 2015 (7 mesi dopo il decesso dell'utente e cessazione del servizio)
e l’altra emessa a novembre 2015 (10 mesi dopo).
Non ricevendo i pagamenti, anche perché la casa
disabitata era in vendita, l’Eni Gas ha affidato a
una società di recupero credito le bollette «insolute». L’ufficio riscossione crediti ha cominciato così
a tempestare di telefonate il figlio in questione, rimasto di stucco nell’apprendere che il proprio defunto padre continuasse a consumare gas domestico. Finalmente da una chiamata al Numero Verde
viene fuori che l’Eni Gas ha registrato la chiusura
della fornitura e la lettura finale, ma non ha completato l’iter di cessazione e, invece di rimborsare i
consumi pagati in eccesso, ha continuato a mandare bollette «post mortem».
Morale della favola? In Italia succedono cose
dell’altro mondo e viene da chiedersi: quanti casi
del genere esistono in Italia? Quanti cittadini anziani inermi si vedono recapitare bollette selvagge da
Eni divisione Gas & Power? E quanti defunti, dall’aldilà, assistono impotenti al fango gettato sulla loro
memoria dalle diverse Società di distribuzione di
Energia e/o da Equitalia e/o esattori similari? Mi
sono limitato a raccontare pubblicamente questa
singola storia sperando possa servire alle Autorità
di controllo degli enti di distribuzione di energia
per far cessare eventuali vessazioni come questa ai
danni di altri cittadini.
Domenico Ciardulli
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Brutte coop a Roma
La cooperativa edile Deposito locomotive Roma San Lorenzo è in
liquidazione coatta così come
tantissime coop. associate alla
Lega nazionale delle Cooperative.
I soci prenotatari di case e prestatori sociali hanno visto tutti i loro
risparmi di una vita volatizzati. È
il crollo dei valori etici del mondo
cooperativo. Decine di migliaia di
operai, impiegati, pensionati di
quel mondo di sinistra che per
generazioni hanno riposto i loro
risparmi nelle cooperative sono
disperati per sentirsi truffati dei
loro ideali e dei loro risparmi. Il
crollo delle cooperative è diffuso
in tutta Italia, soprattutto nelle
regioni di più antica tradizione
cooperativa: Emilia Romagna,
Friuli, Toscana e noi a Roma: la
nostra era la più antica cooperativa a Roma fondata nel 1964 da
ferrovieri comunisti e socialisti,
ha costruito 1600 case per ceti
popolari ed era un grande punto
di riferimento per la sinistra romana. Abbiamo denunciato alla Procura di Roma la sottrazione di tre
milioni di euro dei nostri risparmi
volatizzati con la responsabilità
diretta dei dirigenti della Deposito locomotive Roma San lorenzo
che, tra l’altro, hanno intrattenuto
a nostra insaputa rapporti di vendita a prezzi stracciati di nostre
abitazioni con Salvatore Buzzi di
Mafia Capitale. Non sono esenti
le responsabilità della Lega nazionale delle Cooperative diretta per
dieci anni dall’attuale ministro
Poletti per mancati controlli sulla
sua associata e del ministero dello Sviluppo Economico per la
stessa ragione.
I parlamentari di governo e di opposizione non ci sentono, vedono, parlano. È un’altra solitudine
degli italiani reali. Ci stiamo organizzando e ci faremo sentire in
piazza e alle urne.
Sebastiano Gernone Deposito
locomotive Roma San Lorenzo
Addio a Enrico Maltini
Addio a Enrico Maltini, militante
anarchico che dal 1969 ha dato
un contributo rilevante alla battaglia per la verità su piazza Fontana e che ha dedicato gli ultimi
anni della sua vita a «Pinelli, la
finestra è ancora aperta» (coautore l’avvocato Gabriele Fuga) libro
di prossima uscita per le edizioni
Colibrì. Ciao Enrico, ci mancheranno la tua determinazione e la tua
gentilezza.
Frank Cimini
Dalla padella alla brace
Si può senz’altro affermare che
per quanto riguarda la manutenzione delle case di edilizia popolare a Roma, gli inquilini sono passati dalla padella alla brace. La
padella era la Romeo Gestioni, la
brace l’attuale inesistente Ufficio
del Comune che si dovrebbe occupare della manutenzione. E’
accaduto questo: la Romeo Gestioni si occupava sia della gestione amministrativa e contabile,
nella sostanza riscuotere dagli
inquilini il canone d’affitto e gli
oneri accessori, sia della manutenzione delle case. Per la manu-
tenzione la Romeo Gestioni, ci
faceva disperare, ma dopo molto
insistenza nel telefonare, inviare
fax, lettere raccomandate, qualche risultato si otteneva. Adesso
il Comune, dopo aver tolto l’appalto alla Romeo, ha pensato bene di affidare subito l’incarico per
la gestione contabile ad altra società, la Prelios Integra. Ha pensato bene, vale a dire, a riscuotere
come sempre il canone d’affitto e
oneri accessori dagli inquilini. E
per la manutenzione? E che importanza ha la manutenzione? Se
ne occupa direttamente il Comune. Così è stato detto agli inquilini. Vale a dire: se ne occupa direttamente la brace, per tornare alla
metafora. Sì, perché se prima l’insistenza nelle richieste alla Romeo Gestioni, otteneva qualche
risultato, adesso il risultato è pari
a zero. Il Comune, padrone di casa, deve essere in tutt’altre faccende affaccendato. Delle disinfestazioni contro zanzare e scarafaggi, invece, si è sempre occupato,
l’Ufficio Tecnico del IV Municipio.
Altra padella, stando sempre alla
metafora, diventata adesso brace
per solidarietà con gli altri Uffici
del Comune. E così, gli inquilini
di via A. Mammucari, sono tormentati da zanzare e scarafaggi
d’estate e d’inverno, tutto l’anno.
Inquilini delle case popolari,
Roma
FUORILUOGO
Onu e la droga, il sistema tutela se stesso
Axel Klein
problema? O lo è l’intreccio di guerra
e droga in Afghanistan e in Colombia?
E che dire del problema della corruzione globale? La riunione della Cnd della scorsa settimana a Vienna ha avuto
il compito di preparare la Sessione
Speciale sulle droghe dell’Assemblea
Generale Onu di aprile. Lì i politici hanno la possibilità di verificare che, nonostante i loro sforzi, i consumi globali
sono in ascesa, le produzioni di coca e
di cannabis sono più alte che mai, e
che laboratori chimici clandestini immettono tutti gli anni sul mercato nuove sostanze psicoattive. Tanto è com-

La lettera
plesso il problema che bisogna trovare
una soluzione globale: da qui l’urgenza
di un documento unanime. Ma portare
tutti a tagliare il traguardo significa
riconfermare principi come «un mondo
libero dall’abuso di droga», proprio
quando la legalizzazione della marijuana sta diventando una realtà in alcuni
stati membri delle Nazioni Unite.
I leader di Messico, Brasile, Nigeria e
Grecia hanno invocato la normalizzazione delle «droghe» oggi proibite, proprio per prevenire la violenza. L’Uruguay è stato il primo stato a legalizzare la cannabis, proprio per combattere
il narcotraffico. Ma il prezzo dell’unanimità è di regredire alla mediana, al
«risoluto impegno alla riduzione della
domanda, alla riduzione dell’offerta e
alla cooperazione internazionale». Questi solenni proclami sono necessari,
apparentemente, per tenere a bordo i
paesi conservatori, come l’Arabia Saudita, Singapore e il Kazakhstan. Può il
prezzo dell’unanimità consistere nel
supporto alle tattiche brutalmente repressive di regimi autoritari? L’Onu è
l’assise per le buone pratiche a sostegno del benessere e dei diritti umani:
rimpiazzate – constatiamo- da più prag-
matiche preoccupazioni di mantenimento del sistema di controllo antidroga. Perciò, la risoluzione «riafferma» e
«sottolinea» gli impegni delle tre Convenzioni sulle droghe, sì che ogni «guerriero della droga» possa avvolgersi nella bandiera dell’Onu. Non solo vanno
avanti come al solito, guardano anche
al proprio business. Per prima cosa, i
rappresentanti concordano nel «conferire adeguate risorse» alla riduzione
dell’offerta e della domanda e «per
assistere i paesi in via di sviluppo».
Poi si identificano i beneficiari di queste elargizioni, iniziando dall’ospite: si
Imposizioni a scuola
Ho raccolto una ultima, ignorata
lamentela da parte di una madre
per la diffusa pratica del «segno
di croce», imposta al figlio, prima
della refezione, dalle insegnanti
di una scuola statale dell’Infanzia
leccese. In passato in un locale
asilo comunale dopo analogo dissenso, da parte di genitori, fu investito l’Ufficio Legale per appianare la questione. Fu individuata
una geniale soluzione, forse in
analogia al principio della scelta
facoltativa dell’ora di religione, in
base alla quale, in mancanza di
attività alternativa, l’alunno può
allontanarsi dall’aula. Per il piccolo infatti fu disposto che prima
del pasto venisse allontanato dalla mensa per rientrarvi subito dopo l’eseguito «rito». In Italia ci si
comporta ancora come se la
religione fosse obbligatoria, in
quanto religione di Stato, in violazione del supremo principio
costituzionale della laicità e del
carattere aconfessionale delle
istituzioni. Specialmente nelle
scuole, tempio delle culture,
non possono perpetuarsi preferenze o risalto esclusivo di una
di esse, con simboli, riti, pratiche e precetti, passati per tradizione, peraltro non unica, liberamente seguite e coltivabili nella
società.
Giacomo Grippa Lecce
–
«riafferma» il ruolo principale della
Cnd, e i ruoli «prescritti dai trattati»
dell’Ufficio per la Droga e il Crimine
(Unodc) come l’entità guida del sistema Onu, così come i ruoli, prescritti
dai trattati, del «International Narcotic
Control Board» (Incb) e della Oms. Dopo aver assicurato gli interessi del sistema stesso, il documento raccomanda di indirizzare risorse per i trattamenti sanitari e per la repressione penale.
Invece di confrontarsi con l’evidenza,
la riunione Cnd ha riconfermato precedenti asserzioni non verificate, a sostegno di principi «sacri» e di interessi
professionali. Se Ungass andrà allo
stesso modo, un decennio di riforma
della politica della droga sarà sprecato.
* Direttore della rivista «Drugs and Alcohol Today». Il documento della Cnd
su www.fuoriluogo.it
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
pagina 15
COMMUNITY
Il futuro nero dell’auto
e la sfida possibile
L
o scandalo delle emissioni truccate
del gruppo Volkswagen ha scosso
l’automotive, e su di esso si è rivolta l’attenzione dei media. Tuttavia per
comprendere cosa bolle in pentola in un
settore che continua a rappresentare nel
bene e nel male una quota estremamente rilevante della produzione industriale,
è bene aver presente che esso è da tempo interessato da un processo di ristrutturazione. Assisteremo in tempi relativamente brevi ad una riconfigurazione della geografia internazionale della produzione di automotive.
L’incentivo al cambiamento tecnologico, dettato dalle politiche ambientali europee e statunitensi, conduce ad un’evoluzione qualitativa e quantitativa della
produzione di automobili e del trasporto
in generale. Le implicazioni sociali, economiche, industriali e ambientali saranno in grado di configurare un nuovo paradigma tecno-economico. Sono queste
alcune delle tesi principali di una recente ricerca alla quale abbiamo contribuito. Il lavoro curato dall’associazione Està
(A. Di Stefano e M. Lepratti), e sollecitato
dalla Fiom-Cgil Lombardia, sarà presento a Milano l’1 aprile al Palazzo della Regione Lombardia.
Emergono due traiettorie di sviluppo
fondamentali: 1) il consolidamento di
grandi oligopoli sovranazionali; 2) la rivoluzione tecnologica legata alla green economy. Ragioniamo allora sulle relazioni
tra oligopolio e progresso tecnico - a partire dalle categorie proposte da Paolo
Sylos Labini in un suo famoso saggio: gli
interventi normativi volti a promuovere
una nuova mobilità sostenibile, innanzitutto in termini ambientali, svolgono
esattamente la funzione di stimolo necessaria affinché possa divenire massimamente profittevole l’adozione delle innovazioni.
Questo processo potrà a sua volta fungere da stimolo per consolidare altre traiettorie di ricerca e sviluppo in grado di
dettare le condizioni per un’ulteriore
evoluzione nella struttura del settore.
Occorre sottolineare che solo le imprese più grandi possono applicare quei
metodi tecnici e organizzativi in grado
di realizzare le economie di scala necessarie a contenere i costi di produzione e
il finanziamento dell’attività di ricerca e
sviluppo. I vantaggi competitivi che così
si configurano – e che in parte derivano
dalle strategie messe in atto nei decenni
precedenti – si traducono nella possibilità di esercitare un potere di mercato sui
prezzi, sui costi dei fattori di produzione
e sulle stesse innovazioni tecnologiche.
Le barriere all'entrata che in tal modo
emergono, sono legate alla discontinuità
con cui si presentano le innovazioni tecnologiche. Da qui deriva la tendenza crescente alla concentrazione delle industrie che caratterizza il settore.
Tra il 2007 e il 2014 la produzione automotive passa da 73.237.724 a
90.015.919 unità, con una crescita del
30%. Il risultato è eclatante se consideriamo che la produzione industriale dei
paesi Ocse è aumentata solo del 2,6%,
ma è coerente con la crescita della produzione industriale mondiale del 20%
(Banca Mondiale). Tra il 2000 e il 2014
la produzione cinese di automobili passa dal 3,5% al 26,4% di quella mondiale.
Oggi
la dimensione
minima
di produzione
del settore
automobilistico
per competere
oscilla tra i 5
e i 7 milioni
di pezzi.
L’Italia nel 2014
ne ha realizzati
700mila
ENRICO BAJ
DÉCERVELAGE
Stefano Lucarelli, Roberto Romano
Assieme a Stati Uniti, Giappone e Germania, la Cina si candida a dettare le
condizioni di sviluppo del settore. In Europa, la Germania ha assorbito gran parte della produzione: dal 1999 al 2014 la
produzione tedesca passa dal 33,6% al
44,3% totale; quella francese si dimezza, mentre l’Italia scompare dai radar.
In questo contesto, il futuro industriale
italiano è marginale.
Alle attuali condizioni di mercato, la
dimensione minima di produzione per
competere oscilla tra i 5-7 milioni di
pezzi. L'Italia nel 2014 realizza poco meno di 700 mila unità, un livello che inibisce qualsiasi dinamica di struttura (no-
MILANO
Basilio Rizzo, il nome
per uscire dall’angolo
e allargare il campo
Emilio Molinari
nostante le auto a metano e i veicoli
commerciali tengano). Un buon parametro per valutare l’innovazione è l’analisi dei brevetti di settore. Nel periodo
2012-2014 l’Italia ha depositato un numero di brevetti, riguardante il settore
dei trasporti, di circa 300 unità per ciascuno dei tre anni presi in considerazione; la Germania ha depositato un numero di brevetti costante, ma intorno a
ben altri valori (2000 unità); la Francia,
invece, è lineare con i suoi 800 brevetti,
dopo un periodo di stasi. L’aspetto importante è la correlazione tra spese in
Ricerca e Sviluppo e brevetti. L’esigua
entità degli investimenti italiani rispecchia i modesti risultati ottenuti dal settore auto, mentre più importanti e significativi sono i risultati ottenuti dal comparto della componentistica.
Fortunatamente la componentistica
italiana non ha rincorso fuori dai confini
patri Fca--Fiat. L'auto elettrica, i nuovi
materiali, l’aerodinamica, le trasmissioni, le batterie, la componentistica ad alta
efficienza, il recupero di energia, rappresentano ambiti in cui le ricerche italiane
sono significative. Tuttavia occorre un
contesto politico e industriale adeguato.
Il settore della componentistica è in grado di agganciare la filiera lunga della produzione? Sarà in grado di anticipare la
domanda di beni ad alta tecnologia che
si prospetta, per produrre le automobili
del futuro? La sfida principale consiste
nel conciliare mobilità e fluidità nei trasporti con soluzioni innovative, accessibili, inclusive e sicure, utilizzando le tecnologie ICT e tutte le innovazioni che migliorano l’intera filiera produttiva.
Non sarà dunque la domanda di automobili, intese come beni finali di consumo, a rappresentare un’opportunità su
cui rafforzare il settore manifatturiero nazionale. Occorre invece concentrarsi sul
settore della componentistica. Quest’ultimo è caratterizzato da una domanda particolare, la cui variazione non è causata
principalmente dalla variazione del livello dei prezzi. Ci troviamo pertanto dinanzi ad un settore in cui la competitività viene per lo più a giocarsi sulla qualità e la
durabilità del prodotto. Per queste ragioni la politica industriale sottesa al consolidamento del settore della componentistica non può declinarsi solo sulla riduzione del costo del lavoro.
I beni e i servizi forniti dalle imprese del settore contribuiscono ad innovare i beni capitali che sono poi
impiegati nella produzione di automobili.
Ma c’è di più: l’evoluzione delle
modalità con cui vengono combinati
i fattori della produzione nell’automotive dipende dagli output messi a disposizione dal settore della componentistica. Pertanto la sfida che interessa il settore è molto complessa: esso concorre a
modificare la qualità e la quantità dei beni capitali da cui dipendono la qualità e
la quantità dei beni finali, in questo caso
delle automobili. E dinanzi alla complessità la programmazione può rappresentare una soluzione intelligente, se non si
vuole subire il peso dell’incertezza e della dipendenza dai sistemi nazionali e
transnazionali di innovazione che hanno già avviato una propria programmazione.
F
orse sarebbe bene che a Milano il
popolo di sinistra facesse un po’ di
"unitaria autocoscienza" e ripartisse dalla realtà politica e dalle ragioni profonde di un voto non tanto contro Sala,
ma che dia corpo politico ad una alternativa al disegno renziano.
Non demonizzo Sala come persona, ma
è difficile negare che la sua candidatura, fotocopia di quella di Parisi, riporti a galla
quel grumo di interessi trasversali, mai spariti ma solo messi in sonno, che hanno piegato e eroso la legalità a Milano per decenni
e ritornati visibili con Expo e lo saranno ancor più nel dopo Expo.
Difficile negare che a Milano, più
d’ogni altra città, il voto a Sala porti il segno del Partito della Nazione e della riforma costituzionale, che lascia alla destra
estrema il compito di raccogliere tutto il
disagio sociale provocato dalle politiche
liberiste, per tradurlo in rotture e cattiverie. Un voto che anticipa e si salda con lo
scontro referendario prossimo e che dovrebbe interrogarci sugli ostacoli che
stanno nelle nostre teste, le nostre paure
indotte dal voto utile e nelle nostre appartenenze.
Perché a Milano siamo divisi solo perché qualcuno pensa si possano fermare i
disegni di Renzi agendo dall’interno del
Pd o delle coalizioni con il Pd, quando a
ciò non crede più nemmeno Bersani?
Perché a Milano dobbiamo ancora sentirci dire che occorre votare Sala altrimenti
vince la destra, problema che non esiste
in un’elezione amministrativa? E’ devastante, chi lo pensa dovrebbe sentirsi vincolato anche nel referendum sulla costituzione e la democrazia. Perché a Milano tutti dovremmo votare Sala altrimenti si diventa di "Sinistra Sinistra"?
Questo termine è un perverso meccanismo che rischia di chiudere tutti i candidati in una gabbia e lo si scongiura rimettendo la realtà e l’unità al primo posto.
Gherardo Colombo si è ritirato perché,
credo, si sia sentito spinto in questa gabbia. Ora c’è Basilio Rizzo.
E a chi ha sottoscritto la candidatura
di Basilio sta stretta questa gabbia. E lo
sta ancora di più a chi, come Nando Della Chiesa o Gianni Barbacetto ne hanno
fatto gli elogi. E al sottoscritto che da
tempo trova stretta persino la nozione di
sinistra e ritrova le proprie idee nell’Enciclica del Papa e nel movimento promosso da Varufakis, pensa che abbiamo poco tempo per cambiare e perciò dobbiamo parlare a tutti e su contenuti e diritti
universali che riguardano la vita di tutti.
Quando dico che occorre tornare alla
realtà anche quando si valuta un candidato intendo dire che Basilio Rizzo lo conoscono tutti a Milano. Tutti possono valutare il suo operato e questo non è un limite ma una virtù, una garanzia. Tutti,
avversari compresi, stimano la persona
indipendente, libera da appartenenze.
Ha animato la critica ad Expo ed è stato
un fermo garante della legalità, della democrazia, delle regole del consiglio comunale e sopratutto è stato un punto di
riferimento per i diritti sociali.
Forse non si è nuovi, forse si viene
dal passato, ma c’è anche un passato
onorevole da rivendicare, c’è anche un
sapere accumulato che è un valore per
una intera collettività e le ragioni
dell’appartenenza non dovrebbero mai
avere il sopravvento sulle ragioni morali, della legalità. Spero che il buon senso ci guidi e ci unisca.
il manifesto
DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri
CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco
DESK
Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi,
Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia
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Benedetto Vecchi (presidente),
Matteo Bartocci, Norma Rangeri,
Silvana Silvestri
il nuovo manifesto società coop editrice
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del 09-02-2015
chiuso in redazione ore 22.00
tiratura prevista 38.232
pagina 16
il manifesto
MERCOLEDÌ 30 MARZO 2016
L’ULTIMA
storie
Musulmano,
pashtun, integralista
della non violenza.
Profilo di Ghaffar
Khan, leader delle
100mila «camicie
rosse» che volevano
l’indipendenza
del Raj britannico
e la redistribuzione
delle terre senza
sparare un colpo.
E senza dividere
l’India. Un simbolo
nel mirino del potere
coloniale allora
e dei talebani oggi
Emanuele Giordana
N
egli anni Quaranta non a tutti era
piaciuta la decisione dell’Indian
National Congress di accettare il
piano di Londra che divideva in due il Raj
britannico. Un colosso che, nel 1947, si sarebbe risvegliato da un parto gemellare
che faceva della Perla d’oriente della corona i due stati liberi di India e Pakistan. A
Ovest del Raj, un signore alto e risoluto
che era stato come Gandhi e forse più di
Gandhi, contrario alla Partition, la commentò così rivolgendosi all’Inc che non lo
aveva nemmeno consultato: «Ci avete gettato in pasto ai lupi». Chi erano i lupi? Tanti e di diversa forma. Ieri come oggi.
Abdul Ghaffar Khan era un leader politico della provincia più occidentale dell’Impero, al confine con l’Afghanistan. Era un
musulmano convinto e convinto che
l’islam fosse una religione di pace. Ed era
Il
Gandhi
DELL’ISLAM
NEW DELHI, 1947: ABDUL GHAFFAR KHAN CON IL
MAHATMA GANDHI DURANTE UNA PREGHIERA PUBBLICA.
QUI SOTTO UNA MARCIA DA PESHAWAR A KABUL
ORGANIZZATA DA GHAFFAR KHAN AI TEMPI DEL
MOVIMENTO KHILAFAT. A SINISTRA A PASSEGGIO CON
NEHRU E SARDAR PATEL (SUL RISCIÓ) NEL 1946
PER SAPERNE DI PIÙ
Da leggere: Eknath Easwaran, Badshah Khan,
il Gandhi musulmano, trad. Lorenzo Armando,
Sonda, Torino 1990 pp. 250
Da vedere: Teri C. McLuhan, Frontier Gandhi
Badshah Khan a torch for peace (Canada) 2009
anche donne, ndr), era dedito alla riforma
sociale e intendeva porre fine al regime
britannico con mezzi nonviolenti. Fu per
molti anni un fedele compagno di lotta di
Gandhi e ancora oggi viene ricordato come il «Gandhi della frontiera».
Una minaccia per molti
un pukthun, membro di una comunità di
milioni di uomini, dediti all’agricoltura e
alla pastorizia, che il righello coloniale di
Sir Mortimer Durand, delegato dal viceré
del Raj, aveva diviso in due nel 1893: i pathan in quello che sarebbe poi diventato
nel 1947 il Pakistan e i pashtun, come vengono chiamati in Afghanistan.
Pukhtun, pathan, pashtun
La storia delle due comunità, legate da
vincoli di parentela o da antichi codici etici e di convivenza, era stata dunque definitivamente separata alla fine dell’Ottocento anche se ha conservato un’unità di fondo che dura ancora oggi. E che spiega in
parte perché la "guerra afgana" si combatta in realtà soprattutto a cavallo della Durand Line e nelle zone limitrofe. C’è molto
dunque che lega il passato al presente. E
c’è un episodio recente che richiama quella storia lontana e Abdul Ghaffar Khan,
uno dei suoi principali protagonisti.
Il 20 gennaio di quest’anno, un gruppo
di guerriglieri talebani (talebani pachistani da non confondere coi gemelli oltre
frontiera) fa irruzione nell’università
Bacha Khan di Charsadda nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Fa strage
di studenti e insegnanti mentre corpo
docente e allievi stanno proprio commemorando la morte di Bacha Khan
che altri non è se non Abdul Ghaffar, na-
to nel 1890 e deceduto il 20 gennaio del
1988 in piena guerra afgana (quella contro l’Urss). Il suo profilo è tale che – dicono le cronache – quel giorno le armi tacciono. Sia nelle file mujahedin, sia tra i soldati dell’Armata rossa.
Ma il giorno della strage di Charsadda
sono pochi a mettere in relazione l’assalto
con la cerimonia. Eppure la scelta appare
evidente. Perché? Chi era Bacha Khan o
Badshah Khan, detto anche «il Gandhi della Frontiera»?
La scrittrice Pakistan Kamila Shamsie
ha ricordato sul Guardian che «...la sua filosofia della non-violenza ha una forte radice nel pashtunwali - il codice etico dei
pashtun - e nell’Islam» e che il successo
della diffusione della sua filosofia contraddice la vulgata per cui pashtun e musulmani sono violenti e amano le armi. Kamila stabilisce un nesso evidente tra l’attacco di musulmani violenti a una scuola intitolata a uno dei primi assertori della non
violenza come arma politica. Una missione e un messaggio che, dagli anni Trenta,
contagerà l’intera provincia patana e metterà in seria difficoltà gli inglesi.
Spiega Thomas Michel, islamologo gesuita che lo ha ricordato sulla rivista Mosaico di pace: «Nel 1929 fondò un movimento nonviolento denominato Khudai
Khidmatgar, «i servi di Dio». Il movimento, che raggiunse i 100mila adepti (tra loro
Le sue esortazioni alla trasformazione sociale, a una distribuzione equa delle terre
e all’armonia religiosa erano considerate
una minaccia dal Raj britannico oltre
che da alcuni politici, leader religiosi e
proprietari terrieri locali, e Abdul Ghaffar riuscì a sopravvivere a due tentativi di
omicidio e a più di 30 anni di prigionia».
Per lo storico Marshall Hodgson
«...l’espressione pratica più piena del
gandhismo in tutta l’India ebbe luogo
tra le tribù afghane lungo la frontiera
nord-occidentale... gli appartenenti a
queste tribù, noti per le loro faide e le loro razzie, furono conquistati alla causa
di un programma attivo e quasi universale di autoriforma sociale. Le faide familiari furono eliminate, e fu imposta la
disciplina in nome del Servizio di Dio».
Aggiunge Amitabh Pal del magazine Progressive: «I britannici trattarono Ghaffar
Khan e il suo movimento con una barbarie che non infliggevano ad altri aderenti della nonviolenza in India».
Basta con il giogo coloniale
La nascita del movimento avviene in
un momento particolare della storia del
Raj. Gli indiani, hindu e musulmani, vogliono togliersi di dosso un giogo coloniale che dura da secoli. La corona fa alcune
concessioni ma i pathan erano stati esclusi, dal responsabile regionale britannico
Roos-Keppel.
A suo dire, riporta sir Olaf Caroe in The
Pathans, questa gente «...non era pronta
per quel che a livello popolare era chiama-
to governo responsabile» e che avrebbe dovuto dare (in parte) l’India agli indiani
con la riforma Montagu–Chelmsford del
1918 che, l’anno dopo, doveva trasformarsi nel Government of India Act, la legge
sull’autogoverno.
Di fatto i pathan si trovavano rappresentati a Delhi da due delegati non eletti
ma "nominati". E di fatto la provincia
della Frontiera del Nord-Ovest, come è
stata chiamata sino a tempi recenti, doveva servire da bastione di difesa dei
confini del Raj e dunque le riforme potevano aspettare.
Non di meno le cose andavano avanti
anche in quell’area remota così che si
formò un’organizzazione politica in cui
emersero due personaggi noti come i
«fratelli Khan»: Khan Sahib, un medico
che aveva sposato un’inglese e lavorava
per l’Indian Medical Service e suo fratello minore, Abdul Ghaffar Khan. Se il primo era un modernista che non disdegnava di lavorare per il governo coloniale, il secondo capiva l’inglese ma non lo
parlava, così come preferiva gli abiti tradizionali a quelli d’importazione. Un vero pathan dall’eloquio affascinante che
finì per conquistare – si direbbe oggi – il
cuore e le menti di quelle genti.
Pashtunistan, una terra per tutti
Bacha Khan, che in gioventù aveva aderito
al movimento «Khilafat» (in difesa del califfo turco), diventa rapidamente uno dei
consiglieri di Gandhi e, come lui, un fiero
oppositore della divisione dell’India su basi confessionali (dopo la nascita del Pakistan si avvicinerà anche al Partito socialista e ai partiti non confessionali Azad e
Awami). Ma quando diventa chiaro che la
Partition è inevitabile, Bacha Khan lavora
all’idea che le terre dei pashtun-pathan siano riunite in un Pashtunistan o Pathanistan indipendente.
Le sue amicizie nazionaliste e in seguito l’idea del Pashtunistan, ma soprattutto
la lotta anti britannica e le idee sulla riforma agraria, lo rendono inviso ai funzionari britannici e ai possidenti terrieri. E
quando crea i Khudai Khidmatgar - detti anche surkh poshan o camicie rosse –
è la goccia che fa traboccare il vaso.
Meno noto del Mahatma, il Gandhi della Frontiera non è da meno e i britannici lo
sanno e lo temono: entra ed esce di prigione, viene mandato in esilio, il suo movimento viene preso di mira dalla polizia coloniale e dagli stessi musulmani indiani favorevoli alla nascita del Pakistan (che dopo il
’47 metterà fuori legge le camicie rosse).
La repressione è violenta: nel 1930, dopo
che Bacha Khan viene arrestato, un’enorme folla di sostenitori si raduna al Kissa
Kwhani Bazar. La polizia coloniale fa fuoco
e i morti sono centinaia. La mattanza si arresta solo dopo che alcuni fucilieri indiani
si rifiutano di sparare.
La negazione dello stereotipo
Dentro e fuori dal suo Paese (è a Jalalabad in Afghanistan che si svolgeranno i
suoi funerali cui partecipano 200mila
persone e lo stesso capo di Stato afgano
Najibullah), perseguitato e offeso spesso dai suoi correligionari, Bacha Khan è
esattamente la negazione dello stereotipo violento appiccicato ai pashtun (da
cui provengono i talebani), ai musulmani e al Corano stesso. Bacha Khan lo citava per corroborare le sue tesi e, sure alla
mano, lo interpretava in modo diverso
da come oggi fanno altri: «Musulmano
è colui che non ferisce mai nessuno né
con parole né con azioni e lavora invece per il benessere e la felicità delle
creature di Dio. La fede in Dio è amore
del proprio compagno». Anche gli attentatori di Charsadda non lo hanno
dimenticato.