Alphonse De Lamartine a Casamicciola

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Alphonse De Lamartine a Casamicciola
Alphonse De Lamartine
a Casamicciola
di Domenico Di Spigna
Alphonse de Lamartine fu un poeta
lirico tra i più grandi della Francia.
Venne alla luce a Mâcon nella Borgogna il 21 ottobre 1790 e battezzato
l’indomani col nome di Alfonso Maria Luigi, unico maschio tra cinque
femmine.
A Milly, dove si trasferisce la famiglia nel 1794, compie i primi studi, poi proseguiti presso il collegio
di Belley, con predilizione per quelli
classici.
Fin dalla giovinezza, Alfonso evidenziava contraddizioni nella sua
personalità, abitudine ad alterare le
date, una latente “megalomania”,
grande sensibilità, gusto per la bellezza, non esclusa quella femminile.
Già a diciannove anni, quando fu
chiamato alla visita militare, aveva
avuto una simpatia amorosa per la
piccola Caroline Pascal; altro interesse in amore lo provò una sera a casa
della signora de La Vernette, quando,
sentendo cantare la figlia di un giudice di pace, Enriquette Pommier, ne
venne attratto. In seguito si scriveranno e si frequenteranno amandosi,
maggiormente la ragazza che lo ammirerà tantissimo. Per distoglierlo
dall’amore, i genitori ne favoriscono
ed incoraggiano il viaggiare e un itinerario culturale per arrcchire la sua
educazione.
Giunge il fantasioso giovane sul
suolo italiano nell’autunno del 1811,
dichiarando di avere diciannove anni,
mentre in realtà ne ha due in più. Da
quel momento amerà incessantemente l’Italia, di cui aveva acquisito la
cultura classicheggiante fin dai suoi
primi studi, ammirandone la storia
e i suoi protagonisti letterati (Virgilio, Dante, Tasso, Alfieri, ecc.). Dopo
varie città, ottiene di poter recarsi a
Roma e Napoli.
A Roma prenderà alloggio in una
buona stanza di Via Condotti, ma il
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primo impatto con la città eterna non
sarà da mozzafiato! L’Urbe apparirà
alquanto decadente, senza il Papa con
i suoi cardinali e il suo nutrito clero.
Napoleone aveva esiliato il Pontefice a Savona, la città contava soltanto cinquantamila anime. Il giovane
compagno di viaggio era una giovane
donna, di nome Camilla, travestita da
uomo per non dare adito a pettegolezzi, e insieme con lei Alfonso fa delle
gite conoscitive per Roma e dintorni
fino ai Colli Albani ed alla tomba di
Cecilia Metello. Prende inoltre delle
lezioni di italiano pressso il professore Giunto Tardi, che aveva un fratello
pittore e tramite questi conoscerà la
pittrice Bianca Boni, dalla quale si
fa ritrarre per destinare il suo ritratto
alla mamma Alice. Dopo aver visitato la chiesa di S. Onofrio (che gli dà
l’impresione d’una chiesetta di campagna) ed effettuato delle passeggiate
nella campagna romana, alla maniera
di Wolfgang Goethe, pensa di completarsi con la città del Vesuvio, che
già era stata di Virgilio, lì sepolto, e
del Tasso. Vedrà questa capitale adagiata sulle acque del golfo, la sera
del trenta novembe, e vi rimarrà per
quattro mesi, rinunciando all’ospitalità del cugino di sua madre Dareste
de la Chevanne, per stabilirsi in una
locanda di Via dei Fiorentini all’estremità della Via Toledo.
Il Vesuvio, il mare, le isole del golfo destano in lui un fascino stupendo.
Nel mentre si sente in affinità con la
gente napoletana, che degli antichi
greci hanno il genio dell’espressione
ed una certa forma di meditazione,
familiarizza con la loro lingua accentuata e sonora in cui lo sguardo e la
parola sono più importanti della parola stessa.
La natura stessa vissuta in simbiosi
dagli uomini del luogo contribuisce
ad allietare il suo soggiorno. Compie due “pellegrinaggi” alla tomba
di Virgilio; viaggi alla Solfatara di
A. De Lamartine
Pozzuoli, a Pompei, alle falde del Vesuvio, e si gratifica nell’ammirare le
ragazze napoletane dall’alto della sua
statura, a loro volta attratte dalla sua
biondezza e dall’accento linguistico
non del luogo. Visiterà poi Cuma e
Baia, per la quale ultima località,
un tempo luogo di delizie dei grandi
dell’antica Roma, comporrà l’elegia
“Il Golfo di Baia”.
Rimasto a corto di denaro, è costretto ad accettare l’ospitalità del
cugino Antonio Dareste de La Chevanne, direttore della manifattura
dei tabacchi. Racconterà poi nelle
sue “memorie”: mi trasferii presso la
manifattura del magnifico monastero,
di cinque o sei piani; il primo, con le
arcate sottostanti era adibito alla fabbricazione del tabacco. Vidi qui per
la prima volta una ragazza tra le tante, che doveva divenire la “Graziella”
ed avere su di me un’influenza imperitura per l’intera mia vita. Tra i due
non mancano le premure e gli sguardi
languidi, che s’intensificano quando
il giovane viene a trovarsi ammalato
e, dal momento che lei gli fa da assistente, i due entrano in confidenza.
Lui parla dei vigneti che possiede in
Francia e dei castelli di famiglia; lei
giovane donna di Resina s’innammo-
ra e appende una sua medaglia d’argento (quasi un talismano) al letto di
Alfonso in segno di dedizione e racconta il suo passato di povera operaia, ma nel contempo si agghinda da
ragazza di buona società e, nel caso
lui dovesse partire, lei sarebbe disposta a mettersi nella sua valigia.
Il bell’Alfonso resta a Napoli quattro mesi, poi, richiamato in patria
dalla madre, lascia in lagrime Antoniella, la ragazza che presagisce che
quello è un addio definitivo; le loro
strade non s’incroceranno più, i loro
occhi non si fisseranno vicendevolmente.
Lui parte per Roma il sei aprile,
lei morirà di tisi qualche anno dopo.
Soltanto nel 1816 il futuro poeta, per
lettera di Dareste, apprenderà del
trapasso della giovane. Ella sarà in
seguito l’ispiratrice di tante sue composizioni poetiche, ma soprattutto
la “grâce” cioè la Graziella” dell’omonimo romanzo scritto a Casamicciola nel 1844, uno dei più bei poemi lamartiniani. In questo patetico
romanzo Antoniella sarà la figlia di
un pescatore di Procida, la corallaia, la fanciulla ideale che porterà in
mente quale eterno raggio di mera
luce, ispiratrice delle proprie opere
ancor più di quanto avrebbero potuto essere Caroline Pascal o Henriette
Pommier, per la quale ultima in una
lettera del quattro maggio 1812 indirizzata all’amico Aimon ( “la mia
coscienza”, come lo definiva, alla cui
morte dirà d’aver perso tutto quanto
gli rimaneva d’affetto e di giovinezza nella sua vita) fa capire di provare
mal d’amore. La “padrona servente”
del signor Dareste, vale a dire Antonietta Jacomino, di umili origini ma
dall’amore romanticissimo idealizzato come Saffo, faranno esclamare ad
Alfonso: Elvira e tu, vivrete in eterno!
Stando in Francia negli anni successivi, avrà ancora modo di ricordare la giovane lasciata in Napoli, quando a Parigi, assistendo ad funerale di
una ragazza piangerà amaramente.
Nella sua Borgogna dov’era nato si
sente un poco straniero. Com’era
lontana Napoli, con i suoi contrasti,
Per essere felici
bisogna vivere a Napoli
Non vi sono due giorni nell’estate
di Francia che valgono tutti i giorni
del mese di novembre! Si respirano
la vita, il sole, l’amore, il genio, i sogni, i profumi dell’anima e dei sensi! Io t’invoco ogni giorno quando,
aprendo il mio balcone, vedo questo
bel mare scintillante srotolarsi silenziosamente tra gli aranci di Posillipo,
percorso in lungo e in largo dalle
numerose barche le cui piccole vele
latine assomigliano alle bianche ali
delle rondini del mare. Ai miei piedi
il prato della Villa Reale, seminato di
rose già verdeggianti come nei nostri
più bei giorni premiverili, a sinistra i
monti di Castellammare e di Sorrento in un vapore così leggero che sembrano dileguarsi essi stessi al minmo
soffio di vento, più da presso il Vesuvio, con una lava che cola sempre
presso Portici e con i suoi torrenti di
fumo che il sole al suo sorgere tinge di rosa e che un leggero vento del
nord fa inclinare come una colonna
infiammata sul mare (Lamartine,
Lettera a Virieu, 29 novembre 1820).
Pour être heureux
il faut vivre à Naples
Il n’y a pas deux jours dans un été de
France qui vaillent les jours que nous
avons tous les jours au mois de novembre! On respire la vie, le soleil, l’amour,
le génie, le repos, la rêverie, les parfums
de l’âme et des sens! Je t’invoque tous
les jours quand en ouvrant mon balcon
je vois cette belle mer étincelante se
dérouler sans bruit sous les orangers du
Pausilippe, sillonnée par des barques
sans nombre dont les deux petites voiles
latines ressemblent aux ailes blanches
des hirondelles de mer. A mes pieds les
gazons de la Villa Reale, semés de roses,
verdissant déjà comme dans nos plus
beaux printemps; à ma gauche les montagnes de Castellamare et de Sorrente
nagent dans une vapeur si légère qu’elles
ont l’air prêtes à se dissiper elles-mêmes
au moindre souffle; plus près, le Vésuve,
sillonné du côté de Portici par une lave
qui coule toujours, élève ses torrents de
fumée que le soleil levant teint de rose
et qu’un léger vent du nord fait pencher
comme une colonne embrasée sur la mer
(Lettre à Virieu, 29 novembre 1820).
le sue melodie, i suoi misteri, l’aria,
il sole, il mare!
L’amore per la segretaria e manufatturiera di tabacchi si risveglia nel
suo intimo; il pensiero torna a quella
zona portuale della città del sole, in
quel convento di S. Pietro Martire.
Nelle sue Elegie, farà ancora riferimento ad Antoniella – Graziella,
della quale ignora il decesso, e nella
sesta elegia diventerà “Elvira”.
Dopo altri amori (avrà anche un figlio cui viene dato il nome di Leon)
sposa Anne Mary Birch, figlia di un
colonnello inglese. Per poter contrarre questo matrimonio (Chambery 6-6-1820), in regola con la fede
cattolica dei Lamartine, la signorina
Mary Birch, che ha gli stessi anni del
francese, abiura la sua religione protestante.
Si erano, i due trentenni, conosciuti a Pugnet, non lontano da Chambery
(Savoia), presso la marchesa de La
Pierre. Questa bruna ragazza albionica, dal naso pronunciato sotto due
occhi vivi rivolti all’arte pittorica e
musicale, sarà tra l’altro molto amica
di Cesarina, sorella del poeta, definita tra l’altro una bellezza italiana! La
madre del poeta parlava con molta
ammirazione di questa futura nuora.
Era una donna sensibile e colta.
Nello stesso mese di giugno, il
giorno quindici, inizia il viaggio di
nozze, partendo da Chambery, con
destinazione Napoli, dove Alfonso
sarà secondo addetto all’Ambasciata
di Sua Maestà il re di Francia presso
il re di Napoli e delle Due Sicilie (con
nomina del ministro degli esteri Pasquier), passando per Torino, laddove
s’incontra con Aimon de Virieu che
è segretario d’ambasciata in quella
città. Trascorrono una settimana a Firenze.
Arrivati nello Stato Pontificio si
viene a sapere che il re di Napoli
Ferdinando I deve sedare una ribellione, per cui il giovane sposo lascia
a Roma la propria moglie, suocera e
scudiero per recarsi nella capitale del
regno borbonico per vagliarne la situazione. Per fortuna qui non c’è nulla di preoccupante, in quanto il re ha
accordato la Costituzione liberale e
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quindi il desiderato soggiorno napoletano può compiersi. In una lettera
scritta da Roma il 13 luglio di quel
1820 alla signora Raigecourt dice:
«Andiamo nel paese della brutale voluttà, Napoli assomiglia più all’Asia
che all’Italia, non ha che le delizie del
corpo, genti e cose non sono cambiate!, mentre il 29 luglio aveva scritto
a Monsieur de Genoude dicendo che
Napoli aveva un’aria rivoluzionaria e
non più il luogo di riposo e di canti;
perfino nei templi di Baia e Pozzuoli
s’incontrano i “carbonari”».
Primo soggiorno a Casamicciola
Una volta giunto a Napoli, il gruppetto venuto dalla Francia alloggia in un
appartamento ammobiliato di fronte al Real Passeggio alla Riviera di Chiaia
al n° 143. Quivi, senza rischio per la pace del suo ménage, mostra alla giovane
sposa il prestigioso diorama napoletano, teatro dei suoi slanci giovanili. Nel
rivedere il golfo di Napoli è nuovamente preso dal desiderio di assaporare da
vicino Mergellina, Posillipo e le isole che lo delimitano dal golfo di Gaeta, per
arrivare sotto le coste frastagliate di Ischia che avrebbe poi abitato e amato
tanto, descrivendola come una «sola montagna a picco, la cui cima bianca e
folgorante immerge i suoi denti scheggiati nel cielo. I suoi fianchi scoscesi,
solcati da piccole valli, burroni, letti di rigagnoli d’acqua (termominerali),
sono rivestiti dall’alto in basso da castagneti di colore verde scuro».
Questa terra lo affascina, lo appaga e l’innamora tanto che l’immortalerà
in versi in una lunga poesia dal titolo Ischia, isola che fa provare la vaporosa
dolcezza di una notte mediterranea. Sul promontorio della Sentinella affitta
una casetta circondata da colonne rustiche ed una “terrazza asiatica per tetto”.
La moglie Marianna è incinta di alcuni mesi e per tale motivo l’ambasciata
francese a Napoli gli consente una certa elasticità negli spostamenti settimanali, dall’ufficio napoletano all’isola maggiore del golfo. Era alle dipendenze del
cavaliere Gabriel Fontenay, uomo di buon cuore e tollerante col “fantasioso”
giovane, al quale aveva cercato di dare lustro, consigliandolo di celebrare la
nascita del duca di Bordeaux con un’ode. Questa però, più che una mera opera
poetica, era a tratti un’esortazione al liberalismo e per tale motivo non fu ben
accetta presso la Corte Francese.
In data 30 settembre 1820, scrivendo a Louis de Vignet, suo amico di collegio definito “uomo di genio”, così inizia: «Nel mezzo del mare di Napoli, non
lontano da Capo Miseno dove questi lasciò le sue armi e il suo nome, di fronte
alla grotta di Cuma e alle rive classiche dell’Eneide, si staglia un’isola di due
o tre leghe di circonferenza coronata da una montagna a picco. È come una
delle vostre vigne serpeggianti tra i gelsi, i vostri ruscelli, le vostre ville e dolci
e pure usanze dei vostri contadini. Sui fianchi ondulanti di questa montagna
sono sparse le più incantevoli casette, circondate da vigne, orti e boschetti. Ne
ho affittata una e ci abito da un mese».
«Là passo il mio tempo a sognare, nei campi o in riva al mare, con Marianna. Rientriamo la sera, ceniamo, dormiamo. Ci perdiamo nei boschi, cadiamo
nei fossi. Scende la notte e ritorniamo stanchi morti, incantati dalle scoperte
veramente meravigliose. Ho il più bel rifugio del paese. Un promontorio si
eleva di sette o ottocento piedi, si protende in mare, come Châtillon nel lago,
i suoi piedi sono ricoperti di boschi quasi fino all’acqua; la cima delle vigne
che ombreggiano di limoni, di lauri, di melograni, di mirti ecc….
È abitata da una vera famiglia di patriarchi. Là noi viviamo, là noi contempliamo da lontano la cima strepitosa del Vesuvio. Se un destino, come non se
ne vedono, mi desse più denaro di quanto posso averne e mi concedesse più di
dodici mesi all’anno, verrei qui regolarmente a passarne sette o otto».
In questa casetta “asiatica”, nido di felicità dei novelli sposi, che in quell’epoca sorgeva non distante dall’attuale Osservatorio Geofisico, Alfonso tra20
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Mary Anne Birch De Lamartine
scorre tre giorni per settimana, il resto nel suo ufficio napoletano per il
suo lavoro all’Ambasciata e, quando
rientra sull’isola, Marianna viene ad
aspettarlo alla spiaggia della marina,
vedendolo da lontano arrivare dalla
costa di Capo Miseno. Poi a dorso
d’asino si risale per i pendii verso
la Sentinella. Lassù si vive al ritmo
napoletano con sveglia mattutina,
fantasticherie, riposo con la faccia rivolta al mare, qualche bagno alle terme, passeggiate, lettere a parenti, agli
amici di Francia, un poco di musica,
il tutto in un’atmosfera di abbandono
dalle problematiche della vita.
Alfonso e Marianna vivono per
essi stessi e l’aria del luogo giova alla
loro salute. Scrivendo alla marchesa di Raigecourt in data 16.9.1820,
dirà: «Ho una bella casa a Napoli
con un’incantevole vista, ma la città mi rende insofferente, mentre sto
a meraviglia quando mi trovo nelle
campagne dell’isola». In un’altra sua
missiva datata nove ottobre e diretta
all’amico Aimon, si esprime in tali
termini: «Ischia è il capolavoro della
Baia di Napoli, dell’Italia, del mondo; è il soggiorno completo che abbiamo sognato così spesso… Ischia
merita il viaggio a lei solo, dunque
vienci…. qui l’aria è elastica, fortificante e secca come sul Moncenisio;
l’acqua ghiacciata scende dalle cime
dell’Epomeo e sessanta sorgenti naturali ci portano la vita e salute. Gli
occhi sono fissi nel Vesuvio che tutte
le sere ci serve da fiaccola, siamo seduti sotto le colonne del nostro verde
portico nell’attesa delle tranquille
ore del sonno dopo il pasto».
Dirà ancora: «Sono felice del mio
piccolo ménage, gioioso all’ombra
delle figure del sole e di mia moglie,
passiamo mollemente i giorni a fare
niente, a leggere, a errare sotto i boschi, sul mare! Noi ci amiamo, noi
non conosciamo la noia».
È questo un periodo felice, di grande ispirazione poetica come ricorderà
all’amico Aimon, con lettera da Napoli l’otto dicembre. Sulla salubre e
ridente collina della Sentinella compone per la sua amata sposa la lunga poesia Ischia, il Canto d’amore e
Addio al mare. Legge i versi del suo
Canto che sono arpeggi modulati in
musica! «… Sotto il cielo dove la
vita o la felicità abbonda sopra queste rive che l’occhio si compiace di
percorrere, noi abbiamo respirato
quest’aria di un altro mondo!» In
effetti queste rime evocano con sensuale tenerezza la felicità dei giovani
sposi. Restano sull’isola fino a novembre, quando in uno dei quei tiepidi meriggi autunnali, tanto desiderati
dai cercatori di sole e di tranquillità,
col proposito coltivato nella mente
e nel cuore di potervi fare ritorno (e
lui lo farà molti anni dopo), ripartono
verso la terraferma.
Il ricordo per la vaga isola d’Ischia,
per l’amena Sentinella e l’amore che
vi portò, saranno ancora presenti nelle Memorie Politiche (1863) e Corso
familiare di Letteratura, dove riparla con malcelata melanconia di quei
graditissimi giorni trascorsi a Casamicciola. Scrive infatti….: «Avevo
preso in affitto una graziosa abitazione chiamata la Sentinella, che si
vede ancora elevare a piramide in
vetta alla punta più avanzata dell’isola. Io m’imbarcavo a Pozzuoli….
trovavo mia moglie alla marina di
Casamicciola e insieme risalivamo
alla Sentinella».
Per coloro i quali abbiano conosciuto questo luogo, alto 126 m. sul
livello del mare, aggiungiamo per una
chiara conoscenza del sito, che prima
del terremoto del 1883, ivi erano ubicati i migliori alberghi e ville della
famosa cittadina termale; a mezza
costa v’era il complesso alberghiero
di cura e soggiorno Sauvè de Rivaz,
sull’arce sorgeva l’albergo Grande
Sentinella che nel 1815, per tragiche
vicende, aveva ospitato il fuggitivo
re di Napoli Joachim Murat. Sul versante orientale che declina verso Lacco sorgeva l’Hotel Bellevue che nella
seconda metà dell’Ottocento avrebbe
ospitato l’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi e per ben tre volte lo
scrittore e filosofo Ernest Renan; ai
piedi v’era la Piccola Sentinella con
l’attiguo Albergo Europa, conosciuto
pure come Villa Pisani dal cognome
del suo proprietario Don Crescenzo ed oggi Villa Ibsen in ricordo del
drammaturgo svedese Enrik Ibsen,
che ivi nel 1867 blandì il suo animo,
mentre componeva il Peer Gynt, suo
capolavoro. Poco distante ancora un
altro ostello, l’Albergo Centrale, che
ospitò lo scrittore danese Wilhelm
Bergsoe.
La comitiva francese il venti gennaio 1821 s’allontana da Napoli e
prosegue per Roma, fissando l’alloggio in Via Ruberina ed in questa città
sua moglie darà alla luce un bambino al quale sarà imposto il nome di
Alfonso junior che verrà battezzato
nella chiesa di San Pietro, avendo
per padrino il marchese napoletano
Gagliati e per madrina la principessa polacca Oginsky. Durante questo
periodo in Roma, come di consuetudine, è in giro per la città per discettare poi di sera in casa della duchessa
di Devonshire. Nel risalire a Firenze, prende dimora alla Villa Albizzi presso Porta Romana. Il ventotto
aprile ripartono e dopo uno scalo a
Torino ai primi giorni di giugno il
gruppetto s’installa a Tresserve sul
lago di Bourget, con la signora Anne
Birch un po’ sofferente e monsieur
Lamartine, come sempre, vagamente
malandato ma piuttosto felice nella
quiete di questo luogo. Con l’arrivo
dell’autunno si fa ritorno a Mâcon e,
pur essendo a corto di denaro, fa re-
staurare il castello di Saint Point, che
dal 1823 sarà la sua residenza familiare. S’intrattiene cordialmente con i
suoi vignaiuoli, si gode le sue terre
con i cani e gli uccelli, nelle delizie
dell’ambiente agreste.
Non rinuncia, il nostro, a diverse
riprese, di recarsi a Parigi per sollecitare una segreteria d’ambasciata,
esprimendo il desiderio di essere nominato a Firenze nel Granducato di
Toscana. Passeranno quattro anni prima che ottenga l’incarico a cui anela.
Il 14 magio 1822 , gli nasce a Mâcon
un altro erede, stavolta una femminuccia alla quale si dà il nome di
Giulia, quello della signora Charles,
ch’era stato un suo amore. Pare che
l’idea sia venuta alla stessa moglie
per onorare un “ricordo d’amore”
(quanta sensibilità!). In questo periodo il poeta diventa “filo inglese”,
affermando che essi hanno esaltato la
persona abbellendola con l’eleganza
e, dopo la parentesi in Inghilterra,
torna a Parigi dove il quattro di novembre muore a Parigi di tubercolosi
il piccolo Alfonso. Il cambio di luogo
e di clima non avevano arrecato beneficio al pargoletto e la sua dipartita
addolora non poco il poeta e ne risente anche la produzione letteraria.
Ma eccolo di nuovo in Italia, a Firenze, dove trascorrerà circa tre anni
per il suo lavoro diplomatico e vi
acquisterà anche casa, ossia la Villa
Viviani in Via Faenza, non lontano
dalla stazione, per 100.000 franchi,
e che venderà successivamente alla
marchesa Strozzi di Mantova, dopo
averla prima fittata alla principessa
Galitzine. Dirà il poeta, di questa residenza: «È una casina o un convento
con una cappella, che il pittore Sylvestris mi ridipinge in gotico, circondata da giardini al sole, da limoni e
olivi» Al suo arrivo, nel 1826, aveva
abitato nella Casa Buchini in Via dei
Serragli. Nel capoluogo del granducato avverrà tra l’altro l’incidente denigratorio verso l’Italia, da lui
definita terra abitata da “uomini nati
stanchi” e per tale motivo viene sfidato a duello dal colonnello Gabriele
Pepe. Protesteranno pure lo scrittore
Pietro Giordano ed il poeta Giuseppe
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Giusti. Volendo noi, tra l’altro, spezzare una lancia a sua difesa diremo
che tale frase non avesse più di tanto
d’offesa, dal momento che aveva pur
detto della sua terra: “La Francia è
una Nazione che si annoia”. Le parole probabilmente erano scaturite dal
suo carattere romantico proiettato ad
un futuro di elevazione della società. Lo scontro avviene il diciannove
febbraio 1826 di fronte alle cascine
di porta San Frediano; è un combattimento cavalleresco, non alla morte,
ma solo un duello d’onore! All’impeto del Pepe, il francese oppone la
calma della sua difesa, ma ne è anche
disarmato e ferito ad una mano.
Dopo qualche anno appena, forte
dell’esperienza diplomatica, non disgiunta dalla sua ambizione, si dà
alla politica. Nel 1833 sarà eletto deputato nelle Fiandre a Bérgues, propugnando idee liberali con assistenza
ai disoccupati, abolizione della pena
di morte e, per quanto riguarda il
rapporto “sociale” tra Stato e popolo, affermava che la carità di Stato
avrebbe impedito alla ricchezza di
essere offensiva alla miseria, di essere rivoluzionaria. Si auspicava inoltre
uno Stato scaturito dal suffragio universale ed un’istruzione gratuita per
tutti. Queste idee alquanto idealiste
non trovarono riscontro alle elezioni presidenziali del 1848, che furono
vinte da Luigi Napoleone Bonaparte,
arrivando ultimo tra i quattro candidati con soli 17.000 voti.
L’estrosità del nostro poeta, la
voglia di conoscere nuovi luoghi,
nuove culture fanno sì che si organizzasse un altro viaggio, stavolta di
lunga durata, per il Medio Oriente,
desiderio già espresso a sua madre,
in una lettera spedita da Firenze in
data 27.12.1827 comunicandole che,
per arricchire la sua carriera politica,
avrebbe avuto bisogno di viaggiare
tre anni in oriente (e che avrebbe preferito essere segretario d’Ambasciata
a Napoli e non a Firenze). A riguardo
del suo intenso amore per Napoli e
il suo golfo scriveva intorno all’anno
1830: «Fate che io riveda quella riva
felice dove Napoli specchia in mare
d’azzurro le sue case e i suoi colli,
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quegli astri senza nubi, e fiorisce l’arancio sotto il cielo più puro».
Non ha torto lo scrittore Marius
Guyard quando dice che la vita del
Lamartine è troppo ricca di sentimenti e di fatti per essere riassunta
in qualche pagina. Il viaggio prende
inizio il ventotto maggio da Marsiglia con una nave a sei alberi, di 250
tonnellate di stazza e sedici uomini di
equipaggio, chiamata Alceste (di proprietà Bruno Rostand); a bordo con
loro i signori Capmas, Delaroyèr,
vecchio sindaco di Hondshoot, medico, il suo amico Amedeo de Parsèval,
sei domestici, alcuni passeggeri, una
capra, un passero, il cane Fido e altri
due ancora per sua compagnia. Navigando sotto le coste della Sardegna,
il 21 luglio si giunge a Malta. Bisognerebbe attendere dieci giorni di
quarantena, per poter porre piede a
terra, ma questa viene ridotta a tre per
intercessione del console francese a
favore dell’illustre ospite, che sarà
poi pure ricevuto. Il governatore inglese dell’isola fa scortare nel prosieguo del viaggio la nave Alceste dalla
fregata Madagascar. In Grecia fanno
scalo a Nauplie (definita miserabile
borgata), laddove la figlia Giulia si
ammala, come altre volte spesso le
accade.
Il 19 agosto è al Pireo, quindi Atene e Rodi per arrivare il 6 settembre a
Beyrouth, dove la signora Marianna
resta a fianco della figlioletta che si
è ristabilita, ma solo apparentemente.
Lui, Alfonso, a capo di una carovana
con diciotto cavalli si mette in viaggio per Nazareth e Gerusalemme. Di
poi il giorno venti ottobre, giunge ad
Haifa. Ha così visitato molti luoghi
sacri percorsi da Gesù Cristo secoli
addietro. Queste conoscenze rievocano nella sua memoria gli stessi
nomi e luoghi ascoltati nella prima
infanzia dalla mamma Alice. Il cinque novembre potrà abbracciare la
figlioletta alla quale regala una giumenta e potranno così cavalcare (passione a loro comune) entrambi felici;
due settimane dopo (7 dicembre) la
ragazzina morirà di “mal di petto”
(tisi). I Lamartine restano senza figli!
Si pensa allora di dare sepoltura a
Giulia nel convento dei Cappuccini,
non potendo tornare in Francia in
quanto la nave Alceste sarebbe salpata nella successiva primavera. Nel
marzo seguente come da programma
si riprende a viaggiare e si va verso
Baalbek e Damasco; quest’ultima
città gli riporta in mente la figura di
San Paolo apostolo. Ritornati nell’attuale capitale del Libano, il poeta fa
imbalsamare le spoglie mortali di sua
figlia, che è imbarcata sulla nave Santa Sofia con destinazione Marsiglia. I
viaggiatori francesi, ridotti ai Lamartine, a Ferdinando Capmas (vecchio
viceprefetto) e signora più qualche
domestico, riprendono il loro viaggio
per Rodi, Smirne e Costantinopoli,
mentre gli amici dottor Delaroière e
Amedeo de Parseval preferiscono il
ritorno con l’Alceste.
Appresa la notizia della sua elezione a deputato di Bergues, il Lamartine si convince di darsi alla vita politica. Passeranno poi per la Bulgaria,
la Jugoslavia, dove potrà osservare
la cosidetta “torre dei crani”, con le
mura recanti incastrati i teschi di 15
Serbi uccisi dal Pascià per essere stati fautori di una rivolta. Successivamente, via Vienna, Stoccarda, Strasburgo, si otterrà la meta finale del
ritorno a Mâcon, sua terra natale; si
saranno spesi più di quattromila franchi, per un viaggio, per certi aspetti
da ritenersi disastroso.
Si consola il poeta, nella sua nazione, per i buoni affari economci, perché vende per 100.000 franchi i suoi
lavori Viaggio in Oriente e Jocelin ed
ancora una riedizione delle sue opere
complete per 24.000 franchi. Tiene
inoltre per la prima volta alla Camera dei Deputati un forte discorso,
che però non raccoglie molti applausi
e qualcuno dirà: è un poeta, non un
oratore!
Siamo nel 1835, quando il fantasioso Alfonso forte della sua genialità creativa, nel pieno della sua
formazione di uomo (e per certa inclinazione alla megalomania), s‘industria per un commercio di vino
per gli Stati Uniti: l’affare si rivela
un disastro! La sregolatezza nel gestire le proprie finanze, l’alto tenore
di vita che conduceva, l’inesperienza
per gli affari, nel decennio successivo
al viaggio in Oriente, lo porteranno
a grossi debiti valutabili in più di un
milione di franchi. Una volta scrivendo all’amico Dargaud esclamò: «Se
non riesco a trovare denaro, debbo
uscire dal territorio francese, rinunciare a tutto e vivere solo con i miei
pensieri!» Nemmeno la sua attività
editoriale, pubblicando il giornale “Il
Bene Pubblico” (attraverso il quale si
faceva pubblicità politica) riuscì ad
aggiustare le proprie finanze. Sono
in definitiva questi anni piuttosto bui,
come non di rado capita nel cammino
della vita, ed il poeta è stanco nel fisico e nello spirito sia per la dolorosa e
prematura scomparsa della figlia, sia
per i postumi della malattia che l’ha
colpito in Romania (creduto perfino
morto). Ne risente in negativo anche
la sua produzione letteraria, che palesa un notevole rallentamento. Non
manca però, in questo lasso di tempo,
la sua opera parlamentare, facendosi
notare alla Camera durante la seduta
straordinaria, per discutere la legge
repressiva contro gli attentati, in conseguenza di quello avvenuto contro
Luigi Filippo, da parte dell’anarchico
genovese Fieschi, sostenendo da par-
te sua la libertà di stampa. Tra l’altro
non gli fa difetto un calo di fede.
Ma poiché, come si sostiene per tante esperienze, nelle vicende umane, a
periodi “grigi” possono seguitare altri
più felici, anche per il nostro, qualche
tempo dopo, fugate tante amarezze,
si schiuderanno anni sereni, cosparsi
di soddisfazioni sociali, nonché di un
piacevolissimo viaggio, ancora una
volta nel Mezzogiorno d’Italia, sotto
il cui bel cielo scrisse diverse opere.
Domenico Di Spigna
I - continua
(Procida) - Quando il sole era al tramonto, facevamo lunghe camminate attraverso l’isola. La percorrevamo in tutti i sensi.
Al centro compravamo il pane o i legumi che non si trovavano nel giardino di Andrea. Qualche volta portavamo anche un po’ di
tabacco, questo oppio del marinaio, che lo rianima in mare e lo consola in terra. Rientravamo sul far della notte, con le tasche e
le mani piene dei nostri modesti regali. La famiglia si riuniva, la sera, sul tetto che a Napoli si chiama astrico, per aspettare le ore
del sonno. Nulla di così pittoresco, nelle belle notti di questo clima, che la scena dell’astrico al chiaro di luna.
Nella campagna, la casa bassa e quadrata assomiglia a un piedistallo antico, che sostiene dei gruppi viventi e delle statue
animate. Tutti gli abitanti della casa vi salgono, si muovono o si siedono in attitudini diverse; il chiarore della luna o i riflessi della
lampada proiettano e disegnano questi profili sul fondo blu del firmamento. Si vede la vecchia madre che fila, il padre che fuma
la sua pipa di terra cotta dal cannello di canna, i giovani appoggiare i gomiti sul parapetto e cantare con note lunghe e languide
motivi marinareschi o campestri, il cui accento prolungato o vibrante ha qualcosa del lamento del legno torturato dalle onde o
della vibrazione stridente della cicala al sole; le fanciulle infine, con vesti corte, i piedi nudi, le sopravvesti verdi e adornate
di oro o di seta, i lunghi capelli neri ondeggianti, avvolti sulle spalle, in un fazzoletto annodato sulla nuca, a grossi nodi, per
preservarli dalla polvere.
Vi danzano spesso sole o con le loro sorelle: l’una tiene una chitarra, l’altra innalza sulla testa un tamburello con campanellini
sonori. Questi due strumenti, l’uno querulo e leggero, l’altro monotono e pesante, si accordano meravigliosamente per rendere
quasi senza arte le due note alternative del cuore dell’uomo: la tristezza e la gioia. Si sentono durante le notti d’estate su quasi
tutti i tetti delle isole o della campagna di Napoli, anche sulle barche; quell’aereo concerto che insegue l’orecchio di sito in sito,
dal mare fino alle montagne, somiglia al ronzio d’uno di quegli insetti che il caldo fa nascere e ronzare sotto questo bel cielo.
Questo povero insetto, è l’uomo! Il quale canta alcuni giorni davanti a Dio la sua giovinezza e i suoi amori, e poi tace per
l’eternità. Non ho mai potuto ascoltare queste note sparse nell’aria, dall’alto degli astrici, senza fermarmi e senza sentirmi il
cuore perturbato, pronto a scoppiare per una gioia interiore o per una malinconia più forte di me (Lamartine - Graziella).
(Procida) - Quand le soleil baissait, nous faisions de longues courses à travers l’île. Nous la traversions dans tous les sens. Nous
allions à la ville acheter le pain ou les légumes qui manquaient au jardin d’Andréa. Quelquefois nous rapportions un peu de tabac,
cet opium du marin, qui l’anime en mer et qui le console à terre. Nous rentrions à la nuit tombante, les poches et les mains pleines de
nos modestes munificences. La famille se rassemblait, le soir, sur le toit qu’on appelle à Naples l’astrico, pour attendre les heures du
sommeil. Rien de si pittoresque, dans les belles nuits de ce climat, que la scène de l’astrico au clair de la lune.
A la campagne, la maison basse et carrée ressemble à un piédestal antique, qui porte des groupes vivants et des statues animées.
Tous les habitants de la maison y montent, s’y meuvent ou s’y assoient dans des attitudes diverses; la clarté de la lune ou les lueurs
de la lampe projettent et dessinent ces profils sur le fond bleu du firmament. On y voit la vieille mère filer, le père fumer sa pipe de
terre cuite à la tige de roseau, les jeunes garçons s’accouder sur le rebord et chanter en longues notes traînantes ces airs marins ou
champêtres dont l’accent prolongé ou vibrant a quelque chose de la plainte du bois torturé par les vagues ou de la vibration stridente de
la cigale au soleil; les jeunes filles enfin, avec leurs robes courtes, les pieds nus, leurs soubrevestes vertes et galonnées d’or ou de soie,
et leurs longs cheveux noirs flottants sur leurs épaules, enveloppés d’un mouchoir noué sur la nuque, à gros noeuds, pour préserver
leur chevelure de la poussière.
Elles y dansent souvent seules ou avec leurs soeurs; l’une tient une guitare, l’autre élève sur sa tête un tambour de basque entouré de
sonnettes de cuivre. Ces deux instruments, l’un plaintif et léger, l’autre monotone et sourd, s’accordent merveilleusement pour rendre
presque sans art les deux notes alternatives du coeur de l’homme: la tristesse et la joie. On les entend pendant les nuits d’été sur presque
tous les toits des îles ou de la campagne de Naples, même sur les barques; ce concert aérien, qui poursuit l’oreille de site en site, depuis
la mer jusqu’aux montagnes, ressemble aux bourdonnements d’un insecte de plus, que la chaleur fait naître et bourdonner sous ce
beau ciel. Ce pauvre insecte, c’est l’homme! qui chante quelques jours devant Dieu sa jeunesse et ses amours, et puis qui se tait pour
l’éternité. Je n’ai jamais pu entendre ces notes répandues dans l’air, du haut des astricos, sans m’arrêter et sans me sentir le coeur serré,
prêt à éclater de joie intérieure ou de mélancolie plus forte que moi. (Lamartine - Les Confidences - Graziella)
La Rassegna d’Ischia n. 3/2012
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