Marcello Fois Ex voto minimum fax, 2015

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Marcello Fois Ex voto minimum fax, 2015
Marcello Fois
Ex voto
Pages 101
Isbn: 978 8875216832
Book Excerpt and Translation Sample
Ex voto © 2015 minimum fax
English Translation © Alex Valente
Foreign Rights
Tiziana Bello
[email protected]
minimum fax, 2015
SANTIFICARE LE FESTE
20 aprile 2014
Domenica di Pasqua
«Vedi che ha chiamato Antonia...», disse al vuoto Vincenzo. Indossava
una tuta in acetato e pantofole in tessuto, chiuse alla caviglia. Se ne
stava seduto sul divano a guardare la televisione. Un apparecchio
antiquato, acceso a tutto volume, sul quale, addobbati da centrini color
crema, c’erano altri segni di vite precedenti: una foto che lo ritraeva
in divisa da carabiniere, giovanissimo, dopo il giuramento; la statuina
da presepe di Diego Armando Maradona; una gondola veneziana di
plastica; una sfera di vetro con neve al polistirolo sulle pendici di un
Vesuvio alto un dito.
Mariarca dall’altra stanza aveva risposto qualcosa ma, oltre lo
schermo, un conduttore troppo entusiasta che presentava un divo
neomelodico e l’applauso frenetico del pubblico in studio ne avevano
coperto le parole.
Vincenzo cercò il telecomando tra i cuscini e abbassò il volume
puntandolo contro il televisore.
«Come dici?», le chiese sentendola comparire oltre la cucina.
«E allora?», fece lei asciugandosi le mani con uno strofinaccio.
«E allora...», tentennò lui. «Dice che porta la bambina, ma che a
pranzo non si può fermare», e sospirò.
«Ah...», commentò Mariarca con quel suo modo contratto di tenere a
bada il disappunto.
«Eh, dice che c’ha troppo da lavorare...», tentò Vincenzo. Il divo
neomelodico in voice off pareva un attore dei film muti.
«Il giorno di Pasqua», constatò lei.
«Lo sai com’è fatta tua figlia, no? Per lei un giorno vale l’altro. E
nessun giorno vale niente».
«Eh, sai che le importa, a quella lì», rincarò Mariarca. «Che le importa
se gli altri passano tutta la mattina a cucinare», aggiunse, come se il
problema fosse effettivamente quello.
«Lei è una di qui ormai», constatò amaramente Vincenzo. «Non farti
il sangue cattivo, lo sai com’è fatta no?», ribadì.
«E va bene, anche a Pasqua! Tua figlia deve lavorare anche il giorno di
Pasqua», ripeté a se stessa. Poi se ne rimase zitta, a contemplare fuori
dalla stanza la pioggia fina, docile. Della stessa docilità con la quale,
lentamente, lei aveva stabilito di arrendersi alla figlia. Non c’è niente da
fare, pensò mentre osservava l’acqua caliginosa inzaccherare il prato
tiepido. «È così che va», disse poi, dando un filo di voce a quel ragionamento appeso.
«Come?», domandò Vincenzo, di nuovo. Quasi avesse bisogno di
appigliarsi a un dettaglio, uno qualsiasi, per trovare una consolazione
nella decisione di Tony.
«Niente, niente...», tagliò Mariarca ritornando in cucina. Da sola
consumò una piccola lacrima e cercò di scacciare i cattivi pensieri.
Perché Mariarca sapeva quanto potessero essere cattivi i suoi cattivi
pensieri.
Ripensò a sua madre Veronica, morta d’improvviso quando lei era
ancora una ragazzina, e a suo padre, Omero, come il poeta greco, che,
nonostante la mezza età, a quel lutto repentino aveva reagito risposandosi con la figlia sedicenne di un mezzadro che lavorava nel suo
podere principale: un campo sterminato di albicocche, poco fuori San
Sebastiano al Vesuvio, alle pendici del vulcano. Da quel nuovo matri-
monio sperava di ottenere il tanto agognato figlio maschio. Le sue tre
figlie, ognuna a modo suo, erano bellissime, come quelle della canzone
popolare, che però erano il doppio: «Son sei sorelle, son tutte belle, son
tutte belle per far l’amor». Ma le donne, si sa, disperdono i patrimoni, si
sposano con maschi interessati alla roba loro. Per quella casa ci voleva
un maschio.
Omero era ricco come un proprietario terriero e furbo come un
contadino: s’era preso quella ragazza giovanissima, Agata, direttamente
dalla terra, sapendo che lì avrebbe potuto crescerla come gli sarebbe
servito. L’aveva istruita a gestire i campi, a controllare le potature e la
raccolta, a fare di conto, con le paghe degli stagionali e gli assegni dei
grossisti al mercato ortofrutticolo. L’aveva amata a letto e usata fuori.
E quella, in breve tempo, era diventata donna, segretaria personale e
contabile della sua azienda, moglie dei suoi bisogni e matrigna delle
tre figlie. Perché a Mariarca, e alle altre due sorelle anche, suo padre
aveva imposto quella mamma bambina come solo lui sapeva fare: con
la brutalità che si maschera da benevolenza.
Un giorno, alla casa rustica di San Sebastiano, proprio durante il
pranzo di Pasqua, Omero aveva annunciato, alle figlie riunite, che Agata
era incinta. Lei aveva confermato come se lo scoprisse per la prima
volta. Poi invitò le sue figlie a pregare la Madonna perché si avverasse
il suo unico desiderio: avere un figlio maschio. Quindi le informò del
fatto che a ciascuna di loro aveva intestato un appartamento a Napoli,
nel rione Sanità, pagato il corredo e il banchetto di matrimonio, in
un ristorante di Posillipo o di Mergellina. Poi aveva aperto tre conti
correnti alle poste: su ognuno aveva versato quattrocentomila lire.
Al frutteto, sotto l’ombra degli alberi, durante un pranzo che s’era
prolungato fino al pomeriggio, aveva chiarito che, per loro, lui aveva
fatto quanto c’era da fare. E due figlie s’erano alzate da tavola, s’erano
messe in fila, davanti a lui, e a turno l’avevano baciato e gli avevano
detto grazie. Come padre, e come benefattore.
Mariarca no.
Mariarca l’aveva guardato e l’aveva combattuto con gli occhi come si
combatte un padrone. Gli aveva urlato in silenzio che non aveva ritegno.
Che dopo la morte della madre aveva voluto sbarazzarsi in quattro e
quattr ’otto anche delle figlie, e con loro di tutto quello che restava della
sua vita precedente.
L’aveva insultato, e l’aveva maledetto, in cuor suo, augurandogli
che se ne andasse all’altro mondo. Lì sua madre, l’unica, quella vera,
l’avrebbe aspettato per chiedergli conto su ciò che pensava d’aver
appena concluso.
A nulla erano serviti i tentativi delle sorelle di convincerla a riverire
il padre. Mariarca aveva continuato a urlare dentro di sé, prima
nella veranda del pianterreno, poi fuori, nel parco del casale. L’aveva
maledetto a occhi chiusi anche sulla strada di ritorno per Napoli.
S’era placata, sfinita di tutto quel tessere, soltanto quando era arrivata
a via Sanità. Era rientrata in casa, veloce, aveva attraversato il salone
doppio, ed era andata in camera da letto. S’era seduta sul lato lungo del
materasso e aveva iniziato a pregare. A snocciolare rosari, lunghi tutta
una notte. A voce spiegata.
I giorni successivi li trascorse allo stesso modo. Ripeté infinite
avemmaria e supplicò la Madonna dell’Arco di concedere a lei e alle
sorelle il miracolo di far rinsavire quel padre colpevole, di costringerlo
a chinare il capo. Di farlo morire.
Ben presto fu costretta ad ammettere che la Madonna non l’aveva
ascoltata. Del resto, i miracoli non sono roba di tutti i giorni. Uno a
creatura, se va bene.
Ma il capo, Omero, l’aveva dovuto chinare comunque, perché Agata
aveva partorito un figlio maschio immaturo che non era campato tre
giorni.
Il vecchio non era morto, ma se si chiede qualcosa alla Madonna
dell’Arco si ottiene quel che si ottiene. E si paga quel che si paga. Omero
morì molti anni dopo, di vecchiaia, rugoso e conciliante. Di notte,
dentro il suo letto, nella dolcezza e nell’irresponsabilità del sonno, così
come se ne dovrebbero andare un uomo beato o un bambino ancora
pupo.
Solo qualche settimana prima, era andato in uno studio notarile del
Vomero e aveva fatto mettere nero su bianco le sue ultime volontà. Che
dopo tanti anni, non erano cambiate di una virgola. Alle figlie aveva
lasciato gli appartamenti in cui già vivevano; alla seconda moglie,
Agata, la loro matrigna, i campi di tabacco e l’azienda, le sue proprietà
sterminate e le commesse con lo stato.
Quando il notaio lesse a voce alta il testamento, nella sala delle
riunioni, all’ultimo piano di una villetta che affacciava direttamente
sul golfo, Mariarca non rimase sorpresa. Se l’aspettava in qualche
misura. Quello che non si aspettava era la reazione della matrigna. La
quale, guardando le tre sorelle, aveva candidamente detto: «Perché non
passate a San Sebastiano? Adesso che c’è la raccolta delle albicocche
potete venire a trovarmi, se volete. C’è una bella frescura lì...», e non
era stato tanto il contenuto di quella formalità a far infuriare Mariarca.
Quanto la dolcezza della sostanza. Quasi che lo slancio mansueto di
quella donna fosse una rappresentazione più che precisa della stessa
benevolenza paterna.
Su questo rimuginava rientrando in casa. Su come il buonsenso fosse
soltanto un retaggio della diseguaglianza.
Perciò, s’era seduta di nuovo sul letto e aveva ricominciato a pregare,
feroce, a chiedere un altro miracolo. E stavolta sì, stavolta la Madonna
dell’Arco l’avrebbe ascoltata.
Ché i miracoli, davvero in un caso come quello di Mariarca, servono
ostinatamente la guerra, e non la pace. Neanche un mese dopo la morte
di suo padre, un incendio notturno distrusse il rustico e il frutteto di
San Sebastiano.
Ai soccorritori servirono un giorno intero, una notte e un altro giorno
per spegnere tutte le fiamme. Quando i pompieri finirono di spruzzare
gas alogenati e azoto liquido, e riuscirono a entrare nel casale, gli si
presentò davanti una scena raccapricciante.
La matrigna di Mariarca era distesa, carbonizzata, ancora a letto. Il
corpo annerito e duro, le braccia e le gambe tese a riprodurre l’ultimissima fisionomia, ma screpolate come un ciocco arso, a mostrare
la soprannaturale consistenza della nuova. Una mummia incenerita,
questo sembrava. Piena, incolume, intatta. Ma corvina. E monca. Il
fuoco le aveva arrostito i piedi e il libeccio glieli aveva spazzati via.
Come Aurelia Del Prete, avrebbe detto qualche anziana lavorante dell’azienda. Ma a quelle parole nessuno fece caso più di tanto. Tutti gli altri,
i contadini, e i paesani, e i giornali locali persino, avrebbero parlato
di una tragedia, di una sciagura tremenda dovuta al caso, alla cattiva
sorte: la donna incautamente non aveva schermato la bocca del camino
prima di andare a dormire, e un ritorno di fiamma dalla canna fumaria
aveva sparso nella stanza da letto schegge incandescenti. Ma perché,
si chiedevano, quella donna improvvida aveva acceso il caminetto in
pieno agosto? Freddolosa, si risposero. E la serva di casa confermò che
sì, che la signora aveva sempre freddo, pelle e ossa com’era, in quella
casa enorme e vuota. Smaniava il caldo, una lingua di sole, il tepore di
un fornello, una tazza fumante, con quelle manine ossute e gelide.
Il resto, poi, l’avrebbe fatto quel libeccio straordinariamente robusto,
dalla Libia a quel comignolo. Tutti lo ripetevano, scandendo: una
scintilla, poi il vento, la prima fiammella che si attacca alle tende, e
la seconda e la terza. Poi ancora vento, ed era successo quello che era
successo.
Anche a Napoli, nel rione di Mariarca, tutti ne avrebbero parlato,
per giorni, allo stesso modo. Se non fosse stato che dopo quella della
tragedia, in brevissimo tempo, si diffuse un’altra notizia, una seconda,
ma per mostruosità ineguagliabile.
Un paio di settimane dopo l’incendio di San Sebastiano, aveva
riferito il portiere del condominio di via Sanità, Mariarca era stata
vista uscire in un orario insolito, dall’apertura piccola nel portale, in
direzione di via Vergini, e infilarsi nel vico Croce ai Miracoli. Da qui,
arrivata nella piazza della basilica che il tramonto se n’era appena calato,
Mariarca aveva tirato dritto ed era entrata nella Chiesa di Santa Maria
e San Vincenzo dove, avrebbe confermato stavolta un giovane diacono,
aveva chiesto il permesso di andare nell’antisacrestia. Il giovanotto le
aveva spiegato che non si poteva fare, che non era orario buono per
le visite, quello: a minuti sarebbe finita la messa, e no, non si poteva
proprio fare. Poi, improvvisamente, davanti all’insistenza di Mariarca
che continuava a fissarlo, belluina, il diacono s’era deciso a fare un’eccezione e aveva detto di sì. Il diacono l’aveva preceduta lungo un corridoio
laterale della basilica, oltre la cappella del Santissimo Crocifisso, fino
all’abside. E qui aveva tirato fuori un mazzo di chiavi e le aveva aperto
il portoncino.
Dicono che una volta dentro, Mariarca gli avesse imposto di restare.
Aveva fatto qualche passo indietro, s’era avvicinata alla porta e l’aveva
richiusa. Poi dicono che, parandoglisi davanti, perché lui non potesse
uscire, gli aveva ordinato di trovare uno spazio sulle pareti, e di
attaccare un ex voto, uno suo, fra quelli di san Vincenzo o di tutti gli
altri dei devoti del rione.
Il poveretto aveva provato a fare resistenza, aveva cercato di spostarla.
Ma alla fine s’era ritrovato a guardarla dritta negli occhi, e allora,
davanti a quello sguardo, aveva ceduto. Era salito su una sedia di legno
e, con chiodo e martello, aveva appuntato una cornice di marmo pieno
al muro, tra le foto di una festa del Monacone, come la donna gli aveva
ordinato.
27 agosto 1986 – Per la madre di tutti, e contro la matrigna di nessuno.
Da quel giorno nel rione s’era diffusa una voce sempre più insistente il
cui tono preoccupato aumentava di pari intensità con l’idea di passare
dalle chiacchiere ai fatti: «È stata quella là. Qui bisogna chiamare il
vescovo. È una strega, quella, te lo dico io, andrebbe ripagata con la
stessa moneta: bruciata, ecco cosa, andrebbe bruciata come facevano
con le streghe!»
Il diacono terrorizzato non parlava, e anche il portiere dello stabile di
via Sanità dopo qualche giorno prese sul serio in considerazione l’idea
di trasferirsi altrove. E tutto questo anziché spegnere non fece altro che
accendere le dicerie nel quartiere. Quando Mariarca camminava in
strada, le donne incontrandola iniziarono a segnarsi. Il droghiere del
rione chiese che venissero saldati tutti i conti in sospeso, e l’avvisò che
da quel momento non avrebbe più accettato di farle credito, pretendendo il pagamento in contanti. Il macellaio, invece, si rifiutò direttamente di continuare a servirla: le disse che per lei carne non ce n’era, e
non ce ne sarebbe stata più. Quando si diffuse la notizia che il diacono
aveva chiesto di essere trasferito in un’altra parrocchia, iniziarono
anche i problemi con il condominio. Durante un’assemblea alcuni
condomini chiesero a Mariarca e a suo marito di lasciare il loro appartamento e di cambiare zona. E di fronte all’opposizione di Vincenzo,
che reclamava semplicemente la legittima proprietà dell’immobile,
quelli minacciarono di rendere la vita impossibile a lui e a quella strega
di sua moglie.
Vincenzo si era scaldato, erano volate parole grosse: promesse di
denunce, intimidazioni e sguardi in cagnesco. E se non si arrivò alla
rissa fu soltanto perché l’amministratore del condominio sciolse la
riunione in tutta fretta.
Quella sera stessa, a casa, seduto al tavolo grande del soggiorno,
durante una cena che si era consumata interamente in silenzio,
Vincenzo comunicò alla moglie che sarebbero partiti.
Antonia non aveva nemmeno dieci anni.
Marcello Fois
Ex voto
Translation by Alex Valente
minimum fax, 2015
KEEPING IT HOLY
20 April 2014
Easter Sunday
“Did you see Antonia called...”, said Vincenzo to the empty room.
He was wearing a tracksuit and fabric slippers, closed at the ankle.
He was sitting on the couch, watching TV. An old device, volume on
full power, on which lay, decorated with cream doilies, other signs of
previous lives they had lived: a photo of a much younger him wearing
a carabiniere uniform, just after the oath; the nativity statue of Diego
Armando Maradona; a plastic Venetian gondola; a glass globe with an
inch of polystyrene snow on mount Vesuvius.
Mariarca had said something in reply from the other room, but, on
the other side of the screen, an overenthusiastic host was introducing a
neomelodic divo, and the racket the studio audience made had drowned
out her words.
Vincenzo looked for the remote between the cushions and turned
down the volume pointing it at the screen. “What did you say?”, he
asked, hearing her come through the kitchen.
“So what”, she replied, drying her hands on a tea towel.
“So...”, he hesitated. “She says she’s bringing the kid, but can’t stay for
lunch”, and he sighed.
“Ah...”, was Mariarca’s response, in her economic way of showing
disappointment.
“Yeah, she says she got too much work to do...”, tried Vincenzo. The
muted neomelodic divo looked like a silent film actor.
“On Easter Sunday”, she stated.
“You know what your daughter’s like, right? Any day is a good day.
And no day is a good one”.
“Eh, so much respect, that girl”, insisted Mariarca. “Who cares if
other people spend all morning cooking”, she added, as if that were the
issue.
“She’s an Australian now”, pointed out Vincenzo, bitterly. “Don’t let
your blood boil, you know what she’s like, no?”, he said again.
“Fine! Easter too! Your daughter has to work for Easter too”, she
repeated to herself. Then she quietened, looking at the rain outside the
window, falling softly, docile. The same docility she had started to learn
to use towards her daughter. She had to give in, she thought, there was
nothing else to do, as the misty rain kept staining the warm lawn. “So it
goes”, she finally said, voicing briefly that hanging thought.
“What?”, asked Vincenzo, again. Almost as if he needed a detail to
grasp, anything, to find some consolation for Tony’s decision.
“Nothing, nothing...”, cut off Mariarca as she headed back to the
kitchen. Alone, she allowed herself a small tear, and tried to cast away
her bad thoughts.
Because Mariarca knew how bad her bad thoughts could be.
She thought back to her mother, Veronica, who died suddenly when
she was still a young girl, and to her father, Omero, like the Greek poet,
who, despite his old age, had reacted to that sudden grief by marrying
the sixteen year old daughter of a farmer who worked his main land: an
immense field of apricots, just outside San Sebastiano al Vesuvio, on the
volcano’s slopes. He had hoped from that new union to finally have a
son. His three daughters, each in her own way, were beautiful, like that
folk song, though that had double the number: ‘Six sisters, all stunning,
all longing for love’. Women spend the riches of the house, though, and
end up marrying men interested in their wealth. That house needed a
son.
Omero was as a rich as a landowner and as cunning as a farmer: he
had married that girl really young, Agata, and directly from the land,
knowing he could raise her as needed. He’d teach her to run the fields,
check the pruning and harvests, keep the books, both for the workers’
pay and the wholesalers of the fruit market. He loved her at home and
used her outside. And the girl, in very little time, had become woman,
personal assistant, and accountant of his business, wife to his needs and
stepmother to his three daughters. Because to Mariarca, and her two
sisters, her father had imposed that new child mother as only he knew
how: with the brutality hidden beneath his benevolence.
One day, in the house in San Sebastiano, during the Easter lunch,
Omero had announced to his three daughters that Agata was pregnant.
She had confirmed as if also hearing it for the first time. So he invited
his daughters to pray to the Madonna for his wish to come true: have a
son. Then he informed them that he had bought a flat in each of their
names, in Naples, in the Sanità neighbourhood, paid their dowry and
wedding banquet, either in Posillipo or Mergellina. He had also opened
three postal accounts: he had deposited four hundred thousand liras in
each.
In the orchard, beneath the trees, during a lunch that had lasted until
late afternoon, he had made clear that he had done everything he ever
would, for them. And two daughters had stood up, queued up before
him, kissed him and thanked him. As father, and as patron.
Mariarca did not.
Mariarca had looked at him and fought him with her eyes as one
might fight their master. She had screamed at him in silence that he had
no shame. That after the death of her mother he had wanted to get rid
of his daughters too, as swiftly as possible, and with them, any remnant
of his past life.
She had insulted him and cursed him, in her heart, wishing him into
the next world. There, her mother, her real mother, would be waiting to
ask him what kind of deal he had thought to have just sealed.
Her sisters’ insistence did nothing to convince her to revere their
father. Mariarca kept on screaming inside, at first on the patio, then
outside, in the house’s vast garden. She had cursed him, eyes closed, all
the way back to Naples.
She had finally calmed down, exhausted from all that spinning, only
once she had arrived in via Sanità. She had got home, quickly, crossed
the double living room, and headed to her bedroom. She had sat down
on the long side of the mattress and had started praying. Rattling off
rosaries, for the entire night.
At full voice.
She had spent the following days in the same way. She repeated hail
maries and begged the Madonna dell’Arco to allow her and her sisters
the miracle of healing the sick mind of that guilty father, to force him
to bow his head. To make him die.
Shortly, she was forced to admit that the Madonna had not listened.
After all, miracles don’t happen every day. One per person, if that.
But his head, Omero, had had to lower his head anyway, as Agata had
given birth to premature son, who died within three days.
The old man had not died, but when you ask the Madonna something,
you get what you get. And you pay the price you pay. Omero died
several years later, of old age, wrinkled and obedient. At night, in his
bed, in the sweet innocence of sleep, as should pass away a good man
or a young child.
Just a couple of weeks earlier, he had gone to see a notary in the
Vomero, to set his last will in stone. They hadn’t changed in years. To
his daughters, the apartments they were already living in; to his second
wife, Agata, their stepmother, the tobacco fields and the business, his
endless belongings and the deals with the State.
When the notary read the will out loud, in the meeting room on the
top floor of a villa overlooking the gulf, Mariarca was not surprised. She
had been expecting it. What she did not expect was her stepmother’s
reaction. She looked at the three sisters, and candidly said: “Why don’t
you come by San Sebastiano? Now that the apricot harvest is happening
you can come visit, if you want. It’s nice and cool up there...”. It hadn’t
been the content of that formality to enrage Mariarca, no. It was its
sweetness. Almost as if the docile offer of that woman was a better
representation of her father’s benevolence.
This is what she was thinking about as she headed back home. How
common sense is only an inheritance of inequality.
And so, she has sat back on the bed and started praying again, fierce,
asking for another miracle. Only this time, the Madonna dell’Arco
would listen.
Because miracles, especially in a case like Mariarca’s, serve the
purpose of war, not peace. A month had not gone by from her father’s
death, that a fire destroyed the house and orchard in San Sebastiano.
It took the helpers an entire day, a night and yet another day, to
completely put out the flames. Once the fire-fighters had finished
spraying halogen gas and liquid nitrogen, and finally entered the
building, the scene before them was horrifying.
Mariarca’s stepmother was lying, burned to a crisp, still in bed. The
body was black and rigid, arms and legs extended in her final pose, but
as cracked as a burned log, showing the supernatural consistency of her
new state. An incinerated mummy, that’s what she looked like. Full,
untouched, intact. But raven. And mutilated. The fire had burned away
her feet and the south wind had blown them away. Just like Aurelia del
Prete, would’ve said one of the older women working in the business.
But no one listened to those people for too long. Everyone else, the
labourers, the townsfolk, even the local papers, spoke of a horrible
tragedy, a terrible accident caused by chance, by bad luck: the woman
had forgotten to cover the mouth of the fireplace before heading to
sleep, and a gust from the chimney had caused some embers to scatter
into the room. Why, many asked, had that imprudent woman lit the
chimney in August? Sensitive to the cold, they answered their own
question. The housemaid confirmed that yes, the lady was always cold,
so skinny she was, in that giant empty house. She craved the heat, a lick
of sunshine, the heat of a hob, a steaming mug, with those bony cold
hands of hers.
The rest, then, would’ve been down to the southern wind, particularly
strong, from Libya to that chimney.
Everyone kept repeating it, sounding each syllable: a spark, the wind,
the first flame on the curtain, then another, then another. The wind
again, and what happened had happened.
Even in Naples, in Mariarca’s neighbourhood, everyone would be
talking about it for days, with the same words. Had it not been for
another piece of information that followed briefly, a horrifying rumour,
worse than nothing other.
A couple of weeks after the fire of San Sebastiano, said the doorman
of the block of flats on via Sanità, someone had seen Mariarca leave the
building at a weird hour of day, from the small opening in the door,
headed towards via Vergini, and turn for vico Croce dei Miracoli. From
here, once in the cathedral’s piazza, as the sun had just set, Mariarca
had headed forward and entered the Church of Santa Maria and San
Vincenzo where, a young deacon confirmed, she had asked to enter the
ante-sacristy. The young man had replied that no, that wasn’t possible,
it wasn’t a good time for visits: mass was almost over, and no, it wasn’t
possible anyway. Then, suddenly, before Mariarca’s savage stare, the
deacon had decided to make an exception and said yes. The deacon led
her down a long corridor to one side of the cathedral, beyond the chapel
of the Holy Cross, to the apsis. Here, he took out a bunch of keys and
opened the small door.
They said that once inside, Mariarca forced him to stay. She made a
few steps back, got closer to door and shut it again. They said that she
then stood in front of him, so he couldn’t leave, and ordered him to find
a place on the walls, and hang an ex voto, one of hers, between the ones
for San Vincenzo or all the others from the neighbourhood.
The poor man had tried to oppose her, to move her out of the way. But
he had ended up facing her gaze again, and before those eyes had given
in. He had climbed onto a chair and, with hammer and nails, hung on
the wall a marble frame, between the photos of a Monacone celebration,
as the woman had ordered.
27 August 1986 – For everyone’s mother, and against no one’s
stepmother.
As of that day, a voice started rising from the neighbourhood,
insistently more worried as it suggested moving from words to actions:
“It was her. We need to call the bishop. She’s a witch, that one, I tell you,
we should repay her in kind: burned, that’s what, we should burn her
like a witch!”
The terrified deacon would not talk, and even the doorman of via
Sanità after a couple of days started considering moving elsewhere.
Instead of calming the rumours, all of this made them worse. The
women who saw Mariarca around the streets would cross themselves.
The neighbourhood grocer requested that all her debts be settled, and
stated he would no longer give credit, asking for cash payments. The
butcher flat out refused to keep serving her: he said there was no meat
for her, and there would never be any. Once the news that the deacon
had asked to be transferred to another parish broke, the problems also
started in the block of flats. During a meeting, some of the other tenants
asked Mariarca and her husband to leave their flat and change neighbourhood. And before Vincenzo’s refusal, who simply pointed out their
rights to the property, they threatened to make his life, and that of his
witch of a wife, impossible.
Vincenzo got angry, heavy words flew: promises of court cases,
threats, scowls. The only reason no fight broke out was the administrator calling the meeting over sooner than expected.
That same evening, once home, as he was sitting at the big table in the
living room, during an entirely silent meal, Vincenzo told his wife they
were moving.
Antonia wasn’t even ten years old.

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