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Titolo originale: With Love at Christmas
Copyright © Carole Matthews 2012
First Publishing in Great Britain in 2012 by Sphere
The moral right of the author has been asserted
Traduzione dall'inglese di Maddalena Togliani
Prima edizione: dicembre 2013
© 2013 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214
ISBN 978-88-541-5587-9
www.newtoncompton.com
Realizzazione a cura di Pachi Guarini per Studio Ti, Roma
Stampato nel dicembre 2013 da Puntoweb s.r.l., Ariccia (Roma)
su carta prodotta con cellulose senza cloro gas provenienti da foreste
controllate e certificate, nel rispetto delle normative ecologiche vigenti
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Carole Matthews
Un regalo
inaspettato
Newton Compton editori
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Alla meravigliosa squadra di Little, Brown.
Mi avete fatto sentire la benvenuta, e sono rimasta molto
colpita dalla vostra energia e dall’entusiasmo con cui avete
accolto i miei libri. Spero che continueremo così!
Un ringraziamento particolare a David, Cath,
Manpreet, Hannah e Kate. Siete fantastici.
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Tanti auguri!
Grazie di cuore per avere scelto Un regalo inaspettato tra
tutti i libri in vendita in questo periodo di feste natalizie.
Credo che abbiate fatto un’ottima scelta, ma non si può
certo dire che io sia imparziale!
Il romanzo parla di un Natale in famiglia pieno di impegni, di caos ma anche di passione. Ho l’impressione che, nel
periodo prenatalizio, ci facciamo assorbire fin troppo dalla
frenesia degli acquisti; ci stressiamo, ci agitiamo e perdiamo
di vista l’aspetto fondamentale della ricorrenza. Se per un
attimo riuscissimo a dimenticare il bombardamento pubblicitario, capiremmo che si tratta di un momento da condividere con familiari e amici, per coccolarsi e ridere.
Sono sicura che questo libro vi metterà dell’umore giusto,
e vi farà apprezzare il fatto che – spero… – le vostre feste
in famiglia non sono folli come quelle dei Joyce! Concedetevi una pausa, mettetevi comodi e traete un bel respiro
profondo. Dopo cinque minuti di lettura di Un regalo inaspettato vi sentirete in pieno clima natalizio. Nessuno se la
prenderà con voi se non riuscirete a preparare in casa delle
perfette mince pies, i fagottini dolci ripieni di frutta, un tipico e delizioso dolce natalizio inglese: quelle confezionate
andranno benissimo. Meglio arrivare a Natale belli rilassati
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e impazienti, invece di preoccuparvi per tutto il lavoro che
vi aspetta.
Grazie, ancora una volta, per avermi fatto partecipare al
vostro Natale. Vi auguro dei giorni di festa felici, senza
ansie, e circondati dalle persone che vi vogliono bene.
Felice Natale e uno splendido Anno Nuovo.
Con affetto,
Carole
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Capitolo 1
N
atale è alle porte, non c’è ombra di dubbio. Gli altoparlanti diffondono Merry Christmas Everybody degli
Slade, riempiendo le corsie affollate del supermercato di
un’effervescenza festiva. È un punto fermo, questo pezzo,
e ogni volta che lo sento non riesco a trattenermi, mi metto
a canticchiare. Vi chiedo, ora: cosa sarebbe il Natale senza
la melodiosa voce di Noddy Holder?
Adoro questo periodo dell’anno. Anche qualcosa di banale come la spesa settimanale al supermercato si trasforma in un’esperienza magica. Sono al banco del pane
da Tesco, e tasto i filoni per saggiarne la freschezza. Sopra
la mia testa sono appesi dei Babbo Natale dall’aria felice.
Dal soffitto pendono fili d’argento e palline dello stesso
colore. Vorrei che questa allegria durasse per tutto l’anno.
Qualcuno, alla sede centrale, ha lavorato sodo per progettare tutto questo. Forse potrei trarne ispirazione e
cambiare le mie decorazioni natalizie, quest’anno. A Rick,
mio marito, verrebbe un colpo. Per lui Natale è solo una
montatura pubblicitaria: lui è anche peggio di Scrooge.
Ogni anno, in previsione dei soldi che bisognerà spendere, gli viene la tachicardia. Ogni anno prometto di non
fare follie. E ogni anno spendo troppo. Forse, per amore
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dell’armonia coniugale, farei meglio a tenermi le vecchie
decorazioni.
Per la cronaca tengo a precisare che sono l’esatto contrario di mio marito. Mi chiamo Juliet Joyce. Ho quarantacinque anni, un nipote splendido, due figli che
dovrebbero essere adulti ma che non hanno ancora messo
la testa a posto, una madre noiosa, un padre gay, un marito brontolone e un cane puzzolente. Sono anche un’inguaribile nataledipendente, e non mi vergogno a dirlo.
Non voglio neanche sentire parlare del programma dei
dodici passi per guarire.
Gli Slade lasciano il posto, senza soluzione di continuità,
ai Wizzard, con I Wish It Could Be Christmas Every day.
Sono completamente d’accordo! Abbiamo tutti bisogno di
sfuggire al grigiore della routine quotidiana, no? Gesù ha
scelto un bellissimo periodo dell’anno per nascere, rallegrando così i lunghi mesi invernali. Non sarebbe stato lo
stesso se fosse venuto alla luce, per esempio, in luglio.
Mentre percorro la corsia dedicata ai prodotti natalizi, trasferisco nel carrello un pudding, subito seguito da alcune
mince pies e da un panettone, che è diventato ormai irrinunciabile. Da me non ne vanno matti ma, come per i cavoletti di Bruxelles, Natale non è Natale senza questo dolce.
Prendo un’altra confezione di mince pie, che non bastano
mai. Non mi piace ritrovarmi senza niente da mettere sotto
i denti quando capita che passi qualcuno. Meglio che compri anche dei datteri, e anche altra frutta secca.
Vorrei poter affermare orgogliosa che preparo io stessa il
pudding, il dolce di Natale e tutto il resto, ma non è così.
Ora lavoro a tempo pieno in un’agenzia immobiliare, e tra
quello e le esigenze della famiglia non ho neanche il tempo
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di respirare, figuriamoci il resto. Vorrei confezionare in
casa tutti i piatti natalizi, e non è la voglia che mi manca,
ma ogni anno la cosa mi pare sempre meno fattibile. Pensavo a una celebrazione in grande stile, ispirandomi alle ricette di Nigella e ai consigli sulla decorazione d’interni di
Kirstie Allsopp, ma se vado avanti così dovrò aspettare,
forse addirittura fino alla pensione. Anche nel caso di festeggiamenti più modesti, con acquisti da Tesco, bisogna
cominciare presto. Il segreto è tutto lì. Mi sono organizzata
in anticipo e ho comprato i biglietti di auguri ai saldi di
gennaio. Perché pagarli a prezzo pieno, se puoi evitarlo?
Durante l’estate ho trovato un paio di regali splendidi a
delle fiere di prodotti artigianali. È bello incappare nel regalo giusto, vero? Uno di quelli che ovviamente non riesci
certo a trovare quando lo cerchi sul serio. Come l’arrivo
degli “anta”, anche i regali perfetti ti colgono di sorpresa.
I tovagliolini per l’occasione me li sono procurati in agosto,
invece. L’unica cosa che mi serve, ora, è trovare un nascondiglio per riporvi il tutto. Questo significa chiedere a Rick
di andare su in soffitta, e non sarà contento.
Già nei primi giorni di settembre ho comprato qualche
cosuccia da mangiare, qua e là, e l’ho nascosta in fondo alla
credenza, ma ora, all’inizio di dicembre, devo iniziare a fare
sul serio. Ho qui qualcosa per papà e anche per il suo compagno Samuel, giusto per dar loro una mano, so quanto
sono indaffarati. Mentre faccio la coda alla cassa, chiudo
gli occhi e ascolto le note di Do They Know It’s Christmas?
Davanti a me, una donna dall’aria frastornata rimprovera
sua figlia, che piagnucola perché vuole dei dolci.
«Non ho soldi per le tue stupide caramelle, Beyoncé»,
esclama con voce stridula, scuotendo la bambina per un
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braccio con più energia del dovuto. «Se non la pianti subito, Babbo Natale non verrà. Butterà la tua Wii giù dalla
slitta, e si romperà in mille pezzi. Cosa farai, allora?».
La bambina grida. Credo che, al suo posto, farei lo stesso.
Dovrei intervenire per ricordare a entrambe il vero messaggio del Natale ma, prima che mi decida a farlo, la donna
ha finito di pagare ed esce, trascinandosi dietro Beyoncé
che, senza le sue caramelle, continua a urlare.
Mi prenderebbero tutt’e due per una pazza se raccontassi loro che, all’età di Beyoncé, avevo ricevuto una vecchia calza di lana di mio padre – pulita, spero –
contenente un’arancia e delle noci? Nient’altro. Lo scambio dei regali di Natale si limitava a quello. Non avevo potuto mangiare le noci perché mamma non riusciva mai a
trovare il vecchio schiaccianoci, e l’arancia era tornata subito nella ciotola della frutta da dove era stata tolta. Io non
potevo comprare regali perché non mi davano mai neanche
uno spicciolo. Però mi avevano affidato carta, brillantini e
colla per confezionare i biglietti di auguri.
Era un’epoca diversa. Avevamo ben poco. Da noi, il Natale era sempre un’occasione priva di gioia, molto modesta.
Nessuno veniva a trovarci. Mia madre lasciava in bella vista
l’albero, mangiato dalle tarme, il meno possibile. A volte
non lo andava a prendere fino alla Vigilia, nel tardo pomeriggio, quando io ormai ero quasi impazzita per l’impazienza, e anche allora l’operazione era accompagnata da
lunghi sospiri. Di solito l’albero scompariva poco dopo
Santo Stefano. Mio padre faceva del suo meglio per rallegrare l’atmosfera. Rideva con troppo entusiasmo guardando
gli spettacoli natalizi: il suo preferito era quello di Morecambe and Wise. Gli scendevano le lacrime lungo le
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guance, e per me quello era ancora più buffo del programma. Mamma, invece, non apprezzava il Natale. Per lei,
ogni anno, era una tortura terribile e, di conseguenza, anche
noi dovevamo soffrire. Ecco perché, forse, oggi tengo a festeggiarlo in modo così speciale: mi piace avere la casa piena
di risa e di amore, colma di regali e di cibo. Se non possiamo
scatenarci neanche a Natale, allora quando?
«Centoquarantasette sterline e trentadue pence», dice la
cassiera. Le consegno i soldi con una smorfia. Ancora uno
scontrino che dovrò nascondere a Rick.
Fuori, il cielo è bianco e pesante. Cominciano a cadere
alcuni fiocchi di neve, che danzano fino al parcheggio. È
la prima dell’anno. Sorrido interiormente. Amo la neve,
anche se so di essere in minoranza, perché quasi tutti si
lagnano per i disagi che crea a chi si deve spostare. Devo
ammetterlo: basta una spolverata, e tutto il Paese di solito
resta paralizzato. Io sarei ben felice di restare bloccata
dentro casa a guardarla cadere fino a un metro di altezza.
Tendo le mani e lascio che i fiocchi vi si posino. Sono leggeri, impalpabili; mi atterrano sui palmi come farfalle di
filigrana, per poi sciogliersi subito. Mi scuoto via la neve
dai capelli castani tagliati a caschetto, e mi viene in mente
che dovrei mettermi il cappello. Sarebbe stupendo se nevicasse per Natale, quest’anno. Un poco di neve abbellisce tutto, è come la glassa sulla torta.
Qualcuno, di malumore, suona il clacson. Alzo gli occhi,
abbandonando con lo sguardo la gioia della neve sulle
mani. Il parcheggio è stracolmo, e sembra che sia sorto un
litigio per un posto. Uno dei due automobilisti abbassa il
finestrino. Dall’autoradio escono le note di Peace on Earth,
Goodwill to All Men.
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«Ehi, stronzo!», grida rivolgendosi all’altro. «C’ero io per
primo!».
Il secondo automobilista, che sul lunotto posteriore esibisce un adesivo con scritto “Babbo Natale lo fa con le
renne”, non sembra essere d’accordo, e gli urla di rimando:
«Vaffanculo, questo posto è mio!».
Spingo il mio carrello stracolmo, che sta slittando nella
direzione opposta, verso la mia piccola e fedele Corsa, e
trasferisco i sacchetti della spesa nel bagagliaio.
Entrambi gli automobilisti saltano giù e si minacciano,
agitando furiosi i pugni. Uno ha un’antenna sull’auto decorata con una stella e dei fili d’argento. L’altro tizio la
spezza a metà e la calpesta nel sottile strato di neve che si
è formato.
Sospiro, abbattuta. Non tutti, a quanto pare, amano il
Natale quanto me.
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Capitolo 2
E
ntro nel vialetto al numero dieci di Chadwick Close e
spengo il motore. Quello che ci vuole, ora, è una bella
tazza di tè, e magari la prima mince pie della stagione. Si
tratta probabilmente del mio cibo natalizio preferito. So
che i negozi cominciano a venderle in luglio, ora, ma io preferisco rimandare il momento più che posso, così me le
gusto per davvero. Quest’anno ho battuto ogni record, e
spero così che, finite le feste, anche la dieta potrà durare
di meno.
La mia famiglia e io abitiamo in una bella zona di Stony
Stratford, una graziosa cittadina nel cuore del Buckinghamshire, a un tiro di schioppo dalla città, sempre più invadente, di Milton Keynes. Abitiamo qui da anni, ed è qui,
in questa solida dimora degli anni Settanta, che abbiamo
cresciuto i nostri due figli. Sospetto che moriremo qui.
Rick è sulla scala, e sta decorando la facciata della casa
con le luci di Natale. Perfetto: adoro quando sono montate
un po’ in anticipo, così posso godermele per più tempo.
Tutta l’avversione di mio marito nei confronti del Natale
sparisce quando – e solo quando – si occupa degli addobbi
luminosi. È un incarico che ama svolgere. Ogni anno Rick
decora la nostra casa fino a farla sembrare il rifugio di
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Babbo Natale. È l’unica occasione dell’anno in cui sale in
soffitta senza fare storie. Scompare lassù per ore intere, a
cercare ed esaminare il materiale, poi porta giù le luci con
delicatezza, come fossero bambini preziosi e fragili.
Adesso, appese alle travi, penzolano lucine LED che cambiano colore. Un’altra fila di lampadine colorate si accende
e si spegne a intervalli regolari sopra la porta del garage.
Sul davanti della casa, una slitta e una renna si illuminano
di bianco sopra la veranda. Il grande ciliegio nel giardino
antistante ha anche lui le sue lanterne. Sul prato, una renna
di fil di ferro è coperta di minuscole lucine. I nostri vicini,
invece, non si danno così tanto da fare. Quelli al numero
due, però, ad anni alterni gettano una rete luminosa sopra
il cespuglio di cotognastro. Siamo l’unica casa della zona
che cerca di contribuire alla messinscena natalizia. Non so
bene quando o perché abbiamo iniziato a farlo, ma sono
contenta che Rick partecipi ai preparativi.
Scendo dall’auto. Rick viene giù dalla scala. Mio marito
è uno di quegli uomini che, invecchiando, diventano più
attraenti. Almeno è l’impressione che fa a me, e in fondo è
solo questo che conta. Il suo corpo, magro e slanciato, è
tutto ginocchia e gomiti; è sempre stato così. Ho costantemente l’impressione che trascorriamo così pochi momenti
piacevoli insieme e, non so perché, mi pare ancora più difficile trovare del tempo per noi una volta che inizia la frenesia natalizia. Ogni anno mi riprometto di procedere
diversamente, e ogni anno è come i precedenti. Sorrido
mentre mi viene incontro, ma mi sembra che vada di fretta,
ed è rosso in viso.
«Hai visto che roba?», sbotta senza preamboli. Punta un
dito accusatorio contro la casa di fronte alla nostra.
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Chadwick Close è un quartiere molto tranquillo, ordinato. Non succede mai nulla di eccitante. È per quello che
ci piace. In passato, oltretutto, di solito gli scandali venivano comunque da casa Joyce.
«Guarda», ripete.
Guardo.
Dall’altra parte della strada, proprio di fronte a casa nostra, c’è la scena che sembra indignarlo tanto. La nostra
buona amica Stacey Lovejoy abitava al numero cinque, ma
l’estate scorsa se n’è andata. Adesso è a Gran Canaria,
dove si dà alla pazza gioia con l’ex capo di Rick, Hal; entrambi se la spassano, secondo gli aggiornamenti irregolari
che lei ci manda tramite posta elettronica. I nuovi occupanti della casa non erano qui lo scorso Natale, quindi
Rick è stato colto di sorpresa.
I nostri nuovi vicini, a quanto pare, amano anch’essi coprire la casa con le luci natalizie. Non si vede nessuno in
giro, ma è chiaro che, come Rick, anche Neil Harrison si è
dato molto da fare stamattina. E il risultato è molto più
grandioso del nostro.
«Che belle», commento. «Magnifiche».
«Belle?». Rick ora è violaceo in viso.
«Cosa c’è?»
«Siamo noi ad avere la casa con le luci», mi fa notare.
Alzo le spalle. «Adesso siamo una delle case con le luci.
Trovo che stiano bene».
«Tipica risposta femminile», sbotta sbuffando. Rick si
passa una mano tra i capelli, che ora, tutti all’indietro, lo
fanno assomigliare a Stan Laurel.
Non è mai stato capace di tenere in ordine i capelli, e ora
ha ciuffi che spuntano in tutte le direzioni. So che è la
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moda per i diciassettenni, ma in un signore distinto di una
certa età fanno tanto scienziato pazzo.
«Non devi necessariamente considerarla una sfida alla
tua supremazia». Rick sta reagendo come se, di fronte,
avesse Neil che si picchia il petto e gli ruggisce contro.
«Forse a Neil, semplicemente, piacciono le luci natalizie».
Altro sospiro esasperato da parte di Rick. «Devo procurarmene altre», borbotta. «Voglio che la nostra sia la casa
migliore». Lancia un’occhiata invidiosa al gigantesco
Babbo Natale gonfiabile, con tanto di camino, fissato al
tetto di Neil.
«Le nostre luci vanno benissimo, Rick. Soprattutto con
un po’ di neve sopra. Sento già il clima natalizio».
Mio marito non si rabbonisce. Mi dispiace che questa esibizione di supremazia virile gli abbia rovinato la giornata.
«Andiamo», esclamo. «Aiutami a portare dentro la spesa.
Ti preparo un caffè con una mince pie».
Con un sospiro esagerato, Rick posa il cacciavite. Apro
il bagagliaio.
«Per Dio!», esclama, indietreggiando inorridito. «Cosa
diavolo hai comprato? Quante migliaia di persone devi
mettere a tavola?»
«È Natale», osservo. «Bisogna avere qualcosa in più. Non
si sa mai».
«Non si sa mai?». Rick sembra perplesso. «Con tutta
questa roba possiamo sopravvivere a una catastrofe nucleare. I negozi fanno orario continuato, in questo periodo.
Possiamo sempre fare una corsa fuori a comprare quello
che ci serve, se restiamo senza».
«Oh, Rick», lo rimprovero bonariamente. «Lo sai che sei
contento anche tu, alla fine».
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«Sai bene che preferirei andare alle Bahamas, da solo con
te, e dimenticare tutta questa faccenda». Prende due sacchetti dal bagagliaio, esagerando lo sforzo immane che
quelle buste così pesanti gli richiedono. «Invece staremo a
casa, a sorbirci tua madre e il discorso della Regina, mangeremo troppo e non berremo abbastanza da annegare nell’alcol la sofferenza».
«Non è tanto male, su».
Lancia un’altra occhiataccia alle luci del nostro vicino.
«Installare le luci era l’unica cosa piacevole», si lagna. «E
ora mi è stata tolta anche quella».
«Potresti andare da Homebase e comprare qualche altra
decorazione luminosa», suggerisco. «Sono arrivate delle
novità interessanti».
Rick si accarezza il mento. «Serve qualcosa che faccia
colpo», mormora. «Sì, che faccia colpo».
E a quell’idea si rasserena all’improvviso.
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Capitolo 3
M
ia madre, Rita Britten, è seduta in cucina quando
Rick e io portiamo dentro la spesa con qualche difficoltà. Indossa un cardigan abbottonato storto, e sembra
che non si sia spazzolata i capelli dopo essersi alzata, stamattina.
«Rita, metta il bollitore sul fuoco, per favore», dice Rick.
Lei lo fissa perplessa. «E perché mai?»
«Così ci beviamo una tazza di tè, mamma».
«Oh».
«Guarda, l’hai allacciato male». Mi avvicino e, mentre le
riabbottono il golf, lei mi fissa, cercando di farmi abbassare
lo sguardo.
«Come sei puntigliosa, Juliet».
«Ecco, ora va meglio». Resisto alla tentazione di ravviarle
i capelli.
Rick alza gli occhi al cielo, e rispondo con una scrollata
di spalle. Non la riconosco più, mia madre. Credo sia colpa
del suo viaggio in Australia. Da allora non è più stata la
stessa. A settant’anni ha abbandonato il mio caro papà, nonostante lui sia sempre rimasto stoicamente al suo fianco,
anche se lei è sempre stata una di quelle mogli molto esigenti e sempre insoddisfatte. Si è trasferita qui da me e Rick
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senza che l’avessimo invitata. Mio marito non ne è stato entusiasta, ma cosa potevo fare? Doveva pur vivere da qualche parte e, sebbene cercassimo di convincerla, non è più
voluta tornare da papà. Poi, a peggiorare le cose, si è portata a casa un convivente, una specie di toy-boy di nome
Arnold. Per settimane dovemmo portare pazienza mentre
loro due “lo facevano” nella stanza da letto che nostra figlia
aveva dovuto lasciare alla nonna. È stato orrendo. L’unico
modo che trovai per addormentarmi era schiacciarmi un
cuscino sulla testa. Poi, mamma e Arnold decisero che volevano viaggiare in giro per il mondo. A settant’anni, eh?
In men che non si dica comprarono due biglietti per l’Australia, noleggiarono un camper e andarono a esplorare
l’Outback.
Non credevo ai miei occhi. Non era mai stata all’estero,
prima, e si apprestava a partire per l’Australia per un periodo indeterminato con un uomo che conosceva appena.
Credevo che fossero i figli a creare grattacapi ai genitori.
Non va così, di solito? Rick era felice, perché pensava che
non l’avremmo più vista. Era certo che in Australia, il continente con il maggior numero di animali velenosi e, in genere, mortali, le sarebbe capitato qualcosa. Non ebbe
fortuna, invece. Non aveva tenuto conto della resistenza di
mia madre. Dopo sei mesi era di ritorno, abbronzata e
senza un soldo, mentre il povero Arnold era scomparso.
Mi dispiace molto che Arnold, un signore piuttosto simpatico, sia stato dato per disperso in una terra straniera.
Mia madre, però, non sembra troppo turbata dagli
eventi. Rick pensa che Arnold, in preda alla disperazione,
si sia gettato in mezzo a un branco di dingo per sfuggire a
mia madre. Non ha tutti i torti, forse. Dopotutto, chiunque
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avrebbe fatto lo stesso dopo sei mesi con lei, chiuso in una
specie di roulotte con pretese da camper.
Rick sta frugando nei sacchetti. «Panettone?», dice.
«Cos’è?»
«È una specie di pane dolce, una torta. Un incrocio dei
due, insomma. L’hai già assaggiato».
«Davvero? Non me lo ricordo».
«Piace a tutti», gli assicuro.
«A me no», mi corregge subito mia madre.
«A papà sì».
«Tuo padre, ormai, ama tutto quello che viene dall’estero», osserva.
In parte è vero, devo ammetterlo. Frank Britten era, prima
che mia madre lo abbandonasse, la persona più pantofolaia
e abitudinaria del mondo. Il suo universo comprendeva una
zona di trenta centimetri attorno alla poltrona preferita.
Mio padre, che fino ai settantadue anni aveva sempre considerato qualunque bevanda diversa da una mezza pinta di
birra amara appannaggio di “quelli dell’altra sponda”, decise a un certo punto che era gay. Ha conosciuto Samuel,
un dolcissimo libraio più giovane di me e Rick, che gli ha
reso la vita molto più interessante. Nessuno è rimasto più
sorpreso di me quando sono andati a convivere. A eccezione di mia madre, forse. Ancora non sono sicura che
abbia capito bene la natura del loro rapporto. E comunque,
ora che papà grazie a Samuel è diventato un membro entusiasta del club “dell’altra sponda”, i suoi gusti sono diventati
molto più esotici, non solo in “quel” campo. Ama la cucina
di altri Paesi, i viaggi all’estero, il buon vino, mastica diverse
lingue, gioca a scacchi, prepara da mangiare ispirandosi ai
libri di cucina di Jamie Oliver e Nigel Slater e, in genere, è
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una persona piacevolissima. Gli ci è voluto molto tempo
per scoprire le gioie della vita domestica, ma sono felice che
gli sia capitato.
«Tuo padre ha chiamato per dire che passa dopo con Samuel», dice Rick.
«Oh, bene. Ho delle cose per loro in uno degli altri sacchetti. Così possono portarsele a casa».
«Ma non vengono qui per Natale?»
«Sì».
«Allora perché compri cibo anche per loro?»
«Natale non dura solo un giorno, Rick».
«No», mormora. «Comincia in agosto, maledizione».
Esce pestando i piedi per prendere il resto della spesa.
«Allora, arriva questo tè?», chiede mia madre.
Ora mia madre è tornata definitivamente, e ha occupato
ancora una volta la camera di Chloe, per la costernazione
di mia figlia. Chloe se n’era andata dopo essere rimasta accidentalmente incinta del suo primo figlio, e aveva affittato
un appartamento con il suo compagno Mitch, padre del
piccolo Jaden e uomo che lei conosceva appena. Com’era
prevedibile ora sono separati, e lei è tornata a casa con
Jaden. Non sono nella posizione di rimproverarla, però,
visto che tanti anni fa Rick e io ci sposammo in modo piuttosto precipitoso, quando rimasi incinta di Tom.
Chloe non ci ha mai spiegato esattamente cosa non abbia
funzionato nel loro rapporto. Immagino fosse il fatto di
avere avuto un bambino con un tizio i cui gusti – che si
trattasse di bevande, film e destinazioni per le vacanze – le
erano ignoti. Fin dall’inizio mia figlia tornava a casa ogni
due settimane, per colpa di un litigio o di una scemenza.
Rick diceva che avremmo dovuto mandarla via, rispedirla
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a casa sua a risolvere le cose, ma io non ci riuscivo. È quello
che avrebbe fatto mia madre, e non mi andava di vedere
Chloe soffrire. Sapevo che le pesava che Mitch rientrasse
tardi dal lavoro, mentre lei, invece di uscire a divertirsi, doveva restare a casa con un neonato. Poi, il mese scorso,
senza nessuna spiegazione plausibile, è tornata a casa, a
quanto pare definitivamente. Mitch si è presentato alla
porta ogni sera per due settimane, implorandola di tornare,
ma lei non gli ha dato ascolto.
Fatica ad abituarsi al ruolo di adulta responsabile con un
figlio di cui occuparsi. Il fatto che tale responsabilità le sia
capitata per sbaglio invece di essere frutto di una scelta
consapevole ha, evidentemente, un certo peso: troppi cambiamenti radicali, insomma, e troppo presto. Chloe è sempre stata egoista, e ancora oggi ha la tendenza a pensare
solo a ciò che vuole. Mitch, d’altra parte, sembra un santo.
So che è diverso quando si vive con qualcuno: balzano all’occhio soprattutto i piccoli difetti. Ma non so cos’altro
potrebbe volere Chloe in un uomo. Però solo lei può prendere una decisione. Io posso soltanto mettermi a sua disposizione, aiutarla e sperare che, un giorno, capisca cosa
rischia di perdere e che cresca, prima o poi.
Come se mi avesse letto nel pensiero, proprio allora
Chloe entra con andatura goffa. «Cosa si mangia?».
Oh, e la cosa peggiore è che è incinta di nuovo. Un altro
piccolo “incidente”. Per fortuna il padre è lo stesso, quindi
dovrei almeno essere grata di quello, immagino. Forse è
stata la prossimità del parto a farle scattare qualcosa dentro, non so. Non ho idea di come ce la caveremo con un
altro piccolino in casa. Jaden è un bambino adorabile, ma
molto impegnativo. Non ricordo che Tom fosse tanto tur24
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bolento alla sua età. Forse è per via di quello che mettono
negli alimenti di oggi, tutti quei numeri preceduti dalla lettera “E”. La nascita è prevista per metà gennaio, e Chloe è
enorme. Prende proprio alla lettera il detto secondo cui le
donne incinte “mangiano per due”.
«Chi sei?», chiede mia madre.
«Dài, nonna, sveglia», ribatte Chloe. «Mettiti gli occhiali». Si siede accanto a sua nonna. «Ciao, Buster», mormora con dolcezza al cane. «Qualcuno ti ha dato il tuo
cioccolatino del calendario dell’Avvento, oggi?».
Il cane abbaia la sua protesta. Chloe, nonostante la sollecitudine dimostrata, non si alza per rimediare. Allora sono
io ad alzarmi e ad aprire il calendario dell’Avvento dei Simpson, e a lanciare in bocca a Buster il cioccolatino di Bart.
«Cos’hanno a che vedere con il Natale i Simpson?»,
chiede Rick rientrando con altre due sporte pesantissime.
«I calendari dell’Avvento non dovrebbero essere religiosi?»
«Dài, papà, mettiti al passo coi tempi», gli consiglia
Chloe. «Natale significa divertimento e regali. Cosa c’entra
Dio?».
A volte mi chiedo se i miei eccessi natalizi non abbiano
trasmesso il messaggio sbagliato.
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Capitolo 4
R
ick impreca sottovoce e torna fuori un’altra volta a
prendere il resto della spesa. Dovrebbe essere l’ultimo
giro. Perfino io provo una vaga inquietudine vedendo la
quantità di sacchetti. Ma sono sicura che la roba da mangiare non sia poi molta. Il problema è che oggi vendono
tutto in contenitori enormi.
Sono preoccupata per mia madre. Si comporta in modo
ancora più strano del solito. Da quando è venuta a vivere
con noi, abbiamo dovuto abituarci alla sua propensione
per abiti più adatti a una diciassettenne che a una signora
della sua età, al fatto che si tinga i capelli di colori improbabili, porti a casa uomini mai visti, conosciuti in locali notturni, che fumi marijuana di nascosto quando pensa che io
e Rick non ce ne accorgiamo. A tutto questo, ormai, ci
siamo adattati, purtroppo. Ma adesso sta sviluppando
nuove, inquietanti abitudini. Quando va in bagno, spesso
lascia i rubinetti aperti; una volta poi non ha nemmeno
tolto il tappo dal lavandino, e si è allagato tutto. Oppure
lascia acceso il fornello e se ne va in giardino. Spesso si infila il cardigan alla rovescia o, come oggi, lo abbottona di
traverso. La settimana scorsa è uscita con addosso scarpe
strane, e non dico strane alla Helena Bonham Carter. Forse
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è questione di età. È sempre stata quantomeno eccentrica.
Forse invecchiando l’eccentricità peggiora. Però sto cominciando a farmi prendere dall’ansia, perché questi piccoli
incidenti sembrano capitare con regolarità crescente.
«Metterò io il bollitore sul fuoco, va bene?», dice Rick
alzando la voce, lasciando cadere gli ultimi due sacchetti.
Temo che la sua pressione sia ormai oltre i livelli di guardia.
«Lascia stare, ci penso io», gli dico in tono conciliante.
«Siediti, tu».
«Vado nel capanno», annuncia invece con aria torva.
Forse è meglio così, perché in questo momento sembra sia
sul punto di fare a pezzi qualcosa.
«Ti porto lì il tè». Il capanno è il suo rifugio, il suo regno,
l’unico posto dove Rick riesce a starsene in pace in questi
giorni, visto che in casa regna il caos.
Accendo la fiamma sotto il bollitore e apro la confezione
delle mince pie, che sono state posate strategicamente in
cima a uno dei sacchetti.
Entra mio figlio Tom. «È il bollitore quello che sento?»
«Siediti, Frank, tesoro», dice mia madre. «Tra un minuto
ti preparo la cena». Non sono ancora le tre del pomeriggio.
«Questo è Tom», spiego con tatto a mia madre. «Tuo nipote».
«Oh». Lo guarda inespressiva.
«Accidenti, nonna», esclama Tom. La abbraccia e le
bacia la guancia secca e rugosa. A volte mi stupisce che mia
madre sia potuta diventare tanto vecchia. «Hai mica dell’erba buona che ti avanza?»
«Non incoraggiarla», lo imploro.
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«Apri le mince pie, mamma», mi suggerisce mio figlio.
«Sto morendo di fame».
Tom è nato affamato.
«Quel ragazzo non fa che mangiare», commenta mia
madre.
È proprio così.
«Non mangeresti tanto se dovessi pagartelo da solo»,
brontola Rick uscendo.
«Tranquillo, papà», dice Tom. «Mi troverò un lavoro».
Poi, quando Rick si è allontanato e non può più sentirlo,
aggiunge: «Prima o poi».
È una frase che Tom ripete spesso. È vero che ha avuto
più fidanzate – e fidanzati – che lavori. Non riusciamo a
restare al passo con la sessualità di nostro figlio. A volte
sfila in casa nostra una successione di ragazzi. Altre volte
sono giovani donne, una più improbabile dell’altra. A volte
gli uni e gli altri, lo stesso giorno. Facciamo del nostro meglio per ignorarlo. Cerco di non pensare ai miei figli che
fanno sesso, francamente. E poi, tutto quello che vogliamo
è che si sistemi e che sia felice. Be’, ecco, ammetto che tutto
quello che Rick vuole è che se ne vada di casa e che si mantenga da solo.
«Dove sei stato tutto il giorno?»
«A letto», risponde, in un tono che sembra denotare perplessità per la domanda.
«Pigrone», commenta Chloe.
«E tu sei stata in bagno tutta la mattina», protesta lui.
«Cos’altro dovevo fare?».
Il mio grande desiderio sarebbe una casa con due bagni.
Con sei di noi che vivono qui, e Chloe che usa la toilette
come fosse il suo ufficio privato, bisogna programmare con
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grande attenzione le visite in bagno. La nostra vita di famiglia sarebbe molto più armoniosa se ne avessimo due.
Anche Tom è appena tornato a vivere a casa. Grazie al
cielo, si lava molto meno di Chloe. Mio figlio ha ventisei
anni, e una laurea che, a quanto pare, non gli serve a niente.
Dopo l’università non è riuscito a mantenere nessun lavoro,
e non accenna a rimborsare il suo prestito per gli studi, che
ammonta a trentamila sterline. È stato in Cina, dove doveva
insegnare inglese. Ha resistito un mese, poi ha rotto con la
ragazza con cui era partito; non ricordo neppure il suo
nome, e penso che perfino Tom avrebbe qualche difficoltà
a farselo tornare in mente. Quando si sono separati, è andato in Australia con una persona nuova. Il lavoro che svolgeva al bar non riusciva neanche a pagare il conto del bar
stesso, e alla fine le circostanze economiche lo hanno costretto a tornare a casa. Abbiamo dovuto prenotargli il volo
su Internet e pagarglielo, cosa che non ha fatto impazzire
di gioia Rick. Tanto per usare un eufemismo. Anch’io a
volte mi chiedo se nostro figlio se ne andrà mai di casa di
sua spontanea volontà. Gli rendiamo le cose troppo facili,
secondo Rick, e temo che abbia ragione.
Con tutte le stanze da letto occupate, Tom dorme in sala
da pranzo su un futon che abbiamo comprato su eBay. Non
mi piace che dorma lì perché non so mai chi – uomo o
donna – entrerà in cucina il mattino dopo con addosso solo
la biancheria intima. Pensiamo che sia bisessuale, ma non
sono cose che si possano chiedere esplicitamente, no? Il
suo orientamento sessuale non ci riguarda più di tanto,
visto che è adulto, ormai. Cerchiamo di accettare le sue relazioni molteplici e varie, ma in tutta onestà, ecco, facciamo
del nostro meglio soprattutto per ignorarle. Inutile preci29
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sare che, se fossi stata ospite in casa altrui, non mi sarei mai
comportata così, ma ai giovani d’oggi non importa. Il fatto
che solo di rado ci capiti di vedere due volte la stessa faccia
certo non aiuta. Sono sicura che l’ipertensione di Rick migliorerà notevolmente quando Tom riuscirà ad andarsene.
Non sono le ragazze in mutandine a sconvolgerlo tanto,
comprensibilmente, ma qualche settimana fa per casa si aggirava un uomo in slip rosa, e ho temuto che a Rick venisse
un infarto. Nessuno dovrebbe subire uno spettacolo del
genere a colazione.
«Sii gentile, rimetti il bollitore sul fuoco», gli dico.
«Oh, mamma, perché non può pensarci lei?». Indica
Chloe con un dito, e lei risponde con una linguaccia.
«Perché l’ho chiesto a te, tesoro», dico.
Si alza come se si stesse preparando a scalare la parete
nord dell’Eiger, invece che per accendere il fornello. Ne
approfitta per servirsi di mince pie.
«Danne una anche alla nonna».
«Scusa, l’ho presa con le mani», dice mentre gliene allunga una.
Sto per fargli osservare che casa nostra è dotata di piatti,
ma è proprio il genere di commento che farebbe Rick, così
mi trattengo.
Voglio spostare Jaden dalla stanzetta degli ospiti e trasferirlo con Chloe in modo che Tom possa avere una vera
stanza da letto, ma Rick dice che così facendo lo incoraggeremmo a restare. Lì, però, c’è un letto singolo, quindi sarebbe più complicato per lui invitare gli ospiti a trattenersi
per la notte, un particolare che non posso evitare di considerare positivo. So bene che entrambi i miei figli fanno
sesso; il fatto è, però, che non pensavo che me lo avrebbero
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sbattuto in faccia mattina, pomeriggio e sera. Per fare sesso
quando eravamo giovani, io e Rick dovevamo accontentarci dei sedili posteriori della sua auto, e alla fine mettemmo su casa insieme. Mai e poi mai avremmo potuto
indulgere in esperienze carnali a casa dei nostri genitori.
Non si faceva e basta. Mi dispiace molto che quel modo di
pensare sia scomparso.
Per riuscire a far entrare il futon, abbiamo smontato il tavolo da pranzo – che tanto non mi piaceva più – poco dopo
aver sorpreso Tom, qualche tempo fa, che lo usava come
piano d’appoggio per un amplesso con una delle sue numerose conquiste. Nessuna madre dovrebbe vedere il sedere
nudo di suo figlio muoversi su e giù in quel modo. Il tavolo
è stato coperto con un telo di plastica e si trova attualmente
in garage, ma presto dovremo tornare a prenderlo, altrimenti
non sapremmo dove consumare il pranzo di Natale.
Mi preoccupo per i miei figli. Abbiamo cercato di fare
tutto il possibile per loro, ma mi chiedo se ci siamo riusciti
sul serio. Chloe ha ventiquattro anni, ma sembra così giovane. Sono sicura che a quindici anni io ero più matura di
lei. Però, è una madre single, e con il secondo figlio in arrivo. Crescerà mai, riuscirà a cavarsela da sola?
Anche Tom è un eterno adolescente. Non ha ambizioni,
non ha obiettivi, si accontenta di trascorrere le giornate a
giocare al computer e ad andarsene in giro con gli amici,
tutti immaturi quanto lui. Nessuno di loro è sposato, nessuno ha una casa propria. Si accontentano di uscire a bere
qualcosa, o di restare a casa a giocare alla Wii. È un comportamento normale per uomini della loro età? Forse sì.
Nessuno di loro sembra sentire il bisogno di crescere e di
prendere in mano la propria vita.
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Non era mia intenzione viziarli, ma penso che, invece, sia
proprio quello che abbiamo fatto.
Tom, distratto dal giornale in cima a uno dei miei sacchetti, non è riuscito ad arrivare al bollitore. Siccome so
che non lo farebbe nessun altro, mi accingo io stessa a preparare il tè che era stato promesso.
«Credo che chiederò a Babbo Natale una Porsche, questo Natale», dichiara Tom sfogliando il giornale.
«Grande», gli dà corda Chloe. «Ci sta il seggiolino da
neonati?».
Capite cosa intendo? Non c’è da stupirsi che, certi giorni,
mi senta tanto vecchia. La mia famiglia mi sta provocando
un invecchiamento accelerato, come se fossi un cane. Presto io e Buster avremo centodieci anni, e chi si occuperà di
noi tutti, allora?
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