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Mrs. Penny ha settant’anni, è sola e vorrebbe che diventassimo amiche. Lo so
benissimo. Ma io non voglio. E lei lo sa. Mi invaderebbe la vita. L’idea di trovarmi in balia
delle sue richieste e delle sue esigenza mi terrorizza, mi toglie il respiro.
Ma poi andai in farmacia e successe questo.
Vidi una vecchia strega. Stavo guardando una vecchia e pensai, una strega. Questo
perché avevo passato l’intera giornata a lavorare a un servizio, “Stereotipi di donne, allora e
adesso”. Quell’allora non era specificato con esattezza, la tarda età vittoriana forse, la
vecchia signora di classe, la madre di tanti figli, la zia nubile e invalida, la Donna Nuova, la
moglie del missionario, eccetera. Dovevo scegliere tra circa quaranta fotografie e schizzi.
Tra questi, anche quello di una strega, ma l’avevo scartato. Ed ora era lì, accanto a me, in
farmacia. Una donnina minuscola, curva, con un naso che scendeva a incontrare il mento,
vestiti pesanti e polverosi, neri, e qualcosa di non troppo dissimile da una cuffia vittoriana
in testa. Si accorse che la guardavo, mi mise in mano la ricetta medica e mi disse, “Cos’è
questo? Me lo prenda lei.” Occhi azzurri bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigie, ma c’era
qualcosa di meravigliosamente dolce nel suo sguardo.
Mi piacque subito, chissà perché. Presi la ricetta e sapevo che la cosa non sarebbe
finita lì. “Certo,” dissi. “Ma perché? Il farmacista è stato poco gentile con lei?” Scherzavo: e
lei rispose subito, scuotendo vigorosamente la testa.
“No, quel ragazzo non capisce e io non so mai di cosa sta parlando.”
Il ragazzo era il giovane farmacista ritto dietro il banco con le mani appoggiate al
ripiano, attento, sorridente: la conosceva bene, si vedeva.
“La ricetta è per un sedativo,” dissi.
Lei disse, “Questo lo so,” e piantò le dita sulla carta che avevo appoggiato, aperta,
alla borsetta.
“Ma non aspirina, no?”
Dissi, “È una cosa di nome Valium.”
“Proprio quello che pensavo. Non è un analgesico, è uno stupefacente,” disse lei.
Il farmacista rise. “Ma no, niente di così drammatico,” disse.
Io dissi, “L’ho preso anch’io qualche volta.”
Lei disse, “L’ho detto, al dottore, aspirina – ecco cosa gli ho chiesto. Ma anche loro,
i dottori, sono dei buoni a nulla.”
Tutto questo aspra e tremante, con una sorta di gaiezza. Ce ne stavamo lì tutti e tre
in piedi, a ridere, eppure lei era così arrabbiata.
“Vuole che le dia dell’aspirina, Mrs. Fowler?”
Sì, sì. Non ho intenzione di prendere questa roba che istupidisce.”
Lui le diede l’aspirina, prese i soldi, che lei tirò fuori dalle profondità di una gran
borsa color ruggine contandoli lentamente, una moneta dopo l’altra. Poi il farmacista prese
i soldi dei miei acquisti – smalto per unghie, fard, ombretto, eye liner, rossetto, lucidalabbra,
cipria, mascara. Tutto quanto. Avevo finito ogni tipo di cosmetico. La vecchia restò a
guardarmi, con un’espressione suca, caratteristica, ora lo so, l’espressione dura e riflessiva di
chi vuol davvero capire. Di chi cerca di afferrare un concetto.
Adattai il mio passo al suo e uscii dal negozio con lei. Fuori, sul marciapiede, non
mi guardò, ma c’era una richiesta nel suo comportamento. Le camminai accanto. Era
difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne
accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e
faceva un altro passo. Pensai al modo in cui giravo per le strade, tutti i giorni, velocissima, e
a come non mi fossi mai accorta di Mrs. Fowler, che pure abitava vicino a me, e
all’improvviso guardai su e giù per la strada e le vidi – donne anziane. Anche uomini
anziani, naturalmente, ma per lo più erano donne. Camminavano lentamente. Si fermavano
a coppie o a gruppetti, a parlare. Oppure sedevano sulla panchina all’angolo, sotto il
platano. Non le avevo mai viste. Questo perché avevo paura di essere come loro. Avevo
paura, mentre camminavo accanto alla vecchia. Era il suo odore, un odore dolce, acre,
polveroso. Vidi la sporcizia sul suo vecchio collo sottile, e sulle mani.
La casa aveva il parapetto rotto, i gradini rotti e scheggiati. Senza guardarmi, perché
non aveva intenzione di chiedermi di entrare, la vecchia scese attentamente i gradini e si
fermò davanti a una porta rabberciata alla meglio con una rozza asse di legno inchiodata di
traverso. Quella porta non avrebbe tenuto a bada neppure un gatto deciso a entrare, ma la
vecchia frugò in cerca di una chiave, la trovò, finalmente, aguzzò lo sguardo in cerca della
serratura, e aprì. Io entrai con lei, col cuore che mi doleva e lo stomaco in rivolta per via
dell’odore. Che quel giorno era di pesce troppo cotto. Entrammo i n un lungo corridoio
buio.
Lo percorremmo fino alla “cucina”. Non avevo mai visto niente del genere se non
tra le foto di della pratica “Indigenti” che tenevamo in ufficio, case destinate a essere
abbattute e roba del genere. La cucina era un prolungamento del corridoio, con un vecchio
fornello a gas, nero e unto, un vecchio lavandino di porcellana bianca, pieno d crepe e
giallo di grasso, con un solo rubinetto, quello dell’acqua fredda, avvolto in vecchi stracci,
che sgocciolava metodicamente. Un vecchio tavolo di legno, piuttosto bello, con alcuni
piatti evidentemente “lavati” ma incrostati di sudiciume. Le pareti erano umide e macchiate.
L’intera stanza puzzava, un puzzo orribile… Mrs. Fowler non mi guardò, mentre deponeva
il pane, i biscotti e il cibo per i gatti. I colori brillanti, nitidi, delle confezioni e delle
scatolette in quel posto orribile. Lei se ne vergognava, ma non aveva nessuna intenzione di
scusarsi. Disse in tono brusco ma in un certo senso accattivante, “Lei vada nella mia stanza
e si sieda dove vuole.”
La stanza in cui entrai conteneva una vecchia stufa di ferro nero che mandava un
luccichio di fiamme. Due poltrone vetuste e incredibilmente malridotte. Un altro bel tavolo
di legno, vecchio, coperto di carta di giornale. Un divano pieno di vestiti e fagotti. E un
gatto giallo sul pavimento. Era tutto così sudicio, squallido, triste, orribile. Pensai a tutte noi
che scrivevamo di decorazioni, mobili e colori – a come cambiava il gusto, alla quantità do
oggetti che buttavamo via, sempre stanche di tutto. E c’era questa cucina, la cui foto, se
l’avessimo pubblicata, ci avrebbe sommerso di donazioni di lettori.
Mrs. Fowler arrivò con una vecchia teiera marrone e un paio di tazze da tè, di
porcellana, piuttosto graziose. Fu la cosa più difficile che avessi mai fatto, bere da quella
tazza sporca. Non parlammo molto perché non volevo rivolgerle domande dirette, e lei
tremava di orgoglio e dignità. Continuava ad accarezzare la gatta – “Bellezza mia, tesoro,”
in tono duro ma con una sorta di dolcezza – e disse senza guardarmi, “Quand’ero giovane
mio padre aveva un negozio, e poi abbiamo avuto una casa in St. John’s Wood, e così lo so
come dovrebbero essere le cose.”
E quando mi accomiatai disse, sempre senza guardarmi, “Suppongo che non ci
vedremo più…” E io dissi, “Potremmo vederci, se vuole.” Allora mi guardò, e c’era un
leggero sorriso nei suoi occhi, e io dissi, “verrò sabato pomeriggio a prendere il tè, se
vuole.”
“Oh, ma certo che voglio, certo che voglio.” E tra di noi si stabilì un attimo di
intimità: ecco la parola giusta. Eppure lei era così orgogliosa, non voleva chiedermi niente,
poi si voltò dall’altra parte e ricominciò ad accarezzare la gatta: Oh, carina, bellezza mia.
Quella sera tornai a casa in preda al panico. Mi ero compromessa, mi ero
impegnata.
D. Lessing, Il diario di Jane Somers
Traduzione di M. Caramella
© 1986 Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano