Umberto Saba, traumi infantili di ieri e di oggi

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Umberto Saba, traumi infantili di ieri e di oggi
Umberto Saba, traumi infantili di ieri e di oggi
Nell’analizzare la produzione poetica di Umberto Saba, appare strettissimo fin da subito, ad una
prima e rapida lettura del Canzoniere, il legame tra la poetica dell’autore e la sua biografia.
In particolare emergono le ripercussioni della traumatica e tormentata infanzia vissuta dal giovane
Umberto, che hanno giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo psicologico del Saba adulto.
Nella nostra tesina ci siamo soffermati quindi sul rapporto tra l’autore e i suoi genitori, e la
relazione tra questo rapporto e la crescita letteraria di Saba.
Questa relazione può essere spiegata in maniera superficiale dalla biografia di Umberto Saba,
soprattutto dei suoi primi anni di vita:
 1883: Il 9 marzo nasce a Trieste Umberto Saba. Trieste apparteneva allora all’Impero Austro
Ungarico, ma Saba ottenne la cittadinanza Italiana poiché il padre,Ugo Edoardo Poli, era
discendente di una nobile famiglia italiana. La madre, Felicita Rachele Cohen, apparteneva
ad una famiglia ebraica di piccoli commercianti. Nello stesso anno il padre abbandona il
nucleo famigliare.
 1884: Il piccolissimo Umberto viene affidato alle cure di una balia, la slovena Gioseffa
Gabrovich Schobar, detta Peppa.
 1886: La madre, all’età di tre anni, riprende Umberto sotto la sua custodia e la sua cura,
allontanandolo dalla balia.
 1903: Dopo aver seguito con scarsi risultati il il Ginnasio Dante Alighieri ed essersi
diplomato a fatica, si trasferisce a Pisa, dove segue dapprima dei corsi di letteratura italiana,
per poi dedicarsi allo studio di archeologia, tedesco e latino.
 Nell'estate del 1904, a causa di un litigio con l'amico Chiesa, cadde in forte depressione e
decise di ritornare a Trieste.
L’affidamento alla balia Peppa Sabaz ha pertanto avuto, neanche a dirlo, un ruolo fondamentale e di
primo piano in molte opere di Umberto Saba.
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Nella breve raccolta “tre poesia alla mia Balia” Umberto Saba adulto ripercorre gli episodi che lo
hanno spinto a cercare e rincontrare la balia che lo aveva cresciuto fino all’età di tre anni.
La prima poesia si apre con la figura della figlia di Saba…
Mia figlia
mi tiene il braccio intorno al collo, ignudo;
ed io alla sua carezza mi addormento.
Divento
legno in mare caduto che sull’onda
galleggia. E dove alla vicina sponda
anelo, il flutto mi porta lontano,
oh, come sento che lottare è vano!
Oh, come in petto per dolcezza il cuore
vien meno!
Al seno
approdo di colei che Berto ancora
mi chiama, al primo, amoroso seno,
ai verdi paradisi dell’infanzia.
La strofa d’apertura propone un normale quadretto di vita familiare, con la figura del padre che si
addormenta teneramente abbracciato dalla sua bimba, la piccola Linetta. Durante il sonno Saba si
sente come un tronco in acqua, trasportato inesorabilmente a riva. Questa riva è però una metafora,
che rappresenta la balia Peppa, alla quale dopo quarant’anni Umberto si ricongiunge.
Nella seconda poesia della raccolta, abbiamo il risveglio del poeta…
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Insonne
mi levo all’alba. Che farà la mia
vecchia nutrice? Posso forse ancora
là ritrovarla, nel suo negozietto?
Come vive, se vive? E a lei mi affretto,
pure una volta, con il cuore ansante.
Eccola: è viva; in piedi dopo tante
vicende e tante stagioni. Un sorriso
illumina, a vedermi, il volto ancora
bello per me, misterioso. E’ l’ora
a lei d’ aprire. Ad aiutarla accorso
scalzo fanciullo, del nativo colle
tutto improntato, la persona chiana
leggera, ed alza la saracinesca.
Nella rosata in cielo e in terra fresca
mattina io ben la ritrovavo. E sono
a lei d’allora. Quel fanciullo io sono
che a lei spontaneo soccorreva; immagine
di me, d’uno di me perduto…
Umberto si è quindi risvegliato dal sonno alle prime luci dell’alba col pensiero fisso della sua
anziana balia, che ormai non vede da anni. Si affretta quindi a recarsi nella vecchia bottega della
donna, sperando di ritrovarla lì, esattamente dove la l’aveva lasciata quarant’anni prima. La balia
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era proprio in quel luogo e Saba si immerge in un ricordo: lui stesso da bambino, intento ad aiutare
la sua nutrice ad alzare la saracinesca del piccolo negozietto che gestiva.
Nella terza e ultima delle tre poesia della raccolta troviamo Umberto Saba intento a passare del
tempo a casa della balia ormai ritrovata. Ripercorre con la mente il giorno in cui i due furono
allontanati, rammaricato di aver perduto quarant’anni senza di lei. Umberto è molto lieto di poter
regolare l’ora dell’orologio nella casa della balia, azione che compieva quotidianamente il marito
della balia stessa, oramai deceduto. La poesia termina con la vecchia nutrice che invita Saba a fare
rientro nella propria casa, dove moglie e figlia lo attendono …
… Un grido
s’alza di bimbo sulle scale. E piange
anche la donna cha va via. Si frange
per sempre un cuore in quel momento.
Adesso
sono passati quasi quarant’anni.
Il bimbo
è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto
di molti beni e molti mali. E’ Umberto
Saba quel bimbo. E va, di pace in cerca,
a conversare colla sua nutrice;
che anch’ella fu di lasciarlo infelice,
non volontaria lo lasciava. Il mondo
fu a lui sospetto d’allora, fu sempre
(o tale almeno gli parve) nemico.
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Appeso al muro è un orologio antico
così che manda un suono quasi morto.
Lo regolava nel tempo felice
il dolce balio; è un caro a lui conforto
regolarlo in suo luogo. Anche gli piace
a sera accendere il lume, restare
da lei gli piace, fin ch’ella gli dice:
“E’ tardi. Torna da tua moglie, Berto”.
In questo ciclo di tre poesie emerge tutto il dolore e il rammarico suscitato in Saba prima
dall’allontanamento dalla sua balia, dei successivi quarant’anni in cui non si sono più rivisti, ed
infine emerge tutta la gioia per averla finalmente riabbracciata.
Negli anni dell’infanzia la situazione psicologica del giovane Umberto non migliorò di certo: nella
poesia “la mia infanzia fu povera e beata” emergono tutti i motivi del tormento interiore del già
fragile animo del poeta. Grazie alle moderne teorie psicoanalitiche oggi sappiamo quanto i primi
anni di vita siano decisivi nel futuro sviluppo emotivo di una persona e quanto influenzino le sue
scelte di vita. La madre di Saba con la scelta di affidare il figlio ad una balia prima, sottoporlo alle
attente cure della zia poi, unito all’assenza del padre, contribuì a creare una confusione di ruoli e
una dolorosa mancanza nel piccolo Umberto. Palese è questa confusione nella prima strofa:
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La mia infanzia fu povera e beata
di pochi amici, di qualche animale;
con una zia benefica ed amata
come la madre, e in cielo iddio immortale.
Emerge qui la figura della Zia materna di Saba, Zia Regina. L’emergere di una seconda figura
materna è un aspetto decisamente significativo perché delinea quello sdoppiamento fra la “madre di
gioia” e la “madre mesta” che, seppur affrontato con toni diversi, sarà sempre presente e centrale
nel Canzoniere.
La poesia continua con il ricordo delle prime volte in cui il giovanissimo Saba si esibiva nella
lettura delle sue prime poesie dinanzi i propri compagni di classe, che lo beffeggiavano e si
prendevano gioco di lui. Tra le risate generali Umberto sentiva però una voce, proveniente da
dentro di sé…
All’angelo custode era lasciata
sgombra, la notte, metà del guanciale;
ma più cara la sua forma ho sognata
dolo la prima dolcezza carnale.
Di risa irrefrenabili i compagni,
e a me di strano fervore argomento,
quando alla scuola i versi recitavo;
tra fischi, cori, animaleschi lagni,
ancor mi vedo in quella bolgia, e sento
solo un’ intima voce dirmi bravo.
Tuttavia, mentre la “madre mesta” corrisponde alla madre biologica, la “madre di gioia” non è la zia
Regina, ma rappresenta indiscutibilmente la balia Peppa Sabaz, per la quale il poeta continuerà a
nutrire un profondo ed immutato affetto. Ecco dunque come la disgregazione della figura materna
veda coinvolte addirittura tre persone: la vera madre, la zia Regina e la balia.
E’ vero che Saba arriva a scrivere parole molto significative alla zia (“…mi volevi bene, forse più
bene di mia madre; ed eri la sola persona della famiglia che ascoltasse volentieri le mie prime
poesie ed i miei primi racconti…”), ma più importante di lei è senza dubbio l’adorata balia, che può
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forse essere considerata la persona più vicina al modello di madre affettuosa che il poeta celebra e
rimpiange tanto.
Di seguito un altro esempio di poesia in cui Saba racconta l’allontanamento dalla balia e il
ricongiungimento con sua madre, tratto dal “piccolo Berto”:
Nella mia prima infanzia militare
schioppi e tamburi erano i miei giocattoli;
come gli altri una fiaba, io la canzone
amavo udire dei coscritti.
Quando
con sé mia madre poi mi volle, accanto
mi pose, a guardia, il timore. Vestito
più non mi vide da soldato, in visita
da noi venendo, la mia balia. Assidui
moniti udivo da mia madre; i casi
della sua vita, dolorosi e mesti.
E fu il bambin dalle calze celesti,
dagli occhi pieni di un muto rimprovero,
buono a sua madre e affettuoso. Schioppi
più non ebbi e tamburi. Ma nel cuore
io li celai; ma nel profondo cuore
furono un giorno i versi militari;
oggi sono altra cosa: il bel pensiero,
forse, onde resto in tanto strazio vivo.
All’interno della poesia l’autore racconta i giochi di guerra con i quali da piccolo aveva potuto
divertirsi finché aveva abitato con la balia e dei quali invece era stato successivamente privato dalla
madre. Quest’ultima infatti tendeva a reprimere, nel piccolo Saba, con la propria severità, i caratteri
della mascolinità a lei sgraditi per l’infelice esperienza matrimoniale.
Alla severità materna, Berto non reagisce in modo aggressivo, e anzi nasconde dentro di sé la
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propria privazione: è “buono” e “affettuoso” con la madre, anche se interiormente le rimprovera di
impedirgli i suoi giochi e, al di là di questo, di averlo sottratto alla vita felice con la balia.
Saba avrà l’impressione di essersi liberato dalla repressiva figura materna quando, con chiaro
legame simbolico, maneggerà veramente fucili e divise da soldato. Il giovane è combattuto tra il
desiderio di ribellarsi alla madre o di mostrarsi quieto e remissivo, per compiacerla.
Berto sceglie così di non giocare più con schioppi e tamburi, e obbedisce alla madre, comportandosi
in maniera buona e affettuosa con lei, e tuttavia difende i giochi preferiti (e il loro significato
simbolico) dentro di sé, esprimendo questa tacita e innocua ribellione alla madre nel “muto
rimprovero” dei propri occhi.
La presenza di queste tre donne nella vita di Saba, oltre naturalmente alla moglie Lina, e
l’insopportabile assenza della figura paterna, spingono spesso il poeta a cercare di assomigliare al
proprio padre, ad identificarsi con lui e soprattutto a colpevolizzarlo per la sua fragilità e per la sua
infelicità, come suggeritogli dalla madre. Conoscendo il padre però Saba comprende che egli non ha
grandi colpe e lo giustifica per l’abbandono della famiglia. Nella poesia “mio padre è stato per me
l’assassino” il poeta esprime tutto ciò…
Mio padre è stato per me “l’assassino”;
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.
Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna l’ha amato e pasciuto.
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Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.
“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”:
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in antica tenzone.
Questo è uno dei rari componimenti in cui il poeta Saba parla del padre. Qui egli parla ai lettori del
padre, del suo difficile rapporto che quest’ultimo aveva con la donna, dell’odio di questa. Poi ce ne
rivela il carattere e sottolinea le straordinarie affinità, non solamente fisiche, che lo legavano al
padre. Quindi sottolinea la diversità di carattere fra i due genitori e l’impossibilità della loro
convivenza, lo scontro di “due razze” che egli stesso avrebbe sentito, in seguito, in lotta dentro di
sé.
Dal testo emerge immediatamente, alla prima riga, l’odio ed il rancore con cui la madre ricordava
l’uomo, definito “l’assassino” perché aveva ucciso le sue speranze di formare una famiglia e di
vivere una vita serena. Dalla bocca della donna non esce una sola parola positiva, solo rancore e
giudizi negativi ("Non somigliare - ammoniva - a tuo padre"), ma, quando Saba, ormai cresciuto,
incontra l’uomo, scopre che l’immagine passatagli dalla madre non corrisponde alla realtà.
Il genitore non è un essere crudele e meschino, ma semplicemente un bambino, che prende tutto con
leggerezza, sorride in modo furbo di fronte alle avversità, sicuro di cavarsela comunque, è allegro e
superficiale, ama le cose belle (comprese le donne e le conquiste).
Il ritratto che il poeta fa del padre è insieme bonario e compassionevole, egli dipinge un uomo che
non si comporta in modo poco responsabile per disonestà, ma per semplice incapacità di prendersi
delle responsabilità.
Nelle parole di Umberto si intravede quasi una rassegnata giustificazione del comportamento
paterno e, insieme, una riflessione sulla enorme differenza di carattere tra i due genitori(Egli era
gaio e leggero; mia madre / tutti sentiva della vita i pesi). La donna, anche se avesse voluto, non
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avrebbe potuto trattenere l’uomo presso di sé e legarlo alle proprie responsabilità di padre, come
chiarisce la similitudine del v. 11 (Di mano ei gli sfuggì come un pallone”): il padre scappa,
sottraendosi alla presa della moglie, come un palloncino che sfugge dalle dita di un bimbo e si alza
in cielo. Questo paragone lascia intravvedere anche il perdono di Umberto verso il genitore che non
è responsabile del suo allontanamento, come non lo è il palloncino che vola in cielo, obbedendo
semplicemente alla sua naturale leggerezza.
I due, sembra concludere Saba, erano troppo diversi, avevano concezioni della vita opposte e non
avrebbero mai potuto andare d’accordo, al punto da sembrare due razze in perenne disaccordo
(“eran due razze in antica tenzone“).
Nonostante questa lotta fra i due genitori Saba concede però al padre, mai visto prima, di avergli
lasciato, a suo modo, un dono, cioè gli occhi chiari che egli considera la sua unica attrattiva (“il
dono ch'io ho da lui l'ho avuto”).
La poesia ha un tono sereno e pacifico, il poeta non rimprovera nulla al genitore latitante e non gli
attribuisce tutte le colpe come invece fa la madre abbandonata.
Sarebbe molto interessante ripercorrere le tappe che negli ultimi anni hanno portato ad analizzare il
problema che abbiamo trattato in ogni sua forma e sfaccettature, concentrandoci in particolare sul
dibattito avvenuto nel secolo scorso riguardante il ruolo del trauma sulla psicologia dell’infante.
Freud, Janet, Charcot e Bleurell, vissuti al tempo di Saba, furono pionieri nel tentativo di
individuare una connessione tra eventi traumatici vissuti in età infantile e disordini psichici nel
soggetto adulto.
Oltre 100 anni più tardi il dibattito è ancora aperto. Durante il secolo scorso, il ruolo del trauma,
come origine di disturbi nel bambino e nell’adulto, è stato spesso oscurato e minimizzato. In realtà
la maggior parte dei terapeuti sa bene quanto sia frequente che i sintomi riportati dai pazienti siano
ascrivibili ad esperienze traumatiche pregresse. Dall’inizio degli anni novanta molti sono stati
coloro che hanno dedicato le loro ricerche a documentare la connessione tra i traumi infantili e le
ripercussioni sulla psicologia dell’uomo adulto. Il termine trauma viene solitamente ricondotto ad
eventi di grossa portata che avrebbero una ripercussione negativa su ogni persona. La dilatazione
progressiva di questo concetto ha, però, indotto alcuni autori a considerare le situazioni traumatiche
come non esclusivamente correlate a specifiche diagnosi post traumatiche. In virtù di questa
costatazione, possiamo esaminare il concetto di trauma a partire dall’interpretazione personale che
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il soggetto fa degli eventi, focalizzandoci, dunque, su quelle situazioni che pur non oggettivamente
intense, costituiscono comunque per l’individuo un fattore di stress. Per semplificare quanto appena
detto, possiamo ricorrere ad un evento di vita quotidiana che però può costituire un fattore
traumatico per la persona che lo vive.
L’origine mentale dei disagi legati all’infanzia è dunque così spiegata dal punto vista scientifico.
Storicamente abbiamo però già esempi di questi traumi legati all’adolescenza nelle poesie di
Esiodo, autore greco vissuto tra l’ottavo ed il settimo secolo avanti Cristo:
“Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo,
se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi,
perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile,
irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane
mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori:
la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.”
Colpiscono l’attualità di queste parole che riecheggiano nei secoli, così vere, così presenti, tanto che
non ci si accorge che sono state scritte 2.700 anni fa.
Anche una grande cantante italiana, Paola Turci, ha trattato il tema del disagio infantile, con una
canzone dal testo sì forte, ma che in alcuni passaggi, spinge alla riflessione in questo ambito:
Bambino
Armato e disarmato in una foto
Senza felicità
Sfogliato e impaginato in questa vita
sola
Che non ti guarirà
Crescerò e sarò un po’ più uomo
ancora
Un’altra guerra mi cullerà
Crescerò combatterò questa paura
Che ora mi libera
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Ragazzini che
Sanno tutto dell’amore che si prende
e non si dà
Tuo padre il suo passato assassinato
Desapareçidos
Ragazzini corrono sui muri neri di città
Sanno tutto dell’amore che si prende
e non si dà
Sanno vendere il silenzio e il male
La loro poca libertà
E alla pietà
Bambini, bambini
Bambino
Armato e disarmato in una foto senza
felicità
Sfogliato e impaginato in questa vita
sola
Che ti sorriderà
Nel corso dello svolgimento di questa tesina ci siamo a lungo interrogati e abbiamo avuto modo di
riflettere in maniera profonda su tutti i temi che riguardano la situazione dell’infanzia del Poeta
studiato, e abbiamo potuto confrontarli con le tematiche più attuali a noi vicine. Emerge fin dal
principio come Saba fosse un bambino conteso. Conteso tra la madre e la balia, con la madre che
riprese il giovane Umberto dalle cure di quest’ultima dopo averle affidato il figlio. Conteso tra la
madre e la zia, con quest’ultima che avrà un ruolo fondamentale nella vita e quindi nella poetica
dell’autore. Oggi giorno sentir parlare di queste vicende, ovviamente attualizzate, è quotidianità.
Infatti sui giornali, in televisione o alla radio si ha notizia di eventi di questo genere. Abbiamo
situazioni simili e molto difficoltose nei casi di divorzio, sempre più numerosi e allo stesso tempo
con un tasso di disaffezionamento da parte del bambino verso i propri genitori molto elevato. Ciò
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accade perché il bambino diventa oggetto del contendere da parte degli adulti, ma troppo spesso in
maniera diversa da quello che accadde a Saba. Saba era infatti conteso per ragioni prevalentemente
affettive, con la madre che rivolgeva verso suo figlio eccessive attenzioni e premure,
comportamento che ci rimanda inevitabilmente alla biografia della gioventù di un altro dei padri
della nostra letteratura: Giacomo Leopardi. Nei casi giudiziari odierni invece il bambino è visto
come una pedina di scambio per poter trattare di questioni economiche ed in generale di carattere
materialista.
Si può quindi affermare che Saba visse un trauma molto più “affettivo” di quanto si possa
generalmente pensare, e comunque meno artificioso di ciò a cui molti giovani sono soggetti negli
ultimi anni.
Viviana Virgilio
Classe 4B indirizzo linguistico
Jacopo Staccoli
Classe 5E indirizzo linguistico
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