Primo confine L`abbandono VÈSTITI! Luce. Finestra

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Primo confine L`abbandono VÈSTITI! Luce. Finestra
Primo confine
L’abbandono
VÈSTITI!
Luce. Finestra che prende forma.
Sono solo le sei del mattino ed ho ancora due ore
da passare come voglio, nel letto forse.
L’ho lasciato da un mese. Mi sono scrollata tutto
dalle spalle e sono corsa via. Leggerezza, incertezza, una miscela di desiderio inespresso. Eppure libertà!
Azzerare tutto per poi ripartire come nuova, come
nata adesso. Occhi aperti ed il ricordo della sera
prima. Eccolo materializzarsi dalle ombre di questa
stanza.
Non ho fumato, mai, nemmeno una sigaretta, ma
non mi dispiace bere. Bevo quel poco che basta per
sentire che l’alcol è in circolo.
E ieri, con la candela alla vaniglia, ho brindato al
confine di quel bicchiere con le labbra. Adesso la finestra fa più luce e gli oggetti si sono materializzati. È così facile perdere mistero, annullare il fascino
di un comportamento, smettere di amare, anzi di voler
bene. Oggi è tutto facile. Basta alzarsi in modo diverso e decidere.
La coperta è pesante il primo dicembre. I vestiti
mi aspettano all’appuntamento con il ruolo.
– Vèstiti!
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Barbara Sarri
Da me cado in un’altra. Quella del lavoro. Perché al mondo d’oggi tutto è lavoro, anche la passione, anche l’amore.
REGINA
Mi chiamo Regina e sono una semplice segretaria. Ho scelto un lavoro lontano dal confine con me
stessa. Il mio sogno era un altro, volevo fare l’avvocato. Avevo cominciato a studiare alla Facoltà di
Giurisprudenza, prendendo per tre anni di fila la
borsa di studio.
Poi la grande avventura del lavoro come segretaria in un’azienda. Mi sono abituata all’indipendenza, a uno stipendio fisso. Così sono giunta a Roma.
Sono partita. Ho lasciato la mia famiglia a Genova per avventurarmi nella grande metropoli, tutto
questo ha un po’ il sapore di un film e mi piace.
“Incidente all’uscita dell’Ardeatina sul Grande
Raccordo Anulare, nessun ferito grave, tre chilometri di coda”.
La radio parla nel sottofondo dei clacson. Sono
all’entrata del Grande Raccordo Anulare e, come ogni mattina, c’è traffico.
Traffico.
Parola protagonista di almeno una frazione della
giornata. Facce arrabbiate al mattino che si tendono
davanti al semaforo, all’entrata delle grandi strade,
una in fila all’altra, anonime, sotto il sole o la pioggia. Siamo di nuovo fermi, pochi centimetri mi separano dalle altre automobili.
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Regina
A fianco alla mia, nella sua Mercedes Slk grigia,
un uomo pelato con occhiali e baffi legge tranquillamente il giornale, mentre poco più in là una donna
rossa nella Kia verde finisce di truccarsi allo specchietto retrovisore.
Io ho addosso la mia uniforme: un tailleur nero
con la camicetta di seta bianca e il collant rigorosamente color carne, così come desidera Grassi, uno
dei notai più importanti di Roma. Finalmente arrivo al piazzale dell’ufficio, al campanello del portone.
L’ufficio di Grassi è vicino al Colosseo. Io lascio
quasi sempre la macchina a Piramide, poi vado con
i mezzi, non si trova facilmente parcheggio in centro. L’edificio dove il mio capo ha l’ufficio è una
villa ottocentesca tutta restaurata, a tre piani, ci siamo trasferiti qui l’anno scorso, prima Grassi stava a
Ostia e la mia vita era molto più semplice.
Il portone di Villa Maria è immenso. Provo a
suonare. Nessuna risposta, sono in anticipo. Che
noia! Ho il mazzo di chiavi in fondo alla borsa.
Oggi sono arrivata solo in 55 minuti, una vera
fortuna, quando piove Roma si blocca e ci metto
quasi due ore a venire al lavoro. Ecco le chiavi.
Terzo piano. La veduta dall’ufficio del notaio è la
più bella del palazzo.
MOVIMENTI D’UFFICIO
Quest’uomo non ha pace. Sua moglie non sa di
avere un marito che puntualmente le mette le corna
con ogni donna piacente. Sono le dodici, dovrei en15
Barbara Sarri
trare nel suo ufficio. È arrivato un pacco che attendeva. Non risponde al telefono e sento rumori sul divanetto color crema.
Cora ha solo ventidue anni, l’ha mandata la madre, una delle poche donne che viene dal notaio malgrado il suo stipendio sia così inconsistente. Sono
di origine rumena, il padre è un perito tecnico industriale e la madre, bellissima, come la figlia d’altronde, lavora come badante e donna delle pulizie.
– Ci sono tanti modi per pagare... – dice sempre
Grassi con un sorriso disgustoso sulle labbra –
basta che in un modo o nell’altro si saldino tutti i
conti!
Gli urletti finali di lui sono un classico. Adesso
cinque minuti per permetterle di rivestirsi e poi la
butta fuori.
Squilla il telefono, è lui.
– Regina?
– Mi dica, signor Grassi.
– Un whisky-cowboy.
Il bicchierino dopo il sigaro è un rito. Si apre la
porta. Cora esce tutta spettinata. Con un sorriso imbarazzato mi chiede dov’è il bagno. Mi alzo e glielo indico. Qualche minuto ed eccola di nuovo in ordine.
– Regina, si muova! – strilla Grassi quando mi
vede ancora girare intorno alla scrivania.
Io e Cora aspettiamo l’ascensore. Lei ha lo sguardo rivolto in basso. Le scarpe ghepardate col tacco
all’ultima moda sono ancora più stonate addosso a
una ragazzina. Poi noto la borsa, la cintura, tutto abbinato.
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Regina
– Piano terra, vero? – chiede timidamente.
– Sì – le sorrido.
Mi si è avvicinata e posso vedere i suoi occhi
scuri velati di rosso, indovinare il balsamo dei suoi
capelli. Secondo, primo, piano terra. L’ascensore si
apre, lei va alla fermata della metro, io dal whiskycowboy di fronte all’ufficio.
IL RUMORE DEL SILENZIO
Ho apparecchiato a malapena. In questi giorni
uso i piattini di carta, come ai compleanni dei bambini.
Con Carlo tutto doveva essere perfetto: il tovagliolo intonato con la tovaglia, il bicchiere trasparente che controllava controluce. Come si arrabbiava se il bicchiere non luccicava come un gioiello. E
non era impresa semplice, vista l’acqua piena di
calcare che usciva dal rubinetto di quella specie di
cucina. Riusciva anche a trovare le ombreggiature
nei calici che ci portavano al ristorante. Qui l’acqua
è migliore ed io sono meno pretenziosa e libera. Libera di fare tutto con i miei ritmi più lenti.
La mia cena è in tavola con la candela profumata. Mi rendo conto solo ora che convivere vuol dire
sottostare a tante piccole forzature che la vita da
single ti evita.
Silenzi, rumori: “il rumore del silenzio”.
Ancora mi ricordo di quell’anziano signore incontrato in treno fra Genova e La Spezia.
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