tra arte e design - Città dei Mestieri

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tra arte e design - Città dei Mestieri
40
gen/mar 2001
A
ARTIGIANATO
tra arte e design
NUMERO 40
Gennaio/Marzo 2001
Trimestrale
Anno XI
L. 12.000
Spedizione
in abb. post. 45%
art. 2 comma 20/b
legge 662/96
Filiale di Milano
ARTIGIANATO tra arte e design
muro delle meraviglie
tapestry simposium
ceramica di terlizzi
prodotti tipici
della sicilia
ALIgi sassu
il bucchero
ad arte
le lucerne
di caruso
arte e cuoio
le sculture
DI amaia oimaneder
Edizioni Imago International
ENGLISH TRANSLATION
In caso di mancato recapito
restituire al mittente che si
impegna a pagare la tassa
COMITATO PROMOTORE
COMITATO TECNICO E CORRISPONDENTI PER LE AREE ARTIGIANE
Luigi Badiali
(Presidente BIC Toscana)
Giacomo Basso
(Segretario Generale C.A.S.A.)
Camilla Michelotti
(L’Arte del Quotidiano)
Massimo Corsaro
Bruno Gambone
Francesco Giacomin
(Segretario Generale Confartigianato)
Demetrio Mafrica
Alabastro di Volterra
Sergio Occhipinti
(Presidente Euralabastri)
Irene Taddei
Bronzo del veronese
Gian Maria Colognese
Ceramica campana
Eduardo Alamaro
Ceramica di Caltagirone
Enza Cilia Platamone
Ceramica di Castelli
Vincenzo Di Giosaffatte
Ceramica di Albisola
Massimo Trogu
Ceramica di Deruta
Nello Zenoni(Resp. Artig.
Regione Umbria) Nello Teodori
Ceramica di Grottaglie
Giuseppe Vinci (Sindaco
Grottaglie) Ciro Masella
Ceramica siciliana
Patrizia Italiano
Rosario Rotondo
Ceramica umbra
Nello Teodori
Ceramica di Vietri sul Mare
Massimo Bignardi
Ceramica faentina
Maria Concetta Cossa
Giancarlo Sangalli
(Segretario Generale C.N.A.)
Michele Ventura
Finestra realizzata da
Rolando Giovannini e
Giovanni Cimatti per il
“Muro delle Meraviglie”
di Caltagirone, 2000
(particolare).
6
(Pres. Ente Ceramica Faenza)
Tiziano Dalpozzo
Ceramica piemontese
Luisa Perlo
Ceramica sestese
Stefano Follesa
Ceramica di Nove
Katia Brugnolo
(Dir. Museo delle Ceramiche di
Nove)
Ceramica di Laveno
Marcello Morandini
Cotto di Impruneta
Stefano Follesa
Cristallo di Colle Val d’Elsa
Giampiero Brogi
(Pres. Consorzio Crist. Colle Val
d’Elsa)
Ferro della Basilicata Valerio
Giambersio
Ferro di Asolo
Stefano Bordignon
Gioiello di Vicenza
Maria Rosaria Palma
Legno di Cantù
Aurelio Porro
Legno di Saluzzo
Elena Arrò Ceriani
Legno intarsiato di Sorrento
Alessandro Fiorentino
Legno della Val d’AostaFranco
Balan
Legno di Bovolone
Giovanni De Poli
Marmo di Carrara
Antonello Pelliccia
Marmi e pietre del trapanese
Enzo Fiammetta
Marmo veronese
Vincenzo Pavan
Mosaico di Monreale
Anna Capra
Mosaico di Ravenna
Gianni Morelli
(Dir. Loggetta Lombardesca)
Elisabetta Gonzo
Alessandro Vicari
Mosaico di Spilimbergo
Piergiorgio Masotti
(E.S.A. Friuli Venezia Giulia)
Paolo Coretti
Oro di Valenza
Lia Lenti
Pietra di Apricena
Domenico Potenza
Pietra di Fontanarosa
Mario Pagliaro
Pietra di Lavagna
Alfredo Gioventù
Marisa Bacigalupo
Pietra lavica
Vincenzo Fiammetta
Pietra leccese
Luigi De Luca
Davide Mancina
Pietra piperina
Giorgio Blanco
Pietra Serena
Gilberto Corretti
Pietra Vicentina
Maria Rosaria Palma
Pizzo di Cantù
Aurelio Porro
Tessuto di Como
Roberto De Paolis
Travertino romano
Claudio Giudici
Vetro di Altare
Mariateresa Chirico
Vetro di Empoli
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Vetro di Murano
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UFFICIO STAMPA
Claudia Ferrari, Antonella Velli
Hanno collaborato a questo numero
Per i testi: Eduardo Alamaro, Luciano Caramel, Paolo
Coretti, Maria Elena Dipace, Claudia Ferrari,
Adriano Gatti, Florinda Gaudio, Nadia Lattuada,
Luciano Marziano, Manuela Scisci, Irene Taddei,
Nello Teodori.
Per le fotografie: Archivio fotografico del MIC
(Faenza), Archivio Ilisso (Nuoro), Archivio Sassu
(Milano), Attualfoto (Milano), Guido Cegani, Color
Print 24, Mirko Cottone (Faenza), Fotocronache
Olympia, Foto Studio 57 (Terlizzi), Gianfranco
Gavirati (Gubbio), Maurizio Marcato (Verona),
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Paolo Pinna (Nuoro), Pietro Redaelli (Missaglia),
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International pag 2; I.S.O.L.A. pag. 3; Florence Gift
Mart pag. 4; 65° Mostra Internazionale dell’Artigianato
pag. 5;
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Artistico Religioso - Il quadratino pag. 60; Imago Shop &
Fair pag. 67; MIA - Ente Mostre di Monza e Brianza III°
cop.; Fierarredo - Bologna Fiere IV° cop.
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solo previo consenso scritto dell’Editore
A
A
RTIGIANAT O
tra arte e design
M U R O D E L L E M E R AVIGLIE
TA P E S T RY SIMPOSIUM
CERAMICA DI TERLIZZI
PRODOTTI TIPICI
DELLA SICILIA
ALIGI SASSU
IL BUCCHERO
AD ART E
LE LUCERNE
DI CARUSO
A RTE E CUOIO
LE SCULT U R E
DI A M A I A O I M A N E D E R
Edizioni IMAGO INTERNATIONAL
Con il patrocinio
del Ministero dell’Industria
Commercio e Artigianato
A RTIGIANATO TRA ARTE E DESIGN
Anno XI, Numero 40
Gennaio/Marzo 2001
Registrazione al Tribunale di Milano
n. 45 del 30.1.1991
40
GEN/MAR 2001
ARTIGIANATO
TRA ARTE E DESIGN
ENGLISH
TRANSLATION
A
“Cavallo giallo”, maiolica di
Aligi Sassu, realizzazione
manifattura Ceramica
Mazzotti di Albisola Marina,
1948, h. cm. 60 (collezione
privata)
S O M M A R I O
Editoriale
C’E’ CHI SEMINA E CHI RACCOGLIE di Ugo La Pietra
8
Storia
ALIGI SASSU di Luciano Caramel
Mostre
Prodotti tipici della Sicilia di Manuela Scisci
16
TAPESTRY SYMPOSIUM di Nadia Lattuada
28
Mostre Musei
IL MURO DELLE MERAVIGLIE di Florinda Gaudio
32
Tradizioni
CERAMICA DI TERLIZZI di Irene Taddei
40
Progetti e territori
IL BUCCHERO di Nello Teodori
Autori
LE LUCERNE DI CARUSO di Luciano Marziano
LE SCULTURE DI AMAIA OIMANEDER di Manuela Scisci
10
44
51
54
Aziende
ARTE E CUOIO di Claudia Ferrari
56
Iniziative
AD ARTE di Maria Elena Dipace
61
Rubriche
AREE REGIONALI OMOGENEE
SEGNALAZIONI
CALENDARIO DELLE MOSTRE
CARICHE - LEGISLAZIONI - NOTIZIE
64
68
78
81
English text
Indirizzi
84
88
7
editoriale
di Ugo La Pietra
C’è chi semina e chi raccoglie
S
tiamo iniziando ad uscire dal
lungo periodo di silenzio in cui
sono state sommerse le nostre
arti applicate e il cosiddetto
artigianato artistico. I segnali
sono chiari alle vecchie strutture
che governavano o meglio
assistevano questo settore che
viveva da decenni in un
continuo progressivo
deterioramento: ai sindacati, alle
cooperative, alle Camere di
Commercio si stanno
sostituendo nuove energie e
strutture. “Le energie” sono
state spesso caratterizzate da
iniziative individuali, come quelle
che per circa vent’anni ho
portato avanti stimolando gli
studenti universitari e degli
Istituti d’Arte ad occuparsi delle
risorse del proprio territorio.
Qualcuno ha voluto vedere in
questo mio forsennato sforzo di
riuscire a ricomporre la frattura
tra cultura del progetto e cultura
del fare, una “esagerata”
operazione di dispersione di
energie. E’ vero, ho seminato
tanto e non ho raccolto quasi
niente, ma in ogni angolo d’Italia
i nuovi architetti/ designers non
pensano più di usare i risparmi
di famiglia per andare a Milano
(la mecca del design !), ma
guardano al loro territorio con
una nuova ottica: progettano
fischietti in terracotta,
organizzano collezioni di oggetti
con artigiani che fino a ieri
vivevano nel loro isolamento,
aprono nuove strutture
espositive, organizzano società
di servizio, promuovono con
l’aiuto di ancora rari cultori della
8
materia, manifestazioni,
seminari, premi, rassegne
itineranti.
Chi segue un po’ questo settore
e legge la nostra rivista, sa a chi
mi riferisco! Dal Friuli al Salento
fino a Caltagirone in Sicilia,
intorno all’artigianato si stanno
formando una quantità di
iniziative che spesso ho
stimolato (vedi le mostre
Progetti e Territori o Genius Loci
ad Abitare il Tempo, Abitare con
Arte a Milano, le collezioni di
oggetti di Mosaico a
Spilimbergo, Ravenna,
Monreale, ecc.), ma che solo da
poco iniziano a trovare una loro
più profonda penetrazione nel
territorio, grazie ad una attività
che vede le nuove generazioni
di artisti, designers, architetti,
ricomporre il dialogo con gli
artigiani che hanno conservato la
cultura del fare. In più, tra questi
creativi ci sono anche quelli che
cercano nuove strade e
introducono nuovi modelli non
solo creativi, ma anche fattuali,
rinnovando così anche la
tradizionale figura dell’artigiano/
artista. Per arrivare a questi primi
risultati, abbiamo dovuto spesso
usare la bottega artigiana come
“laboratorio” di ricerca, ma ormai
i tempi stanno cambiando ed è
sempre più evidente il bisogno di
“progetti culturali” di livello
internazionale e “progetti
d’impresa” capaci di superare le
modeste iniziative, modeste e
dispersive, che spesso Regioni e
Comuni forniscono alle imprese
artigiane.
Di Ugo La Pietra e realizzate in alabastro di Volterra:
in questa pagina, alzatina “Bonsai” prodotta da Fatto ad Arte;
nella pagina a fronte, “Urna cineraria” realizzata da Euralabastri.
9
STORIA
di Luciano Caramel
10
Aligi Sassu
La mostra antologica dal titolo “Aligi Sassu, l’opera
ceramica”, ospitata prima presso il Museo
Internazionale delle Ceramiche di Faenza poi presso il
Museo della Ceramica di Albisola fino a maggio,
diventa occasione per parlare di uno dei maggiori
ceramisti internazionali
11
Nelle pagine precedenti, da sinistra:
“Due cavalli rampanti” maiolica,
cm 43x25x14, (particolare);
“Cavallo giallo”, maiolica h cm 60, 1948.
In questa pagina:
“Il ciclista”, maiolica cm 30x19, 1952.
Artista tout court, Aligi Sassu
ha saputo diventare anche un
artista della ceramica, producendo tutta-via sempre, come
invece capita tutt’altro che infrequentemente a questi ultimi,
della ceramica d’artista. In altre
parole, forse più chiare, Sassu,
pur avendo appreso e praticato
(fin dal 1947 a Castel Cabiaglio,
in Val Ganna, e subito dopo ad
Albisola, dove già aveva operato nel 1939, nella ceramica
Mazzotti) i procedimenti di lavorazione della ceramica, sperimentando metodi e materiali,
non si esaurì mai nella tecnica
per la tecnica, scambiando il
mezzo col fine: mezzo anche
per Sassu naturalmente non
passivo, anzi determinante nel
raggiungimento del fine, e proprio sotto l’aspetto formale ed
espressivo, come provano
molte delle opere esposte a
Faenza nel Museo
Internazionale delle Ceramiche,
in una rassegna di 149 pezzi,
che documentano l’intera attività del maestro in quest’ambito,
dagli anni ’30 al 1999. Su tale
linea di preminenza degli obiettivi artistici entro la perizia tecnica e la considerazione del ruolo
delle materie e della loro cottura, è già, per restare tra le opere
presentate nell’antologia romagnola, un Cavallino marino del
1939 (poi rivestito, nel 2000, per
volere dell’autore da uno smalto
bianco con colature di colore
verde-turchese).
Ma sono soprattutto le sculture
in ceramica degli anni tra il 1947
12
In questa pagina, dall’alto e da sinistra, piatti:
“Il bagno di Diana”, maiolica Ø cm 89, 1953;
“IL cavallo bianco”, terraglia dipinta sotto vetrina Ø cm 29,5, 1954;
“Le sirene”, maiolica Ø cm 54, 1954;
“Guerriero”, terraglia dipinta sotto vetrina Ø cm 24, 1955;
13
In questa pagina:
“Vaso rosso”, maiolica cm 31x19, 1957.
Nella pagina a fronte:
“Arlecchino”, maiolica cm 93x19,5x21,
1952.
e il 1955, tutte realizzate ad
Albisola, che collocano Sassu
tra i maggiori ceramisti internazionali, capace di utilizzare le
peculiarità e le possibilità del
mezzo per concretare immagini
partecipi, con personalissima
invenzione, della più avanzata
cultura artistica del tempo. Da
tale fertile unione di fattualità
manuale, artigiana e di originale
elaborazione fantastica del
clima creativo contemporaneo
nasce la splendida serie di
Cavalli - gialli, rosa, verdi, blu,
rossi, arancio, neri, proposti
nelle più diverse positure sempre dinamiche e scattanti accostabile forse solo alle creazioni dell’amico Fontana,
anch’egli attivo nel centro ligure.
Talora Sassu privilegia a tal
punto la materia da rinunciare
quasi alla tradizionale modellazione plastica, “limitandosi” a
piegare e ritorcere una sfoglia di
argilla, con straordinari effetti
informaleggianti, veramente
esemplari nel campo spesso
convenzionalmente “tradizionale” o riduttivamente formativo
della ceramica. E certo più sollecitanti di molti pannelli in
maiolica o formelle, piatti e vasi
in terraglia smaltata o in terracotta ingobbiata, ove il Sassu
pittore prevale, approdando a
lavori che sono soprattutto dei
dipinti, pur nell’utilizzazione del
mezzo ceramico, che resta un
supporto, non viene trascinato
nell’avventura affascinante di
acqua, terra, fuoco che della
ceramica è fondamento.
14
15
mostre
di Manuela Scisci
L
a mostra prende spunto dal
valore dei nostri “tipici” prodotti
alimentari di cui la Sicilia è ricca,
contrapposti alla crescita di
quella produzione, per un
mercato sempre più globale, che
tende a far scomparire le
“diversità” sia nei cibi che nelle
cose.
Siamo nell’Europa Unita e tante
voci parlano di globalizzazione
dei mercati per cui occorre
produrre tanto e in modo
omogeneo per poter conquistare
mercati sempre più vasti e
competere con le grandi imprese
multinazionali. Ma è anche vero
che, rispetto a questa tendenza,
molti piccoli imprenditori
cercano di trovare una propria
strada e si impegnano, sempre
di più, nella valorizzazione della
16
Prodotti tipici della Sicilia
Una mostra dedicata all’artigianato siciliano
promossa dalla Regione Siciliana
Assessorato Regionale Cooperazione Artigianato
nell’ambito di “Abitare il Tempo 2000” a Verona
rivela un grande patrimonio ancora tutto da svelare
legato alla cultura materiale dell’isola
Nella pagina a fronte, dall’alto:
allestimento generale di Ugo La Pietra
con pavimenti realizzati da
I Pavimenti di Caltagirone,
Caltagirone (CT).
In questa pagina:
“Vasi Antropomorfi” (dedicati agli
agrumi, vino, pesce azzurro, fico d’india,
olio, dolci) di Ugo La Pietra realizzati da
Alessi Giacomo, Caltagirone (CT).
17
In questa pagina:
a lato di Ugo La Pietra, “Vulcanello”
realizzato da Expocom di Licata & C.;
sotto e nella pagina a fronte in basso:
“Vasi antropomorfi” di Ugo La Pietra
realizzati da Alessi Giacomo,
Caltagirone, (CT).
18
In questa pagina, in alto:
due cofanetti in pietra lavica
ceramizzata di Ugo La Pietra realizzati
da Lenid di Barbaro Messina, Paternò
(CT).
19
piccola produzione.
Tipicizzazione contro
globalizzazione! E così non
basta più il generico marchio
“made in Italy”, ma occorre
definire i nostri sapori con la
propria identità (marchio
d’origine); e così, come di fatto
la pizza non è italiana ma
napoletana, così la Malvasia è di
Lipari, il Parmigiano è reggiano,
i capperi sono delle isole Eolie...
I nostri “sapori” cercano di
mantenere la propria identità per
combattere la globalizzazione
dei mercati! La piccola impresa e
l’artigianato hanno lo stesso
problema e tutto ciò che
appartiene alla cultura siciliana
deve essere valorizzato. La
finalità quindi della mostra è
“oggetti fatti ad arte per
particolari sapori della Sicilia”. A
cura di Ugo La Pietra con
Michele Argentino e Vincenzo
Fiammetta tutta la mostra
esprime “sicilianità”. Di fatto le
opere presentate sono pensate
facendo riferimento ai prodotti
tipici siciliani (agrumi, sale,
cappero, fico d’india, ecc.) e alla
loro capacità di evocare anche
singolarmente tutto un territorio.
In questo senso, ai vari autori, è
affidato il compito di fare
riferimento al soggetto (Sicilia in
generale, un prodotto siciliano in
particolare), in modo indiretto
attraverso il metodo della
citazione e dell’allusione per la
progettazione di oggetti che
potrebbero essere tutti
identificati come “oggetto
ricordo”. “Oggetti per ricordare”,
quindi, “oggetti per esaltare la
tipicità”, “oggetti per evidenziare
ed evolvere i segni archetipali”
che sono ancora presenti nella
regione. Oggetti che si
rafforzano, appunto, citando il
prodotto locale, oggetti, quindi,
che hanno come prima funzione
quella di evocare e, alcune volte,
di soddisfare un uso. Così
l’allestimento curato da Ugo La
Pietra, già nel suo insieme, è
ricco di citazioni siciliane, dai
grandi disegni di Pavimenti di
Caltagirone alle opere dello
20
In questa pagina:
di Ugo La Pietra, a fianco, colonnina in
mosaico realizzata da MOSAICUS,
Monreale (PA); sotto e nella pagina a
fronte, ambiente dedicato ai “Fichi
d’india” con cornice realizzata da
Ippobosco di F.P. Seminara, Palermo e
collezione di vasetti in ceramica
realizzati da Giovanni D’Angelo - Polizzi
Generosa (PA).
21
stesso La Pietra: colonnine di
mosaici realizzate da “Musaicus
di Monreale” sormontate da
piccoli vasi “Vulcanelli” in pietra
lavica rigenerata realizzati dalla
“Expocom di Licata” (sempre più
presente sui mercati
internazionali), ai grandi vasi
antropomorfi realizzati dal più
abile e famoso ceramista di
Caltagirone Giacomo Alessi, fino
ai cofanetti in pietra lavica
smaltata di “Lenid” di Barbaro
Messina una delle più
rappresentative aziende che
operano con questa unica
particolare tecnica della pietra
lavica di Catania ceramizzata.
La mostra è quindi organizzata
in diversi ambienti ognuno
dedicato a vari prodotti. Il “Sale”
con progetto di Andrea Branzi
presentato in alcuni contenitori
in legno realizzati da Gaetano
Franzone di Gela e la bellissima
idea di “pentole in sale” per la
cottura “al sale” di alcuni cibi.
Il “vino” con oggetti in mosaico
progettati da Paolo Coretti:
mensole e contenitori realizzati
da “Le Absidi” di RussoTumminello di Monreale (con
supporti di Carlo La Monica di
Gibellina) con riferimenti stilizzati
al segno della Trinacria.
Il “pesce azzurro”
22
Nella pagina a fronte:
ambiente dedicato ai “Dolci” di Patrizia
Italiano e Rosario Rotondo con oggetti
in ceramica realizzati da Il Laboratorio
Italiano di Patrizia Italiano, Palermo e
tessuti realizzati da Ippobosco di F.P.
Seminara, Palermo.
In questa pagina, dall’alto:
ambiente dedicato all’olio di Sandro
Giacomarra e Gerardo Sineri con
oggetti realizzati da Giovanni D’Angelo,
Polizzi Generosa (PA); ambiente
dedicato al “Cappero” di Celestino
Sanna con oggetti realizzati da Le
Stanze del Gattopardo di Simonetta
Negrini, Palermo; interventi
all’allestimento: ricami di Leontine
Regine e Laboratori Riuniti, Palermo.
23
Dall’alto: ambiente dedicato al “Corallo”
di Alessandro Guerriero e Alberto
Biagetti; ambiente dedicato al “Sale” di
Andrea Branzi: blocchi di sale di Sosalt,
Marsala (TP); scatole in legno realizzate
da Franzone Gaetano, Gela (CT).
un’affascinante ed evocativa
installazione di Giovanni Levanti
e Viviana Trapani con tavolinetti
realizzati da “Agrusa Vetri” di
Aleamo, lastre e lattine
serigrafate di “Girolamo
Balestrieri & C.” di Aspra, foto di
Sandro Scalia di Palermo. L’
“olio”, sempre un’installazione
realizzata con pochi elementi
allusivi di Sandro Giacomarra e
Gherardo Sineri.
Il “corallo” che Alessandro
Guerriero con Alberto Biagetti ha
riproposto (con altri elementi di
mare: cozze e vongole) come
elemento decorativo su alcuni
capi di abbigliamento. Il “pesce
spada” un ambiente ricco di
citazioni relative ad un prodotto
che da solo vuol dire Sicilia; così
Marilù Balsamo (con Gabriele
Graziano, Luigi Mangano e
Rossella Pagano) hanno
recuperato i diversi elementi del
pesce spada e la sua forma
usandoli in un nuovo
assemblamento per diventare
oggetto di uso quotidiano carico
del “mitico” significato a cui
appartiene; da sottolineare oltre
agli oggetti realizzati da
“Le Stanze del Gattopardo” di
Simonetta Negrini di Palermo, la
canzone “Sutta lu mari” di
Marilena Monti (realizzata con il
patrocinio del Sindaco di
Palermo) oltre alla surreale
scultura di Toni Miceli.
Il “cappero” esaltato da una
serie di oggetti funzionali e
decorativi da Celestino Sanna e
realizzati con grande sensibilità
da “Le Stanze del Gattopardo”
con ricami di “Leontine Regine e
24
Dall’alto: ambiente dedicato
al “Pesce Azzurro” di Giovanni Levanti e
Viviana Trapani con tavolinetti realizzati
da Agrusa Vetri, Alcamo (TP) e lattine
serigrafate realizzate da Girolamo
Balestrieri & C., Aspra (PA) (foto di
Sandro Scalia, Palermo); ambiente
dedicato al miele, oggetti realizzati da
Franzone Gaetano, Gela (CT).
Laboratori Riuniti” di Palermo.
Il “fico d’india” che l’autore Ugo
La Pietra dedica all’amore che
nutre per la Sicilia e per tutto il
mediterraneo, “amore difficile!”.
L’ambiente è fortemente
caratterizzato da una tela dello
stesso autore con una grande
cornice dipinta da “Ippobosco di
F.P. Seminara” di Palermo con
segni che citano i decori e i
colori dei carretti siciliani, a cui si
aggiunge una collezione di
vasetti in ceramica realizzati
dalle abilissime mani di Giovanni
D’Angelo di Polizzi Generosa,
25
Dall’alto: ambiente dedicato alle
“Mandorle, nocciole e pistacchi” di
Enzo Fiammetta con Walter Angelico,
gusci di ceramica di La Stanza di Milo di
Rosselli Carmelo, Palermo; tessuti
stampati da Ippobosco di Seminara,
Palermo, Regine Hildebrandt, Palermo,
Leontine Regine e Laboratori Riuniti,
Palermo; ambiente dedicato ai
“Formaggi” di Michele Argentino con
Salvo Comes e Angelo Pantina;
cavallucci di Artigianato del Sole, di
Francesco Bentivegna, Misterbianco
(CT); fiscelle di giunco di Antonio Di
Marco, Palermo; formaggi figurati di
Vincenzo Garbo, Palermo; gigantografia
di Dario Russo, Palermo.
vasetti con coperchi modellati
con una serie di figure a forma di
fichi d’india, in dichiarati
atteggiamenti amorosi. Il “miele”:
un insieme di elementi progettati
da Mariella La Guidara (con
Marinella Ferrara e Rosanna
Nauta).
Miracolo della natura, rugiada
distillata dalle stelle e dagli
arcobaleni, un prodotto qui
proposto con tende realizzate da
“Le candele di Amrita” di
Francesco G. Finocchiaro di
Gravina e un elegantissimo
servizio in ceramica per
contenere l’idromele (bevanda
d’amore ottenuta dalla
fermentazione di acqua e miele).
I “dolci” esaltati da una serie di
contenitori in ceramica di
Patrizia Italiano e Rosario
Rotondo in una cornice fatta con
particolari tessuti realizzati da
“Ippobosco di F.P. Seminara” di
Palermo e che alludono alla
famosa “cassata siciliana”. Le
“nocciole, mandorle e pistacchi”
con opere di Enzo Fiammetta e
Walter Angelico in un insieme
teatrale di tessuti con decori che
citano i vari prodotti realizzati da
“Ippobosco di F.P. Seminara”,
“Regine Hildebrandt”, “Leontine
Regine”. Ed infine i “formaggi”
che Michele Argentino con Salvo
Comes e Angelo Pantina hanno
riproposto con una serie di
prototipi di vero formaggio
figurato realizzati da Vincenzo
Garbo di Palermo, forme e odori
che rallegravano tutta la mostra.
Così l’insieme di queste
installazioni hanno incuriosito,
divertito, affascinato lo
26
Dall’alto: ambiente dedicato al “Vino”
di Paolo Coretti con contenitori realizzati
da Le Absidi di Russo, Tumminello,
Monreale (PA); supporti di Carlo La
Monica, Gibellina (TP); ambiente
dedicato al “Miele” di Mariella La
Guidara con Marinella Ferrara e
Rosanna Nauta; oggetti realizzati da La
Stanza Di Milo di Rosselli Carmelo,
Palermo;
tende realizzate da Le Candele Di Amrita
di Francesco G. Finocchiaro, Gravina
(CT); piatto realizzato da Studio Iride,
Palermo; oggetti realizzati da Franzone
Gaetano, Gela (AG).
spettatore in una formula di
mostra che la Regione Sicilia ha
saputo affrontare, riconoscendo
l’importanza di far incontrare la
cultura del progetto
contemporaneo (attraverso
l’impegno dei vari progettisti)
con la grande tradizione
artigianale siciliana, per
sperimentare e rinnovare la
piccola impresa artigianale verso
nuovi mercati.
27
mostre
di Nadia Lattuada
A Graz, inaAustria, ha avuto
luogo la 16 edizione
dell'“International Tapestry
Symposium and Workshop”
ospitato come sempre nella
splendida struttura del Centro
Raiffeisenhof nell’ambito
dell’Accademia di Graz, col
patrocinio della regione Stiria e
sotto la sicura guida dell’art
director Renate Maak.
Il Symposium è un importante e
noto punto di incontro tra artisti
di tutto il mondo; ogni anno,
infatti, vengono invitati e ospitati
dieci artisti di paesi diversi per
esporre le loro opere e per
presentare una vasta
documentazione del proprio
lavoro.
Un’interessata platea di
visitatori può assistere alle
proiezioni, consultare i cataloghi
e il materiale fotografico degli
artisti, nonchè osservare gli
stessi al lavoro durante il
workshop. Un vero e proprio
studio aperto che invita alla
discussione e allo scambio di
informazioni.
Questa manifestazione é ormai
una tradizione molto seguita dal
pubblico; gode di ampio spazio
sulla stampa e nelle televisioni
nazionali e vede la
partecipazione di noti
personaggi politici. Nel 2003,
anno in cui Graz sarà la capitale
culturale d’Europa, il
Symposium chiamerà a raccolta
tutti gli artisti che hanno
esposto negli anni precedenti
per costituire una grande
mostra-evento.
28
Tapestry Symposium
Un importante incontro internazionale tra artisti
di tutto il mondo caratterizzato
dalla ricerca con i materiali tessili
Nella pagina a fronte, dall’alto
e da sinistra:
Gerd Brox Simonsen “Pakke” 1999,
piombo e filo metallico;
Nadia Nava “Parete pelosa” 1994,
ardesia e tessuto;
Erika Honvanyi “Blake torso” 1998, seta
e rete metallica.
In questa pagina dall’alto e da sinistra:
Victoria Smith “Skinned” 2000, cuoio;
Sachie Saito “Yuu III” 1994, cotone,
seta e bamboo;
Suhandan Ozai “Carik” 1998, cuoio e
ciniglia.
La Fiber Art è il “filo” conduttore
che unisce gli artisti invitati.
Ma, se inizialmente questa
espressione artistica fondava i
presupposti della propria ricerca
sulla specificità dei materiali
tessili, col tempo ha rotto
questo ristretto confine per
conquistare uno spazio sempre
più ampio, dando modo agli
artisti di esprimersi liberamente
con le tecniche e i materiali più
disparati.
A testimonianza di ciò
osserviamo le opere presenti in
questa mostra. Victoria Smith
(Irlanda) attraverso una serie di
processi, trasforma gli oggetti
quotidiani dopo averne
esplorato a fondo la storia.
Così, le scarpe di una persona
deceduta (sinonimo del
cammino fatto su questa terra)
vengono disfatte e ricomposte
in una nuova forma che
acquista identità e vita proprie.
In “Waiting for dead mens
shoes” (Aspettando l’eredità) le
scritte di documenti e di carte
appartenute all’estinto vengono
ricalcate sulle parti strappate
delle sue scarpe.
Non ci dicono quasi niente circa
la vita di quell’individuo,
mettendo così in evidenza la
transitorietà dell’esistenza.
Il polacco Marek Wagner
raccoglie sulla spiaggia le
penne che le anatre di
passaggio lasciano cadere in
gran quantità, le spoglia delle
piume e ne usa il rachide per
comporre affascinanti forme, a
metà tra il vegetale e l’animale.
29
In questa pagina:
Inge Stahl “Rosige einsichten” 1997,
borsette e rami spinosi.
Nella pagina a fronte dall’alto:
Ingrid Enarsson “Boat” 1999, corda e
legno; Marek Wagner “Element
architektoniczny” 1997, rachidi di penne
d’anatra.
La semplicità ancestrale ma
ambigua dell’opera in mostra
potrebbe far pensare al reperto
museale di un grosso animale
sconosciuto o anche ad arbusti
strappati dal vento alla loro
dimora.
Inge Stahl (Germania) illustra il
difficile rapporto tra i due sessi
con l’installazione
“Rosenkavaliere”.
Indumenti intimi femminili e
maschili si fronteggiano come
fantasmi senza corpo.
Le rose offerte dai maschi
appassiscono e rami spinosi
sorreggono le vesti femminili: è
evidente l’impossibilità di
comunicazione.
Nadia Nava, invitata per l’Italia,
conferisce a un materiale freddo
e inerte nuova vitalità e
movimento. Incollando e poi
30
strappando strisce di tessuto su
lastre di ardesia, forma un
effluvio di sottilissimi filamenti,
simili a una folta peluria, che
sembrano crescere dalla pietra
stessa. In altri lavori, fornisce lo
stesso nero materiale di una
candida epidermide di sottile
cellulosa e, con un paziente e
sapiente lavoro di
ombreggiatura a matita e
pastelli, fa emergere forme
tridimensionali.
Delicati e impalpabili sono i
lavori di Renate Maak (Austria):
tre arazzi a forma di kimono,
composti con bustine di tè.
Hanno le delicate sfumature
naturali della bevanda e ci
dimostrano come anche da
piccoli riti quotidiani possa
nascere un’idea artistica.
La fragilità della carta non
nasconde, semmai esalta,
un’idea di sacralità che ci
induce soggezione, come se
queste vesti fossero
appartenute ad antichi
personaggi regali.
Ricorda un accampamento di
indiani Sioux l’installazione della
giapponese Sachie Saito
“Forest in the sea”, formata da
bamboo e fibre naturali.
Si ispirano alla natura anche gli
infiniti serpenti-origami che si
avvolgono su loro stessi o si
lasciano cadere dai rami di un
albero.
Gerd Brox Simonsen (Norvegia),
Erika Hovanyi (Ungheria)
e Choi Kwag-Seok (Corea)
usano abilmente la tradizionale
tessitura, sapendo però
proporre metodi personali,
forme e materiali innovativi.
La svedese Ingrid Enarsson,
avvolgendo grosse corde da
pescatore intorno ad un’anima
d’acciaio, costruisce grandi
sculture open-air ispirate alla
natura e alla mitologia nordica.
Suhandan Ozai si ispira invece
alle antiche calzature della sua
terra, la Turchia.
Cuoio, lino, iuta, crine di cavallo
si intrecciano per dare vita a
forme che rispecchiano e fanno
rivivere gli ormai dimenticati
accessori dell’Anatolia.
La sua installazione è simile a
un “mobile” di Calder,
i cui fili sospendono nell’aria
oggetti che un tempo erano
soliti calpestare i percorsi dei
palazzi ottomani.
31
mostre-musei
di Florinda Gaudio
Il progetto di riqualificazione
ambientale “Il Muro delle
Meraviglie” si collega con la
grande tradizione ceramica di
Caltagirone che, rispetto alle
altre aree di tradizione (Deruta,
Albissola, Faenza, Grottaglie,
Montelupo, ecc.), ha una sua
propria caratteristica: quella di
essere usata nell’ambiente
urbano.
Dalla facciata della Chiesa di S.
Pietro alla Balconata delle Icone,
dalla grande scala maiolicata di
S.S. Maria del Monte all’ingresso
scenografico della Villa
Comunale, fino allo splendido
complesso del Cimitero del
Paradiso, la ceramica di
Caltagirone si manifesta in tutto
il suo splendore ambientale.
L’idea di riqualificare e completare il decoro del Muro di cinta
della Villa Comunale lungo la
Circonvallazione di Ponente,
proposta dall’Amministrazione
Comunale e dall’Azienda di
Soggiorno e Turismo di
Caltagirone, è stata appunto
quello di esaltare il “Muro” quale
elemento di valore estetico nella
separazione tra giardino e città e
per indicare, proprio nel primo
tratto attualmente eseguito, il
secondo accesso alla Villa.
Il “Muro” è stato pensato come
una scenografia con caratteri di
tipo urbano, capace di riflettere il
ritmo dei pieni e dei vuoti di una
facciata architettonica. Ideata
dallo scenografo Antonio
Mastromattei e realizzata
dall’U.T.C., la facciata è stata
pensata come un’opera che
doveva caricarsi di valori segnici
32
Il Muro delle Meraviglie
Un intervento di riqualificazione urbana nella Città
di Caltagirone attraverso opere di ceramica
di diversi autori, prime opere di un possibile
museo d’arte moderna all’aperto.
Nella pagina a fronte:
l’opera di Ugo Marano.
In questa pagina, dall’alto:
lo sviluppo del muro con vari portali e
finestre; una vista del muro; l’opera di
Nino Caruso.
33
A lato:
un tratto del muro.
Sotto e da sinistra:
l’opera di Bruno Gambone;
il portale di Alessio Tasca.
e materici propri della ceramica.
In questo senso, con la direzione
artistica di Ugo La Pietra e con
la partecipazione dell’Assessorato all’Urbanistica (arch. Andrea
Alberghina e dott. Rocco Testa),
una serie di autori hanno progettato e realizzato opere che sono
state collocate all’interno delle
varie aperture previste lungo il
muro. Gli autori invitati sono rappresentativi di tutta la cultura
ceramica italiana: Mauro Andrea,
Elisabetta Bovina e Carlo
Pastore, Nino Caruso, Pablo
Echaurren, Rolando Giovannini e
Giovanni Cimatti, Bruno
Gambone, Alfredo Gioventù,
Ugo La Pietra, Ugo Marano,
Ignazio Moncada, Francesco
Raimondi, Alessio Tasca. I vari
autori hanno così operato
34
Sotto e da sinistra:
l’opera di Francesco Raimondi;
il portale di Alfredo Gioventù.
secondo il proprio linguaggio
espressivo e le proprie tecniche
di volta in volta nelle “porte” e
nelle “finestre” assegnate.
Alfredo Gioventù ha portato lo
splendore del suo grés smaltato
che richiama l’azzurro del Mar
Ligure abbinato al “segno” lucido e scuro della pietra lavagna;
Nino Caruso ha riproposto le sue
modulazioni monocrome ad alto
rilievo; Mauro Andrea ha realizzato una grande lastra che riflette le sue ricerche tecniche e
figurative sperimentali; Pablo
Echaurren ha riproposto i suoi
raffinati segni derivati dalle grottesche faentine e realizzati dalla
Bottega Gatti; Ignazio Moncada
ha confermato la sua grande
capacità pittorica; Giovanni
Cimatti e Rolando Giovannini
35
A destra:
opera di Ugo la Pietra realizzata
dall’Istituto d’Arte Luigi Sturzo di
Caltagirone.
Sotto:
scorcio del muro.
36
A lato:
opera di Pablo Echaurren.
Sotto e dall’alto:
opera di Mauro Andrea;
scorcio del muro.
37
Sotto e da sinistra:
finestra di Elisabetta Bovina e Carlo
Pastore; portale di Ignazio Moncada.
Nella pagina a fronte:
finestra di Rolando Giovannini e
Giovanni Cimatti.
hanno presentato una raffinatissima lastra con segni e colori
legati ad una sorta di paesaggio;
Elisabetta Bovina e Carlo
Pastore (Elica) inseriscono nella
cornice della finestra un esercizio decorativo e figurativo estremamente personale e anch’esso
legato alla tradizione faentina;
Bruno Gambone lascia una lucidissima opera fatta di citazioni e
di segni personalissimi; Ugo
Marano scrive un testo che esalta il valore della ceramica oggi;
Alessio Tasca realizza un’opera
di grande abilità quale omaggio
al ceramista Andrea Parini originario di Caltagirone; Francesco
Raimondi ripropone l’allegria e lo
splendore della ceramica di Vietri
sul Mare in una personalissima
38
composizione.
Nell’ambito delle diversità culturali e territoriali presentate dai
vari autori, non poteva mancare
quella della tradizione della ceramica di Caltagirone rappresentata dall’opera di Ugo La Pietra, in
quanto realizzata dall’Istituto
Statale d’Arte Luigi Sturzo di
Caltagirone.
Un’opera che in sintesi esprime
formalmente le diversità dei terri-
tori italiani in cui si coltiva l’arte
ceramica. Il lavoro, ormai ultimato, rappresenta un primo tratto,
che dovrà essere completato
con interventi successivi, e indica la strada di un ritorno alla tradizione della ceramica nella città,
una tradizione che potrà essere
recuperata anche grazie alla
ancora fiorente attività artigianale locale.
39
TRadizioni
di Irene Taddei
In ogni parte d’Italia negli
ultimi anni si assiste ad un
continuo svilupparsi e
crescere di progetti ed
iniziative che coinvolgono
l’Artigianato Artistico. Con
mostre, convegni,
manifestazioni o premi
speciali si cerca con ogni
mezzo di tenere alta
l’attenzione sul mondo
sfaccettato e multicolore
dell’Artigianato italiano che
purtroppo in passato è
rimasto relegato in una
dimensione estremamente
marginale e complementare
rispetto al più fiorente
universo industriale.
Recuperare è forse la parola
chiave di questa operazione;
recuperare i sapori che
stanno lottando per
mantenere la propria identità
all’interno di uno scenario
che tende alla
globalizzazione, recuperare i
colori, i profumi e le forme,
recuperare il notevole
patrimonio produttivo ed
economico artigianale locale
che ha la propria ragione di
essere negli oggetti custoditi
nella nostra memoria.
Oggetti nati spontaneamente
nella notte dei tempi per
essere ammirati, accarezzati,
odorati, alle volte addirittura
assaporati. Ed è proprio in
questa dimensione culturale
e produttiva particolare che
si inserisce a pieno titolo la
Ceramica di Terlizzi.
Terlizzi è un centro della
40
Ceramica di Terlizzi
Un’antica terra che ha visto l’avvicinarsi di popoli
e culture conserva ancora la grande tradizione
dell’ “arte figula”
Terra di Bari incastonato nel
cuore della Puglia artigiana,
vicino a Castel del Monte e al
mare, la cui storia ha radici
profonde risalenti all’espansione
longobarda nel Meridione
italiano intorno agli inizi del
secolo VIII, con il nome di
“Trelicio”. La produzione
ceramica terlizzese, anche se
probabilmente molto meno
conosciuta della conterranea di
Grottaglie o della produzione di
Vietri sul Mare, si avvale proprio
di questo retroterra storico e
culturale che coinvolge tutta
l’area del Mediterraneo.
Le dominazioni longobarde, poi
quelle normanne e
successivamente l’avvicendarsi
delle importanti dinastie degli
Svevi, degli Angioini, degli
Aragonesi, dei Borboni e degli
Spagnoli hanno senza dubbio
formato e modellato quelle idee,
e poi quei ricordi che sono
diventati il bagaglio culturale dei
maestri ceramisti, che già dai
primi decenni dell’ Ottocento
hanno investito le loro forze in
fornaci a conduzione familiare,
rivolte soprattutto ad una
produzione di tipo popolare di
uso domestico quotidiano.
Contenitori da fuoco, vasi per i
fiori, recipienti legati ai riti della
tavola con forme e decorazioni,
espressione di una lenta e
complessa stratificazione di
memorie, che sono poi le
memorie di Puglia, con l’idea
essenziale che non fosse solo
l’oggetto in se stesso ad essere
pensato e formato, ma il
Nella pagina a fronte:
due vedute di Terlizzi.
In questa pagina:
l’artigiano Paolo Saldarelli al lavoro ed
alcuni esempi tipici della produzione
ceramica
41
rapporto che questo instaura
con il suo contenuto. Con alla
base quindi una precisa rilettura
del connubio fra esteriorità e
sapore connessa alla realtà
prettamente agricola di gran
parte di questo territorio
murgiano legato alla produzione
dell’olio e del vino, la ceramica
di Terlizzi riflette tale rapporto
confrontandosi con realtà vicine
anche nelle caratteristiche
decorative e tecniche della
propria produzione.
“(...) L‘arte figula è molto bene
perfezionata...Ottimi lavori di
ogni sorte si diffondono per la
Provincia e fuori": così Giovene
Marinelli, nelle sue “Memorie
storiche su Terlizzi”, verso la fine
dell’Ottocento, scriveva
riguardo le caratteristiche della
produzione artigianale cittadina.
In realtà la lavorazione
dell’argilla, particolarmente
fiorente in quell’epoca, aveva
già in precedenza trovato
impulso nella conformazione
morfologica del territorio
terlizzese, ricco di “cave di
buona creta” oltre che di legna
per alimentare le fornaci.
All’interno di tali laboratori, su
torni con ruote di legno, i figuli
terlizzesi modellavano in argilla
rossa contenitori da fuoco, i
pègnatidde (pignatte per
cucinare i legumi), i tegami e le
teglie, o i recipienti di uso
domestico come le ceccenète
(piccoli orcioli per contenere
acqua e mantenerla fresca, di
forma panciuta con due manici
a collo stretto e allungato con
42
cercine all’estremità superiore), i
rezzèule (boccali con beccuccio
per versare il vino), i
ceccemòkkue (orcioli per
versare i liquidi), particolari
brocche ed orci per la
conservazione delle olive in
salamoia e i sottaceti come i
kapèse o i kapèsidde, e i cantari
o prèise usati per i bisogni
corporali, e poi i vasi da fiori
decorati a rilievo, utilizzando
tecniche e procedimenti
sperimentati giorno dopo giorno
e gelosamente custoditi
all’interno di varie dinastie di
famiglie di ceramisti.Accanto ai
vasai, che nel frattempo
consolidano una propria identità
artistica con fregi e colori tipici
che possiamo ritrovare anche in
altri contesti di produzione,
come il tipico galletto policromo
e la stella a margherita realizzata
con decoro a cinque punti
intorno ad un centro, a partire
da metà Ottocento, in
concomitanza con lo sviluppo
urbanistico murattiano che
coinvolge gran parte di Terra di
Bari, si fanno strada altri filoni
produttivi: quello legato
all’edilizia, con tegole e laterizi,
e soprattutto quello dei figurinai
che lavorano sulla piccola e
grande statuaria destinata
all’arredo urbano dei nuovi
scenari cittadini, dai giardini ai
cimiteri, al coronamento
decorativo delle stupende
facciate dei palazzi signorili e
delle ville di campagna.
Alla cultura del tornio si affianca
dunque anche quella dello
stampo con uno stile figurativo
collegabile alla sfera zoo e
antropomorfa che si arricchisce
di una tradizione scultorea e
decorativa radicata in città sin
dal periodo medievale, quando
la documentazione
pergamenacea coeva
testimonia a Terlizzi la vivace
presenza di botteghe e
fabricerie di maestri scalpellini.
Testimonianze tuttora presenti
sul territorio terlizzese rivelano
la grande importanza di tale
settore produttivo durante
l’Ottocento: anche adesso
infatti si possono ammirare, a
coronamento di candide
facciate nobiliari, le statue a
mezzobusto di importanti
personaggi legati alla storia
della fiorente cittadina pugliese.
Il campionario offerto dagli
attuali laboratori cittadini riflette
molta parte di tali testimonianze
storiche, ma la produzione si
amplia, specialmente negli
ultimi tempi, integrando le
tradizionali tipologie domestiche
con nuove prospettive di
elaborazione e di nuova
interpretazione finalizzate
all’introduzione di un plus valore
legato ad un duplice aspetto: da
una parte la consapevolezza e
la rivalutazione dell’unicità e
irripetibilità dell’oggetto
artigianale in quanto tale e
dall’altra la ricerca di nuova
contemporaneità legata
all’intervento creativo del
designer.
L’interesse e l’impegno
dell’Amministrazione locale
rivelano in questo senso una
importante prospettiva di
D’all’alto:
contenitori tipici e la produzione della
azienda D’Aniello.
sviluppo, incrementata negli
ultimi anni anche
dall’organizzazione di alcune
mostre nate proprio
dall’esigenza di una riflessione
sulla genesi storica della
ceramica terlizzese e del suo
futuro.
La rassegna “Ceramica: Arte e
Artigianato” tenutasi nel
suggestivo chiostro della chiesa
di Sant’Anna delle Clarisse a
Terlizzi e la mostra
“La creta, il tornio, il fuoco. Per
una storia della ceramica
terlizzese” hanno aperto un
nuovo momento di confronto e
di dialogo basato proprio sul
confronto e sull’affermazione
della propria identità, con le
caratteristiche formali,
decorative o materiche tipiche
dell’area di provenienza, in
questo caso la Puglia. Identità
locale elevata a
caratterizzazione del proprio
lavoro, con la messa a punto di
un sistema di segni o “alfabeti”
che possano interagire in modo
attivo con le realtà artigianali
storicamente più forti. Traendo
origine da secoli di storia e
cultura della Terra di Bari, ogni
opera realizzata diventa veicolo
della storia passata, della forte
tradizione di questo territorio, e
della memoria artigianale e per
questo portatrice dei valori del
luogo. Valori che non sono solo
legati alle tecniche di
lavorazione o ai seducenti
segreti che i sapienti maestri
ceramisti si tramandano di
padre in figlio, ma che
coinvolgono in maniera più
completa l’intero territorio con
le proprie tradizioni ed i
propri rituali domestici.
43
Progetti e territori
di Nello Teodori
I1 bucchero, elemento
caratteristico della civiltà
etrusca, è un particolare tipo di
ceramica
fatta al tornio, di colorazione
nera e generalmente lucidata
sulla superficie esterna.
Con la scoperta delle necropoli
etrusche e con il ritrovamento
del vasellame in esse contenuto
ha origine in Italia una nuova
produzione di ceramica nera
chiamata bucchero. Il termine
deriva dallo spagnolo “bucaro”
con il quale venivano indicati
vasi
provenienti dall’America
Meridionale. Per quanto
riguarda la tecnica di
lavorazione del bucchero antico
sono state formulate diverse
teorie: l’impasto di argilla
figulina con polvere di carbone,
un processo di
fumigazione dopo la prima
cottura, l’aggiunta di
manganese all’argilla,
l’applicazione
sulla superficie di ocra rossa a
cui fa seguito una cottura a
fuoco aperto dopo una
levigazione a metà
essiccazione. Recentemente è
accreditata l’ipotesi secondo la
quale il bucchero si ottiene con
un processo detto di
“riduzione”, usando nella
cottura fiamma
fumosa attraverso la quale
l’ossido ferrico di colore rosso
presente nell’argilla si tramuta in
ossido ferroso di colore nero.
Questo tipo di ceramica, che
verosimilmente è il risultato di
un processo di perfezionamento
della tecnica preistorica per la
44
Il bucchero
La tradizione della “ceramica nera”
dal tempo degli etruschi caratterizza ancora oggi
la produzione artigianale nel territorio umbro
Nella pagina a fronte:
“Uno e tre ceri” di Nello Teodori.
In questa pagina in alto due viste di
Gubbio: la “Corsa dei ceri” e un
panorama con l’albero di Natale più alto
del mondo
(foto Gianfranco Gavirati, Gubbio).
Sotto:
“Souvenir di Gubbio” di Ugo La Pietra.
Opere realizzate da Grossi Designer
Antica Compagnia di San Martino di
Gubbio in occasione della mostra
“Colori locali” a cura di Ugo La Pietra
presso la Fortezza da Basso, Mostra
Mercato Internazionale dell’Artigianato
di Firenze, aprile 2000.
45
creazione di vasi neri a
superficie
lucida, è stato trovato anche al
di fuori del territorio etrusco di
diretta influenza etrusca
(Spagna, Francia, Grecia, Asia
Minore, isole dell’Egeo, costa
del Mar Nero, costa Africana,
etc...) ma solo nello stesso
territorio etrusco si può parlare
di continuità di sviluppo, varietà
di forme e ricerca artistica.
L’inizio della produzione del
bucchero etrusco risale al VII
secolo a.C. e i principali centri
di produzione sono collocati
nell’Etruria meridionale e
successivamente in territori già
abitati dagli Umbri.
Lo spessore sottile o più
consistente dell’oggetto
determina la suddivisione in due
categorie: il “bucchero sottile”
con decorazione a rilievo molto
basso con motivi di ispirazione
orientaleggiante, scene di
processioni, riti funebri, offerte
votive e il “bucchero pesante”
con forme barocche, complessi
rilievi e ornamentazioni
plastiche, che talvolta
appesantiscono i vasi oltre
misura determinando una
perdita di armonia. Al bucchero
pesante appartengono alcuni
dei vasi più belli di tutta la civiltà
etrusca.
La kỳlix, lo skỳphos, il calice, il
kàntharos, l’òlpe, l’anfora, il
kiàthos, l’oinochòe, il braciere e
il supporto sono le principali
forme dei vasi di bucchero. In
Umbria la tradizione del
bucchero si è sviluppata
principalmente nei centri di
Orvieto, Perugia e Gubbio. Per
la sua appartenenza al territorio
etrusco Orvieto è fra le città
dell’Umbria quella che più di
tutte ha una tradizione corposa
nella produzione del bucchero.
Un’attività di questo tipo è
documentata tra il VI e il V
secolo a.C.
La produzione del bucchero
orvietano va da quello pesante
a quello grigio e trova la sua più
caratteristica espressione locale
nella varietà delle forme
decorate a “cilindretto”.
46
Laboratorio Eredi Sebastiani:
in alto la signora Marcella
“stecca” la parte superficiale del vaso
di argilla, sotto,
la produzione del laboratorio.
Dall’alto:
vasi del Laboratorio Eredi Sebastiani,
vasi de La Fornace del Bucchero
e produzione del laboratorio
Grossi Designer.
Le tecniche di foggiatura sono
quelle tipiche a tornio con
eventuali applicazioni in
superficie. Le decorazioni sono
a graffito e impressione a
“cilindretto” su argilla lucidata
mediante steccatura.
La cottura è in presenza di fumo
e in ambiente riducente.
Le tipologie morfologiche sono
attingitoi, bicchieri, boccali,
calici, coppe, etc... Attualmente
sono attivi cinque laboratori di
bucchero i quali accanto ai
consueti oggetti della tradizione
realizzano pannelli decorativi
che soddisfano soprattutto le
richieste di un mercato
tipicamente turistico.
La ripresa della ceramica nera
sul tipo del bucchero etrusco si
ha a Gubbio nei primi anni del
Novecento ad opera del
Marchese Polidoro Benveduti, il
quale ne avvia la
sperimentazione dopo la laurea
conseguita a Roma in Scienze
Naturali e una attiva
partecipazione nel movimento
futurista. Verso la fine degli anni
venti lo stesso Benveduti, in una
sua esposizione nel Primo
congresso internazionale
etrusco, illustra la propria
sperimentazione prendendo in
esame la scelta dell’argilla, il
tipo di foggiatura, e soprattutto
la particolare cottura in
“ambiente riducente”.
La fabbrica “Mastro Giorgio”,
di proprietà Benveduti-Granata,
ottiene numerosi riconoscimenti
ed è attiva fino agli anni trenta;
la sede del laboratorio è in via
Dante e quella espositiva nel
Palazzo Ranghiasci che si
affaccia nella monumentale
Piazza Grande. Continuano la
sperimentazione della ceramica
nera i fratelli Carlo Alberto ed
Antonio “Totino” Rossi che
partecipano a numerose
esposizioni in Italia e all’estero,
vincendo vari premi per i
risultati raggiunti nella tecnica
del bucchero. Si applicano nella
produzione del bucchero abili
tornianti, come Crescentino
Monarchi che rileva la fabbrica
di via Dante, e decoratori come
47
Raoul Farneti che introduce
particolari tipologie decorative e
sperimenta sistemi di
impermeabilizzazione e
patinatura. Con le nuove
tecnologie applicate alla
produzione ceramica viene
penalizzato l’artigianato del
bucchero che richiede tempi
lunghi di lavorazione, una
grande attenzione nella tecnica
di finitura superficiale con
percentuali elevate di spreco
soprattutto nel procedimento di
steccatura e nella cottura. Nel
1970 è attivo in Gubbio
unicamente il laboratorio di
Totino Rossi a cui negli anni
successivi se ne affiancano altri
tre: La Fornace del Bucchero, le
Riproduzioni Etrusche e gli
Eredi Sebastiani. Il ciclo
complessivo di lavorazione è
lungo e complesso; l’argilla
depurata viene formata e ripulita
al tornio prima di procedere alla
spugnatura.
Dopo circa venti giorni, tempo
necessario per l’essiccazione
dell’oggetto, si tolgono con
carta vetrata e paglietta fine tutti
i segni lasciati dalla tornitura e
dalla spugnatura. A questo
punto inizia la fase più delicata:
quella della levigazione con
stecchi di bosso, un legno duro
e compatto, attraverso il quale
si ottiene il pezzo grigio lucente
o con spazzola e panno
morbido per un effetto più
opaco.
Più l’oggetto è lucido e più è
levigato, più è “bello” e più
tempo necessita per la
lavorazione ed è per questo che
risulta difficile far entrare il
48
Dall’alto:
vaso semplice e multiplo di Ugo La
Pietra;
“C’ero - cero” di Gaetano Rossi.
Realizzati da Grossi Designer Antica
Compagnia di San Martino per la
mostra “Colori locali”, Firenze, aprile
2000.
bucchero in una dimensione di
produzione di piccola e grande
serie.
Dopo la steccatura si possono
fare incisioni a freddo per decori
con oro e platino. La tecnica di
cottura, con la quale si ottiene il
colore nero, simile a quella del
raku, avviene in ambiente
ossido-riducente ottenuto
cuocendo i pezzi a diretto
contatto con il carbone. I vasi e
il carbone vengono collocati a
strati in cilindri di ferro o acciaio
che, chiusi ermeticamente,
vengono collocati in forni a gas
per l’unica cottura consentita da
questo tipo di produzione. I
gradi aumentano lentamente ed
è indispensabile che non ci
siano infiltrazioni d’aria e di
ossigeno nei cilindri altrimenti il
carbone prende fuoco e
l’infornata è distrutta. L’aspetto
connotante del bucchero è il
suo colore nero.
Questa peculiarità
paradossalmente è il suo pregio
e il suo limite.
La possibile variante estetica è
quasi esclusivamente delegata
alla forma plastica. Non
potendo infatti giocare con gli
smalti e i colori, la ricerca è tutta
su questo versante. Il pezzo si
rifà alla tradizione ma recupera
una sua dignità diversificando la
forma e aggiungendo al valore
ornamentale una funzione d’uso
che risulta comunque limitata
dalle caratteristiche tecniche, in
particolare dall’impossibilità di
contenere acqua. Gaetano
Rossi, figlio di Totino, afferma
che le forme tradizionali
generalmente acquistate nel
territorio d’origine non sono
recepite in fiere campionarie
come ad esempio a Milano e
Firenze, perchè troppo legate al
territorio di provenienza. È
pertanto necessario
sperimentare altre forme che
rispecchino il gusto attuale
come portaceneri, basi
lampade, centro tavola, etc...
introducendo fattori funzionali
nella produzione attuale.
Sostiene che dagli anni Ottanta
è in atto una sperimentazione di
Dall’alto, in senso orario:
“Monte Igino e i suoi fratelli”
di Marino Guerritore;
“Megafono” di Valerio Giambersio;
“Tavole Eugubine” vaso senza fondo
di Alessandro Campanella.
Realizzati da Grossi Designer Antica
Compagnia di San Martino per la
mostra “Colori locali”, Firenze, aprile
2000.
linee nuove che hanno avuto un
discreto successo all’estero e
che il suo laboratorio, con
l’invito alla manifestazione
Piazza Italia del 1992, per le
celebrazioni colombiane, si è
aperto al mercato americano ed
ora è presente con un punto
espositivo a New York sulla 5a
Strada.
L’attualità di questa antica
tecnica artigiana è sottolineata
anche dalla sua natura
ecologica.
Tutte le fasi di lavorazione della
ceramica nera passano infatti
attraverso procedimenti
assolutamente naturali e mai
artificiosi. Rimane aperta in
Umbria la questione della
salvaguardia di una tradizione,
quella della ceramica in
generale, che in vari centri ha
raggiunto i più alti livelli di
qualità tecnica ed
espressiva.
Nell’alveo dell’artigianato della
ceramica la continuità di
produzione del bucchero è
quella che, per le ragioni
addotte in precedenza, risulta
avere maggiori difficoltà di
sopravvivenza.
È compito delle istituzioni
formulare progetti e adottare
tutte le iniziative per mantenere
in vita una tradizione che non è
solo un fattore produttivo ma
innanzitutto un patrimonio di
storia e di cultura.
Bibliografia: E. A. Sannipoli,
“Note sulla ceramica eugubina
degli anni venti e trenta”, in
“Ceramiche umbre 1900-1940”,
Electa Editori Umbri, Perugia
1992.
A. Satolli, Orvieto, in
“La tradizione ceramica in
Umbria”, Centro Umbria Arte
communication
Editore, Perugia1997, pp.
97-98.
P. Benveduti, “Sulla tecnica
della ceramica nera”, in atti del
“Primo congresso internazionale
etrusco”, Firenze-Bologna
1928-29, Firenze 1929,
pp. 272-73.
AA.VV. “Enciclopedia dell’Arte”,
Vol. II, pp. 203-210.
49
autori
di Luciano Marziano
Le lucerne di Caruso
Cultura popolare filtrata da valenze critiche
per una serie nuova di oggetti realizzati da Nino
Caruso
Da anni Nino Caruso scava
nelle vene del tradizionale
oggetto d’uso. Per un lungo
periodo il suo interesse si è
concentrato sul vaso come
forma
primigenia quasi archetipica,
come un microcosmo, che
s’immette nel territorio del mito,
intendendo per tale un evento
che, per 1a sua esemplarità, si
carica di sedimentazioni
culturali, di rimandi significativi
alle strutture mentali e al loro
riverberarsi nella concretezza
dell’oggetto. Così, del vaso,
trasferito sul piano della
scultura, pur non negando il
legame e il rimando alla sua
funzione
d’uso, l’artista ha ricercato e
individuato le linee fondanti, i
rapporti plastici delle varie parti,
la collocazione e, quindi, la
dimensione spaziale, la
consistenza materica, la
sostanza cromatica. Si trattava
di un operazione di riduzione
all’essenziale, ma che
comportava una complessità
anche visiva nella quale grande
influenza ha esercitato la
componente concettuale, che
richiama il territorio della
progettualità attraverso la quale
viene privilegiato l’aspetto
analitico concretamente
proposto ed espresso nella
disarticolazione dell’oggetto poi
ricomposto secondo linee
personali che, per manifattura e
impiego del materiale si collega
a una tradizione operativa.
Tradizione che dagli antichi
etruschi, passando per la
51
molteplicità di influenze che nel
corso dei secoli hanno
sostanziato la cultura del bacino
mediterraneo, presenta risvolti
di sincretismo per cui talune
memorie barocche virano in un
ordine classico, reso seducente
da un’avvertita manipolazione
che ingloba anche raffinati
moduli artigianali.
Nella serie delle lucerne che
costituiscono l’oggetto della più
recente ricerca di Nino Caruso,
convergono rimandi alla cultura
popolare filtrata, tuttavia, da
una valenza critica per cui i
manufatti presentano aspetti di
alta ambiguità. E difatti, mentre
se ne coglie l’identificazione
funzionale e pratica, richiamano
la dimensione antropologica
che si sostanzia e materializza
emblematicamente nell’olio e
nella luce. Questi fattori
sottendono una stratificazione
spirituale, fissano modi e
comportamenti non come
episodi transeunti seppure di
lunga durata, ma come essenza
vitale ed esistenziale
sperimentata e consacrata nel
corso dei millenni.
In questi lavori Nino Caruso
opera su due piani: recupera
oggetti e, quindi, immagini di
tradizione, che pur
mantenendone la memoria della
funzionalità, modifica con una
complessa operazione che va
dalla presentazione del singolo
pezzo all’assemblaggio di più
elementi lavorati secondo un
disegno modulare. In questo iter
è dato cogliere l’impostazione
progettuale quale notevole e , in
molti casi, preminente
coefficiente presente nel lavoro
di Nino Caruso che consente,
ancora una volta, di assumere
l’oggetto con la sua struttura
funzionale e lo slittamento nel
campo della scultura dove i
valori sono dati dagli eventi
plastici, dallo sviluppo
compositivo, dalla patina
coloristica.
Rispetto al precedente ciclo dei
mito-vasi caratterizzati dalle
forme aperte, dal trascorrere del
flusso spaziale che ne evidenzia
le linee astratte, con
privilegiamento dei piani e dei
volumi, le odierne lucerne sono
impostate su forme chiuse
anche quando scaturiscono da
assemblaggi modulari.
L’oggetto, quindi, declina in
scansioni simmetriche e il loro
sviluppo si articola secondo
linee ritmiche. L’apporto
cromatico sempre più
essenziale è giocato sui toni del
bruno che esalta l’argilla,
espressa come terra sigillata e
del chiaro generalmente
impostato sulla primarietà del
bianco. Sono oggetti del
desiderio che attingono, pur
nella dimensione ridotta, una
sorta di monumentalità
presentandosi con una varietà
di forme a testimonianza della
fervida fantasia dell’artista, che
trova con cantante
germinazione una rinnovata e
affascinante modulazione
compositiva.
La complessità delle forme degli
52
oggetti, pur mantenendo gli
elementi tipologici del
recipiente, completo di foro di
alloggiamento dello stoppino,
richiama le linee di un vascello,
la planimetria di una città
razionalmente geometrica come
la settecentesca Grammichle in
Sicilia.
A volte, da distese concrezioni
geologiche, si sviluppa
l’immagine di un grande vomero
mentre lo sviluppo verticale
richiama il segnacolo sacrale
del totem.
Complementari, ma necessario
corredo delle lucerne, sono le
oliere con le masse degli spigoli
addolciti che si immergono nella
scanalatura e nei rigonfiamenti
come frammenti di modanature,
spezzoni di cornici, con la
prensilità di manici come
suggerimento sensibile alla
plasticità della composizione.
È da supporre non essere
estranea a questa immersione
la frequenza ventennale di Nino
Caruso di luoghi carichi di
memorie storico-artistiche quali
Todi e limitrofi, Torgiano e Brufa,
dove la coltivazione del vino e
dell’olio hanno trovato alti
standard culturali consacrati, a
cura della Fondazione
Lungarotti, nel prestigioso
Museo del vino e in quello, in
via di istituzione, dell’olio.
Contesto altamente recettivo,
tanto che la prima mostra delle
lucerne di Nino Caruso ha avuto
luogo nel Castello di Rosciano,
con grande attenzione e
partecipazione di pubblico.
53
autori
di Manuela Scisci
Da San Sebastian
le sculture di Amaia
Oimaneder
Oggetti scultorei realizzati in argilla refrattaria
dalla giovane artista spagnola
Dopo gli studi nella scuola di
Arti plastiche di DEBA, Amaia
Oimaneder apre nel 1998 il
laboratorio di ceramica artistica
“Bao Bab” nel quale insegna
diverse tecniche di ceramica e
con la collaborazione del
ceramista italiano Jacopo Prina
sviluppa diversi oggetti
scultorei.
Sarà forse per i corsi che Amaia
ha seguito per ”Murali di
grande formato” o per “La
scultura in grande formato” o
per la sua voglia di intervenire
nello spazio con opere
imponenti, sta di fatto che la
produzione di questa artista dei
Paesi Baschi si esprime
attraverso piccole opere capaci
di evocare grandi sculture.
Così, le sue “figure” realizzate
in argilla refrattaria sono
personaggi, spesso coppie,
dalla corporatura dilatata, figure
che ricordano le grandi forme
che spesso sono state
protagoniste nel periodo
“classico” delle opere di Leger
e Picasso.
Figure morbide e monocrome,
la maggior parte delle sculture
rimane del colore della terra
cotta, giallo chiaro, ma spesso
questo colore si fa più scuro e
la superficie “grattata” ne
restituisce un aspetto esteriore
che può alludere visivamente
alla pietra.
Forme e superfici che danno
quindi a queste figure l’idea di
54
grandi sculture da collocare
all’aperto; non a caso l’autrice
le presenta (vedi le foto) con lo
sfondo del cielo e del mare.
L’originalità e l’intensità di
queste piccole sculture
dimostrano una maturità
espressiva e stilistica
abbastanza rara in una giovane
artista (Amaia é nata nel I970 a
San Sebastian) e il fatto che
per le sue opere prediliga la
ceramica non può essere un
motivo sufficiente per
considerarla , come spesso si
usa fare in Italia, nella categoria
dei “ceramisti” o degli “artistiartigiani”.
La sua produzione, fatta di
opere uniche, la colloca a tutti
gli effetti tra i giovani artisti
europei che stanno cercando
un rinnovato rapporto con la
materia e la cultura del fare.
È ormai un fatto sempre più
visibile come le nuove
generazioni di artisti, in modo
opposto, stiano esplorando da
una parte il “virtuale”, dall’altra
il “reale”.
Amaia Oimaneder è tra quegli
artisti che hanno preferito
conoscere e lavorare con la
materia, sviluppando una
propria manualità e guardando
con i propri occhi al mondo
reale.
Nelle foto:
le piccole-grandi sculture di Amaia
Oimaneder, presentate sullo sfondo di
ampi orizzonti naturali.
55
aziende
di Claudia Ferrari
“Una bottega per il Duemila”
È, a chiusura del decennio
Sessanta, la prima attenzione
per il cuoio: manipolazioni,
cotture, tagli, incisioni, cuciture
... La scoperta dell’unicità di un
materiale naturale che non è
mai uguale a sè stesso e che, al
pari del rame, del mattone o del
legno, continuamente si
modifica e si rinnova, autonomo
e armonioso, come una cosa
viva. Un materiale che per molti
(per chi ne
conosce la specificità e la
potenzialità), nel tempo, quando
esibisce e racconta la propria
storia e l’uso che ne è stato
fatto, si arricchisce e si
abbellisce
grazie a virtuosismi cromatici.
Problemi molteplici allora e una
sfida appassionata quella di
dare forma a oggetti in cuoio;
ogni prodotto “unico” - anche
se di serie -, irripetibile ogni
pezzo dunque, anche perchè
dotato di una propria capacità
espressiva.
Una sfida da affrontare con la
ricerca e da risolvere
coniugando all’oggi conoscenze
che vengono da una lontana e
ricca tradizione; le innovazioni
tecnologiche contemporanee
da “piegare” anche alla
riproducibilità
in piccola serie.
Una sfida affrontata da Arte &
Cuoio con un team di
professionalità diverse
(a Maschera, deus ex machina
della ricerca e della produzione,
si sono affiancati Claudia
Serafini, nuntius della nuova vita
di questo materiale e Enrico
56
Arte e cuoio
Un materiale che ricorda la bottega medievale
protagonista di nuove ricerche progettuali e
produttive
Nella pagina a fronte:
cartella “Viaggio”;
cesti “Savio” e “Lorenzone”.
In questa pagina:
cesto “Helsinki” e un set da golf.
57
In questa pagina da sinistra: ciotola
della linea “Ebano” e pouf “Intreccio”.
Nella pagina a fronte: chaise longue
“Sigmund” e stuoia “Intreccio”
Tonucci, l’artifex, il progettista
sperimentatore) che hanno
saputo
riproporre/imporre un percorso
del tutto moderno ai modi e ai
riti del passato.
Arte & Cuoio: dal progetto
all’oggetto
Il cuoio invece è il materiale
protagonista, il primattore, di
Arte & Cuoio, atelier - o forse
meglio bottega, a recuperare un
termine che nella sua accezione
medioevale e rinascimentale
ben si presta a spiegare
l’insieme di attività che vi si
svolgono - che accentra sia la
sperimentazione e la ricerca
progettuale che la produzione,
una decina le persone coinvolte
in questo affascinante percorso
realizzativo, intorno ad alcuni
laboratori d’appoggio.
Indispensabile allora, anche con
questo materiale - non inerte né
indifferente, ma vivo e sempre
diverso, in continua mutazione una rifondazione della
progettualità, che implica certo
creatività, ma anche
sperimentazioni materiche e
l’individuazione di nuove
tipologie. A declinare insieme
memoria/riappropriazione/
creazione con il disegnare/
ridisegnare, per costruire un
oggetto e la sua immagine, a
proporne un uso e un riuso.
E questa è la storia, lunga ormai
due decenni, di Arte & Cuoio,
una storia che ben rientra nel
“caso” italiano. Avventura
progettuale e produttiva che si
dipana e si ramifica nel tempo:
dalla realizzazione e vendita dei
primi oggetti in cuoio (1969-
58
1970) - scatole e agende - nel
negozio/laboratorio di
Pesaro, alle linee di contenitori
messe a punto già nel 1974,
all’esordio al Salone del Mobile
di Milano nel 1980,
all’affermazione internazionale:
numerosi i prodotti inseriti nel
catalogo del Moma di New
York, insigniti
molti manufatti di prestigiosi
riconoscimenti. E, aggiungiamo,
innumerevoli le “copie”,
indiscutibile segnale di
successo.
All’origine, lo si è già accennato,
una solida conoscenza delle
tecnologie e dei materiali della
tradizione, rivisitate però
“criticamente” alla luce delle
esigenze attuali, con una
particolare attenzione
all’ecologia, certamente non
in omaggio alla moda, ma come
valore che stimola al recupero e
alla rivitalizzazione del passato.
Cuoio: per quali tipologie?
Certo non è stata facile
l’individuazione delle tipologie
da affrontare, dacchè non si è
voluto rinunciare all’
innovazione: ma già la
rivisitazione linguisticamente
attualizzata - un geometrico
minimalismo - di oggetti della
tradizione, evidenzia la qualità
di questi manufatti.
E allora agende, blocchi,
fotoalbum, in cuoio sfinato e
grosso, diversi gli interni; e,
ancora, cartelle in cuoio
bottalato liscio (più rigido
dunque del
martellato) e zaini: rivisitate
anche le cerniere, in acciaio
inox, la lettura della qualità della
produzione affidata
all’essenzialità della forma “ripulita”, a
evidenziare la funzione - e
all’accuratezza della finitura.
Emblematica del procedere di
Arte & Cuoio la proposta dei
contenitori: scatole - rotonde,
ovali, quadrate, diverse le
dimensioni e le altezze - in
cuoio
rigido, la struttura interna in
salpa (cuoio macinato e
pressato), lunga la lavorazione,
numerose le fasi di lavoro sia
per la tranciatura che per
l’assemblaggio dei numerosi
pezzi di cui ciascuna è
composta (la tonda nove pezzi,
la quadrata ben trenta) da
sempre e per sempre in
catalogo, cui (dal settembre
1997) si sono affiancate anche
delle “ciotole”, due fogli di
cuoio incollati, pressati, tranciati
e cuciti a mano sui quattro lati.
La permanenza di alcune
tipologie (un’altra caratteristica
della produzione di Arte &
Cuoio), come anche il set da
scrivania (sottomano e
contenitori), può certo essere
considerato un restyling (in
catalogo fin dal 1982) - ma
vanno
qui apprezzati gli inaspettati
incavi nei sottomani (frutto di
un’inconsueta operazione a
fustellatura e a pressa), così
come l’abbinamento a
particolari
essenze lignee, come per la
linea Ebano, del 1997, dove
esplicito è il rimando linguistico
alla terra di provenienza di quel
legno, l’Africa, tre punti manuali
a raccogliere l’angolo di ogni
pezzo della serie. E la quercia
laccata nero è stata utilizzata
per un insieme da scrivania
volutamente più tradizionale,
Enrico, (1982) - in legno anche
le sagome di supporto -, mentre l’alluminio
traspare concettualmente nella
serie Lama (1997), in cuoio
grosso, l’essenziale linea
ottenuta grazie a sapienti
stampi autoprodotti.
Interessante anche l’innovativa
modifica applicata a una
macchina “spacca pelle” per
meglio piegarla alla
progettazione e produzione dei
vassoi/svuotatasca (ma anche
di altri oggetti) in cuoio sfinato
rigido, l’“anima” in piombo, e
dunque il manufatto facilmente
plasmabile, così come il
fermacarte Stropiccio, che
ognuno può modellare a proprio
piacimento: un oggetto anche
antistress, sicuramente un
archetipo. Un secondo filone
della bottega pesarese è la
trasposizione in cuoio di oggetti
tradizionalmente in altri
materiali: come le cornici,
rigorose di linea e specchianti
come quelle d’argento grazie
alla rifinitura spazzolata; i
contenitori
d’archivio in cuoio sfinato e
quercia laccata nero, il
meccanismo ad anelli o
le cartelline portadocumenti,
realizzate in questo nobile
materiale, non tanto per
impreziosirle quanto per
sottrarle alla caducità della
carta, il “foglio” in cuoio ben
pianificato con fustelle, gli sfridi
a trovare ben presto autonoma
vita...
A fare, per esempio, da maniglie
alle bags che ospiteranno il
packaging di ogni oggetto (un
imballaggio in cartone riciclato
e trucioli di carta, con etichetta
in cuoio timbrata a caldo), ma
anche a permettere (da un paio
di anni
questa ricerca e
sperimentazione) la
realizzazione di articolati tappeti
dalle svariate dimensioni,
i ritagli rifilati e montati su perni
d’acciaio. E allora sottopentole
ma anche sottomano,
scendiletto (a permettere una
morbida e
massaggiante camminata) e perchè no ? - stuoie da terra per
sedute particolari, per
conversare, leggere o guardare
la televisione ripiegando a
proprio piacimento quest’utile
morbida e profumata
fisarmonica.
Di fatto una felice
intuizione e la rilettura di un
analogo prodotto povero.
Più difficile definire la “messa in
forma” su un unico foglio di
cuoio della vecchia sporta in
rete, una sfida il suo disegno in
pianta e la definizione di
un’unica fustellatura, inevitabile
il richiamo all’origami,
armonioso l’aereo riproporsi
della Rete (1997). Ripreso dai
cesti in castagno dell’uso
popolare il tema dell’intreccio
per contenitori portatutto, che
sta aprendo la strada “verso” un
nuovo mobile in cuoio; le fasce
intelaiate e intrecciate a mano
modellano contenitori tondi e
rettangolari: ore e ore di lavoro
completate da
cuciture a mano e a macchina.
E da un cesto contadino,
finlandese questa volta,
originariamente in betulla
intrecciata, deriva la forma del
cesto portacarte/portagiornali
del 1996, realizzato in cuoio
grosso.
E, ancora, nel filone delle
“rivisitazioni in cuoio” i
nécessaires per calzature (il
tendi e il calzascarpe e le
spazzole d’ordinanza); il set da
golf che assembla in una
custodia in cuoio bottalato
foderato in pecary (morbida
pelle di maiale) mazze inglesi
dall’impugnatura rivestita
naturalmente in cuoio (in cuoio
e piombo la buca per allenarsi
in casa) e una serie di accessori
per lo stesso gioco, il
portapalle, il segnapunti, il tee e
il sostegno per la palla.
E non può mancare ovviamente
l’oggetto in cuoio di uso più
comune, la borsa: due sporte e
due secchielli in cuoio grosso
sfoderato.
Oggetti di ieri, di oggi, e di
domani, allora.
Una progettualità che Arte &
Cuoio trae da una secolare
sapienza artigiana per fondare
una nuova tradizione e un
nuovo modo di essere nel
nostro tempo. Arte & Cuoio si
apre
dal 1999 ad una nuova idea di
progetto che vede il realizzarsi
di una linea definita da elementi
d’arredo.
59
iniziative
di Manuela Scisci
L’
Osservatorio “Ad Arte” si
pone come strumento di
conoscenza diretta sul territorio
in un processo continuo di
esperienza, che supera di fatto
le ormai numerose manifestazioni di quest’area, troppo
spesso occasionali, con un
programma di lavoro continuo e
aperto verso la raccolta di tutte
le istanze che nel settore sono
cresciute in questi ultimi anni:
dal significato degli strumenti di
normativa dell’Artigianato
Artistico, ai problemi connessi
alle attività didattiche degli
Istituti d’Arte e Accademie, ai
Musei di Arte Applicata, ma
soprattutto rivolge la propria
attenzione ai problemi di ricerca
e sperimentazione, individuando
strumenti e metodi per
divulgare e incentivare il livello
dell’attività creativa e quindi
della produzione e
commercializzazione.
Per meglio comprendere le sue
finalità, riportiamo qui di seguito
le dichiarazioni programmatiche
organizzate in un
programma-video: “Per anni
abbiamo visto crescere e
svilupparsi da una parte il
disegno industriale, dall’altra
l’arte.
Recenti mostre, ricerche e,
soprattutto, il rinnovato
rapporto tra cultura del progetto
e certe aree di produzione
artigianale omogenea, hanno
messo in circuito una quantità
di energie tali da contribuire in
modo determinante allo
sviluppo dell’artigianato artistico
Ad arte
La nascita del primo Osservatorio Nazionale
sull’Artigianato Artistico: un avvenimento culturale
presentato a Milano e a Monza
oggi in Italia.
A questo fenomeno si deve
aggiungere il fatto che la nostra
società ama sperimentare nuovi
modelli di comportamento
ambientale, ma desidera anche
conservare, rievocare,
ripercorrere antichi rituali.
Ed è proprio la coabitazione di
antichi e nuovi rituali che ha
contribuito a far riscoprire
l’oggetto d’eccezione, il
prototipo, l’oggetto di piccola
serie “fatto ad arte”.
Con queste parole, all’inizio
degli anni Ottanta, Ugo La
Pietra presentava e divulgava
prima nella rivista “Area”, quindi
nel periodico “Abitare con Arte”,
i vari cambiamenti, fenomeni e
innovazioni all’interno di un
sistema produttivo ancora vitale
e che iniziava a trovare un
proprio ambito di rinnovata
ricerca e produzione attraverso
le mostre “Progetti e Territori”,
“Genius Loci” nella Fiera
“Abitare il Tempo” a Verona e
nella manifestazione espositiva
“Abitare con Arte” nell’ex chiesa
di San Carpoforo a Milano.
Nuova decorazione, design
artistico, oggetti fatti ad arte:
queste ed altre definizioni
connotarono le varie esperienze
per non utilizzare le ormai
dimenticate “arti applicate”.
Sono passati più di quindici
anni da quei primi segnali, che
ora da qualche tempo
sembrano essere sempre più
presenti all’interno del nostro
sistema.
Ugo La Pietra, attraverso la
rivista “Artigianato tra arte e
design”, registra da qualche
anno prodotti, collezioni, premi,
concorsi, manifestazioni
nazionali e internazionali, che
stanno facendo crescere
quest’area disciplinare, e
partecipa direttamente e
attivamente all’organizzazione
di mostre e collezioni nelle varie
aree artigianali.
La Galleria Fatto ad Arte di
Raffaella e Francesca Fossati,
che significatamente nasce a
Monza vicino alla Villa Reale già
sede delle storiche Biennali
d’Arte Applicata ed ora
dell’Istituto d’Arte, da qualche
anno sta sviluppando un’attività
che mette a punto quei
passaggi che potranno portare i
giusti interscambi tra ricerca e
produzione. Le mostre “Genius
Loci” dedicate alle varie aree di
produzione artigianale, che
operano in una costante ricerca
di rinnovamento della tradizione
attraverso il progetto, e le
Edizioni Fatto ad Arte,
rappresentano di fatto il
riconosciuto impegno di questa
galleria. Ugo La Pietra, titolare
dello Studioinpiù, Francesca e
Raffaella Fossati, titolari della
Galleria Fatto ad Arte,
partecipano così con il proprio
impegno, alla crescita di un’area
disciplinare, che comunque
stenta a darsi una definizione e
dei confini, sia a livello culturale,
che come sistema capace di
trovare un proprio ambito
disciplinare; per questi obiettivi,
annunciano la nascita del primo
61
In questa pagina, dall’alto:
la sede dell’Osservatorio con la
presentazione della mostra
programmatica;
in primo piano, il “Tavolo mediterraneo”
di Ugo La Pietra.
62
“Osservatorio Italiano
sull’Artigianato Artistico”.
Una struttura che nasce per
poter conoscere, dare senso e
significato ad un’area
disciplinare a cui mancano
Istituzioni (musei, centri di
ricerca, laboratori).
Una sorta di marchio di qualità
che definisca l’area
dell’Artigianato Artistico, che
sempre più si presta a false
interpretazioni e cattiva
divulgazione.
L’attenzione dell’Osservatorio è
rivolta alla comprensione:
1) del lavoro dell’Artista
Artigiano, che, con le proprie
opere, supera di fatto le fittizie
separazioni tra artigianato e
design, mettendo in atto alcuni
fattori come
a) la ricerca e la progettazione in
rapporto all’ambiente e alla
storia;
b) la definizione di oggetti d’uso
che possono essere messi in
produzione, ma che, allo stesso
tempo, mantengono le virtualità
che sono proprie dell’oggetto
d’arte;
c) l’esplorazione dei punti di
conflitto e di sovrapposizione
delle due discipline, Arte e
Design;
d) riferimenti alla tradizione e
contemporaneamente
atteggiamenti carichi di nuove
indicazioni formali e di
contenuto;
2) dell’artigiano che opera nella
tradizione;
3) dell’artigiano che opera su
progetto, una figura questa, che
abbinata in modo paritetico al
creativo (artista, designer,
architetto) assumerebbe ben
presto un ruolo importante
all’interno del sistema
Artigianato Artistico;
4) dell’artigiano che opera per
l’industria;
5) dell’artigiano che opera con
una nuova concezione della
piccola impresa;
6) del creativo (designer/
architetto) che opera con e per
La segreteria e l’archivio
dell’Osservatorio.
l’artigianato artistico con un
progetto quindi diverso dalla
logica del disegno industriale.
Questa lettura e interpretazione
potrà finalmente portare un
contributo alla comprensione
della vasta area dell’Artigianato
Artistico italiano in modo da
confrontarsi e collocarsi
all’interno del più vasto sistema
internazionale.
Potrà essere inoltre di supporto
alla didattica negli Istituti d’Arte
e nelle Accademie: attraverso la
creazione di una rete di artigiani
in grado di comunicare la loro
esperienza nelle varie sedi
interessate ed a tutte quelle
strutture commerciali che
stentano a definire il valore
aggiunto dato da opere che si
inseriscono in questo
panorama.
Per associarsi rivolgersi presso:
“Ad Arte” Primo Osservatorio
Nazionale sull’Artigianato
Artistico - via Matteo da
Campione 8 - 20052 Monza
tel. 039/2312002, fax
039/2312628, [email protected]
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LA NUOVA TERRITORIALITÀ
“Opus incertum”
L’Italia frantumata in tanti territori, luoghi
omogenei di attività legate alla cultura materiale.
La ricerca della differenza ci
porta a leggere un’Italia
frantumata in tanti territori,
luoghi omogenei di attività
legate alla cultura materiale.
Vengono qui presentate le aree
che, in questi ultimi anni, hanno
dimostrato una volontà di
affermazione della propria
identità e,
contemporaneamente, il
bisogno di rinnovamento.
È sempre più chiara la
frantumazione per ragioni
etniche, culturali, economiche,
filosofiche...; siamo tanti e
sempre più diversi, e la diversità
non è più privilegio, non è più
emarginazione, ma è diritto.
Diritto a sviluppare ed esaltare
le proprie convinzioni e le
proprie appartenenze senza
prevaricazioni.
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ceramica di DERUTA
DAVID ZIPIROVIZ
E LA CERAMICA
ARCHITETTONICA NEO
RINASCIMENTALE
A DERUTA
Devo ringraziare pubblicamente (ed
approfitto della disponibilità di queste lapietrane colonne artigianali
"tra arte e design") Giancarlo
Bojani, Giulio Busti e Franco
Cocchi, curatori della mostra:
"David Zipirovic a Deruta, maioliche
1923-1927" - Museo Regionale
delle Ceramiche di Deruta, fino al
30 novembre 2000, catalogo
"Centro DI", Firenze - perché mi
hanno consentito di far amicizia con
"Santa Caterina d'Alessandria" (da
Raffaello), pannello in maiolica di David
Zipirovic, Deruta, 1925 (Collezione Pelli
Alberto, Deruta)
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un altro "maledetto architetto" delle
arti applicate, con un altro sognatore, con un altro dannato che, al pari
di noi oggi, ha tentato invano di
conciliare l'inconciliabile: unire arte
con industria, artisti con lavoratori,
l'utile col dilettevole, contemporaneo con Rinascimento, ecc...
E ciò in un luogo non facile, l'Unione Sovietica di Stalin, contribuendo,
ahinoi!, a confezionare uno dei
palazzi tipici della tirannia, il Palazzo
dei Soviet, quello di Jofan, l'accademico che batté il "nostro" Le
Corbusier (e noi - ovviamente - tifavamo per quest'ultimo sui libri
dell'università, così come avevamo
"tenuto" per Ettore, sui banchi del
liceo).
La mostra a Deruta ci ha presentato
l'antefatto a queste cose d'architettura ed arti decorative in ceramica;
ci ha presentato il lungo e prezioso
tirocinio di Zipirovic in Italia, tra il
1923 ed il 1927, quand'egli era
direttore artistico della CIMA
(Consorzio Italiano Maioliche
Artistiche) a Perugia. In questo
senso sono state esposte, in catalogo a cura di Busti e Cocchi, un
centinaio di opere del maestro
russo, tutte di proprietà del Museo
Regionale delle Ceramiche di
Deruta perchè acquistate dalla lungimirante amministrazione comunale locale nel 1964, al fallimento della
fabbrica CIMA.
In catalogo - oltre a quello di Bojani,
che cura la parte della mostra relativa al "sogno dei rinascimentali italiani degli anni venti"; oltre a quelli,
già segnalati, di Busti e Cocchi - è
illuminante leggere due contributi
delle studiose di "cose" russe,
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Svetlana Baranova e Nicoletta
Misler che testimoniano dell'attività
di Zipirovic quando nel 1927 tornò
in patria, nella URSS di Stalin che
tante illusioni fece nascere; - ovvero
del suo sogno "neo rinascimentale"
di una attuale e "classica" ceramica
decorativa architettonica.
Con questa luce "sovietica" le pregevoli "cose" esposte a Deruta
acquistano un altro (ed alto) senso,
un altro spessore, sfuggendo così
la mostra al pericolo della visione di
un fenomeno da baraccone esotico, locale e/o italiano, connotato da
una polemica tutta introversa sul
dato del neo/rinascimento negli
anni venti.
Viceversa, la questione segnalata in
mostra, è ampia e con implicazioni
financo tragiche: basti pensare che
in URSS Zipirovic fu coinvolto, oltre
che nello staff progettante il palazzo
dei Soviet - come s'è detto -, in
quello del padiglione sovietico
all'Esposi-zione Internazionale di
Parigi, quello impreziosito dalla
celebre scultura di V. Muchina
"L'operaio e la colchosiana".
Si è trattato - quindi, qui a Deruta,
di una utile mostra di studio che
fino a poco tempo fa sarebbe stata
impensabile, improponibile, essendo irrimediabilmente datata e
"sconveniente" questa produzione,
vissuta come disutile. Purtuttavia
questa mostra non ha voluto cogliere in toto Zipirovic, lasciando spazio
ad una iniziativa più compiuta che
si potrà fare con il gran materiale,
anche d'archivio, che sta al museo
"Kolomenskoe", uno dei più importanti di Mosca.
Sottolineo all'uopo due aspetti che
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mi paiono centrali in SuperZip; due
livelli di lettura che restano aperti,
oltre la ricostruzione esposta utilmente in mostra dai curatori, colla
regia amministrativa del gran sindaco Mastice, di nome e di fatto.
Il primo tema ruota intorno a
Zipirovic e alla fabbrica, all'artindustria. Quelli di Zipirovic qui in mostra
sono exploit eccezionali, dipinti ad
arte espressamente per il museo di
una fabbrica, per la CIMA di Perugia
(e purtroppo non ci sono documentazioni fotografiche ed archivistiche
di come era organizzato tale museo/
esposizione, cosa non secondaria
sul tema del Museo delle fabbriche); sono, quelli di Zipirovic per la
CIMA, mirati e coltivati fiori di serra
da mettere all'occhiello - nella loro
eccezionalità "antica" - all'odierna
produzione commerciale, di serie
del Consorzio.
Questo dato sociologico non
secondario, avrebbe potuto indirizzare decisamente la lettura e l'allestimento della mostra verso un rapporto esplicito artista-fabbrica che,
nel caso specifico, si presenta
soprattutto come rapporto d'immagine tra arte ed industria.
Il secondo tema che segnalo è
quello di Zipirovic e l'Architettura.
Anche quando maiolicava, Zipirovic
"vedeva" in termini di architettura:
le sue "cose" - i piatti, i medaglioni
(penso, ad esempio, al bellissimo
"Ezechiele Profeta" da Michelangelo
riveduto e corretto - e corrotto -,
una sorte di Maciste) - in realtà
sono tondi da inscrivere idealmente
(e talvolta praticamente) in facciate
di sapore neorinascimentale, quelle
che poi tenterà - Zipirovic - di concretizzare in URSS, non senza difficoltà.
Collegata alle due tematiche suddette mi pare la questione del rapporto che SuperZip ha instaurato
con i ceramisti locali, che si dice (e
si scrive) fecondo.
È oltremodo utile illuminare questo
spazio di relazione, tematica che
riveste - del resto - una grande
attualità, cosa che appare particolarmente centrata sul tema della
mostra,perché l'ottica di Zipirovic è
quella del laboratorio, (ed in questo
senso egli è veramente neo-rinascimentale, stilismi a parte: siamo tutti
figli di Leonardo!).
Del resto egli scriveva in URSS:
"bisogna uscire dai laboratori per
entrare nella vita", con tutta la maiolica, ndr.
Ultima considerazione.
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Non c'è che dire: l'artigianato ceramico italiano "esemplare", di grande respiro, segnatamente negli anni
venti, l'hanno fatto gli stranieri: "i
tedeschi" a Vietri sul mare, David
Zipirovic a Deruta, tanto per fare
due esempi. E questo vuol pur dire
qualcosa!
Eduardo Alamaro
ceramica di grottaglie
TRIMMONE
CAMMAUTTU CUTRUBBU
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di “tradizione rinnovata”.
Le opere, realizzate dall’artigiano
Giuseppe De Fazio di Grottaglie,
sono state progettate nei decori da
Eduardo Alamaro, Gianmaria
Colognese, Filippo De Filippi,
Natalie Du Pasquier, Lucio La
Pietra, Ugo La Pietra, Ciro Masella,
Gianni Mitola, Carlo Pastore ed
Elisabetta Bovina, Andrea Pellicani,
Ester Puzzovia, Alfredo Quaranta,
Aurelia Raffo, Manuela Scisci,
Franco Summa, Gianni Veneziano;
nelle nuove forme da Paolo Coretti,
Elisabetta Gonzo e Alessandro
Vicari, Ugo La Pietra, Ciro Masella.
mosaico di spilimbergo
CONCORSO PER UNA PALA
A Udine, la parrocchia di San
Giorgio Maggiore, nell’ambito dei
lavori di restauro dell’omonima
chiesa in borgo di Grazzano, ha
recentemente bandito un concorso
nazionale a inviti per la realizzazione
di una pala di soggetto sacro da
collocare nella nuova cappella feriale.
Il bando prevedeva che la pala,
dedicata alla figura del Buon
Bozzetto di Ugo Marano.
Contenitori per l’olio di Ugo La Pietra, Ciro
Masella, Elisabetta Gonzo e Alessandro
Vicari, Paolo Coretti.
Proseguendo le iniziative per la promozione e la valorizzazione del
patrimonio artigianale/artistico italiano, l’Ad Arte, il Primo
Osservatorio Nazionale sull’Artigianato Artistico con sede a Monza, ha
presentato dal 18 novembre al 18
dicembre 2000 presso la Galleria
AD Arte di Monza la mostra
“Trimmone Cammauttu, Cutrubbu”
una collezione di contenitori per
l’olio in ceramica realizzata a
Grottaglie (Ta).
Frutto di una ricerca condotta da
Ugo La Pietra con Ciro Masella, la
collezione raccoglie una serie di
contenitori per l’olio progettata nelle
forme e nei decori da progettisti
contemporanei che partendo dalle
forme e dai decori dei tradizionali
contenitori per l’olio grottagliesi,
sono riusciti ad arrivare a soluzioni
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Pastore e liberamente interpretata
da ciascuno degli artisti invitati,
fosse interamente tradotta in mosaico e realizzata con le tecniche e i
materiali propri della cultura del
mosaico spilimberghese.
Buona è stata la partecipazione al
concorso e alti i toni del dibattito
che verteva principalmente sull’obbligo di rappresentare l’immagine
sacra in maniera figurativa e,
soprattutto, sulla condizione di pensare e progettare il bozzetto in logica musiva.
La giuria, composta da esperti indicati dalla parrocchia e dai rappresentanti della Commissione
Diocesana di Arte Sacra, ha premiato il maestro spilimberghese
Giulio Candussio che, pur interpretando la figura del Buon Pastore in
maniera classica e pur rispettando
al proposito l’iconografia tradizionale, ha aggiunto all’immagine uno
straordinario tono di mistero e, precisando con cura i dettagli della
figura nella porzione più prossima al
terreno e sfumando, invece, in
maniera incerta e sicuramente proBozzetto di Giulio Candussio.
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blematica, i contorni del volto, è riuscito ad attuare una sorta di fusione
tra la figura e il campo che la contiene. L’utilizzo delle pietre e dei
marmi per la tessitura della parte
principale della pala e il parsimonioso impiego degli smalti per l’espressione di un breve pensiero coloristicamente riferito alla cultura della
Secessione viennese, ha reso ancora più suggestivo il bozzetto di
Candussio.
Accanto al vincitore, di straordinaria
forza creativa è risultata l’opera di
Ugo Marano che, rispettoso della
tradizione del mosaico bianco e
nero di marca aquileiese, ha rappresentato un Buon Pastore felice che,
gioiosamente immerso in uno spazio cosmico di grande suggestione,
salta con la corda e gioca con le
cose di un universo appena creato.
Meritevole di attenzione, inoltre,
sono state l’opera di Gianmaria
Colognese che, composta interamente con tessere vetrose di gusto
veneziano, ha riportato il tema nel
campo dell’astrazione ed ha dedicato ogni segno alla cultura numerologica cristiana e l’opera di Paolo
Falaschi il quale, forse ispirato dai
maestri tedeschi che durante il
medioevo hanno realizzato innumerevoli opere d’arte in Friuli, ha proposto un Buon Pastore aspro,
segnato da tratti decisi e potenti,
solo apparentemente ripescato
nella facile iconografia di un tempo
ma reso vivo e contemporaneo
mediante l’uso di smalti brillanti
composti con la sveltezza e con la
passione di chi lotta per comprendere nel divino anche la matericità
del terreno.
Sono certo che anche queste
opere, che verranno raccolte in una
mostra che si terrà a Udine durante
la primavera del 2001, contribuiranno a ricercare quel raccordo che,
da tempo sospeso, sussiste tra
l’opera d’arte e la sua traduzione in
mosaico.
oro di valenza
GIOIELLI IN ITALIA
Lo scorso ottobre si è tenuta la XXIII
edizione d’autunno di Valenza
Gioielli che ha ospitato, tra i suoi
principali avvenimenti, la terza edizione del convegno nazionale
“Gioielli in Italia” , nato con l’intenzione di fare il punto sugli studi e di
aprire nuove strade di indagine sulla
ricerca nel campo del gioiello italia-
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no e la tavola rotonda “Arte artigianato e industria: un difficile connubio nel gioiello del 900”.
Il convegno, dal titolo “Sacro e profano dall’antichità ai giorni nostri” e
coordinato da Lia Lenti e Dora
Liscia Bemporad, ha trattato il tema
del connubio tra sacro e profano
che dall’antichità ai giorni nostri ha
caratterizzato la fruizione e l’uso del
gioiello in Italia.
Tredici studiosi di varia formazione
hanno preso in esame in particolar
modo il vasto patrimonio orafo conservato nelle chiese italiane, gli
studi sulla simbologia sia pagana
che sacra utilizzata nei gioielli
dall’antichità fino al Novecento e la
funzione del gioiello taumaturgico.
Presieduta da Vittorio Ilario e coordinata da Germano Buzzi, rispettivamente Presidente e Direttore
dell’Associazione Orafa Valenzana,
la tavola rotonda ha invece trattato
le esperienze fatte nel corso del
Novecento nel campo della produzione orafa d’arte e le problematiche odierne connesse al rapporto
tra artigianato e industria.
Invito al convegno “Sacro e profano dall’antichità ai giorni nostri”.
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AUTORI
LUCA LEANDRI
Nato a Deruta, centro di una delle
più nobili tradizioni ceramiche italiane e sede del suo laboratorio,
Luca Leandri, dopo una assidua
frequentazione di famose botteghe
ceramiche locali dove apprende le
antiche tecniche del bucchero e dei
lustri, intraprende fin da subito la
strada della scultura creando forme
e sperimentando materiali.
Il refrattario, le terraglie vengono
giustapposte al vetro o ai metalli e
le sue opere sono così caratterizzate da fusioni, lacerazioni, tracce.
Leandri, proseguendo ancora oggi
questa attività di ricercatore della
materia e delle forme, dedica gran
parte del suo lavoro alla produzione
artistica rivolta alla cultura dell’oggetto. Attento ai mutamenti artistici
e dell’abitare, i suoi lavori esprimono un punto d’incontro tra la funzionalità del complemento d’arredo
e la valenza espressiva di un oggetto d’arte.
La realizzazione dei suoi oggetti si
basa sul rispetto di una lavorazione
Particolare di vetrata realizzata da Alessia
Nocca.
mento artistico verso il materiale
vetro, è stato determinato dall’incontro con Ugo Signorini, insigne
professore di vetrate artistiche.
Nell’atelier fiorentino, dove si sono
succeduti grandi maestri dell’arte
vetraria come Rockmayer, Avenali,
Hajnel e Signorini, Alessia Nocca
apprende la tecnica della vetrata
piombata ed istoriata respirando
un’aria intrisa di antiche tecniche e
di segreti ormai persi. Attualmente,
dedicandosi anche a tecniche
vetrarie più moderne come vetrofusione, sabbiatura, collage, progetta
e realizza diverse vetrate per chiese, monasteri, case private e attività commerciali in Italia e all’estero
oltre a partecipare a numerose
mostre come “L’arte del vetro attraverso i secoli” a Roma e “Sulla
rotta di Caboto” a Toronto.
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al bucchero. Evocative e liriche
sono le sue lastre in cotto istoriate
in bassorilievo fino al minimo particolare, che raccontano il territorio
sardo, ma anche quelle realizzate
in bucchero, la terra già usata dagli
etruschi, che Caterina Lai lavora
caricandolo di forti suggestioni.
Sono lastre cariche di ricordi e citazioni appuntate con apparente
casualità che l’artista esprime
aggiungendo o togliendo la materia, collegando parole, forme, atmosfere, creando spunti riconoscibili
come paesaggi colti a volo di
uccello, volti e figure .
Scrive Giorgio Pellegrini: (...)
Caterina Lai sa imbrigliare le furie
dissecanti del cubofuturismo in una
serenità geografica alata - superiore - a considerare dall’alto la poesia
delle cose in una sorta di speciale
“aeroscultura”, forte del vigore dolcissimo di un approccio planato
alla realtà”.
TONINO NEGRI
Lodigiano, Tonino Negri inizia il suo
rapporto con la “terra” molto giova-
CATERINA LAI
Sarda di Dorgali, centro ceramico,
ed erede di una famiglia di ceramisti che ha avuto in Salvatore
Fancello la figura più rappresentativa, Caterina Lai ha portato avanti
da molti anni, dopo un primo esordio come scultrice e un continuo
ruolo di insegnamento, un’interessante attività ceramica in una continua sperimentazione di linguaggi,
di tipologie e di tecniche, dal cotto
Caterina Lai: formella in bassorilievo realizzata in bucchero, 2000.
Luca Leandri: “Ikebana” vasi realizzati in
tecnica raku.
rigorosamente manuale e su una
conoscenza approfondita degli
impasti e degli smalti, preparati
esclusivamente nel suo laboratorio.
ALESSIA NOCCA
Artista-artigiana romana, Alessia
Nocca svolge la sua attività di
vetrartista presso l’atelier
della Vetreria Nettunense situata a
Nettuno, antico borgo medioevale
del litorale romano. Il suo orienta-
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Opera di Tonino Negri.
ne grazie alla collaborazione con
l’artista-regista, nonchè pittore e
scultore, Marcello Chiarenza con il
quale vince numerosi premi.
Il suo percorso alterna momenti di
“intimo” rapporto con la terra che
si esprime nella produzione di
opere di ridotte dimensioni a interventi nella natura con grandi sculture.
Negli ultimi anni nei suoi lavori prevale la tecnica del colombino,
dell’ingobbio, della steccatura e
cottura nel forno a legna.
Ne risultano forme morbide, non
spigolose.
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Sono forme “significanti” , spesso
legate al simbolismo del vaso inteso come contenitore del tutto,
anche quando le forme si risolvono
in figure antropomorfe di forte carica suggestiva.
MARCELLO D’OLIVO,
UN RICORDO
Gianni Cotterli, in una calda serata
di giugno, nella bella sala dell’ospedale dei Battuti di San Vito al
Tagliamento (Pn), ha ricordato l’architetto Marcello D’Olivo (19201993). Lo ha fatto poeticamente.
Ricordando la sua complessità di
uomo e la sua statura di architetto,
di artista, di pittore.
Traducendo in parole la lucidità del
suo pensiero e la follia del suo ideare.
Ha ripercorso le esperienze comuni. A Gerusalemme, per il restauro
della moschea della cupola d’oro.
In Iraq, nel progettare una miriade
di piccoli ospedali. In Algeria. In
Marocco. Ma anche in Italia. In tanti
luoghi impervi e, a quel tempo,
inconsueti.
Ha sottolineato la freschezza libera
e disinteressata del suo fare architettura, la felicità quasi ingenua del
suo racconto di artista, la pericolosità della sua avventura troppo
spesso azzardata. Abbiamo riso e
abbiamo pianto, con quel modo
tanto friulano di esaltare i morti e di
rendere belle tutte le cose per le
quali - loro vivi - erano stati denigrati. La conversazione, poi, conclusa come si conviene da queste
parti con una gradinata di bicchieri
di vino bianco, è avvenuta nell’ambito della mostra che, Isabella
Reale, Conservatrice del Museo
d’Arte Moderna di Udine, ha dedicato alla figura di Marcello D’Olivo
pittore.
Paolo Coretti
“Toro blu” di Marcello D’Olivo.
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fiere e saloni
ARTEFIERA 2001
La Fiera di Bologna ospita dal 25 al
29 gennaio 2001 “Arte Fiera 2001.
Uno spazio per nuove proposte culturali”, tra i più importanti appuntamenti italiani per collezionisti, artisti
e critici.
Riconfermata anche quest’anno la
presenza di duecento espositori fra
le più qualificate gallerie d’arte
moderna e contemporanea anche
straniere.
Un’interessante novità è stata la
creazione della nuova area dedicata
a importanti mostre monografiche a
tema, in cui le gallerie presenti
hanno contribuito a creare uno spazio di ricerca culturale, un interessante collegamento tra attività commerciale e proposta culturale.
Particolarmente ricco il programma
di eventi collaterali: incontri con
personaggi del mondo dell’arte e
della letteratura, conversazioni fra
artisti di livello internazionale e
direttori di museo, esposizione delle
più recenti pubblicazioni di editoria
d’arte.
CASAPIU’ 2001
Anche per questa sesta edizione, la
manifestazione Casapiù 2001, la
mostra dell’arredamento e delle
soluzioni abitative, che sarà ospitata dal 25 aprile al 1 maggio prossimi
presso il Filaforum di Assago, alle
porte di Milano, vuole confermare il
suo ruolo di importante appuntamento espositivo con l’arredamento
e la casa.
Molti i settori presenti: dall’arredamento per interni e per esterni al
complemento e accessori, dall’artigianato all’illuminazione alle tecnologie per la casa.
Inoltre l’edizione 2001 vedrà un
intenso programma di iniziative promozionali, meeting ed eventi collaterali di grande richiamo.
Arredi di montagna presso Crazy Art.
ogni manifestazione, di presentare
all’interno del mercatino stesso un
insieme di arredi ed oggetti che di
volta in volta illustreranno un’epoca
o uno stile.
Per il mese di gennaio e febbraio
sono esposti mobili, quadri e oggetti relativi all’arredamento di montagna: da mobili, cornici, specchiere
costruiti con corna a quadri e
acquerelli con soggetti di montagna
e caccia.
LIBRI E RIVISTE
CROSSING
È uscito a fine novembre, presentato presso la Triennale di Milano, il
primo numero di “Crossing” , rivista
semestrale nata dalla collaborazione di Abitare Segesta e BTicino,
importante società leader nelle
apparecchiature elettriche ed elettroniche in bassa tensione. Diretta
da François Burkhardt e con un
layout grafico di Italo Lupi con la
collaborazione per ogni numero di
Copertina del primo numero di “Crossing”.
ANTIQUARIATO A BRERA
Il famoso mercatino di antiquariato
di Brera, manifestazione ormai giunta al suo ventunesimo anno di vita
sempre tenutasi nello storico quartiere milanese di Brera, viene spostato dal terzo sabato alla terza
domenica di ogni mese. Per rendere più interessante l’appuntamento,
che ha sempre avuto un grande
riscontro di pubblico, la Crazy Art di
Milano ha deciso in occasione di
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un importante grafico invitato,
“Crossing” si rivolge soprattutto a
coloro che si interessano all’evoluzione dell’architettura, dell’ingegneria e della tecnica in relazione ai vari
aspetti della cultura contemporanea. I numeri della rivista sono
tematici e l’argomento viene affrontato di volta in volta attraverso
approfondimenti teorici e storici, ma
anche con un dossier che illustra la
diffusione nel mondo del fenomeno
identificato attraverso l’analisi di
alcuni esempi concreti.
Il primo numero di “Crossing” , graficamente realizzato con la collaborazione del famoso grafico olandese Gert Dumbar, tratta del Media
Building, un nuovo tema architettonico di grande interesse per il profondo influsso che ha già cominciato a esercitare sul futuro dei centri
urbani.
IL VETRO A VENEZIA
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edizioni Federico Motta Editore di
Milano.
Curato da Marino Barovier, noto
storico appartenente a una delle più
antiche famiglie di maestri vetrai
muranesi, il libro ripercorre attraverso trecentocinquanta immagini la
storia dello sviluppo e delle trasformazioni dell’arte vetraria, mettendo
a fuoco l’attività delle diverse manifatture, nate e sviluppatesi dall’inizio del secolo e delle personalità
che ne hanno determinato il rinnovamento anche profondo, quali ad
esempio quelle di Carlo Scarpa
prima, Gio Ponti, Ettore Sottsass e
del Gruppo Memphis in seguito, e
di quasi tutti i principali architetti e
designers, italiani e non, sino alla
fine degli anni ’90.
IL MOBILE BIEDERMEIER
Il vetro veneziano è il più antico
esempio di vetro artistico in Europa
con una storia particolare che si è
sviluppata fino alla nostra contemporaneità e che è sempre oggetto
di un privilegiato interesse da parte
di studiosi e collezionisti di tutto il
mondo.
Un utile strumento di comprensione
del vetro veneziano dell’ultimo
secolo risulta essere il libro “Il vetro
a Venezia. Dal Moderno al contemporaneo” della collana Tools delle
“Biedermeier”, un termine che indica un’epoca (1815-1848), uno stile
di vita borghese e uno stile di mobili
che, primo esempio di design nella
storia dell’arredamento, esalta le
linee del classicismo unite alle
essenze del legno utilizzate in funzione di decoro.
Il libro “Il mobile Biedermeier.
Dal Congresso di Vienna al 1848”
curato da Leonardo Volpini ed edito
da Federico Motta Editore, affronta
questo tema dopo dieci anni di
ricerca da parte dell’autore.
Marino Barovier: “Il vetro a Venezia. Dal
moderno al contemporaneo”, Federico
Motta Editore.
Leonardo Volpini: “Il mobile Biedermeier. Dal
congresso di Vienna al 1848”, Federico
Motta Editore.
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L’attenzione del lettore è volutamente catturata dalle duecento
fotografie di mobili presentati nel
manuale: appunti fotografici fatti di
linee, di geometrie, di elementi
architettonici volti a esaltare la semplicità e l’eleganza.
A precedere le immagini, una breve
e sintetica presentazione storica,
esposta in maniera giornalistica,
che si affianca ad un’analisi tecnico-stilistica in grado di interessare
e soddisfare il collezionista più preparato come di catturare l’attenzione del neofita desideroso di accostarsi ad un mondo nuovo caratterizzato da una antica modernità.
mostre
S-CACCIAPUOTI
A Faenza
Campionario fotografico dei modelli maiolicati della ditta: "Gugliemo Cacciapuoti, Via
Partenope Napoli", dal n° 161 al n° 184.
L'altezza dei modelli è attorno ai 60 centimetri, come si evince dal metro posto alla
base della foto, (collezione privata, Napoli),
inedito.
Lo sforzo di questa rivista, quale
sorta di "partito combattente" e
militante per un nuovo "Artigianato
tra arte e design", è quello di legare
tradizione ed innovazione, indagare.
In tal senso vanno molti editoriali
del nostro direttore e gran maestro
Ugo La Pietra, così come l'ultimo
sul n. 39 2000; in tal senso io stesso ho già scritto che la terza via (tra
arte ed design) sarà tale solo se riusciremo a recuperare storie dell'artigianato e renderle di nuovo leggibili ponendole alla base di una ipotesi di lavoro, quella in corso.
Infatti ho maestra la concezione
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delle collezioni dei M.A.I dell'Ottocento, nell'ambito di un progetto
antico-moderno, tradizione-innovazione. Tali collezioni storiche dei
M.A.I., nell'economia generale di
quelle istituzioni, alla fondazione,
avevano solo la funzione, del resto
principale, di "illuminare" e di
influenzare la conoscenza e la comprensione della contemporaneità,
dell'azione progettuale odierna nella
forbice tra arte e fatturazione, tra
arte e mani-fattura-azione dell'arteindustria.
L'ambizione dalla base di questa
operatività - che io trovo ancora
straordinariamente palpitante - era
quella di far nascere un nuovo storico dell'arte che sapesse di estetica
e di tecniche costruttive, di progetto e di laboratorio, di bello e di utile,
di arte ed industriosità. Tutto quanto sopra per dire del mio atteggiamento critico rispetto alla mostra
"Le ceramiche Cacciapuoti da
Napoli a Milano, 1870-1953", che
ho visto con particolare interesse
nel settembre scorso a "Faenza/
Faience 2000", la nota mostra mercato biennale che si svolge a
Faenza. Della detta congiunzione
Napoli-Milano, (via Treviso) dei
Cacciapuoti, maiolicari napoletani,
mi ero interessato da tempo, dal
1984 quando, al MIC di Faenza,
avevo selezionato una campionatura di tale manifattura napoletana
per la mostra "Il Sogno del principe" (cfr. relativo catalogo, schede
da 45 a 51, pp. 71 - 73).
Lavorando allora attivamente al
M.A.I. di Napoli, avevo poi intercettato il signor Fritzsching, erede dei
Cacciapuoti "napoletani", nella cui
ospitale casa ebbi modo di studiare, fotografare i pezzi, consultare le
foto d'archivio della fabbrica, rendermi conto cioè della fabbricazione di quella ditta, di capire tante
cose interne a quella "machina"
artistica e manufatturiera.
Ebbi occasione di parlare della congiunzione "cacciapuotesca" NapoliMilano, oggetto di questa mostra,
in varie mie conferenze, ed in particolare nel convegno "lapietrano"
alla Triennale di Milano: "Fatto ad
arte, arti decorative e artigianato".
Ciò è confrontabile negli atti - a
cura di Ugo la Pietra, edizione della
Triennale, 1997, alle pp. 39-40 corredate da due significative illustrazioni: quella a pagina 44 riproducente una foto tratta dal campionario della fabbrica della ditta
"Guglielmo Cacciapuoti"; nonché
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quella di pagina 36 riproducente un
modello di fabbrica ancora in uso in
casa Fritzsching, un lampadario in
terraglia caratterizzato da cinque
puttini portalampada, sempre opera
della ditta di "zio Guglielmo",
Napoli, 1910 circa. Su questo pezzo
mi dilungai in quel convegno ritenendolo esemplare di una diffusa
"serialità manuale", che era la mia
preoccupazione in quella sede, rintracciarne la logica di produzione
tra arte e fatturazione (e/o manifatturazione). La mostra in questione
non va in questa direzione di ricerca
ma piuttosto in quella delle "belle
arti plastiche", ed in tale logica è
giusta essendo esposizione interna
ad una Mostra/Mercato, "FaenzaFaience 2000", progettata e finanziata da un noto antiquario romano
(Buranelli), ossia da un privato che
è proprietario della gran parte delle
opere esposte. In particolare quelle
relative alla parte di sculture ceramiche di Guido Cacciapuoti, manufatte tra le due guerre; vale a dire
quelle oggi più commerciabili e sulle
quali egli ha fortemente investito
economicamente nel tentativo di
farle passare dai banchi del
Modernariato d'alta qualità a quelli
più sostanziosi dell'Arte.
Questa mostra è del resto esemplare della riduzione e spostamento
del nostro patrimonio, anche museale (penso ai pezzi provenienti dal
M.A.I di Napoli) da una logica di
progettazione artistico/industriale e
di Museo/laboratorio, Museo/
segnale, ad una di carattere conservativo, antiquariale e di modernariato, che non è proprio il nostro
spazio d'azione.
È per questo motivo che non amo
molto queste mostre, questo tipo di
scrittura perché vanno in una direzione diversa, di profumino ceramico, di borotalco, cosa necessaria si
dirà, ma noi preferiamo il puzzo dei
laboratori, questione di scelte di
vita.
Eduardo Alamaro
LE QUATTRO A-R DELLA
VAL FONTANABUONA
"Artigianato" (tra arte e design) ha
più volte segnalato l'utile attività
che si svolge da anni all'Ecomuseo
di Val Fontanabuona (GE), aperta
anche a suggestive collaborazioni
con altri musei consimili, come
quello di Cursi della pietra leccese;
mi riferisco in particolare alla bella
collezione degli oggetti-souvenir in
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ardesia, curata da Ugo La Pietra in
collaborazione con Alfredo
Gioventù, sulla quale ha riflettuto da
par suo Manuela Scisci nel n.
36/2000, alle pp. 30-41 di questa
rivista.
È quindi in questa chiave di interessi che segnalo ai lettori - piuttosto
sul versante dell'arte e della sperimentazione polimaterica dialogante
con l'ardesia - un'iniziativa particolarmente riuscita che si è svolta, a
cura di Luciano Caramel, a Ferrada
di Moconesi Val Fontanabuona,
nella sede dell'ecomuseo: "La via
dell'Ardesia". L'iniziativa - organizzata dal GAL e promossa dalla
Comunità Montana Fontanabuona ha avuto in Adriano Leverone il suo
infaticabile "coordinatore tecnico/
artistico".
Egli ha organizzato questo "incontro di scultori in Val Fontanabuona"
dal titolo: "Ferro Fuoco Pietra" con
un'angolazione che sta particolarmente a cuore di questa rivista:
innanzitutto attivando un livello del
laboratorio che ha visto, dal 3 al 9
settembre 2000, gli scultori Emidio
Galassi, Jacques Kaufmann,
Tashihito Minamoto, Franz Stahler,
oltre allo stesso Leverone, cercare
di stabilire nell'arco di quella settimana un avvio di rapporto con il
luogo, ossia con il materiale (l'ardesia) che lo caratterizza da sempre.
Tutto ciò è confluito nel secondo
livello dell'iniziativa, la mostra che
dal 10 settembre al 15 ottobre, ha
dato conto al pubblico di tali elaborazioni di sperimentazione caratterizzate - si può dire con uno slogan
- "dalle 4 A-R": ARdesia, ARgilla,
ARte, ARtigianato.
Qui non c'è lo spazio ed il tempo
per entrare specificativamente nelle
singole risposte, tutte interessanti,
date dagli artisti, in gran parte provenienti dall'arte della ceramica,
che è quella di Leverone. Diciamo
solo che questa iniziativa ha tentato
di entrare in quel cono d'ombra di
cui si occupa l'arte; vale a dire che,
in tanta luce emanata dai media e
dalle merci luccicanti, l'arte riprende
a far ombra e scoprire la presenza
ineffabile di un "resto", di cripte di
impenetrabilità, o perlomeno nicchie interrogative.
Qui il fascino di questo incontro di
lavoro, sul quale non mi trattengo
ulteriormente perché mi sta più a
cuore il futuro di questa iniziativa, il
suo "secondo tempo", che si prospetta il prossimo anno, se tutto va
bene.
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Ne discutevo con Leverone sul
posto: se l'"incontro degli scultori in
Val Fontanabuona" di quest'anno
ha cercato di sguinzagliare gli artisti/segugi invitati sul territorio
dell'ardesia in modo che essi poi
riportassero nelle "camere d'artista"
gentilmente messe a disposizione
dall'ecomuseo - un po' biennalesche, per la verità -; riportassero,
dicevo, tali segni diffusi sul territorio
- da quelli del lavoro a quelli della
discarica - e filtrati dai detti artisti in
una visione poetica assolutamente
personale.
Un'operazione legittima e - appunto
- assolutamente autonoma.
A questo punto, o si insiste su questa formula tutta interiore ed interna, tutta indirizzata dall'esterno
verso l'interno, oppure si ha la forza
di invertire il segno dell'operazione
e - forte di questa esperienza andare in uno spazio di direzione
inversa, di interno - esterno.
In tal caso significa attivare l'esperienza plastica a scala urbana, ossia
un rapporto plastico che abbia in sé
il segno della contemporaneità specificato da un rapporto meno
estemporaneo col territorio, ma viceversa - che abbia meccanismi
di partecipazione dialoganti con la
poetica e l'autonomia linguistica
dell'artista, qui messa in luce.
Eduardo Alamaro
Franz Stahler: installazione con molle elastiche e dischi di ardesia (part.) all'ecomuseo
di Val Fontanabuona.
LE RADICI DELL’ AVANGUARDIA
Si chiuderà il prossimo 16 aprile la
mostra “Russi 1900-1920. Le radici
dell’avanguardia.
Larionov, Goncharova, Kandinsky e
gli altri” ospitata presso il Palazzo
Martinengo di Brescia.
L’esposizione, curata da Evgenia
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CAMBELLOTTI
Natalija Goncharova: “Lavandaie”.
Petrova, direttore scientifico del
Museo Russo di Stato di San
Petroburgo, compie una panoramica dettagliata di uno dei periodi
cruciali e non sufficientemente indagati dell’arte russa: i primi del
Novecento quando gli artisti attraversarono quella straordinaria esperienza creativa tra tradizione popolare e le suggestioni delle nuove
forme espressive.
In mostra ottanta dipinti, accanto a
una ventina tra acquerelli e incisioni, di artisti come, tra gli altri,
Malevic, Tatlin, Goncharova,
Larionov.
Il percorso espositivo comprende
anche gli oggetti dei maestri dell’artigianato russo d’epoca, a testimonianza di quella creatività popolare
che è all’origine dell’ispirazione
degli artisti in mostra.
TERRE D’ITALIA
Lo scorso novembre la sempre attiva Associazione Culturale
ComunicArte di Albisola Marina (Sv)
ha ospitato la mostra “Terre d’Italia”
dedicata a Giovanni Cimatti.
La mostra ha esposto i risultati delle
ultime sperimentazioni ceramiche
dell’artista faentino, che ha iniziato
l’attività artistica negli anni ’70
sviluppando una personale ricerca
sui rapporti fra forma e superficie,
rielaborando tecniche svariate
come
i decori a sangam, raku e
decalcomanie.
L’esposizione, con lo scopo anche
di sottolineare lo scambio culturale
che l’Associazione Culturale
Comunic Arte prosegue ormai da
diverso tempo con altre realtà ceramiche della nostra penisola, ha
ospitato anche lezioni di Giovanni
Cimatti nell’ambito del corso per
progettisti in ceramica grés presso
la Scuola per la Ceramica del
Comune di Albisola Superiore.
LAURA MARCUCCI Spazio Artigiano di Roma, un po’
galleria d’arte e un po’ bottega artigianale, ha ospitato dal 5 al 21 ottobre 2000 una riuscita mostra dedicata alla lunga carriera dell’artista
Laura Marcucci Cambellotti.
Influenzata dagli artisti delle avanguardie del primo Novecento e
dallo zio Giacomo Balla, la
Cambellotti ha sviluppato dagli anni
Trenta fino ad oggi, un percorso in
cui si intrecciano strettamente arte
e artigianato.
In mostra, venti arazzi tessuti con
fili di lana, seta, cotone, argento e
oro.
KIM HAN SA
Brocca in ceramica di Kim Han-sa
Palazzo Isimbardi di Milano ha ospitato lo scorso mese di novembre la
mostra “Kim Han-sa.
Contemporaneità nella tradizione
ceramica coreana”. La mostra ha
presentato circa cinquanta opere
dello scultore coreano Kim Han-sa
che si muove nel solco della grande
tradizione della ceramica coreana
come le ceramiche “punch’ong”
(verde-acqua), che rappresentano
la punta della produzione ceramica
del primo periodo Choson nel XV e
XVI secolo, caratterizzata da uno
strato bianco trasparente sotto l’invetriatura.
Una produzione antica e famosa,
che Kim Han-sa rielabora e reinterpreta con disegni e colori che
avvertono i valori della contemporaneità.
L’EURO ALLE PORTE
Ospitata tra le mostre di sperimentazione e ricerca dell’ultima edizione di Abitare il Tempo di Verona, la
mostra “PortaEuro: l’Euro è alle
porte”, a cura di Andrea Pellicani,
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Nadia Nava, scatola porta-euro in legno
intarsiato realizzata da Pierluigi Ghianda.
ha presentato una serie di progetti
e prototipi tesi a dare forme e suggerimenti pratici ad una nuova
situazione in cui tutti saremo presto
coinvolti: quella di riporre e maneggiare le numerose monete sottomultiple dell’Euro.
Dieci, tra cui Franco Raggi, Keiko
Suzuki, Enrico Tonucci, Nadia Nava,
Axel Muller Schol, Carlo e Rossana
Amadori, Luca Scacchetti, sono
stati i progettisti invitati dal curatore a proporre idee concrete o provocatorie per la realizzazione di piccoli oggetti in diversi materiali, dal
metallo al cuoio, dal legno al tessuto, dedicati al trasporto e al contenimento della nuova moneta; tra i
prototipi di particolare raffinatezza il
prototipo di Nadia Nava realizzato
da Pierluigi Ghianda.
IL COLORE DEL VERDE
La quarta edizione della rassegna
artistica “Il colore del verde” si è
svolta a Udine la scorsa estate e si
è rivolta quest’anno alle antiche
rogge della città.
I corsi d’acqua che, costruiti nel
medioevo e trasformati in acque di
utilità nel periodo veneziano, attraversano il centro storico insinuandosi tra le case, scorrendo alle
spalle dei vecchi mulini, lasciandosi
inghiottire, a volte, sotto i palazzi
della nobiltà per poi ricomparire rinfrancate nella corsa - mai vorticosa
e prepotente - nella contraddittoria
dolcezza della prima periferia.
La rassegna, curata come sempre
da Enrico Sello, ha visto impegnati
13 autori che, come al solito, si
sono misurati in quel territorio composito che vede mescolarsi ambiguamente l’arte visiva, la narrazione
poetica, la cultura dell’oggetto e la
generica passione per la botanica.
Circa le installazioni che sono state
realizzate, accanto ai tuffatori meccanici che Fabrizio Urru ha collocato sul bordo della roggia al grido forse un po’ logoro - di “l’arte è
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morta”, Chris Gilmour ha realizzato
la bellissima giostra per pesci
volanti, mossa in maniera ininterrotta dal leggero vortice d’aria che
viene naturalmente provocato dalla
vicina cascatella.
Bello anche l’oggetto in bambù che
Furio Ersetti ha ordito per creare un
frammento di oriente di fronte ad
una antica ed inconsapevole osteria
udinese e straordinariamente colto
ed elegante è stato l’intervento che
Paolo Bertocchi ha realizzato
costruendo alcune ninfee in seta
per affiancare al ricordo dell’industria serica che traeva l’energia da
quel luogo le rappresentazioni d’acqua che il vecchio Monet amava
studiare nel suo ritiro di Giverny.
Divertente, infine, è risultata l’installazione di Roberto Corsaro che ha
immerso nell’acqua della roggia una
tavola da pranzo imbandita e che,
per alcune volte, in maniera apparentemente normale, ha utilizzato
quel luogo per cenare assieme ad
alcuni amici.
Anche chi scrive ha partecipato alla
rassegna presentando uno stralunato e coloratissimo raccoglifichi
collocato nell’acqua della roggia
accanto ad alcuni alberi di fico che
la trascuratezza dei passanti prima
ed il rispetto delle cose poi ha
lasciato crescere sul bordo della
roggia di via Mulin Nascosto.
La manifestazione anche quest’anno è riuscita e anche quest’anno,
nel momento delle conclusioni,
Enrico Sello si è interrogato sul
paradosso per il quale, nonostante
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il Friuli sia una delle regioni italiane
più verdi di prati e di boschi, e
nonostante la natura sia abbondante e quasi prepotente, gli abitanti
sono tra quelli che, pro capite,
spendono maggiormente per l’addobbo a verde del proprio balcone,
per le piante dell’orto, per abbellire
il proprio giardino e sono tra quelli
più impegnati a frequentare certe
rassegne artistiche come “Il colore
del verde”.
Paolo Coretti
IL TESORO DELL’ARCHITETTURA
Lo scorso novembre la conosciutissima Galleria Colombari di Milano
Particolare del raccogli fichi di Paolo Coretti
realizzato da Franco Piccoli di Galleriano
(Ud)
Ettore Sottsass, anello in oro, brillanti, corallo, onice, 1984-86.
ha festeggiato i vent’anni di attività
inaugurando la mostra “Il tesoro
dell’Architettura” : gioielli d’autore
progettati da grandi architetti italiani
e stranieri nei primi anni Ottanta.
Da tempo fuori produzione e nata
da un’idea di Cleto Munari, la collezione rappresenta il debutto del
Post-modernismo in gioielleria.
Intellettualistica ed eclettica, raccoglie dai pezzi postmoderni di Hans
Hollein a quelli surrealisti di Oscar
Tousquet, spazia dalla figuratività
totemica di Ettore Sottsass all’anticonformismo di Alessandro Mendini
sino al gusto architettonico di
Robert Venturi e Stanley Tigerman
e alle suggestioni figurative di Meret
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Oppenheim. In mostra anche i gioielli di Enzo Cucchi, Peter Eisemann,
Michael Graves, Paolo Portoghesi,
Robert Ebendorf, Michele De
Lucchi, Richard Meier, David
P a l t e re r, C e s a r P e l l i , P a o l o
Portoghesi, Ivy Ross, Peter Shire,
Robert Stern, Lella e Massimo
Vignelli, Marco Zanini.
A contorno la mostra fotografica
“La vanità” a cura di Fabio Castelli,
con opere, tra i tanti di Horst,
Brassai, Leibovitz, Mollino, Newton,
Mapplethorpe.
IL MOBILE SIGNIFICANTE
La Brianza ha dedicato a Ugo La
Pietra tre esposizioni che intendono
abbracciare una buona parte della
sua produzione ormai quarantennale che ha spaziato dall’architettura
al design, dall’arte all’artigianato e
altro ancora.
Oltre a “Domesticarte.
Disegni e progetti 1980 - 1990”
presso l’Istituto d’Arte di Cantù e a
“A punta di penna. Raccolta di
disegni 1970 -1980” ospitata presso la Biblioteca di Villa Ferranti a
Figino, la Galleria del Design e
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dell’Arredamento di Cantù ha prima
fortemente voluto e poi ospitato dal
10 novembre 2000 al 14 gennaio
2001 la mostra “Il mobile significante. Opere 1985 - 2000” che ha presentato una serie di mobili, frutto
della ricerca effettuata da Ugo La
Pietra nell’area del mobile di Cantù
negli ultimi vent’anni a diretto contatto con le realtà produttive locali.
Sono mobili realizzati a regola d’arte, che esprimono formalmente la
sottile ironia di La Pietra nei confronti dei comportamenti e ritualità
del quotidiano, mobili “fatti ad arte”
ricchi di azzardi, ma legati alla
memoria tipologica.
ESERCIZI DI STILE
Il Museo Lia di La Spezia ha allestito nella sua Palazzina delle Arti una
bella e curiosa mostra dal titolo
Invito alla mostra “Il mobile significante.
Opere 1985-2000”.
Nadia Nava “Il desiderio di Mademoiselle”,
2000.
“Esercizi di stile”, titolo che rimanda al testo di Raymond Queneau,
tradotto in Italia da Umberto Eco.
Come nel libro uno stesso racconto
viene riproposto in 99 variazioni,
così la mostra prevede 99 variazioni
su una nota immagine, eseguite da
altrettanti artisti.
L’immagine scelta è quella di
“Mademoiselle Rivière” di J.D.Ingres
e tra gli autori invitati a dare la loro
interpretazione del dipinto troviamo
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artisti di fama internazionale come
Spoerri, Rotella, Patella, Miccini,
Hendricks, Patterson, Jiri Kolar, Ben
Vautier; presenti anche Sergio
Borrini, Mauro Manfredi, Nadia
Nava, Fernando Andolcetti, Victoria
Smith.
Le opere faranno parte delle Civiche
Collezioni d’Arte Contemporanea
del Museo e la mostra sarà itinerante in quanto già richiesta da musei
italiani e stranieri.
La mostra è stata corredata da un
catalogo parte della collana
“Palazzina delle Arti - Le mostre”
edito da Silvana Editoriale.
SILVIA ZOTTA
È stata ospitata lo scorso dicembre
presso la Galleria Luciano
Colantonio di Brescia una mostra
dedicata all’interessante Silvia
Zotta, giovane artista italoargentina
formatasi a Faenza e bresciana di
adozione.
“Carta urgente a Buenos Aires” ,
questo il titolo della mostra,ha raccolto la particolare produzione ceramica dell’artista realizzata tra il 1998
e il 2000.
Di Silvia Zotta il critico Biffi Gentili
scrive: “(...) Silvia adotta notazioni
violente e toni alti degli smalti.
Un suo testo emblematico è la
Carta urgente a Buenos Aires, una
“maiolica policroma con intervento
di scrittura calligrafica eseguita con
diverse tonalità cromatiche”.
Un’indagine cioè sui rapporti tra
cromie e scrittura manuale che
assume nuovi valori estetici e che
“si viene a trovare al punto di incrocio tra un’era premoderna (pregunterberghiana) e una postmoderna
postgunterberghiana”, come teorizza Renato Barilli a proposito della
nuova chirografia in generale ... Ma
Silvia appartiene sino in fondo alla
sua generazione, e non è interpretabile esclusivamente con gli struSilvia Zotta “Carta urgente a Buenos Aires”,
maiolica, 1998-2000.
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menti e gli apparati della “cultura
colta”.
Il suo “estetico calligrafico” a tratti
rivela il turpiloquio, gli smalti
sovrapposti a strisce su forme un
poco squagliate richiamano i coloranti-additivi chimici per alimentari
e cibi industriali, grossi stick plurigusto da succhiare o qualcosa di
analogo, e a volte questi junk-food
ceramici giovanili paiono avariati,
sormontati come sono da escrescenze fungoidi, da smaltate micosi
...”.
LO SGUARDO INDISCRETO
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sale espositive dell’ex complesconventuale di San Francesco
Alessandria hanno ospitato dal
novembre al 14 gennaio scorso
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mostra “Ettore Sottsass: 28 progetti
per le tarsie di Andrea Fedeli”.
L’esposizione, nata da Progetto
Boscaro, un’organizzazione patrocinata dalle Nazioni Unite che lotta
per la salvaguardia e il rilancio delle
più importanti tradizioni delle arti
applicate in Italia e nel mondo, presenta una collezione del tutto particolare, in cui una delle più grandi
tradizioni dell’artigianato artistico
italiano, la tarsia fiorentina del
legno, incontra la cultura progettuale di Ettore Sottsass, la cui opera
ha scritto per buona parte la storia
del design del Novecento.
Il matrimonio, apparentemente difficile, tra una tradizione antica quasi
estranea alla contemporaneità e il
design, ha dato vita a una collezione di mobili in cui il progetto e l’abilità della mano arrivano a risultati di
alta soluzione formale e tecnica.
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pezzi originali a prezzi vantaggiosi.
Tra gli artisti italiani invitati, Sergio
Borrini, Dario Brevi, Nadia Nava,
Stefano Pizzi.
Nadia Nava “Violinista”, 1999, ardesia e cellulosa.
LORENZO CAPELLINI
Rimane aperta fino al 25 febbraio 2000
presso il Museo Civico di Piazza del
Senato la mostra fotografica di
Lorenzo Capellini “Schiene”.
Curata da Enrico Gusella e Gian
Particolare di un mobile di Ettore Sottsass
realizzato da Andrea Fedeli per Boscaro.
SUPERMERCATO
DELL’ARTE
Dopo il grande successo dello
scorso anno, è di nuovo approdato
Pietro Morando “Il potatore”, 1920, coll.
priv. Valenza.
la mostra “Lo sguardo indiscreto.
Arte del XX secolo dalle collezioni
alessandrine”, una grande rassegna
di opere del ’900 provenienti da
collezioni private della provincia di
Alessandria.
L’esposizione ha permesso di
ammirare opere, solitamente non
fruibili, che spaziano dall’arte tra le
due guerre all’immediata contemporaneità di Basquiat o Paladino
La mostra, curata da Marco Rosci,
si sviluppa in un itinerario organizzato per decenni ed è scandita da
opere di importanti autori, tra i quali
Fontana, Burri, Capogrossi, Fautrier,
Schifano, Kounellis, Mondino,
Wahrol, Melotti, Cesar.
ETTORE SOTTSASS
E LA TARSIA
A Parma il Palazzo Pigorini ha ospitato dal 2 dicembre al 21 gennaio la
a Milano lo scorso dicembre, negli
stessi locali dello Spazio Bigli, “Il
Supermercato dell’Arte”.
Il gallerista spagnolo Jorge Alcolea
ha presentato opere di artisti italiani
e spagnoli con l’obiettivo di avvicinare l’arte a un pubblico sempre più
vasto e annullare il concetto di arte
come esclusiva d’élite.
La galleria è stata infatti trasformata
in un Supermercato, con tanto di
cestini e carrelli, permettendo al
pubblico di entrare liberamente in
contatto con le opere, visionarle,
toccarle, senza alcuna inibizione.
Ha potuto così approfittare di offerte uniche e irripetibili, acquistando
Franco Martinoni, l’esposizione raccoglie circa 150 fotografie in bianco e
nero e a colori con il singolare soggetto della “schiena”, un genere, completamente nuovo rispetto alla produzione precedente di Capellini orientata al
ritratto di personaggi illustri o a soggetti legati al costume e alle arti visive.
Sono schiene nude, virili e femminili,
ritratte da differenti angolazioni e inserite in contesti di varia natura. Esiste in
queste foto un Capellini più maturo e
deciso che consente di comprendere
appieno la sua concezione di “fotografia”, una narrazione per immagini attraverso segni visivi ma che giunge anche
a una conoscenza psicologica del
soggetto.
COLORE DELLA MUSICA
Con una doppia sede, Palazzo
Barberini a Roma fino al 28 febbraio
2001 e Santa Maria della Scala a Siena
dal 6 aprile al 17 giugno 2001, la
mostra “Il colore della musica. Dipinti,
strumenti e concerti tra Cinquecento e
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Seicento”, propone un itinerario che
ripercorre l’evolversi della rappresentazione della musica nella pittura durante questi due secoli. Perno
della mostra, curata da Claudio
Strinati, Rossella Vodret e Annalisa
Bini, è il nucleo di dipinti dedicati
all’immagine e al mito di
S.
Cecilia, ma anche la presenza di
alcuni strumenti antichi di grande
pregio, provenienti dalle collezioni
del Museo Nazionale di strumenti
musicali e del Museo strumentale
dell’Accademia Nazionale di Santa
Cecilia.
BIANCO E NERO
I territori artigiani sono spesso definibili anche attraverso il colore della
materia che li caratterizza. È così
per la Liguria e il nero della sua
pietra lavagna ed è così per il territorio di Carrara e il bianco del suo
marmo.
E “Bianco e nero” è il titolo della
mostra ospitata presso la Galleria
Fatto ad Arte di Monza dal 25 gennaio al 28 febbraio 2001, nell’ambito delle attività del Primo
Osservatorio sull’Artigianato Artistico.
L’evento presenta una collezione di
oggetti in marmo di Carrara e una
in pietra lavagna, a cura di Ugo La
Pietra e con la collaborazione sul
territorio di Antonello Pelliccia per il
marmo e di Alfredo Gioventù per la
pietra. Gli oggetti, progettati da
designers e realizzati da aziende
artigiane locali, sono capaci di interpretare le caratteristiche estetiche
del materiale, caratteristiche che
determinano l’identità culturale di
un preciso territorio, contraddistinguendolo.
I designers si sono affidati ad un
procedimento che vede l’oggetto
fare riferimento al “soggetto” (luogo
o territorio) in modo indiretto, senza
quindi l’uso superficiale della citazione e in alcuni oggetti l’esaltazione della materia è data da aspetti
spesso trascurati dalla produzione
corrente. Comunque, oggetti fatti
per ricordare, carichi di valori e
significati, oggetti la cui funzione è,
come prima cosa, quella di evocare
e quindi anche quella di soddisfare
un uso.
VEGETALI IGNOTI
In coincidenza con l’importante
mostra “Ottocento italiano. Da Lega
a Wildt” la Fondazione Bandera per
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l’Arte ha ospitato la mostra “Vegetali
ignoti” dal 5 dicembre 2000 al 28
gennaio 2001 e a cura di Francesco
Tedeschi e Elena Di Raddo, proseguendo così il suo programma teso
alla valorizzazione delle nuove
espressioni estetiche.
Vegetali Ignoti non è un gruppo, nè
un movimento, ma un’espressione
artistica nata nel 1994 e legata al
modello di un’esperienza collettiva,
luogo di dibattito culturale che trascende il sistema dell’arte rispecchiando le individualità dei singoli
artisti. La compagnia (Al Fadhil,
Carlo Buzzi, Johannes Dario
Molinari, Riccardo Paracchini, Luca
Scarabelli) espone il “nucleo storico” del gruppo, un confronto ricco
d’interesse tra differenti linguaggi
attraverso la convivenza di venti
opere tra cui dipinti, sculture, installazioni e progetti cibernetici.
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tela, è evidente che l’obiettivo della
ricerca rimane sempre, per Luciana
Matalon, la resa visiva di una situazione, di una intuizione spaziale ed
emotiva, nella quale la funzione
dell’autrice non è mai secondaria.
(...).
premi
Tradizioni artigiane e turismo culturale, un importante connubio per la
Terza Edizione del Premio Treviso
per la Cultura, organizzato dal
Touring Club Italiano e dalla Camera
di Commercio Industria Artigianato
Agricoltura di Treviso e tenutosi lo
scorso 2 dicembre.
Quest’anno il Premio è stato focalizzato sulla valorizzazione delle tradizioni artigiane, sempre più riconosciute come parte integrante del
nostro patrimonio culturale e decisive per lo sviluppo di un turismo di
qualità. L’evento è stato preceduto
da una tavola rotonda su “La valorizzazione delle tradizioni artigiane
per lo sviluppo del turismo culturale”.
MUSEI
MUSEO FONDAZIONE
LUCIANA MATALON
Lo scorso novembre si sono aperti i
nuovi spazi del Museo Fondazione
Luciana Matalon per l’Arte
Contemporanea nel centro storico
di Milano, ospitando la mostra antologica “ Luciana Matalon. Spazi infiniti e simboli inquietanti”.
Lo spazio della Fondazione, completamente ristrutturato nel rispetto
delle più avanzate tecniche di
restauro, si sviluppa in settecento
metri quadrati, su due piani e ospita
interventi artistici strutturali di pittura e scultura realizzati dalla Matalon
con tecniche varie.
In alcune sale, oltre a un archivio
completo e la documentazione
computerizzata di trent’anni di attività in Italia e all’estero, sono collocate in permanenza opere dell’artista: sculture, dipinti, grafiche, gioielli.
Scrive Ermanno Krumm nella presentazione alla mostra: “Davanti a
noi abbiamo l’immagine di trent’anni di lavoro di un’artista.
L’immagine di una ricerca che non
è stata insensibile ai vari movimenti
del tempo che stava attraversando.
(...)
Che si tratti di una stele o di una
Spazi espositivi
FUORICLASSE
SPAZIO LABORATORIO
NEL CUORE DI BRERA
Si è aperto da poco nel cuore del
q u a r t i e re m i l a n e s e d i B re r a
“Fuoriclasse”, un piccolo spaziolaboratorio che si propone come
luogo di riscoperta e sperimentazione di tecniche artistiche particolari, perchè appartenenti ad altre
culture o perchè applicate a materiali “impropri”, come il felting, il
raku, l’ingobbio, il mosaico, il plumaria.
“Fuoriclasse”, che vuole essere un
po’ atelier privato e quasi nascosto,
è il risultato di un’iniziativa di un’insegnante dell’Accademia di Belle
Arti di Brera e di alcune sue allieve
e propone pratiche laboratoriali
sperimentate in modo inconsueto
al fine di raggiungere la produzione
di oggetti con la connotazione della
“meraviglia”.
E i manufatti destano sicuramente
la meraviglia per la loro singolare
fattura, per l’uso di materiali e tecniche particolari come patine, rivestimenti e camuffamenti, ma sicuramente per quell’essere sempre
carichi di significati poetici, allegorici, ironici.
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N
Terre Rare presenta
“Tales of crafts from
the east”
a
Bologna dal 17 febbraio al 15 marzo
Davanti ad una mostra che presenta le opere di artisti coreani c’è il
rischio - un rischio molto concreto
- di risultare critici presuntuosi e
assai poco acuti nell’esprimere giudizi di merito, se non esistessero
motivi d’interesse comuni che
vanno al di là delle singole appartenenze nazionali ma coinvolgono
invece problemi più generali.
C’è infatti un nodo fondamentale,
un problema di fondo mai completamente risolto, che da più di due
secoli interessa il mondo dell’arte
occidentale.
Semplificando un po’ potremmo
formularlo in questi termini: “La tradizione rappresenta un impaccio o
una ricchezza?” o anche: “Che
peso deve avere il culto del passato nella pratica artistica di oggi?”.
La stessa domanda riemerge dal
Romanticismo al Futurismo alle
avanguardie varie di tutto il ’900
trovando di volta in volta soluzioni
che vanno dalla radicale ripulsa
all’accettazione parziale, alla rivisitazione colta, al citazionismo,
all’adozione alternativa di modelli
provenienti da altre culture, al
meticciato artistico.
È quindi di particolare interesse
vedere come il problema si ponga
in termini equivalenti anche in aree
che sono assai lontane dalla nostra
tradizione postrinascimentale e
accademica in genere ma che
hanno alle spalle un passato altrettanto importante e glorioso.
È anche vero che la vitalità di una
tradizione si misura soprattutto
sulla sua possibilità di essere rielaborata, di offrire sempre nuovi
spunti per una produzione di tono
assolutamente contemporaneo.
Di sapersi aprire cioè ad un linguaggio “globalizzato”, fatto di
rimandi non solo al proprio passato
storico ma a modelli che potremmo
definire transnazionali e che condizionano ormai il panorama interiore
di ogni artista contemporaneo, indipendentemente dal suo luogo di
nascita.
Tanto per fare un esempio, non c’è
dubbio che ad un occhio educato
alla pittura del ’900 le bottiglie di
Kwon Sang-In - così dolcemente
sbilenche, tutte simili fra loro e
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sempre diverse - richiamano irresistibilmente le composizioni di
Giorgio Morandi non meno degli
eccelsi céladon Koryo, tanto eleganti nella loro semplicità da incantare persino i raffinati imperatori
della Cina Song.
Il riferimento al passato si legge qui
in filigrana nelle forme che riecheggiano i bruciaincenso, le bottigliette
e i flaconi da profumo delle dame
di corte, ma ancor più nella delicata
craquelure dello smalto che ha i
colori del cielo e dell’acqua.
Su queste forme teneramente
rigonfie, a tratti scalfite da segni
elementari, allusioni ad un mondo
naturale fatto di forme minimali,
appena abbozzate ma sempre riconoscibili, l’autrice interviene, però,
lavorando di stecca con mano
ferma e decisa, denunciando modi
scultorei di un dinamismo aggressivo del tutto contemporaneo.
In quest’ottica anche i pezzi creati
da So Yeon Yoo rappresentano
eccellenti esempi di quella circolarità della cultura, caratteristica
dell’arte del XX secolo, per cui la
più raffinata tradizione dell’Estremo
Oriente - fatta di forme geometrizzate dalla rarefatta semplicità che è alla base del rinnovamento
del design occidentale finisce poi
col diventare a sua volta fonte
d’ispirazione per la produzione
d’avanguardia della Corea o del
Giappone di oggi.
La molteplicità dei modelli porta
quindi ad esiti del tutto imprevedibili. E se infatti in alcuni oggetti
l’autrice esibisce rigori geometrici e
quadrettature bicolori degni del
Wiener Werkstaette o addirittura
sembra inseguire la solida funzionalità del più classico industrial
design nordeuropeo degli anni ’50
e ’60, altrove si mostra improvvisamente capace di piegarsi a soluzioni formali d’inedita leggiadria
che utilizzano l’accostamento tradizionale del rame e dell’argento
degli antichi vasi intarsiati.
Ecco quindi le tazze dal bordo a
corolla, i trafori à jour, gli inserti in
legno, in osso, in madreperla, i piccoli pannelli di rame variegato che
rimandano in egual misura alle
chiazzature iridescenti di perduti
temmoku ma anche a certi sfondi
minutamente geometrizzati del
primo Klimt.
Ugualmente Kyoung-ja Chun,
modernissima e “antica”, presenta
un’inedita versione della pittura su
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tessuto nelle sue opere che stanno
a metà fra l’arredamento e il dipinto
tradizionale, sfruttando con abilità
la leggerezza della seta, talvolta
utilizzata in più strati, per realizzare
pannelli danzanti di grande suggestione cromatica.
Sono teli evanescenti che talora
acquistano una solidità reale precipitando in frammenti simili a relitti
lasciati sulla sabbia dalla bassa
marea o schizzi di spuma di mare
solidificatisi all’improvviso, nei quali
è evidente il ricordo delle aeree
suggestioni della pittura ad inchiostro su seta e su rotolo di carta
della tradizione coreana e cinese o
delle sontuose scenografie teatrali.
E’ difficile non pensare, ad esempio, ai soggetti marini di Kim Hongdo che, con le sue leggerissime
ombreggiature giocate sui toni del
blu e pochi sapienti tratti d’inchiostro, sapeva ricreare la magia di un
ambiente fatto di rocce affioranti
fra le onde.
D’altro canto il riferimento al
“suono” del mare ricorrente in
molte delle sue opere sembrerebbe
indicare anche una ricerca di tipo
sinestetico d’àmbito simbolista,
che può rimandare ai suggestivi
paraventi di Odilon Redon.
La circolarità, insomma, è totale. In
ogni caso l’elemento che accomuna le tre autrici sembra proprio
essere un profondo rispetto del
passato che non è mai piatta ripetizione di modelli già noti ma fedeltà
allo spirito della tradizione, vissuto
come ricerca di armonia, di un
sereno rapporto con la natura che
è poi la parte migliore della
tradizione coreana così come la
possiamo percepire e apprezzare.
Maria Grazia Morganti
Le tre artiste che presentano le
loro opere sono:
Kwon Sang In, ceramista, che
rivisita materiali e tecniche tradizionali quali il celadon e la porcellana
Yoo Se Yeon, che propone gioielli
in argento e madreperla, di rarefatta semplicità
Khun Kyung Ja, autrice di pitture
su seta, che presenta un’inedita e
modernissima versione di
quest’arte antichissima
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ITALIA
CAMPANIA
VIETRI SUL MARE (SA)
Viaggio attraverso la ceramica
07/12/00 - 28/01/01
Museo della Ceramica
Palazzo della Guardia, Scuole Medie
tel. 089/763831
EMILIA ROMAGNA
BOLOGNA
Principi Etruschi tra Mediterraneo
ed Europa
1/10/00 - 1/04/01
Museo Civico Archeologico,
via dell’Archiginnasio 2
tel. 051/233849
Paul Klee.
Figure e metamorfosi
25/11/00 - 28/02/01
Museo Morandi
tel. 051/269267
Arte Fiera 2001
25/01/01 - 29/01/01
Fiera di Bologna
tel. 051/282111
Tale of crafts from the east:
ceramic, textile, metal
15/02/01 – 15/03/01
Terre Rare, Via Carbonesi 6
tel. 051/221013
Aemilia Ars 1898-1903:
Arts and Crafts a Bologna
25/02/01 – 06/05/01
Collezioni Comunali D’Arte
tel. 0039/051/203940
Proposte d’Artigianato Artistico
di qualità.
I complementi d’arredo per rendere
più bella la casa.
Nell’ambito di: Fierarredo
09/06/01 – 17/06/01
Bologna Fiere, Piazza Costituzione 6
tel. 0039/051/282111
FAENZA
Lungo le vie della devozione
08/12/00 - 31/01/01
Museo internazionale delle
Ceramiche tel. 0546/21240
Aligi Sassu. L’opera ceramica
28/10/00 - 07/01/01
Museo internazionale delle
Ceramiche tel. 0546/21240
FERRARA
Da Canaletto a Constable
25/02/01 – 20/05/01
L’arte Elettronica. Metamorfosi e
Metafore
17/06/01 – 26/08/01
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Le due mostre presso:
Palazzo dei Diamanti
tel. 0039/0532/204092
MODENA
Raccolta della Fotografia
Contemporanea.
Nuove acquisizioni 1997 - 2000
29/10/00 - 07/01/01
Cloti Ricciardi. Orizzonte
29/10/00 - 07/01/01
Profili. Morgan O’Hara
29/10/00 - 07/01/01
Minor White. Una retrospettiva
24/03/01 - 20/05/01
Le quattro mostre presso:
Palazzo Santa Margherita
c.so Canalgrande 103
tel. 059/206911
PARMA
Ettore Sottsass: 28 progetti con
Andrea Fedeli
02/12/00 – 21/01/01
Palazzo Pigorini,
Strada Repubblica 29
tel. 0523/984321
REGGIO EMILIA
Luigi Ghirri. Antologica
(1972-1992)
04/02/01 – 25/03/01
Chiostri di San Domenico
via Dante Alighieri 11
e Palazzo Magnani,
Corso Garibaldi, 29
tel. 0522/454437
LAZIo
ROMA
Wassily Kandisky
06/10/00 - 04/02/01
Complesso del Vittoriano
via S. Pietro in Carcere
tel. 06/3225380
Il Colore della musica.
Dipinti, strumenti e concerti
tra Cinquecento e Seicento
14/12/00 - 28/02/01
Palazzo Barberini
tel. 06/3242492
LIGURIA
ALBISOLA SUPERIORE (SV)
Aligi Sassu. L’opera ceramica
10/03/01 - 13/05/01
Museo della Ceramica M. Trucco
c.so Ferrari 193
tel. 0194/22741
LOMBARDIA
BERGAMO
Bergamo, l’altra Venezia.
Il Rinascimento negli anni di
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Lorenzo Lotto (1510-1530).
05/04/01 – 08/07/01
BRESCIA
Russi 1900-1920.
Le radici dell’avanguardia:
Larionov, Goncharova, Kandinsky
e gli altri
20/12/00 - 16/04/01
Palazzo Martinengo, via Musei 30
tel. 030/2807934
Sergio Borrini.
Archivio grandi imprese
27/02/01 - 30/03/01
Galleria Schreiber
c.so Palestro 44 b/c
tel. 030/293079
BUSTO ARSIZIO
Ottocento Italiano. Da Lega a Wildt
18/11/00 - 11/03/01
Vegetali Ignoti
05/12/00 - 28/01/01
Artisti in gioco
27/01/01 – 11/03/01
Le tre mostre presso Fondazione
Bandera per l’Arte
via Andrea Costa 29
tel. 0331/322311
CANTU’ (CO)
Ugo La Pietra. Il mobile significante
13/11/00 - 14/01/01
Galleria del Design
e dell’Arredamento
p.za Garibaldi 5
tel. 031/713114
CREMONA
Vincenzo Campi
fino al 18/03/01
Museo Civico
MANTOVA
Elisabeth Vary
19/11/00 - 03/02/01
Disegno Arte Contemporanea
via Ippolito Nievo 18
tel. 0376/324773
MILANO
Egon Schiele
e l’espressionismo austriaco
24/09/00 - 14/01/01
David Burljuk e il futurismo russo
04/02/01 - 27/05/01
Wassily Kandinsky. Tradizione e
astrazione in Russia 1896-1921
17/02/01 - 10/06/01
Le tre mostre presso
Fondazione Antonio Mazzotta
Foro Buonaparte 50
tel. 02/878187
Giuseppe Archinto e il suo
architetto: decori per il palazzo di
via della Passione (1833-1849)
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21/11/00 - 20/02/01
Museo Bagatti Valsecchi
via Gesù 10
tel. 02/76006132
Casapiù 2001
25/04/00 - 01/05/01
Filaforum di Assago
tel. 02/5693973
Sui Generis.
Dal ritratto alla fantascienza
30/11/00 - 11/02/01
Padiglione d’Arte Contemporanea
via Palestro 14
tel. 02/783330
Balla a sorpresa.
Astrattismo dal vero,
decor pittura, “Realtà nuda e sana”
1919 – 1929
14/11/00 – 30/01/01
Fonte d’Abisso, via del Carmine 7
tel. 02/86464407
Emanuele Magri
05/12/00 - 30/01/01
Il Diaframma, via dell’Annunciata 31
tel. 02/29000071
Marcello Dudovich,
manifesti per Milano
16/12/00 - 25/02/01
Castello Sforzesco
tel. 02/86461404
Il Cinquecento lombardo.
Da Leonardo a Caravaggio
fino al 25/02/01
Pietra dipinta.
Tesori nascosti del ’500 e del ’600
da una collezione privata milanese
22/11/00 - 25/02/01
Giuseppe Verdi:
l’uomo, l’opera, il mito
17/11/00 - 25/02/01
Le tre mostre presso:
Palazzo Reale p.za Duomo 12
tel. 02/542727
Chibi Cart - Chibimart
18/01/01 - 21/01/01
Macef Primavera
02/02/01 - 05/02/01
Progetto Città
19/02/01 - 21/02/01
XII Mostra del libro antico
16/03/01 - 19/03/01
Salone Internazionale del Mobile
03/04/01 - 08/04/01
Salone del complemento d’arredo
03/04/01 - 08/04/01
Euroluce
03/04/01 - 08/04/01
Miart
04/05/01 - 07/05/01
Chibimart - Chibidue
08/06/01 - 11/06/01
Grafitalia
12/06/01 - 17/06/01
Macef Autunno
07/09/01 - 10/09/01
Le undici esposizioni presso
Fiera di Milano
tel. 02/49977703
Minor White.
Una retrospettiva
19/01/01 - 03/03/01
Galleria del Credito Valtellinese
Il Museo del Novecento
Aperto dal 22/07/99
Palazzo della Permanente, via Turati 34
tel. 02/6551445
MONZA
Bianco e nero.
Collezione di oggetti in marmo di
Carrara e pietra lavagna
25/01/01 - 28/02/01
Galleria Fatto ad Arte
via Matteo da Campione 8
tel. 039/2312002
NOVEGRO DI SEGRATE (MI)
Brocantage-Top Class Antique.
102a Fiera del collezionismo
delle curiosità e delle occasioni di antiquariato
09/02/01-11/02/01
Parco Esposizioni di Novegro
TREVIGLIO (BG)
Mario Bettinelli
18/11/00 - 07/01/01
Sala Crociera - Centro Civico Culturale
tel. 0363/317506
PIEMONTE
OMEGNA (NO)
Nel segno del gioco.
Raccolta di giochi e giocattoli
dal 1800 al 1950
01/10/00 - 07/01/01
Forum Omegna Parco Rodari
tel. 0323/866141
TORINO
Enrico T. De Paris
16/12/00 - 31/01/01
Associazione culturale Cortile
Molasso via Borgo Dora 29, tel.
011/4365677
SICILIA
PALERMO
Emilio Isgrò. Mostra antologica
18/01/01 - 28/02/01
Cantieri Culturali alla Zisa, via Gili 4
TOSCANA
FIRENZE
Florence Gift Mart
09/02/01 - 12/02/01
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65° Mostra Mercato Internazionale
dell’Artigianato
20/04/01 - 01/05/01
Le due fiere presso
Fortezza da Basso,
Via F. Strozzi 1
SIENA
Il Colore della musica.
Dipinti, strumenti e concerti
tra Cinquecento e Seicento
06/04/01 - 17/06/01
Santa Maria della Scala
tel. 0577/224829
TRENTINO ALTO ADIGE
TRENTO
David Tremlett
27/01/01 - 25/02/01
Galleria Civica di Arte
Contemporanea
Capolavori del ’900 italiano nella
collezione permanente del Mart
Aperto tutto l’anno MART, Palazzo delle Albere via R. da Sanseverino
el. 0461/234860
VALLE D’AOSTA
AOSTA
Lorenzo Delleani
07/12/00 - 18/03/01
Schiele e Klimt. I maestri dell’arte
moderna austriaca dalla
Fondazione Leopold di Vienna
07/12/00 - 18/03/01
Le due mostre presso il Museo
Archeologico Regionale
Achille Funi. Viaggio di un classico
nelle avanguardie
07/12/00 - 18/03/01
Centro Saint-Benin
Silvio Vigliaturo: Il colore del vetro
18/11/00 – 14/01/01
Mario Stuffer
26/01/01 – 25/03/01
Le due mostre presso la Chiesa
di San Lorenzo
Memorie Ecrite
02/02/01 – 24/03/01
Biblioteca Regionale
VENETO
MOGLIANO (VE)
Giambattista Piranesi.
Vedute di Roma.
Opere della Fondazione Mazzotta
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15/12/00 - 04/03/01
Brolo, via XXIV Maggio 13
tel. 041/5930800
PADOVA
Giotto e il suo tempo
26/12/00 - 29/04/01
Museo Civico agli Eremitani
tel. 049/8204501
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VENEZIA
C.E.R.F.A.V.
La Scuola di arte vetraria
di Vannes Le-Chatel
9/12/00 - 31/01/01
Galleria Rossella Junck 3
San Marco 1997
tel. 041/5210759
VICENZA
Spaziocasa - Spaziodesign Spaziocountry
17/02/01 - 25/02/01
Fiera di Vicenza
CANADA
FRANCIA
PARIGI
Museum Expressions
Salone Professionale ed Internazionale
del Regalo Culturale e dell’Oggettistica
11/01/01 - 13/01/01
Palais Des Congrês, 2 Place de la Porte
Maillot, tel. 00331/53576200
GERMANIA
DARMSTADT
Lucio Del Pezzo.
L’enciclopedia dei segni
e delle meraviglie
26/11/00 - 28/01/01
Stadtische Museen Mathildenhohe
FRANCOFORTE
Ambiente
16/02/01 - 20/02/01
Centro fieristico
HANNOVER
Il rumore della strada.
Futurismo italiano 1909-1918
11/03/01 - 23/06/01
Sprengel Museum
INGHILTERRA
ESTERO
AUSTRIA
SALISBURGO
BWS 2001
25/04/01 - 28/04/01
Osterreichische Mobelmesse
11/10//01 - 14/10/01
TeXbo
31/01/01 – 03/02/01
Le tre manifestazioni presso
Messezentrum Salzburg
tel. 0043/662/4477161
VIENNA
Luis Barragan.
The quiet Revolution
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STATI UNITI
BORDEAUX
Use: uncertain states of Europe
24/11/00 - 03/03/01
Centre arc en rève
09/09/00 - 14/01/01
Casa dei Carraresi
tel. 0438/412647
S
Le due mostre presso Mak
Ausstellungshalle
Guercino e la pittura emiliana
del ‘600
07/10/00 – 28/01/01
Palazzo Zabarella
tel. 049/8204539
La nascita dell’impressionismo
O
22/10/00 – 14/01/01
Museo do chiado, rua de Serba Pinto
4
tel. 00351/21/3432148
MONTREAL
Alfred Hitchcoock et l’art
16/11/00 - 18/03/01
Musée des Beaux Arts
treviso
M
28/11/00 - 28/01/01
Beyond Decorum:
the photography of Iké Udé
13/12/00 - 04/02/01
Lorenzo Capellini.
Schiene
21/12/00 - 25/02/01
Museo Civico di Piazza del Santo
tel. 049/8204545
Cuore illustrato
02/12/00 – 25/03/01
Galleria Civica di Piazza Cavour
tel. 049/8204539
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LONDRA
William Turner
fino all’11/02/01
Royal Accademy of Arts
SPAGNA
BARCELLONA
Expohogar regalo
03/02/01 - 06/02/01
Centro Fieristico
L’avventura della materia. Una
linea italiana dal futurismo al laser
28/11/00 – 14/01/01
Palau della Virreina
PORTOGALLO
LISBONA
Man Ram
ATLANTA (Georgia)
Atlanta International Gift & Home
Furnishings Market
10/01/01 – 19/01/01
Atlanta International Area Rug
Market
18/01/01 – 21/01/01
Women’s and Children’s Apparel &
Accessories Market
25/01/01 – 29/01/01
Southeastern Men’s Market
featuring Collective, Urban and
Fashion
28/01/01 – 30/01/01
Atlanta Spring Gift, Accessories &
Holiday Market
17/03/01 – 20/03/01
Women’s and Children’s Apparel &
Accessories Market
Atlanta’s International Bridal and
Special Occasion Show
29/03/01 – 02/04/01
Southeastern Men’s Market
featuring Urban and Fashion
29/04/01 – 01/05/01
Le 7 esposizioni presso
Americasmart, 240 Peachtree Street
tel. 001/404/2023000
Fax 001/404/2023030
NEW YORK
Le nature morte di Baschenis.
La musica del silenzio
17/11/00 – 04/03/01
Metropolitan Museum of Art
tel. 0039/02/76001753
SAN FRANCISCO
International Gift Fair
03/02/01 - 07/02/01
Moscone Center
tel. 001/9144213200
SVIZZERA
ZURIGO
Il Brasile dell’architetto
Lina Bo Bardi
25/11/00 - 04/03/01
Museum fur Gestaltung
Ausstellungsstrasse 60
tel. 01/446/2211SF MoMa
tel. 001/415/3534000
A.M.I. – Mostra dell’Arredamento
e del Design italiano
Nell’ambito dello:
SMI – Salone Svizzero del Mobile
Internazionale
22/03/01 – 26/03/01
Quartiere Fieristico
tel. 0039/031/243392
C A R I C H E
•
L E G I S L A Z I O N E
Nuove opportunità per gli artigiani
Due nuovi strumenti per favorire la crescita dell’artigianato e delle piccole imprese sono stati varati dalla
Commissione Attività Produttive della Camera che,
approvando alcuni articoli del Collegato alla Finanziaria
del 2000 (disposizioni in materia di apertura e regolazione dei mercati), ha esteso alle imprese artigiane il
modello operativo della legge 488 ed ampliato l'operatività dell’Artigiancassa anche alla gestione degli incentivi all’export.
Soddisfazione è stata espressa da Confartigianato
secondo la quale si viene a colmare un vuoto nel sistema agevolativo per le imprese artigiane. Con l’estensione del modello operativo della legge 488 (finora
scarsamente utilizzata dalle piccole imprese a causa di
procedure complesse e costose) si favorisce l’accesso
al credito per sviluppare gli investimenti produttivi nel
Mezzogiorno, agevolare la nascita di nuova imprenditorialità e incrementare l’occupazione.
Un passo avanti nel sostegno all’internazionalizzazione
delle imprese artigiane è stato compiuto con l’approvazione dell’art. 19 (Comma 7) del Collegato.
Vengono così attivati strumenti finanziari che estendono l’operatività di Artigiancassa anche alla gestione
degli incentivi all'export, di concerto con la Simest
Spa. Si incrementano così le potenzialità dell’artigianato che concorre per circa il 20% all’export del sistema
Italia, superando le difficoltà procedurali di accesso
agli attuali interventi di sostegno per le imprese che si
muovono sui mercati internazionali.
La Confartigianato si augura che il provvedimento
possa essere definitivamente approvato dal
Parlamento.
(L’Artigiano Comasco, n.9-ottobre 2000)
Artigiancassa finanzia l'ingresso
nella new economy delle imprese artigiane
Artigiancassa (Gruppo Bnl), la banca di riferimento del
comparto artigiano, lancia “Impresa on line”, un nuovo
prodotto di finanziamento diretto studiato per consentire alle imprese artigiane ed alle PMI di cogliere facilmente ed a condizioni di favore le opportunità di crescita, di sviluppo e di rafforzamento sul mercato che la
new economy offre. “lmpresa on line” è un prodotto di
finanziamento a medio termine destinato alla copertura
delle spese sostenute dalle imprese artigiane e dalle
PMI per investimenti nel campo dell'informatica; i fabbisogni aziendali finanziabili vanno dall’allacciamento
alla rete Internet, alla creazione di siti Web e di “negozi
informatici”, dall'acquisto di pacchetti software e relative licenze d'uso alle spese sostenute per l'acquisto di
PC e altre attrezzature hardware.
Le caratteristiche dei finanziamenti prevedono un
importo massimo di 300 milioni con una durata fino a 4
anni a tassi particolarmente competitivi correlati all’Euribor.
Con questo prodotto Artigiancassa rafforza ulteriormente la propria vocazione di banca a tutto campo per
l’artigianato e le piccole imprese, cui offre una gamma
di prodotti e servizi estremamente diversificata e flessibile: finanziamenti diretti, prodotti di risparmio gestito e
di banca assicurazione.
Ecco le caratteristiche dei finanziamenti.
DESTINAZIONI: allacciamento alla rete Internet per la
•
N O T I Z I E
creazione di siti Web e “negozi informatici”, acquisto di
pacchetti software e relative licenze d'uso, spese
sostenute per l’acquisto di P.C. e altre attrezzature hardware.
IMPORTO MASSIMO: fino a lire 300 milioni. DURATA:
fino a 48 mesi.
RIMBORSO: 4 rate di preammortamento semestrali e
24 rate mensili.
TASSO: variabile correlato all'Euribor.
GARANZIE: quelle d'uso. SPESE: quelle per l’istruttoria
del finanziamento.
(L’Artigiano Comasco, n.9-ottobre 2000)
COMUNE DI CURSI
BANDO DI CONCORSO PER LA PROGETTAZIONE
DELL’ARREDO DI PIAZZA PIO XII
Il Comune di Cursi bandisce un concorso di progettazione per l’arredo di piazza Pio XII. Cursi è al centro
dell’antico bacino di estrazione della pietra leccese e
ha contribuito, con l’alto livello di cultura artigianale
delle sue maestranze, alla riconosciuta qualità dell’architettura salentina. L’Amministrazione Comunale è
impegnata a recuperare l’ambiente agricolo e quello
urbano, con interventi che facciano sempre più di Cursi
la cittadina della pietra leccese.
Tipo del concorso a tema
Il presente bando ha per oggetto un concorso per la
progettazione esecutiva a livello nazionale, aperto alla
partecipazione in forma anonima di quanti siano in
possesso dei requisiti richiesti, sul tema dell’arredo
urbano di Piazza Pio XII, da realizzarsi con l’uso prevalente della pietra leccese.
Scopo e tema del concorso
Il concorso è volto alla progettazione dell’arredo urbano della piazza; l’arredo urbano proposto dovrà contemplare l’elemento panchina, il dissuasore, il cestino
porta rifiuti, il porta biciclette, il palo d’illuminazione, i
vasi per alberi, le bacheche per l’affissione dei manifesti; saranno ammessi ulteriori elementi nel numero
massimo di due; la progettazione dovrà comprendere
la collocazione degli elementi d’arredo nella piazza. Gli
elementi d’arredo dovranno caratterizzarsi per l’uso
della pietra leccese, così da esaltarne le qualità, anche
se relazionata ad altri materiali.
Condizioni di partecipazione al concorso
Piazza Pio XII è il luogo urbano centrale di Cursi, posto
al confluire della via per Melpignano con la via MaglieBagnolo; su essa si affacciano la Chiesa madre, il
Municipio e il Palazzo De Donno attualmente destinato
a “Museo della Pietra”.
La partecipazione è consentita in forma individuale o di
gruppo. Possono partecipare in forma individuale gli
Architetti iscritti agli albi degli Ordini degli Architetti
Italiani, in possesso dei requisiti soggettivi e professionali necessari per la redazione di progetti concernenti
la realizzazione di opere pubbliche, ed in condizione di
ottemperanza ai divieti posti dall’art.17, comma 9, della
legge 11.2.1994, n° 109.
La partecipazione in gruppo è aperta a tutti, ma ogni
gruppo dovrà comprendere almeno un architetto e
dovrà nominare un suo componente quale capogruppo
progettista, delegato anche a rappresentarlo con l’Ente
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C A R I C H E
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L E G I S L A Z I O N E
Banditore; il capogruppo dovrà necessariamente essere architetto in possesso dei requisiti richiesti al punto
precedente. A tutti i componenti del gruppo è riconosciuta, a parità di titoli e di diritti, la paternità delle proposte e del progetto concorrente. Il concorrente singolo o i concorrenti in gruppo potranno avvalersi di consulenti e collaboratori.
Incompatibilità dei partecipanti
Non possono partecipare al concorso:
- i componenti della Giuria, i loro coniugi e i loro parenti
ed affini fino al III grado compreso;
- gli amministratori, i consiglieri e i dipendenti dell’Ente
Banditore, anche con contratto a termine, i consulenti
dell’Ente con contratto continuativo e i dipendenti di
enti pubblici che operano nello stesso ambito territoriale in cui si svolge il concorso con funzioni attinenti al
tema;
- i datori di lavoro o coloro che abbiano qualsiasi rapporto di lavoro con i membri della Giuria;
- coloro che hanno rapporti di lavoro dipendente da
Enti, Istituzioni o Amministrazioni pubbliche, salvo che
essi siano titolari di autorizzazione specifica o comunque siano legittimati da leggi, regolamenti o contratti
sindacali. In caso di gruppo i suddetti, qualora partecipino privi di autorizzazione, non potranno essere designati coordinatori o capogruppo e comunque, nel caso
di aggiudicazione del concorso ed in assenza di specifica autorizzazione, assumeranno automaticamente la
qualifica di consulenti;
- coloro che partecipano alla stesura del bando e dei
documenti allegati.
Iscrizione o richiesta della documentazione
Dovrà essere inoltrata alla segreteria dell’Ente
Banditore entro 60 giorni dalla data di pubblicazione
del bando sulla Gazzetta ufficiale. La richiesta dovrà
contenere ricevuta del versamento di Lit.200.000# su
c.c.p. n.12083739 intestato al Comune di Cursi Servizio di Tesoreria Comunale. L’Ente Banditore provvederà, nei 10 giorni successivi alla richiesta di iscrizione, all’invio su supporto magnetico (CD-Rom) del progetto di riqualificazione di Piazza Pio XII e delle informazioni di carattere storico-economico sul Comune di
Cursi.
Elaborati del concorso
Gli elaborati di progetto sono fissati per numero e
dimensioni e non sono ammessi elaborati ulteriori o
diversi. Essi sono:
- relazione in un numero di 8 cartelle dattiloscritte in
formati UNI A4;
- disegni illustrativi di livello esecutivo, nelle scale adeguate, riportati su carta adeguatamente ripiegata in
formato UNI A0, nel numero di 1 tavola.
Gli elaborati da presentare non dovranno recare alcun
motto, numero o segno di identificazione tranne il titolo
del concorso.
Le generalità, le firme, i documenti dei concorrenti
saranno inseriti in busta opaca sigillata da consegnare
insieme agli elaborati.
Tale busta, così come il plico contenente gli elaborati,
non dovrà riportare alcun elemento di identificazione.
I documenti da allegare sono:
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N O T I Z I E
- domanda di partecipazione al concorso in carta semplice, debitamente firmata;
- dichiarazione di iscrizione all’Albo professionale di
ciascun concorrente;
- nomina da parte dei componenti del gruppo, del concorrente delegato a rappresentare il gruppo stesso
secondo quanto già detto precedentemente;
- dichiarazione da parte di ciascun concorrente (componente del gruppo o consulente o collaboratore, di
trovarsi nelle condizioni di partecipazione previste
nell’art. “Condizioni di partecipazione al concorso” e di
non rientrare nei casi di incompatibilità previsti nell’art.
“Incompatibilità dei partecipanti” del presente bando;
- dichiarazione da parte degli eventuali consulenti o
collaboratori dalla quale risulti la loro qualifica e la
natura della loro consulenza o collaborazione;
- nomina del componente capogruppo progettista di
cui all’art. “Condizioni di partecipazione al concorso”
del presente bando.
Allo scadere del novantesimo giorno dalla data di pubblicazione del bando, entro le ore 12.00, dovranno
essere consegnati gli elaborati. Qualora la consegna
venga effettuata per mezzo vettori (poste, corrieri,
agenzie abilitate), la spedizione dovrà avvenire entro il
termine di cui al presente comma e ciò dovrà essere
provato dal concorrente. Non potranno essere accettati quei progetti che, per disguidi di trasporto o altro,
perverranno oltre il quindicesimo giorno dalla data prevista per la consegna.
Esito del concorso e premi
Il concorso si concluderà con la graduatoria di merito e
con l’attribuzione di un premio e cinque rimborsi
spese.
I premi saranno attribuiti nel modo seguente:
- attribuzione di Lit. 6.000.000# al vincitore del primo
premio;
- attribuzione di Lit. 2.000.000# ai classificati dal
secondo al sesto posto.
Entro sessanta giorni dalla conclusione dei lavori della
Giuria, verranno trasmessi i risultati mediante comunicazione personale a tutti i concorrenti, pubblicazione
sulla Gazzetta Ufficiale e riviste specializzate. Qualora
non si pervenisse alla formulazione di una graduatoria,
si procederà alla suddivisione dell’intero montepremi in
parti uguali tra tutti i partecipanti.
Mostra e pubblicazione dei progetti
L’Ente Banditore provvederà, a breve distanza di tempo
dalla proclamazione dei risultati e comunque non oltre
150 giorni, a rendere pubbliche le proposte dei concorrenti tramite una mostra dei progetti ed eventuale pubblicazione.
Restituzione progetti
Entro i 30 giorni successivi alla conclusione della
mostra, tutti i progetti, ad esclusione del solo primo
classificato, potranno essere ritirati a cura e spese dei
concorrenti. Trascorso tale periodo l’Ente Banditore
trasferirà i progetti al “Museo della pietra”, che potrà
utilizzarli per le attività culturali e promozionali o anche
per la realizzazione delle stesse proposte. In questo
ultimo caso sarà dato avviso agli autori.
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Those who sow and those who
reap
(page 8)
We are coming to the close of a long
period of silence in which our applied
arts and so-called artistic crafts have
been submerged.
The signals are clear: the trade unions,
the cooperatives, the Chamber of
Commerce are replacing new energies
and facilities.
“The Energies” were spent characteristically by individual initiatives, like
those I carried out for nearly twenty
years, stimulating students of the university and art institutes to use the
resources of their communities.
It is true, I sowed a considerable
amount and hardly reaped anything,
but in every corner of Italy the new
architects and designers are starting to
see their communities from a new perspective. They organize collections of
objects with craftsmen who till yesterday lived in isolation. They are opening
new exhibit facilities, they are organizing service companies, they promote,
with the help of art connoisseurs who
are still a rare breed, events, seminars,
prizes, and itinerant shows.
From Friuli to Salento to Caltagirone in
Sicily, a large number of initiatives,
many of which were stimulated by me,
are convening around crafts, but only
recently have they started to penetrate
deeply in various communities thanks
to an activity in which the new generations of artists, designers and architects are recomposing a dialogue with
craftsmen who have conserved the culture of doing. Moreover, among these
artists are also those who are introducing new material models, thus
renewing the traditional figure of the
artisan/artist.
To arrive at these first results we often
had to use the artisan’s workshop as a
“research laboratory”, but now times
are changing and the need for “cultural
projects” of international scope and
“company projects” that can go beyond
the small initiatives, small and scattered, is felt to be increasingly important.
ALIGI SASSU
(page 10)
Artist tout court, Aligi Sassu also succeeded as ceramics artist. In other
epochs, perhaps clearer ones, Sassu,
though having learned and plied ceramics making processes, experimenting
with methods and materials, never
ended in technique for the sake of
technique, confusing the means with
the end, as proven by many of the
works exhibited in Faenza in the
International Ceramics Museum, in a
showing of 149 pieces that document
the entire activity of this master in this
domain, from the 1930s to 1999.
But the ceramic sculptures of the years
between 1947 and 1955, all made in
Albisola, were the ones that placed
Sassu among the major international
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ceramists, able to use the peculiarities
and possibilities of the means to make
participative and concrete images with
an extremely personal invention of the
most advanced artistic cultures of the
time. From that fertile union of manual
artisan materiality and original imaginative elaboration of the creative contemporary climate springs forth the splendid series of Horses – yellow, pink,
green, blue, red, orange, black, etc.
proposed in diverse positions, always
dynamic and swift – perhaps comparable only to the creations of his friend
Fontana, who was also active in this
Ligurian town.
Sometimes Sassu favours matter to the
point of almost foregoing traditional
plastic modelling, “limiting himself” to
bending and twisting a sheet of clay,
with extraordinary informalizing effects,
truly exemplary in the often conventionally “traditional” field or reductively
formative field of ceramics. It is certainly more stimulating than several majolica panels or tiles, plates and vases
made of enamelled earthenware or
“ingobbata” terracotta, where Sassu
the painter prevails, achieving works
that are mostly paintings, though they
pass through the ceramics medium,
which remains a support and is not
dragged into the fascinating adventure
of water, earth and fire which are the
foundations of ceramics.
TYPICAL PRODUCTS
FROM SICILY
(pag. 16)
An exhibition dedicated to Sicilian arts
and crafts, sponsored by the Regione
Siciliana Assessorato Regionale
Cooperazione Artigianato (Sicily
Regional Department for Regional Arts
and Crafts Cooperation), reveals a great
wealth of products made from the
materials of the island still waiting to be
explored.
The exhibition is inspired by the intrinsic value of Sicily’s ‘typical’ food products which abound so plentifully on
the island, especially when set against
the growth of production directed at an
increasingly global market – a market
that appears to be hostile to the splendours of ‘variety’, both as regards food
products and objects. We are in United
Europe and there is a lot of talk about
globalisation of the markets with the
need to produce homogenous products
in large quantities in order to conquer
ever-vaster markets and compete with
big multinational businesses. But it is
also true that, with respect to this trend,
many small entrepreneurs are trying to
define their own individual interpretation and devote their energies, ever
more, to the valorisation of small scale
production.
Typicalisation versus globalisation!
Which means it is no longer sufficient
to use the general ‘made in Italy’ label;
flavours and tastes have to be indicated with their specific identity (brand of
origin). So just as the pizza is not Italian
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but Neapolitan, so too Malvasia is from
Lipari, Parmesan is from the Reggiano
and capers are from the Aeolian
Islands… Our ‘flavours’ are struggling
to hold on to their identity in the fight
against market globalisation!
Small businesses and craft concerns
face the same problem and everything
that belongs to Sicilian culture must be
preserved and valued.
The subject of the exhibition therefore
is ‘objects specifically made to embody
the special flavours of Sicily’. Organised
by Ugo La Pietra with Michele Argentino
and Vincenzo Fiammetta the entire
exhibition expresses ‘the essence of
Sicily’. The items presented have all
been created with reference to typical
Sicilian products (citrus fruits, salt,
capers, prickly pears etc.) and the ability of each of them to evoke the totality
of the territory’s character. In this sense
the various authors invited to take part
in the exhibition were asked to make as
their reference point the subject of
Sicily in general, and a Sicilian product
in particular, but treated in an indirect
way, using citation and allusion in their
design of objects, all of which could be
regarded as ‘remembrance objects’.
‘Objects to remember’ therefore,
‘objects that celebrate typical Sicilian
qualities’, ‘objects that highlight and
evolve archetypal signs’, all of them still
present in the region.
Objects that support each other, citing
local products; objects whose primary
function is that of evoking and, sometimes, satisfying a specific use.
Thus the exhibition layout and furnishings by Ugo La Pietra, viewed overall, is awash with Sicilian citations,
f ro m t h e l a rg e d e s i g n s o n t h e
Caltagirone Pavements to the works by
the same La Pietra: small columns of
mosaics made by ‘Musaicus of
Monreale’, topped by small ‘Vulcanelli’
vases in regenerated lava stone made
by ‘Expocom di Licata’ (increasingly
present on the international scene); to
the large anthropomorphic vases made
by the most skilful and famous ceramics artist in Caltagirone, Giacomo Alessi;
to the small containers in enamelled
lava stone from ‘Lenid’ by Barbaro
Messina, one of the most representative companies operating in this unique
and very special technique of ceramic
Catania lava stone. The exhibition is
therefore organised in various environments, each dedicated to various products.
‘Salt’, a project by Andrea Branzi, presented in some wooden containers
made by Gaetano Franzole from Gela
and the beautiful idea of ‘pans in salt’
for the cooking ‘al sale’ of some food
items.
‘Vino’, with objects in mosaic, designed
by Paolo Coretti: shelves and containers made by Russo-Tumminello’s ‘Le
Absidi’ from Monreale (with the help of
Carlo La Monica from Gibellina) with
stylised references to the Trinakria.
‘Blue fish’, a fascinating and evocative
installation by Giovanni Levanti and
Viviana Trapani with panels made by
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‘Agrusa Vetri’ from Alcamo; sheets and
tins serigraphed by ‘Girolamo Balestrieri
& C.’ from Aspra; photography by
Sandro Scalia from Palermo.
‘Oil’, an installation made with a few
allusive elements by Sandro Giacomarra
and Gherardo Sineri.
‘Coral’, re-proposed by Alessandro
Guerriero and Alberto Biagetti (with
other marine elements: mussels and
clams) as a decorative element on
some clothing items.
‘Sword fish’, an environment replete
with citations in relation to a product
that, in and of itself, means Sicily.
Marilù Balsamo (with Gabriele Graziano,
Luigi Mangano and Rossella Pagano)
have recovered various elements of the
sword fish and its form, using them in a
new assembly to create an object of
daily use charged however with a
‘mythic’ significance; not to mention
the objects made by Simonetta
Negrini’s ‘Le Stanze del Gattopardo’
from Palermo, the song, ‘Sutta lu mari’,
by Marilena Monti (with the support of
the Mayor of Palermo) as well as the
surreal sculpture by Toni Miceli.
‘Caper’, enhanced by a series of functional and decorative objects by
Celestino Sanna and put together with
great sensitivity by ‘Le Stanze del
Gattopardo’ with embroidery work by
‘Leontine Regine e Laboratori Riuniti’
from Palermo.
‘Prickly pear’, dedicated by its creator,
Ugo La Pietra, to the love he feels for
Sicily and for the whole Mediterranean;
‘a fraught love!’
The environment is strongly influenced
by a picture from the same author with
a large frame painted by ‘Ippobosco di
F.P. Seminara’ from Palermo, with signs
that cite the decorations and colours of
Sicilian carts, to which is added a collection of small ceramic vases from the
skilful hands of Giovanni D’Angelo from
Polizzi Ganerosa: small vases whose
lids are modelled with a series of figures in the form of prickly pears, in openly amorous attitudes.
‘Honey’, a collection of elements designed by Mariella La Guidara (with
Marinella Ferrara and Rosanna Nauta).
A miracle of nature, soft dew distilled
from the stars and rainbows, a product
proposed here with curtains made by
Francesco G. Finocchiaro’s ‘Le candele
di Amrita’ from Gravina and a delightfully elegant ceramics service to hold
hydromel (a love potion obtained from
the fermentation of honey and water).
‘Sweets’, enhanced by a series of ceramic containers by Patrizia Italiano and
Rosario Rotondo in a setting made with
special fabrics by ‘Ippobosco di F.P.
Seminara’ from Palermo, alluding to the
world famous ‘cassata siciliana’.
‘Hazel-nuts, almonds and pistachios’,
with works by Enzo Fiammetta and
Walter Angelico in a spectacular collection of cloths with decorations that cite
t h e v a r i o u s p ro d u c t s m a d e b y
‘Ippobosco di F.P. Seminara’, ‘Regine
Hildebrandt’ and ‘Leontine Regine’.
And finally, ‘cheeses’, which Michele
Argentino with Salvo Comes and
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Angelo Pantina have re-proposed with
a series of prototypes of real cheese
modelled into figures, made by
Vincenzo Garbo from Palermo - forms
and odours which brought a smile to
the whole exhibition.
Overall the products of all the stands
amused, fascinated and aroused the
curiosity of visitors in an exhibition formula boldly embraced by the Regione
Sicilia, recognising the importance of
bringing together the culture of contemporary projects (through the work of
the various project designers involved)
with the great tradition of Sicilian arts
and crafts, to renew and experiment
with the small artisan sector, in its
journey towards new markets.
Tapestry symposium
(page 28)
In Graz, Austria, the 16th edition of the
International Tapestry Symposium and
Workshop was held, as usual, in the
splendid structure of the Raiffeisenhof
which is part of the Graz Academy,
under the unerring guide of the art
director, Renate Mask.
The Symposium is an important and
well-known meeting point of artists
from all over the world. Every year ten
artists from different countries are invited and hosted to exhibit their works
and present a vast documentation on
their work.
A real open study that invites discussion and the exchange of information.
This event has become a tradition with
a large public following.
Fibre Art is the main theme that joins
the invited artists. However, though initially this artistic expression founded
the presuppositions for studying the
specificity of textile materials, throughout time it has broken through this
restricted boundary and conquered an
ever-larger space, allowing the artists
to express themselves freely with the
most diverse techniques and materials.
And the works presented in this exhibit
are a demonstration of this. Victoria
Smith (Ireland), through a series of processes, transforms daily objects after
having explored their history in depth.
The Polish artist, Marek Wagner gathers
duck feathers from the beach and uses
the rachis to compose fascinating shapes, halfway between animal and plant
forms. Inge Stahl (Germany) illustrates
the difficult relationship between the
two sexes with the installation entitled
“Rosenkavaliere”.
Feminine and masculine lingerie face
each other like phantoms without
bodies.
Nadia Nava, invited to represent Italy,
confers new vitality and movement to a
cold and inert material: she glues strips
of material to slate then tears them off.
Delicate and impalpable are the works
of Renate Maak (Austria): three tapestries in the form of kimonos made of
tea bags.
The installation of Japanese artist
Sachie Saito, entitled “Forest in the
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Sea” and made of bamboo and natural
fibers, resembles a Sioux encampment.
Gerd Brox Simonsen (Norway), Erika
Hovanyi (Hungary) and Choi KwagSaok (Korea) skillfully use traditional
wea ving, b ut prop ose pers onal
methods, shapes and innovative materials. Swedish artist Ingrid Enarsson,
wrapping large fishing ropes around a
core of steel, constructs large outdoor
sculptures inspired by nature and
Nordic mythology. Suhanden Ozai
draws inspiration from the ancient footwear of his land, Turkey.
The Wall of Marvels
(Page 32 )
The environmental improvement
project, “Il Muro delle Meraviglie” (The
Wall of Marvels) is connected to the
great ceramics tradition of Caltagirone
which, with respect to other areas of
tradition, has its own characteristic:
that of being used in the urban environment.
The idea of improving and completing
the decor of the Ring Wall of the Villa
Comunale was that of exalting the
“Muro” as an element of aesthetic value
in the separation of the garden from the
town, like a stage design with urban
features that reflect the rhythm of the
hollows and swells of an architectural
facade, like a work that had to charge
itself with the signifying values and
material values proper to ceramics.
In this sense, with the art direction of
Ugo La Pietra, a series of authors
representing the entire Italian ceramics
culture worked according to their own
expressive language and techniques
applied to the “doors” or “windows”
assigned to them.
Alfredo Gioventù brought the splendour
of his enamelled stoneware, combined
with the shiny and dark “sign” of slate.
Nino Caruso again proposed his high
relief monochrome modulations. Mauro
Andrea made a large slab reflecting his
technical and experimental figurative
studies. Pablo Echquiren again proposed his refined signs deriving from the
grotesque Faentine and made by
Bottega Gatti. Ignazio Moncada confirmed his great mastery of painting.
Giovanni Cimarri and Rolando
Giovannini presented a very refined
slab with signs and colours associated
with a sort of landscape.
Elisabetta Bovina and Carlo Pastore
(Elica) introduced an extremely personal decorative and figurative exercise,
also closely bound to the Faenza tradition, into the frame provided by window. Bruno Gambone left us a very
glossy work made of very personal
quotes and signs. Ugo Marano wrote a
text that exalts the voice of ceramics
today. Alessio Tasca created a work of
great skill as homage to the ceramist
Andrea Parini, a native of Caltagirone.
Francesco Raimondi again proposed
the gaiety and splendour of the ceramics of Vietri sul Mare in a quite personal
composition.
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The work of Ugo La Pietra represented
Caltagirone’s ceramics tradition because it was made by the Istituto Statale
d’Arte Luigi Sturzo of Caltagirone.
The finished work is the first section,
which will have to be completed by
subsequent interventions.
Ceramics of Terlizzi
(page 40)
In the past few years all over Italy there
has been a continuous growth of
projects and initiatives that involve artistic craft.
Recovery is perhaps the right word for
this operation – recovering the remarkable local artisan productive and economic heritage whose raison d’etre lies
in the objects kept in our memory.
And it is precisely this particular cultural
and productive dimension that fully
belongs to the Ceramics of Terlizzi.
Terlizzi is a town in the land of Bari,
situated in the heart of artisan Apulia.
The ceramics production of Terlizzi,
though probably much less known than
that of Grottaglie or the Vietri sul Mare,
avails itself of this historic and cultural
background of the entire Mediterranean
basin. First Lombard domination, then
the Norman conquest, and subsequently the Swabian, Anjou, Aragonese,
Bourbon and Spanish occupations
indubitably formed and molded the cultural baggage of the master ceramists
who, as early as the first decades of the
1800s, invested their efforts in familyrun kilns used mainly to make folk products for daily domestic use. Cooking
vessels, flowers vases, recipients associated with the rites of the table, having
forms and decorations expressing a
slow and complex stratification of
memories.
Inside the workshops, on wooden potter’s wheels, the figure-makers of
Terlizzi modeled cooking vessels of red
clay, the pégnatidde (pots for cooking
legumes), saucepans and baking pans,
or recipients for domestic use, the rezzèule (jugs with a beak), the ceccemoledue (cruses for pouring liquids), characteristic pitchers and jars for keeping
olives in brine and pickled vegetables.
Besides the potters – who in the meantime consolidated their own artistic
identity with typical friezes and colours
which can also be found in other production settings, such as the typical
polychrome rooster or the daisy-shaped star starting in the mid-1800s –
other production genres also became
well-known: the one associated with
construction, especially that of the figurine-makers who work on the small and
large statuary destined to urban decor
of new town scenes.
Along with the potter’s wheel culture
there is that of the dies, with a figurative style related to the anthropomorphic
and zoological sphere which is enriched by a sculptural and decorative
tradition rooted in this city since the
Middle Ages.
The samples offered by the current
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town workshops reflect many of these
historical testimonies, but the production expands, integrating the creative
intervention of the designer. The interest and commitment of the local administration in this sense demonstrate an
important perspective of development
which has grown in the past few years
through the organization of exhibits
born of the need to reflect on the historic genres of Terlizzese ceramics and its
future.
Il Bucchero
(pag 44)
The bucchero, a characteristic element
of the Etruscan civilisation, is a special
type of ceramic made on the potter’s
wheel. It is black in colour and its outer
surface is usually polished.
When the Etruscan necropolis were
discovered along with the earthenware
they contained, a new production of
black ceramic sprung up in Italy. As
regards how the old bucchero was
made, various theories have been
drawn up. The most recent hypothesis
is that the bucchero was obtained
through the so-called “reduction” technique, using the smoky flame firing procedure through which the red-coloured
ferric oxide present in clay is transformed into black-coloured ferrous oxide.
This type of ceramic has also been
found outside the Etruscan territory
directly influenced by the Etruscans,
but only in the same Etruscan territory
can we speak of continuous development, variety in shape and artistic research. The early production of Etruscan
bucchero dates from the VII century
BC. And the main production centres
were located in Southern Etruria and
later on in the lands already inhabited
by the Umbrians.
The thinner or thicker thickness of the
objects gives rise to two categories:
thin bucchero with very low relief patterns that draw inspiration from oriental
art; procession scenes, funeral rites,
votive offerings, while heavier bucchero
was used to create baroque shapes,
complex relief patterns and modelled
ornaments which at times made the
ware much too heavy and resulted in a
loss in its harmony. Heavy bucchero
was used to make some of the most
beautiful vases of the entire Etruscan
civilisation. The kylix, skyphos, calice,
kàntharos, òlpe, amphour, kiàthos,
oinochòe, brazier and supports make
up the main shapes of vases in bucchero. In Umbria, the bucchero tradition mainly developed in the centres of
Orvieto, Perugia and Gubbio. Since
Orvieto belongs to the Etruscan territory, it is the Umbrian city with the greatest tradition in the production of bucchero. Orvieto’s bucchero spans from
the heavy type to the grey-coloured
type, its characteristic feature being
“cylinder” shapes. The moulding techniques are all carried out on the wheel,
with some surface inserts. The decorations include “graffito” and “cilindretto”
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impression work on clay polished by
“splinting”.
The morphological types include pails,
beakers, jugs, calices, cups, etc…
At present, there are five active bucchero-making workshops which,
alongside the usual traditional objects
create decorative panels mostly to satisfy a tourism-related market.
In Gubbio, the typical black-coloured
bucchero was used in the early 20th
century by the Marquis Polidoro
Benveduti, who began experimenting
with it after actively taking part in the
futurist movement.
The workshop, owned by BenvedutiGranata, obtained widespread recognition and was active until the 1930s. The
brothers Carlo Alberto and Antonio
“Totino” Rossi continued experimenting
with black ceramic. They participated
in numerous exhibits in Italy and abroad, winning several prizes for the
results they achieved in the bucchero
technique. Skilled potters were employed in the making of bucchero, as were
decorators such as Raoul Farneti who
introduced particular decorative types
and tested systems for waterproofing
and glazing. With the new technologies
applied to ceramic production, the bucchero artisans were penalized because
they required more working time, dedicating much attention to the surfacefinishing technique with high percentages of waste, especially in the lathing
and firing procedure. In 1970 the workshop of Totino Rossi was the only one
active in Gubbio, but in the years that
followed three others flanked him: La
Fornace del Bucchero, Le Riproduzioni
Etrusche and Eredi Sebastiani. The
overall work cycle is long and complex.
The most delicate phase is that of polishing with a hard and compact wood
to produce the shiny grey piece, or with
a brush and soft cloth for a more opaque effect. The shinier and more polished the object is, the more “beautiful”
it is and the more time it requires to be
worked. This is why it is difficult to
make bucchero become a part of smalland large-series production.
After lathing, cold incisions with gold or
platinum can be made for decorations.
The characterizing aspect of bucchero
is its black colour. This peculiarity is
paradoxically its virtue and its limit. The
possible aesthetic variant is almost
exclusively delegated to the plastic
shape.
The traditional forms acquired in its territory of origin were not appreciated at
trade fairs in Milan or Florence, to name
only two, precisely because they were
too closely related to their territory of
origin. It was therefore necessary to
experiment with other forms that reflected modern taste while introducing factors functional to current production.
In the 1980s new lines were being
experimented with, and had passable
success abroad.
It is the task of the institutions to formulate projects and adopt all the initiatives for keeping a tradition alive that is
not only a production factor but, above
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all, a legacy of history and culture
The oil-lamps of Caruso
(page 51)
For years Nino Caruso has been digging into the lodes of the traditional
object of daily use. For a long time his
interest has been focussed on vases
with an quasi-archetypal shape which
he introduces into the domain of myth,
meant as an event which, in its exemplarity, becomes charged with the cultural sedimentation of references that
signify mental structures in the concreteness of the object.
Thus, by transferring the vase to the
domain of sculpture, without denying
its bond with and reference to its function in daily life, the artist sought and
singled out the plastic relationships of
the various parts, the placement and
therefore the spatial dimension, the
material consistency and chromatic
substance. It was an operation of
reduction to arrive at the essential, but
it involved a complexity that included
the visual aspect, on which the conceptual aspect exerted considerable
influence, concretely expressed by breaking down the object then recomposing it according to personal lines that,
in its manufacture and use of material
is related to an operative tradition. In
the series of oil-lamps, the most recent
object studied by Nino Caruso, there is
a convergence of references to folk culture that are filtered by a critical approach and as a result the handiwork presents highly ambiguous aspects. In
fact, while the functional and practical
identification is being perceived, it
brings to mind the anthropological
dimension which materializes emblematically in the oil and the light. These
factors underlie a spiritual stratification,
defining ways and behaviours as an
existential essence experienced and
consecrated during the course of millennia. In these works, Nino Caruso
works on two planes: he recovers
objects and then images and tradition.
Then he modifies them, while maintaining the memory of their function, with
a complex operation that goes from the
presentation of the single piece to the
assembly of several elements worked
according to a modular design. In this
procedure one can perceive the design
layout which enables one to consider
the object with its functional structure
and the shift into the field of sculpture
where the values are dictated by plastic
events, compositional development
and the colouristic patina.
The oil-lamps are founded on closed
forms, even when they originate from
modular assemblies.
Therefore the object is inflected in
symmetric divisions whose development is articulated in rhythmic lines.
The ever more essential chromatic contribution is played in dark shades that
highlight the clay and light shades that
are based on the primary quality of
white.
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For twenty years Nino Caruso has frequented places charged with artistic
historical memories, such as Todi and
its surroundings, where the cultivation
of wine and oil have established high
and consecrated standards, certainly
not extraneous to this immersion.
F rom S an S ebastian : the
sculptures made by Amaia
Oimaneder
(page 54)
After her studies in the school of plastic
arts of DEBA, Amaia Oimaneder opened the artistic ceramics workshop
“Buo Bab” in 1998 where she teaches
various ceramics techniques and, with
the collaboration of the Italian ceramist,
Jacopo Frina, she develops various
sculptural objects. It may be because
of the courses she took entitled “Large
Murals” and “Large Sculptures”, or
perhaps it’s her desire to intervene in
space with imposing works – the fact is
that the production of this artist from
the Netherlands is expressed through
small works that evoke large sculptures.
Thus, her “figures”, made of refractory
clay are characters, often couples, with
large bodies. Figures that bring to mind
the large forms that were often protagonists in the “classic” period in the
works of Leger and Picasso.
Soft monochrome figures with an originality and intensity that show an
expressive and stylistic maturity that is
quite rare in young artists. Her production, consisting of unique works, places
her, for all intents and purposes, among
the young European artists who are
seeking a new relationship with matter
and the culture of making things. It is
becoming increasingly clear that the
new generations of artists are exploring
in the opposite direction the “virtual” on
the one hand and the “real” on the
other hand.
Art and Leather
(pag. 56 )
The 60’s were coming to a close and
attention was focused on leather, a
natural material that is continually changing, modifying, getting even richer,
more beautiful as time passes thanks
to its virtuoso chromatics.
A multiplicity of problems therefore,
since each product is unique, even if
mass-produced.
A challenge to be tackled with research
and resolved by combining knowledge
acquired from a long and rich tradition
with contemporary technological innovations that have to be ‘steered’ so that
they can also be used for small series
production.
A challenge taken up by Arte & Cuoio
(Art & Leather) with a team comprising
various professional skills that has been
able to re-propose/impose an entirely
modern interpretation on the methods
and rites of the past.
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Arte & Cuoio, atelier – or perhaps better
still, craftshop – concentrates both
experimentation and project research
and production around a number of
support laboratories.
A re-interpretation of design is indispensable, which certainly implies creativity but also experimentation with
materials and the identification of new
typologies.
This is the story, which has continued
now for almost two decades, of Arte &
Cuoio; a story entirely representative of
the Italian ‘situation’: from the creation
and sale of the first leather objects
(1969-1970) in the shop/laboratory in
Pesaro, to the lines of containers already perfected by 1974, to the debut at
the Milan Furniture Show in 1980, to
international affirmation with a wide
variety of products included in the New
York Momo catalogue.
Certainly identifying the typologies to
be tackled was not easy, especially
since the company was determined not
to give up any of its innovation.
The reinterpretation that was carried
out – a kind of geometric minimalism –
using traditional objects highlighted the
intrinsic quality of these artefacts, whether it was agendas, note-pads or leather folders. Its range of containers
encapsulated Arte & Cuoio’s successful
procedure: boxes – rounded, oval,
square, all different in their dimensions
and heights. The continuation of some
typologies, such as the writing desk
set, was carried out within the context
of original restyling. A second theme of
the Pesaro craft shop activity was the
creation in leather of objects traditionally made using other materials, such as
its frames, rigorous in their line, or
archive containers, document folders,
all made with noble leather, not so
much to make them more precious but
to avoid the impermanence of paper.
Take for example the handles for bags
used in the packaging of all kinds of
objects (a package in recycled cardboard and chipboard, with the label in
heat stamped leather), or the creation
of jointed carpets in varying dimensions, a delightful intuition and the reinterpretation of an older, similar product.
Or there again, traditional chestnut
wickerwork, formerly used by everyday
ordinary people, updated and converted into catchall containers, which are
now opening the road towards a quite
new item in leather. And then again,
while we are on the subject of ‘leather
re-visitation’, there are footwear essentials. Nor can one possibly leave out
that most commonly used object in leather - the bag: two shopping bags and
two open bags in robust unlined leather. Objects of yesterday, today - and
therefore tomorrow. Arte & Cuoio
design draws on a century of artisan
skill and knowledge, creating a new
tradition and a new way of being perfectly in harmony with our times. And
from 1999 Arte & Cuoio has undertaken
yet another new idea in design, focusing on the production of a line of furnishing items.
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AD ARTE
PRIMO OSSERVATORIO
SULL’ARTIGIANATO ARTISTICO
via Matteo da Campione 8 - 20052
Monza
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ARTE & CUOIO
via Icaro 10 - 61100 Pesaro
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C.so Milano 94 - 35100 Padova
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ASSOCIAZIONE CULTURALE COMUNI
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p.za Don Minzoni 1 - 15048 Valenza (Al)
Tel. 0131/941851 Fax 0131/946609
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FIGINO SERENZA
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BOVINA ELISABETTA via Croce 55 - 48018 Faenza
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Desidero abbonarmi a quattro numeri della rivista pagando la quota
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Desidero ordinare i seguenti numeri arretrati
Tramite assegno non trasferibile di L.
(solo per l’Italia)
Tramite versamento di L.
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Cognome
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Tel. 06/47824860
TASCA ALESSIO via Vivarotta 46 -36061 Bassano del
Grappa
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ZOTTA SILVIA c.so Matteotti 38 - 25122 Brescia
Tel. 0347/9122859 Fax 030/3533430
ARTIGIANATO
tra arte e design
Direttore: Ugo La Pietra
Artigianato:
è una rivista trimestrale che interpreta e
diffonde l’evoluzione delle Arti
Applicate
e i processi di contaminazione con
l’arte
e il design.
Artigianato:
parla di creatività e di produzione,
sostenendo la ricerca e la
sperimentazione e introducendo nuovi
concetti per la costituzione e il
rinnovamento della piccola impresa.
Artigianato:
è uno strumento impegnato a
diffondere la cultura materiale legata
alle risorse
dei vari territori, guardando con
interesse alla tradizione e alla storia.
Artigianato:
riscopre il rapporto tra cultura del
progetto e la capacità di fare,
presentando oggetti riferibili alla logica
produttiva
e d’uso, ma che, nello stesso tempo,
mantengono tutta la virtualità
degli oggetti d’arte.

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