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14-07-2010
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REVIEWS
Cultura
Fermi tutti, mani in alto
Gran romanzo sui 203mila dollari rubati (sul serio!) dalle casse degli Zep
Jason Buhrmester
La grande rapina
ai Led Zeppelin
FOTO CHARLES BONNAY
Fanucci, pp. 224, euro 16,00
leggendo questa storia di jason
Buhrmester, un romanzo che si inventa
la vera storia della più grande rapina del
rock, i 203mila dollari rubati ai Led
Zeppelin nel 1973 durante un concerto,
la prima persona cui mi viene in mente
di paragonare l’autore è David Wasco: lo
scenografo di film come Pulp Fiction e I
Tenenbaum, titoli che devono una bella
parte del loro successo all’opera di ricostruzione di mondi tra fumetto, storia
sociale ed eterno presente. Perché per il
postmoderno ciò che serve davvero è un
rapporto creativo tra affabulazione da
bar e precisione dei dettagli. Il cazzaro
che amiamo è quello le cui storie paradossali potrebbero essere vere perché i
dettagli, i diamanti della narrazione, sono
veri e luminosi. Un mangianastri Sony
Superscope per ascoltare album di Tony
Orlando and Dawn. Un furgone con alto-
parlanti JBL, subwoofer e stereo 8
Pioneer. Una mamma in vestaglia rosa
coi capelli schiariti. Una bottiglia di vino
rosso che cade su un tappeto color crema.
Qualcuno ha definito Jason Buhrmester
l’Elmore Leonard della nostra generazione e io direi che, siccome David Wasco
ha fatto le scenografie di Jackie Brown,
film di Tarantino tratto da Leonard, tutto
torna. Jason ha fatto molte ricerche:
«L’ultima cosa che volevo è che qualche
coglione maniaco dei Led Zeppelin mi
scrivesse per dire che Jimmy Page non
portava pantaloni di un certo colore».
Ma ci tiene anche a dire che conosce bene
ciò di cui scrive: la piccola criminalità sfigata è il suo mondo. È cresciuto a
Kankakee, Illinois, «Peggiore città americana» secondo il Places Rated Almanac:
crimine, disoccupazione e violenza. «Sono
cresciuto fra criminali mezze tacche. I
personaggi del libro sono tutti basati su
persone che conosco ed esperienze che
ho fatto. Tranne, beh, rapinare i Led
Zeppelin». Gli piace frequentare banchi
dei pegni, negozi d’armi, palestre di pugi-
lato. «Volevo che baristi, tatuatori e criminali leggessero il libro e pensassero che
avevo colto quelle vibrazioni».
L’altra colonna del libro è la musica: le
scelte musicali dei personaggi, da Al Green
agli Stones, da Bowie ad Alice Cooper, dai
Black Sabbath a Iggy. Jason ha incontrato un membro dei Led Zeppelin solo una
volta, a una festa per l’uscita di un disco
bluegrass: «Appena arrivati, l’ufficio stampa ci portò a conoscere il produttore, un
tipo avanti con gli anni in piedi in un ango-
lo con un mandolino a tracolla. L’ufficio
stampa ci fa: “Lui è John Paul Jones dei
Led Zeppelin. Ha prodotto il disco”. Non
sapevo cosa dire. Abbiamo parlato di bluegrass e di New York e poi qualcuno gli ha
chiesto di suonare qualche pezzo con la
band. Dopodiché se n’è andato. Potevo
chiedergli della rapina, ma non ce l’ho fatta.
Va bene così. Non volevo fare la figura del
coglione che ci parla 5 minuti e gli fa: “Mi
dici di quella volta. Che vi hanno rubato
FRANCESCO PACIFICO
203mila dollari?”».
SulComodino
Per Patrick Sullivan,
il 19enne protagonista
di La grande rapina
ai Led Zeppelin, portar
via quella valigetta
nel backstage della band
inglese può essere una
grande prova di riscatto.
Riscatto per una vita già
un po’ così nella sua
Baltimora, dalla quale
è fuggito per immergersi
nella Grande Mela.
Si ride (e si piange?)
grazie anche alla bella
traduzione di Tommaso
Pincio. Presto arriverà
anche il film.
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REVIEWS CULTURA
L’Intervista
Il ruolo del performer
Codice Ivan in tour con due spettacoli. Pronti a provocare
Codice Ivan
W.room-visitors(space)
16-18 luglio, Santarcangelo dei Teatri
GMGS/lasci(AMO TUTTO)
30-31 luglio, Drodesera Fies
Buttarsi
Marcos y Marcos, pp. 269, euro 16,50
Vuole fare il cattivo, ma non sono
sicura che lo sia. Ha un fantasma
pesante da digerire ed è il suo
geniale e irritabile padre. Dan, il
secondogenito di John Fante, è
stato descritto come un autentico
fuorilegge letterario. Così appare
anche Bruno Dante, il protagonista del suo ultimo romanzo:
bukowskiano, bizzarro, amaro e
triste, uno scrittore alcolizzato
che dopo aver perso il lavoro per
l'ennesima volta, inizia a fare lo
chauffeur a un unico patto: restare sobrio. Intanto attende trepido
e nervoso la pubblicazione del
suo libro di racconti.
Della tua scrittura dicono sia
“intrisa di vodka” ma anche
sentimentale.
«Scrivo la verità della mia esperienza personale, e lo faccio
attraverso gli occhi di Bruno
Dante. Non ho alcun interesse a
essere dolce o politicamente corretto. Credo che i lettori ogni
giorno anneghino abbastanza
nella cattiva tv, per cui apprezzano l’onestà e il coraggio di un
buon romanzo».
Domanda d'obbligo: come hai
gestito l’eredità paterna?
«Mio padre era un grande scrittore e uno sceneggiatore infelice.
Sono cresciuto conoscendolo solo
come sceneggiatore. La maggior
parte della sua vita l’ha passata
facendo un lavoro che detestava.
Solo in seguito è tornato a fare
quello che amava. La mia eredità
è stata un regalo: la gran classe di
mio padre come scrittore».
Hai fatto il venditore porta a
porta, il tassista e il lavavetri...
Stai cambiando lavoro ancora?
«No, no, non cambio più lavoro.
Tutto ciò che faccio ultimamente
è scrivere e chiedere perdono a
mia moglie».
Due righe per descrivere la
“tua” Los Angeles.
«Quando morirò, ho detto a mia
moglie di cremarmi. E poi di
noleggiare un aereo per volare
su Los Angeles. Voglio che la mia
cenere mista a merda di maiale
ricopra gli Studios Universal e
FLORINDA FIAMMA
Disneyland».
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il pubblico, suscitando differenti reazioni tra l'imbarazzo e l'irritazione.
La messa a nudo del making off arriva
all'estremo di GMGS in cui annunciano
ogni azione prima di realizzarla, con tono
monocorde. Generati da una profonda
riflessione sulla scena e sul ruolo del performer, i loro spettacoli obbligano a usare
il pensiero non per capire, ma per porsi
domande senza cercare risposte. Una
riflessione sul teatro la loro che si allar-
ga a tutto l'ambito del processo di produzione artistica in un percorso che li
porta ad agire anche in gallerie d'arte e
con mezzi artistici disparati. Di loro si
sono accorti i centri di produzione artistica italiani di qualità e questa estate
saranno sia a Santarcangelo, con un progetto ad hoc per il quarantennale del festival, sia a Dro con l'esito della loro produzione in corso. Tenete d'occhio Benno
CARLO ORSINI
Steinegger: è un grande!
ALTRI SCAFFALI
Megan Abbott
Patrizia Wächter
Edizioni BD, pp. 198, euro 14,00
Bompiani, pp. 232, euro 16,50
Queenpin
È improprio utilizzare il verbo
“leggere” per
questo romanzo.
Come nelle migliori trappole,
basta scorrere le prime righe
per caderci dentro e non
uscirne più. Ha stile, e molto,
molto ritmo, Megan Abbott.
L'ambientazione è la classica
da thriller: anni ’50, Las Vegas, una protagonista (senza
nome) che passa dal ruolo
onesto di segretaria contabile
a quello, rischioso e inebriante, di corriere criminale. Diventa l’emissaria di una
“Queenpin”, la burattinaia
che regge i fili del malaffare
in città. C'è tutto quello che ti
aspetteresti: inseguimenti,
truffe, omicidi violentissimi,
ma stavolta a osservare è una
ragazza, con una sensibilità
inedita per il genere. Inevitabile che si innamori di un pericoloso bellimbusto, ma chi
sia la vittima e chi il carnefice
è tutto da stabilire. Se adorate il James Ellroy degli inizi,
avete trovato la vostra donna
ideale.
MATTEO B. BIANCHI
Papà Leo
C’era una volta, a
Milano, il cinema
teatro Ciak. Lo dirigeva Leo Wächter: polacco,
ebreo, socialista,
partigiano. Sfuggito da Dachau, rifugiato a Milano.
Adrenalinico, passionale impresario che credeva nel rischio individuale, nel jazz e
col rimpianto di non aver mai
scritturato Barbra Streisand e
mai lavorato con Sanremo.
Mise sotto contratto i Beatles
nel ’65 (e due anni dopo, gli
Stones), portò in Italia jazzisti,
circensi, campioni di scacchi,
giocatori di basket, la balena
Jonas. A 10 anni dalla scomparsa, la figlia, tenace ufficio
stampa, ne racconta la parabola umana e professionale
con un linguaggio diretto e
pragmatico, che talvolta lascia correre a briglia sciolta
l’emotività. Ad arricchire questa biografia particolare è anche il senso perduto di una
socialità partecipata, di anni
pre-ripiegamento individualistico e narcotizzazione televisiva. RAFFAELLA GIANCRISTOFARO
Alberto Bracci
Testasecca
Volevo essere Moccia
La Lepreedizioni, pp. 167,euro 16,00
Una esce dal coma, l’altro ci è
entrato, artisticamente parlando.
Marilù era una
ragazzina tossica,
si è impiantata con il motorino ed è rimasta 12 anni bella
addormentata per poi risvegliarsi e scoprire, senza drammi, con curiosità, che tutto intorno a lei è cambiato. Luciano ha vinto il premio Strega
con l’opera prima poi più
niente, crisi d’ispirazione. Tutti e due incrociano i libri di
Moccia: a lei risvegliano la voglia d’amore, a lui fanno montare la rogna (per il successo).
E le loro vite s’incrociano. Il libro è meno cretino di come
ve lo racconto, perché è brillante e tenero e l’autore, pure
traduttore della Politkovskaja,
deve essere di grande simpatia. E coraggio: guardate il ritratto che si è fatto fare per la
copertina. Lettura perfetta
sotto l’ombrellone. E gratificante: agli stronzi vite mediocri, vite buone a chi sbanda.
Tiè.
FRANCO CAPACCHIONE
F.T. Sandman
Jim Carroll
Voices, pp. 240, euro 13,00
Fa piacere doversi occupare di un
libro del genere.
L’anno scorso, alla notizia della
morte di Jim Carroll, quotidiani e riviste specializzate non erano andate
oltre uno stringato comunicato stampa, il genere di trattamento che si riserva ai personaggi di secondo piano. Il libro di Sandman restituisce finalmente alla figura Carroll
lo spessore dovuto. Poeta,
narratore e musicista, più di
una generazione si è dissetata alla fonte della sua arte,
colta e viscerale al tempo
stesso. Il ritratto che esce fuori da questa biografia corale,
piena di testimonianze illustri
(Patti Smith, Leonardo DiCaprio, Lenny Kaye e persino
Jack Kerouac) è meno torbido
dell’immagine pubblica che
ha sempre accompagnato il
personaggio Carroll. Ma il testo è soprattutto utile per avvicinare nuovi lettori (e ascoltatori) a uno dei poeti più
ispirati che l’America abbia
mai avuto.
EMIDIO CLEMENTI
FOTO DA SINISTRA NICOLAS GUERBE E SIMONE RIDI
Dan Fante
dicono di essere rimasti imprigionati nel teatro volontariamente e lo stesso
cercano di fare con i loro spettatori. Se
con Pink Me & the Roses, spettacolo con
cui hanno vinto il premio Scenario 2009,
quelli di Codice Ivan scarnificavano i meccanismi della rappresentazione esaustendo il rapporto tra realtà e rappresentazione, in Give Me Money, Give Me
Sex, Give Me Coffe and Cigarettes, nuovo
spettacolo in corso di costruzione, chiedono allo spettatore di azzerare le aspettative e di interrogarsi su ciò che si sta
vedendo e di come si esperisca e si immagini la felicità. Posizionandosi nell'ambito del performativo concettuale processuale, superano l'aspetto liturgico (ti dico
cosa pensare) per entrare nell'ambito ecumenico (pensiamolo insieme) coinvolgendo provocatoriamente il pubblico.
Come al termine del loro primo spettacolo in cui per quattro (4!) minuti si portano sul limitare della scena e “guardano”
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REVIEWS CULTURA
PLAYBACK
Alain Mabanckou
Black Bazar
66thA2ND, pp. 236, euro 16,00
è considerato il bret
Easton Ellis francese
per la sua capacità di
scagliarsi contro l’essenza dell’apparenza. Alain
Mabanckou, nato nel
1966 in Congo ed emigrato appena ventenne in Francia per
poi trasferirsi a Los Angeles, è una tra
le nuove voci più graffianti e ironiche
della narrativa contemporanea. In questo Black Bazar, riuscitissima commedia “nera” degli equivoci, Mabanckou
non manca di lanciare invettive contro
i l(u)oghi comuni di un mondo dove le
griffe sembrano aver sostituito le parole. Protagonista è un raffinato dandy
che vive tra “la spazzatura” della periferia parigina più estrema. Cultore dell’arte di fare il nodo alla cravatta, impeccabile nel vestire, è talmente ossessionato dall’essere fashion da essere
stato abbandonato perfino dalla moglie, fuggita con un improbabile suonatore di tam tam di un gruppo rock. Sullo sfondo immigrati africani che rinnegano il loro essere “neri” cercando di
integrarsi in una città che non è razzista: è soltanto abitata da «piccoli bianchi cresciuti all’ombra dell’ipocrisia
GIAN PAOLO SERINO
medio borghese».
Pietro Grossi
Martini
FOTO CENTRALE LINDA NYLIND
Sellerio, pp. 64, euro 9,00
martini il grande. grande come è stato Gatsby
sotto la penna di Scott
Fitzgerald, grande come
solo i disperati che potrebbero avere tutto e restano sempre in attesa di
qualcosa che non arriva mai possono
essere. Jay Martini è «tutto ciò che ognuno di noi vorrebbe essere»: è uno scrittore americano di romanzi pieno di fascino, idolatrato da pubblico e critica e vede
cose che altri non colgono. Ma è innamorato della donna sbagliata. È schiacciato dall’amore impossibile, lacerante.
E a un certo punto sparisce nel nulla,
oltre i riflettori e le paillettes. È Frank,
giornalista in ascesa che con Jay intesse
anche nei silenzi e nella distanza fisica
un rapporto profondo, la voce narrante che rende Martini immortale, sono la
curiosità e l’attaccamento a una figura
troppo carismatica per essere taciuta a
fare dell’ultima prova di Grossi un gioiello narrativo perfetto. Sullo sfondo si agita
l’Industria in senso lato, mostro che tritura chi ha lanciato in orbita, sbattendolo nell’oblio. Un racconto lungo, preciso e tagliente, sul senso del successo
che si fa declino, sull’imperfezione del
vivere, sui sogni infranti e sulla fragilità
CARLOTTA VISSANI
delle relazioni.
James Frazer
Il ramo d’oro (edizione minor)
Boringhieri o Newton Compton
Ricordi
talismani
Raccolta di scritti del magnifico
regista. Aspettando nuove visioni
roma, esterno giorno, primavera 1961, davanti a
un portone Pier Paolo Pasolini incontra il suo vicino
di casa, gli dice che dirigerà un film e aggiunge: : «Mi
dici sempre che ti piace tanto il cinema, sarai il mio
aiuto regista». Il vicino, che ha quasi vent’anni, risponde: «Non so se sono capace, non ho mai fatto l’aiuto».
«Neanch’io ho mai fatto un film», risponde Pasolini.
Quel ragazzo è Bernardo Bertolucci, assistente di
Pasolini sul set di Accattone, che racconta l’episodio in
Bernardo
La mia magnifica ossessione: Scritti, ricordi, interventi
(1962-2010), curato da Fabio Francione e Piero Spila,
Bertolucci
La mia magnifica che si legge come un sogno cinéphile.
Se un grande critico e amico del regista di Parma,
ossessione
Garzanti, pp. 236,
Enzo Ungari, dedicò un libro alle Scene madri di Bernardo
euro 18,00
Bertolucci nel cinema (Ubulibri), questa, fuori dal grande schermo, è una delle migliori della sua vita, senza dubbio quella che lo spedì
su un set e di lì a poco, in una capitale in fermento, a dirigere La commare secca,
il suo esordio. Si tratta solo di un ricordo tra i tanti di un libro dove gli aneddoti ritornano, ripetuti come punti fermi e talismani: dalla “rosa bianca” di un
verso del padre, il poeta Attilio Bertolucci, che il piccolo Bernardo ritrova in
giardino come prova tangibile dell’esistenza della poesia, alla visita illuminante a un vecchio Jean Renoir nel suo giardino hollywoodiano. Poca, ma chiarissima teoria percorre le pagine: se il cinema è «la possibilità di utilizzare le immagini per fare della poesia, fotografare in versi», Bertolucci la realizza su set sempre più impegnativi che una sezione del libro ripercorre con commenti e conversazioni, da Ultimo tango a Parigi al grande Novecento, alla gioia esotica di Il
tè nel deserto. Fuori dal set, invece, il cinema era andare a cena con Elsa Morante,
Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia come fosse andare in università, era dichiarare: «Mi sarei fatto uccidere per un’inquadratura di Godard», e fare il pendolare su Parigi per incontrarlo, era un’avventura. L’educazione sentimentale di
Bertolucci è un’occasione per pensare al recente passato della cultura: per farla
oggi, bisogna essere i The Dreamers di domani, pieni dei propri sogni. Come
quello spontaneo di un lettore: dare un abbraccio a Bernardo Bertolucci, ragazALESSANDRO BERETTA
zo di una dolce vita che fa vivere il cinema.
«Aprile è il più crudele dei mesi,
genera lillà da terra morta...» è
l’incipit con cui Thomas S. Eliot
annunciava Terra desolata. Un
poema innovativo anche per l’uso
inedito di note esplicative, che
rimandavano a uno dei grandi successi editoriali dell’epoca: l’edizione “minor” di Il ramo d’oro di sir
James Frazer e ai riti, terribili e
quasi disumani, officiati per gli dei
della vegetazione, celebrati per la
prima volta a Roma quando
Annibale rappresentò una concreta minaccia alla Città eterna, arrivandone fin quasi alle porte.
A quel punto si aprì il tempio, si
fecero sacrifici umani e il pericolo
si allontanò, confermando per
sempre l’efficacia e la forza primigenia di quei riti. Da allora ogni 22
marzo si tagliava un pino per trasportarlo nel tempio di Cibele (Dea
Madre o Signora degli animali).
Toccava a tre portatori recare l’albero sacro, che veniva poi avvolto
come un cadavere, con bende di
lana, e ornato di ghirlande di viole
sacre ad Attis. Poi nel terzo giorno,
il 24, nel “giorno del sangue”,
l’Arcigallo, o sommo sacerdote, si
incideva le braccia, offrendo il proprio sangue in sacrificio. Trascinati
dal frastuono della barbarica musica dei cembali, dal rullio dei tamburi, dal bordone dei corni, dal
lamento dei flauti, anche i sacerdoti di rango inferiore si univano
al grande rito, agitandosi nella
danza vorticosa coi capelli al vento
finché, rapiti da un’eccitazione frenetica, insensibili al dolore, si
tagliavano il corpo con pezzi di
coccio, e si ferivano con i pugnali
per spargere sull’altare e sull’albero sacro il sangue che sgorgava a
fiotti. Mutatis mutandis, se i tifosi
dell’Inter festeggiano paganamente a Madrid nella fontana di Cibele
(foto sotto) l’attesa Champion, perché lamentarsi poi se il corpo della
squadra viene strappato a morsi
vivi da cruente lotte intestine?
Spesso il miracolo di una vittoria
inattesa si paga, soprattutto se si
supplica proprio la Grande Dea di
RAF VALVOLA
fissarne il prezzo.
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