La tragedia di un Dio diventato utopia

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La tragedia di un Dio diventato utopia
La tragedia di un Dio diventato utopia
Intervista al Cardinale Angelo Scola
Il Foglio
(Matteo Matzuzzi) Il valore del martirio cristiano nel cuore d’Europa, il travaglio dell’occidente,
l’estremismo che non è causato dai soldi, il legame tra religione e ideologia.
“La tremenda uccisione di padre Jacques Hamel significa che il martirio del sangue è
ritornato in Europa, e questo è un fatto su cui è necessario riflettere in profondità da parte
di tutti, a cominciare da noi cristiani”.
Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parte dall’ultima di quelle “tragedie
terribili e insopportabili” per riflettere con il Foglio sul rapporto tra le religioni, l’occidente
travagliato, la chiesa in Europa che pare assopita e il ruolo della fede nel contesto attuale.
Sullo sfondo ci sono gli ottanta e più morti di Nizza e gli attentati in Germania, fino al
sacrificio dell’anziano sacerdote di Rouen. Non sarà una guerra di religione, non c’è uno
scontro tra fedi che si contrappongono coltello in mano, ma “il problema delle derive
violente del fondamentalismo religioso va ben interpretato”, sostiene Scola. “La mia tesi è
che quando l’ideologia (di qualunque origine essa sia) ‘parassita’ la religione presto o tardi,
inevitabilmente, si assiste a una deriva radicale dell’esperienza religiosa. Questa può
raggiungere gli estremi del terrorismo, ma anche quelli di uno svuotamento interiore della
religione, che annulla la sua costitutiva e universale apertura alla totalità del reale. La
religione diventa così uno strumento in mano ai poteri dominanti. Si capisce molto bene
l’affermazione del Santo Padre ed è del tutto condivisibile. Nella mia esperienza con la
Fondazione Oasis, incontrando musulmani di tutto il mondo, ho constatato di persona un
equivoco molto diffuso. Quello di pensare che, a partire dal peso straordinario che ha il
Corano e dal problema delicatissimo della sua interpretazione, l’islam sia una sorta di
coperta che tiene dentro tutto. Invece ci sono molti islam. Ben inteso, questo non significa
ridurre l’urgenza di interpretare i fondamentalismi religiosi violenti. E non aiuta a compiere
questo lavoro mettere la sordina alla potenza del cristianesimo, fenomeno a cui da qualche
decennio purtroppo assistiamo in Europa. C’è una frase di Balthasar che mi colpisce
sempre: ‘In tutte le epoche si cerca di ridurre il cristianesimo in modo tale che la ferita che
Cristo ha inferto alla storia si possa chiudere. Non è possibile, continuerà a suppurare’.
Possiamo dire che oggi in Europa l’impossibile impegno a chiudere la ferita è
particolarmente perseguito. Anche, purtroppo, con molta colpa dei cristiani”.
Scola ritiene che si debba rinnovare la pratica della vita cristiana. “Diventa
fondamentale, anche dal punto di vista delle nostre chiese in Italia, sviluppare la coscienza
della pertinenza della fede all’esistenza di tutti i giorni, della sua capacità di ospitare tutta
la realtà. E’ importante, per esempio, essere presenti negli ambienti, non intesi solo come
luoghi, ma come generatori di mentalità. E’ importante il lavoro della parrocchia, ma non
basta la Chiesa del ‘campanile’ o del ‘campanello’. Qualcosa mi sembra si stia muovendo in
questo senso. E’ un inizio di cammino, ma c’è. E’ un segno. La situazione di grande travaglio
– che durerà – non ci fa perdere la speranza”.
Quanto all’idea che le religioni sarebbero sempre fonti di pace e la responsabilità
della loro trasformazione in fattore di guerra ricadrebbe sui politici o sul capitale “è una
tesi che non regge sempre”, dice il cardinale. “Di sicuro resta il tema del parassitismo, ma
io parlo dell’ideologia e non della politica, e ne parlo nel senso marxiano della parola, cioè
di un modo di dire le cose coprendo la loro radice, quindi di un’impostura in ultima analisi.
Che poi diventa utopia. Quando il pregiudizio investe gruppi sempre più larghi e si
cristallizza, diventa ideologia e quasi sempre l’ideologia diventa utopia. Non è vero –
sottolinea – che la colpa è sempre della politica. Qui si apre la questione del potere. Non si
regge una società senza potere, e la politica deve gestire il potere. Il punto è comprendere
quale considerazione il potere debba avere dell’umano. Cosa mi aspetto dall’altro? Che
natura vuole avere la mia relazione con tutta la realtà in questa fase storica? Forse ci può
aiutare proporre una distinzione. Il potere – osserva – deve trovare la sua sorgente nella
potestas, nel senso di autentica autorità. La potestas, che è quella che Gesù ci ha mostrato
sulla croce pagando al posto nostro, è quella di padre Jacques, dei monaci di Tibhirine.
Penso alla frase straordinaria che disse il priore al monaco spaventato di fronte al rischio di
essere assassinato: ‘Tu la tua vita l’hai già data entrando qui’. Il cristiano, colui che è rinato
immergendosi nella morte e risurrezione di Gesù nel battesimo, non può non mettere in
preventivo questa situazione di martirio. Certo, non si può dire senza tremore, ma la mia
vita l’ho già data se sono cristiano”.
In questo senso, dice il cardinale Angelo Scola, “è urgente recuperare tutti i contenuti
specifici dell’esperienza cristiana. Pensiamo, ad esempio, a tutti i misteri della vita eterna –
cioè morte e giudizio e inferno e paradiso – che si concentrano in Cristo morto e
definitivamente risorto. Il fatto che noi veniamo al mondo per non finire più è
determinante. Cristo è l’eterno che entra nel tempo e rende il tempo un segno dell’eterno.
Queste cose bisogna ricominciare a viverle e quindi a dirle. Non come affermazioni
teoriche, ma come descrizione del contenuto più profondo e quotidiano dell’esistenza
cristiana. E poi, per quanto riguarda la costruzione sociale, io insisto nel dire che non esiste
da una parte la mia esperienza di fede e dall’altra le sue conseguenze, bensì esistono delle
implicazioni della fede. Faccio un esempio sapendo di non essere politicamente corretto.
Ho spesso ripetuto ai giovani che la fatica che si fa a pensare la differenza sessuale,
l’insuperabilità della differenza sessuale, scaturisce dal fatto che non si pensa più la Trinità.
Il tema della differenza come originaria e buona è stato introdotto in occidente per
pensare la Trinità. Un genio come Romano Guardini diceva che per imparare a costruire
una società civile adeguata si dovrebbe guardare alla Trinità. In essa, infatti, troviamo la
pienezza della comunione (l’identità di natura) assieme all’assolutamente insuperabile
singolarità di ogni persona (la differenza delle persone). San Tommaso diceva che nella
Trinità c’è il massimo della differenza, ma è una differenza che vive nell’unità della
sostanza. E questo, senz’altro, può aiutarci molto a pensare cosa sia la società, superando
individualismi e collettivismi di vecchio stampo. Noi cristiani dovremmo mostrare di più
questo nesso”. Alla fine, “lo scandalo della modernità si concentra qui: come può, diceva
Lessing, una realtà storica particolare – Gesù Cristo – essere il senso di tutto? Chi ci farà
superare quest’orribile fossato che da più di duemila anni ci separa da Cristo? La società
civile avrebbe molto da imparare da come la Chiesa vive la sua sinodalità, fatta di
universale e di particolare, ultimamente radicata nel Collegio dei successori degli apostoli
con Pietro e sotto Pietro. Penso – dice l’arcivescovo di Milano – che in Italia (ma non solo)
è viva una dialettica tra il ridurre la fede a una religione civile (tesi che io capisco
soprattutto per i non credenti) e dall’altra parte il ridurla a un puro annuncio della croce,
alieno all’umana esperienza (una posizione che io chiamo di ‘cripto diaspora’). Per uscire
da queste due visioni dominanti ma limitate, bisogna battere la via del crinale, che è la via
dell’implicazione: far vedere il nesso tra i misteri vissuti della fede (la Trinità, l’incarnazione
e la redenzione, il dono dello Spirito, il mistero della Chiesa…), che si documentano
nell’umanissima (universale) esperienza cristiana, e la realtà concreta, cioè la trama di
circostanze, relazioni e situazioni che costituisce l’umana esistenza. Gesù è venuto, dice
sant’Agostino, per essere via alla verità e alla vita”.
Eppure, paradossalmente, Nizza, Rouen, e la sequela di stragismo fondamentalista,
“possono essere l’inizio di un risveglio sia per l’Europa, sia per la nostra coscienza.
Dobbiamo leggere tutto questo all’interno del disegno di Dio e comunicare la fondatezza di
questa lettura a tutti gli uomini. Io parlo di ‘pro-vocazione’ nel senso che la verità è
qualcuno che mi viene incontro e mi chiama. Dobbiamo fare di tutto, dinanzi a queste
tragedie per non lasciar cadere questa pro-vocazione. Sullo scenario della storia c’è la
libertà di Dio, la libertà dell’uomo e la libertà del maligno. Le tre si intrecciano, anche se
non tutte e tre hanno lo stesso peso ovviamente. Gesù ha risolto l’enigma dell’uomo
vincendo il male, ma bisogna che ognuno di noi aggiunga nella sua persona ciò che manca
ai patimenti di Cristo E cosa manca? Il proprio sì, l’accoglienza del dono della misericordia.
Questo puoi farlo solo tu”.
Guardando al martirio di padre Hamel, al cardinale Scola viene in mente la citazione
con cui l’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, ha iniziato la sua omelia a
ricordo del prete assassinato. “Ha citato Geremia quando rivolgendosi a Dio dice ‘Tu sei
diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti?’. Come a chiedere, ‘Sei
un’ombra o sei veramente tra noi?’. Dal punto di vista cristiano mi chiedo cosa ci voglia
dire Dio attraverso un fenomeno storico, quello del martirio, che non si verificava in
occidente dalla Seconda guerra mondiale. Anche qui veniamo messi davanti alla nostra
vocazione per interrogarci su cosa stiamo facendo di Cristo o della visione della vita che
vogliamo seguire e attuare. L’uomo non può vivere senza un senso, senza un significato,
senza una direzione di cammino. Il senso della vita cristiana è Gesù Cristo, e padre Jacques
ha dato la vita per questo. E l’ha data con enorme dignità, non piegandosi a inginocchiarsi
davanti ai suoi assassini. In questo tragico contesto – ripete l’arcivescovo di Milano – ci
sono segni di grande speranza. Sono stato a Cracovia e ho visto lo stile di partecipazione di
tante centinaia di migliaia di giovani alla Giornata mondiale della Gioventù, il modo con cui
hanno accolto ciò che il Papa ha detto loro. Sono una risposta dei cristiani a quanto sta
accadendo”.
Una luce in una realtà che appare avvolta da tenebre sempre più fitte che
attanagliano l’Europa: “Sono profondamente convinto che se guardiamo dal punto di vista
socio-politico al grande travaglio dell’occidente – preferisco parlare di ‘travaglio’ e non di
‘crisi’ – vediamo che i problemi dell’Europa sono legati a un riemergere dei nazionalismi
(forse troppo precipitosamente liquidati), al terrorismo, a un certo modo di affrontare
l’immigrazione, alla finanza e alla politica. Sono come chiavi che vanno rimesse in gioco”.
A questo punto, però, sorge una domanda ulteriore: “Mi chiedo, all’interno di questa
situazione di travaglio, qual è il contributo che gli uomini delle religioni devono dare per la
ripresa dell’Europa. Perché sono molto convinto che questo sia un contributo dovuto e
decisivo. Le implicazioni non sono piccole, penso ad esempio alla necessità di ridiscutere
radicalmente la concezione cosiddetta ‘francese’ di laicità dello stato. E’ arrivato il
momento di farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva.
Le religioni non vanno pensate – come sostiene da anni per esempio il sociologo Donati –
come soggetti che cerchino tutele (se non quelle dovute a tutti), ma come realtà vitali
capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile
cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato
abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che
tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi
narrazioni. Io credo però che si debba – pazientemente e partendo dal concreto –
attraverso un dinamismo di riconoscimento reciproco e di narrazione costante, ricostruire
una direzione unitaria di cammino”. Che non è quello di limitarsi a citare in modo vacuo e
vago i valori europei, i princìpi che accomunano i popoli del continente, classico refrain che
si sente dopo ogni attentato che miete vittime sul suo territorio. “Sono convinto – dice
Scola – che è importante riprendere, anche descrittivamente, tutte – è in questo senso è
necessario non escludere nessuna – le radici dell’Europa. Però, poi, partendo dalle
esigenze concrete del presente bisogna guardare al futuro. E’ chiaro che il cristianesimo è
stata la radice portante dell’Europa. Ma vi sono anche le radici anteriori: Roma ha assunto
la Grecia, Gerusalemme. Ci sono le varie realtà germaniche, galliche e pre-celtiche. E, a
posteriori, quelle della modernità e dell’illuminismo, senza escludere la cosiddetta matrice
socialista. Questo è certo e rimane. Oggi il cristianesimo si gioca dentro una realtà
interculturale e interreligiosa, e quindi deve essere un co-agonista, che in Europa può
anche essere il protagonista del lavoro che tutte le religioni e tutte le mondovisioni sono
chiamate a fare”.
Tutto questo si inserisce in uno scenario in cui la Chiesa, in Europa, dà spesso
un’immagine di spossatezza, quasi fosse rassegnata a essere sempre più minoritaria. Che
fare? “Le comunità cristiane europee appaiono stanche, è vero, ne ho parlato più volte. Il
primo contributo che il cristiano può dare è di essere se stesso, e padre Jacques ce l’ha
dimostrato quando quel mattino è andato incontro al martirio. Questo è fondamentale. E il
principio della riforma della Chiesa è la conversione alla santità. Qui sta la sua vera radice.
Tutti sappiano che non è sufficiente la pur necessaria riforma di istituzioni e strutture. Gli
strumenti utili siano benvenuti, ma prima di tutto bisogna essere se stessi. In secondo
luogo, dobbiamo farci promotori seri di una continua proposta circa il bonum di una vita
associata e quindi circa il bene dell’Europa. E qui bisogna guardare a qualcosa che ha dato
inizio all’Europa dopo la tragedia dei due conflitti che hanno definitivamente consumato il
tragico impatto delle guerre di religione. Mi riferisco al realismo del partire dal concreto (il
carbone e l’acciaio), e partendo da lì far emergere il gusto della vita che molti di noi
battezzati non hanno più. Io legherei il discorso che McIntyre faceva sulle minoranze
creative alla capacità di innervare il resto del popolo che sicuramente, e non solo nelle
regioni latine, è ancora presente. E in maniera diversa lo è anche nei paesi più secolarizzati,
benché questa parola oggi voglia dire molto poco”.
Rifarsi al sensus fidei, dunque? Sì. “Nella mia venticinquennale esperienza di vescovo
noto che il nostro popolo mantiene un sensus fidei che definirei quasi naturale. Quando
vado in visita pastorale, sono solito tenere un’assemblea pubblica dove la gente fa sempre
domande sostanziali: affetti, amore, giovani, lavoro, giustizia, morte, aldilà… Manca ciò che
con grande genio profetico aveva intuito Paolo VI (allora solo mons. Montini) già nel 1934,
quando disse che la ‘cultura italiana ha già messo da parte Gesù Cristo’, facendo vedere ciò
che sarebbe successo, cioè che questa posizione presto o tardi – soprattutto attraverso i
mass media – avrebbe intaccato il popolo. Montini parlò della separazione tra la fede e la
vita. Ecco, c’è la necessità di ridare sostanza all’esperienza personale della fede per ridare
corpo di vera comunione alla Chiesa. E qui arriviamo alla proposta che il Santo Padre ha
fatto con forza, che è quella della Chiesa in uscita. Non bisogna ridurla sociologicamente.
Queste periferie sono le periferie dell’umano, che sono certo anche sociologiche. Se penso
alla mia Milano, ho visto situazioni di degrado a macchia di leopardo in molti quartieri, che
sono affrontate con enorme generosità sia da cristiani sia da laici. Però manca ancora un
nesso tra carità e cultura, e il Papa quando parla di una visione teologica della povertà
intende rifarsi proprio a questo nesso. Siamo entrati – sottolinea l’arcivescovo di Milano –
in una fase di riforma della Chiesa e questa deve partire dalla proposta chiara della bellezza
di seguire Gesù fatta a tutti, soprattutto ai giovani, del peso dato ai laici attraverso la
famiglia intesa come soggetto attivo di annuncio, e di un’assunzione del ministero
sacerdotale e della vita consacrata in termini di essenzialità. E’ necessario un ritorno alla
semplicità. C‘è un bellissimo libro di Balthasar, La semplicità del cristiano, che dovremmo
riscoprire. Il nostro tempo ha bisogno di santi semplici, perché siamo troppo complicati, e
lo dico pensando a me”.
Torna, dinanzi allo scenario nel quale siamo immersi, il tema del crollo delle evidenze,
“che incide molto nel travaglio dell’occidente, ma dobbiamo domandarci perché è
avvenuto questo crollo”, spiega Angelo Scola. “E’ avvenuto non soltanto perché la
modernità ha tentato di declinare le evidenze in maniera diversa (dando anche un
contributo: penso al tema del soggetto e dei diritti ad esempio). Le evidenze sono entrate
in crisi perché sono diventate pure parole, come le carte dei diritti dell’uomo: un
bell’elenco. Io parlo più volentieri di libertà realizzate. Ovviamente intendo libertà nella
verità. Non ho paura di usare questa parola che molti resistono a utilizzare. La verità, per
me, è qualcuno che viene al nostro incontro, che muove la nostra libertà. La verità non è
un insieme di formule. Siamo in un’Europa in cui la complessità ci ha spinti a scegliere la
strada della tecnocrazia e della burocrazia per trovare soluzioni. Dobbiamo invece tornare
al soggetto. Se io non trovo una ragione per ripartire ogni mattina, il mio compito diventa
solo un ruolo, il mio amore solo un’autoaffermazione. E il ruolo inesorabilmente decade in
burocrazia e l’autoaffermazione in isolamento. Non c’è respiro. Il cristianesimo si trova nei
santi e nei fedeli semplici”.
La strada, alla fine, è quella che porta alla riscoperta del soggetto, dice Scola: “Uno
dei motivi del crollo delle evidenze è “mancare” la realtà. Immaginare in termini fittizi la
realtà, tagliare via dei pezzi di realtà, nell’illusione di potersi meglio accomodare. Chi vuol
essere l’uomo del Terzo millennio? Vuol essere un uomo capace di non lasciare cadere
nulla del reale?”.