N°9 – 1 Maggio - Rocca - Pro Civitate Christiana

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N°9 – 1 Maggio - Rocca - Pro Civitate Christiana
Rivista
della
Pro Civitate Christiana
Assisi
Europa sociale: Luci e ombre di uno sviluppo sostenibile
Giustizia: Il fantasma della pena di morte
Volti dell’universo femminile Il dialogo tra economia e etica
$#
ANNO
NUMERO
9
periodico quindicinale
Poste Italiane S.p.A. Sped. Abb. Post.
dl 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46)
art. 1, comma 2, DCB Perugia
1 maggio 2006
e 2,00
Iran: Non è ancora tempo di atomica
Energia: L’anomalia italiana E non se ne vogliono andare
Teologia: La fede di Gesù e la nostra fede in Gesù
l’alternativa
all’«ora di niente»
TAXE PERCUE – BUREAU DE POSTE – 06081 ASSISI – ITALIE
ISSN 0391 – 108X
con
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11
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sommario
2 volte
al mese
Rocca
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1 maggio
2006
occa
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Ci scrivono i lettori
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Anna Portoghese
Primi Piani Attualità
Valentina Balit
Notizie dalla scienza
46
Vignette
Il meglio della quindicina
49
Raniero La Valle
Resistenza e pace
Divisa, ma come?
50
Maurizio Salvi
Iran
Di atomica non è ancora tempo
52
Romolo Menighetti
Oltre la cronaca
Economia amara
54
Filippo Gentiloni
Politica italiana
E non se ne vogliono andare
57
Fiorella Farinelli
Religioni a scuola
L’alternativa all’«ora di niente»
Oliviero Motta
Terre di vetro
Sentiamoci presto
Giancarlo Ferrero
La giustizia in Italia
Il fantasma della pena di morte
Romolo Menighetti
Parole chiave
Consociativismo
Pietro Greco
Energia
L’anomalia italiana
Maurizio Di Giacomo
Europa sociale
Luci e ombre di uno sviluppo sostenibile
Giannino Piana
Etica politica economia
Il dialogo tra economia e etica
Vincenzo Andraous
Sbarre e dintorni
Per tutti i bambini innocenti
Rosella De Leonibus
Cose da grandi
aaa.appoggio cercasi
Stefano Cazzato
Lezione spezzata
Una carriera… spezzata
58
58
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61
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Giuseppe Moscati
Maestri del nostro tempo
Gregor Ziemer
Come si crea un nazista
Marco Gallizioli
Culture e religioni raccontate
Volti dell’universo femminile
Adriana Zarri
Controcorrente
Rinascita
Carlo Molari
Teologia
La fede di Gesù e la nostra fede in Gesù
Rosanna Virgili
La voce del dissenso
Il re e il profeta
Lilia Sebastiani
Il concreto dello spirito
Tempo di Pasqua
Giacomo Gambetti
Cinema
Volere è potere
Il caimano
Roberto Carusi
Teatro
Grottesca tragedia
Renzo Salvi
RF&TV
Mostri: nel frastuono dei media
Mariano Apa
Arte
I Borromeo
Alberto Pellegrino
Fotografia
Marilyn and friends
Michele De Luca
Mostre
Sophia Loren
Giovanni Ruggeri
Siti Internet
Telefonare gratis
Libri
Carlo Timio
Rocca schede
Paesi in primo piano
Eritrea
Nello Giostra
Fraternità
quindicinale
della Pro Civitate Christiana
Numero 9 – 1 maggio 2006
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ANNO
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ROCCA 1 MAGGIO 2006
Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica sono
riservati. Manoscritti e foto anche se non pubblicati
non si restituiscono
Questo numero
è stato chiuso il 24/04/2006 e spedito da
Città di Castello il 28/04/2006
4
Mi congratulo
con voi
Gli interventi
qui pubblicati
esprimono
libere opinioni
ed esperienze dei lettori.
La redazione
non si rende garante
della verità
dei fatti riportati
né fa sue
le tesi sostenute
Mi congratulo con voi, donne e uomini di chiesa, che
in odio a un bene chiamato
ricchezza, che Berlusconi
ha il torto di possedere, avete preferito negare il voto a
chi avrebbe difeso i valori
della vita e della famiglia per
darlo a chi quei valori non
considera e umilia.
Mi rammarico della vostra
miopia, donne e uomini di
chiesa, che non vedete il
pericolo e la minaccia provenienti da quel fronte sinistro al quale, nella vostra cecità, avete offerto
sostegno.
Detesto la vostra ipocrisia,
donne e uomini di chiesa,
che, mentre vi proclamate
credenti e praticanti, vi siete fatti sordi agli avvertimenti del Papa.
Vi ringraziano, donne e uomini di chiesa, Vladimir
Luxuria e il caporione no
global Enrico Caruso per
aver contribuito ad infoltire i consensi alla coalizione
del Centro-Sinistra, che non
ha esitato a spalancare le
porte a simili individui per
raccogliere qualche altra
misera manciata di voti.
Invocate dallo Spirito Santo, donne e uomini di chiesa, il dono dell’intelletto per
comprendere e riconoscere,
una volta per tutte, che la
ricchezza, in sé, non è peccato: poiché tale voi la considerate e, demonizzandola,
istigate all’odio verso di lei,
come se essa fosse sempre
e comunque frutto di disonestà, conquista immeritata, fortezza rinchiusa nell’egoismo del possesso.
Nasce principalmente da
un tale pregiudizio l’avversione a Berlusconi, come
da invidia e rancore per la
sconfitta del 2001 nasce la
guerra che Prodi e compagni gli fanno, incapaci di
battersi in un confronto
leale, impegnati solo in
una opposizione demolitrice, accaniti nel fomentare
odio e divisione: dunque
l’insulto di «delinquenza
politica», lanciato alla parte avversa, si ritorce proprio contro di loro.
Rallegratevi perciò, donne
e uomini di chiesa, per
aver contribuito a consegnare l’Italia in mano a tale
gente. E state certi che, per
tutto il tempo in cui costei
riuscirà a conservare lo
scanno, si adopererà per
distruggere tutto quello
che di buono ha fatto il governo precedente.
Luisa Spranzi
Schio
Famiglia
difesa della vita
ma non solo
Da tanto volevo scrivervi,
mi sono decisa leggendo la
lettera di un gruppo di coppie di Torino sulla difesa
della vita (Rocca n. 8, pag.
5). Anch’io credo che sia
ora per la chiesa istituzionalizzata gerarchizzata di
smetterla di spiare morbosamente nelle camere da
letto e di aprirsi finalmente al mondo, quello che
comincia appunto fuori
dalle stanze stesse.
Non c’è niente di evangelico nei messaggi che ossessivamente la chiesa va diffondendo. Per trovare qualcosa che si avvicini all’insegnamento di Cristo bisogna
guardare a qualche sperduta parrocchia, o a piccole
comunità di base o alla teologia della liberazione. E
sappiamo che fine ha fatto
quest’ultima e che vita grama conducano le altre.
Sono assolutamente demoralizzata.
Raffaella Barozzi
Verbania Pallanza (Vb)
Resistete, resistete
Sono una vostra abbonata
e diffondo, ogni volta che
è possibile, la vostra rivista che ritengo un utile
faro in questo momento
così difficile e complesso
per l’Italia e anche per la
Chiesa. Non vi scrivo per
essere pubblicata sulla rubrica dedicata ai lettori, ma
per ringraziarvi tanto, tanto per il lavoro di lucida
analisi del quotidiano che
svolgete in ogni numero.
Ho particolarmente apprezzato il dossier sui programmi elettorali dei due schieramenti che analizza con
chiarezza le posizioni, a dimostrazione che non tutti
sono uguali (degenerante
qualunquismo che tutto
corrompe... somiglia tanto
alla notte della ragione).
Mi ha addolorato particolarmente in questa campagna elettorale la posizione
della Chiesa che ancora
una volta non ha saputo rivestire i panni del profeta,
ma quelli della madre per
una parte politica e della
matrigna per l’altra. Mi trovo veramente in sintonia
con la lettera del gruppo di
coppie di Torino pubblicata nel numero del 15 aprile: con altri amici impegnati nella Chiesa ci domandavamo proprio la stessa
cosa. A volte, certi proclami (nonostante per certi
aspetti siano teologicamente fondati) sembrano degli
slogan pubblicitari che non
vanno al fondo della realtà: il vangelo è portatore di
una complessità di valori e,
semplicemente, non mi
sembra che l’attuale liberismo economico li difenda.
Mi chiedo quale Chiesa laica andrà a Verona, se la gerarchia è consapevole di
aver operato una frattura
nel laicato e nella stessa
Chiesa, di non aver aiutato
la riflessione profonda sulla dottrina sociale, di non
averne indicato chiaramente e in tutta la sua ampiezza la portata. E non mi
si venga a dire che i mass
media hanno interpretato
male, riferito solo quello
che interessava ad una parte... Il tam tam (nei movimenti conservatori, su Radio Maria, e non so in quali altri ambiti...) è stato
quello di votare per la de-
stra e segnatamente per
l’Udc (vedi risultati...). Ma
come fa un cristiano (che
a parole si dice tale ma che
in prima persona contraddice quei valori di cui si
proclama difensore...; sarebbe affare della sua coscienza, se non si proclamasse paladino, a votare
certe leggi dell’ormai (speriamo) precedente governo, a distruggere e infangare le istituzioni, a delegittimare la magistratura,
a creare un clima di opportunismo, cinismo, volgarità e competizione estrema
nella società italiana (sono
un’insegnante e vedo quotidianamente e realisticamente come sono ridotte le
famiglie, quali sono oggi i
loro valori, come i bambini sono gettati sul campo
della competizione sin da
piccolissimi e vivono stress
enormi per la loro età, parcheggiati da genitori troppo distratti da telefonini,
televisori al plasma e grandi fratelli...)? Parole come
rispetto, carità, solidarietà,
stima, condivisione, apertura all’altro... questo la
Chiesa deve indicare: la
scelta degli ultimi, programmaticamente del margine (che bello il titolo «Un
ebreo marginale» dell’opera di Meyer!). Come dice
Moretti ne «Il caimano», al
di là di come andranno le
elezioni Berlusconi ha vinto perché con le sue televisioni ci ha cambiato la testa! L’opera inversa è particolarmente dura e avrà
bisogno di un grande dispiego di forze morali.
Smetto qui perché di cose
da dire ce ne sono e ce ne
saranno molte, visto quello
cui ancora, giorno per giorno, siamo costretti a sopportare... gli ultimi (spero)
disperati colpi di coda dell’animale ferito a morte.
Ma, vi prego, resistete, resistete, resistete perché nei
momenti di disperazione
civile e religiosa, mi avete
dato la speranza di non essere sola e questo, con la
mia mail, voglio a mia volta comunicarvi.
Grazie e buona Pasqua con
il rinnovamento e la speranza che solo il Signore risorto sa donare.
Annarita Pasqualini
(a nome anche di tanti
altri amici)
[email protected]
Questione
di fiducia
Abbiamo scelto tra due
schieramenti che abbiamo
potuto vedere concretamente all’opera, uno del periodo 1996/2001 e l’altro nel
quinquennio successivo.
Chiunque potrà valutare se
e in quale misura il comportamento dei politici dei
due schieramenti sia stato
conforme ai precetti del
diritto naturale e della
morale religiosa, quelli
fondati cioè sul rispetto
della persona e sul perseguimento del bene comune. Il senso di responsabilità verso le generazioni
presenti e quelle future
impone una valutazione
che superi stereotipi, abitudini e pigrizie mentali.
Solo chi, secondo il giudizio inappellabile della coscienza personale, abbia
obiettivamente governato
meglio rispetto all’altro
può meritare fiducia.
Aldo Abenavoli
Roma
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Rocca
ci scrivono i lettori
CI SCRIVONO I LETTORI
ERRATA CORRIGE
In riferimento alla pubblicità «Atmosfere musicali», pag. 6 del n. 8/2006, il numero telefonico riportato è errato e va rettificato come segue:
tel/fax 075 812.288
5
6
ATTUALITÀ
Russia
la patria
e il Concilio
ortodosso
Scoperte
enfasi
sul
Vangelo di Giuda
Società
una grande
voglia
di silenzio
Katmandu
abbasso
il re
del Nepal
Romania
Razvan
10 anni
suicida
Le vicende delle Chiese ortodosse scorrono spesso in stretta relazione con la storia dei
vari paesi e società nelle quali vivono, nonché in relazione
a orizzonti di pensiero significativi. La presa di posizione
del decimo concilio ortodosso (assemblea di rappresentanti ecclesiastici, di fedeli e
rappresentanti dello Stato),
svoltosi dal 3 al 7 aprile nel
monastero di san Danilo a
Mosca, ha sostenuto fortemente la difesa della patria
russa: «Esistono valori – ha
detto il metropolita Kirill,
capo del dipartimento degli
esteri – che non sono inferiori ai diritti umani, quali la
fede, la morale, il sacro, la
patria». La dichiarazione del
Concilio, redatta al termine
dei lavori, evidenzia in particolare il diritto alla vita, l’avversione per tutto quello che
viene assimilato come «diritto alla morte». L’aborto, l’eutanasia, il matrimonio omosessuale, la bestemmia sono
altrettante offese alla morale
tradizionale.
Così, continua il testo «il tema
dei diritti umani dovrà cessare di essere visto nello spirito
del nostro popolo come un’arma politica. È inutile piangere sulla crescita della xenofobia quando apriamo prospettive a quelli che calpestano il
sacro, sputano sulla patria, distruggono la loro cultura», con
allusione ai recenti scontri a
carattere razziale. Anche la
Chiesa ortodossa russa sembra
temere la visione occidentale
e liberale dei diritti e percepire (come il presidente Vladimir
Putin) che i diritti umani, sostenuti dagli Occidentali, siano un parametro per indebite
ingerenze. Il documento parla
infatti di «tentativi di utilizzare tali diritti per promuovere
interessi politici, ideologici,
militari, ed economici, per imporre un certo regime politico
e sociale».
Grande enfasi mediatica sul
Vangelo di Giuda, un codice in
lingua copta del IV secolo, traduzione di uno scritto del II
secolo. In base ad esso, Giuda
fu l’unico discepolo al quale
Gesù rivelò la sua vera essenza e il suo tradimento fu un
segno di fedeltà a Gesù stesso.
Rispondendo alla domanda se
la storia raccontata dai vangeli canonici (Matteo, Marco,
Luca e Giovanni) debba essere riscritta dopo questa scoperta, Eric Noffke, studioso protestante di teologia neotestamentaria e autore di testi sulla letteratura apocrifa e le origini del Cristianesimo, così risponde: «Il Vangelo di Giuda
è uno scritto gnostico del II
secolo d. C. che non ci dà informazioni rilevanti riguardo
alle origini del cristianesimo.
Nasce nell’ambito di scuole di
pensiero teologico che trasformano personaggi negativi della Bibbia, descrivendoceli
come gli unici che hanno ricevuto la vera rivelazione, la quale poi corrisponde al pensiero
filosofico della scuola stessa.
Così, nel Vangelo di Giuda si
vedono i discepoli derisi da
Gesù perché adorano un falso
Dio – che nel pensiero gnostico coincide con il Dio dell’Antico Testamento –, mentre Giuda è l’unico che ha capito e
segue il vero Dio. Si tratta chiaramente di un artificio letterario che non ha nessuna pretesa storica e che serve a esprimere e divulgare un pensiero
teologico posteriore di oltre
cento anni agli eventi narrati
nei vangeli. Il sensazionalismo
si spiega con la molta ignoranza riguardo alle origini cristiane e alla Bibbia stessa. Questo
fa sì che – anche sull’onda del
fenomeno Codice da Vinci –
ogni nuova scoperta sembri
sensazionale, mentre spesso lo
è solo perché non si hanno gli
strumenti minimi per valutare i veri motivi d’interesse».
(Nev)
Due notizie molto diverse e
molto recenti hanno come comune denominatore il silenzio. Le prime: il film di Gröning «Il grande silenzio», quasi senza parole, girato tra i frati
certosini della Grande Chartreuse, che oltre al pubblico di
sale raddoppiate ha raccolto
riconoscimenti dai maggiori
festival internazionali. C’è poi
un progetto elaborato e posto
in atto dall’Università di Lapponia (Finlandia) di un «turismo silenzioso»: una strategia
di immersione nella natura,
che lascia spazio al silenzio
interiore. L’atmosfera di bellezza che avvolge entrambe le
esperienze spiega, ma forse
solo in parte, il loro successo.
Del film i critici notano l’esaltazione luminosa dell’aspetto
percettivo della grazia, della libertà interiore, senza complessi di colpa o di paura nei monaci-attori. Del «Turismo del
silenzio» si è fatta eco in Italia
il Centro di ecologia alpina
(www.cealp.it), importandone
la metodologia, perché in Lapponia o tra le Alpi, o anche in
zone non raggiunte dalla fama
e marginali, ci si possa aprire
all’esperienza dell’Oltre.
Continuano le manifestazioni
di protesta contro la monarchia nepalese, forse l’ultima
monarchia assoluta del mondo. Il 19 aprile centinaia migliaia di persone sono convenute a Katmandu dopo un
lungo sciopero generale indetto dall’opposizione dei 7 partiti dell’arco costituzionale,
con esplicito appoggio del movimento guerrigliero. Continuano le pressioni internazionali sul re Gynaendra, perché
si decida alle concessioni atte
a risolvere la crisi. Usa, Cina
e India chiedono di ripristinare la democrazia parlamentare, in particolare l’India, preoccupata per la sua frontiera
col Nepal.
Con 26 milioni di abitanti di
cui il 40% sotto la soglia della povertà, il Paese è anche
insidiato da un decennio dalla ribellione maoista.
Amnesty, Human Rights Watch
e la Commissione internazionale dei giuristi, in una dichiarazione comune, accusano i re e i
suoi funzionari di gravi violazioni dei diritti umani, con l’arresto arbitrario di migliaia di
oppositori tra i quali molti giornalisti, di tortura e abusi.
Il 27 marzo Razvan Suculiuc,
10 anni, si è impiccato a Cirtesti, villaggio al nord-est della Romania. Si è suicidato perché gli mancava sua madre,
venuta in Italia a lavorare da
qualche mese. Lei gli avrebbe
comprato un computer, voleva offrirgli un futuro migliore del suo; lui le telefonava
una volta alla settimana. Due
giorni prima della tragedia,
una grande frustrazione affettiva: suo padre gli impedisce
di telefonare perché non ha i
6 euro necessari per comprargli la carta telefonica. Razvan
a questo punto decide per la
morte.
Commenta il quotidiano di
Bucarest: «Il caso del piccolo Razvan non è un’eccezione, ma riguarda migliaia di
bambini che i loro genitori,
spinti dal miraggio del denaro, hanno lasciato». Circa
due milioni e mezzo di Romeni in questi anni sono andati via dalla patria dove,
malgrado la crescita economica, il salario medio mensile dei 22 milioni di abitanti è di 150E. L’Italia e la Spagna sono le mete preferite
per l’espatrio.
Egitto
attacco
alle chiese
copte
Scorre sangue nelle chiese cristiane copte d’Egitto, mentre
si prepara la Pasqua che qui
viene celebrata una settimana
dopo quella cattolica. Si sono
contati almeno un morto e
una cinquantina di feriti il 14
aprile in tre chiese di Alessandria prese d’assalto contemporaneamente da integralisti
islamici. Sono circa 10 milioni i copti egiziani, ossia i cristiani nati in Egitto, paese in
cui l’Islam è religione di Stato. Difficile al momento chiarire le motivazioni dell’attacco insensato all’arma bianca.
I cristiani egiziani sono ortodossi, anche se esiste una piccola minoranza di cattolici;
rappresentano il 15% della
popolazione egiziana. Essere
cristiani qui significa però essere discriminati nella vita
pubblica, sul lavoro, nella
scuola, nell’esercito e nella
polizia. Il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo sottolinea il fatto che in Egitto,
anche nelle società private
gestite da cristiani «non assumere musulmani comporta
quasi sicuramente severi controlli fiscali».
Kuwait
le donne votano per la prima volta
Nell’emirato del Kuwait le donne restano tuttora sotto la tutela giuridica dei mariti e tuttavia, per la prima volta nella storia
del paese, lo scorso aprile hanno potuto esercitare il diritto sia
di votare che di candidarsi alle elezioni amministrative di una
circoscrizione (Salmiya). Tra le candidate, due donne, una ingegnere e l’altra medico, entrambe appartenenti alla minoranza sciita che costituisce il 30% della popolazione. Una delle
candidate, Jenan Bushehri, aveva potuto tenere un comizio
rivolgendosi a centinaia di connazionali sotto una tenda, come
la tradizione vuole, con un uditorio rigorosamente separato di
uomini e donne. Sono piccoli passi compiuti nei paesi del Golfo
in questi ultimi anni, ma la strada è aperta, come ha dimostrato la conferenza internazionale in Bahreim lo scorso marzo
che ha visto la partecipazione di un centinaio di donne in rappresentanza di 16 Stati arabi.
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
a cura di
Anna Portoghese
primipiani
ATTUALITÀ
7
8
ATTUALITÀ
Palestina-Israele
tragica
deriva
del dialogo
Karachi
il Forum
sociale
alter-mondialista
Lo scorso numero Rocca dedicava al conflitto palestinese-israeliano il servizio «un
duello senza fine». Ma non si
pensava a un immediato rilancio della Jihad.
Invece, sullo sfondo cupo della bandiera di Hamas, abbiamo visto un volto di adolescente dagli occhi belli e tristissimi stagliarsi nel video, rimbalzato il 19 aprile sulle prime
pagine dei nostri quotidiani. È
Samir Hamad, il kamikaze
autore dell’attentato della
Jihad islamica a Tel Aviv il 18
aprile. Il ragazzo si era fatto
esplodere davanti a una rosticceria, procurando nove morti
e una sessantina di feriti. L’attentato era stato subito condannato dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, ma non c’erano
dubbi sulla risposta israeliana:
«L’Autorità palestinese è diventata uno Stato terrorista e occorre trattarlo come tale». A
questo punto però il premier
israeliano Ehut Olmert cambia strategia: decide di fermare la rappresaglia militare perché vuole contrastare Hamas
con le «armi» della politica che
ritiene più efficaci dei tanks e
degli elicotteri. Vuole isolarlo
sul piano internazionale, impedire che gli giungano aiuti
politici ed economici al punto
di far implodere la maggioranza radicale all’interno del nuovo governo palestinese.
A sua volta Hamas ora assume l’immagine cupa del terrore. Dopo la strage, anche il
Giappone, seguendo Ue e Canada, fa sapere che potrebbe
congelare gli aiuti all’Autorità palestinese. La richiesta di
aiuti ai paesi arabi finora trova risposta solo del regime iraniano che si dice disposto a un
aiuto di 50 milioni di dollari.
Sono espulsi i tre parlamentari di Hamas che vivono a
Gerusalemme.La diplomazia
israeliana ha ora un preciso
obiettivo: isolamento.
L’ultimo appuntamento del
Forum sociale mondiale di
quest’anno è stato dal 24 al
29 marzo a Karachi, Pakistan. Si era voluto un Forum
policentrico, scandito tra Bamako (Malì), Caracas (Venezuela), e infine – tra notevolissime difficoltà – Karachi. Circa 30mila persone
provenienti da 58 Paesi, distribuiti nelle 400 attività del
Forum, hanno potuto interscambiare informazioni,
commenti, progetti sul Continente asiatico, a cominciare dalla situazione del Kashmir, zona notoriamente contesa tra India e Pakistan. Circa 20 leader di varie organizzazioni politiche, attualmente alle prese con defatiganti
iniziative di pace dall’una e
dall’altra parte della linea di
controllo del Kashmir, si
sono trovati concordi almeno su un punto: non si tratta
di territori da distribuire, ma
di questioni di autonomia e
di autodeterminazione. Temi
complessi come gli effetti del
neoliberismo economico e la
smilitarizzazione, dei diritti
umani e in particolare dei
diritti della donna, della lotta contro il patriarcato e perfino della gestione dei disastri naturali e dei rischi di ricolonizzazione, legati a certi
cosiddetti aiuti umanitari,
sono stati messi sul tappeto
e sottoposti un severo vaglio
critico. Particolarmente dibattute la guerra in Irak, la
necessità di sostenere il
«Tribunale mondiale delle donne» sulla resistenza alle guerre, sulle guerre della globalizzazione e sulle guerre contro le
donne. Riunirsi, condividere
esperienze, conoscere i movimenti sociali di altri Paesi – ha
notato lo scrittore pakistano
Tariq Alì – è stato il segno forte
di questo evento, segno sottolineato positivamente anche dall’arcivescovo di Karachi, mons.
Evaristo Pinto.
Chiesa
papa Benedetto
un anno
dopo
«Come passa il tempo», ha detto papa Benedetto XVI rispondendo il 19 aprile ai cinquantamila fedeli convenuti in piazza san Pietro per gli auguri a
un anno dalla sua elezione al
pontificato. Ha voluto ricordare l’emozione del primo giorno e chiedere preghiere per
essere un pastore «mite e fermo», mentre si continua a evidenziare l’abbandono «garbato» dello stile del suo predecessore. Si direbbe che egli tema
una sovraesposizione della
Chiesa e non esita a riproporre il suo programma: «quello
di non fare la mia volontà, di
non perseguire le mie idee, ma
di mettermi in ascolto ...». Si è
espresso molto finora da pastore, soprattutto sull’essenziale della fede e su temi etici, ma
dal suo governo i cattolici si
aspettano ora una riforma sul
rapporto vescovi - primato del
Papa. E in campo ecumenico,
anche una riflessione teologica: le differenze tra cattolici,
ortodossi e protestanti non
sono un accidente della storia,
ma esprimono modi diversi di
intendere Chiesa e ministeri.
Per il resto, troppo presto per
un bilancio, anche se la consapevolezza della verità complessa del reale emerge da tutti
gli approcci del papa teologo.
seminari
&
convegni
1 maggio-23 luglio. Fabriano (An). Mostra internazionale «Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento». Esposizione di 32 capolavori allo Spedale di Santa Maria del Buon
Gesù (Piazza Giovanni Paolo
II). www.gentiledafabriano.it;
tel. 199199111.
4-5-6 maggio.Padova. La
fondazione Civitas, con la collaborazione di vari enti, propone percorsi di conoscenza
de «La via Asiatica». Il percorso degli studenti si concluderà il 4 maggio al cinema-teatro Mpx di via Bonporti con
Folco Terzani. Il 5 maggio alle
20,30 all’interno di Civitas, testimonianze asiatiche di ospiti illustri ( Chea Vannath, Charika Marasinghe, Nurjahan
Begum, Hu Lambo). Il 6 maggio verrà rappresentata alle
20,30 nell’auditorium Modigliani lo spettacolo «Frammenti». Infrmazioni: Ufficio
stampa Koiné – Comunicazione, Benedetta Frare, tel.0422
420 888; cell. 347 0750 714.
4-8 maggio. Torino. Fiera internazionale del libro al Lingotto, sul tema: «L’avventura,
intesa come movimento elementare che ha permesso lo
sviluppo delle società umane»,
viaggio interiore o relazionale. La parte espositiva è corredata da numerosissime iniziative culturali. Informazioni:
www.fieralibro.it.
6 maggio. Cefalù (Pa). Nell’ambito della Settimana cefaludese per l’ecumenismo, conferenza di Karima Moual sul
tema: «Gli immigrati musulmani in Italia tra identità, integrazione e dialogo», organizzata dal Centro ecumenico «La Palma», via Porta Giudecca 1, Cefalù, tel. 0921 923
953, fax 0921 423 738, e-mail:
[email protected]
8,15,22,29 maggio. Milano.
Cattedra del dialogo. Incontri con esponenti del dialogo interreligioso a livello
mondiale, presso l’auditorium del Centro san Fedele,
sul tema: «L’uomo tra paura
e speranza: verso dove?» (p.
San Fedele 4). Informazioni:
[email protected]
10 maggio. Milano. La Comunità laicale «S. Angelo» promuove un incontro con P. Feli-
ce Scalia sul tema: «La Chiesa
di oggi. Preoccupazioni e speranze. Una responsabilità collettiva». Convento frati Francescani Minori, P.za S. Angelo 2
Milano, ingresso via Bertoni,
ore 21.
19 maggio. Montevarchi
(Ar). A cura del Centro San Lodovico, conferenza del p. Ferdinando Castelli S.J. sul tema
«Diego Fabbri: il teatro come
processo» (ore 21). Informazioni; Centro San Ludovico, Via
P. Bracciolini, 36-40. Montevarchi (Ar) tel e fax 055 982670, email: [email protected]
20 maggio. Modica (Rs). Incontro sul tema «Africa, le
guerre dimenticate» con don
Tonio dell’Olio di Pax Christi e
Libera. Ore 19,30 Domus S.
Petri.
25-28 maggio. Camaldoli
(Ar). Meditazione e preghiera
esicastica al Sacro Eremo, incontro riservato a giovani dai
25 ai 35 anni, con la guida del
monaco Alberto Viscardi. Informazioni: 0575 556 021.
1-4 giugno. Assisi. Convegno organizzato dalla Piccola Fraternità Francescana
«Santa Elisabetta» sul tema:
«Laici come gli altri ma...».
È rivolto a giovani in ricerca
vocazionale. Informazioni:
Casa di Accoglienza, Piazza
Vescovado, 5 – 06081 Assisi,
tel. 075 812 366; e-mail:
[email protected]
2-3 giugno. Assisi. Convegno
nazionale «Eucaristia e storia
dell’uomo» organizzato dai
Padri Sacramentini per il
150° di fondazione della Congregazione. Relazioni introduttive di Enrico Mazza e Pierangelo Sequeri. 5 Laboratori tematici; liturgie presiedute dall’arcivescovo Giuseppe
Chiaretti di Perugia e P. Fiorenzo Salvi, superiore generale dei Sacramentini. Informazioni: Andrea Carotene, tel.
340 331 2919; Tata Tanara tel.
339 719 5571, e-mail:
[email protected]
2-3 giugno Crotone. La Cooperativa sociale «Gettini di
Vitalba» (palazzo Berlingieri, via Cavour 7/9) propone
un seminario per coppie
guidato dai coniugi Donata
e Nino De Giosa, volontari
della Pro Civitate Christia-
na. Testimonianza su «I nostri 15 seminari coppia in
Cittadella: un microcosmo
‘a due’ a confronto e in ricerca ‘tra coppie’». Relazione (venerdì), laboratori, dibattiti, riflessioni (sabato).
Informazioni: cell.333 743
2092; 338 787 5188, e-mail:
[email protected];
www.gettinidivitalba.it; Assisi tel. 075 813231.
25-26 giugno. Assisi. Incontro
«Bibbia e Psicologia» organizzato dal gruppo Missioni della
Pro civitate christiana. Lettura
esegetica e psicologica tratta da
figure e brani biblici, condotta
dalla psicologa Porzia Quagliarella e dai Volontari Bruno Baioli e Leila Carbonara della Pro
Civitate Christiana. Informazioni: Cittadella cristiana,
060081 Assisi, tel. 075/ 813231,
fax 075/812445; e-mail:
ospitalità@cittadella,org;
www.cittadella.org.
26 giugno-1° luglio. Borgonuovo (Bo). Esercizi spirituali mariani organizzati dal
Cenacolo delle Missionarie
dell’Immacolata, sul tema:
«Finché sia formato Cristo in
voi...» (Gal 4,19), predicati
da mons. Alberto Di Chio. Informazioni: tel 051 67 82014
– 051 8462 83, e-mail:
[email protected]
26 giugno-1° luglio. Ariccia
(Rm). Settimana biblica per
laici sul tema: «Nascita dei
Vangeli. Marco», organizzata dall’Associazione biblica
italiana. Relatori: D. Giacomo Morando e d. Marco Cairoli. Informazioni: dr. Procaccini, via Manzoni 6-04019
Terracina (Lt), tel. 06 934
861, 338 1129 195; e-mail:
[email protected]
25-29 luglio. Assisi. Convegno monastico interreligioso presso il Monastero benedettino femminile San Giuseppe sul tema: «La Parola,
fonte di contemplazione».
L’incontro prosegue quello
dello scorso anno, col confronto tra Monachesimo cristiano, il Sufismo e l’Induismo. Informazioni: Commissione italiana per il Dialogo intermonastico, piazza
san Pietro 1, 06081 Assisi,
tel.075 812062, e-mail:
[email protected]
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
a cura di
Anna Portoghese
primipiani
ATTUALITÀ
9
ATTUALITÀ
Valentina
Balit
10
Distrofia di Duchenne
nuova speranza
grazie a un «cerotto» genico
Contro la distrofia muscolare di Duchenne è
stata sperimentata una nuova terapia genica
che ripara il prodotto del gene malato, anziché tentare di sostituire il gene con una copia
sana. La ricerca è stata diretta da Irene Bozzoni dell’Università «La Sapienza» di Roma e
pubblicata dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. La distrofia di Duchenne è una malattia dovuta a una mutazione sul gene che governa la produzione della
proteina distrofina. Scoperta dal medico francese Duchenne, essa comporta una progressiva degenerazione dei muscoli costringendo,
in breve tempo, all’uso della sedia a rotelle.
Trattandosi di una malattia causata da un solo
gene, è tra quelle che gli scienziati sperano di
poter guarire in futuro con la terapia genica,
iniettando cioè nei muscoli dei pazienti un virus «navetta» che traghetta una copia sana
del gene danneggiato. Tuttavia questo tipo di
trattamento è difficilmente applicabile al gene
della distrofina a causa delle sue grandi dimensioni. Per questo gli scienziati italiani
hanno testato una strategia alternativa che fa
uso di molecole «antisenso» che, come una
sorta di cerotto, riconoscono la regione contenente la mutazione e ne impediscono l’inclusione nell’Rna messaggero. L’effetto finale
è la produzione di una proteina più corta di
quella prodotta nei muscoli delle persone sane,
ma ancora funzionante. I ricercatori hanno
dimostrato che iniettando il vettore che trasporta il «cerotto genetico» nei topi, questo si
ritrova in tutti i muscoli dove viene recuperata la sintesi della proteina distrofina. Ciò è vero
anche nel cuore e nel diaframma che sono i
distretti muscolari più gravemente compromessi dalla malattia. I topolini trattati in laboratorio hanno beneficiato della terapia:
l’analisi compiuta nell’arco di sei mesi dall’iniezione ha permesso di dimostrare che i muscoli trattati migliorano sia in termini di forza della contrazione, sia in termini di integrità. I risultati sono promettenti ma prima di
pensare a un trasferimento all’uomo dovranno essere verificati la tossicità del trattamento ed eventuali effetti collaterali.
della quindicina
il meglio
Le prime cure odontoiatriche risalgono a
9mila anni fa. Insieme ad agricoltura e allevamento, nei più antichi insediamenti dell’età
neolitica nacquero anche i presupposti per la
professione attuale del dentista. A questa conclusione è giunta un’équipe di antropologi e
archeologi coordinati dal professor Alfredo
Coppa dell’Università «La Sapienza» di Roma
nell’ambito di una campagna internazionale
di scavi diretta dal Musée Guimet di Parigi. I
risultati dello studio sono pubblicati su Nature. Oggetto delle indagini è la necropoli del
Pakistan situata a Mehrgarh, non lontano dal
confine afghano, risalente appunto a circa
9mila anni fa. Su un totale di circa 4mila denti provenienti da 300 sepolture, sono stati identificati almeno 11 casi inequivoci di perforazioni in vivo sulle corone dentali di 9 adulti,
probabilmente a scopo terapeutico o palliativo. Per offrire la certezza che le trapanazioni
ritrovate sui denti posteriori degli antichi «pazienti» fossero intenzionali ed eseguite su soggetti in vita, lo studio si è avvalso della microscopia elettronica e di tecniche avanzate di
modellizzazione basate sulla microtomografia ad alta risoluzione dei singoli reperti. I dati
confermano anche che, dopo gli interventi, le
superfici dei denti ripresero la loro normale
funzione masticatoria. Quanto documentato
da questo studio rappresenta non solo le più
antiche pratiche di chirurgia dentistica note,
ma anche la documentazione più ricca di questo tipo mai scoperta in un singolo sito archeologico. I dentisti preistorici operavano sostanzialmente con le medesime tecniche messe a
punto per la fabbricazione delle minuscole
perline in materiali diversi rinvenute in abbondanza nel sito. Lo strumento principale
era il trapano in legno attrezzato con una piccola punta in selce, azionato mediante un apposito archetto. In queste pratiche, gli artigiani
di Mehrgarh erano veri esperti, capaci di produrre perline di 1 mm provviste di fori del diametro di soli pochi decimi di mm. La stessa
perizia è stata riscontrata nelle perforazioni
sui denti. I casi meglio conservati mostrano
infatti delle perforazioni non lontane per
morfologia da quelle che si ottengono oggi con
ben più raffinati strumenti. La necessità di
ricorrere a questo genere di cure, spiegano gli
esperti, è riconducibile alle condizioni generali di vita caratteristiche del Neolitico. La vita
nei primi villaggi sedentari comportò infatti
un temporaneo peggioramento nei livelli nutrizionali e nello stato generale di salute. Rispetto agli standard qualitativi del Paleolitico
superiore finale, caratterizzati da diete ricche
in proteine e grassi animali derivati dallo sfruttamento dei grandi erbivori, la stanzialità, lo
stadio ancora sperimentale delle prime pratiche agricole e di allevamento, la crescita demografica comportarono una riduzione critica nella varietà, qualità e quantità delle risorse accessibili e, soprattutto, facilitarono la propagazione di malattie infettive e l’insorgere di
nuove patologie. Anche le condizioni generali
di salute del cavo orale peggiorarono. Da un
lato, l’impiego di macine in pietra per trattare
i cereali determinò un forte grado di abrasio-
da IL CORRIERE MAGAZINE, 6 aprile
da LA REPUBBLICA, 12 aprile
da L’UNITÀ, 12 aprile
da L’UNITÀ, 19 aprile
da IL CORRIERE DELLA SERA, 19 aprile
da LA REPUBBLICA, 12 aprile
da IL CORRIERE DELLA SERA, 13 aprile
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
notizie
dalla
scienza
ne dello smalto, con gravi rischi per l’integrità dei denti; dall’altro, la qualità della nuova
dieta – più ricca in zuccheri – favorì i processi
di acidificazione e lo sviluppo della carie.
Più in generale, le campagne di scavo in Pakistan hanno consentito di superare la visione
tradizionale di «mezzaluna fertile» limitata
alle sole regioni del Vicino Oriente. Le ricerche a Mehrgarh hanno infatti dimostrato che
agricoltura e allevamento erano stati inventati ai margini del mondo indiano contemporaneamente a quanto stava avvenendo in Anatolia, Israele, Palestina, Egitto. In seguito alle
scoperte di Mehrgarh, quindi, gli scenari archeologici della «rivoluzione neolitica» si sono
notevolmente dilatati e si estendono oggi,
quasi senza soluzione di continuità, dal Libano alla valle dell’Indo.
vignette
I primi dentisti 9.000 anni fa
ATTUALITÀ
da PANORAMA, 20 aprile
11
cittadella convegni
divisa, ma come?
14-17 maggio
padri e figli … nel fluire delle generazioni
“Proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato e il germoglio che hai coltivato” (Salmo 80, 16)
i relatori: Rosella DE LEONIBUS, psicoterapeuta; Tonio DELL’OLIO, teologo; Roberto SEGATORI, sociologo; Tullio SEPPILLI,
antropologo
giornate di spiritualità per presbiteri, diaconi, laici, suore
5-9 giugno
nascita e crescita nel conflitto della comunità
cristiana
con Giancarlo BRUNI, servo di santa Maria e fratello della comunità di Bose
Il rapporto cultura-vangelo, è un tema che Paolo interpreta in maniera tutt’altro che apologetica e manichea: di qua la
Chiesa fedele all’annuncio, di là il mondo infedele all’annuncio…
La chiesa di Dio che è in Corinto è la fotografia del rapporto conflittuale sempre attuale, in cui è in gioco la verità della
relazione con Dio, con l’altro, con il proprio corpo e con la propria morte. Una fotografia che ci riguarda da vicino.
lunedì 5
ore 18,30
introduzione alle giornate – liturgia eucaristica
martedì 6, mercoledì 7 e giovedì 8
ore 9,00
preghiera di lodi e 1a meditazione
11.30
liturgia eucaristica
16,00
2a meditazione
19,15
canto dei vespri
venerdì 9
ore 9,00
12,00
meditazione
liturgia eucaristica
64° corso internazionale di Studi cristiani
20-25 agosto
senza i sandali dell’identità ?
“Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero…” (Gal 3, 28-29)
alcune tematiche: paradossi e contraddizioni dell’identità - se l’identità cammina con la storia-nelle derive integraliste…
vivere la laicità - culture e religioni: il meticciato, una sfida ineludibile? - crescere con le differenze - l’identità feriale - le
identità negate interpellano la politica - a piedi nudi…consegnarsi all’uomo, consegnarsi a Dio
hanno già assicurato la loro partecipazione: Corrado AUGIAS, giornalista Rai-TV, scrittore; Nacera BENALI, giornalista
algerina; Eugenio BORGNA, psichiatra; Enzo BIANCHI, priore della comunità ecumenica di Bose; Roberto CARUSI, regista teatrale; Tonio DELL’OLIO, di Libera International; Rosino GIBELLINI, teologo; Sergio GIVONE, filosofo; Kossi KOMLAEBRI, scrittore migrante; Raniero LA VALLE, giornalista; Giannino PIANA, teologo morale; Renzo SALVI, capoprogetto Rai
Educational, Lilia SEBASTIANI, teologa; Rosanna VIRGILI, biblista
videointervista a Raim o- n PANIKKAR, scrittore, interprete dialogo interculturale
informazioni - iscrizioni:
Cittadella Cristiana - sezione Convegni - via Ancajani 3 – 06081 Assisi/PG –
internet: www.cittadella.org – tel. 075813231; fax 075812445 – e-mail: [email protected]
Raniero
La Valle
P
er capire quello che è successo con le
elezioni, occorre distinguere ciò che è
confuso.
Nella competizione del 9 e 10 aprile si
sono combattute in realtà tre distinte
battaglie elettorali.
La prima è stata un referendum pro o contro
Berlusconi. Tale referendum, oltre che promosso dalla forza stessa delle cose, è stato fortemente voluto dallo stesso premier, e ciò attraverso due operazioni congiunte: una istituzionale e una politico-mediatica.
L’operazione istituzionale è stata la legge elettorale. Questa, essendo fatta, come ha detto
Calderoli, «contro la destra e la sinistra», era
fatta per lui. Essa, abolendo le preferenze, ha
spazzato via dalla campagna elettorale tutti i
suoi naturali protagonisti, che sono i candidati, ed ha lasciato sussistere solo due nomi su
cui i cittadini potessero votare, Berlusconi e
Prodi. Inoltre ha radicalizzato ed estremizzato
il bipolarismo, costringendo tutte le forze politiche a raggrupparsi in due soli schieramenti,
pena la scomparsa, e in ciascuno a impegnarsi
con vincolo di mandato (contro la Costituzione) per lo stesso programma e lo stesso leader.
Dunque l’elettorato non aveva che due scelte,
nonostante l’illusione della pluralità dei partiti. Quanti oggi parlano di un’Italia spaccata in
due, fanno un’analisi sbagliata: l’Italia elettoralmente non poteva che dividersi in due; quanto alla spaccatura effettivamente la stiamo spaccando, ma questa spaccatura sarà compiuta
quando questo artificio della forzata bipartizione elettorale avrà disseminato tutte le sue
tossine e sarà diventato la cultura profonda del
Paese, cioè una cultura di conflitto, di disconoscimento reciproco, di odio, dal Parlamento
fino all’ultimo condominio. A quel punto nemmeno l’ipotesi della violenza potrebbe essere
esclusa.
L’operazione politico-mediatica per fare delle
elezioni un referendum su di sé, Berlusconi l’ha
compiuta ridicolizzando la pretesa dei suoi alleati di correre a «tre punte», occupando tutta
la scena e presentando se stesso come l’unica
scelta possibile. L’altra era una «non scelta»:
l’avversario è stato combattuto come non esistente, come un Signor Nessuno, utile idiota e
prestanome, e tutto lo schieramento alternativo è stato delegittimato come una specie di Corte dei Miracoli il cui scopo non era gestire il
potere, ma impadronirsene per distribuire posti e soldi agli amici e agli amici degli amici.
Questo referendum è stato inspiegabilmente di-
sertato dal centro-sinistra. Esso ha negato che
Berlusconi fosse un pericolo per la democrazia, non ha rivendicato la Costituzione liquidata dalla destra, e ha fatto finta di credere che
si trattasse di una normale battaglia elettorale
per l’alternanza. Solo Moretti è riuscito a dire
al popolo quale fosse il vero pericolo. Ma il
popolo lo ha capito. Con una straordinaria percentuale dell’83 per cento è corso alle urne innalzando contro Berlusconi uno sbarramento
non di 24.000, ma di 19 milioni di voti, e anche
molti voti dell’Udc e di Alleanza Nazionale sono
stati contro Berlusconi nella falsa speranza, fatta balenare dai capi, di una alternativa interna
alla destra. Sicché, a conti fatti, i veri «sì» al
quesito su di lui sono stati i 9 milioni di Forza
Italia, con una perdita di due milioni di voti
rispetto al 2001 e una caduta in percentuale
dal 29,4 al 23,7 per cento. Dunque questo referendum è stato clamorosamente perso da Berlusconi; il Paese gli ha detto di no.
La seconda battaglia elettorale è stata di nuovo un referendum, ma questa volta sulle tasse,
e in particolare sull’abolizione dell’Ici e della
tassa sulla spazzatura. Anche questo era contro la Costituzione, che vieta i referendum fiscali, ed era un tentativo di corruzione perché
offriva denaro contante in cambio del voto. Il
centro-sinistra ha maldestramente fornito l’occasione alla trappola. Quale ne è stato l’esito?
Se il risultato elettorale viene depurato del voto
degli italiani all’estero, che non hanno votato
sulle tasse perché non le pagano in Italia, questo referendum è stato vinto da Berlusconi al
Senato e perso alla Camera; dunque la maggioranza degli elettori, compresi i giovani che
votano solo per la Camera, ha eroicamente respinto la corruzione sulle tasse pur di votare
contro Berlusconi e il fascio delle sue pretese.
La terza battaglia elettorale è stata quella classica sui programmi e sul governo, ed è stata la
sola che il centro-sinistra ha veramente combattuto, vincendola, come si sa, di stretta misura.
Contestando l’esito del voto, gli sconfitti promettono ora il sabotaggio di ogni azione di
governo. È la sindrome di Sansone, o quella
della causa portata davanti a Salomone: se il
bambino non mi viene attribuito, meglio squartarlo perché non sia di nessuno. Ciò vuol dire
che non ci vogliono solo rimedi politici, ma istituzionali (a cominciare dal salvataggio della
Costituzione e da una nuova legge elettorale)
perché l’Italia non abbia a ricadere nel baratro.
❑
13
ROCCA 1 MAGGIO 2006
4° convegno Terza Età
RESISTENZA E PACE
IRAN
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Maurizio
Salvi
14
I
l rischio della proliferazione nucleare
in Medio Oriente, insieme al dinamismo del mondo sciita – che, com’è
noto, guida l’Iran, ha conquistato il
governo dell’Iraq e gode di forti simpatie fra i militanti di Hamas al potere nel cosiddetto Stato palestinese – alimenta le tensioni internazionali in queste
settimane in un contesto di per sé già vibrante per la forte crescita del prezzo del
petrolio.
Ogni giorno che passa il prezzo del barile
di greggio aumenta di valore, e ormai sono
pochi gli analisti di Wall Street che non
tengono in conto, nella spiegazione del fenomeno, la variabile del braccio di ferro
che il presidente George W. Bush ha ingaggiato con le autorità di Teheran sul delicato tema nucleare. Mentre sono sempre
di più quelli che ritengono che la strategia
statunitense serve piú che altro per coprire l’imbarazzo e le difficoltà di prospettive
che la spedizione militare a stelle e a strisce affronta in territorio iracheno.
Tale stato d’animo era evidente nel messaggio telefonico trasmesso da Bush al neoeletto premier Jawad al-Maliki, un mode-
rato membro della comunità sciita iraniana su cui vengono riposte tutte le speranze di «sconfiggere i terroristi e di unificare il paese». La designazione di al-Maliki
da parte del presidente Jalal Talabani ha
permesso di mettere provvisoriamente fine
a quasi cinque mesi di impasse nella vita
politica irachena presidiata dagli stessi sciiti, dai sunniti che organizzano l’opposizione armata e dai curdi.
l’ipotesi bellica
E anche se il quotidiano The Washington
Post ha rivelato che gli Usa progettano una
guerra in territorio iraniano fin dal 2002,
l’ipotesi bellica è diventata più concreta a
partire dallo scorso autunno, ossia da
quando il presidente Mahmoud Ahmadinejad è intervenuto all’Assemblea generale dell’Onu a New York (17 settembre 2005)
per assicurare che l’Iran ha tutto il diritto
di portare avanti il suo programma di arricchimento di uranio, e che quindi non vi
saranno cedimenti di fronte alle pressioni
internazionali. E di che pressioni possa
trattarsi lo ha fatto capire il 23 aprile il
quotidiano Haaretz di Tel Aviv quando ha
rivelato che i responsabili dei servizi d’intelligence dello Stato ebraico avrebbero discusso un piano per l’uccisione del presidente Ahmadinejad.
Prima di questa minaccia, vi era stata la
decisione dell’Onu, sotto forte spinta statunitense, di dare un ultimatum a Teheran
chiedendo l’interruzione immediata del
processo di arricchimento dell’uranio nella
centrale di Bushehr. Ma questa volta, a differenza dell’affannosa fase diplomatica vissuta nel Palazzo di Vetro prima dell’attacco della coalizione guidata dagli Usa a Baghdad, si è percepito subito che la spinta a
cacciare l’Iran in un angolo non ha trovato il consenso di tutti i membri del Consiglio di sicurezza, ed in particolare di Russia e Cina che hanno voluto precisare le
forti differenze di apprezzamento fra loro
e l’asse Usa-Gran Bretagna, escludendo categoricamente qualsiasi possibile ricorso
alle armi in sostituzione della diplomazia.
Un dibattito nel quale si è infilato fra l’altro volentieri il presidente venezuelano
Hugo Chavez, che dispone di importantissime riserve petrolifere e di gas, e che ha
15
ROCCA 1 MAGGIO 2006
di atomica
non è
ancora tempo
16
il diritto dei paesi di predisporre un programma di energia nucleare civile, e quindi il diritto di mettere in marcia le tecniche di arricchimento dell’uranio. In generale i paesi si procurano sul mercato internazionale la materia prima che è disponibile sotto la forma detta convenzionalmente ‘yellow cake’ (torta gialla) che contiene
il 70% di minerale. Esso viene sottoposto
ad un processo di purificazione grazie al
quale si ottiene esafluoruro di uranio
(UF6). Nel nostro caso l’Iran realizza già
tutte queste trasformazioni sotto il controllo dell’Agenzia internazionale dell’energia
atomica (Aiea). L’ultima tappa è quella
dell’arricchimento, necessaria per ottenere una proporzione sufficiente (3%) di un
isotopo, l’uranio 235, che permette di produrre energia nucleare. Per essere utilizzata in un’arma atomica, il tasso di arricchimento dell’uranio 235 deve passare al
90%.
solo un primo passo
Un cammino lungo che non ha alcuna relazione con l’annuncio fatto dal capo dello
stato a metà aprile che «l’Iran è entrata a
far parte della famiglia nucleare mondiale». Quello che finora gli scienziati iraniani hanno potuto ottenere è il funzionamento di 164 centrifughe in contemporanea per
l’arricchimento dell’uranio. Un primo passo, ma con molta strada da fare prima di
poter operare con le migliaia di centrifughe che devono operare contemporaneamente per ottenere il risultato voluto. Lo
specialista Adrian Hamilton ha ricordato
sul britannico The Independent (13 aprile
2006) che gli iraniani hanno tutto il diritto
di arricchire l’uranio in base al Tnp, e che
«essi hanno interrotto questo processo per
tre anni solo per rendersi conto di non avere ottenuto alcuna concessione dall’Occidente». Per Hamilton si deve prendere
come uno degli elementi del problema la
retorica nazionalista e antiebraica dei vertici iraniani, e non come «il problema».
Dato il lungo tempo che ancora separa
l’Iran dalla possibilità di arricchire l’uranio a fini bellici, una strategia possibile a
suo avviso è quella di accettare l’idea lanciata dal principe Hassan di Giordania di
una Conferenza sulla sicurezza, magari
sotto gli auspici dell’Onu, che coinvolga
tutti i paesi vicini all’Iraq, e che permetta
la firma di un patto fra nazioni del calibro
di Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Siria e, ovviamente, Iran.
Maurizio Salvi
OLTRE LA CRONACA
economia amara
Romolo
Menighetti
a previsione formulata dal Financial Time di qualche giorno fa, per
cui l’Italia rischierebbe entro il 2015
di uscire dall’area dell’euro a causa
della sua disastrata situazione finanziaria e produttiva, e della poca
credibilità che il nuovo governo offrirebbe
per il risanamento, va considerata prima di
tutto al di fuori di fuorvianti allarmismi.
A smorzarli, gli allarmismi – peraltro espressi
non come editoriale del giornale inglese ma
come parere personale del pur autorevole
commentatore – ha già provveduto la stessa
Commissione Europea, secondo la quale
«non è possibile che l’Italia esca dall’euro».
Perché l’Italia dovrebbe uscire dall’euro? Perché potrebbe trovare conveniente riguadagnare quote di mercato con una drastica svalutazione. Ma non è immaginabile che partner europei quali la Francia, la Spagna, la
Germania, nostri concorrenti sui mercati
internazionali, accettino senza sollevare
obiezioni una tale manovra che li danneggerebbe, rendendo meno conveniente l’acquisto dei loro prodotti rispetto ai nostri. Il
danno che il ritorno di una lira debole farebbe ricadere sui soci dell’euro-area scoraggerebbe poi anche ogni iniziativa di «espulsione» nei confronti dell’Italia.
Va inoltre considerato che l’allarme del Financial Time si inquadra nei ricorrenti attacchi che la finanza anglosassone, in sintonia con quella d’Oltreoceano, sferra al sistema monetario europeo, mirando al suo anello più debole, cioè noi. Un’Europa economicamente e finanziariamente forte, si sa, non
piace agli Stati Uniti, e ai molti che Oltremanica assecondano tale orientamento.
Ciò detto, i problemi economici che si prospettano al governo Prodi sono grossi e gravi. Ma prima di esaminarli giova ricordare
che questi sono il prodotto di cinque anni di
governo (a maggioranza assoluta) del centrodestra. Questo ha peggiorato non poco la
situazione del 2001. Esso ha lasciato un’eredità disastrosa, specie se si considera che per
anni, e fino a poco fa, l’ex presidente Berlusconi e i suoi economisti hanno continuato
a proclamare, negando l’evidenza evidenziata continuamente dall’opposizione gratificata come Cassandra, che tutto andava bene.
Ora le Cassandre trovano autorevole confer-
L
ma nelle parole del capoeconomista del Fondo monetario internazionale, Raghuram
Rajan, che afferma dovere il nuovo governo
italiano, affrontare «sfide enormi» per rilanciare l’economia.
C’è, infatti, il «sostanzioso deficit di bilancio», che è previsto per il 2006 al 4 per cento
del Pil (4,3 nel 2007) contro l’impegno preso
dal governo Berlusconi con Bruxelles di
mantenerlo al 3,8 (dal Corriere della Sera, 20
aprile 2006). Da notare che i precedenti governi del centrosinistra l’avevano ridotto, nel
2001, al 3,2 per cento (fonte Ministero dell’economia, da L’Espresso, 2 marzo 2006).
C’è il «debito pubblico estremamente alto»,
che secondo il Fmi a fine anno sarà a quota
106,3 del Pil e a 107,9 nel 2007 (Corriere della Sera, idem), mentre i governi di centrosinistra dal 1996 al 2001 l’avevano fatto scendere di 12,2 punti percentuali (La Repubblica, 18 aprile 2006).
C’è la «perdita costante di competitività», che
ha visto la posizione dell’Italia scivolare dal
2001 al 2005 dal 32° al 53° posto (fonte: Institute for Menagement Devolepment).
Tutti questi dati risultano in controtendenza con quelli di gran parte dei paesi europei,
anche in previsione.
La sfida dunque è veramente grande.
Ma a capo del nuovo governo ora c’è un premier, Romano Prodi, che una specie di miracolo già lo fece qualche anno fa, guidando, assieme a Ciampi, l’Italia nell’euro.
Certo, c’è la risicata maggioranza al Senato,
ma anche qui giova ricordare il precedente
dei governi di centrosinistra che dal 1996 al
1999 governarono con soli 6 voti in più alla
Camera. Perciò l’impresa non appare impossibile. Purché le forze più radicali della coalizione governante rinuncino responsabilmente a sbandierare quegli slogan che, tra l’altro,
sarebbe stato più vantaggioso non agitare
nemmeno durante la campagna elettorale.
Insistendo su questi si avrebbe come risultato solo, da un lato un’ulteriore restrizione della
credibilità da parte degli investitori esteri, e
dall’altro un accentuarsi della pressione a fare
la «grande coalizione» con il centrodestra.
Ma come si può ragionevolmente credere che
il centrodestra possa contribuire efficacemente a salvare il paese da quei guai che esso
stesso ha provocato?
❑
17
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
IRAN
deciso di appoggiare senza mezzi termini
le ragioni dell’Iran. Perfino una personalità non sgradita negli Stati Uniti, come l’avvocata iraniana Shirin Ebadi, vincitrice nel
2003 del Premio Nobel per la pace, ha
messo in guardia da un intervento militare americano in Iran. «Nonostante tutte
le critiche che noi manteniamo nei confronti del governo di Teheran – ha spiegato – non un solo soldato americano può
mettere piede sul suolo iraniano». Al ritorno nei giorni scorsi da un soggiorno
statunitense, Shirin Ebadi ha detto di aver
avuto l’impressione che l'opinione pubblica fosse come preparata a un attacco all’Iran, come lo era stata un anno prima
della guerra in Iraq. «Questa volta non so
bene se si tratti di una guerra psicologica
o invece reale», ha concluso non prima di
osservare che «quando un paese commette un errore, un altro stato non può rispondere con un attacco militare». Vedremo poi più avanti se si tratta veramente
di un ‘errore’ iraniano, o se c’è qualcosa
di più.
Comunque, che qualcosa non funzioni per
il verso giusto, neppure all’interno dell’Amministrazione del presidente George W.
Bush, lo si è visto dalle dichiarazioni dello
stesso direttore nazionale dell’intelligence
(Dni) americana, John Negroponte che in
un intervento giorni fa nel National Press
Club di Washington ha detto: «Pensiamo
che ci vorranno ancora diversi anni prima
che (gli iraniani) siano in grado di possedere materiale fissile in quantità sufficiente
per disporre di un’arma nucleare». Ed ha
aggiunto: «Forse lo potranno nel corso del
prossimo decennio: per tali ragioni penso
comunque che sia importante affrontare
la questione in prospettiva». Negroponte
non ha fatto altro che ripetere una analisi
messa a punto alla fine dello scorso anno
nel Rapporto di Intelligence Nazionale che
preparano in collegamento fra loro tutti i
servizi di spionaggio statunitensi, e che ha
trovato eco solo in alcuni giornali statunitensi. In esso si assicura che «l’Iran non
sarà in grado di produrre una quantità
sufficiente di uranio altamente arricchito
– ingrediente chiave dell’arma atomica –
prima dell’inizio della seconda metà della
prossima decada». Ossia non prima di dieci
anni.
È un po’ nella volontà di ammettere questa argomentazione la risposta al presunto ‘errore’ evocato dalla Premio Nobel Shirin Ebadi. Varrà la pena ricordare che l’Iran
ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp, da cui invece è uscita la
Corea del Nord) e che l’articolo 4 prevede
POLITICA ITALIANA
e non
se ne vogliono
andare
18
N
ta, aggressiva. Giocata più sulle falsità che
sulla verità. Bassa pubblicità sulle tasse da
togliere, un motivo che alla fine è sembrato a molti determinante. Con l’aggiunta di
sondaggi ed exitpoll falsi, ingannatori fino
all’ultima ora.
Quell’ultima ora che non arrivava mai. Poi
l’annuncio della Cassazione: una vittoria
estremamente risicata e accompagnata anche da alcune beffe, come il voto degli italiani all’estero voluto dal centrodestra e determinante, invece, per la vittoria del centrosinistra. Così anche per la nuova e discussa legge elettorale con il premio di
maggioranza che, invece, conferisce alla
vittoria del centrosinistra una certa tranquillità, per lo meno alla Camera.
Così fino a ieri. Oggi domina la divisione.
Divisione del paese a metà, senza possibilità di serie mediazioni. Divisioni anche
all’interno dei due schieramenti: si ha la
triste impressione che ogni gruppo e gruppetto pensi più a se stesso che al bene del
paese e anche della coalizione cui appartiene.
Uno spettacolo triste, su uno sfondo ancora più triste: il prezzo del petrolio alle
stelle, l’occupazione sopraffatta dal precariato e, checché se ne dica, lo scontro globale fra le civiltà. Si torna a parlare della
necessità del nucleare, mentre si infiamma, ancora una volta, lo scontro fra israeliani e palestinesi.
Difficile, in questo quadro, parlare di un
domani. Di un paese meno diviso, più tranquillo e più unito. Esclusa la grande coali-
zione alla tedesca, che cosa può accadere?
Probabilmente un governo di centrosinistra molto debole, continuamente contestato dal centrodestra che non accetta sinceramente la sconfitta e pressato dai problemi ereditati e quasi insanabili.
Da una parte e dall’altra la speranza di un
partito unico, come negli States. Soprattutto a sinistra i passi in questo senso sono
stati abbastanza significativi, ma, anche
qui, il rischio di un forte egoismo politico
è alle porte. Si dovrebbe verificare un vero
cambiamento di cuore, di animo, di valori. Un cambiamento, si potrebbe dire, dello spirito morale della politica. Sarà possibile?
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Filippo
Gentiloni
on se ne vogliono proprio andare!» così viene voglia di dire a
due settimane, ormai, dalle elezioni politiche. Mentre il centrosinistra, forte della sua vittoria,
prepara faticosamente il nuovo
governo, il centro destra né lascia Palazzo
Chigi né telefona a Prodi ammettendo la
sconfitta. Lo hanno fatto, fra gli altri, anche Bush e Putin. Il paese, preoccupato, a
dir poco, cerca di capire, ma è consapevole di vivere una delle fasi peggiori della sua
storia politica.
Al di là delle cifre e delle contestazioni, non
è facile comprendere che cosa è accaduto,
che cosa sta accadendo, che cosa accadrà.
Il passato. Una delle peggiori campagne
elettorali della nostra storia. Acida, violen-
Filippo Gentiloni
19
RELIGIONI A SCUOLA
l’alternativa
all’
«ora di niente»
20
S
con il pretesto di combattere l’islamismo,
dal bisogno dei giovani di orientarsi in
campi così complessi ed inquietanti. Se
l’insegnamento religioso, proprio perché
confessionale, da un lato esclude i non credenti e i credenti di altre fedi ed è comunque inadatto, per la sua stessa natura, a
costruire i ponti che oggi sono indispensabili, anche l’idea della laicità totale della
scuola pubblica non funziona, respinge ed
esclude, inasprisce le incomprensioni interculturali. Lo si è ben visto in Francia,
nella lunga e tormentosa vicenda sulla liceità, nel contesto scolastico, del velo «islamico» imposto da famiglie e comunità:
non solo un certo numero di ragazze di
cultura musulmana sono state escluse dalla possibilità di maturare, attraverso gli
strumenti culturali e le relazioni nel gruppo dei pari che offre l’esperienza scolastica, una propria personale mediazione e un
proprio personale equilibrio tra le radici
comunitarie e l’ambiente di inserimento,
ma nuova benzina è stata versata sul fuoco degli integralismi, nuovi pericolosissimi argomenti sono stati regalati al vero o
presunto conflitto di civiltà.
una terza via
Dobbiamo, dunque, tornare alla «terza
via» proposta invano più di venti anni fa
da Pietro Scoppola? All’introduzione all’interno dell’impianto curricolare, e quindi
per tutti gli studenti, di una materia dedicata alle scienze della religione? La sollecitazione a ridiscuterne è venuta, in questi ultimi mesi, dalla richiesta delle comunità islamiche di attivare, in base a una
logica concordataria che certo non prevedeva un impatto così forte e così irreversibile dell’immigrazione, l’insegnamento
scolastico anche della religione musulmana. Una strada, finora sempre rifiutata
dalle minoranze religiose presenti nel nostro paese, a partire dai valdesi, che potrebbe dar luogo a pericolose caratterizzazioni confessionali della scuola pubblica: senza, beninteso, far avanzare di un
solo passo l’educazione al pluralismo e al
confronto tra diverse culture e identità.
Sono sempre più numerose, infatti, le voci
di studiosi e politici, anche appartenenti al
mondo cattolico, che auspicano se non il
superamento immediato dell’insegnamento concordatario – che implicherebbe forzature politiche per lo più considerate assai poco probabili – la trasformazione della cosidetta «ora di niente», cioè delle attività alternative previste per coloro che «non
si avvalgono», in un insegnamento aconfessionale di storia o di scienze delle religioni per tutti gli studenti, curato da docenti pubblici appositamente formati e sot-
toposto a normale valutazione dei risultati,
proprio come ogni altra materia curricolare. In questo modo, oltre che un depotenziamento delle insorgenze confessionali di
varia provenienza, si avvierebbe un processo di riappropriazione da parte della scuola di una piena titolarità formativa anche
in questo campo. Con il vantaggio, da un
lato, di non ledere i diritti di quelle famiglie
cattoliche che chiedono l’insegnamento
confessionale; dall’altro, di mettere fine a
una incultura religiosa diffusissima ed evidentemente insostenibile perché foriera di
chiusure e di intolleranze. L’ipotesi, discussa in un incontro nazionale del dicembre
scorso, organizzato da diversi autorevoli
soggetti: il movimento «Agire politicamente», l’Università di Perugia, l’Istituto Statale di cultura religiosa di Trento, la Facoltà
valdese di teologia, viene commentata e discussa con interesse negli ambienti culturali e politici più attenti al ruolo che l’educazione pubblica deve avere nelle società
investite dai fenomeni dell’immigrazione,
della mondializzazione, del rinfocolarsi di
vecchi e nuovi integralismi.
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Fiorella
Farinelli
e ne discute da decenni ma la questione dell’insegnamento religioso
nel nostro sistema educativo continua a restare sostanzialmente irrisolta. È l’approccio, forse, che
dovrebbe cambiare. È sensato, in
un mondo affollato di tensioni e attraversato da conflitti che si ammantano di ragioni religiose, che 500.000 studenti di
scuola primaria e secondaria – quelli che
ogni anno «non si avvalgono» dell’insegnamento concordatario – non ricevano nessuna formazione culturale, e neppure nessuna seria informazione, sulle religioni e
sulla loro influenza sulle mentalità, sulle
identità individuali e collettive, sull’etica,
sulla politica? È sensato, in una scuola in
cui crescono a ritmo esponenziale le presenze di ragazzi e famiglie di culture diverse, rinunciare a quell’educazione al pluralismo di cui è elemento essenziale una
storia delle religioni insegnata laicamente? L’alternativa che ha animato il dibattito degli ultimi settanta anni tra laicità totale della scuola e insegnamento religioso
concordatario è ormai, con tutta evidenza, un quadro di riferimento vecchio e logorato. Incapace di misurarsi con le urgenze determinate dai nuovi fenomeni culturali e politici di un mondo globalizzato,
dall’insorgere di pericolosi integralismi,
dagli assalti alla libertà religiosa condotti
il vuoto delle università
È possibile, dunque, che nonostante le
numerose perplessità o contrarietà che si
fondano su ragioni od opportunità di na21
gli insegnanti di religione
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Più insidiose e imbarazzanti sono invece
le obiezioni che, guardando alla probabile
progressiva trasmigrazione degli studenti
iscritti all’insegnamento religioso concordatario verso un insegnamento non confessionale, mettono al centro il destino
degli attuali insegnanti di religione. Una
categoria di circa 25.000 professori, formata ormai per oltre tre quarti di personale
laico e fortemente femminilizzata (51,9%)
che, in base a una legge del 2003, è stata
generosamente sottratta sia alla condizione di precari a vita sia ai rischi di perdita
del lavoro connessi con la sempre possibile cessazione del riconoscimento dell’idoneità ad insegnare da parte delle autorità
ecclesiastiche: con l’impegno del Miur e del
legislatore non solo ad una progressiva immissione in ruolo ma anche ad un loro riutilizzo su altre discipline nel caso disgraziato di perdita dell’accreditamento professionale. Potrebbero, nell’ipotesi caldeggiata dal professor Pietro Scoppola e da
altri, accedere a una riconversione profes22
sionale orientata a ricoprire le cattedre dell’insegnamento di scienza e storia delle religioni? E come conseguire i necessari titoli universitari senza essere costretti a frequentare i lunghi percorsi formativi abilitanti che dovrebbero essere attivati, in questo caso, dalle università?
Si tratta, anche in questo caso, di problemi non insuperabili. Nei processi di riforma e di innovazione del sistema scolastico
italiano, sia quelli previsti dalle norme promosse dal ministro Moratti sia quelli che
sono comunque indispensabili per migliorarne il funzionamento e i risultati, saranno certamente moltissimi gli insegnanti di
tutte o molte discipline che, per il mutamento della composizione delle cattedre,
l’introduzione di nuovi ruoli e funzioni, lo
sviluppo della formazione degli adulti, le
nuove esigenze determinate dai flussi migratori, l’introduzione di nuovi saperi e di
nuove tecnologie di insegnamento e di apprendimento, dovranno non solo aggiornare le loro competenze ma rientrare in
autentici ed organici percorsi formativi.
riconversione possibile
Niente di terribile né di impraticabile se a
questi processi di riconversione professionale dovessero partecipare anche quote, più
o meno significative, degli insegnanti di religione. Sarebbero in buona compagnia, oltre che con i loro colleghi di altre discipline, con le decine di migliaia di studenti-lavoratori – o di lavoratori che, nel mondo
dell’«apprendimento per tutto il corso della vita», già oggi combinano gli studi con
l’occupazione e con gli impegni della vita
adulta. Disponiamo, per fortuna, di tecnologie in grado di realizzare la «formazione
a distanza», di consorzi universitari che da
diversi anni la realizzano con buoni risultati, di esperienze positive nell’istruzione
scolastica e nell’alta formazione.
Non sono qui, dunque, i principali ostacoli
al superamento di quel «vuoto pedagogico»
nel campo delle scienze della religione che
Pietro Scoppola rimprovera al nostro sistema educativo. Sono in una tradizione di
altri tempi, in una concezione della laicità
dello Stato che non tiene più di fronte ai
nuovi bisogni di educazione al pluralismo
e al dialogo interculturale delle nostre società complesse, in un rapporto tra Stato e
Chiese che richiede il coraggio culturale e
politico del rinnovamento. E in un diffusissimo timore del mondo politico a guardare
in faccia le cose e a ridiscuterle.
TERRE DI VETRO
sentiamoci presto
Oliviero
Motta
uando bussa pare che debba abbattere la porta: due o tre pesanti colpi di fila che fanno tremare
il vetro centrale e lo annunciano
senza ombra di dubbio. Poi, rapido, compare lui, con la consueta espressione furba e sorridente: della serie «ti ho fatto spaventare, eh?».
Un’irruzione, più che una entrata.
Roberto è proprio così, come la rapida successione di emozioni che suscita il suo ingresso in una stanza: una inquietante mole
fuori dall’ordinario mixata con un candore disarmante, un omone dalla faccia di
ragazzino.
Trent’anni vissuti tra molte difficoltà: il
precoce abbandono scolastico per un lieve ritardo mentale, una vita affettiva e relazionale molto precaria, fino al litigio e al
distacco dalla famiglia d’origine e qualche
mese da homeless. Senza fissa dimora nella stessa piccola cittadina natale: anche in
questo Roberto era riuscito a fare qualcosa di stra-ordinario. In quel periodo lo incrociavo spesso per le strade del centro,
con le sue borse di plastica, il sacco a pelo
e il cappello calato sugli occhi che lo faceva ancora più uomo-buffo-delle-caverne.
Lo incontrai anche il giorno della morte
di suo padre, con tutta la disperazione di
chi non aveva potuto esserci e il rammarico delle furibonde litigate durate fino all’altro ieri.
Poi, al contrario, la progressiva risalita: la
mensa dei poveri come primo punto di riferimento, il sostegno dei servizi sociali e
dei volontari della Caritas, infine l’assegnazione di una casa popolare tutta sua dove
ricominciare.
Ma, nonostante questo significativo percorso di reinserimento, un lavoro serio ancora non ce l’ha e si arrangia con occupazioni saltuarie e occasionali: volantinaggi,
sgomberi, montaggio e smontaggio di
Q
stand.
E tra un lavoro e l’altro, una settimana sì e
una anche, arriva a «bussare» a questa
porta.
Se i primi incontri erano soprattutto di richiesta e di aiuto, ora non c’è più un motivo particolare per vedersi. E così Roberto
si siede di fronte alla scrivania e aspetta
che sia io a porgergli qualche domanda a
proposito della sua vita quotidiana: la salute, la madre che ora rivede frequentemente, incontri e scontri di ogni giorno.
Domande e risposte ordinarie, insomma,
di chi si incrocia ogni tanto e si aggiorna
sulle ultime nuove.
A dire il vero non è raro che l’«irruzione»
di Roberto avvenga quando il lavoro in
corso non lascia tempo a un dialogo vero
e proprio; ma anche in questi casi lui prende posto con rapidità e aspetta: qualche
monosillabo qua e là, per il resto il silenzio tutt’altro che imbarazzato di chi si conosce da tempo e può permettersi di stare
così, senza apparente costrutto.
Le prime volte ho avvertito un certo disagio perché il fatto di continuare a lavorare
appariva ai miei stessi occhi come una
mancanza di rispetto o la certificazione di
una fastidiosa asimmetria tra di noi. Col
tempo, invece, mi è sembrato di cogliere
in queste strane parentesi un modo di comunicare «diverso», un ascolto fatto non
tanto con l’udito ma con altri irrintracciabili sensi.
E Roberto oggi non è l’unico a praticare
questo singolare linguaggio non verbale
dalla grammatica e dal vocabolario semplicissimi: stare, permanere, guardare, esserci. Accontentarsi.
È come se alcune persone venissero a «sentirti» più che ad ascoltare o parlare con te.
«Sentire», insomma, che ci sei, con i modi
e i tempi che le circostanze permettono.
Semplicemente.
Fiorella Farinelli
23
ROCCA 1 MAGGIO 2006
RELIGIONI
A
SCUOLA
tura politica ma anche sulle difficoltà di
una ridefinizione non laicista della laicità
dello Stato, stiano per maturare approcci
al problema più maturi e più adeguati alle
urgenze di oggi.
Non mancano però obiezioni di natura diversa, che meritano anch’esse di essere
considerate. La più importante riguarda
l’assenza, nel nostro paese, di percorsi universitari pubblici in grado di formare ed
abilitare in scienza e storia delle religioni
un nuovo corpo professionale di insegnanti. È vero: con la rinuncia della scuola pubblica e, più in generale, della cultura laica
a misurarsi in modo non confessionale con
quella «polifonia» e quell’«integrazione»
tra culture e tradizioni cristiane che caratterizza – come ha recentemente sottolineato Benedetto XVI – il tessuto etico e democratico del continente europeo, anche
le università pubbliche hanno finito col
tenersi fuori da uno sviluppo organico e
sistematico della ricerca scientifica e di
appositi percorsi formativi in questo campo. Un paradosso – ma solo apparente – in
un paese che rivendica a ogni pie’ sospinto il suo fermo ancoraggio alle radici della
cristianità. Occorrerebbero dunque nuove
norme, e sarebbero necessari investimenti dedicati, non solo nella scuola ma anche nelle università, per superare questo
gap. Un’impresa del resto non impossibile, anche se non risolvibile in tempi brevissimi.
LA GIUSTIZIA IN ITALIA
il fantasma
della
pena di morte
È
un anacronismo storico e etico
La brutale legge del taglione: occhio per
occhio, dente per dente, ha nella violenza
24
e nella vendetta le sue origini e le sue finalità, si perde nella notte dei tempi quando
etica e diritto rispondevano a provocazioni istintuali ed a regole tribali che non fanno e non debbono più far parte della storia umana e dell’evoluzione degli stati di
diritto a base democratica. Rappresenta un
anacronismo storico ed etico la previsione della pena di morte in alcuni stati considerati moderni; si tratta in realtà di un
ancestrale residuo della memoria primitiva a cui si tenta di fornire un alibi sostanzialmente insostenibile sul piano morale e
falso sul piano pragmatico.
Già nel 1700, con un’anticipazione profetica e culturale, C. Beccaria bene illustrava nel suo editorialmente modesto, ma
concettualmente superbo volumetto «Dei
delitti e delle pene», che il castigo inflitto
dal potere pubblico al responsabile del crimine deve porsi su di un piano etico ed
emotivo nettamente diversi da quello che
ha mosso il delinquente. La reazione violenta e passionale dequalifica la pena pubblica, le toglie quel significato e quel valore che sempre deve avere per porsi al di
sopra delle parti ed essere espressione di
vera giustizia e di concreta tutela della società. La crudeltà della pena non risponde
minimamente a questi essenziali ed irri-
nunciabili requisiti e non ha alcuna giustificazione giuridica e valida efficacia sociale. È ormai un fatto notorio che l’efferatezza della punizione non aumenta minimamente la funzione preventiva della
pena, come inequivocamente dimostra
l’esperienza storico-sociale in epoche e
paesi diversi dove i delitti più gravi hanno
convissuto perfettamente con i castighi più
crudeli, senza venirne non solo condizionati, ma neppure in qualche modo influenzati.
La psicologia e la criminologia hanno studiato a fondo il fenomeno ed hanno fornito molteplici spiegazioni di non semplice
lettura, alcune delle quali fanno leva, almeno per i delitti più passionali, impulsivi
e violenti, ad una sorta di offuscamento
dell’intelligenza e del senso morale tale da
impedire la coscienza e la percezione delle proprie azioni criminose nel momento
in cui le si compiono. Ciò ovviamente non
esclude, salvo in casi eccezionali, l’imputabilità e una sufficiente capacità di intendere e di volere da consentire di essere giudicati e subire la pena prevista.
Il problema non è la durezza del castigo,
ma la sua certezza e rapidità di esecuzione. Come già scriveva nella seconda metà
del ’700 il Beccaria: «Uno dei più gran fre-
ni dei delitti non è la crudeltà delle pene,
ma l’infallibilità di esse ‘ed ancora’ quanto la pena sarà più pronta e più vicina al
delitto commesso tanto più giusta e tanto
più utile... quanto è minore la distanza del
tempo che passa tanto più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione
Delitto e pena» (e, quindi, più incisiva la
sua efficacia «intimidatoria e preventiva»)
L’avversione del Beccaria alla pena di
morte è totale non solo per la sua inutilità (ed aggiungiamo noi per l’irreparabilità dei non infrequenti errori giudiziari),
ma perché, «se le passioni e le guerre hanno insegnato a spargere il sangue umano,
le leggi della condotta degli uomini non
dovrebbero aumentare il fiero esempio,
tanto più funesto quanto la morte legale
è data con studio e con formalità. Parmi
un assurdo che le leggi... che detestano e
puniscono l’omicidio, ne commettano uno
esse medesime».
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Giancarlo
Ferrero
del tutto comprensibile sul piano
umano la violenta reazione popolare di fronte all’efferato delitto
commesso a Casalbaroncolo a
danno del piccolo Tommaso. A
determinarla concorrono con forza sinergica diversi fattori, quasi tutti di
carattere prevalentemente emotivo come
la pietà, il dolore, la condivisione, il senso
di giustizia, l’inconscia necessità di alleggerire l’insopportabile tensione provocata
dal crimine, la rimozione del senso dell’orrore, il ripristino dell’ordine e della sicurezza attraverso il castigo. Decisamente
diversa, per natura e finalità, deve, invece,
essere la risposta dello Stato, nella sua configurazione più moderna e civile. Secoli di
evoluzione etico-giuridica, di studi criminologici, di conoscenze psichiatriche e psicologiche hanno portato a valutazioni articolate e più approfondite dei fenomeni
delittuosi e corrispondentemente a ricerche di modalità diverse di prevenzione e
punizione dei crimini in un’ottica di maggiore razionalità ed efficacia pratica.
paralisi della funzione giudiziaria
Il vero problema è da noi l’estrema lentezza dei processi che ha come inevitabile
conseguenza il ritardo nell’esecuzione delle
pene e spesso la loro incertezza, facendo
così venir meno in gran parte la natura e
25
la vita è sempre sacra
Poiché la lentezza della giustizia italiana
non ha riscontro in altri paesi europei è
difficile comprendere la ragione per cui
26
non si adotti anche da noi il sistema vigente nel paese più efficiente, senza ovviamente nulla cedere al rispetto delle
garanzie dei cittadini. In verità la soluzione migliore e di gran lunga auspicabile
sarebbe quella di addivenire al più presto
ad un sistema unico per tutta la comunità, almeno per gli stati di più antica formazione europea e di analoga cultura giuridica.
Se consideriamo questo deleterio, cronicizzato male della nostra giustizia, la sua
estrema lentezza, la pena di morte diviene
ancora più assurda e ripugnante di quanto già non lo sia. Condurre al patibolo, con
un cerimoniale degno di un film dell’orrore, un essere umano dopo 10 o 20 anni
dalla commissione del delitto costituisce
un tale obbrobrio etico ed oltraggio giuridico da far dubitare dell’intelligenza, della
civiltà e della coscienza morale di tutti quei
cittadini che ammettono, anche solo passivamente, la pena di morte. Chiunque abbia letto l’agghiacciante libro di Chessman:
Cella 2455 braccio della morte e si ricordi
dell’esecuzione del suo autore dopo decenni di straziante attesa non ha bisogno di
altre parole.
la barriera costituzionale
Per fortuna da noi c’è una barriera insuperabile eretta dalla non mai abbastanza
lodata Costituzione:art. 27 «non è ammessa la pena di morte», poche, inequivocabili parole scolpite nel cuore del nostro sistema giuridico e che ne qualifica l’essenza stessa. Ha scritto di recente Gustavo
Zagrebelsky, uno dei nostri migliori saggisti e profondo conoscitore della Costituzione: «morte e guerra sono decisioni irreversibili, dalle conseguenze irreparabili.
Il divieto della morte come pena dispensata dagli uomini contro altri uomini, significa che la vita non è mezzo, ma fine. Non
è lecito allo Stato sottrarla nemmeno a chi
si è macchiato dei crimini più terribili... la
vita non può infatti considerarsi sacra
quando è quella della vittima e non più
sacra quando è quella dell’omicida. O è un
fine in tutti i casi o si corre il rischio che
diventi un mezzo, quando occorre in vista
di qualche altro valore, brandito come una
clava tra gli esseri umani. Se abbracciamo
questa seconda possibilità, siamo pronti
per lo Stato totalitario, lo Stato per l’appunto che considera gli individui al servizio dei suoi scopi e dispone di loro come e
quando vuole».
consociativismo
PAROLE CHIAVE
Romolo
Menighetti
I
l consociativismo è una pratica politica per la quale le forze di opposizione vengono coinvolte nelle scelte di governo e nella gestione del Paese. Esso
intende garantire la stabilità attraverso la corresponsabilità nelle decisioni. L’esigenza di intese corporative si affaccia in momenti di particolari e gravi emergenze (i «gabinetti di guerra» della Gran
Bretagna durante il secondo conflitto mondiale), o quando si tratta di ricostruire un
paese lacerato da dittatura o guerra (la Spagna postfranchista, l’Italia dopo la caduta
del fascismo, con i governi Dc-Pci). In assenza di emergenza, il consociativismo sottintende solamente una volontà spartitoria
di potere, risorse e di cariche pubbliche da
parte della corporazione dei politici.
Il consociativismo può essere proposto anche quando risulti impossibile coagulare, attraverso le elezioni, una maggioranza in grado di garantire la governabilità. In tale contesto è facile che venga alterata la limpidezza del confronto democratico, e che si producano due conseguenze di segno opposto:
una carenza e un eccesso di decisioni.
La carenza decisionale porta all’immobilismo e riguarda l’impossibilità a prendere decisioni profondamente innovative e radicali, a causa del veto che, di fatto, possono opporre le forze di opposizione. Per contro, l’eccesso può derivare dal fatto che, per vincere
il potere di veto, si prendono decisioni, comportanti uscite di denaro pubblico, poco producenti per la collettività, ma gradite all’opposizione. Questa combinazione di carenza
ed eccesso costituisce una delle cause fondamentali del buco nella pubblica finanza.
Nell’Italia recente il consociativismo si è
sviluppato negli anni Settanta ed Ottanta.
In quegli anni i partiti di governo e di opposizione (sostanzialmente la Democrazia
cristiana di Aldo Moro e il Partito comunista di Enrico Berlinguer) costatata l’impossibilità dell’alternanza, a causa della
divisione del mondo in due blocchi contrapposti, e stretti dalla necessità di dare
una risposta alle tensioni causate dalla crisi
economica, dalle trame antidemocratiche
dei servizi segreti, dalle violenze perpetrate dalle opposizioni extraparlamentari di
destra e di sinistra, da un’inflazione oltre
il 15 per cento, hanno tentato di dare risposte convergenti onde garantire la stabilità del sistema politico italiano.
Nei fatti, il consociativismo si concretizzò
nel governo monocolore di «solidarietà nazionale» presieduto da Andreotti negli anni
’76-’79. Il governo Andreotti del 1976 («monocolore delle astensioni») nacque con i voti
della Dc e con l’astensione di tutti i partiti di
quel che allora era chiamato «arco costituzionale», sulla base di un programma concordato e verificato, in via ufficiosa, da tutte
le forze dell’astensione. Tale politica permise, in quegli anni, a Giulio Carlo Argan, di
essere il primo sindaco comunista di Roma,
e a Pietro Ingrao, pure lui comunista, di essere eletto presidente della Camera.
La politica del consociativismo ufficioso
fu pagata cara dalla Dc e dal Pci. Quest’ultimo perse, nelle elezioni del 1979, circa il
4 per cento dei voti rispetto alle politiche
precedenti, mentre la Dc uscì sfilacciata
in mille rivoli. Dopo la parentesi Spadolini, Craxi porterà il sistema politico italiano dal consociativismo alla logica spartitoria del Caf (Craxi, Andreotti, Forlani),
con conseguente degenerazione nella corruzione elevata a sistema, fino allo scandalo di Tangentopoli.
Con Berlusconi si ritornò alla logica e alla
politica dello scontro frontale, dello spoil
system, del «non faremo prigionieri». Tale
politica è stata da lui praticata e teorizzata
finché ha avuto la maggioranza parlamentare, salvo poi a proporre il consociativismo
non appena questa gli è venuta meno.
Il consociativismo, comunque, conserva
una connotazione positiva unicamente a
fronte di gravi emergenze.
Entro queste eventualità, esso può risolversi in bene per la collettività solo se: tutte le
parti si riconoscono e si legittimano senza
riserve mentali; se vi è unanime e piena
adesione al metodo democratico inteso
come sistema di regole, cui assoggettarsi
anche quando non conviene alla propria
parte; se l’obiettivo da raggiungersi da parte di tutte le componenti è il bene comune
del Paese, e non il mantenimento, comunque, di una qualche porzione di potere.
Giancarlo Ferrero
27
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
LA
GIUSTIZIA
IN ITALIA
le finalità della pena stessa sul piano individuale e sociale.
L’opinione pubblica rimane a ragione disorientata ed è questa una delle principali
cause della poca simpatia dei cittadini verso la magistratura. Oltretutto questi ritardi stanno determinando, dopo l’entrata in
vigore della c.d. legge Pinto sul risarcimento per ritardata conclusione dei processi,
un vero e proprio salasso alle casse dello
Stato, sempre più di frequente condannato
a pagare i danni agli utenti della giustizia
in lunga e non più paziente attesa (si tratta
di milioni di euro in costante crescita).
Per combattere questo gravissimo e cronico fenomeno che dequalifica ed a volte
deforma la giustizia ben poco è stato sinora fatto. Anzi proprio in questi giorni si
stanno varando decreti legislativi in attuazione della riforma dell’ordinamento giudiziario, una vera e propria vergogna vantata per insipienza (a non dir d’altro) della
passata maggioranza politica. Se, infatti,
la riforma venisse completamente attuata
si arriverebbe ben presto, per la sua farraginosità e disarmonia con il complesso sistema, alla paralisi della funzione giudiziaria, con conseguenze imprevedibili sul
piano interno ed internazionale. Il problema da tempo insostenibile ed indegno di
un paese civile va affrontato in termini diametralmente opposti a quello recentemente spacciato come riforma, cioè andando
verso la semplificazione organizzativa e
processuale per ottenere un ben diverso
rendimento sostanziale.
Più fattori incidono negativamente sul funzionamento della giustizia, dal numero
assolutamente sproporzionato (rispetto a
tutti gli altri paesi) di avvocati, alla frantumata distribuzione delle sedi giudiziarie
sul territorio nazionale (in un’ottica da
calesse ed in uno spirito campanilistico;
decine di tribunali con i loro edifici e costi
per una sola regione), un sistema processuale irto di preclusioni, difficoltà e trabocchetti, un’incredibile povertà di strutture e personale ausiliario, modalità obsolete di reclutamento ed impiego dei nuovi
magistrati, non poche volte cattiva organizzazione all’interno degli uffici (è una
lodevole eccezione, tra le grandi sedi, il tribunale di Torino che ha trovato un’onorevole collocazione nel programma giudiziario di Strasburgo).
Libri
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L’Oriente come metafora
Paramahansa Yogananda: la vita come abbandono mistico
Krishnamurti, un profeta del nostro tempo
Gandhi: il sentiero dell’azione
ESPLORANDO LA GALASSIA NEW AGE
New Age: un caleidoscopio religioso
L’etica della New Age
L’emozione religiosa di Paulo Coelho e James
Redfield
ALCUNE SUGGESTIONI
DAI MONDI RELIGIOSI CONTEMPORANEI
La reincarnazione nel mondo delle religioni
Carlos Castaneda: il fascino dello sciamanesimo
Il Candomblé: la trance come festa
Apocalisse: un’idea perduta?
New global: una provocazione anche religiosa
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1.
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dalla polis alla democrazia
partecipativa
La polis
L’umanità come comunità
Lo stato nazionale
Il liberalismo
Marxismo e comunismo
Nazionalsocialismo e fascismo
La democrazia
Delusione e speranze per la democrazia
pagg. 112 – • 13,00
2.
Pietro Greco
BIOTECNOLOGIE
scienza e nuove tecniche biomediche
verso quale umanità?
Ritorna Frankestein?
Potenzialità e rischi della genetica
Piante e cibi transgenici
Terapie geniche
La nuova frontiera della biomedicina
Clonazione terapeutica
Fecondazione assistita
Il dibattito all’Onu
Chi è l’embrione?
Armi biologiche e genetiche
Bioetica e bioetiche
Tecnologia scienza e sviluppo umano
Dibattito tra scienziati, teologi, filosofi e politici
pagg. 128 – • 15,00
4.
Rosella De Leonibus
PSICOLOGIA DEL QUOTIDIANO
AMORE E DINTORNI
Vorrei che fosse amore
Coppia, il catalogo è questo
L’amore gay
Il romanzo della coppia tra parole e silenzi
L’altro/a: un mistero da riscoprire
Uno più uno uguale tre
Il nido vuoto
Padri cercansi, disperatamente
Figlie di madri
Adulti ed adolescenti: cinque parole per dirlo
PSICHE E DINTORNI
E se l’io diventasse meno ingombrante?
Sulle tracce dei cambiamenti
Convivere col caos
Malati immaginari?
Fuggire col fumo
Mi gioco tutto
Magra per rabbia, magra per amore
Desiderare il futuro
Siamo rete-dipendenti?
CONVIVENZA SOCIALE E DINTORNI
Appunti per un io postmoderno
Dietro le quinte della persuasione
Il marketing delle idee
Tempo per vivere
Del Più e del Meno
Le scorciatoie del pensiero
Fare la differenza
Le sfide dell’intercultura
I frutti della paura
Fiducia o buon senso?
La cura della relazione
Desiderio di “noi”
pagg. 168 – • 20,00
5.
6.
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ETICA SCIENZA SOCIETÀ
i nodi critici emergenti
RILEVANZA SOCIALE DELLA FEDE IN DIO
La speranza nei tempi della disperazione
Decadenza della fede, relativismo, religione civile
La fede in Dio nella pratica politica
Politica e profezia
Guai a voi!
Secolarizzazione e dialogo interreligioso
La nuova Europa: radici e identità
Le Chiese in difesa dell’ambiente
LE CATEGORIE ANTROPOLOGICHE
L’uomo e il suo corpo
Che cos’è la natura
La vita mistero e dono
La morte e il morire
Salute e cura nel contesto del limite umano
I CRITERI DEL GIUDIZIO ETICO
Non uccidere
La responsabilità morale oggi
L’etica del rischio
La gerarchia dei beni
Quattro principi-base della bioetica
I Comitati di bioetica
Bioetica e biodiritto
I cattolici, la bioetica e la legge
FEDE E CULTURA
Le tracce di Dio nella cultura umana
Scienza e trascendenza
L’azione di Dio in un contesto evolutivo
Creazionisti e neodarwinisti
Teilhard de Chardin e il problema del Male
LA MANIPOLAZIONE DELLA VITA UMANA
L’embrione è persona?
La fecondazione assistita e l’inizio della vita personale
Referendum procreazione assistita: perché sì perché no
Vita e qualità della vita
La clonazione terapeutica
Diritto a morire?
Il testamento di vita
Tra eutanasia passiva e accanimento terapeutico
LA CURA DELLA SALUTE
Il diritto alla salute
Il rapporto medico-paziente
La verità al malato
Il consenso informato: come, perché, chi
Non esistono malati incurabili
Salute e risorse: a chi la precedenza?
Carlo Molari
CREDENTI
LAICAMENTE
NEL MONDO
NEL VORTICE DELLA STORIA
La crisi della Chiesa
Come e perché cambiare
Le componenti della conversione
Transizioni traumatiche
Letture divergenti del Concilio
La missione della Chiesa nel mondo attuale
Ritrovare l’essenziale
I laici nella chiesa
I laici nel mondo
Il primato della coscienza
Funzioni e limiti del Magistero
ETICA AMBIENTALE E ANIMALISTA
Il rapporto uomo-natura
Gli animali soggetto di diritti
OGM: risorsa o rischio?
UOMINI NUOVI
L’esperienza religiosa
Le emozioni nell’esperienza di fede
Cammini di libertà
Spiritualità del gratuito
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Spiritualità della liberazione
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ENERGIA
l’anomalia
italiana
I
ROCCA 1 MAGGIO 2006
crisi dei combustibili fossili
La prima è comune anche ad altri paesi.
Ed è la crisi profonda dei sistemi energetici fondati sui combustibili fossili. Una crisi che, a sua volta, è costituita solo in parte da una componente che potremmo definire di depletion, di esaurimento delle ri30
sorse: problema che riguarda o riguarderà
in un futuro più o meno prossimo il petrolio. Ma che ha anche e soprattutto una
componente di pollution, di inquinamento. Il cambiamento del clima globale impone a tutti i paesi industrializzati una
progressiva riduzione nell’utilizzo delle
fonti ricche di carbonio: ivi inclusi il carbone (compreso quello cosiddetto pulito)
e il metano. La versione italiana del problema consiste nel fatto che il nostro paese deve ridurre nel prossimo quinquennio
di almeno il 13% le sue emissioni di gas
serra rispetto ai livelli attuali e tra le poche opzioni disponibili c’è quella di abbattere drasticamente l’uso dei combustibili
fossili, che costituiscono oltre l’80% delle
sue fonti energetiche. Ma entro la fine del
secolo dovremo giungere presumibilmente a tagli dell’ordine del 60/80% delle emissioni di gas serra. Alcuni paesi – tra cui la
Gran Bretagna e la Germania – stanno già
preparando il phase out, l’uscita, dai combustibili fossili. Noi ancora no.
La seconda componente è tipicamente italiana e costituisce, appunto, l’anomalia
energetica del nostro paese. Siamo dipendenti da troppe poche fonti energetiche
(petrolio e metano) e dipendiamo troppo
dall’estero: compriamo fuori dai nostri
confini oltre l’80% delle risorse energetiche che consumiamo. Ciò ci rende particolarmente vulnerabili: basta che la Russia e/o l’Ucraina riducano un po’ i rifornimenti di metano per spingere il nostro sistema elettrico sull’orlo del black out. Basta un’impennata dei prezzi del petrolio per
far lievitare la nostra inflazione più che in
altri paesi.
La terza componente non è solo italiana,
ma in Italia è particolarmente tenace: si
tratta della sindrome Nimby (not in my
backyard, non nel mio giardino). La costruzione di una nuova centrale, sia essa a carbone o a eolico, o di un degassificatore
suscita veementi proteste da parte della
popolazione locale. La insostenibilità della sindrome Nimby viene anche evocata da
molti per ricordarci che la rinuncia unilaterale all’atomo sarebbe sbagliata perché
tutt’intorno all’Italia è un proliferare di
centrali nucleari.
un mix di soluzioni
Considerata, dunque, questa situazione
cosa è possibile fare per risolvere il problema energetico italiano? Beh, dovremmo distinguere il breve periodo dal periodo medio e lungo.
Nel breve periodo occorre certamente diversificare le fonti energetiche e i paesi
Impianto
all’idrogeno solare
in miniatura
realizzato
dall’Itip “L. Bucci”
di Faenza.
I componenti
sono identici
a quelli usati
negli impianti
industriali
ma di dimensioni
ridotte
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Pietro
Greco
l 26 aprile del 1986, venti anni fa,
un’esplosione nella centrale nucleare
di Chernobyl nell’Unione Sovietica di
Michail Gorbaciov riproponeva, in
tutto il mondo, il tema del rischio associato all’uso civile dell’atomo. E, di
lì a poco, portava l’Italia ad abbandonare
per via referendaria il suo progetto nucleare.
Nei mesi successivi a quel 26 aprile, secondo alcuni, nasce l’ennesima anomalia italiana: l’anomalia energetica. Si potrebbe
dimostrare che l’Italia aveva, di fatto, rinunciato all’opzione atomica almeno venti anni prima, il 3 marzo 1964, quando una
strana operazione giudiziaria portò in galera Felice Ippolito, il capo del Comitato
nazionale per l’energia nucleare (Cnen). E
si potrebbe dimostrare che, ancora negli
anni ’80, i socialisti al governo erano molto tiepidi se non proprio avversi alla via
atomica verso l’indipendenza energetica.
Tuttavia è vero che lo sviluppo della vicenda nucleare italiana successiva all’esplosione di Chernobyl ha contribuito non poco
a definire e a far emergere il problema energetico italiano. Di cosa consiste questo problema, oggi, venti anni dopo Chernobyl?
Di almeno tre componenti.
31
ROCCA 1 MAGGIO 2006
il nucleare di IV generazione
Non c’è in questo mix di soluzioni per la
questione energetica italiana quello spazio
per il nucleare evocato da molti rappresentanti del passato governo Berlusconi? Beh,
se per nucleare si intende quello classico, da
grandi centrali, probabilmente no. Per i soliti tre motivi. Per costruire un sistema ener32
getico fondato sul nucleare occorrono: molto tempo (almeno 15 anni); grandi investimenti; superare le sindromi Nimby (che in
presenza di grandi centrali diventano grandi sindromi) e, soprattutto, risolvere il problema – a tutt’oggi irrisolto – delle scorie.
L’insieme di questi problemi rende davvero
poco realistico un nuovo programma energetico fondato sul nucleare classico.
Tuttavia, per chi non ha obiezioni contro
la tecnologia in sé, c’è un percorso che conviene intraprendere in ambito nucleare. È
un percorso di ricerca, scientifica e tecnologica, per verificare se è possibile realizzare un programma fondato sul cosiddetto nucleare di IV generazione. Si tratta di
un nucleare profondamente diverso da
quello del passato. Non solo perché, almeno in prospettiva, è fondato su piccole centrali a sicurezza intrinseca. Ma anche perché promette di risolvere alla radice il problema delle scorie, in quanto non ne produce. La strada verso il nucleare di IV generazione è ancora lunga. Tuttavia le prospettive che evoca rendono conveniente
tentare di percorrerla.
la speranza idrogeno
E l’idrogeno? Forse non è stato detto che è
in questa molecola – H2 – che si concentra
la gran parte delle speranze energetiche del
mondo? Certo, anche l’Italia – con i suoi
ricercatori e le sue industrie – deve verificare se l’idrogeno può diventare il fulcro
intorno a cui ruoterà il sistema energetico
del futuro. Ma occorre anche ricordare che
l’idrogeno non è una fonte di energia (sulla Terra non esistono grandi quantità di
idrogeno molecolare), bensì un vettore. Un
vettore che si candida a sostituire il vettore petrolio e tutti i suoi derivati (benzina,
olio combustibile) in una parte notevole
dei luoghi di consumo dell’energia, per
esempio nei trasporti. Tuttavia il vettore
idrogeno occorre produrlo. E per produrlo – a titolo di esempio, mediante dissociazione elettrolitica dell’acqua – occorre
energia. E dove si trova l’energia necessaria a produrre l’idrogeno?
Per rispondere a questa domanda non possiamo fare altro che rimandare al mix di
soluzioni prospettate più in alto. E, soprattutto, ricordare un altro fattore da mettere in campo. La volontà e la lucidità di cambiare registro in fatto di energia, prima che
l’anomalia energetica italiana si affermi
come un ostacolo insuperabile per lo sviluppo del paese.
Pietro Greco
EUROPA SOCIALE
luci e ombre
di uno sviluppo sostenibile
Maurizio
Di Giacomo
U
n tema spinoso, con ricadute molto vaste e che continuerà a aleggiare anche nel panorama dell’Italia del dopo elezioni politiche del
9-10 aprile 2006, quello affrontato, a Roma, il 16-17 marzo, dall’Istituto Eurispes e dalla Fondazione Friedrich Ebert, tedesca, vicina al partito socialdemocratico (Spd) «Europa sociale per
un progetto comune di sviluppo socialmente sostenibile».
Su questo terreno, alla luce della non realizzazione degli obiettivi fissati nel 2002
alla conferenza internazionale di Lisbona
(Portogallo). Con l’Unione Europea a 25
(che dal 2007, tranne slittamenti, si aprirà
anche a Romania e Bulgaria) – è inutile
nasconderselo – il rischio di vaste regressioni è dietro l’angolo.
Le cifre fornite da Gian Mario Fara, presidente dell’Eurispes e basate su rapporti e
ricerche realizzate da organismi comunitari, parlano chiaro. In Europa 72.000.000
di persone – ovvero il 16% dell’intera popolazione – sono a rischio povertà.
In Italia coloro che si trovano in queste
condizioni, secondo una ricerca del 2004,
sono 2 milioni e 674 famiglie per un complesso di 8.000.000 di persone coinvolte.
La percentuale italiana – 19% – pari al livello di Portogallo e Spagna è inferiore solo
di un 2% rispetto al 21% che accomuna
Irlanda, Grecia e Slovacchia.
Se si aggiunge che il 20% di europei in buone condizioni economiche possiede da solo
quasi 5 volte in più ricchezza di quanta ne
abbia il 20% dei cittadini meno abbienti e
che 3.500.000 europei sono coinvolti nel fenomeno del precariato, che rende impossibile una ‘buona flessibilità, in presenze di
tutela scarse e diseguali, il terreno sul quale intervenire appare molto accidentato.
la situazione Italia
In un quadro di stallo dell’occupazione lavorativa nell’Ue in Italia, sulla base di stime dell’Ires – un centro studi espressione
della Cgil – i lavoratori atipici sono oltre 4
milioni. In tale contesto va segnalato che
quasi a prevedere una cronicizzazione di
questo fenomeno nel tempo, di recente,
Banca Intesa, prima in Italia, ha lanciato
una particolare proposta per l’accesso al
mutuo per la prima casa. Questi atipici monitorati più da vicino risultano così scomposti: 1,6 milioni assunti con contratto a
tempo determinato, 1.117.200 collaboratori coordinati e continuativi o a progetto.
Esistono poi 502.000 assunti con contratto di somministrazione, ai quali si aggiungono 106.000 collaboratori occasionali,
311.000 collaboratori con partita Iva e
400.000 associati in partecipazione.
Se si aggiunge che nel biennio 2002-2004
gli iscritti al fondo speciale per la gestione
separata dell’Inps, aperto ai lavoratori parasubordinati, è cresciuto di 500.000 iscritti e tenendo conto che nel 2005 i lavoratori detti Co.Co.Co. hanno raggiunto il 14,9%
del totale degli occupati, si può stimare che
l’incidenza del lavoro ‘atipico’ pesa per il
17 % al Centro, al Nord per il 16% e al Sud
per l’11,1%: «una realtà più contenuta ma
non marginale» annota la scheda distribuita dall’Eurispes.
Nel Sud in particolare il lavoro atipico
coinvolge il 24,9% di donne contro il 18,7%
di uomini.
dalle cifre ai problemi
Qual’è uno degli snodi? In Italia solo un
quinto dei disoccupati beneficia di trasferimenti statali in caso di perdita del posto di
lavoro, mentre in molti paesi europei interventi analoghi coprono l’80% dei potenziali beneficiari e ancora in Italia non esiste
un sistema di protezione di ultima istanza.
La scheda Eurispes ha richiamato in sintesi il caso della Danimarca, evocato dallo studioso di economia Francesco Giavazzi e
diventato una sorta di icona nel senso che
lì vi sarebbe un mixer positivo tra la libertà
di impresa e una rete sociale di protezione
per i senza lavoro, nella campagna comu33
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ENERGIA
presso cui ci approvvigioniamo. Per cui
ben vengano anche i degassificatori, che
consentono di rifornirci di gas non solo dai
paesi vicini e comunque con cui siamo
collegati mediante metanodotti. Ma l’altra
grande opzione, già nel breve periodo, è il
risparmio energetico. Con l’uso sistematico di tecnologie esistenti – dicono per
esempio i movimenti ambientalisti – potremmo evitare una quota notevole (fino
al 20%) dei nostri consumi energetici.
C’è, infine, il ricorso alle energie rinnovabili: geotermico, eolico e solare, nelle sue
diverse opzioni. Ma queste fonti possono
avere un notevole sviluppo, cosicché oltre
che nel breve ci proiettano già nel medio
periodo. In ciascuno di questi settori l’Italia può ambire a diventare uno dei paesi
leader al mondo. Molto c’è ancora da fare
in ricerca, ma moltissimo si può già fare
con l’uso di tecnologie esistenti. Non è del
tutto infondato immaginare – come deciso in sede politica europea – che il 15 o
20% del nostro fabbisogno di energia possa essere soddisfatto da queste fonti nel
giro di uno o due lustri.
Se, però, ci proiettiamo nel medio e lungo
periodo conviene puntare anche sui biocombustibili. Ovvero usare come fonte
energetica olio o alcol prodotto mediante
la messa a coltura di alcune piante. Con il
prezzo del petrolio a 60 dollari a barile,
l’etanolo diventa competitivo, non solo se
prodotto come in Brasile da canna da zucchero, ma anche se prodotto da mais e fibre di cellulosa. Al prezzo di 60 dollari al
barile potrebbe diventare competitivo anche il biodisel: prodotto da soia, da colza e
da degassificazione delle biomasse. L’uso
dei campi per produrre combustibili avrebbe un ulteriore triplo vantaggio: fornire
nuova occupazione e, comunque, nuove
opzioni di mercato in agricoltura; sottrarre una parte delle coltivazioni italiane al
sistema protezionistico dell’agricoltura europea che tante risorse drena nell’Unione
e tanta ingiustizia crea nel mondo; utilizzare una fonte di energia che non inquina:
il carbonio liberato in atmosfera dai biocombustibili verrebbe, infatti, assorbito
dalle piante coltivate.
34
liquidità e settore crescenti di piccoli risparmiatori che hanno visto i loro depositi bruciati in una serie di «bond» con molta superficialità consigliati da numerose banche,
sull’indebitamento col ricorso al prestito ad
usura, su diverse Caritas diocesane obbligate a pagare le bollette a pensionati che non
arrivano a fine mese, sui libretti di risparmio svuotati perché non si riesce a risparmiare, in questi mesi si è scritto e polemizzato in abbondanza.
Tutti questi filoni si stanno intrecciando con
il consolidarsi dell’immigrazione strutturale extracomunitaria nel nostro paese. Secondo alcune proiezioni stastistiche di Giancarlo Biangiardi, docente all’università Bicocca di Milano (cfr. Il Sole 24 Ore di lunedi 3/
aprile/2006), nel 2020 in Italia ogni 3 nati 1
sarà di origine straniera, con un salto nelle
domande di richiesta di cittadinanza italiana «dalle poche centinaia di quest’anno a
quasi 10.000 tra sei anni a più di 30.000 nel
2020». Questo mutamento profondo coesiste con le scene da romanzo delle file dei
clandestini/e di fronte agli uffici postali per
ottenere un permesso di soggiorno lavorativo e col mutamento ormai consolidato nelle
carceri italiane in gran parte sovraffollate da
molti detenuti non italiani tra europei e non
europei.
le possibili risposte
Il convegno qui analizzato ha lasciato una
sensazione a tratti di sgomento osservando
il divario tra i problemi individuati e le possibili risposte da attuare, anche perché il
quadro dell’Unione Europea attuale non è
tra i più incoraggianti. Le riduzioni di bilancio hanno decurtato la possibilità per un certo numero di studenti universitari di compiere esperienze di studio-lavoro al di fuori
della propria nazione tramite il circuito «Erasmus». L’applicazione della direttiva Bolkestein per la fornitura di servizi e prestazioni, sia pure in versione alleggerita, rimane
nella pratica molto impegnativa. Essa nella
versione originaria prevedeva che un’impresa potesse fornire una serie di servizi per tutta
l’area dell’Ue applicando la tariffa più bassa
praticata nella nazione dove essa aveva stabilito la sua base operativa di partenza, il che
avrebbe significato per un lavoratore italiano essere esposto alla concorrenza di un operaio a tariffa più bassa legato a un gruppo
industriale che si diramava dalla repubblica
Ceka. Indubbiamente se la liberalizzazione
ha i suoi vantaggi offrendo tariffe meno care,
tuttavia, presenta contraccolpi sul piano sociale molto problematici perché getta, di fatto, le basi per una sorta di guerra di tutti
contro tutti simboleggiata dall’idraulico polacco (che si accontenta di tariffe più basse
rispetto all’artigiano francese), respinto a
grande maggioranza nel referendum in Francia che doveva confermare l’adesione di quella nazione all’Unione Europea. Nel corso del
convegno di Roma il direttore della Erbert
Foundation, Michael Brown, ha rilanciato
una modalità operativa escogitata dal francese Guy Monnet, uno dei padri dell’unificazione europea, che nella prima parte degli anni Cinquanta mentre l’ideale europeista ristagnava aveva promosso una rete di
nuclei o commando culturali per radicare
quella prospettiva in città e in villaggi delusi
e ancora ostili per le ferite allora recenti della seconda guerra mondiale da poco terminata. Sarà un caso, ma una strategia analoga è stata invocata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi in Germania in occasione della
sua ultima visita di stato quasi al termine
del suo settennato come presidente della Repubblica Italiana.
L’aspetto problematico di questo convegno è
emerso sul piano delle proposte concrete per
uscire in avanti rispetto a un quadro sociale e
politico molto pesante. Alcuni esempi su questa linea. Salvatore Artzeni, direttore della
sezione piccola e media industria e sviluppo
locale dell’Oecd (un’articolazione dell’Unione
Europea) con sede a Parigi, ha spezzato una
lancia in favore del piano di edilizia popolare
portato avanti dal governo laburista di Tony
Blair. Esso ha fatto leva sui prezzi relativamente bassi di queste nuove abitazioni costruite in aree industriali dismesse.
La riflessione di Henng Meyer della Metropolitan University di Londra ha fornito ulteriori dettagli su tale tema non sottacendo che
tale scelta del governo Blair è stata resa possibile dalla terziarizzazione crescente dell’economia.
Il fatto è che tale terziarizzazione applicata
all’Italia mette in evidenza i lati molto deboli
del nostro sistema. Su tale punto la «Fondazione Giulio Pastore» ha presentato due comunicazioni convergenti su questo punto. Il
lavoro del futuro in Europa appare sempre
più fondato su un mixer tra servizi integrati
con il comparto finanziario e della logistica
come i trasporti e la grande distribuzione (che
creano nuovi posti di lavoro) e servizi «relazionali» ovvero di sostegno alla famiglia che
riescono a stare in piedi perché basati sui bassi
salari erogati a coloro che li mandano avanti.
Una via di uscita suggerita dalle due comunicazioni della fondazione sopra citata è quella
di aprire maggiormente alle organizzazioni
«no profit» anche di matrice industriale che
entrerebbero in partenariato nella gestione di
alcuni servizi essenziali che lo stato da solo
non puo’ più garantire.
Ulteriore tassello. L’Unione Nazionale per la
lotta all’Analfabetismo (Unla) che ha meriti
storici per contrastare questa piaga in parti-
colare nel meridione d’Italia ha prospettato
una diffusione capillare della cultura informatica di base che può agire da stimolo e da
rinforzo alla fruizione dell’enorme patrimonio paesaggistico e naturale e in termini di
beni culturali di quella parte del paese. Scenario valido e stimolante che presuppone,
però, un’efficace intervento dello stato per
contrastare l’espansione di un’economia criminale particolarmente prospera in Calabria.
Senza dimenticare la realizzazione di una
rete viaria all’altezza della situazione e che
eviti le ore di ingorgo da affrontare lungo
l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, prima
di poter arrivare a tratti di mare che – nonostante recenti processi di degrado ambientale – restano tra i più belli e i più ricercati di
tutta l’Europa.
flessibilità sostenibile
Anche sul terreno del come andare oltre la
cosidetta legge Biagi per l’occupazione a tempo, il convegno Eurispes-Herbet Foundation
non ha fornito spunti convicenti per affrontare un tema cruciale: come passare dalla
precarietà alla flessibilità sostenibile? Esso
è stato al centro della campagna elettorale
con le diverse posizioni tra la strategia de
«L’Unione» guidata da Romano Prodi e quella della Confindustria che si è espressa per
ritocchi solo parziali di questa legge. Mentre dalle colonne del quotidiano «Europa»
Savino Pezzotta, segretario nazionale uscente della Cisl e il suo successore Raffaele Bonanni, pressoché isolati, hanno messo in
guardia sul fatto che il contrasto assai duro
in Francia tra il governo e una parte degli
studenti e il movimento sindacale sulla legge circa «il primo impiego» non va snobbato. Secondo le loro valutazioni esso è il campanello d’allarme di un disagio che prima o
poi può manifestarsi anche in Italia, con conseguenze non facilmente calcolabili.
In conclusione va segnalato e suona come
una sorta di richiamo al fatto che modelli
esportabili da un contesto nazionale a un
altro non esistono, se si vuole realizzare
un’autentica coesione sociale, tanto che anche in Danimarca le cose stanno per cambiare. Il governo ha varato misure per innalzare il tetto dell’età pensionabile e per restringere i criteri di accesso alla rete dei sussidi e
degli ammortizzatori sociali che erano stati
fino a qualche tempo fa «il segreto» di un
sistema sociale capace di aiutare a cambiare condizione sociale (passare da occupato
a disoccupato) senza contraccolpi troppo
alti, in un’epoca nella quale sotto la spinta
della globalizzazione la concorrenza si fa più
serrata.
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
EUROPA
SOCIALE
nicativa de «La Rosa nel pugno».
In Danimarca il lavoratore è scarsamente
protetto dal licenziamento, ma, in caso di
perdita del lavoro, può usufruire di un sussidio di disoccupazione che gli garantisce i
tre quarti del salario anche dopo tre anni.
La Danimarca spende per la rete di protezione sociale il 30% del prodotto interno lordo, con il 9,2% destinato ai disoccupati. In
Italia la spesa per la rete sociale tocca il 26,1%
del prodotto interno lordo mentre ai disoccupati è destinato l’1,7% e in presenza di un
deficit pubblico italiano estremamente alto,
a differenza di altri paesi dell’Unione Europea. (Secondo una stima di Luca Ricolfi ne
«La Stampa» di lunedì 3 aprile 2006 ciò implicherà nel 2007 una manovra correttiva di
circa 30 miliardi di euro ovvero una cifra –
con un arrotondamento di 1 Euro = 2000
lire anziché 1936 – a 12 zeri sulla base delle
vecchie lire: 60.000.000.000.000. Ne occorreranno, infatti, tante per restare dentro i
parametri fissati dall’Unione Europea di un
deficit nazionale contenuto al 3% del prodotto interno lordo). Con quali conseguenze sul livello attuale delle tasse e sul ridimensionamento dei servizi sociali anche essenziali, è facile intuire.
Tali scenari incombono mentre la scheda
Eurispes ha ricordato che rispetto alla domanda di nidi pubblici in Italia il 32,7% delle richieste restano senza ascolto, il che è
anche un freno a tassi di occupazione lavorativa più alti tra le donne.
Altro aspetto problematico: la crescita dell’edilizia sociale con sussidi governativi. In
Italia vi viene destinato lo 0,007% del prodotto interno lordo, a un livello inferiore si
trovano solo Spagna e Portogallo. Senza dimenticare, per restare in Italia, che i quartieri e gli insediamenti di edilizia popolare,
se non correlati con un minimo di rete di
servizi e di strutture tipo collegamenti informatici rischiano di trasformarsi in una sorta di incubatrici del disagio sociale con comportamenti violenti e con l’irrobustimento
di un’economia criminogena. Alcuni mesi
orsono il sociologo Marzio Barbagli ha pubblicato con Il Mulino una serie di rilevazioni
urbane (riconosciute fondate persino dal
ministro agli Interni on. Giuseppe Pisanu)
che hanno lasciato intravvedere l’esplodere,
nel giro di alcuni anni (se non si interviene
con tempestività), di rivolte come quelle che
hanno segnato e scosso diverse banlieu di
Parigi; un fenomeno al quale, di recente, ha
dedicato persino un suo editoriale il quindicinale «La Civiltà Cattolica», espressione di
un collegio scelto di gesuiti e i cui testi sono
visionati in via preventiva da un officiale della
segreteria di stato vaticana.
Sulla forbice che si è allargata tra gruppi ristretti di investitori con enormi quantità di
Maurizio Di Giacomo
35
ETICA POLITICA ECONOMIA
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Giannino
Piana
36
l rapporto tra economia ed etica non
è mai stato pacifico. Le maggiori difficoltà sono originate dal fatto che le
due discipline fanno riferimento a due
forme di ragione non immediatamente conciliabili. Da una parte vi è infatti la razionalità economica, il cui criterio
informatore è l’efficienza nella produzione dei beni; dall’altra, la razionalità etica,
che si ispira al paradigma della solidarietà, per il quale ciò che conta è l’equa distribuzione dei beni prodotti, con particolare attenzione alle fasce più deboli della
popolazione.
La ricerca di un terreno comune di confronto è, tuttavia, oggi ineludibile. I mutamenti intervenuti, in questi ultimi decenni, nel campo dell’economia, grazie soprattutto agli sviluppi dell’innovazione tecnologica, fanno affiorare interrogativi inquietanti, ai quali non è possibile dare risposte
adeguate sul terreno puramente tecnico.
Le leggi tradizionali dell’economia sembrano, d’altronde, incapaci da sole di controllare processi che coinvolgono variabili
umane e ambientali e che hanno a che fare
con la stessa funzionalità del sistema produttivo.
L’esigenza che emerge è dunque quella di
dare vita a un nuovo modello di rapporti
tra economia ed etica; un modello che, sia
pure nel rispetto dell’autonomia delle rispettive sfere di competenza e di azione,
crei le condizioni per un loro fecondo interscambio. Un modello che, in altri termini, lungi dall’opporre le due razionalità
come radicalmente alternative, tenda piuttosto a farle entrare in interazione tra loro,
rintracciando un punto di convergenza –
un vero e proprio «zoccolo duro» – costituito dal comune interesse per il bene
I
umano.
dalla dipendenza all’opposizione
La storia del pensiero economico occidentale non è, al riguardo, di grande utilità.
L’epoca moderna è stata infatti contrassegnata dallo sforzo di una graduale (e giustificata) emancipazione dell’economia
dall’etica, la quale era, a sua volta, dipendente da un orizzonte «sacrale» di interpretazione della realtà. L’acquisizione del
carattere di «scienza», dotata di fini propri e di un proprio statuto epistemologico, fa dell’economia una disciplina autonoma, caratterizzata da specifiche leggi
che vanno conosciute e rispettate. Questo
processo, in realtà, già antecedentemente
iniziato – dal Quattrocento in poi non mancano importanti studi che tendono a leggere i fenomeni economici a partire da se
stessi –, ha trovato piena espressione alla
fine del Settecento, a seguito soprattutto
della rivoluzione industriale.
Ad essere contestata è, in un primo tempo, l’etica fissista, di stampo «naturalistico», che, imponendo all’economia regole
assolute, le impedisce di perseguire i propri obiettivi. Ciò che, tuttavia, successivamente avviene è la negazione di ogni riferimento all’etica, quale realtà estranea e
persino disturbante. Acquisendo il carattere di «scienza naturale» ed esatta guidata da leggi matematico-fisiche – è questa
la concezione propria dei fisiocrati – la
scienza economica non si limita a rivendicare la propria indipendenza dall’etica ma
tende a rifiutare radicalmente ogni rapporto con essa, fino ad assumere un atteggiamento di aperta contrapposizione. Razionalità economica e razionalità etica, am-
bedue declinate in termini «naturalistici»,
si presentano pertanto come mondi chiusi e impenetrabili, come forme di ragione
incompatibili. L’etica tenta, invano, di affermare la sua supremazia sull’economia,
asservendola alle proprie regole immutabili; l’economia, a sua volta, rifiuta a priori ogni riferimento all’etica, considerandola
come una indebita (e nociva) invasione di
campo.
il modello della correlazione
A provocare il superamento di questa situazione di stallo è stato, in questi ultimi
decenni, un insieme di fenomeni che si
sono sviluppati, in modo concomitante, su
ambedue i fronti e che hanno reso trasparente l’insufficienza del modello in passa-
to dominante. Sul fronte dell’economia (e
della razionalità economica) ad entrare in
crisi è stata, anzitutto, la legge della massimizzazione della produttività e del profitto, in conseguenza di una serie di fenomeni, che meritano di essere, sia pure rapidamente, richiamati.
La crisi ecologica ha sollevato la questione del limite delle risorse e della difficoltà
di far fronte a forme di inquinamento sempre più allarmanti; l’accentuarsi degli squilibri tra Nord e Sud del mondo, oltre a denunciare il fallimento della famosa teoria
della «mano invisibile» di Adam Smith (la
mano che distribuisce equamente quanto
viene prodotto), ha alimentato la conflittualità, rendendo sempre più precaria la
situazione internazionale; l’incremento,
anche in Occidente, di sacche consistenti
di vecchie e nuove povertà e la crescita (a
livelli patologici) della disoccupazione ha
provocato l’inasprirsi dell’insicurezza con
riflessi immediati (e profondi) sulla conduzione della intera vita associata. Questa
situazione non si ripercuote negativamente soltanto sul versante etico, ma anche su
quello economico. Mentre diviene infatti
evidente, da un lato, la non plausibilità
della tesi di uno sviluppo lineare, come
quello ipotizzato dalla teoria economica
classica (dietro la quale si nascondeva
l’ideologia del progresso indefinito di matrice illuminista), si rende necessaria, dall’altro, la predisposizione di strumenti per
arginare una situazione di instabilità sociale, che impedisce la creazione di condizioni favorevoli allo sviluppo della produzione e determina l’inevitabile riduzione
delle possibilità di consumo.
La domanda etica ricupera dunque legittimità e consistenza per ragioni di ordine
37
ROCCA 1 MAGGIO 2006
il dialogo
tra
economia e etica
efficienza e solidarietà
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Il dialogo tra economia ed etica è reso, in
definitiva, possibile dal riconoscimento
che l’economia è, a tutti gli effetti, una
scienza umana, la quale esige come tale di
porsi al servizio del bene integrale dell’uomo, e che l’etica non è, dal canto suo, identificabile con un insieme di precetti imposti dall’alto, ma è impegno a tradurre gli
orizzonti valoriali in indicazioni di comportamento, che traggono la loro significatività dalla capacità di interpretare adeguatamente le esigenze delle varie situazioni esistenziali.
Le istanze etiche, che vanno poste alla base
dell’economia, sono riconducibili al valore della solidarietà, la quale ha assunto, a
seguito del fenomeno della globalizzazione, una dimensione sempre più universalistica e che costituisce il criterio ultimo (e
decisivo) della valutazione di ogni processo economico. Ma la solidarietà non può
prescindere dall’efficienza, che è il valore
proprio dell’economia. Non si dà infatti
possibilità di corretta distribuzione dei
beni se questi non vengono anzitutto prodotti; se non si rispettano cioè le leggi dell’economia, prima fra tutte quella riguardante la crescita produttiva. D’altra parte
non si può dimenticare – per le ragioni ricordate – che l’efficienza non va misurata
in termini meramente quantitativi ma che
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esige attenzione anche agli aspetti qualitativi; che non è sufficiente, in altre parole, considerare i livelli di produttività raggiunti, ma è anche necessario fare i conti
con il tipo di sviluppo che si intende realizzare e che presuppone, per essere corretto, il rispetto delle risorse umane e ambientali.
Solidarietà ed efficienza pertanto, lungi dal
dover essere considerate come grandezze
antitetiche, sono valori che si richiamano
reciprocamente: la vera solidarietà non
può infatti fare a meno, per essere concretamente praticata, di un serio confronto
con l’efficienza; mentre, a sua volta, l’efficienza deve necessariamente rinviare alla
solidarietà per potersi definire in termini
adeguati.
distribuzione e produzione
La logica di solidarietà, all’interno della
quale l’economia è chiamata a svilupparsi, impone come esigenza immediata l’equa
ripartizione dei beni, l’esercizio cioè di una
corretta giustizia distributiva, che consenta
a tutti l’accesso ad essi, e perciò la soddisfazione dei bisogni. Ciò era particolarmente vero in una società – come quella
della prima industrializzazione – nella quale si trattava di dare risposta ad esigenze
fondamentali per la sopravvivenza. Nella
situazione attuale (ci riferiamo al mondo
occidentale), l’istanza distributiva, per
quanto irrinunciabile, non è più da sola
sufficiente. La centralità assunta dal consumo – la nostra società è detta giustamente «società dei consumi» – alimenta il ricorso, sempre più frequente, all’induzione
dei bisogni, con il pericolo di generare, da
un lato, forme crescenti di alienazione – i
bisogni indotti sono spesso falsi e talora
persino dannosi – e di accentuare, dall’altro, il gap tra ricchi e poveri, tra aree sviluppate e aree sottosviluppate del mondo.
Un ruolo di prima importanza, nel quadro
della riflessione etica sull’economia, va
dunque oggi assegnato alla questione della produzione, del che cosa si produce e
del per chi lo si produce. È come dire che
diventa essenziale l’elaborazione di un’etica che sappia fare accuratamente discernimento dei bisogni, promuovendo quelli
che rispondono ad esigenze vere e respingendo quelli indirizzati a soddisfare esigenze del tutto superflue, e che sappia, nello
stesso tempo, individuare criteri valutativi che tengano in seria considerazione i
diritti fondamentali di tutti gli uomini.
Giannino Piana
SBARRE E DINTORNI
per tutti
i bambini innocenti
Vincenzo
Andraous
R
ileggendo il libro di uno dei miei
autori preferiti, tra le sue parole
tutte a dritta, ho avvistato una
poesia a me dedicata.
Ho ripercorso quel sentiero con
gli occhi del poeta, ne ho urtato
le insidie, ne ho carpito i segreti, snervati
dalla mia ottusa presunzione.
«Solo andata» ha intitolato l’amico Erri,
solo andata per gli inferociti dai capelli
imbiancati, mai addomesticati, né più attuali, perché estinti dalle colpe dico io.
In quelle righe, fotogrammi impolverati dai
secoli trapassati, nei vicoli ciechi scelti e
nelle solitudini cadute giù a grappolo,
come i vincoli, quelli bastardi destinati al
macero.
Riconoscere i suoni della strada, nei rumori degli sguardi, lo sferragliare dei pugni e degli spari, righe sgangherate di ogni
storia di allora, segni diritti senza inverso,
privi di rese d’accatto.
Rileggere quelle parole, e sentire nel profondo il rigetto per il rapimento del piccolo Tommaso, strappato di brutto al cuore,
per essere ghermito come una clava.
Di fronte a accadimenti così denudati di
ogni dignità, ci si ritrova con le spalle al
muro, senza alcuna giustificazione plausibile, neppure quella dell’indifferenza, o
dell’omertà scambiata per solidarietà, non
c’è più neanche sipario da calare per evitare l’oppressione dell’offesa.
Non c’è più sceneggiatura né romanzo scaltro che contenga lo scempio per azioni così
morte di fierezza, non c’è rapinatore né
assassino da fiera da esibire per tentare di
allontanare le miserie inconfessabili che
possono indurre qualcuno a fare male a
un bambino.
Chi ha un’alta considerazione di se stesso,
è poco influenzato dai giudizi altrui, ma
nelle righe di quel libro, c’è intero il sussulto e il diniego per questo strappo alla
ragione, per quel bimbo trascinato via, che
non ha scelto di seguire i cattivi, è stato
costretto a farlo, senza neppure essere consapevole della vita a un palmo dal baratro.
Rileggo ancora i versi, e mi accorgo che in
Tommaso c’è l’urlo e la preghiera per un
rilascio che non consente dilazioni.
Proprio in Tommaso, anche se non ritorna alla sua casa, c’è un nuovo futuro ove
migliorarsi e tentare di cambiare ciò che è
estremamente sbagliato, perché contronatura, persino per gli inferociti di un tempo, e certamente Tommaso potrebbe
senz’altro dire: mi avete fatto inferocire,
ma io sono rimasto un uomo.
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ROCCA 1 MAGGIO 2006
ETICA
POLITICA
ECONOMIA
strettamente economico. È chiaro infatti
che produttività e profitto non possono
essere perseguiti senza attenzione alla disponibilità reale delle risorse e senza
un’adeguata considerazione degli equilibri
ecologici – il disinquinamento (laddove è
ancora possibile) ha costi anche economici, che vanno messi in bilancio –, mentre
altrettanto chiara è la necessità di un tessuto sociale ben compaginato quale base
per un positivo sviluppo dell’economia.
Ma – è bene ricordarlo – l’etica cui l’economia deve potersi riferire, deve essere
un’etica duttile, che non si accontenta di
formule generiche, ma che si misura concretamente con la realtà economica, prendendone sul serio le dinamiche ed entrando con essa in un dialogo costruttivo. In
altre parole, si esige sul fronte dell’etica –
ed è quanto è avvenuto negli ultimi decenni – il ricupero della dimensione storica
come condizione per sottrarsi a una forma di radicale assolutismo e creare le condizioni per un confronto diretto con la realtà nel suo costante divenire; confronto
che consenta l’elaborazione di norme di
comportamento efficaci.
COSE DA GRANDI
aaa.appoggio
cercasi
C
le stelle e le stalle
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Molto rasserenante questo racconto, dal
punto di vista del bambino, e poi dell’uomo e del vecchio.
Avere di sicuro qualcosa o qualcuno che
sta là a disposizione per soddisfare ogni
mio bisogno. Il mondo esiste per la mia
gratificazione, io ne sono il re, e posso fare
del mondo quel che voglio. Le persone che
mi hanno messo al mondo, e poi l’uomo o
la donna che incontrerò, sono là per nutrirmi, proteggermi e prendersi cura di me.
Esattamente al contrario di quello che affermava Jean Paul (Sartre), gli altri sono il
mio paradiso, nel senso che sono vincolati
all’obbligo preciso di rendermi felice. Non
solo i genitori, ma il fidanzato o la fidanzata, i datori di lavoro e i colleghi, gli amici e i vicini di casa, il mondo intero mi deve
un tributo di felicità.
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Non posso pensare che questo paradiso
debba finire, che io ne debba uscire, una
volta per tutte, andando a cercare con la
mia personale fatica la gioia, l’amore, la
sicurezza. E quando mi succede di sentirmi buttato fuori da questo quadretto da
mulino bianco, allora mi sento abbandonato/a, tradito/a, vittima della sfortuna.
Giovanna aveva (già) venticinque anni quando le cadde addosso La Crisi. Con la maiuscola, perché così lei si esprimeva, accentuando in un suo modo particolare, mentre
la pronunciava, la prima lettera di ciascuna
delle due parole: La Crisi. Il suo problema di
fondo si celava sotto le spoglie di un dilemma, pronunciato ancora una volta con le
maiuscole: Ho Fatto Bene o Male a Lasciare
Il Mio Fidanzato di Nove Anni?
A parte l’uso linguistico di datare i fidanzati con gli anni come si fa con i vini, con
la differenza che, non invecchiando in barrique, non si sa mai se reggono bene al tempo, Giovanna stava davvero vivendo il suo
problema sotto forma di interrogativo sulla
opportunità della scelta fatta. Ed ha avuto
bisogno di continuare a porre la questione
in questo modo per un po’ di tempo, all’inizio, perché non poteva neppure pensare che non ci fosse da qualche parte La
Risposta Giusta. Per settimane si è dedicata a contabilizzare gli utili e le perdite di
questa sua storica relazione, nel tentativo
di trovare un saldo certo ed univoco che,
nelle sue speranze, avrebbe dovuto cancellare tutti i suoi dubbi.
Perché il Fidanzato (anche lui con la sua
debita maiuscola) era stato molto rassicurante per lei, molto generoso, molto presente in tutti i momenti della sua vita, dall’acquisto del computer fino alla scelta della facoltà universitaria, dalla consulenza
sulla migliore assicurazione per la macchina fino al controllo sulla dieta anticellulite. Forse proprio per questo l’attrazione tra
i due si era presto spenta. Lui aveva avuto
un altro amore, lei non lo aveva potuto
sopportare, e allora su due piedi lo aveva
piantato e aveva iniziato un’altra storia, per
poi pentirsi l’indomani mattina e precipitare Nella Crisi.
la rabbia e la paura
Ma i calcoli nelle cose dell’anima servono
a ben poco, e finalmente Giovanna era arrivata a comprendere che dentro La Crisi
c’era dell’altro. Per esempio c’era la sua
rabbia, la sua profonda terribile rabbia per
essere stata privata di qualcosa che lei considerava assolutamente vitale.
E il suo profondo, angoscioso disorientamento per percepirsi, esattamente come
dicono i filosofi, «sola davanti al mondo»,
incapace di fare qualcosa di buono per se
stessa. E bloccata nel circolo vizioso del
ripetere un’altra esperienza di coppia compensativa. Inchiodata alla sua confusione,
al suo annaspare disperato nell’inaccettabile insicurezza che le era spuntata dentro, che non la faceva più dormire, non la
rendeva più efficace nello studio, non le
faceva più desiderare di vivere.
Tutto ad un tratto l’orizzonte si era oscurato, le era piombata addosso la sfortuna. Così
lei si raccontava la sua vicenda, del tutto incapace, ancora, di collocarsi come soggetto
dentro la sua vita, di cogliere un attimo di
consapevolezza, un po’ di responsabilità personale negli snodi della sua storia.
Il suo Fidanzato si era comportato per nove
anni come l’albero della fiaba, ma un bel
giorno, semplicemente, aveva smesso di
accudirla in esclusiva. È qui che Giovanna
si è sentita ingannata, delusa, è qui che il
suo bel quadretto di finta felicità si è spezzato, e forse per la prima volta nella sua
vita si è trovata a sperimentare la perdita,
l’imperfezione, la impossibilità di affidarsi ciecamente e completamente.
Il mondo non era più come avrebbe dovu-
to essere, c’era nel puzzle qualche tassello
sbagliato da rimettere a posto, bisognava
alla svelta ripristinare la copertura di sicurezza.
Ma i conti non tornavano più. Le illusioni,
una volta crollate, sono come i cristalli
rotti, non tornano mai più interi e splendenti. Ed ecco la caduta, tanto più a precipizio quanto più l’illusione era stata mantenuta a lungo e strenuamente preservata
dal contatto con la realtà.
Il mondo era improvvisamente diventato
ostile, e lei improvvisamente molto fragile. Tanto incerta da aver bisogno di una
contabilità delle emozioni per darsi pace.
il prima e il dopo
In questi frangenti le persone, quando sperimentano la caduta possono essere molto
vulnerabili, possono cercare di coprire la
paura e il vuoto con ogni sorta di dipendenze, di cui quella affettiva è una delle
versioni più raffinate. Come Potrei Sopravvivere Senza? – era questa la disarmante
conclusione di Giovanna quando rifletteva sulla scarsa significatività della sua nuova relazione.
La paura e il vuoto, come sentimenti di
fondo, ma la paura è paura di sentirsi impotente, proprio laddove prima mi sentivo onnipotente, e il vuoto è quello lasciato
dall’abbandono, laddove prima, magari la
relazione non era un gran che, ma almeno
mi sentivo al sicuro.
Ecco un’altra dimensione nella quale spesso le persone in questi frangenti si intrappolano: è la mitologia del Prima, di questo
Eden perduto che cerco in tutti i modi di
ritrovare, ricostruire, rattoppare almeno,
se proprio non lo ritrovo.
E poi c’è la rabbia, contro tutti e tutto, e alla
fine anche contro se stessi, per esserci lasciati
sfuggire di mano la felicità del Prima.
È faticoso attraversare questa palude emo-
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Rosella
De Leonibus
’è una fiaba che narra di un bambino che giocava tra i rami di un
albero e si nutriva con i suoi frutti. Non gli mancava nulla, tutto ciò
di cui aveva bisogno era là, alla
portata delle sue mani.
Una volta cresciuto, il ragazzo sente il desiderio di farsi una casa, e l’albero, generoso e soccorrevole, gli dà i suoi rami per
costruirsi un riparo. Poi il ragazzo diventa
un uomo, e gli viene voglia di partire per
mare, e stavolta l’albero gli mette a disposizione il suo tronco, per farne una barca
solida e sicura. Dopo molti e molti anni
l’uomo, ormai vecchio e stanco di vagare
per i mari del mondo, torna a trovare l’albero, che ormai è ridotto solo ad un misero ceppo e non ha più nulla da dare all’amico di un tempo. Ma il vecchio desidera solo
riposare, e si siede sul ceppo del tronco che
tanti anni prima aveva tagliato, e là si ferma. Ancora una volta l’albero gli aveva dato
qualcosa di prezioso e vitale.
41
l’aiuto e l’inganno
Vedrai che non muori! – Sopravviverai! –
42
Va’, prova e vedrai che domani sarai ancora viva per raccontarmelo! – a volte queste
sono le parole con cui si ricomincia a nutrire la speranza delle Persone Cadute.
Dalla base, dal prendere sul serio la tremenda paura di morire che attanaglia le
persone che si trovano in questo passaggio. Dal sostenere con fermezza ogni piccolo passaggio di autonomia, anche quelli
apparentemente più insignificanti, celebrandoli, festeggiandoli. E, ripercorrendo
con attenzione tutte le tappe e tutte le
emozioni che si sono avvicendate nel frattempo, aiutare le Persone Cadute a dare
solidità e rendere ripetibile questa piccola
esperienza di autonomia.
Il passaggio più difficile è l’ultimo: non cedere alla lusinga di diventare il sostegno
indispensabile di una persona che sta diventando per merito nostro finalmente un
po’ più autonoma. Ci sono blandizie e seduzioni sottili su questa linea: tra il grazie
sincero della persona che sta finalmente
crescendo e la richiesta di consigli e rassicurazioni non più necessari, c’è un confine sfumato.
A volte è molto gratificante restare ancora
un po’ ad aiutare chi ci è così riconoscente, rallentare un pochino la sua strada,
sgombrargli ancora un po’ il cammino, e
magari convincersi che sì, c’è veramente
ancora bisogno di noi, che l’altro/a è ancora fragile, che davvero senza di noi non ce
la può ancora fare…
Tra chi aiuta e chi si fa aiutare ci sono legami molto speciali, non sempre ovvi, quasi mai del tutto limpidi. Forse come quando si gioca a guardie e ladri, nel gioco delle parti tra chi tende la mano e chi se la
lascia afferrare c’è una complicità tutta da
illuminare, e un sottile gioco di interscambi tutto da verificare, e per favore con
molta lucidità.
Se guardiamo la fiaba iniziale dal punto
di vista dell’albero scopriamo qualcosa di
sorprendente: il vecchio torna all’albero,
da lui dipende, ma anche l’albero trova il
senso del suo esistere esattamente in questa dipendenza, dal lato di chi certamente
fa più bella figura, perché si mostra – è –
assai generoso, fino al limite dell’annullamento di sé.
È proprio questo annullarsi e farsi fare a
pezzi fino a diventare poltrona e rifugio per
l’altro che ci Deve Insospettire (stavolta usiamo la maiuscola come Giovanna) quando
dovessimo guardare bene noi stessi e trovare troppi episodi di questo tipo.
LEZIONE SPEZZATA
una carriera... spezzata
Stefano
Cazzato
S
to per addormentarmi quando, con un
colpo secco sotto le costole, il collega
Vivanti mi riporta allo stato cosciente.
«La preside ti guarda» mi suggerisce
terrorizzato e zelante.
«Vivanti, sei tu che hai l’anno di prova, non
io, lasciami perdere, non vedi che questo collegio è di una noia mortale, che ipocrita che
sei a fingere attenzione mentre tutti si fanno
i cavoli propri».
La preside, alias professoressa Bottacchini,
ex classe di concorso 37, storia e filosofia nei
licei, ha iniziato da mezz’ora la sua ennesima
predica sulla culla del sapere e la civiltà delle
lettere. Nonostante Vivanti, provo a riprendere sonno, a isolarmi, dietro a una pagina
del Corriere della sera, da questo collegio-docenti incapace, come tutti i collegi che ho visto nella mia vita, di occuparsi dei problemi
reali della scuola; ma ormai l’attimo propizio
è fuggito e la voce stridula della Bottacchini
rimbomba, al pieno della sua foga tribunizia,
nella sala austera del «Gilberto Contacchi».
Dietro la Bottacchini un busto marmoreo ricorda il preside Crodelli che «resse la scuola
nei difficili anni della guerra». A destra altre
targhe commemorative, una ha a che fare
pure col Risorgimento. A sinistra, accatastati
alla rinfusa per essere portati via, ci sono degli alambicchi, un corpo umano di plastica
fatto a pezzi e non ricomposto, la milza di
qua e il cuore di là, ampolline di varie dimensioni, un Brionvega in bianco e nero, dei pacchi di compiti vecchi di lustri, un circuito elettrico, delle coppe arrugginite dei Giochi della
gioventù degli anni ’80, una carta geografica
europea preperestroika e una tenia sotto alcol che fa bella mostra di sé davanti alla permanente della collega Seccardi. Questi cimeli (compresa la permanente della Seccardi)
sostano qui da alcuni giorni dopo aver girovagato per anni dal primo al sesto piano, dal
laboratorio di fisica alla stanza dei bidelli,
passato due inverni nella II A e qualche mese
in V C. Stonano con la realtà di fuori, ma non
con questo mondo antidiluviano, tutto autoreferenziale e chiuso in se stesso. Un mondo
in cui persino l’inno della Bottacchini a una
nuova paidèia umanistica ha il suo senso.
«La scuola mi ha preso l’anima, e forse mi ha
troncato la carriera letteraria» mi ha rivelato
l’anno scorso mentre le chiedevo l’autorizzazione per l’attività pubblicistica. «Tra noi letterati ci si capisce, vero professore?».
«Bah, letterato è un po’ troppo, preside, diciamo un divulgatore, un osservatore…, un
giornalista part-time, insomma mi piace scrivere ma, mi creda, niente a che vedere con la
poesia... figuriamoci!
«Dedichi più tempo alla poesia professore, solo
l’arte può restaurare i valori di un tempo, non
faccia come me che le ho dedicato solo le briciole».
Chiama briciole dodici volumi di liriche nelle quali invece di trovare un linguaggio tutto
suo ha pensato bene di replicare quello di altri. La Bottacchini è stata stilnovista, ermetica, crepuscolare, futurista marinettiana, esistenzialista, realista magica, strutturalista,
oggi è metafisica. Nel suo ultimo volume, intitolato «Primavere» la quarta di copertina
dice che «l’autrice si confronta con il mondo
contemporaneo con la consapevolezza, però,
di abitare altri mondi, di frequentare altri luoghi. È un altrove dell’essere, dunque, quello
che la poesia metafisica della Bottacchini cerca felicemente di evocare».
Sarà... ma l’unico mondo nel quale io la vedo
è quello fisico della scuola. È qui che pensa
alle sue liriche. Tra un consiglio di classe e un
altro. Tra un ricevimento di genitori e una riunione di presidi. Dopo aver letto un verbale.
Mentre sta studiando la normativa sugli esami di stato. Quando tratta con la Rsu. Appena suonata la campanella. Una volta predisposte le sostituzioni degli assenti. Se riceve
una delegazione di studenti e di famiglie. Ora
che firma ingressi e uscite anticipate. Quando striglia il personale ausiliario. Tutte le volte che analizza con desiderio la sua busta-paga
di dirigente.
«La poesia è dappertutto» dice lei.
Poi, tornata a casa, prima di addormentarsi,
sente i pensieri poetici della giornata che urgono, li mette nero su bianco e scrive di primavere e di autunni delle nostre vite, delle
rose che non colse, in attesa di rivestire il giorno dopo l’abito della preside-manager nella
scuola dell’autonomia e delle tre i.
Rosella De Leonibus
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ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
COSE
DA
GRANDI
zionale. Ci si perde dentro molto facilmente.
La strada è piena di incontri difficili. Uscire dalla beata innocenza, uscire dalla ingenua posizione di dipendenza, anche uscire dalla paradossale tirannia che da questa posizione si esercita sugli altri.
E poi c’è da imparare a guardare in faccia
la sofferenza della perdita, senza scappare
subito a cercare compensazioni. E accogliere la mancanza, il dolore, come fatti
della vita, e rinunciare a cercare per l’ennesima volta qualcuno cui delegare la felicità, sperimentare pian piano il fai-da-te
della sicurezza, il bricolage più o meno
impacciato della costruzione della mia vita
con le mie stesse mani. Attraverserò poi
un passaggio dove non mi fido più di nessuno, dove mi viene voglia di chiudermi a
quattro mandate davanti al rischio di essere ferita di nuovo, e poi un bel giorno mi
accorgerò che posso ancora sperare e fidarmi.
Non sarà mai più come Prima. Ecco il passaggio più importante del viaggio, questa
rinuncia a tornare nell’innocenza originaria, questa accettazione profonda della crescita, dell’evoluzione umana che è possibile solo se passo attraverso la caduta.
Qualche volta la caduta è una perdita, la
fine di una relazione di tipo dipendente, la
delusione naturale dell’adolescente davanti
ai propri genitori che non sono più perfetti come sembravano, o il dover uscire da
una istituzione, da un gruppo che rappresentavano la Certezza e la Verità. La crisi
di un’appartenenza, la fine di una storia
d’amore, la disillusione su un ideale o un
mito personale. Allora il viaggio è nell’intrecciare relazioni più adulte, nel costruire da soli la propria verità, nel cercare un
riferimento interno per il principio di autorità e di sicurezza.
Altre volte la caduta non c’è neppure, e succede che le persone sono anagraficamente
adulte, ma non hanno mai fatto l’esperienza di badare a se stesse, e proprio non ce
la fanno, non sono neppure capaci di concepire una simile idea. Non sanno da dove
si comincia, diventano disperate e angosciate appena c’è da prendere una scelta,
appena l’appoggio viene a mancare, appena si staccano dalla madre terra per fare
un piccolissimo salto.
Se la disperazione è la zavorra, allora la
spinta verrà dal ricomporre briciole di speranza, di fiducia in se stessi.
Gregor Ziemer
come si crea un nazista
Giuseppe
Moscati
D
ove nasce il largo consenso di
base della società tedesca al regime nazista? Dev’essere stata questa la domanda della vita di un
autore come Gregor Ziemer
(1899-1982), la martellante ossessione che lo ha sempre accompagnato in
ogni sua pagina scritta come pure in ogni
sua ricerca sul campo.
E d’altra parte è senza dubbio quella dell’educazione la cifra essenziale dell’opera
di Ziemer, intellettuale americano (del
Michigan, ma laureato nel Minnesota), corrispondente da Berlino del «New York
Herald», del «Chigaco Tribune» e del «Daily Mail» di Londra, ma che è conosciuto
soprattutto per aver realizzato – prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti e durante il periodo di massimo splendore del
Terzo Reich – un importantissimo reportage sul mondo scolastico della Germania
di Hitler.
dentro la struttura formativa
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Uno dei meriti della sua ricerca è quello di
aver compreso a fondo come un regime
non nasca dalla pura volontà, per quanto
forte e pervicace, di un singolo, cioè del
dittatore che soggioga le masse e le indirizza in una determinata direzione. Questo mito viene scardinato alla sua base proprio dall’analisi diretta del modello scolastico tedesco in vigore sotto il nazismo.
Tutto è partito dall’autorizzazione che Ziemer, in qualità di direttore della scuola
americana che nel 1929 aveva fondato a
Berlino, ottenne da Bernard Rust, l’allora
ministro dell’Educazione. Quest’ultimo di
fatto gli permise di visitare diversi istituti
scolastici di vario grado, ma anche le sedi
di collegi, organizzazioni assistenziali e
associazioni giovanili tedesche dell’epoca,
svolgendovi numerose interviste e raccogliendo tutta una serie significativa di dati,
utili poi a ricostruire un quadro generale
sia dell’impostazione didattica sia della
44
vera e propria ideologia dominante. Ne è
nato così il saggio Education for Death,
pubblicato nel 1941 a Londra, arrivato in
Italia nel ’44 con traduzione approssimativa e opportunamente riproposto di recente come Educazione alla morte (1) proprio
a sottolineare quel percorso formativo che
tendeva a plasmare adolescenti e giovani
tedeschi in vista di una loro perfetta integrazione nel sistema nazista. In questo senso Bruno Maida ha parlato giustamente di
«un libro in divisa» (2) evidenziandone e
la sua ‘volontà militante’ e la sua capacità
di penetrare il rapporto tra il fanatismo di
regime, l’esaltazione politico-militare e
l’entusiasmo giovanile di una Germania in
guerra con il mondo, ma che direi anche
fortemente in lotta con se stessa, con il
buon senso, con la vita.
Per avere un’idea dell’eco creata dal libro
nel panorama internazionale, bisogna ricordare che esso venne da subito diffuso
in varie lingue nei paesi liberati; che, sulla
base dell’opera-reportage di Ziemer, il regista Edward Dmytrik ha realizzato nel ’42
un film di gran successo, Hitler’s Children
[Bambini di Hitler], visto dagli americani
nel ’43; che, sempre nello stesso anno, la
Walt Disney ha addirittura prodotto un
cartone animato ispirato al libro e che, infine, lo stesso Ziemer è stato convocato
come testimone diretto al celebre processo di Norimberga.
Il viaggio compiuto da Ziemer all’interno
di quella che era la struttura educativa
destinata a formare le nuove leve del regime, allora, segue un itinerario ben preciso. L’obiettivo dell’educatore americano è
quello di sviscerare la fenomenologia del
nazismo per risalire alla strategia pseudoeducativa in base alla quale si crea un nazista. La strategia adottata è quella di penetrare la cortina di segreto che proteggeva la metodologia scolastica e smascherare dall’interno – appunto interrogando e
raccogliendo da insegnanti e funzionari,
da ragazzi e genitori sia testimonianze che
decostruzione di una macchina di morte
Se il consenso più forte al potere politico e
militare di Hitler veniva dalle nuove generazioni, dunque, non poteva che essere il
mondo della scuola e della formazione
quello più interessato dall’esercizio dell’ideologia negativa messo in atto dai collaboratori del Führer. Ziemer parte da qui,
dall’ideologia come dato di fatto, incontrovertibile appunto, per lavorare – attraverso la disamina del sistema didattico-formativo – a una decostruzione del consenso
popolare e quindi della stessa condivisione, da parte dei giovani, dei miti di quell’ideologia. Non a caso, muovendo da tali
miti della forza, della razza, della conquista militare e del potere politico assoluto e
tenendo presenti i libri e i comunicati di
propaganda dell’epoca, egli individua con
estrema lucidità tutti gli elementi fondamentali della ritualità tipicamente nazista.
Trovo particolarmente indicativo, a tal proposito, il brano nel quale Ziemer condensa il significato ultimo proprio del mito della forza. Visitando una classe durante l’ora
di lettura, egli si imbatté in un vecchio
maestro che stava recitando agli scolari
una poesia tedesca che poi loro avrebbero
dovuto ripetere a memoria. La poesia metteva in scena la legge di natura per la quale una mosca nega pietà ad un insetto più
piccolo, ma è mangiata da un ragno, che a
sua volta viene preso da un passero, il quale
è poi ghermito da un falco subito catturato da una volpe; quest’ultima cade preda
di un cane, ucciso senza pietà da un lupo
cui alla fine spara un cacciatore. In ogni
drammatico passaggio si ripeteva il deciso rifiuto di graziare l’essere più debole e
ad ogni uccisione aumentava l’entusiasmo
trasmesso agli scolari. L’anziano maestro
volle infine sottolineare la morale della
poesia con parole che Ziemer annota con
cura: «Questa lotta è una lotta naturale.
Senza di essa, la vita non potrebbe continuare. Ecco perché il Führer vuol vedere i
suoi ragazzi forti, così che possano essere
loro gli aggressori e i vincitori, non le vittime. La Germania sarà forte. Il Führer la
farà tanto forte che potrà entrare in lizza e
attaccare qualunque nemico in tutto il
mondo» (3).
Ziemer dà dimostrazione di saper leggere
a fondo, d’altra parte, anche le motivazioni dei genitori tedeschi che egli vede sempre attenti e solleciti a rendere i propri figli lodabili da Hitler: loro, nota l’autore,
sono pronti senza esitazione alcuna a portarli «all’altare nazista» allo stesso modo
in cui un tempo i genitori recavano i propri nati agli altari delle divinità pagane. E
quel che è più terribile è che già prima dell’età scolare il Führer pretende di ogni
bambino tedesco, che considera figlio indiscusso della patria, il possesso del corpo
e dell’anima!
Le interviste di Ziemer, i suoi commenti,
le sue stesse descrizioni del mondo scolastico osservato sono mirate, da un lato, a
privilegiare un metodo di sostanziale aderenza realistica alla realtà in oggetto, seppure non manca a volte una tentazione
romanzesca, e, dall’altro, a impostare un
discorso che possa spingersi oltre fino a
suggerire strategie d’intervento in chiave
apertamente antidittatoriale.
Grazie ai racconti e a quelle che chiamerei ‘intuizioni educative’ di Ziemer, insomma, il totalitarismo, la negazione delle libertà, la logica chiusa del pensiero unico
che caratterizzavano il regime hitleriano
vengono così ‘denudati’ della loro veste
retorica, della loro copertura demagogica
e di tutto quell’apparato linguistico-culturale che ne mascherava brutture, atrocità,
indicibilità. La sua denuncia andava quindi a colpire il male assoluto del regime
nazista perché venisse nell’immediato contrastato e fermato, ma anche perché a più
livelli – dagli intellettuali alle masse – potesse progressivamente prendere corpo
una criticità tale da non permettere mai
più nella storia il riproporsi di simili mali.
Giuseppe Moscati
ROCCA 1 MAGGIO 2006
MAESTRI DEL NOSTRO TEMPO
umori il più possibile quotidiani – una
scuola che Ziemer considerava una vera e
propria «arma ausiliare» in dotazione all’esercito nazista.
Dicevo prima che un regime come quello
del nazionalsocialismo non nasce dalla
‘semplice’ volontà distorta di un singolo
leader; in realtà sin dall’inizio del suo folle
programma politico il Führer aveva bisogno di un consenso larghissimo, in altre
parole non poteva autolegittimarsi come
«conduttore della nazione» senza il sostegno aperto e diffuso di milioni di tedeschi.
Ebbene, come dimostra ampiamente la
ricerca di Ziemer e come pure anche altri
studi confermano, gran parte di questi
milioni erano giovani tedeschi.
Note
(1) G. Ziemer, Educazione alla morte. Come
si crea un nazista, a cura di B. Maida, Città Aperta, Troina (En) 2006.
(2) Cfr. ivi, pp. 7-26.
(3) Cfr. ivi, pp. 78-79.
45
CULTURE E RELIGIONI RACCONTATE
volti dell’universo femminile
È
i due racconti
Da un lato, infatti, mi ha conquistato l’ironia dissacratoria e, in fondo, disarmante di
46
Sarah, la protagonista del racconto d’apertura, affidato a Gafi Amir (2) e intitolato
Dio 90210, tutto giocato sulle frenesie di una
single precipitata nel gorgo della rincorsa
professionale. Dall’altro, invece, mi ha toccato la prosa intonata e venata di lirismo di
Nava Semel (3), che, nel racconto Una piccola rosa nel Mediterraneo, offre in poche
pagine uno spaccato insieme personale e
antropologico della donna ebrea novecentesca. Due modi di intendere la letteratura,
due modelli diversi di ritrarre la psicologia
femminile, sicuramente espressione anche
del divario generazionale che intercorre tra
la giovane Amir e la più matura Semel, eppure, testimonianza anche di un denominatore comune: la capacità di mettere in
evidenza l’ostinata caparbietà delle protagoniste, che non si arrendono davanti ai significati troppo pragmatici, troppo scontati e condivisi, usando, là, l’autoironia, comica e malinconica, qua la forza di una sorvegliatissima prosa lirica.
Puntando il microscopio sul racconto della
Amir, Dio 90210, poi, non può sfuggire la
particolarità dell’esordio, nel quale la protagonista si lamenta del fatto che il suo capoufficio, Shirhaz, di cui è segretamente
innamorata, le ha sottoposto del lavoro da
sbrigare in fretta, senza pensare che quello
è il giorno della memoria dell’Olocausto.
Dietro l’apparente tono leggero della recriminazione, Sarah denuncia un’indifferenza culturale che la fa sentire estranea al suo
ambiente di lavoro e, più in generale, alla
nuova cultura del suo paese. La logica economica e produttiva, infatti, ha talmente
assorbito i suoi colleghi – tutti rinchiusi e
isolati in minuscoli cubicoli di vetro – che
non vi è più posto per onorare il giorno della memoria. Essere simpatici, efficienti e
anche «ebrei» risulta per palese ammissione di Sarah, come un compito estremamente complesso. Non deve sfuggire anche un
ulteriore e implicito atto d’accusa nei confronti della forza mistificante della modernità capitalistica: l’ordine che Shirhaz le
impartisce non è pronunciato in modo perentorio, ma con un finto andamento interrogativo («Sarah, mi fai un favore? Dai
un’occhiata al backup…» (4)). Si tratta quindi di una falsa domanda che nasconde una
richiesta netta, del tutto diversa, quindi,
dalla domanda filosofica che caratterizza
la speculazione ebraica tradizionale. Una
domanda vuota di senso a cui si contrappone, quasi distrattamente, ma in modo
molto efficace, l’annotazione della protagonista che, poco più avanti afferma: «È da
un anno ormai che sto cercando un qualche dio» (5). E non importa neanche che,
subito dopo, Sarah sembri quasi mescolare le carte e confondere il lettore, facendogli credere che il Dio di cui è alla ricerca
non è affatto quello biblico e trascendente,
ma una divinità minuscola, in carne ed ossa,
ossia un uomo con cui potersi sposare e
condurre una vita beatamente borghese.
Non importa perché, leggendo ancora, si
comprende che queste affermazioni sono
spostamenti di un desiderio di verità decisamente più perentorio, di una domanda
di senso che assomiglia molto, senza mai
chiamarle in causa direttamente, alle grandi questioni che aspettano una risposta attendibile da Dio proposte da tutta la teologia nata dopo Auschwitz. Nel mondo di
Sarah, infatti, tutti sono divorati dall’ambizione, sono trasformati in piccoli personaggi negativi, incapaci di rivestire anche il
ruolo solenne e definito del malvagio, tipico della letteratura epica o romantica. Tutti corrono, schiacciati da un inconscio desiderio irrefrenabile di conquistare prestigio e visibilità, risultando, alla fine, solamente piccoli e massificati, ridotti a nulla
da un’operatività inconcludente, in cui ci si
dimentica anche del desiderio stesso di arrivare a qualcosa.
la tremenda lezione della storia
Così a Sarah, che ha perso la nonna nei campi di sterminio, il nuovo Israele, moderno e
industrializzato, scosso dai fremiti della rivoluzione informatica, non concede nemmeno un secondo per riflettere al momento in cui suona la sirena e tutti dovrebbero
alzarsi in piedi. Sarah si deve rifugiare nella toilette, imbarazzata dal fatto di trovarsi
tra il w.c. e il lavandino, per assolvere a quello che dentro di sé sente essere un dovere e
una necessità, ma viene raggiunta anche là
da un incredulo capoufficio, troppo alla
moda, nei suoi vestiti firmati, per ritenere
che questi gesti simbolici abbiano una qualche validità. Il tono autoironico lascia trasparire la malinconia quasi in maniera distratta, grazie al magistero della Amir che
vuole chiaramente porre in evidenza quanto, al di là delle ipocrisie, sia davvero difficile lasciare spazio al ricordo in società complesse come le nostre; come sia quasi impossibile far sì che la tremenda lezione della storia rimanga vivida anche nelle generazioni che quegli eventi non li hanno vissuti. Sarah vuole pervicacemente salvare
qualcosa del suo essere osservante; è per
Sarah indispensabile, per non dichiarare la
resa di fronte ai nuovi templi della postmodernità, quali «i centri commerciali immersi
nell’aria condizionata e le palestre (…)» (6)
dove, parafrasando in terza persona il racconto, Sarah stessa a volte si sforza di diminuire le sue circonferenze senza reperire nemmeno un po’ di pathos.
Davanti a tutto ciò, Sarah ha bisogno di un
Dio, umano, da amare nel volto di un uomo,
e, forse, trascendente, da onorare con la tradizione dell’osservanza dei precetti. Così,
quando ad un rinfresco per la nascita della
figlia di una collega, si rifiuta di mangiare
una tartina al fegato di struzzo, Sarah, fedele all’alimentazione kasher, si trova a disagio, osservata da tutti e incalzata dalla neomamma, preoccupata del fatto che la sua
amica stia diventando «religiosa», sotto gli
occhi silenti del capoufficio Shirhaz. Non
le rimane che approfittare di un momento
di distrazione per defilarsi e andarsene. Ma,
mentre aspetta il taxi sotto una pioggia torrenziale, ripetendosi che in fondo lei sta solo
cercando un Dio e un po’ di saggezza, viene
raggiunta da Shirhaz che la invita a bere
un caffè. Sarah accetta e qui si conclude il
racconto, lasciando al lettore la doppia chiave di lettura: forse Sarah è veramente riuscita a cambiare di un millimetro il mondo
rimanendo in qualche modo fedele a se stessa e Shirhaz, redento, è la materializzazio-
ROCCA 1 MAGGIO 2006
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Marco
Gallizioli
stata recentemente pubblicata
un’interessante antologia di racconti scritti da autrici israeliane contemporanee, preziosa soprattutto
perché espressione di un modo reale, quotidiano e vitalissimo di essere donne, ebree e israeliane. Leggendo il
volume – intitolato proprio Israeliane (1) –
il primo dato che emerge con chiarezza è la
forte dissonanza dei registri linguistici, delle
tematiche e delle psicologie femminili proposte, dissonanza che, ben lungi dall’essere
stonata, risulta affascinante e, a suo modo,
armonica.
Nei racconti si stagliano, insieme, donne
forti e donne deboli, intraprendenti e apatiche, ironiche e tremendamente seriose,
nevrotiche e risolte, mitiche – quasi bibliche
– e comuni, nostalgiche e in carriera, pie e
agnostiche: insomma, un coacervo di immagini, di volti, di modi di raccontare, di
punti di vista, capaci di produrre una vivacissima accumulazione di intenti, visioni del
mondo e desideri. Ma, meditando su questa ridda di temi, al lettore non riuscirà difficile accorgersi della presenza di fili invisibili che legano le storie del passato a quelle
del presente, le dinamiche donne
postmoderne alle nonne appoggiate su
nugoli di ricordi, dolci e, nel contempo,
dolorosi. Sì, qua e là si annodano in maniera inestricabile dei motivi che uniscono fra
di loro le esistenze di persone apparentemente inconciliabili, esattamente come, in
ogni cultura e in ogni società, ciascun modo
di essere è legato ad un altro o ai precedenti in linea cronologica, in quanto frutto di
reazioni chimiche profondissime e inesplicabili. Proprio per questi motivi, vorrei
mettere l’accento su due racconti estremamente distanti tra loro, per dimostrare
quanto sia stata intelligente, da parte dei
curatori, la scelta di proporre una riflessione così satura di contrasti sulla donna israeliana contemporanea.
47
l’eco poetica della vita
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Nella prosa lirica della Semel, invece, la narrazione è affidata alla voce della stessa autrice adulta che rievoca un pomeriggio estivo passato al mare con sua nonna Rayziel,
la quale cerca di insegnare alla nipote a nuotare. A questa rievocazione si contrappuntano stralci di giovinezza della nonna, presentata come una donna forte, intraprendente e dolce insieme, fino ad assumere i caratteri mitici della narrazione biblica. Apprendere la difficile arte del nuoto è sicuramente
un’allegoria di un’iniziazione all’età adulta,
con le sue complessità e con le sue problematiche, mentre il nuoto in sé simboleggia
la ricerca di una libertà esistenziale incapace di scendere a compromessi e che coincide con il desiderio di contrapporre leggerezza e semplicità alle pesantezze che la vita
spesso propone. La profondità dell’acqua e
la zavorra degli abiti bagnati sono gli impedimenti che portano la Semel bambina a ritenere che sia impossibile poter vincere le
difficoltà e lasciarsi andare, ma la nonna,
amorevolmente insisterà che l’acqua «è stata la prima a cantare gloria al Creatore»,
quando venne separata dal cielo. Nuotare,
quindi, rappresenta per Rayziel un mettersi
in sintonia con il lamento delle onde, con la
poesia che il mare eleva per lodare il Signore, sottolineando implicitamente che anche
la più prosaica o la più drammatica delle esistenze nutre in sé un’eco poetica che occorre sempre ascoltare.
Questa poesia dell’esistente sembra coincidere, dunque, con il coraggio di non rifiutare la vita stessa e, insieme, con la determinazione di non accettare mai il mondo così
com’è, impegnandosi nel cercare di rovesciare le logiche superficiali della storia fino ad
acciuffarne il senso profondo e autentico (7).
Questo insegna la nonna alla nipote: la vita
è poesia, ma per potersi trasformare in poeti occorre non adeguarsi alle apparenze, alle
logiche dominanti, fidandosi di Dio. E la nipote, adulta, dimostra di aver compreso la
lezione che, attraverso il nuoto, la nonna ha
48
cercato di impartirle, proprio impastando il
racconto di quel pomeriggio con il controcanto delle peripezie occorse alla nonna da
giovane: la decisione di sposare lo spiantato
Zelig Chayim contro il parere della sua famiglia benestante, la decisione di lasciare il
villaggio nei Carpazi e di trasferirsi col marito in Palestina, a coltivare una terra promessa fatta di sabbia, contro il consiglio di
tutti i suoi compaesani convinti che la nuova terra promessa fosse l’America; la decisione di amare quella terra improduttiva solo
per il fatto che si affaccia sul mare. La Selim
adulta ha capito, dunque, che la nonna crede nella poesia della vita, ma senza derive
romantiche o superficiali, perché per Rayziel poesia significa soprattutto avere uno
scopo nella vita e lottare per realizzarlo, nonostante – o grazie a – tutto e tutti. E, senza
dichiararlo, la Semel rende omaggio al pensiero di Victor Frankl, padre della logoterapia (8), il quale sosteneva proprio che la realizzazione di sé è intrinsecamente legata all’individuazione di uno scopo per cui vivere,
uno scopo che ci aiuti ad uscire dal narcisismo dell’essere prigionieri di sé e a cogliere
il mistero dell’alterità. La Semel e l’Amir,
dunque, da vie differenti arrivano ad indicare la medesima soluzione per superare le
contraddizioni di un mondo che si contorce
negli ideali malati del consumismo e dell’autoreferenzialità: semplicemente vivere sfidando il consueto, alla ricerca di significati,
insieme, antichi e nuovi.
Marco Gallizioli
Note
1 Aa.Vv., Israeliane. L’universo femminile raccontato da 13 scrittrici contemporanee, con una prefazione di E. Loewenthal, Stampa alternativa,
Viterbo 2005.
2 Gafi Amir, nata in Israele nel 1966, è giornalista della carta stampata e televisiva, autrice di
programmi tv e di spettacoli teatrali.
3 Nava Semel, nata in Israele nel 1954, è critica
d’arte, giornalista, autrice di libri per l’infanzia,
spettacoli teatrali, raccolte poetiche e numerosi
romanzi, tra cui La Casa Usher, tradotto anche
in italiano per Mondadori.
4 G. Amir, Dio 90210, in Israeliane, cit., p. 11.
5 Ib., p. 12.
6 Ib., p. 18. In queste pagine, l’Amir sembra risolvere in chiave letteraria l’analisi sociologica
sulla «religione del consumo» proposta da: G.
Ritzer, La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell’iperconsumismo, Il Mulino, Bologna 1999.
7 N. Semel, Una piccola rosa nel Mediterraneo,
in Israeliane, cit., p. 265.
8 Cfr. V. Frankl, Alla ricerca di un significato nella vita, Mursia, Milano 1974.
CONTROCORRENTE
rinascita
Adriana
Zarri
a Pasqua è passata ma il tempo
pasquale dura ancora a lungo, precisamente fino al 25 giugno, quando il calendario liturgico segna il
ritorno al tempo ordinario. Quello
che stiamo vivendo è infatti un tempo straordinario. Due, com’è noto, sono i
tempi forti dell’anno: l’avvento e il ciclo
pasquale, che inizia con la quaresima e
culmina nella Pasqua per prolungarsi nel
tempo pasquale, fino alla domenica del
Corpus Domini e settimana seguente, per
terminare con la ripresa del tempo ordinario che, quest’anno, cade appunto il 25
giugno. Da allora in poi dovremo meditare sull’ordinarietà; ma non è ancora il
momento. Ora siamo in un tempo forte: il
più solenne dell’anno, ed è opportuno meditare e celebrare la resurrezione. Resurrezione che è quella di Cristo e, in lui, di
tutte le forme della vita. Per una felice coincidenza la Pasqua cade nella primavera che
segna la resurrezione della terra; dopo la
morte dell’inverno. Noi, giustamente, parliamo della Pasqua di resurrezione ma c’è
una dizione laica che recita «Pasqua d’uovo» perché l’uovo è la segreta gestazione
da cui nasce la vita; e le figurazioni laiche
della Pasqua sono costellate di pulcini,
come di rami in fiore: tutta vita nascente,
anzi rinascente perché il ramo fiorisce tutti
gli anni, sull’albero della scorsa primavera e il pulcino esce fuori dall’uovo: una
sorta di grembo materno che si rifà alla
vita della madre.
In questo tempo l’erba perfora la crosta
della terra, con un premere fragile e potente che vince la durezza del gelo, poi
spuntano le pratoline che, al caldo della
primavera, allargano le ciglia e aprono gli
occhi: anzi l’unico occhio che riposa, tra i
petali, come un piccolo sole. E poi, via via,
le primule, le viole; e tutti i prati son parati a festa.
Ma, come la nascita dell’uomo inizia nove
mesi prima della venuta al mondo del bam-
L
bino, così la primavera nasce prima della
primavera, nasce in autunno ed ha una
gestazione più breve ma altrettanto feconda e attiva. Nasce sui rami spogli, o in via
di spogliazione, che sotto alla foglia cadente mostrano già la gemma da cui nascerà
la foglia nuova.
E la vita terrena è tutta un simbolo e una
ripresa, in chiave agreste, del mistero cristiano della croce e resurrezione di Cristo.
Anche in lui la resurrezione comincia prima del glorioso risorgere; nel tragico morire; e il sepolcro è come l’uovo ancora
chiuso ma già pieno di vita: un uovo che
poi si schiuderà, nel mattino di Pasqua. E
il nato, da quell’uovo dischiuso, sarà così
trasfigurato che Maria non lo riconoscerà
e dovrà esser nominata da lui – nuovo
Adamo che, come il primo, dà il nome ad
ogni cosa – per riconoscerlo e riconoscer
se stessa. Ma questo uomo così trasfigurato è lo stesso tragicamente sfigurato durante il cammino doloroso: il ramo secco
che metterà foglie e fiori.
Molte figurazioni medievali rappresentano un Cristo in croce senza dolore: sereno, ieratico e solenne come un re assiso in
trono; ed il patibolo è il suo trono. Là appeso è già trasfigurato: risorto ancora prima di risorgere, in una passione che è già
preludio della resurrezione. E i tre giorni
passati nel sepolcro figurano i nove mesi
necessari per mettere al mondo un uomo
nuovo. E anche il Cristo risorto è nuovo:
tanto nuovo che, come già abbiamo visto,
non fu da Maria riconosciuto. Così come
non fu riconosciuto dai discepoli in cammino verso Emmaus; e occorse una parola o un segno per disvelarlo agli occhi ignari e legare il passato al presente: eguale
eppur diverso. Questa ci appare la resurrezione: una continuità discontinua,
un’eguaglianza diseguale, come eguale e
diversa sarà l’eternità rispetto al tempo e
la vita beata rispetto a questa valle di lacrime che pur la prefigura.
❑
49
ROCCA 1 MAGGIO 2006
CULTURE
E
RELIGIONI
RACCONTATE
ne di quel dio disperatamente cercato; o forse Sarah è ancora vittima di un inganno, di
un abbaglio, che la porta ad aggrapparsi disperatamente ad una illusione dal volto
umano. È, quindi, una donna contemporanea, con i suoi dubbi interiori, con la volontà di non rinunciare senza lottare ad un
mondo un poco più complesso e più profondo di quello che ci siamo costruiti intorno, ma anche con le fragilità di una persona
che non si stima e cerca in un dio troppo
umano delle risposte forti.
la fede di Gesù
e la nostra fede
in Gesù
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Carlo
Molari
iventano sempre più numerosi i
teologi e gli esegeti che si richiamano alla fede di Gesù, ne illustrano le espressioni nella sua esistenza terrena e le incidenze nella storia avviata dalla sua viva testimonianza.
Ho avuto occasione di ricordare altre volte che nelle scuole cattoliche di teologia si
è cominciato a parlare della fede di Gesù
solo verso la metà del secolo scorso. Prima si negava che si potesse parlare della
fede esercitata da Gesù perché, fin dal
momento della sua concezione, Gli si attribuivano particolari conoscenze infuse
per grazia e persino la visione di tutte le
cose in Dio, che rendevano impossibile
ogni atto di fede in Dio. S. Tommaso
d’Aquino (+ 1274) argomentava in modo
apodittico: «Oggetto della fede... è la realtà divina non vista. Ora l’abito della fede,
come ogni altro, riceve la sua specificazione dall’oggetto. Se dunque si toglie l’inevidenza dalla realtà divina, viene meno la
fede. Ma il Cristo nel primo istante del suo
concepimento ebbe piena visione dell’essenza di Dio... Dunque non ci può essere stata
fede in lui» (Somma di teologia 3a parte, q.
7, a. 3). Questa opinione era diventata dottrina comune anche nella catechesi e nel
magistero ordinario della chiesa, al punto
che il S. Uffizio intervenne all’inizio del
secolo scorso per riprovare la posizione di
alcuni modernisti che la mettevano in discussione (Decreto del S. Uffizio Lamentabili, 3 luglio 1907 n. 32 DHü 3432; n. 34
DHü 3434).
D
la terminologia paolina
Non intendo ora ripercorrere il cammino
compiuto dalla teologia nell’ultimo secolo a
50
a una ineguagliabile ‘perfezione’, si dovrà
giustamente pensare che a salvarci sia questa fede vittoriosa. Si scoprirà allora che
per la sua fede donata ‘al Cristo’ il fedele
ottiene il privilegio inaudito di poter vivere la sua povera fede in simbiosi con la fede
invincibile ‘del’ Figlio di Dio (Gal 2,20) in
senso proprio» (ib., p. 713).
crocifisso e presenza
Già H. Urs von Balthasar in un articolo che
avviò la riflessione tra i cattolici sulla fede
di Gesù (Fides Christi, in Sponsa Verbi,
Morcelliana, Brescia 1969, pp. 41-72) osservava che la fede è realmente cristiana,
non solo quando Cristo ne è l’oggetto, bensì
anche quando egli ne è il principio, il soggetto trascendente che con la sua grazia fa
partecipare l’uomo alla sua fede. «La cosa
più importante è il riconoscimento che la
fede cristiana non può intendersi che come
un inserimento nell’atteggiamento più intimo di Gesù» (Id., ib., p. 58). Gesù, infatti,
«rende possibile la nostra fede, la fede cioè,
che non deve abolire, ma perfezionare dal
di dentro tutto l’atteggiamento veterotestamentario di fronte a Dio (cfr. Mt 5,7). Il che
può avvenire soltanto se Gesù non solo provoca in qualità di causa questo perfezionamento, ma lo vive per il primo come prototipo, e quindi riceve da Dio il potere salvifico di esprimere e di imprimere in noi questa sua esemplarità vissuta» (Id., ib., p. 48).
È facile capire, osserva P. D. Dognin, come
non valorizzando la fede di Gesù vengono
trascurati due fatti fondamentali: l’unione
profonda del discepolo con il crocifisso e la
presenza in lui della vita di Cristo. Senza il
riferimento alla fede di Gesù sulla croce,
inoltre, la fede del discepolo verrebbe a poggiarsi esclusivamente sulla risurrezione di
Gesù e non sulla fede esercitata da Gesù
nella croce. La spiritualità cristiana acquista un carattere diverso. La fede che salva
sarebbe la nostra fede in Gesù risorto e non
la fede esercitata come abbandono fiducioso in Dio da Gesù sulla croce. Per cui di
fatto il credente è giustificato «dalla fede di
Gesù Cristo (che si espande) in tutti i credenti» (Rom 3,22). La fede che salva non è
la nostra fede in Cristo bensì la sua fede in
Dio che ha avuto nella croce la sua espressione suprema. È la fede di Gesù in Dio che
salva, quella fede che il discepolo di Gesù
esercita per la sua testimonianza, in virtù
del suo Spirito e quindi in comunione con
Lui. Il discepolo di Gesù vive la fede in Dio
in simbiosi con la Sua fede.
Anche Roberto Vignolo, in uno studio accurato – La fede portata da Cristo, in La fede
di Gesù (G. Canobbio cur.) Edb, Bologna
2000, pp. 43-67 – interpreta le otto formule citate di Paolo nel senso della sua fede
soggettiva. Egli la chiama fede di relazione
e la descrive con queste parole: «fede attuata, istituita da Cristo, meglio ancora
fede portata da Cristo; intendendo l’attuazione vuoi in riferimento a Cristo come
singolare soggetto di fede, vuoi a Cristo
come istituente una fede correlata a lui,
affidabilmente fondata su di lui» (ib., p.
67). Egli oltre agli 8 testi ricordati esamina anche Gal 3,26: «tutti infatti siete figli
di Dio per la fede di Cristo Gesù» secondo
la variante di un papiro autorevole.
P. D. Dognin osserva che nella prospettiva
della fede soggettiva di Gesù altre sette affermazioni dell’Apostolo Paolo considerate fino ad oggi oscure o di incerto significato diventano chiare. Non possiamo seguirlo nella sua dettagliata analisi. Cito
solo un esempio per mostrare come ammessa la fede in Gesù e considerata la croce come il momento supremo del suo esercizio dal parte di Gesù, effettivamente alcune espressioni paoline acquistano un
significato prima non percettibile.
Si veda ad es. l’affermazione di Paolo nella
lettera ai Romani: «Non mi vergogno del
Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima
e poi del Greco. È in esso che si rivela la
giustizia di Dio di fede in fede» (1,16-17).
La traduzione ecumenica francese (Tob, Ed
ital. Ldc) osserva che «la formula è oscura
... sono state proposte diverse interpretazioni». P. D. Dognin osserva: «Per chi ammette che l’uomo è giustificato ‘dalla fede
di Gesù Cristo’ (Rom 3,22), questa ‘rivelazione’ che va ‘dalla fede alla fede’ può essere intesa come procedente dalla fede di
Cristo (cioè dalla croce) alla fede del credente, quest’ultima intesa nel senso di una
fede rivolta a Cristo prima di diventare una
fede vissuta in Cristo». Paolo ripete la stessa cosa in maniera più esplicita in Rom 3,
21-22: ‘Ma ora la giustizia di Dio si è manifestata… giustizia di Dio per la fede di Gesù
Cristo (che si espande) verso tutti i credenti’ (a. c., p. 720). Dalla fede di Gesù sulla
croce, alla fede del discepolo in questo
modo l’azione giustificatrice di Dio attraverso la fede di Gesù attinge il discepolo
che vive la fede attraverso di Lui. «Lo sguardo del credente nei confronti di Gesù non
deve fermarsi alle sofferenze. Egli deve in
effetti sorpassarla... per cogliere il cuore
del ‘Figlio di Dio’ (Gal 2,20) che riporta
sulla Croce la vittoria della Fede» (p. 728).
ROCCA 1 MAGGIO 2006
TEOLOGIA
partire dagli anni ’950. Vorrei solo illustrare
la terminologia di S. Paolo, su cui è in corso
una ampia discussione fra gli esegeti.
S. Paolo utilizza tre formule quando parla
della fede in rapporto a Gesù: parla della
nostra fede in Cristo, della fede di Cristo
in Dio e della nostra fede in Dio vissuta in
Cristo. La seconda formula (in greco pistis
Xristou, fede di Cristo), riferita soprattutto
all’esperienza di Gesù in croce, è presente
8 volte nelle sue lettere: Fil. 3,9, Rom.
3,22,26; Gal 2,16 (2 volte); Gal 2,20; Gal
3,22; Ef 3,12. La prima formula (la fede in
Cristo) è più frequente e si riferisce alla
fede del discepolo in Gesù come Messia e
Signore (cfr. ad es. Gal 2,16; Rom 10,14;
Fil 1,29; Col 1,5). La terza formula (la fede
vissuta in Cristo) si riferisce alla fede in
Dio esercitata dal discepolo per la testimonianza di Gesù e in simbiosi con la sua fede
(es. Gal 2,19-20; 3,26).
La maggioranza però degli esegeti, anche
fra i più autorevoli, e quasi tutte le traduzioni (anche quella italiana della Cei), non
distingue le diverse formule e le interpreta
tutte nel senso della fede esercitata dal discepolo in Gesù come Messia e salvatore e
come «icona di Dio» (Col 1,15). Si pensa
quindi che le formule si riferiscano sempre e solo alla nostra fede in Gesù (chiamata fede oggettiva perché Cristo glorificato ne è l’oggetto) e mai alla sua fede in
Dio (fede soggettiva).
Paolo Domenico Dognin, un domenicano
del Convento di Lilla, in un recente studio
su «La fede di Gesù in S. Paolo», (Revue
des Sciences Phil. et Théol. n. 4/2005, pp.
713-728) ricordava che già dal 1891 uno
studio sulla lettera ai Romani di un esegeta tedesco (J. Haussleiter) sottolineava l’importanza della distinzione fatta da S. Paolo tra la fede di Gesù in Dio e la nostra fede
in Gesù. All’inizio del secolo scorso (1906)
un altro celebre esegeta tedesco, G. Kittel,
«deplorava il fatto che quell’articolo non
avesse avuto l’accoglienza che meritava».
Eppure, osserva Padre Dognin, si tratta di
una questione che ha notevole incidenza
nell’analisi del pensiero di Paolo e nella vita
del credente cristiano. Paolo infatti utilizza queste formule in rapporto al modo
come Gesù ha vissuto l’esperienza della
croce. La croce è la rivelazione della fede
del Figlio di Dio (Gal 3,23 e 2,20). Se l’essenziale dell’esperienza di Gesù sulla croce è la sofferenza sostenuta per amore, argomenta Dognin, «si penserà che sono
queste sofferenze a salvarci. Ma se questo
‘essenziale’ è una fede umana che sopporta vittoriosamente un parossismo di sofferenza tentatrice, pervenendo in tale modo
Carlo Molari
51
il re e il profeta
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Rosanna
Virgili
52
a figura del profeta assume un valore fondamentale al sorgere della
monarchia in Israele, non solo: sarà
il profeta stesso a dare al popolo un
re, e lo farà suo malgrado: «Quando Samuele fu vecchio, stabilì giudici di Israele i suoi figli (...). I figli di lui,
però, non camminavano sulle sue orme,
perché deviavano dietro il lucro, accettavano regali e sovvertivano il giudizio. Si
radunarono, allora, tutti gli anziani di Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli
dissero: Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli
non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci
per noi un re che ci governi, come avviene
per tutti i popoli» (1 Sam 8,1-5).
Come è evidente la decisione di stabilire un
nuovo tipo di governo deriva dalla corruzione di quelli che lo hanno preceduto ed è
la saggezza degli anziani a coglierne la necessità. Il senato, insomma, è il vero regista
della storia politica di Israele. Fatto sta che
Samuele non può svincolarsi dalla volontà
dei rappresentanti del popolo: «Agli occhi
di Samuele era cattiva la proposta perché
avevano detto: “Dacci un re che ci governi”.
Perciò Samuele pregò il Signore. Il Signore
rispose a Samuele: ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto (...). Ascolta pure la
loro richiesta, però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro»
(1 Sam 8,6-7.9).
È chiaro che il governo dei re non viene imposto dall’alto, ma è una scelta del popolo,
quanto basta a dimostrare la natura essenzialmente democratica della gestione del
potere in Israele, sin dai tempi più remoti.
Sia il profeta, infatti, sia il Signore, non possono nulla dinanzi al volere del popolo. A
Samuele, infatti, pareva cosa cattiva la monarchia e Dio parla a lungo con il suo profeta considerando gli enormi rischi cui Israele
si espone con questa decisione: «Samuele
riferì tutte le parole del Signore al popolo
che gli aveva chiesto un re. Disse loro:
“Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per
destinarli ai suoi carri (...). Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi divente-
L
rete suoi schiavi. Allora griderete a causa
del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà”. Il popolo non diede retta a Samuele e rifiutò di ascoltare la
sua voce, ma gridò: “No, ci sia un re su di
noi”» (1Sam 8,10-11.17-19).
La monarchia è pretesa dal popolo ed il re
viene da esso eletto: questo è il fondamento della regalità in Israele. Tale suprema
volontà non esclude, tuttavia, l’intervento
dell’autorità profetica e, attraverso la stessa, di quella divina: «C’era un uomo di
Beniamino, chiamato Kis (...). Costui aveva un figlio chiamato Saul, alto e bello: non
c’era nessuno più bello di lui tra gli israeliti (...). Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò
dicendo: “Ecco il Signore ti ha unto capo
sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere
sul popolo del Signore”» (1Sam 9,1-2.10,1).
Il Signore rimane sempre vigile sul destino
del suo popolo; attraverso l’occhio del suo
profeta lo custodisce con amore ed estrema
attenzione, senza mai tuttavia, sostituirsi ad
esso, senza mai forzarne le scelte.
una demo-teocrazia dell’alternanza
La fortuna del primo re di Israele non sarà,
purtroppo, molto lunga. Presto Dio sceglierà un altro re al posto di Saul! Il Signore si
mostra libero di cambiare la persona del re,
come si mostra libero di cambiare, se necessario, anche il tipo di governo: se con la discendenza di Eli il potere era, infatti, dei sacerdoti (cf. 1 Sam 2,27 ss.), con Samuele e i
suoi figli, esso era passato ai giudici (cf. 1
Sam 2,7.15) e, dopo di loro, ai re. Ma neppure i re sono definitivi.
Ciò che importa a Dio è che il popolo trovi
la pace e il futuro, attraverso l’opera dei
suoi preposti. Soltanto la fedeltà alla giustizia, la promozione della vita di tutto il
popolo, l’ubbidienza alla parola del Signore, può garantire la permanenza al potere
di un uomo o dei suoi discendenti. Non ci
sono diritti di ereditarietà. Anzi sembra
vigere una vera e propria demo-teocrazia
dell’alternanza. Chi ha un ruolo determinan-
te, ancora una volta, è il popolo di Israele,
che, dopo aver eletto i suoi governanti, controlla da vicino, rigorosamente, il loro operato e pretende che essi vengano sostituiti
da altri, quando non agiscono per il suo
bene. Chi difende il popolo dai nemici, permettendogli di vivere in pace, questi sarà
degno di continuare a governare.
il peccato originale del re
Seguendo il filo della narrazione dei capitoli 13-15 del primo libro di Samuele, veniamo a conoscenza dei motivi per cui Saul
perderà la sua regalità. L’origine del suo «peccato» viene indicata in un errore di prospettiva del re, che porta, inesorabilmente, alla
corruzione di tutte le sue relazioni.
L’orizzonte è quello di un io onnipotente ed
impotente, allo stesso tempo, ed ancora,
solo e contro tutti. Saul ci appare come una
figura tragica, uno di quegli uomini politici che il talento conduce facilmente nelle
stanze del Palazzo, ma che pian piano, quasi
senza rendersene conto, si trasformano in
ingenui e crudeli tiranni. La sua figura di
leader è quella di un uomo poco ponderato, che agisce spesso empiricamente, spinto dalla paura, dalla fretta, dall’orgoglio, dal
voler tenere tutto sotto controllo, dall’ambizione, dalla fame di affermare il suo potere. Ma il suo peccato originale sta nella
suo assoluto isolamento. Saul agisce sempre da solo, il suo cuore non si fida di nessuno, non ha autentici collaboratori, sospetta di tutti, finanche di suo figlio Gionata. E
pensare che egli aveva tutti dalla sua parte:
Dio, il profeta, il popolo e Gionata!
la potenza del miele
Dopo aver combattuto con successo contro
i nemici Filistei, gli Israeliti: «erano sfiniti in
quel giorno» (1 Sam 14,24).
Ma Saul interviene per chiedere loro un supplemento di fatica, suggellato da un giuramento: digiunare fino a sera. Il popolo ubbidisce; pur se: «passò per la selva ed ecco si
vedeva colare il miele, nessuno stese la mano
e la portò alla bocca, perché il popolo temeva il giuramento» (1 Sam 14,29).
Gionata, invece, ignaro del giuramento, approfitta del miele con piacere: «Allungò la
punta del bastone che teneva in mano e la
intinse nel favo di miele, poi riportò la mano
alla bocca e i suoi occhi si rischiararono»
(14,27); rendendosi colpevole, così, di un
peccato che gli faceva meritare la morte.
Quando Gionata confesserà la sua trasgres-
sione, il re Saul decreterà, infatti, sul figlio
Gionata: «Faccia Dio a me questo e anche di
peggio, se non andrai a morte Gionata!»
(14,44), trasformando il giorno della vittoria
nel giorno dell’angoscia e della morte e impedendo al popolo di far festa, quel giorno.
Ma il popolo si riscatterà dalla paura di Saul
e si farà giudice tra il re e Gionata, rivelando
una saggezza più grande di quella del re:
«Dovrà forse morire Gionata che ha ottenuto questa grande vittoria in Israele? Non sia
mai! (...) Così il popolo salvò Gionata che
non fu messo a morte» (14,45).
In realtà il decreto del popolo stabilisce il
criterio di comunicazione autentica che un
monarca deve avere con il Signore: quella
che passa nella verifica concreta della storia del popolo, riconoscendovi i segni obiettivi della Sua presenza. La voce del popolo
è autenticamente profetica e pronuncia la
giusta sentenza: «Per la vita del Signore,
non cadrà a terra un capello della sua testa, perché in questo giorno egli ha agito
con Dio» (14,45).
Essa è sapiente, innanzitutto perché non decreta la morte, ma la salvezza, la vita e la
gioia (cf. il re Salomone in 1 Re 3,16-28).
la sapienza del re come frutto dell’ascolto
Il monarca biblico deve coltivare la saggezza (cf. 1Re 3,9), deve sapere, cioè, che il suo
potere è limitato e che è inserito in una rete
di rapporti in cui a lui spetta di attendere
soltanto ad una specifica funzione, mentre
ulteriori ruoli sono riservati ad altri. La sua
non è una monarchia assoluta, che può disporre di ogni arbitrio e sfuggire ad ogni
controllo!
Ciò che distingue un monarca «come tutti
gli altri», dal monarca di Israele sta nel fatto che quest’ultimo rappresenta il Signore
in mezzo al popolo e non viene da se stesso. I testi ci dicono che l’etica del potere non
può essere autonoma, se vuole essere autentica. Essa deve rispondere di legami,
deve rendere ragione all’ansia di vita di un
popolo ed alla presenza viva di un Dio che
lo ama. Deve cogliere e collaborare alla felicità dell’uno e dell’altro. La voce dei profeti è scomoda e ingrata perché ricorda e
pretende questo.
La bellezza triste e muta di Saul non giovò
alla salvezza di Israele, e la sua storia finì
tragicamente, poiché: «Saul dunque interrogò Dio (....), ma quel giorno non gli rispose»
(1Sam 14,37).
ROCCA 1 MAGGIO 2006
LA VOCE DEL DISSENSO
Rosanna Virgili
53
tempo di Pasqua
Lilia
Sebastiani
a Pasqua, in senso stretto, è ‘un’ giorno; e si rischia di non sentirlo neppure molto, questo giorno, anche se
siamo credenti e praticanti. Dopo
l’intensità del Triduo Sacro, dopo la
grande veglia notturna, il giorno di
Pasqua può trascinarsi a volte nella letizia
un po’ convenzionale e sfuggente dei giorni
festivi, senza un elemento forte che faccia
presa sulle emozioni e sulla riflessione.
Nella tradizione cristiana, la preparazione
– la Quaresima – ha sempre avuto un peso
maggiore della Pasqua stessa. Tanto che
qualcuno è giunto ad affermare che la Quaresima esprime il tutto dell’esistenza cristiana, la sua condizione abituale e normativa.
L
Pasqua come tempo rinnovato
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Vi entrano forse le compiacenze penitenziali e l’ascesi del sospetto che hanno caratterizzato la storia del cristianesimo vissuto, il fatto insomma che l’essere contenti,
lo ‘star bene’ anche giusto e illuminato, la
gioia…, sono immediatamente avvolti da
un’aura di sospetto: sospetto di leggerezza,
di incoscienza, di almeno potenziale egoismo – e questo è l’aspetto debole della tradizione che abbiamo tutti in qualche modo
interiorizzato. Vi è però anche un altro
aspetto che ha una sua validità. La Quaresima, se vissuta in modo consapevole e autentico, è un periodo, un cammino…, un
Esodo; la Pasqua invece può sembrare un
‘punto’, un giorno e basta, anche se è la meta
a cui si tende. E si sa che un giorno di festa
può scorrere in fretta e lasciare anche un
certo senso di vuoto, tanto più se è un giorno a cui si annette, per qualsiasi ragione,
un’importanza speciale.
Per questo è importante ricordare, e soprattutto avvalorare nel vissuto, il fatto che la
Pasqua non è tanto un giorno quanto un
periodo, un tempo. In prospettiva spirituale
poi coincide – la Pasqua, non la quaresima!
– con la stessa vita cristiana, che è vita ‘nuova in Cristo’, germogliata dalla sua morte e
dalla sua vittoria sulla morte; non quindi
semplicemente vita ripulita e aggiustata.
Sette settimane, con tutto ciò che questo
54
implica in senso simbolico: il sette nella tradizione biblica è il numero della totalità.
«Sette settimane di anni», cinquant’anni
cioè, nel Primo Testamento sono il periodo
che va da un Giubileo all’altro.
Un tempo che scorre e che si ripropone ogni
anno, ma non come un tornare al punto di
partenza, bensì come un procedere a spirale. Un tempo umano e misurabile (insomma krònos), ma chiamato a farsi trasparente e intenso fino a rendere sperimentabile
in termini umani il kairòs, il tempo della
salvezza.
Nello spirito della Pasqua storia ed eternità
si toccano: la nostra vicenda personale si
arricchisce di profondità nuove, di misteriose risonanze, e con un’inedita concretezza. La Pasqua vissuta come un cammino
allude alla nostra vita come cammino, che
si estende senza fine e si approfondisce ciclicamente tra resurrezione e dono dello
Spirito. Il tempo umano si apre al tempo
eterno: cioè superiore ai ritmi e ai condizionamenti che conosciamo, ma non immobile, non pietrificato in un’astratta sublimità, non svuotato del divenire e della
scoperta.
tempo di grazia e di gloria
La condizione normale dei cristiani sarebbe la gioia, se la vita fosse quale deve essere: gioia e festa e la fraternità che scaturisce dalla vita nuova e la manifesta, il rendimento di grazie non formale né rituale, ma
vitale e spontaneo.
La gioia e la festa hanno un valore di conversione permanente: non solo la quaresima con i suoi ovvi (e non trascurabili) richiami all’ascesi, che dopotutto potrebbe e
dovrebbe essere intesa anche come richiamo a una maggiore umanità, autenticità e
consapevolezza. Sappiamo che sfocia nell’appello alla conversione anche l’annuncio
della Resurrezione, il discorso di Pietro a
Pentecoste (At 3,19, I lettura della terza
domenica di Pasqua). E questo può giustificare la tradizionale connessione tra esistenza cristiana in statu viatoris e tempo di
Quaresima, quindi tra Quaresima e Pasqua:
tempo della chiesa
L’annuncio della Pasqua – «È risorto, non è
qui – deve risuonare come una memoria
impegnativa anche nel vissuto ecclesiale.
«Non è qui», il Vivente non può stare con i
morti, l’ultima parola non può essere quella del potere e della violenza: e sappiamo
che, al di là di quella esplicita, ufficiale, riconoscibile, la violenza ha tante forme anche insospettabili e può annidarsi anche nel
nostro cuore – magari decorosamente travestita, certo – e richiede attenzione e discernimento.
Liturgicamente parlando, il tempo di Pasqua costituisce un’esposizione simbolica,
narrativa e contemplativa, di ciò che la vita
cristiana è chiamata a essere, dalle sue origini nella storia di Gesù e della prima comunità fino al suo approdo nel tempo eterno di Dio.
Una storia vera, non iperuranica, è quella che
ha il suo senso e il suo approdo in Dio e che
viene abbozzata nel tempo pasquale; una storia ‘storica’, che tuttavia sembra procedere in
senso contrario alla storia umana sperimentabile nel quotidiano, che troppo spesso appare come una storia di conflitti e concupiscenze, come un bisogno confuso di semprepiù-vita che non sa guardarsi nel profondo e
finisce col rovesciarsi nella morte.
No, la storia della chiesa che il libro degli
Atti pone sotto i nostri occhi come impulso
al discernimento permanente è una storia
vissuta nello Spirito e nella logica pasquale, all’insegna dell’amore fraterno. È una
memoria da attualizzare, un termine di confronto, un’utopia. Sì, dichiaratamente
un’utopia, non solo rispetto ad ora ma, per
molti aspetti, già anche rispetto ad allora,
nel senso che già allora il vissuto comunitario presentava molti aspetti incompiuti e
approssimativi: ma il suo carattere utopico
ha una natura e una vocazione profondamente progettuale, e proprio questo suo
carattere costituisce il fondamento della
Chiesa.
Negli Atti oltre che una storia liberamente
selezionata si trova un sogno di Chiesa, forse; ma sappiamo quanto è importante nella Scrittura il sogno, non sempre distinto
dalla profezia!
Siamo abituati a leggere gli Atti filtrandoli
attraverso una nostalgica luce ideale, tanto
il quadro della chiesa degli inizi è diverso
da quello offerto dalla chiesa, dalle chiese
di oggi. Anche per ovvie ragioni storiche che
non vanno deplorate, ma solo conosciute e
sempre meglio comprese.
Tendiamo a idealizzare tutte le fasi ‘aurorali’, ma si sa che nemmeno quella situazione, quella prima chiesa per noi carissima e fondamentale, erano realtà idilliache
e senza ombre. Anzi, se quella situazione è
per noi carissima e fondamentale, lo è proprio per quanto riguarda il modo di vivere
alla presenza del Signore e in spirito di vera
fraternità anche le sue ombre.
I credenti, dice Luca, erano un cuore solo e
un’anima sola. Affermazione che esalta e
intenerisce e tuttavia subito allerta dentro
di noi le antenne del sospetto, ed è giusto.
Perché ormai sappiamo che si può essere
«un cuore solo e un’anima sola» (di chi?)
solo quando gli altri cuori e le altre anime
sono azzerati o ridotti al silenzio, e il nostro pensiero va a certa grigia uniformità
disciplinare, a certa concordia apparente o
imposta spacciata per unità o per comunione. Leggendo con attenzione gli Atti si trovano difficoltà e resistenze, incomprensioni e conflitti, non solo da parte degli oppositori, ma anche da parte dei fratelli di fede;
ma le oscurità, così come i successi, vengono assunti e letti nell’orizzonte dello Spirito, si fanno eventi di una storia diversa, che
interpella e stimola a una lettura più profonda.
tempo dello Spirito
Chi è il protagonista degli Atti degli Apostoli? Non Pietro, anche se se ne parla molto nella prima parte; non Paolo, anche se la
seconda parte degli Atti appunta l’attenzione sulle sue vicende; non la comunità cristiana, che appare in primo piano in certi
momenti ma in altri no. Il vero protagonista degli Atti è lo Spirito santo. O la Parola
di Dio, secondo un’altra validissima interpretazione: ma è lo Spirito a far diffondere
quella Parola, oppure, secondo il punto di
vista, quella Parola è promessa e primizia
dello Spirito; perciò non vi è differenza.
Protagonista vero è lo Spirito, animatore
dell’esistenza del singolo credente, guida e
riferimento supremo della Chiesa come comunione dei credenti e mistero di salvezza;
lo Spirito sorgente e nutrimento di un amore più grande, lucido e profetico, capace di
ROCCA 1 MAGGIO 2006
IL CONCRETO DELLO SPIRITO
non nella chiave negativa/contrita che sembra inevitabile associare al termine e al concetto di penitenza, ma come un progredire
nella luce.
Avanzando nella luce, avviene che certe
ombre nostre e altrui si vedano meglio, ma
non è un sentire fallimentare: piuttosto un
fatto di grazia e di gloria.
Tempo di Pasqua, tempo di gioia, che non
vuol dire di allegrezza olimpica né di similmistica atarassia tagliata fuori dai conflitti
della storia, dal dolore del mondo, dal senso del limite…
55
tempo di vita intensificata
ROCCA 1 MAGGIO 2006
L’evento pasquale integra dimensioni che
sembravano inconciliabili: storia e mistero,
terra e cielo, carne e parola. Siamo chiamati
a realizzare anche nel nostro intimo una
nuova integrazione. La stessa unità di spirito e corpo nell’essere umano è in nuce una
promessa adempiuta e nello stesso tempo la
promessa di qualcosa di ancor più grande
che deve venire: il corpo, come organismo
vivente e come sacramento dello spirito, comincia ad adempiere già qui e ora una promessa fatta all’intera evoluzione del cosmo
e del genere umano. Il corpo del primo essere umano animato dal soffio divino è prefigurazione, il corpo risorto di Gesù è il compimento della promessa di Dio.
Nello spirito della Pasqua siamo chiamati a
riconciliarci con la morte, anzi con la mortalità: con la nostra e con quella degli altri.
Siamo chiamati a riconciliarci con il limite,
riconciliazione che è premessa indispensabile a ogni superamento.
Potrebbe assumere una singolare profondità in questo senso la II domenica di Pasqua
(meglio ‘di Pasqua’ che ‘dopo Pasqua’, ciò che
potrebbe dar l’idea di qualcosa di passato,
di trascorso). Si sa che per consuetudine liturgica veniva chiamata la domenica in al56
bis: il termine intero sarebbe in albis depositis (o deponendis).
Nell’ottavo giorno dalla Pasqua i neofiti, che
avevano ricevuto il battesimo nella veglia
pasquale – si parla ovviamente di adulti – si
toglievano la veste bianca segno del loro
nuovo status di cristiani, che avevano portato durante tutta la settimana in cui aveva
luogo la loro iniziazione al mistero che avevano vissuto – la mistagogia – e cominciava
la vita solita, per così dire: comune, ‘feriale’,
ma nuova e assolutamente diversa da prima, perché era la vita di coloro che erano
divenuti cristiani ed erano partecipi del mistero della resurrezione di Cristo. Questo ha
un valore di segno e di memoria anche per
noi che, di solito, non possiamo avere il ricordo vissuto del nostro battesimo e ci siamo abituati ad esso, fino al punto di non
saperne più avvertire la carica di novità.
Il Tempo di Pasqua sembra diventare più
trasparente e leggibile verso la fine: con la
settima domenica in cui celebriamo l’Ascensione. Una festa infinitamente suggestiva e
vera, se si riesce a purificarla dai residui
‘ascensionistici’ dell’infanzia e del catechismo; si sa che non è tanto facile liberarci dai
riflessi infantili, nonostante tutta la cultura
e la riflessione che possiamo avervi messo
sopra in seguito.
Una festa in cui ricordiamo il passaggio di
Gesù dalla terra, che esprime condizione
umana, al cielo, che esprime condizione divina, «alla destra di Dio». Un passaggio che
certo non è da collocare in un momento preciso, riconoscibile (la tradizione sinottica lo
differenzia dalla Resurrezione, il quarto
evangelista no) e che soprattutto non riguarda Gesù solo, anche se Gesù ci apre la strada: l’Ascensione è memoria del fatto che anche noi siamo protesi fra terra e cielo e anche noi un giorno, come dice il Salmo responsoriale, gusteremo dolcezze senza fine
alla destra di Dio.
Questo tempo ci ricorda la nostra impegnativa libertà.
Ogni giorno siamo chiamati a un ri-orientamento nello Spirito, a rinnovare la nostra
adesione – e ciò non significa ripetere, significa immergersi nel flusso del piano di Dio e
imparare a leggere la storia con altri occhi.
Il tempo di Pasqua è tempo della fede per
eccellenza. Dunque anche tempo della speranza, che è la fede stessa nel suo risvolto
dinamico; e tempo della carità, perché l’amore fraterno, esteso fino a ‘fraternizzare’ tutta
la comunità umana e il cosmo, manifesta e
rende sperimentabile, comunicativa la salvezza in cui abbiamo creduto, e diventa strumento dello Spirito per la trasformazione del
mondo.
Lilia Sebastiani
CINEMA
Giacomo Gambetti
I
l regista Nanni Moretti, specialmente negli
ultimi tempi, ha sempre organizzato, attorno ai
propri film, una abile campagna pubblicitaria. La
qual cosa è assolutamente
legittima. Da tempo si parlava di questo Il Caimano,
in una atmosfera di mistero e insieme di allusioni.
Sono trapelate indiscrezioni, abbastanza consistenti,
sui riferimenti politici della trama. Addirittura sui riferimenti biografici: si era
infatti detto che si trattava
addirittura di un film sul
Presidente del Consiglio
dei Ministri, Silvio Berlusconi. Con questa pseudoinformazione – in realtà
mai ufficialmente avvalorata da nessuno – si è andati avanti fino all’uscita
del film sugli schermi, una
decina di giorni prima delle elezioni politiche del 9/
10 aprile.
Precisando, a puro titolo di
cronaca, che il sottoscritto scrive queste note prima
dell’esito delle elezioni
suddette (intendendo comunque parlare di cinema,
non di politica), occorre
dire che si tratta innanzitutto di un film moralistico e sentimentale su problemi di famiglia e di solitudine. Del resto, molti
film di Moretti hanno comunque uno sfondo narrativo di carattere più o
meno politico, anche se
l’origine politica di oggi è
assai concreta. Ma è davvero così?
Il personaggio-Berlusconi,
in realtà, è un protagonista soltanto casuale, ma
qui occorre forse riflettere
su quel che il film non è.
Non è, infatti, un film biografico, e non è neppure
un film particolarmente
polemico, considerando
che gli aspetti polemici attorno al personaggio sono
da tempo molto noti – esistono molti libri al riguardo –, e non hanno per varie ragioni chiuso la que-
Volere è potere
Il caimano
stione né sul piano morale
né sul piano politico. Per
dirla chiara si può ipotizzare che Moretti – che, oltre che regista, è il principale autore della sceneggiatura – avesse forse intenzione di realizzare un film tutto attorno al complesso
personaggio del Presidente del Consiglio, ma che
strada facendo non abbia
avuto la volontà di portare
fino in fondo il suo progetto. In tal modo il progetto
è rimasto uno spunto annacquato in una storia in
parte malamente desunta
dall’8½ di Fellini, in parte
modernizzata col porre
l’accento su una crisi coniugale. A questo punto le
tre – chiamiamole – storie
si intrecciano abbastanza
casualmente, e il regista
Moretti (sullo schermo l’attore Silvio Orlando) non
riesce a portare avanti il
primo progetto. L’attore
che doveva interpretare
Berlusconi – cioè Michele
Placido – si ritira perché ha
paura del suo stesso personaggio, e a chi qui scrive
pare che lo stesso timore di
affrontare fino in fondo il
Personaggio sia del regista
Moretti, intendiamo il regista del film Il Caimano.
Rimangono così incompiute sia la storia della crisi coniugale sia quella della crisi professionale, mentre nel finale del film rispunta, con una concione
che sa molto di appiccicaticcio, il personaggio Moretti-Berlusconi.
Se è così, se la nostra interpretazione si avvicina
alla verosimiglianza, occorre dire che è spiacevole
che il primissimo progetto
del film non sia andato
avanti completamente.
Forse Moretti non ha né le
corde spettacolari di un
solido film americano (ad
esempio Tutti gli uomini del
Presidente) né quelle comico-drammatiche
del
Chaplin de Il grande dittatore. Il suo film migliore è
e rimane La Messa è finita,
in cui con semplicità e
chiarezza pone in evidenza alcuni elementi politicomorali della vita di oggi. Il
Caimano è di certo industrialmente più ricco dei
film precedenti, rispetto al
regista Moretti (complessità intellettuale, ricerche
psicologiche a volte un po’
forzate), ma la sua ambizione di offrire il quadro
degli anni Duemila rimane
frustrata da una mancanza
di coordinamento prima di
tutto nella sceneggiatura e
poi da una stringatezza registica imprecisa e incompiuta.
In parte la sorte de Il Caimano è simile a quella de
La tigre e la neve. Infatti i
due temi forti, rispettivamente nel film di Benigni
la guerra in Iraq, in quello
di Moretti il personaggio e
le vicende-Berlusconi risultano appena sfiorati. Sembravano voler essere al centro di tutto, ma poi vengono lasciati in disparte, quasi che non si abbia la forza
di portarli fino in fondo. Il
risultato è di una sostanziale evasione, di una evanescenza nel complesso alquanto deludente.
Ci rendiamo conto che
l’analisi del film può anche
essere, in qualche modo,
rovesciata fino a rivalutare
una apparente ricchezza
narrativa: ma il sostanziale disordine strutturale in
cui Il Caimano troppo spesso naviga ci fa propendere,
non senza dispiacere, per
l’ipotesi meno nobile.
Azzardiamo una previsione? Se la candidatura di
partecipazione del film al
festival di Cannes – che è
una eventualità al momento in cui scriviamo – andrà
in porto, quasi quasi scommettiamo su un forte apprezzamento de Il caimano
da parte dei «cugini» francesi: il film ha molti caratteri vicini a una certa «intellettualità» a loro cara.
Una osservazione non solo
di pura curiosità: è bravissimo, in un ruolo d’attore non
tanto di fianco, un grande
regista, il caro amico Giuliano Montaldo.
❑
57
ROCCA 1 MAGGIO 2006
IL
CONCRETO
DELLO
SPIRITO
guardare oltre le apparenze, di illuminare,
di rinnovare e di risanare. Questo protagonismo dello Spirito deve diventare una realtà sperimentabile. Troppo spesso, lo Spirito
sembra latitante nella Chiesa istituzione,
troppo spesso viene dimenticato di fatto;
anche se debitamente rispettato a parole, e
anche se (o proprio perché) troppo spesso
chiamato in questione per giustificare scelte e decisioni e rifiuti un po’ troppo umani.
Nella celebrazione del Venerdì Santo si legge la passione secondo Giovanni: piuttosto
diversa da quella raccontata dagli altri evangelisti, regale e austera, senza agonia nel
Getsemani, senza aspetti di sconfitta umana, drammatica ma già trionfale, culmina
nel momento della morte di Gesù in croce
con la misteriosa annotazione: parèdoke to
pnèuma (‘diede’, ‘consegnò’ lo Spirito; anche
se di solito viene tradotto con ‘spirò’, assolutamente insufficiente). Quello pnèuma è il
suo respiro supremo di uomo soggetto alla
morte, ma è anche lo Spirito. Non è necessario operare una scelta fra le due letture:
spiritualmente è molto più ricco tenerle insieme.
Da questa prima effusione dello Spirito, cosmica e tuttavia implicita, sembra snodarsi
il cammino della primissima comunità, ma
anche in germe il cammino nostro, verso l’approdo universale del dono visibile dello Spirito.
RF&TV
ARTE
Roberto Carusi
Renzo Salvi
Mariano Apa
Grottesca tragedia
ROCCA 1 MAGGIO 2006
L
’incipit dello spettacolo Lasciami andare madre è un incubo
– che dal sonno prosegue
nella veglia – per la protagonista. Intorno a lei una
«selva oscura» che, a seconda della illuminazione,
rivela sotto tronchi e radici apparenti la realtà di
inerti corpi umani. È un
bell’impianto scenico ideato da Enrico Job. Questo
insolito libro musikdrama
di Lina Wertmüller e Helga Schneider (autrice dell’omonimo libro da cui è
tratta la pièce) prende
spunto dalla vicenda autobiografica della scrittrice. La madre l’abbandonò
quand’era ancor bambina
per seguire la follia hitleriana e mettersi al servizio
del regime nazista. Andò
infatti a svolgere con totale dedizione il ruolo di
guardia cinica e spietata
delle SS. È la donna stessa – ormai novantenne – a
rivelarlo nell’incontro con
la figlia ritrovata, della
quale tuttavia l’anziana signora continua, lucida o
vaneggiante che sia, a volere negare l’esistenza in
vita.
La figlia, da parte sua, si
dibatte con disperazione
tra il ricordo – che cerca
di fare riaffiorare nella
madre – dei tempi andati
e la insopprimibile esigenza di liberarsene lei stessa. Una azione che non è
azione, se non quella di
rivivere interiormente –
ciascuna a suo modo –
l’angosciosa vicenda. Un
preciso riferimento storico: il nazismo, che si fa
emblema tuttavia di una
più complessa disumanità nella negazione della realtà. Oggetto o simbolo di
questo tempo senza tem58
po è una grande pendola
che Job ha posto al centro
della sua scenografia ed è
un orologio senza lancette.
Milena Vukotic è lucida e
struggente nei panni della figlia, combattuta tra il
rimpianto e il rifiuto di
una madre siffatta. A dare
gesto e voce alla vecchia
terribile sua genitrice è invece nientemeno che il
bravo Roberto Herlitzka,
che riesce a dare credibilità all’incredibile personaggio.
Alla Wertmüller autrice e
regista va il merito di avere accentuato con rigore
il versante grottesco del
diagolo tra le due donne.
E lo fa incorniciandone
talora le battute con un
coinvolgente sottofondo
musicale – dovuto a Italo
Greco e Lucio Gregoretti
– che evoca l’atmosfera di
certe ballate di Bertolt
Brecht e Kurt Weill. Il che
aiuta anche lo spettatore
a prendere – per così dire
– le distanze dall’angosciosa atmosfera. Sicché
il distacco finale tra le
due donne (ennesimo assopimento o commiato,
forse definitivo, della madre o – più probabilmente – la scelta della figlia di
liberarsi finalmente da
quel luttuoso capestro
ombelicale) fa tirare un
sospiro di sollievo anche
a chi vi assiste.
Con la valida coerenza stilistica della messinscena,
lo spettacolo – pur appartenendo al cosiddetto teatro di narrazione – ne evita scogli e secche per la forza con cui i due eccellenti
interpreti riescono a evidenziarne le due figure da
loro impersonate.
❑
Mostri: nel frastuono dei media
C
onvenzionalmente
si definisce «withe
noise», rumore bianco: è il sussurro diffuso, il
mormorio di fondo, la base,
sonora e non solo, di cui è
sparsa la vita quotidiana per
il fluire, il sommarsi ed il
frangersi dei mezzi di comunicazione soprattutto audio/
e/visivi. È entrato – questo
rumore – nella nostra abitudine percettiva: non lo cogliamo più anche se fa da paesaggio sonoro sottotraccia
delle nostre vite: musiche,
notizie, informazioni, immagini, commenti, opinioni,
vaneggiamenti, chiacchiera,
jingle, spot…
Ma talora dirompe: sale nei
toni, muta di livello comunicativo, assorda. Accade
nella prossimità di eventi di
alta intensità emotiva: è accaduto nel caso, drammatico sin oltre la tragedia della
morte, del rapimento e dell’uccisione di un bimbo dai
riccioli biondi e dai grandi
occhi chiari, di nome Tommaso. Lo scatenamento è
stato immediato e senza regole: dalla cronaca è passato a precipizio agli approfondimenti giornalistici (radio e televisivi) e da questi
ai contenitori di banalità
chiacchierata dei pomeriggi
tv ed ai programmi/rissa
notturni delle emittenti televisive locali. Ciascun ambito è riuscito – accade in questi casi – a dare il peggio di
sé: sino alla scoperta con telecamera del Tg1 al seguito,
da parte delle forze di polizia, di una (ad oggi almeno
incerta) prigione preparata
per il piccino rapito; sino all’aggrovigliarsi del comunicare, per interviste, battute
ed allusioni, nei meandri
meno chiari scoperti a margine della tragedia in corso;
sino a protagonismi del tutto inattesi persino per il frastornante e frastornato
mondo dei media.
Nel tormentone mediatico
in cui compariva un padre
stremato ma perennemente
in video forse persino per un
(quanto ben inteso?) senso
del dovere, e in cui si intrecciavano i confronti e le mille parodie del confronto tra
esperti ed «opinionisti»,
dentro il susseguirsi di dirette tv in postazione esterna
per dire che non c’era nulla
da dire, è così accaduto di
vedere la recita di uno, almeno, dei sequestratori/assassini nel ruolo di chi si
appella alla dignità, all’umanità e alla giustizia.
Il mostro s’è nascosto nel
frastuono, perché il frastuono consente ai mostri di
mimetizzarsi. Esponendosi.
Perché il frastuono propone
mostri: mascherandoli.
E questo è possibile perché
non è la realtà quella che va
in pagina e va in onda, in
questi casi, ma una sorta di
reality che nella realtà ha soltanto tragiche radici. Poi tutto diviene costruzione del verosimile e dell’inverosimile
narrati come realtà. Per giorni il bimbo Tommaso sembrava essere scomparso da
un’informazione tutta volta
a fatti laterali morbosi, ad
una scatola con molto denaro, ad improbabili rincorse
di un povero cagnetto.
La magistratura, il suo onesto silenzio e la sua dolorosa autocritica per non aver
potuto salvare il piccolo pur
avendo raggiunto i colpevoli, in conferenza/stampa è
stata svillaneggiata da qualcuno che aveva partecipato
alla costruzione del frastuono confuso. È parsa una
vendetta ed una chiamata a
render conto di un mancato allineamento alla scombinata farsa della cattiva comunicazione. Quei magistrati sono invece da ringraziare: per aver lavorato seriamente. E per averlo fatto
in silenzio.
❑
FOTOGRAFIA
Alberto Pellegrino
I Borromeo
S
i dice della Milano di
Rosmini e di Manzoni e, magari, viene da
pensare al Gallarati Scotti
e al Fogazzaro se si pensa
a taluni sviluppi della cultura della modernità. E
dunque si deve nominare
la realtà di quella novità
assoluta che è la testimonianza radicale della radicalità evangelica, nel corpo straziato e glorioso di
Carlo Borromeo e nel corpo austero e di autorità
pastorale, di Federico.
Così il Concilio di Trento
sviluppa la Riforma Cattolica dell’Europa futura e
disegna una qualità ecclesiale dell’arte che rende il
Duomo la casa del popolo
di Dio. La mostra che Paolo Biscottini propone nel
Museo Diocesano che dirige, fino a maggio, «Carlo e
Federico. La luce dei Borromeo nella Milano spagnola» è una esposizione
molto importante e molto
pertinente in questa attuale Europa, ed è un utile
confronto a cui tutti siamo
chiamati a rispondere. Il
Cardinal Tettamanzi scrive: « I due arcivescovi Borromeo hanno saputo, in
modi diversi, interpretare
il loro tempo e, pur nelle
non piccole angustie epocali, liberare le forze positive della speranza in Cristo e nella sua Chiesa. La
dominazione spagnola, la
peste, ma anche le difficoltà di una Chiesa che cerca
di rinnovarsi secondo gli
indirizzi emanati dal Concilio di Trento – nonostante le eresie – anziché inceppare il cammino di san
Carlo lo rendono via via
sempre più vigoroso nella
donazione totale di sé a
Dio e al suo popolo. Si racconta che, morendo, egli
contemplasse il dipinto»,
continua il Cardinale, «di
Giulio Campi raffigurante
Cristo nell’orto: l’arte, dunque, come riproposizione
della storia sacra e insieme
come occasione per ripensare al suo mistero. Questa
mostra, parlandoci del periodo di san Carlo e di Federico Borromeo», conclude l’Arcivescovo di Milano,
«non può non prescindere
da una simile concezione
dell’arte, che in questa occasione viene presentata
non solo sotto il profilo storico, artistico e culturale,
ma anche come meravigliosa opera della creatività dell’uomo alla ricerca di
Dio».
Da Paolo Biscottini che introduce, a Luigi Crivelli
che spiega San Carlo Borromeo, alla Antonietta
Crippa che analizza l’icona
dell’altare, a Ernesto Brivio
che spiega il rapporto tra i
Borromeo e il Duomo, i
numerosi saggi del volume
bene ci guidano al viaggio
splendido dentro la mostra
quale itinerario del corpo
glorioso. E scorrono allora le opere di Gaudenzio
Ferrari e del Moretto, Giovanni da Monte e dei Campi, il Cerano, il Morazzone,
Cairo, Lo Mazzo e Figino,
Peterzano e Procaccini, Serodine, il Nuvolone. E sono
e saranno ancora le grandi
movimentate scene delle
Visite Pastorali e le Processioni per il Sacro Chiodo,
a portarci la creativa inquietudine delle Sacre
Rappresentazioni ai Sacri
Monti e dunque a ricordare il giovane Testori che
scopriva il Seicento Lombardo e da cui quel suo
scrivere nella sapienza oratoriale che, ancora una volta, attraversando i decenni
e i secoli si portò a ricongiungersi nella condizione
del rito ambrosiano al
Manzoni e al San Carlo
Borromeo.
❑
Marilyn and friends
N
ella prestigiosa sede
fiorentina di Palazzo Vecchio gli Alinari hanno allestito nel periodo dicembre 2005-gennaio
2006 la mostra Marilyn and
friends (Catalogo Fratelli
Alinari, Firenze, 2004) dedicata alle opere del fotografo americano Sam
Shaw (1912-1999) e del figlio Larry (1937), che rappresentano l’universo di
«celluloide che ruota intorno alla mitica figura di
Marilyn Monroe. Roland
Barhes ha scritto nel 1957
un saggio (Mythologies), in
cui sostiene che i miti del
XX secolo sono una forma
di linguaggio e che, costituiscono, all’interno dei
loro limiti storici, un sistema di comunicazione capace di trasmettere precisi
messaggi ed usa come
esemplificazione due volti
«mitologici» di quel periodo: Greta Garbo e Audrey
Hepburn. Marilyn Monroe
rappresenta il mito della
generazione successiva per
la sua bellezza fisica, per le
tragiche vicende della sua
vita, per quel suo essere attraente e sfuggente, seducente e peccaminosa agli
occhi di molti. Sam Shaw
ha il merito di rappresentare in queste foto una donna semplice e vivace, naturale e spontanea, quasi
sempre lontana da quei
modelli figurativi spesso
standardizzati che ne hanno fatto un’icona universale del XX secolo immortalata persino da Andy Warrol. Shaw, insieme al figlio
Larry, ricostruisce anche il
mondo del cinema che ruotava intorno a Marilyn con
immagini scattate non solo
ad Hollywood, ma anche a
Parigi e a Roma, dove negli anni Sessanta passava
molta parte del cinema internazionale. Sam Shaw,
che il regista-attore John
Cassavetes da definito «il
moderno Prassitele che rivela la bellezza della nuova Afrodite», realizza immagini particolarmente
suggestive di Marlon Brando e di altri divi fra cui
Clark Gable, Gregory Peck,
Cary Grant, Antony Quinn,
Paul Newman, Sean Connery, Woody Allen, Elisabeth Taylor, Ursula Andress, Mia Farrow, Melina
Mercuri, Jane Fonda,
Romy Schneider; le francesi Catherine Daneuve e Juliette Greco; le «stelle» italiane Anna Magnani, Silvana Mangano, Gina Lollobrigida, Sophia Loren,
Claudia Cardinale e Marcello Mastroianni; infine i
registi Alfred Hitchcock,
Jean Renoir, Otto Preminger e Vittorio De Sica. L’assemblaggio di tutti questi
ritratti riesce non solo a
rappresentare gran parte
del mondo cinematografico, ma anche uno spaccato di costume del Novecento.
❑
59
ROCCA 1 MAGGIO 2006
TEATRO
SITI INTERNET
MOSTRE
Michele De Luca
Giovanni Ruggeri
U
ROCCA 1 MAGGIO 2006
S
60
Telefonare gratis
bardo che durante le riprese del film Africa sotto i mari
cambiò «d’ufficio» il suo
cognome in quello che sarebbe rimasto come definitivo, e cioè Loren.
Le bellissime foto di scena,
i ritratti realizzati da maestri dell’obiettivo come Richard Avedon e Tazio Secchiaroli, gli abiti firmati da
Dior, Armani, i gadget, tutte
le locandine e i manifesti, i
premi, i copioni dei suoi
film e, su maxischermi, lo
scorrere dolcemente ossessivo delle pellicole più famose e di rari spezzoni: una
goduria. Da La bella mugnaia a Ladro lui, ladra lei, da
Arabesque con il mitico Gregory Peck a La Miliardaria,
da Il Viaggio con Burton a
La moglie del Prete, da C’era
una volta di Rosi, sullo sfondo della Certosa di Padula,
a Pane amore e… con il
«Mambo Italiano» ballato
con un De Sica magistralmente «turbato» da tale
straripante bellezza, da Una
giornata particolare, al fianco del grande Marcello (con
cui ha girato ben quattordici film, i più amati dall’attrice), fino al capolavoro de
La ciociara, che le valse l’ambitissima statuetta d’oro dell’Oscar. «Tutte le cose che ho
scelto per questa mostra –
ha detto ancora la Loren –
hanno un senso preciso, ricordo perfettamente tutte le
cose a cui sono legate». ❑
na rivoluzione permanente, con continui colpi di scena,
sofisticate innovazioni tecnologiche, agguerrite campagne commerciali. Si presenta così il frastagliato panorama della telefonia (italiana e internazionale), ambito imprescindibile della
vita quotidiana che si arricchisce ora di strabilianti innovazioni provenienti da Internet, la cui nuova frontiera si chiama VoIP. Già un
anno e mezzo fa avevamo
segnalato questo fenomeno,
all’epoca poco più che agli
inizi (cfr. Rocca, n. 22, 2004),
ma sappiamo già come, in
ambito tecnologico-informatico, un tale lasso di tempo sia fin troppo ampio. La
struttura tecnologica di
base non è cambiata (VoIP
significa Voice Over Internet
Protocol, ossia comunicazioni audio-video effettuate
mediante la rete/protocollo
Internet da computer a
computer, da computer a
telefono fisso e cellulare, da
telefono fisso a computer),
ma sono cambiate alcune
condizioni che ne condeterminano qualità e praticabilità: prima tra tutte, la diffusione di connessioni Internet veloci, a costi accessibili e disponibili 24 ore su 24
(non è per nulla il massimo,
ma la stessa Adsl nostrana,
commercializzata da Telecom Italia o da altri operatori, dà già risultati soddisfacenti).
La novità di rilievo è la diffusione di programmi che
consentono di telefonare a
costi ridottissimi, o addirittura gratis, da computer a telefono fisso o cellulare, come pure effettuare gratuitamente audio e
videoconferenze di qualità a costo zero. Il miglior
esempio nella prima categoria, da noi personalmente testato, è offerto da
Voipstunt, un programma
gratuito e ancora in fase
di sviluppo con il quale si
può telefonare gratuita-
mente (avete letto bene:
gratuitamente) in Italia e
in una cinquantina di Paesi di tutto il mondo, dalla Germania alla Georgia,
dalla Colombia alla Cina,
dal Venezuela a Spagna,
Irlanda, Ungheria ecc.
( www. v o i p s t u n t . c o m ) .
Decisiva, per avere una buona qualità audio, è la connessione Adsl, mentre per
comunicare bastano un comune microfono e cuffia o
altoparlanti per computer.
Tuttora in prima linea nella telefonia VoIP è l’ottimo
Skype (www.skype.com),
programma sviluppato anche in lingua italiana che
spicca tra tutti per qualità
di comunicazioni da computer a computer, con buoni risultati anche nella videochiamata da pc a pc.
Skype, come del resto Voipstunt e analoghi programmi, prevede anche la possibilità di acquistare credito
telefonico per chiamare in
tutto il mondo da computer
a telefono, ma le sue tariffe
non riescono a competere
con quelle di Voipstunt (in
molti casi gratuito, come
segnalato).
Mentre i grandi protagonisti
di Internet si sono già attrezzati (vedi Yahoo!) o si stanno attrezzando (vedi Microsoft) per competere su questa nuova frontiera (Skype
conta ben 23 milioni di abbonati), nuovi soggetti sorgono, spesso con apprezzabili risultati: è il caso, ad
esempio, del francese WengoPhone e dell’italiano
Skypho, disponibili rispettivamente in www.wengo.com
e www.skypho.net. Per non
dire poi delle molteplici funzionalità che tali programmi
assicurano, dalla segreteria
telefonica gratuita all’assegnazione di un nuovo numero gratuito e inoltro di telefonate su altri numeri, ecc.
Insomma, una vera e propria fioritura di innovazioni, che ce ne farà sentire e
vedere – letteralmente – delle belle.
❑
Nadine Gordimer
Sveglia
Feltrinelli, Milano 2006,
pp. 175
La Gordimer, dalla vita lunga e travagliata ma calda e
impavida, con «Sveglia» si
discosta dai temi che le sono
stati più cari, vissuti in prima persona: l’apartheid, il
totalitarismo, l’inizio della
democrazia in quel Sud Africa, del quale è figlia, vessato
e sfruttato per troppi anni.
Ha più di ottant’anni ma
ancora tanta voglia di cimentarsi con la pagina bianca che, con «La storia di mio
figlio», le valse nel 1991 il
Nobel per la letteratura.
Per questa sua ultima fatica
dismette i panni della dolente cronista di martiri e soprusi consumati in una
Johannesburg che, se ci arrivi dal cielo, ti accoglie su
di un tappeto lilla di petali
della jacaranda, quasi a nascondere e obliterare il sangue nero di cui è intrisa, per
affrontare l’attualità più
stringente e dolorosa . Va
dalla malattia del figlio, al
nucleare, ai dissennati progetti di stravolgimento ecologico, ma sottotraccia permane la dura realtà del quotidiano rapportarsi con gli
amori viscerali, i rapporti interpersonali, l’urlante sangue della madre davanti alla
malattia del figlio Paul.
Questi si trova a vivere una
quarantena lontano dalla
sua famiglia, con una moglie in carriera e un figlio
piccolo che non può abbracciare e del quale non può
godere l’imparare quotidiano del suo crescere, perché
è «luminescente» dopo una
serie di applicazioni radioattive per sconfiggere un
cancro alla tiroide. E allora
è il giardino della sua casa
natale il luogo deputato allo
spaesamento, alla confidenza, al pianto, all’amore, al recupero dei rapporti con i genitori- gente borghese ed elitaria- dove ogni identità è
labile. La solitudine in cui è
confinato e i pensieri diventano l’obiettivo di un fotografo che ingrandisce le im-
magini facendo affiorare
dall’indistinto sempre particolari nuovi, scoprendo universi incasellati uno nell’altro: le infedeltà del cuore, le
contraddizioni fondamentali fra i valori che guidano il
suo lavoro di impegnato
ecologista e quelli della moglie che dirige un’agenzia
pubblicitaria, i rapporti all’interno della sua famiglia
di origine dove tutto si sfalda nelle regresse infedeltà
della madre e le scelte ultime del padre che se ne va in
Messico sì per sete di sapere , ma anche per trovarvi
una nuova dimensione affettiva. Sdoganato finalmente
dalla luminescenza, consapevole di aver perduto
l’amore della familiarità
quotidiana, la capacità di
sentirsi appagato e felice
della ripartizione sempre
nuova di ciò che rende incantevole lo scorrere del
tempo, deve cominciare a
ricostruire il proprio sé e il
proprio posto nel mondo in
cui nulla in apparenza è
cambiato.
Caterina Dalle Ave
C.M. Martini, D. Tettamanzi, F. Riva, S. Xeres
Dalla città accogliente
alla città aperta
Città Aperta Edizioni, Troina (En) 2005, pp. 166
Da diverse prospettive gli
autori affrontano uno dei
temi attualmente più dibattuti: la crisi della città come
luogo di appartenenza e di
partecipazione.
La violenza nelle periferie
delle grandi capitali europee, per diversi giorni sulla
prima pagina dei quotidiani nazionali, è un segnale
d’allarme, e punta il dito
sulla mancanza di politiche
sociali capaci di ridurre
l’emarginazione e la povertà. Oggi più che mai occorre ripensare la città a partire dalle periferie, dove le differenze possano avere il diritto di esistere.
«Una città per tutti» sostiene Franco Riva, docente di
Etica sociale, dove non ci sia
esclusione per nessuno. Una
città che recupera i ‘volti’
mediante la costruzione di
luoghi d’incontro ed è accogliente perché promuove la
partecipazione, la giustizia
e la solidarietà.
La città è il luogo della identità, aggiunge il cardinale
Martini, che si «ricostruisce
continuamente a partire dal
nuovo e dal diverso». Il compito precipuo della città è la
promozione di tutti gli uomini.
Un’attenzione particolare e
doverosa va rivolta agli immigrati, ricorda Dionigi Tettamanzi, l’attuale arcivescovo di Milano, di cui occorre
favorire il «radicamento»
nella città che li ospita.
Nella città nessuno deve sentirsi «forestiero», nel senso
più ampio della parola: può
esserlo l’indigente che non
trova solidarietà, il malato
dimenticato, l’anziano solo,
il giovane senza prospettive
per il suo futuro.
Occorre, allora, rimettere al
centro i diritti fondamentali
degli uomini e progettare
una città che abbia il volto
della nuova Gerusalemme,
la città santa, accogliente e
aperta, «un luogo in cui le
moltitudini vivono in armonia, in un intreccio di relazioni molteplici e costruttive». In questa città ideale il
tempo ha un ritmo più
umano, non schiavo della
frenesia: è tempo per l’arte,
la musica, il teatro, la cultura, la relazione. Infine per
Saverio Xeres, nell’epoca
attuale della globalizzazione, forse, non c’è più posto
per le città, nel senso che
sembra ridursi nelle persone la possibilità di sentirsi
partecipi delle scelte di una
comunità che diventa sempre più complessa e ampia.
Sembra anche che non ci
sia nella città un posto preciso per la Chiesa cattolica, dal momento che nella
«città globale» coesistono
culture, costumi e religioni diverse. Tuttavia, anche
in una situazione di tale
precarietà si rende sempre
possibile l’incontro tra Dio
e l’uomo, che è alla base di
una convivenza dal volto
umano.
Franca Cicoria
Aldo Bodrato
Scritte sulla pelle
Ediz. Portalupi, Casale
Monferrato (To) 2005,
pp. 112
Questo libro di poesia ci
sembra richiedere due livelli di lettura. Il primo, immediato, estetico; l’altro, filosofico-teologico. Non nel senso che troviamo da una parte i versi e dall’altra i versi
con i pensieri e le riflessioni,
ma il registro estetico è quello più facilmente fruibile perché la sua forma è data da
una polifonia drammatica
che raggiunge i toni ora sussurrati ora urlati della contemporaneità, come nella
poesia del terrorista: «Sono
un corpo imbottito di tritolo,/destinato a esplodere/ nell’abbraccio con l’altro./Sono
uno che vola in brandelli/in
mezzo a una folla di bambini, /di donne,di giovanili vecchi/ per straziarli straziandosi»(…) «sono una scolaretta
ricamata di porpora /da una
sventagliata di kalashnikov/
sulla scuolabus di una colonia…». Oppure nell’eterna
lotta dell’uomo con Dio: «Invisibile,/ non inafferrabile.
Uno come me/che sa bene
incassare».
Versi spezzati, anche nel resto del libro, che ripercorrono un notevole arco di anni
dell’Autore, e fanno rivivere
gli incontri dolcissimi con la
natura e le notti di luna e i
sogni e l’amore, e si fanno
preghiera. «Il travestimento
estetico è sempre una minaccia per l’esperienza religiosa»,
avvertiva Kierkegaard. Ma la
preghiera di Bodrato non si
«traveste» di rime, semmai la
preghiera è il registro notturno della sua ricerca che dice
inquietudine e intreccio di
pensieri profondi. Forse perché di Dio non si può parlare
ma si può solo invocarlo, gli
interrogativi stessi in queste
pagine trascolorano nei toni
del vocativo.
Anna Portoghese
61
ROCCA 1 MAGGIO 2006
Sophia Loren
cicolone, Lazzaro,
Loren. Tre cognomi
per una vita». È questo il titolo della bella mostra allestita nelle sale del
Vittoriano a Roma per celebrare cinquant’anni di
carriera della nostra attrice più amata ed apprezzata nel mondo; a Sophia: basterebbe il nome di battesimo soltanto per identificarla inequivocabilmente
in tutti i continenti del pianeta, come Leonardo, o
Raffaello… eppure l’attrice
lungo la sua carriera ha
avuto un cognome vero
(Scicolone) e due cognomi
«adottati», e cioè Lazzaro
e Loren, il primo per il periodo degli esordi e dei concorsi di bellezza, il secondo per il resto della vita
contrassegnato dalle massime affermazioni nel cinema italiano ed internazionale.
A questa indiscussa icona
del cinema e della bellezza
italiana è dunque dedicata
una rassegna (curata da
Vincenzo Mollica) allestita
nell’Ala Brasini del bianco
monumento che domina
su Piazza Venezia. Un percorso senza segreti, dai primi concorsi di bellezza,
come il «Principessa del
Mare» nella natia Pozzuoli
fino ad arrivare alla partecipazione a «Miss Italia»
del 1950; per proseguire a
Roma dove comincia come
«comparsa» a Cinecittà nel
colosso Quo Vadis (una
acerba Sophia che saluta i
condottieri delle legioni
romane lanciando fiori tra
grida di gioia) e approda
alla realizzazione dei primi
fotoromanzi e cineromanzi in cui incomincia ad imporsi la sua personalità artistica. Tra il ’50 e il ’52 al
suo nome seguiva il cognome Lazzaro; e qui fu fondamentale l’incontro con il
produttore Goffredo Lom-
LIBRI
Eritrea
ROCCA 1 MAGGIO 2006
S
tato dell’Africa orientale, l’Eritrea è bagnata a est dal Mar Rosso (da cui il Paese prende
il nome; dal greco
erythros, «rosso») e confina a sud-est con Gibuti, a
sud e a ovest con l’Etiopia
e a nord e a nord-ovest con
il Sudan. Verso la metà del
XVI secolo i turchi si impadronirono di tutta la
zona costiera e la dominarono per i successivi trecento anni. Dopo una breve parentesi di dominio
egiziano intorno alla metà
del XIX secolo, fu la volta
degli italiani, che nel 1882
intrapresero una politica
di colonizzazione dell’Eritrea meridionale. Nel 1889
l’imperatore etiope Menelik firmò un accordo conosciuto come il trattato degli Uccialli, nel quale cedeva agli italiani la regione che poi divenne l’Eritrea. L’Italia cominciò a finanziare lo sviluppo di
questa nuova colonia, economicamente strategica,
portando a termine grandi opere, tra cui un’importante linea ferroviaria che
collegava Massaua a
Asmara (la capitale), oltre
a strade, ponti, gallerie e
un sistema di telecomunicazioni molto efficiente
per quei tempi. Negli anni
Trenta l’Eritrea era la colonia più industrializzata
dell’Africa, sebbene le popolazioni locali, spogliate
della maggior parte delle
terre e costrette a subire il
giogo della colonizzazione, pagavano caro il prezzo dello sviluppo. Il dominio italiano cominciò a
declinare quando, all’inizio del secondo conflitto
62
mondiale, l’Italia dichiarò
guerra all’Inghilterra. Gli
inglesi ebbero la meglio e
così l’Eritrea divenne un territorio sotto mandato britannico, nonostante la vecchia amministrazione italiana continuò a occuparsi
delle colonie fino al termine della guerra. Con una risoluzione delle Nazioni
Unite del 1950, l’Eritrea divenne una provincia dell’Etiopia. Emerse da subito
un profondo malcontento
tra la popolazione eritrea,
che si trovò sommersa in un
vero e proprio giogo culturale. Nel 1960 l’Etiopia proclamò l’annessione formale,
sebbene illegale, del territorio eritreo al proprio impero. L’anno seguente l’Eritrea
entrò in lotta per l’indipendenza. La più lunga guerra
africana del XX secolo durò
più di trenta anni e costò la
vita a più di 70.000 persone. Alla fine degli anni Ottanta, il disimpegno dell’Unione sovietica provocò
il definitivo indebolimento
del regime di Hailé Mariam
Menghistu, che venne sconfitto nel 1991. Dopo due
anni l’indipendenza del Paese fu ratificata da un referendum popolare. L’Eritrea
si trovò così a dover affrontare una grave crisi economica e sociale, dovuta principalmente alle impellenti
esigenze della ricostruzione. Nella seconda metà degli anni Novanta comparve
nel Paese un’opposizione
armata legata al fondamentalismo islamico, sostenuto
dal regime sudanese, che
avviò sanguinose operazioni di guerriglia. Quando
l’Eritrea decise di adottare
una nuova moneta, la nakfa
e di stipulare accordi commerciali poco equi, si riaccese l’atavica rivalità con
l’Etiopia. Nel 1998, un contenzioso territoriale tra i
due paesi sulla sovranità
del «Triangolo di Yirga» e
sul diritto etiopico all’accesso al mare, si trasformò
in una violentissima guerra che provocò decine di
migliaia di morti e più di
un milione di profughi.
Colpiti da embargo internazionale e afflitti da una
pesante crisi economica,
nell’ottobre del 2000 i due
paesi firmarono un trattato di pace. Le Nazioni Unite, due anni dopo, hanno
creato una zona tampone
lungo la linea di confine,
affidandone il controllo a
4200 Caschi Blu e a 200
osservatori.
Popolazione: la composizione della popolazione eritrea (che raggiunge i quattro milioni e mezzo di abitanti) è formata per un terzo da nomadi o semi-nomadi, etnicamente divisi in
nove gruppi. Ciò nonostante, gli scontri tra i differenti gruppi etnici non hanno
mai provocato seri problemi, dato che gli eritrei sono
rimasti uniti dalla comune
opposizione al dominio
etiopico. Un recente rapporto di Amnesty International riferisce di costanti
persecuzioni religiose e
aumenti delle violazioni del
diritto alla libertà di opinione e di coscienza. I dissidenti religiosi sono abitualmente sottoposti a
cruenti metodi di tortura.
Religione: circa la metà
degli abitanti professa il
cristianesimo copto, sebbene vi sia una sparuta mino-
FRATERNITÀ
Nello Giostra
ranza di cattolici e di protestanti. L’altra metà è rappresentata da musulmani
principalmente sunniti,
con una minoranza di sufiti.
Economia: la mancata
soluzione della questione
di confine con l’Etiopia
spinge verso una costante mobilitazione militare
che comporta ingenti spese che inevitabilmente aggravano la già precaria situazione economica. In
aggiunta, il Paese, sconvolto anche da frequenti
siccità, è ormai allo stremo e si stima che circa un
cittadino su tre soffre di
grave mancanza di cibo.
Le risorse agricole costituiscono la fonte di sussistenza primaria per la
maggioranza della popolazione, mentre l’industria leggera, sviluppata
durante il periodo coloniale italiano e britannico, svolge un ruolo di secondaria importanza.
Situazione politica e relazioni internazionali: se
la situazione diplomatica
tra Eritrea e Etiopia non
si sblocca, i due paesi rischiano di precipitare di
nuovo nella spirale della
guerra. Bloccati ormai da
cinque anni su posizioni
inconciliabili, essi sono ai
ferri corti e continuano ad
ammassare truppe vicino
alla zona-cuscinetto. Il 7
dicembre 2005 l’Eritrea ha
espulso dal proprio territorio alcuni membri della
missione di peacekeeping
inviata dalle Nazioni Unite per monitorare la situazione di tensione al confine con l’Etiopia, la Unmee
(United Nations Mission
in Ethiopia and Eritrea).
Nel marzo 2006 alcuni mediatori internazionali si
sono incontrati a Londra
ed hanno iniziato i primi
colloqui per tentare di risolvere l’annoso problema
dei confini.
❑
Ho bloccato, ma ...
Sono a disagio... e mi vergogno di battere ancora al
vostro cuore, cari Rocchigiani. Da sei anni a Maria
Elena è morto il marito
consunto da un male incurabile a soli 47 anni. Tutto
è stato speso per la lunga
malattia, anzi c’è da estinguere ancora un prestito
fatto con la banca e il prossimo mese scade l’ultima
rata di mille euro. Recentemente ho provveduto io
a non far pignorare quel
poco che ha e ho bloccato
tutto con 500 euro. Lavora
assistendo vecchietti qua e
là; ha cercato finora di farcela da sola tra un rinnovare le cambiali e rimandare i pagamenti, ma ora
ha bisogno di una mano.
Confido nella comprensione dei lettori più generosi.
Ho sempre amato la vostra
Cittadella, ho diffuso
«Rocca» e ho un ricordo
meraviglioso di voi tutti
compreso Don Giovanni
Rossi, il vostro fondatore.
La luce di Gesù brilli su
tutti voi e sul mondo. P.T.
Ai cancelli ad aspettare
Quando questa lettera vi
arriverà sarete già alla fine
della Quaresima, invito
del Signore alla preghiera,
alla mortificazione, ad
amare il prossimo. Nonostante tante belle iniziative quanta povertà ancora,
quanta tristezza qui in India. Abbiamo avuto recentemente diversi casi di suicidio di uomini stanchi di
affrontare tanta miseria
nelle loro famiglie. Qui vicino a noi c’è un lebbrosario dove ci sono diversi
genitori e i bimbi ai cancelli ad aspettare. Ci sono
i ragazzi della strada della nostra Bombay, ricca di
14 milioni di abitanti, baraccati, povere mamme
ecc. Scusate la triste, purtroppo vecchia storia che
«Ogni volta che avete fatto qualcosa
a uno dei più piccoli di
questi miei fratelli
lo avete fatto a me» Matteo 25, 40
non cambia nonostante la
presenza di diverse opere,
nonostante anche la nostra presenza con la carità di tanti benefattori.
Senza di loro quanti i fratelli e sorelle, quanti bambini con gli occhi spalancati partirebbero lacrimando! Noi siamo riconoscenti ai Rocchigiani che
ci danno la gioia di poter
fare un po’ di bene. Vi raccomandiamo sempre i nostri poveri e con loro preghiamo perché Dio vi benedica sempre. Sentite nel
vostro cuore il Suo: «Lo
avete fatto a Me». Padre
E.D.
È molto grave
Sicuramente ricordate
Carmelo di 65 anni che da
tempo convive con un tumoren che è stato causa di
sofferenza e di disagio
economico. In questi ultimi mesi le sue condizioni
si sono aggravate e nonostante la chemioterapia è
arrivato alla fine. Le spese per i viaggi frequenti
sono tante e i debiti si
sono accumulati. Vi ringraziamo di cuore se potrete dare un aiuto a quest’uomo buono e paziente
il cui unico sollievo era
quello di recarsi ogni giorno in una villetta poco distante da casa sua dove
troneggia una bella statua
in bronzo di Padre Pio, sedersi in raccoglimento vicino a lui, chiedendogli la
pazienza e il coraggio di
andare avanti secondo la
volontà del Signore. La
moglie lo assiste amorevolmente e non ha più lacrime da versare. Grazie
per quello che i cari amici
di «Fraternità» potranno
fare. S.C.
Un ghetto all’interno della città
Si è presentata presso la
Caritas parrocchiale, che
regolarmente la assiste
fornendole generi di prima necessità, la signora
Consolata esibendo la vostra lettera in cui chiedevate una presentazione del
Parroco. Nel territorio
parrocchiale c’è un consistente agglomerato di case
popolari che costituisce
un ghetto all’interno della
città. In questi tempi di
difficile congiuntura economica sono oltre un centinaio le famiglie che assistiamo settimanalmente. Naturalmente non ci è
possibile esaudire tutte le
richieste come bollette
non pagate, medicinali
non mutuabili, casi di ragazze madri, ecc. Consolata ha quattro figli; due
sono andati a cercare lavoro al nord, una è sposata e l’ultimo di trenta anni,
separato, vive con la mamma. È disoccupato, fa
qualche lavoretto saltuariamente; la mamma fa
pulizie per qualche ora
alla settimana, ma quanto guadagna non basta
neppure per mangiare. Ha
57 anni ed è tanto avvilita
perché non ce la fa più e
rischia di cadere in depressione. Vi ringraziamo
di cuore per quanto «Fraternità» e i cari lettori fanno in campo caritativo.
Don A.R.
Occorrerebbero molte pagine per pubblicare le lettere di ringraziamento pervenuteci dai beneficati
dopo le feste pasquali; ne
presentiamo alcune e per
le altre vale, ai generosi
amici, il nostro grazie!
... Dio vi benedica, vi dia
tanta gioia come quella
che ho provato io leggendo la vostra lettera proprio
nel giorno delle mie nozze
d’oro con l’altare del Signore! Questi vostri preziosissimi soldi (1.000 euro) serviranno per le nostre 50
culle «abitate» da neonati
poverissimi. Nonostante i
miei 74 anni sono contentissimo di servire ancora i
poveri qui in Brasile. Auguro ancora molti anni a
me e a tutti quelli che vogliono bene ai miei piccoli
lebbrosi. Grazie. Padre A.T.
«È ancora troppa».
... carissimi di «Fraternità», vi ringrazio ancora
moltissimo per l’aiuto di
200 euro che mi ha dato la
possibilità di pagare una
spesa tra le più urgenti. Vi
chiedo con tutto il cuore
una preghiera per la mia
famiglia tanto disgraziata.
E.P. «Da offerte libere».
... grazie infinite per il vostro provvidenziale dono
pasquale di 300 euro. Grazie anche perché con il vostro conforto spirituale sapete condividere la pena di
chi, come me, è nella prova e riuscite a consolare la
mia sofferenza. Vi ringrazio ancora e vi saluto fraternamente. M.I. «Dopo
ogni sconfitta».
... cari amici, ci avete raggiunto, oltre che con la vostra amicizia spirituale e
umana, con l’offerta di 500
euro, mediante assegno.
Sempre grazie di cuore. A
voi tutti il mio ricordo fraterno e la mia infinita gratitudine. Gesù Risorto vi
benedica. Don G.B. «Da
offerte libere».
Si possono inviare offerte
con assegni bancari, vaglia
postali o tramite c.c.p. n.
10635068 intestato a «Fraternità» – Cittadella Cristiana – 06081 Assisi.
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ROCCA 1 MAGGIO 2006
paesi
in primo
piano
Carlo Timio
rocca
schede
allarghiamo il cerchio
di
2006
fai girare la formula promozione
Rocca 6 mesi prova
3 mesi li paghi tu (solo 10 euro)
3 mesi li paghiamo noi
Rocca - casella postale 94
06081 Assisi
c.c.p. 15157068
inviare 10 euro sul c.c.p. 15157068
specificando l’indirizzo a cui inviare
l’abbonamento semestrale promozionale

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