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STORIA E STORIE
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jOShuA lEvInE
somme.
voci dall’inferno
InTROduzIOnE
dI nIcOlA lAbAncA
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Traduzione: Luigi Sanvito
Titolo originale:
Forgotten Voices of the Somme. The Most Devastating Battle of the Great War in the Words
of Those Who Survived
First published by Ebury Press, an imprint of Ebury Publishing. Ebury Publishing is a
part of the Penguin Random House group of companies.
Testi © Joshua Levine and Imperial War Museum, 2008
Fotografie © Imperial War Museum, 2008
www.giunti.it
© 2016 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese 165 – 50139 Firenze – Italia
Piazza Virgilio 4 – 20123 Milano – Italia
Prima edizione: giugno 2016
Realizzazione editoriale: Studio Editoriale Littera, Rescaldina (MI)
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22.04.2016
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Nelle trincee
2
Vidi un corpo maciullato su un giaciglio. Rimasi impietrito
dalla paura.
La maggior parte dei soldati inglesi che andarono in Francia
non era mai stata all’estero. Si sarebbe abituata a uno strano
mondo di paraschegge, buche di appostamento e palizzate. da
tempo l’esercito britannico faceva uso delle trincee nelle operazioni belliche, ma la natura statica del primo conflitto mondiale le avrebbe trasformate da semplici terrapieni in strutture
elaborate e semipermanenti.
Caporale Hawtin Mundy
1° battaglione, Oxfordshire and Buckinghamshire Light Infantry
Lasciammo Burnham-on-Sea e raggiungemmo Southampton.
Avevamo due giorni prima di salpare da lì per la Francia: ci
permisero di andare in città, era il mio compleanno. Mi comprai una bottiglia di whisky per festeggiare. Viaggiammo verso
la Francia a bordo di una vecchia imbarcazione per trasporto
bestiame, e dovemmo aspettare sulla nave mentre facevano salire i cavalli.
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Finalmente, quando fu sera, lasciammo Southampton. naturalmente avremmo tutti dovuto essere sottocoperta, ma io
avevo la mia bottiglia di whisky e non la volevo portare di sotto.
così strisciai verso il centro del ponte e mi rintanai sotto una
tela cerata, per conto mio.
Me ne stavo zitto zitto mentre la nave iniziò a fare il suo
sciabordio... Presi un sorso o due, cominciai a sentirmi bene e
mi addormentai.
Quando mi svegliai i motori erano fermi, così pensai che
fossimo arrivati. Sollevai la tela cerata... era coperta di neve.
uno dei marinai mi vide. «che cosa fai qui?» mi chiese. «Siamo arrivati?» feci a mia volta. «no! Siamo tornati al punto di
partenza. Eravamo usciti dal Solent, ma alcuni u-boot ci hanno
scorto, allora abbiamo virato di bordo e siamo tornati indietro.
Però ripartiamo fra qualche minuto. Stavolta ci daranno una
scorta.» Gli chiesi se volesse un goccio e lui si prese una bella
sorsata dalla bottiglia. «crepo di freddo» gli dissi. Il marinaio
mi rispose: «Vieni con me», e mi portò giù lungo la fiancata
della nave. A un certo punto aprì una porta e mi fece entrare
in un cucinino con una stufa in un angolo. «Qui starai bello
caldo» mi garantì.
Io mi sedetti sopra la stufa, dove mi addormentai di nuovo.
Più tardi, qualcuno mi urlò: «dai, forza! Siamo a Le Havre!».
Soldato semplice Reg Coldridge
2° battaglione, Devonshire Regiment
Il primo shock che ricevetti quando andammo da Southampton
a Le Havre, e poi su per il fiume fino a Rouen, fu un convoglio
di feriti che arrivava dalla parte opposta. Erano migliaia. Fu il
mio primo sguardo alla guerra e strappò via ogni lustro a ciò
che stavamo facendo.
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Soldato semplice Reginald Glenn
12° battaglione, York and Lancaster Regiment
c’erano molti prigionieri tedeschi che lavoravano sul molo di
Marsiglia, quando arrivammo. cantavano e sorridevano, tutti
contenti.
Era facile intuire cosa pensassero: «Quei poveri bastardi vanno in prima linea, ma noi abbiamo finito. Resteremo prigionieri
fino alla conclusione della guerra».
Soldato semplice Ralph Miller
1/8° battaglione, Royal Warwickshire Regiment
Quando arrivai in Francia c’erano dieci centimetri di neve
sul terreno ma dovevamo comunque dirigerci a piedi da Le
Havre ad Harfleur. Fu un accidenti di marcia, con lo zaino
pesante. una faticaccia. I ragazzini francesi ci urlavano dietro:
«Shockolat!».
Soldato semplice William Holbrook
4° battaglione, Royal Fusiliers
Mentre marciavamo verso il fronte della Somme, passammo
davanti a un giovane strillone. Aveva fasci di giornali francesi sotto il braccio, e gridava: «Le Journal! La Germania è
fottuta!».
Cannoniere Harold Lewis
240ª brigata, Royal Field Artillery
cavalcammo verso la prima linea. La regola era che quando un
ufficiale in sella girava la testa, lo si doveva affiancare e prendere
per le redini. Vidi che il capitano si voltava e mi feci avanti, però
lui mi disse: «non è quello che intendevo. Sentite!». E udimmo
il primo rombo dei cannoni. Eravamo in guerra.
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Prigionieri tedeschi, lieti di non dover più combattere.
Soldato semplice Albert Day
4° battaglione, Gloucestershire Regiment
Al mio arrivo in prima linea ero terrorizzato. Vidi un corpo
maciullato su un giaciglio. Rimasi impietrito dalla paura.
Maggiore Alfred Irwin
8° battaglione, East Surrey Regiment
Ero vicecomandante del battaglione e il comandante voleva
che un responsabile del gruppo di punta lo anticipasse per
occuparsi degli aspetti logistici.
Fu così che venni spedito a dernancourt qualche giorno
prima del resto del battaglione; laggiù riuscii a trovare un alloggio particolarmente comodo per il mio superiore, che ne
fu lieto.
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Soldato semplice Harold Hayward
12° battaglione, Gloucestershire Regiment
Mentre andavamo verso la prima linea finimmo in un angolo della
trincea di comunicazione, dove restammo bloccati. Aspettammo
mezz’ora, sempre più impazienti. dopo un po’, dissi: «datemi un
fucile, faccio il giro!». così mi affrettai, ma i miei stivali di gomma
affondarono nel fango e non potei più muovermi. Per risolvere la
situazione, tagliai le cinghie e mi liberai delle calzature. La trincea
era profonda quasi due metri. di questi, almeno ottanta centimetri
erano costituiti da fango. non c’era altro modo di avanzare se non
a piedi scalzi, lasciando indietro gli stivali.
Soldato semplice Frank Lindlay
14° battaglione, York and Lancaster Regiment
Mentre stavamo per arrivare in prima linea, uno dei tedeschi
urlò: «Quando arrivano quei bastardi dello Yorkshire?».
Maggiore Alfred Irwin
8° battaglione, East Surrey Regiment
Gli ufficiali e i sottufficiali che arrivavano da noi venivano sempre accompagnati per un giro istruttivo da quanti si trovavano
laggiù da abbastanza tempo per dare lezioni. Stavamo vivendo la stessa esperienza, e credo che fossimo tutti ugualmente
spaventati. La prima volta che sentii una mitragliatrice caddi
a faccia in giù nella trincea, e così quelli intorno a me. Era una
reazione normale.
Maggiore Murray Hill
5° battaglione, Royal Fusiliers
un giovane comandante di compagnia, appena ventunenne,
stava rilevando una trincea da un comandante che aveva più di
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quarant’anni. «È stato molto fastidioso» gli disse quest’ultimo.
«due soldati erano rimasti sepolti laggiù e non la piantavano di
lamentarsi. Però adesso è tutto a posto: hanno smesso.» Quando
l’ufficiale più giovane sentì questa storia, si mise subito al lavoro
con i suoi uomini. Insieme, estrassero i corpi in dieci minuti. In
altre parole, quei due avrebbero potuto essere salvati. Raccontai
la vicenda al comando di divisione: tutti si misero a ridere forte.
Capitano Philip Neame, decorato al valore (Victoria Cross)
Comando, 168a Infantry Brigade
Il modello di trincea anteriore alla guerra era di solito molto
meno profondo di quello che fummo costretti a sviluppare sul
teatro francese. Prima della guerra, quando ci veniva ordinato di
trincerarci, preparavamo una trincea di un metro scarso di profondità, con un parapetto affacciato all’esterno di circa quaranta
centimetri. Be’, non bastava in caso di cannoneggiamento, così
in Francia allestimmo trincee profonde quasi due metri, con
pedane per i tiratori (di modo che potessero mirare sopra i parapetti), strette trincee di comunicazione (che ci proteggevano dal
fuoco di artiglieria e dall’osservazione aerea) e altre a zig-zag (per
non essere colti dal fuoco d’infilata). Si trattava di sviluppi che
non erano stati presi molto in considerazione prima della guerra.
Sergente Charles Quinnell
9° battaglione, Royal Fusiliers
Per fortuna avevamo una guida quando arrivammo al fronte, perché per i nuovi venuti le trincee erano un labirinto, mentre la guida
sapeva come muoversi. Prima di inoltrarci nel tunnel, ricevemmo
l’ordine di caricare. Infilammo nove colpi nel caricatore, uno in
canna, e mettemmo la sicura, pronti a usare il fucile, senza dover
eseguire altre operazioni. Poi la guida ci condusse nelle trincee di
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comunicazione (che passavano attraverso la linea di rifornimento
e quella di riserva), e da lì alla prima linea. I camminamenti di
comunicazione erano diritti per un centinaio di metri, dopodiché
c’era una traversa di circa cinque metri. Serviva ad attutire gli effetti
dei bombardamenti: se un obice colpiva un tratto della trincea, la
traversa impediva che le schegge arrivassero ovunque. Lo stesso
valeva per la prima linea, quando vi giungemmo. consisteva di
due camminamenti lunghi più o meno dieci metri, poi c’era una
traversa, un altro camminamento, e così via.
ognuno era riservato a tre uomini che, di notte, si stringevano con uno in piedi a guardare sopra il bordo: era la sentinella.
Aveva un periscopio lungo circa sessanta centimetri, con uno
specchio in basso, sistemato a un angolo di quarantacinque
gradi, e uno in cima, rivolto all’esterno, così che i due specchi
si riflettevano a vicenda: l’uomo doveva solo tenerlo su. Il soldato accanto sedeva vicino alla sua gamba, in modo che se la
sentinella vedeva qualcosa di sospetto, doveva solo dargli un
piccolo calcio, e tutti e due poi restavano in piedi a guardare. Al
terzo era permesso di scendere dalla pedana di tiro e dormire.
La vita nelle trincee era un’assoluta novità, e la prima impressione che ricevemmo – almeno per quel che mi riguarda – era
che fossero molto vissute. Qui si vedeva un pastrano appeso a un
piolo di legno; là c’era una gavetta con dentro un po’ di tè; poi c’era
un rifugio con sopra un pastrano o una coperta, e lì accanto un
giaciglio fatto di sacchi di sabbia... sembrava tutto molto vissuto.
Maggiore Alfred Irwin
8° battaglione, East Surrey Regiment
Prendemmo il posto dei francesi che, pur un po’ sciatti nel mantenimento delle trincee, erano stati al fronte abbastanza a lungo
da farne di buone. Era un terreno di colline gessose, facile da
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scavare ma difficilissimo da tenere pulito quando pioveva, perché
il gesso creava una fanghiglia appiccicosa che incollava tutto.
Soldato semplice Reginald Glenn
12° battaglione, York and Lancaster Regiment
Avevamo trincee belle solide, ma il terreno gessoso che scavavamo
segnalava ai tedeschi la nostra posizione, perché era bianco. Eravamo provvisti di passerelle su cui camminare. Quando pioveva
finivano sott’acqua e noi ci ritrovavamo a spostarci e a dormire
sul bagnato. Le trincee erano abbastanza profonde perché un
uomo di un metro e ottanta potesse starci in piedi, e larghe poco
meno di un metro, così da permettere a due soldati di passare
senza intralciarsi. Al fondo della trincea c’era poi una pedana di
tiro dove si appostavano le sentinelle con il periscopio. davanti
era steso molto filo spinato. Pattuglie apposite lo tiravano su in
una notte. Ma era fatto a sezioni, in modo che una sezione potesse
essere spostata per far passare le truppe durante un assalto.
Sergente Charles Quinnell
9° battaglione, Royal Fusiliers
I nostri rifugi erano semplicemente buchi sui lati delle trincee,
di circa un metro d’altezza e uno e mezzo di profondità. Si
trattava di ricoveri piuttosto primitivi. I tedeschi avevano rifugi
profondi fino a nove metri: li si poteva cannoneggiare per una
vita e loro se la ridevano.
Fuciliere Robert Renwick
16° battaglione, King’s Royal Rifle Corps
Quando andavamo a dormire, scavavamo una buca nel retro
della trincea. Le chiamavamo «tane», non erano molto profonde,
adatte sì e no a una sola persona. ci stendevamo su un telone.
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Tenente James Pratt
1/4° battaglione, Gordon Highlanders
nella guerra di trincea, la sopravvivenza dipendeva dall’esperienza che avevi maturato. un ragazzo poteva uscire il primo
giorno, trovare tutto tranquillo e silenzioso, senza che si udisse
sparare un solo colpo. Poteva cominciare a guardarsi intorno,
fin sopra il bordo della trincea e pensare: «non c’è pericolo».
un istante dopo gli arrivava una pallottola in testa. Bisognava
sempre tenersi al coperto: l’unno ti spiava in continuazione.
Per esempio, una volta andai dietro la linea di rifornimento e
trovai alcuni soldati che scavavano un rifugio e uno in cima
che posava sacchi di sabbia. Gli dissi: «che diavolo fai lassù?».
«Preparo una postazione antimitragliatrice» mi rispose. «Ma
sei in piena vista dei tedeschi!» ribattei. «Sì» fece lui, «però non
succede niente.» diedi un’occhiata fuori e notai tre linee di
trincee nemiche a ottocento metri di distanza. «Perdio» dissi,
«i crucchi per ora se ne stanno buoni, ma ti hanno visto e più
tardi te la faranno pagare con l’artiglieria.» «comunque voglio
finire il lavoro» insistette il soldato. Me ne andai, ma quella sera
la mia profezia si avverò. Il primo obice cadde un po’ corto e il
soldato, ricordandosi del mio avvertimento, si mise a correre.
Il secondo obice prese in pieno il rifugio.
Tenente William Taylor
13° battaglione, Royal Fusiliers
Il consiglio di massima, quando si arrivava in prima linea, era di
tenere sempre giù la testa. In altre parole, se si voleva sapere che
cosa stesse accadendo in campo nemico, si andava alla pedana
di tiro, si dava un’occhiata e ci si ritirava prontamente. Restando fermi sulla pedana si attirava il fuoco tedesco. Eravamo
bombardati ogni giorno. c’era sempre qualche colpo sparso di
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artiglieria da una parte o dall’altra. A volte un obice solamente,
altre volte un martellamento di quattro o cinque minuti. Questi
episodi potevano accadere in qualsiasi momento della giornata.
non avevamo molta paura, perché sembravano tiri piuttosto
a casaccio. occasionalmente uno shrapnel ci scoppiava sopra
la testa.
Sergente Charles Quinnell
9° battaglione, Royal Fusiliers
una delle cose veramente importanti che imparavi era come
riconoscere dal suono se un obice ti sarebbe passato sopra o
avrebbe potuto centrarti. In quest’ultimo caso ci si buttava giù.
credetemi, è difficile colpire un uomo disteso, perché l’obice
si conficca nel terreno e poi esplode; di conseguenza, se rimani
sdraiato, deve caderti proprio vicino per ferirti.
Quando ci bersagliavano con colpi di mortaio, si sentiva un
tonfo sordo. Tutti alzavano la testa: potevi vedere quei maledetti affari mentre ti arrivavano contro. uno dei compiti della
sentinella, in caso di fuoco da mortaio, era quello di usare il
fischietto per avvertire che aveva sentito il tonfo. durante il
giorno i mortai facevano poche vittime. di notte, invece, era
impossibile prevedere dove sarebbero caduti gli obici. Si poteva
solo pregare.
Soldato semplice William Hay
1/9° battaglione, The Royal Scots
Il mio amico Alec stava andando al quartier generale, era giusto
a metà strada della trincea di comunicazione quando uno di
quei dannati minenwerfer – gli obici sparati dai mortai pesanti – cadde lì dove si trovava lui. due di noi corsero a vedere se
stava bene. Quando arrivammo, giaceva su un lato della trincea;
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un altro tizio era saltato in aria, frammenti del suo kilt sarebbero rimasti appesi agli alberi per settimane. Alec era rimasto
gravemente mutilato e fra noi due c’era l’accordo che se io fossi
stato ferito, lui avrebbe dovuto dirlo a mia madre e viceversa:
una specie di patto fra compagni di scuola.
comunque non ce la fece. Ricorderò sempre che mentre
moriva, mi chiese: «Lo dirai a mia madre, vero?». Io risposi di
sì. Ero devastato. Avevo perso il mio amico. non mi importava
più quello che avrebbe potuto accadermi, se avessi continuato
a vivere oppure no. Se muore qualcuno che ti è così vicino, hai
perso qualcosa di te stesso. non è possibile descrivere una simile
mancanza. non sei davvero in te.
A ogni modo, in licenza andai a trovare sua madre. non era
sposata; io le raccontai com’era morto Alec, ma lei esclamò:
«non mi stai dicendo la verità!». Perché, sapete, le avevo detto
che era stato colpito al cuore. non avrei mai potuto rivelarle
che... di conseguenza, le risposi: «Mi creda, le sto dicendo la
verità!». Aggiunsi che ero stato con lui fino alla fine. Allora lei si
convinse, e mi diede uno scatolone di dolci. del resto lavorava
in una pasticceria. Quando me ne andai, mi salutò dicendomi:
«dio ti benedica, figliolo!». E io pensai che quella benedizione
mi avrebbe portato fortuna.
Soldato semplice Frank Lindlay
14° battaglione, York and Lancaster Regiment
In qualità di segnalatore, avevo un telefono nel mio piccolo
rifugio di prima linea. un minenwerfer ci cadde sopra e scompigliò tutto. Buttò per aria me e il telefono, danneggiando l’apparecchio. Spezzò anche il filo, così mi arrampicai in cima alla
spalletta – il muro di terra sopra il lato posteriore della trincea –,
deciso a ripararlo. Quando andai su, mi trovai a camminare
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su una quantità di «ranocchietti»1 morti, in avanzato stato di
decomposizione. Li avevano appena coperti con un po’ di terra, e il minenwerfer li aveva tirati fuori. Erano proprio come
marmellata. Le fasce che avevo ai piedi ne erano inzuppate. E
ci mancò poco che quella faccenda mi ficcasse nei guai: «di che
ti impicci?» mi dissero. «Sta’ zitto e lascia perdere!»
Caporale Harry Fellows
12° battaglione, Northumberland Fusiliers
Andavamo in prima linea, io ero il caporale responsabile delle
due mitragliatrici Lewis della compagnia. Avevo quattro uomini per pezzo, mentre ne avrei dovuti avere sei. Andai dal
sergente maggiore, per chiedergli altri quattro serventi. Lui
mi rispose che potevo averne due. Tornammo allora in prima linea e quando uno dei nuovi venuti si accorse di avere
un amico nel camminamento vicino, mi chiese se poteva fare
un salto a trovarlo. Gli dissi di sì; ma non appena imboccò la
traversa caddero due obici sulla trincea, uno davanti e uno
dietro, lui rimase sepolto. Potevamo solo vedere le sue gambe
che si agitavano. Io presi una gamba, un mio compagno l’altra
e tirammo con tutte le nostre forze, senza riuscire a estrarlo.
cominciammo a scavare con le mani, ma aveva già smesso di
tirare calci. Quando finalmente riuscimmo a tirarlo fuori, era
morto. La cinghia dell’elmetto era sotto il suo mento, mentre
avrebbe dovuto essere sul mento. L’ elmetto era incastrato nella
terra e noi, tirandogli le gambe, gli avevamo rotto il collo. Il
compagno che aveva strattonato l’altra gamba esclamò: «dio
mio, l’abbiamo strangolato. L’ abbiamo assassinato!». non sapemmo mai neanche il suo nome.
1 Termine gergale che indicava i francesi. [n.d.T]
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Soldato semplice Basil Farrer
3° battaglione, Green Howards
In una trincea c’era un braccio che fuoriusciva dal terreno, la
cui mano stringevamo quando ci passavamo accanto, esclamando: «Salve, amico!». Sono stato in trincee dove si pensava:
«Probabilmente c’è un corpo laggiù», perché la terra era molle
e maleodorante, con un fetore dolciastro. Però ci si abituava.
Soldato semplice Thomas McIndoe
12° battaglione, Middlesex Regiment
una mattina mi trovavo all’angolo di una traversa e pensavo:
«diavolo! Ho appena sentito sparare un obice pesante!». ce
n’erano già stati uno o due, e questo sembrava vicino. Subito
dopo mi dissi: «Santo cielo, stavolta arriva davvero!». Mi buttai
immediatamente sotto il parapetto. In quelle occasioni speravo
che la terra m’inghiottisse. Il colpo giunse a destinazione, ma non
esplose. Mi coprì di terriccio. non sarei sopravvissuto se fosse
detonato. Era un obice calibro 4.7, più o meno delle dimensioni
di un boccale.
Lo presi in mano, eccitato, e lo portai alla pedana di tiro.
Era ancora caldo e pensavo: «È difettoso. Sono contento che
tu non sia esploso, vecchio mio!». una decina di minuti più
tardi arrivò l’ufficiale del mio plotone. Era un tipo simpatico e
mi chiese: «cos’hai là, amico?». Io risposi: «Le dico subito che
cos’è, signore. È cascato proprio sul parapetto dove mi trovavo».
«davvero?» «come no. Si è infilato in quel sacco di sabbia.»
Allora l’ufficiale telefonò a un collega dell’artiglieria, che ci
raggiunse più tardi in mattinata. Gli spiegai l’accaduto e lui mi
chiese: «Quando l’hai tirato fuori dal sacco di sabbia?». Io ribattei:
«Appena è atterrato». Mi diede del completo imbecille. «Avresti
potuto farlo scoppiare anche solo toccandolo o maneggiandolo.
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Sei stato fortunato, molto fortunato!» «Lo so» ammisi. «Mi rendo
conto che sono stato fortunato. Avrebbe dovuto esplodere appena
toccato terra.» A quel punto l’ufficiale mi intimò: «Voglio che tu
lo rimetta esattamente dov’era». Io mi apprestai a eseguire l’ordine, ma prima che lo facessi, l’ufficiale aggiunse: «Se avessi potuto
vederlo quando è venuto giù, sarei stato in grado individuare la
batteria che l’ha sparato con un’approssimazione di venti metri».
Mi scusai e promisi che sarei stato più attento in futuro.
Un pezzo d’artiglieria tedesco inesploso.
Da non spostare per nessun motivo al mondo...
Caporale Harry Fellows
12° battaglione, Northumberland Fusiliers
Il fuoco di artiglieria era spasmodico, ma quello delle mitragliatrici era letale. con una mitragliatrice si potevano falciare
soldati come fossero spighe in un campo di grano maturo.
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Sergente Ernest Bryan
17° battaglione, King’s Liverpool Regiment
La mitragliatrice Vickers era raffreddata ad acqua, e l’acqua
era contenuta in una custodia. Se avevi sparato senza interruzioni, potevi rimuovere il tubo connesso alla custodia e avere
abbastanza acqua calda da farti una tazza di tè. o una minestra.
Soldato semplice Tom Bracey
9° battaglione, Royal Fusiliers
non riuscivano a trovare nessuno che andasse alla mitragliatrice. Si pensava che i mitraglieri sopravvivessero solo un mese.
Però eravamo rispettati dal resto della compagnia.
Sergente Ernest Bryan
17° battaglione, King’s Liverpool Regiment
La mitragliatrice Lewis era raffreddata ad aria e questo comportava vantaggi e svantaggi. Il vantaggio era che si poteva coprire
il terreno come la Vickers non era in grado di fare. Potevamo
imbracciare la Lewis e portarla in un’altra sezione della trincea,
proprio come un fucile. Per di più, era dotata di una spaventosa
potenza di fuoco: sette-ottocento colpi al minuto. naturalmente
non riuscivamo mai ad arrivare a tanto, perché c’erano solo
quarantotto proiettili per caricatore; e a meno che non ci fosse
un bersaglio che valesse la pena, non sparavamo nemmeno un
intero caricatore.
Caporale Harry Fellows
12° battaglione, Northumberland Fusiliers
c’erano solo quarantotto colpi in ogni caricatore della Lewis. Era
un’arma molto delicata; bastava un po’ di terriccio per incepparla. durante l’addestramento, ci avevano mostrato un esercizio
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da ripetere sempre: «Blocco numero uno, Blocco numero due,
Blocco numero tre» e così via. Avevo frequentato un corso con
un’altra quarantina di sottufficiali e graduati di truppa i cui
istruttori erano membri della Honourable Artillery company.2
Stavano spiegando l’esercizio, quando un sottufficiale li aveva
interrotti dicendo: «Scusate, ho una domanda: se ti arrivano
addosso i tedeschi e ti si inceppa l’arma, questa procedura serve
davvero a qualcosa?». nessuno ebbe il coraggio di rispondergli. La mitragliatrice aveva una piccola leva di legno, detta di
caricamento: quando l’arma si bloccava, la tiravi indietro per
ricaricare. dopodiché aprivi di nuovo il fuoco e se si ostinava
a non funzionare, allora potevi buttare via quella dannata mitragliatrice. Ecco tutto. Quando ti attaccavano i tedeschi e li
guardavi negli occhi, non potevi metterti a ripetere un esercizio!
Era l’ultima cosa a cui pensavi.
Soldato semplice Ralph Miller
1/8° battaglione, Royal Warwickshire Regiment
La migliore bomba a mano della guerra era la Mills. Prima
estraevi una linguetta, poi abbassavi una minuscola leva. Quando
la lasciavi andare, la leva tornava su e colpiva il detonatore. La
bomba esplodeva tre o quattro secondi dopo essere stata lanciata.
Sottotenente Tom Adlam, decorato al valore (Victoria Cross)
7° battaglione, Bedfordshire Regiment
Alcuni avevano paura delle granate Mills. ne stavo insegnando
l’uso a un soldato che tremava come una foglia. Sapevo che era
un bravo giovanotto, però se la faceva sotto. «Estrai la linguetta
dalla bomba...» gli dissi, e lui eseguì «... e mentre ce l’hai in mano,
2 Il reggimento più antico dell’esercito inglese. [n.d.T]
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semplicemente non rilasciare la leva. Vedrai che andrà tutto
bene.» Poi aggiunsi: «coraggio, controllati. non può succederti
niente finché la tieni così. Adesso sposta indietro il braccio e lanciala laggiù...». Ma il ragazzo aspettò fino all’ultimo momento,
quindi abbassò il braccio e la lasciò cadere. La bomba si infilò nel
parapetto oltre il quale avrebbe dovuto scagliarla. urlai: «corri,
stupido!». ci catapultammo entrambi dietro la traversa. La Mills
fece esplodere il parapetto. Era un bravo figliolo, davvero. Aveva
solo paura delle bombe.
Una mitragliatrice Lewis in azione da una trincea di prima linea.
Soldato semplice Basil Farrer
3° battaglione, Green Howards
una volta ero in un camminamento, quando arrivò un tizio del
genio con una Mills in mano. ci giocava, ed era sbronzo. Gli
urlai: «Ehi, amico, attento a quel che fai!».
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Somme. Voci dall’inferno
Il geniere arrivò fino alla traversa seguente, e poi... bang!
Mi guardai intorno. c’era odore di rum. Era morto. Saltato in
mille pezzi.
Mitraglieri inglesi con maschere antigas.
Sergente Ernest Bryan
17° battaglione, King’s Liverpool Regiment
un soldato ordinario poteva tirare una Mills, con una certa
precisione, fino a venticinque metri. Se la lanciava a distanza
ravvicinata doveva fare molta attenzione, perché il nemico poteva raccoglierla e ributtargliela contro.
Caporale Frederick Francis
11° battaglione, Border Regiment
La mia postazione era a soli quindici metri dalla linea dei crucchi. Eravamo così vicini, che ogni mattina un tedesco mi gri-
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nelle trincee
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dava: «Buongiorno, Tommy!»,3 e io rispondevo: «Buongiorno,
Fritz!».
Caporale Jim Crow
110ª brigata, Royal Field Artillery
uno dei nostri fanti era impigliato nel filo spinato tedesco, gravemente ferito. Lo potevamo vedere muoversi di tanto in tanto.
Alla fine, il maggiore Anderton estrasse il revolver, scavalcò il
parapetto, andò dritto verso quell’uomo, lo raccolse e lo riportò indietro. camminava come se fosse sul campo da parata.
I tedeschi non gli spararono né all’andata né al ritorno e lo
acclamarono quando si caricò il soldato sulle spalle.
Un soldato mentre pulisce delle Mills. Queste erano bombe a mano seghettate come ananas. Quando esplodevano, proiettavano frammenti ovunque.
3 Soldati inglesi. [n.d.T.]
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