novembre finessi - Juliet Design Magazine

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novembre finessi - Juliet Design Magazine
ISSN 2036-2773
design magazine
PH. SETTIMIO BENEDUSI
Poste Italiane S.p.A. – Sped. in abb. post. – 70% - DCB Trieste
FINESSI
vol. 2 / April - July 2009
NOVEMBRE
€ 15,00
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Carlo Paggiarino, “Treno di caffettiere”,
1993, Courtesy Alessi – Crusinallo (VB)
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Hanno collaborato a questo numero /
Contributors to this issue
Alessio Bozzer / Luca Carrà
Stefano Casciani / Riccardo Coretti
Beppe Finessi / Neva Gasparo
Martino Ghermandi / Stefano Graziani
Matthias Harder / Beatrice Mascellani
Marco Minuz / Vasja Nagy
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Fabio Rinaldi / Massimo Roncelli
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Fabio Novembre, seduta “Him&Her”, 2008
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Traduzioni / Translation
Luisa Durrani
Alessandro Mendini, “Lassù”, performance, 1975
YEARS II, VOL. 2 APRIL - JULY 2009
Registrato al Tribunale di Verbania, n. 8 del 27/11/2008
ISSN 2036-2773
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O LA BORSA O LA VITA
Dialogo tra Alessandro Mendini e Stefano Casciani, sui valori e il valore - esistenziale, economico, culturale - del design
Allora, partiamo dai tuoi giudizi molto
ri contro la sua volontà. Tu che ne dici?
critici che esprimi su un certo cinismo
Personalmente mi ritrovo un po’ medi ritorno dei designer, per esempio sul
no nel carattere di questa generazione
lavoro di Fabio Novembre. Hai marchiache descrivi bene, un po’ perché sono
to a fuoco una sua sedia, effettivamente
leggermente più giovane, un po’ per la
bruttissima, con poche parole: BRUTTO
mia attività di scrittore. Per cui mi sono
è un oggetto reso volgare da obiettivi
tenuto più lontano dal problema di promalati (Redesign grottesco della Panton
gettare ogni giorno, non vivo facendo
Chair, Her, 2008) ma ricordo una conoggetti: ma ci sono tanti altri che, per
ferenza in Triennale, già diversi anni
un comprensibile, umano miraggio di
fa, dove eravamo insieme per parlare
arricchimento o per necessità, hanno
di un suo libro. Io ho cercato proprio
un po’ “girato la manovella”, tirando
di demolirlo, ironicamente, dicendo che
fuori degli oggetti meccanici, professioera un abile falsario. L’avevo avvisato
nali, che però sicuramente non hanno
che sarei venuto alla presentazione del
il valore di altri disegnati dai Maestri.
suo lavoro per parlarne male… ma mi
Oppure, gli stessi più bravi che hanno
pareva che tu all’epoca avessi sentimenti
anche cercato di fare una certa spericontrastanti…
mentazione si sono persi presto: se ne
sono perse le tracce o sono diventati,
In effetti per me esiste il piacere di
Stefano Casciani e Alessandro Mendini in una foto di Donato Di Bello
come Stefano Giovannoni, dei grandi
avere una “conversazione” con persone
geniali imprenditori del design - il suo,
intelligenti, come lui: ma quando poi esce
ovviamente. Qui nasce un’altra domanda, che provo a sintetizzare: i modelli comuna cosa sbagliata e mi si chiede un giudizio critico, dico quello che penso. È anche un
portamentali – vecchi e nuovi – del design sono quasi tutti nati in Italia, più o meno
po’ quello che sto facendo con i miei pezzettini su Abitare… adesso nel prossimo parlo di
in cinquant’anni. Altre nazioni e culture li hanno ripresi e utilizzati a loro uso e conStudio Job. Lo sai, sono quei due olandesi, ragazzo e ragazza...
sumo, con un successo e una costanza decisamente più continui che in Italia. Da cosa
deriva questo fenomeno, secondo te?
Li conosco, hanno lavorato anche per Bisazza. E su che piano li giudichi criticaSe i modelli, come dici tu, sono nati in Italia, i luoghi dove si vende il design storico o
mente?
dove si fanno le “tirature”, tra virgolette, sono Bruxelles, Parigi, Basilea, Miami e New
Job Smeets è stato, forse, uno dei più bravi allievi della Design Academy di Eindhoven
York. Magari a Parigi nascono anche perché ogni tanto salta fuori qualche pezzo di
e di Li Edekoort, lo conosco da tanto tempo. Si è messo con questa ragazza, Nynke, e
Prouvè, o che ne so, di LeCorbusier: è proprio antiquariato del moderno ma non c’è sotto
hanno cominciato a fare oggetti insieme, ma progressivamente hanno creato un meccaniun metodo di meccanismo progettuale. Invece in Italia questi meccanismi ci sono e ci
smo di autopromozione estremo. Ora per il Salone del Mobile si presentano nei chiostri
sono stati, basta citare Alchimia, da una parte e Memphis, dall’altra: gruppi generatori
di San Simpliciano qui a Milano (dove c’è la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale)
di idee/oggetti che per Alchimia avevano un esclusivo carattere di sperimentalità, per
con un gruppo finanziario che li sostiene, con una cosa che si chiama “Servizio da tavola”
Memphis poi si sono tradotti anche nell’ipotesi di lavorare sul mercato alto-borghese, del
– oggetti comuni realizzati a scala gigante: un ciotolone, un vassoione, etc.. in fusione di
collezionismo.
ferro arrugginito (il mercante penso sia Moss, che poi venderà tutto a New York). Dopo di
Anch’io oggi posso fare un mobile in una serie di 9 pezzi, un mobile come pezzo unico
che, sponsorizzati da un’industria della porcellana olandese – mi pare si chiami Royal...
ma li motivo come una estenuante e anche faticosa –sia dal punto di vista formalistico
qualcosa del genere - producono insieme questo stesso servizio come produzione di serie.
che etico– ricerca di forme dei mobili. Però rispetto a Job, per esempio, che gioca la sua
In più hanno fatto tre vetrate da cattedrale, con un concetto un po’ simile a Gilbert &
chance di marketing sull’omogeneità del suo stile il mio discorso è eclettico…
George, dove fanno degli ammiccamenti tra religione, armi, guerra, Islam... insomma deInsomma mi va di fare la predica a tutti gli industriali italiani, che dovrebbero fare la
vo dire che tutti questi oggetti alla fine mi sembrano piuttosto un freddo e cinico progetto
fatica di trovare designer italiani giovani. Perché questi devono emergere, sono più sotterdi marketing: che fatto da Jeff Koons con Cicciolina sul fronte dell’arte pura ha un valore,
ranei, meno riconoscibili: ma non si può andare sempre solo sul sicuro.
ma trasferito nelle arti applicate, per una produzione che poi alla fine è una produzione di
design - che nasce da una tradizione sociale, che dovrebbe essere produzione etica - non
Devo dirti che all’osservatorio di Domus un po’ questo mondo lo si vede. È cumi piace.
rioso, perché c’è una certa inventiva e una certa originalità, molta ironia, anche
simpatica ma che a volte è autocompiacente : “Sono poco conosciuto, allora faccio
Devo proprio farti una domanda che mi sono fatto io stesso, più di una volta.
un oggettino ironico, magari sarcastico, ma senza ambizioni”. Però poi appena
Ti viene mai il rimorso di avere in qualche modo contribuito a scatenare questo tipo
questi giovani superano un certo livello di riconoscibilità, appena qualcuno gli dà
di imprenditoria della firma - preferibilmente straniera - avendo fatto tanti esperispazio nella produzione, si mettono a fare subito i Giovannoni: e gli salta subito
menti di design giocando tra piccola e grande serie (da Alchimia, ai cento vasi Alessi,
la fase sperimentale, non serve più, adesso si fanno i soldi… Forse anche perché
alla tua produzione come Atelier Mendini) con tantissimi designer di ogni dove?
in questo momento non c’è più l’interesse per la ricerca vera, la sperimentazione
Cioè, che questa grande tendenza verso il mercato del collezionismo non sia altro che
anche un po’ folle. Pensa a quante mostre si facevano ancora negli anni ‘80 e ‘90,
una razionalizzazione cinica di quegli esperimenti che tu hai fatto e a cui anch’io, in
con poche lire. Oggi si fanno solo esposizioni super istituzionali, un po’ bolse come
modo un po’ defilato, ho comunque partecipato? Ogni tanto, sul piano intellettuale,
quelle della Triennale, o quelle sui maestri, vivi o morti… e se non c’è lo sponsor
questo rimorso a me viene...
non si fanno. Sai quante volte ho sentito dire seriamente, anche da ragazzi: “Non
Sicuramente so che sono stato fra i primi a portare in Italia degli stranieri, anche per
facciamo in tempo a mettere l’annuncio della mostra sulla guida di Interni per il
“ossigenare” un dibattito critico, allargarlo a una internazionalizzazione della cultura del
Salone, allora non la facciamo più”. Che coraggio!
design “milanese”: ma in parallelo si è avuto anche una specie di declino di creatività
Guarda, ho capito di chi parli: questi come Ragni o Iacchetti che hanno l’ideologia del
italiana. Non capisco bene sulla base di quali fattori, però sono subentrati sia alcuni auvolare basso e allora fanno la forbicina di plastica, o che ne so, lo stuzzicadenti con
tori bravissimi - Starck, Morrison, Newson - sia delle industrie che sulla base di questo
sopra l’uccellino. Ma perché uno giovane, intelligente, deve porre a propria ideologia
trend esterofilo hanno privilegiato gli stranieri piuttosto che gli italiani, oppure i soliti
il volare basso? Vola più alto che puoi! E poi quelle cose le ha già fatte come un mago
maestri milanesi, almeno fin quando sono vissuti. C’è un’altra cosa per me importante:
Gino Colombini, il primo designer della Kartell, nel momento giusto… Sembra proprio
anche una generazione come la tua, è stata presa in una morsa soffocante – tra l’esteil catalogo di Colombini che va avanti. E mi dispiace che succeda. Anche se poi dall’altra
rofilia e l’establishment dei “maestri”: tanto che mi sarebbe sempre piaciuto fare uno
parte c’è la megalomania alla Carmelo Bene di un Fabio Novembre, che non è Carmelo
studio e una mostra su questa generazione (fra i 40 e i 50 – o tra i 45 e i 55), perché è
Bene: sì, magari c’è un’intelligenza pazza, di cui pure bisogna tenere conto. Io ce l’ho
una generazione che è stata sopraffatta, costretta a fare un certo lavoro di routine, maga-
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con quella brutta sedia perché potrebbe essere venduta a Londra, a Piccadilly, in quei
negozi dove trovi i vasi da notte senza il fondo: ecco, quello è il livello di quella sedia. È
un oggetto volgare.
Diciamo che fra megalomania e volare basso è difficile trovare una mediazione, oppure basterebbe una via di mezzo…
Penso sempre che una buona mediazione è lavorare con gli artigiani, come i ceramisti o
le ceramiste. Se vai a Nove magari c’è una ceramista che vive di una grande tradizione,
oppure a Deruta… Forse è sul fronte dell’artigianato più che del design che sta troppo
vicino all’industria, che si possono trovare nuovi spunti di DNA italiano.
È una strada molto interessante, che anch’io ho toccato per fare i miei famosi vasi
da fiori – con un ceramista svizzero, magari, o un laboratorio di metalli di Milano.
È una strada che segue bene Hella Jongerius che lavora (non citando gli artigiani)
tra artigianato e serie: è riuscita perfino a fare dei vasi con Ikea, realizzati artigianalmente, con decori diversi, ai prezzi strepitosi dell’Ikea. Mi viene poi in mente
anche il problema dell’iconografia, della ricerca formale. Bene, i metodi dei nostri giorni sono chiari - come tu dici - c’è un metodo di marketing, per cui paradossalmente più è limitata la serie più forte deve suonare la grancassa mediatica.
C’è però anche tutta una iconografia, un metodo di lavorare per revival di forme
dell’avanguardia che secondo me è molto criticabile – mi ricorda le sculture che
Paperino va a vedere al museo nei fumetti degli anni Cinquanta. Tu quel tipo di
iconografia l’hai usata in modo ironico, ma non trovi che anche lì ci sia una certa
compiacenza? Penso a Ron Arad…
Ron Arad è un grandissimo formalizzatore, è uno scultore tradizionale come lo sarebbe
Frank Gehry: se non facesse l’architetto, sarebbe un grande scultore degli anni Settanta.
Sì, certo, ho citato Ron Arad che è l’eccellenza di questo formalismo, ma penso piuttosto ai suoi epigoni di seconda e terza mano…
Il vero problema del design oggi credo sia la mancanza di un retropensiero ideologico,
o almeno antropologico. Altrettanto succede nell’architettura perché l’architettura oggi
è fantastica! Come si fa a non dire che l’architettura di oggi è fantastica? Ci sono architetti bravissimi formalmente, che fanno progetti fantastici però privi sostanzialmente di
uno scenario umano. È caduto lo scenario del moderno, la Casabella di Dal Co ha le
pagine sempre più bianche, perché non ci sono più le opere che riflettono quello Scenario
Culturale.
Gli ultimi anni di Bruno Zevi da questo punto di vista sono interessanti, nel senso
che con Gehry lui vedeva realizzata tutta la sua idea di un’architettura come ritorno
alla grande matrice espressionista dell’avanguardia. Peccato che non si puo’ essere
tutta la vita all’avanguardia, come diceva Picasso: peccato che Zevi abbia scambiato
l’inizio di una nuova fase estetica del post-modern per l’apoteosi della fase che lui
aveva cercato, promosso e inseguito per tutta la vita. È proprio in questa fase suprema dell’espressionismo che la componente antropologica o ideologica di cui tu dici
comincia a scarseggiare. Mentre invece ritorna ad esempio nel caso di New Orleans,
dove gruppi vicini a quell’associazione che si chiama Architecture for Humanity
provano un tentativo di ricostruzione dopo l’uragano Katrina. Lì si fa un genere di
architettura molto ad hoc, che però non si dimentica del linguaggio globale. Oppure
penso a quegli italiani giovani che hanno vinto la nomination a Barcellona durante il
Festival dell’architettura per un Centro per giovani donne in Africa… si chiamano
studio FARE.
Certo questi sono fatti interessanti: sono magari un po’ un fatto di speranza, anche se è
una parola un po’ grossa. Forse questi sono i Riccardo Dalisi dell’architettura di oggi,
hanno dei contenuti anche sociali, politici e li esprimono. Detto questo, il forte lassismo
del pensiero progettuale oggi fa venir voglia di ragionare sulla necessità della rinascita di
un neo-radicalismo…
Se guardo al tuo itinerario, il tuo ritorno alla “polemica costruttiva” mi sembra
allora un’altra piroetta, acrobatica. Nessuno si aspetta che tu abbia accettato
di rimettere in discussione il carattere di merce del design, dopo aver promosso
l’idea del design banale, per tanti anni. Dalla fase del “progetto infelice” torni
alla fase radicale? Cioè, pensi ci sia comunque continuità tra le idee delle tue opere radicali e il lavoro che fai negli ultimi anni, o certe nuove prese di posizione,
molto decise?
Certe istanze erano proprio di tipo storico. Tutta una parte del progetto radicale era
fondata sulla guerriglia politica contro la reazione, sulla lotta all’industria e l’affermazione dell’immaginazione al potere. Forse questi temi li ho vissuti in maniera
infantile, molte di queste cose per me non esistono più: ma all’interno di queste idee,
se mi proponi la definizione di “oggetto ad uso spirituale”, allora sì, ogni giorno tento
di fare oggetti che ocntengano un anima. Come se il mio lavoro fosse una specie di
ruota, che gira da anni e perde un po’ le scorie, ma certi elementi rimangono sempre
invariati. È un percorso lungo, evasivo, dispersivo, per una storia breve… forse è la
storia di una problematicità, la testimonianza di una mia problematicità.
L’opera autobiografica, la biografia dell’autore… ma anche il diritto di autore
sta diventando un grandissimo problema, con gli eredi di massa, figli di matrimoni diversi, conviventi, millantatori… tutti che accampano diritti sull’opera
di un autore, magari morto in bolletta. All’opposto c’è il problema delle copie:
esiste una pirateria anche nel design, mica solo nella musica o nei video. Vitra
è in causa con High-tech che vende le copie cinesi di tutti i pezzi dei Maestri,
da Panton a Eames, con tanto di foto del santo e poetica agiografia: ma sono e
rimangono delle copie, anche fatte male, degli originali per cui Vitra paga fior di
royalties a eredi e fondazioni varie. Da una parte così c’è un tentativo del design
di ottenere un riconoscimento ufficiale (legale) del suo valore: dall’altra questa
massa anonima di produttori che, acquisito il valore economico del design, fregandosene del designer e dei suoi diritti trasformano il progetto in pura merce.
Salta quindi l’idea dell’autore, del design d’autore, del design dei Maestri, perbenismi di un’epoca che ora pare quella cavalleresca, ma in cui è nato il design
come lo conosciamo… probabilmente per il design c’è un futuro, accanto alla
deriva collezionistica, di un casino totale dove tutti fanno tutto e nessuno sa più
chi ha fatto cosa.
Questo impianto tematico che hai dato va benissimo: certo, ci sono anche delle cose sbagliatissime, delle cose che non vanno copiate perché ledono dei diritti industriali. Però se
ragiono in astratto, penso che sono sempre stato e sono tuttora favorevole alla copia. L’ho
fatta e sono contento di farla. Prima dell’esistenza della fotografia per imparare una cosa
la si copiava. Il Rinascimento è fatto di copie di copie di copie. Copiare significa anche
imparare, poi la copia diventa un falso, un vero falso. Ripeto, bisogna distinguere quanto
riguarda il diritto alla proprietà intellettuale: ma secondo me, in Utopia, nel Paradiso
Terrestre, la proprietà intellettuale non dovrebbe esistere. Così come sono contrario alle
corporazioni professionali, sono contrario alla difesa – sempre e comunque – dei progetti.
Tu che nei hai viste tante… la tecnologia del web – a parte provocare il disfacimento e la disgregazione del concetto di “autore”, che è proprio l’opposto di
Internet – questa “sottocultura” come direbbe Mari, nel bene e nel male, in qualche
modo ti ha toccato? Voglio dire, questa specie di copia del mondo reale che è la Rete,
dove l’autenticità svanisce e tutti copiano e riproducono e sono copiati, questa trasfigurazione del mondo causata da Internet in qualche modo ti preoccupa? L’affronti?
Non te ne importa? Hai fatto delle valutazioni? Delle riflessioni?
Ci ho riflettuto un po’: è un fenomeno importantissimo che sta cambiando il mondo,
sta cambiando il concetto di democrazia – come dice Beppe Grillo – la democrazia
oggi sta lì. Però io, come “handicappato” contemporaneo, come persona che non è
in grado di seguire tecnicamente questi mezzi, sono un po’ fuori dal gioco. Rimango
fermo nella mia mentalità e non ho fatto il salto verso questa nuova situazione… che
però non mi spaventa, perché mi affascina. Però mi affascinerebbe anche andare sull’Everest: e non lo farò.
Quindi i tuoi oggetti, la tua architettura, non cambiano perché esiste questo mondo?
Da un po’ di tempo mi sono convinto che io progetto come si progettava nel Settecento,
prima del moderno: al massimo progetto come ai tempi del Liberty…
Fai ancora tanti modelli o ti basi solo sulle visualizzazioni al computer?
Qui in studio si usano in maniera abbastanza sofisticata delle macchine. In tutta la progettazione. Io seguo questo tipo di lavoro elettronico, mi interessa moltissimo ma non lo
so gestire in prima persona. D’altra parte, anche quando faccio un vaso di Venini non ho
la conoscenza della tecnologia del vetro: per cui è un po’ la stessa cosa. Il mio interesse
è per le tipologie che vanno dall’architettura all’oggettistica, oppure per i materiali: ma
io non possiedo nessuna delle tecniche, vecchie o nuove. Possiedo semmai il sistema
metaprogettuale di governarle, sulla base della presenza di un disegnino che faccio con le
matite, i pennarelli…
Ho rivisto uno dei tuoi disegnini anche nel primo numero di Juliet design magazine
e devo dire che sono sempre molto evocativi, hanno un valore di progetto, in quanto
sono in sé dei rendering alla minima potenza: cioè, alla Mendini, quindi spiegano un
universo, un mondo culturale – il tuo – o una allucinazione – un’ossessione? – tutta
tua…
Certamente, al limite, il progetto si potrebbe fermare lì, con il disegnino. Potrebbe. Così
come potrebbe fermarsi sulle parole.
Allora fermiamoci con le parole, come abbiamo cominciato…
Stefano Casciani (Roma, 1955) è un critico, artista e designer internazionalmente
riconosciuto per i suoi scritti e le sue ricerche sugli intrecci tra la cultura del progetto
e le diverse forme di espressione. Premio Compasso d’Oro 2001 per la ricerca, ha
pubblicato numerosi volumi su architettura, arte e design. Dal 2007 è Vice Direttore
della rivista “Domus”.
Alessandro Mendini (Milano, 1931) è uno dei padri fondatori del rinnovamento critico
nel design italiano. Ha diretto le riviste “Casabella”, “Modo” e “Domus”. Per il suo
lavoro di architetto, artista e designer ha ottenuto molteplici riconoscimenti. Tra le sue
opere più importanti, il Groninger Museum in Olanda, progettato e realizzato con il fratello Francesco e un gruppo internazionale di architetti e designer.
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Denis Santachiara in una foto di Luca Carrà
Molti di voi la mia storia già la
conoscono. La mia famiglia è
impegnata nella viticultura da
tre generazioni e inizialmente
lavoravo proprio nell’azienda
famigliare.
Poi un giorno ebbi un’idea. Mi
trovavo a Reno, in Nevada,
per una convegno sul vino, ed
ero infastidito dal surriscaldamento dei piedi causato dalle
scarpe con le suole in gomma
che indossavo e così, istintivamente, ho forato entrambe le
suole con un coltello. In questo
modo avevo trovato una soluzione semplice ed efficace per
far fuoriuscire il calore in eccesso. Successivamente, sviluppai la mia intuizione nei laboratori di una piccola azienda
calzaturiera di proprietà della
mia famiglia, mettendo a punto una nuova tecnologia per le
suole in gomma. La brevettai
immediatamente e creai la prima “scarpa che respira”. Dopo
aver proposto, senza successo, la mia invenzione ad affermate aziende calzaturiere e dopo aver superato una fase di
test di mercato con una linea
di calzature per bambino, nel
‘95 iniziai a produrre calzature
a marchio Geox in proprio e a
livello industriale.
Negli ultimi tredici anni Geox
è cresciuta vertiginosamente
divenendo la prima azienda in
Italia e la seconda al mondo
nella produzione di calzature
per il settore lifestyle casual.
Questa mia storia, però, può
essere ripetuta da molti di voi.
L’importante è saper gestire le
proprie idee e ciò è possibile,
innanzi tutto, attraverso i brevetti.
Sono sicuro che anche molti
di voi sono stati in qualche occasione degli inventori, magari
senza rendersene conto.
Basta davvero poco, certe volte, per apportare delle migliorie a dei prodotti già esistenti, ma molto spesso non ci si
rende conto di aver realizzato
qualcosa che potrebbe essere
protetta attraverso la proprietà
intellettuale.
Un’altra cosa molto importante, quanto si ha una buona idea
ma non tutte le competenze
per realizzarla, è appoggiarsi ai
centri di ricerca universitari.
Dalla sua fondazione Geox ne
ha fatta di strada tanto che è
stata nominata fra le cinquecento migliori compagnie al
mondo. Lo stile italiano, specie
se parliamo di scarpe, è riconosciuto e apprezzato ovunque, ma in realtà, ciò che ha
reso Geox azienda leader in
Italia e terza a livello mondiale
nel settore lifestyle casual, è
principalmente la componente
tecnologica.
Spesso ci chiedono se Geox è
un marchio made in Italy. Nel
caso di Geox, è stata fatta una
scelta a priori. Investire in ricerca, innovazione e persone,
gestendo la produzione in outsourcing. Outsourcing significa
far produrre, sotto attento controllo, i propri prodotti da una
fabbrica terza, che sia in Italia
o altrove. Per quanto concerne
la manodopera, è comunque
vero che non avremmo trovato fabbriche sufficientemente
grandi in Italia per far produrre i ventuno milioni di paia di
scarpe che abbiamo realizzato
nel 2007. In generale, la manodopera in Italia è sicuramente
più cara che in altre parti del
mondo, e il prodotto italiano
può competere in uno scenario
globale, ma dovrebbe essere
tutelato meglio. Le normative
attualmente in vigore non fanno chiarezza sul questo punto
e su quali prodotti si possano forgiarsi del brand “made
in italy”. Geox è un “made in
technology” e su questo siamo
sempre stati chiari con i nostri
consumatori.
Oggi Geox produce calzature e
abbigliamento in ventotto paesi
e li vende in sessantotto.
Ora il nostro obiettivo è replicare in altri paesi europei lo
stesso modello che ci ha permesso di raggiungere la leadership in Italia, e i risultati saranno sorprendenti. Ciò che ci
proponiamo per i prossimi due
anni rappresenta la nuova sfida di Geox: diventare leader
nei mercati in cui non siamo
ancora praticamente presenti,
come Usa, UK, Russia, Cina
e Giappone. In questi mercati
Geox è solamente approdata
e c’è ancora molto da fare, ma
la credibilità del marchio e la
risposta positiva che finora abbiamo ottenuto dai nostri milioni di consumatori ci dà fiducia
e ci incoraggia a investire in
misura sempre maggiore.
Il fattore comune del nostro
sviluppo sarà come sempre la
tecnologia, che per noi rappresenta un elemento imprescindibile.
Noi produciamo una collezione
internazionale ogni sei mesi, alla quale ne aggiungiamo una di
locale per ogni singolo mercato
Una idea vale
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L’italianità è nelle idee, nello stile e nello sviluppo dei progetti.
Posso però affermare con certezza che non basta offrire un
prodotto eccellente per far crescere la propria azienda.
Ciò che conta è adottare un
modello di business appropriato.
Nella piccola e media impresa
italiana vige ancora la figura
del padre-padrone. Una struttura che gli americani definiscono “Mama’s and Papa’s
operation”. Il non superamento
della prima generazione, indipendentemente dal settore, è il
classico problema delle aziende in cui c’è un padre-padrone che detiene ogni controllo e
potere decisionale. Non è detto
che un figlio debba per forza
entrare nell’azienda di famiglia.
Bisogna lasciarlo libero di percorrere la propria strada ma
essere pronti ad accoglierlo nel
momento in cui si dimostrerà
convinto del progetto del padre.
Oggi per crescere è necessario avere le più diverse competenze ed è impensabile che la
stessa persona sia esperta di
finanza, di economia di comunicazione e di prodotto, e che
nel contempo parli magari cinque o sei lingue. Poiché è questo ciò che richiede il mercato.
L’unica strada percorribile è
quella che Geox ha intrapreso
fin dall’inizio ed è la “manage by manager”. La struttura
e i poteri, in Geox, non sono
per nulla centralizzati. Certo,
quando ci sono delle decisioni
importanti da prendere sono
sempre presente, ma tali decisioni vengono prese assieme a una schiera di manager
competenti ai quali, nel corso
del tempo, sono state affidate
le principali aree aziendali. La
chiave del successo è dunque
questa e sarebbe impossibile
attuarla senza una formazione
adeguata.
Se non si affidano le diverse
aree e responsabilità a più di
una persona, ognuna esperta nel proprio ambito, ci sarà
sempre un grosso limite alla
crescita dell’intera organizzazione.
esclusivamente il movimento
del calore nel corpo umano e
questo sta dando vita a prodotti di nuova concezione.
Il terzo elemento fondamentale sono le risorse umane, che
vanno valorizzate e poste al
centro della crescita aziendale
attraverso la formazione e il riconoscimento del loro operare.
L’ultimo elemento indispensabile per lo sviluppo di una organizzazione, è la comunicazione:
se sono certo di avere tra le mani un prodotto eccellente e non
lo comunico, vale quanto rimanere davanti a uno specchio a
ripetersi quanto si è bravi.
La comunicazione deve essere
essenziale ma efficace. Se analizziamo la pubblicità di Geox,
prendendo ad esempio l’immagine della scarpa con lo sbuffo
di vapore, ci accorgiamo che
la sua forza sta proprio nel comunicare l’elemento distintivo.
Qualcuno la critica in termini
di eleganza, ma questi critici
semplicemente non capiscono quale era il nostro obiettivo:
comunicare la nostra diversità
rispetto a tutti gli altri.
to l’azienda stessa e nel caso
di Geox forse anche di più. Il
valore aggiunto del nostro management risiede nello spirito
di squadra e nella volontà di
perseguire un obiettivo comune, al pari della realizzazione
personale. Oggi siamo come
una grande squadra e le persone rappresentano l’asset più
importante.
Le persone sono la nostra principale risorsa e come tale va
valorizzata in ogni ambito: da
una parte ci sono i corsi di formazione e di aggiornamento,
ma dall’altra abbiamo messo in
piedi una vera e propria rete di
servizi. Si va dalle convenzioni
con palestre, negozi e ristoranti,
alla più recente realizzazione del
Centro Infanzia Geox “Mondo
Piccino”, composto da un asilo
nido e da una scuola materna
che – gratuitamente – accolgono i figli dei nostri dipendenti.
Il nostro fiore all’occhiello è la
Geox School, una scuola interna in cui realizziamo quattro
diversi tipi di master aziendali
rivolti a manager, top manager, tecnici e neolaureati. La
finalità è trasferire la mission e
gli obiettivi aziendali in persone
già capaci.
I corsi hanno struttura e durata
diverse a seconda del target
a cui si rivolgono. Quelli per i
neolaureati, ad esempio, durano dai quattro ai sei mesi e
prevedono sia docenti interni
che esterni per le lezioni della
mattina, e un tutor personale
per la formazione “on the job”
del pomeriggio, in modo da
creare un efficace continuum
fra teoria e pratica.
più di una Fabbrica
Altro nodo importante, è investire in “Ricerca & Sviluppo”.
Ogni anno investiamo circa il
3% del fatturato in ricerca e
sviluppo di nuovi prodotti.
Nel nostro quartier generale
a Montebelluna lavorano 680
persone, il 75% delle quali è
laureata. Non è dunque una
tipica fabbrica di scarpe, ma
una fabbrica culturale, dove
tutti questi giovani di età compresa tra i 30 e i 35 anni lavorano nella ricerca, nello stile,
nella finanza, nella comunicazione, con idee nuove continue
ed esplosive. Quindici ingegneri sono concentrati a studiare
Vorrei spendere qualche altra
parola sulle risorse umane.
Geox gioca le sue carte migliori
sulle persone e nella loro formazione. La nostra divisione
di Human Resources non si
preoccupa tanto di trovare dei
manager o, meglio, degli individui che già lo sono, quanto
piuttosto di individuare persone
che potenzialmente possano
diventarlo.
Siamo dei veri e propri talent
scout che in ogni angolo del
mondo scovano la persona
più adatta per una determinata
mansione e, una volta trovata questa importante risorsa,
viene inserita in un processo
formativo continuo che gli permette di maturare nell’azienda.
Il capitale umano vale quan-
C’è una massima che porto
sempre con me e che lascio
ovunque io mi ritrovi a parlare,
ed è che “una idea vale più di
una fabbrica”.
Mario Moretti Polegato
Presidente della GEOX
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7
“Dici in giro
di conoscermi
bene,
dai, raccontami,
dimmi chi sono,
fai finta che io
non sia qui”
intervista a
Fabio Novembre
a cura di
Beppe Finessi
Dici in giro di conoscermi bene, dai, raccontami, dimmi chi sono, fai finta che io non sia qui.
Fabio Novembre nasce a Lecce il 21 ottobre del
1966, Bilancia, amore e giustizia. Papà Mario è
commerciante di mobili, mamma Erminia casalinga.
Secondo di quattro fratelli (Luca, il maggiore, e i
più giovani Andrea e Serena), nella provincia solare
e barocca come molti bambini fa il chierichetto, e
tutte le mattine andando a scuola recita il rosario.
Tradizione, liturgia, teatralità, oratoria insieme all’attenzione “scenografica” segnano i pensieri del
piccolo Novembre.
Alle scuole elementari la pagella vede tutti 10, e il
preside lo soprannomina “Gigi Riva il cannoniere”.
Ottimi risultati anche alla scuole medie, brilla in italiano, e la scrittura è già il vero amore. Al liceo scientifico “Cosimo De Giorgi” tutti gli anni viene rimandato
in filosofia, così per sfida sceglie quella materia come
facoltativa all’esame di Maturità: votazione finale
42/60, il “voto dei dritti”.
Il primo motorino è un “Ciao”; la prima macchina la
“500” beige della mamma, e si vanta ancora di aver
avuto su quei sedili esperienze di tutti i generi.
L’attività del padre influenza il giovane Novembre: il
negozio “Novembre Arredamenti” di Copertino è il
più aggiornato e sofisticato della Puglia; il modo di
trattare il pubblico, con il leggendario “baciamano”
di Mario Novembre alla clientela femminile è un fatto
ancora ricordato, eleganza attenzione e vezzo. In
quel luogo si respira aria di design, e tutte le migliori
aziende sono rappresentate.
Come emergo da quel mondo dorato?
Così nel 1984 arriva la scelta di trasferirsi a Milano,
dove raggiunge il fratello Luca che lì studia Economia
e Commercio, e si iscrive alla Facoltà di Architettura
del Politecnico.
Energico e affamato di sapere, per approfondire i
temi dell’architettura degli interni, frequenta contemporaneamente l’ISAD (Istituto Superiore Architettura e
Design) dove incontra Giovanni De Lucchi, sua prima,
appassionata guida.
Al Politecnico emerge naturalmente per vitalità e passione. E’ rappresentante degli studenti nel Consiglio
di Facoltà, è corteggiatissimo dalle ragazze, porta le
Clarks su Loden e Borsalino, e sosta permanentemente
nell’atrio e in “fumosa” aula IV (“occupata” dagli studenti), trascinando i compagni di studi in progetti di
ogni tipo.
Nel 1988 presenta la poltroncina “Honlywood” al
Salone Internazionale del Mobile di Milano: lo si
ricorda in un angolo dello stand B&B Italia, sorridente e instancabile, vestito di bianco, a mostrare il
meccanismo di apertura e chiusura di quel suo pezzo
d’esordio: premi e riconoscimenti e primo passo d’autore nel mondo del design.
Incontra il professor Arturo Dell’Acqua Bellavitis e
con lui inizia a collaborare all’attività didattica del
corso di “Arredamento e Architettura degli Interni”:
così ancora studente si ritrova, orgogliosamente, già
in cattedra. Si ricordano episodi anomali: agli esami
spiazzava gli allievi, interrogandoli sull’ultima scultura lignea di Oskar Kogoj, sul primo film di Pedro
Almòdovar, sul disco del momento di Pino Daniele.
La vita a Milano scorre frenetica e caotica nell’appartamento in piazza Emilia 9 dove vivono insieme
i quattro Novembre (nel frattempo Serena e Andrea
hanno raggiunto i fratelli maggiori, e seguono l’esempio di Fabio nel percorso di studi). Nel 1989 trascorre tre mesi in Danimarca, progetto Erasmus, con l’amico Francesco Scullica.
Un primo momento di svolta significativo, tu
che sai, qual è stato?
Nel 1990 viene folgorato, come altre centinaia di
studenti, dalle lezioni di Corrado Levi, un altro modo
di vedere le cose, “Una diversa tradizione”: diventano fondamentali gli insegnamenti di Mollino, Albini,
Santachiara, ma anche Satie ed Escher. Sono gli
anni dei corsi sulle “diverse logiche progettuali”, sul
libro “Caos” di Gleick registrato in tempo reale; ma
soprattutto lì Novembre inizia a respirare il mondo
dell’arte contemporanea, da Alighiero Boetti a JeanMichel Basquiat a Stefano Arienti. Proprio al corso
di Levi assiste a una conferenza di Izhar Patkin, dopo
due ore ne diventa amico e il week-end successivo lo
accompagna alla Biennale di Venezia dove l’artista
israeliano è invitato ad esporre.
Nel giugno 1991 è a Villa Malaparte, sul Capo
Massullo di Capri, per collaborare a un convegno
organizzato da Enrico Baleri: nel grande soggiorno
della casa di Libera siedono contemporaneamente al
tavolo dei relatori Andrea Branzi, Achille Castiglioni,
Enzo Mari, Alessandro Mendini, Philippe Starck e
Oscar Tusquets. Durante quel mitico soggiorno beve
whisky con Castiglioni e ascolta, per un pomeriggio
intero all’ombra della “vela” del terrazzo, un implacabile Mari, che nel suo stile lo stimola a una maggiore
riflessione critica. Una sera a cena discute animatamente di politica ed economia col padrone di casa; e
così si risveglia ritrovandosi “ospite non gradito” nella
casa più bella del mondo.
Fonda con alcuni amici (Georg Fontana, Marc
Dolger, Lars Andersen, Mikal Jorgensen) il gruppo
“La Corrente del Golfo”, con cui presenta una serie di
piccoli oggetti, come la lampada “Orbit” animata da
uno strano mix zoomorfo/hi-tech.
Nel 1992, durante la discussione della sua tesi di laurea (“A sud di Memphis”, relatore Arturo Dell’Acqua
Bellavitis), il professor Giandomenico Salotti lo invita
a ripensare a come potrebbe essere fatta una seggiola. “Un fazzoletto appoggiato per terra” è la risposta,
certo una “metafora” alla Ettore Sottsass.
A parte questo, il primo momento rivoluzionario?
Nel dicembre di quell’anno, e nel febbraio successivo,
“graffita” il muro della “sua” Facoltà di Architettura
con una decorazione rosa con cuore rosso, reclutando gli amici con la telefonata “ti senti trasgressivo?”.
Verranno tutti arrestati e trattenuti una notte al commissariato.
Scrive per la rivista “Modo” diretta da Cristina
Morozzi, e pubblica, tra i primi in Italia, riflessioni sul
lavoro di anarchici pensatori come Lebbeus Woods,
Krzysztof Wodiczko e Gordon Matta-Clarck.
Nel 1993 si trasferisce a New York per studiare
regia cinematografica (il cinema è la sua grande
9
passione, e prima vera competenza: per anni un
film ogni sera, a volte anche più d’uno), ospitato nel
loft dell’amico Patkin, e frequenta Holly Solomon e
Caetano Veloso.
E’ il Natale del 1993, quando tornato in Italia telefona a un compagno di studi chiedendogli “ma tu lo sai
fare un impianto elettrico?”: aveva ricevuto l’incarico,
la notte prima in discoteca, di progettare i nuovi negozi Blumarine nel mondo, sostituendo il maestro Toni
Cordero. Inizia così l’attività professionale di architetto, continuando a rimandare il ritorno in America: per
anni i suoi vestiti e gli oggetti personali rimarranno
nelle scatole dell’appartamento newyorkese, dove non
tornerà più se non per lavoro. E addio cinema: la sceneggiatura di “Emmenthal”, scritta durante i corsi alla
“New York University”, non avrà mai seguito.
Una sera al centro sociale Leoncavallo assiste a una
performance dei Mutoids Waste Company, li conosce e nasce una collaborazione: si ricordano viaggi,
tra piadine e autogrill, nella bassa padana, su una
scassatissima Uno bianca, per raggiungere la cava
dove quel gruppo di nomadi ormai stabili viveva e
lavorava.
Nel 1995 si trasferisce in un loft in via Mecenate, in
una ex fabbrica di aeroplani, per anni suo total-living
tra vita e lavoro, riempito di mobili da mercatino e da
qualche pezzo anni Settanta; vive circondato da gatti,
e il campo da tennis in terra rossa di fronte a casa ogni
tanto lo vede protagonista di modeste prestazioni.
Pubblica per Idea Books “A sud di Memphis”, la sua
tesi di laurea. Ettore Sottsass si lascia “corrompere”
e firma l’introduzione che si conclude con un emblematico “vai via, ora, ti odio” (per Sottsass, Novembre
rimarrà sempre “l’americano”, il ragazzo fuggito da
Milano per New York, come lui stesso aveva fatto negli anni Cinquanta).
Firma il Cafè “l’Atlantique” di Milano, locale che
immediatamente diventa di moda e lo mette al centro della scena cittadina. Sono gli anni in cui si va a
dormire sempre alla mattina presto, notti insonni tra
discoteche e mondanità.
Nel 1996 attraverso l’amico Joe Corre di Agent
Provocateur incontra Elio Fiorucci che diventa amico
e maestro di vita, e lo accompagna alla scoperta di
“un’altra” Milano, dai bassifondi ai salotti buoni.
Fabio Novembre, “Lucca”, vassoio in ottone argentato cm. L. 25 P. 35 H. 10 della serie “100 Piazze”, 2007, prod. Driade Kosmo – Fossadello di Caorso (PC)
La prima consacrazione vera e propria?
Nel 1998 esce su “Domus” l’articolo “Pioggia di
Novembre”: sarà il suo “passaporto” internazionale.
Nel 1999 incontra Candela, e così a un certo punto “ho deciso, sono innamorato”, insieme scattano
“Family Portrait” e si sposano a Las Vegas nel 2003.
Nel 2000 inizia la collaborazione con Bisazza in
qualità di direttore artistico: il difficile compito di sostituire l’amico Alessandro Mendini si risolve con alcuni
progetti indelebili di show-room e stand in ogni parte
del mondo.
Nel 2001 immagina di realizzare una città virtuale su
internet, nella quale ognuno può abitare come vorrà:
una Second Life ante litteram progettata da architetti.
Presenta con Giulio Cappellini il tappeto “Net” e il
tavolo “Org”: quest’ultimo diventa un’icona di questi
anni, e in una recente pubblicità di una casa automo-
bilistica viene preso a modello comparativo per parlare di creatività.
Pubblica “Be Your Own Messiah”, libretto di riflessioni
sul mondo e sulla vita, che esalta la sua scrittura colta
e poetica.
Instaura rapporti personali con i direttori di tutte le
testate più importanti, e con i migliori giornalisti di
settore. Sono diverse decine le copertine dedicate al
suo lavoro (molto fotogenico, quasi sempre visto da
Alberto Ferrero, paziente e attento costruttore di immagini), e molte centinaia gli articoli.
Esce su “Carnet” una sua lunga intervista: Augusto
Romano di Meltin’Pot legge che un altro giovane
leccese si sta facendo valere in giro per il mondo e
lo chiama a curare il settore architettura e design del
proprio marchio di jeans: nel 2003 nasce una collaborazione che continua ancora oggi.
A l’Avana, durante il workshop internazionale
“Architecture and Water” progetta il “Decalogo per
l’arcobaleno”, personale e iridea visione del mondo
tra ecologia, filosofia e design.
Conclude l’Una Hotel di Firenze, lussuosa e colta dimostrazione di un linguaggio personale arrivato da
tempo alla maturazione, e si misura, vincendola, con
una tipologia diventata centrale nell’architettura di
questi anni.
Ancora per Cappellini presenta il sistema “S.O.S.”,
che sottolinea un momento più solitario della sua vita.
Nel 2004 si trasferisce nella nuova casa-studio di
via Perugino, dove nel giardino pianta un “albero di
Giuda” mentre in cucina un serpente di Sandro Chia
allude a un Eden ritrovato; qui la casa degli ospiti è
sempre occupata da amici che trovano sorrisi e accoglienza; intanto la Porsche gialla del ’76 (pagamento
di una parcella) è perennemente davanti al portone,
mentre la vecchia moto BMW del 1929 (acquistata
dall’amico Tom Dixon) diventa una scultura in posa
nello studio. Ormai preferisce muoversi in scooter o in
taxi.
Il momento più importante?
Il 12 novembre 2004 nasce la figlia Verde.
Nel 2005 conduce per “Ultrafragola” gli incontri
con i maestri del design italiano, e così incontra
Ettore Sottsass, Vico Magistretti, Angelo Mangiarotti,
Mario Bellini, Massimo Morozzi, Alessandro
Mendini, Andrea Branzi, Riccardo Dalisi, Ugo La
Pietra: le domande sono dirette, il clima disinvolto,
la sommatoria dei documenti un inedito modo di
guardare a quel mondo, senza soggezione, senza
sovrastrutture, visto da chi non si occupa di storia,
ma cerca di farla.
Nel 2006 inizia la collaborazione con Stuar t
Weitzman, per cui realizza decine di show-room in
tutto il mondo, disegnando un sistema globale di arredamento.
Coordina la collezione “Some Good News”
per Meritalia, invitando dodici giovani colleghi (Massimiliano Adami, Adriano Design, Carlo
Contin, Giulio Iacchetti, JoeVelluto, Miriam Mirri,
Luca Nichetto, Nucleo, Donata Paruccini, Matteo
Ragni, Lisa Tavazzani) a disegnare pezzi di un ideale ambiente, e la festa nello showroom di via Durini
11
E il resto, tra le cose che contano?
I suoi amici non sono architetti ma fotografi, manager, avvocati, stilisti, Dj, cantanti e musicisti: teorizza
che per potersi ossigenare è meglio frequentare altri
ambiti. Saturnino, miglior bassista italiano, elabora
la musica per il suo sito. Non mancano dialoghi con
Lorenzo Cherubini Jovanotti: quello su Tarantino finisce su YouTube ed è cliccatissimo.
Il brunch domenicale è una regola da condividere con
gli amici, meglio se con famiglia, trasformandosi in una
specie di colonia con decine di bambini al seguito.
Le vacanze estive sono regolarmente su spiagge assolate, ultimamente è tornato nelle masserie della sua
Puglia, per anni erano i lidi deserti della Thailandia.
Al lunedì e al mercoledì la segretaria non prende
appuntamenti per il secondo pomeriggio: la preparazione della partita serale di calcetto, puntuale come
una messa con i soliti sei amici, viene prima di ogni
cosa. Non giocano bene, comunque si divertono, e ci
credono come ragazzini.
Il suo sito è organizzato con un blog a cui risponde
personalmente e quotidianamente. Concede almeno
due interviste alla settimana, e almeno una volta al
mese è in giro per il mondo per conferenze, workshop
o presentazioni del proprio lavoro.
Tra i primi a Milano ad avere il telefono cellulare,
dichiara da subito che il numero del portatile sarà la
sua nuova carta d’identità.
Oggi l’attività dello studio è felicemente strutturata:
dai primi progetti fatti interamente da solo, ai secondi
aiutato dalla sorella Serena, sono nel frattempo arrivati Lorenzo De Nicola, Carlo Formisano, Giuseppina
Flor, e poi Marco Braga, Dino Cicchetti, Raffaele
Correale, Alessio De Vecchi, Ramon Karges, Adel
Kassem, Giuseppe Modeo, Patrizio Mozzicafreddo,
Domenico Zenone Papetti, Juan Sebastian Plata
Becerra, Alessio Scalabrini, Étienne Thetard, a formare una “squadra” fedele e compatta.
Rifiuta sistematicamente molte occasioni di lavoro,
discute animatamente con ogni possibile interlocutore,
“rimbalza” tre quarti delle possibilità, ma ottiene sempre ciò che vuole.
Quando parla, racconta, spiega, accendendosi ripetutamente tra entusiasmo ed enfasi, ricorda spesso i
“15 minuti” warholiani di successo democratico (anche se lui punta a qualcosa di più…), dice “no” come
partenza di ogni discorso (d’altra parte fa notare che
“io no” sono il “cuore” di “Fabio Novembre”), e la
parola che usa più spesso è “amore”.
Triennale Design Museum presenta l’ultimo progetto sbocciato nel
giardino di Fabio Novembre
Il Fiore di Novembre
Uno spettacolare allestimento concepito appositamente dall’autore
permette di esplorare il suo lavoro in modo inedito, fornendo una
pluralità di nuove chiavi di lettura.
L’allestimento è strutturato in due momenti differenti. Entrando
dall’ingresso principale il visitatore è posto nella condizione di
spettatore: di fronte a lui si apre un fiore enorme, composto da più
sezioni di mosaico ripetute nello spazio. L’effetto è fortemente teatrale,
connotato dal contrasto fra la pavimentazione simile ad asfalto nero e
la saturazione del colore del fiore. Due file di sedute, posizionate su
di una piccola gradinata, permettono di vedere gli altri visitatori che si
muovono come attori sulla scena. Esplorando il backstage, invece, ci si
può immergere, per mezzo di un piccolo corridoio, nel cuore del Fiore
di Novembre.
Non si tratta della semplice presentazione dei progetti di Fabio
Novembre: le diverse sezioni fanno entrare il visitatore direttamente
e in maniera totalizzante nel suo mondo, nei suoi processi creativi,
nelle sue ossessioni, nei riferimenti progettuali che lo guidano. In ogni
sezione è presentato un pezzo di design, a cui fanno da corollario
testi e immagini che rimandano alla nascita di quell’oggetto ed alle
idee da cui è stato generato. Il percorso creativo dell’architetto è così
messo in scena in maniera originale partendo da quelle che sono le
sue fonti di ispirazione per arrivare al prodotto finito attraverso svariate
sollecitazioni sensoriali.
“Per fare tutto ci vuole un fiore”.
Gianni Rodari
Dal 1966 rispondo a chi mi chiama Fabio Novembre.
Dal 1992 rispondo anche a chi mi chiama “architetto”.
Ritaglio spazi nel vuoto gonfiando bolle d’aria e regalo spilli appuntiti
per non darmi troppe arie.
I miei polmoni sono impregnati del profumo dei luoghi che ho respirato
e quando vado in iperventilazione è soltanto per poi starmene un po’
in apnea.
Come polline mi lascio trasportare dal vento convinto di poter sedurre
tutto ciò che mi circonda.
Voglio respirare fino a soffocare.
Voglio amare fino a morire.
Fabio Novembre, 2009
Il Fiore di Novembre
21 aprile - 17 maggio 2009 Triennale di Milano
Coordinamento generale: Silvana Annicchiarico
Concept e Progetto di allestimento: Fabio Novembre
Catalogo Electa
Orario martedì-domenica 10.30-20.30 - giovedì 10.30-23.00
Orari dal 22 al 27 aprile 10.30-22.00
© Emiliano Ponzi
va avanti fino a notte inoltrata, con il dj Claudio
Coccoluto che fa ballare tutto il mondo del design.
In quell’occasione presenta “Air Longue System”, che
diventa la copertina di “Interni” di aprile.
Nel 2007, invitato da Franco Laera a immaginare
un evento anomalo durante il Salone Internazionale
del Mobile, propone uno spettacolo teatrale dedicato
al mondo dell’architettura, ispirandosi e trasformando il testo “Aspettando Godot” di Samuel Beckett.
Coinvolge nel progetto Italo Rota, e poi Alessandro
Mendini, Andrea Branzi, Alessandro Guerriero,
Saturnino e chi scrive, costruendo una pièce paradossale, giocando tra polvere del palcoscenico e il mondo virtuale di Second Life.
MEMPHIS
BLUES
A ventotto anni dalla mostra storica e a ventinove dalla nascita del
gruppo, Carla Sozzani espone nella galleria mobili e documenti
dell’“ultimo movimento di design del secolo”, come ha voluto definire Memphis parlando di come e perché le era venuta l’idea della
mostra.
“Non c’è nessuna ricerca di marketing dietro di me, nessuna strategia, le mie decisioni sono quasi sempre istintive…
certo sono stufa di vedere ripetizioni di ripetizioni di ripetizioni e poi tutti sogniamo un movimento di gruppo, un
ideale da condividere… perché che noia tutte queste star di
uno star system del nulla”. “Memphis”, continua Sozzani,
“è solida, ha un segno forte, fortissimo e insieme restituisce densità sensoriale, humour, senso del gioco… sono
stufa anche del minimal…”
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Galleria Carla Sozzani
Corso Como 10 – 20154 Milano
www.galleriacarlasozzani.org
a cura di Barbara Radice
allestimento Michele De Lucchi
grafica Christoph Radl
musica Micaela Sessa
Per Carla Sozzani la galleria è una passione e questa di Memphis
una storia “vera” che si può comunicare volentieri, nessun calcolo o
avventura commerciale, ma una bella storia della commedia umana,
come, forse, la avrebbe chiamata Sottsass.
La mostra è stata possibile grazie al contributo di Abet Print, Martine
Bedin, Alberto Bianchi Albrici, Memphis, Nathalie Du Pasquier,
Carlotta e Ernesto Gismondi, The Gallery Mourmans, George
Sowden, Matteo Thun.
In occasione della mostra la casa editrice Electa ha ristampato in
1000 copie il libro “Memphis, ricerche, esperienza, risultati, fallimenti e successi del Nuovo Design” di Barbara Radice e “Memphis
the New International Style”.
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MEMPHIS BLUES
MEMPHIS BLUES
Il nome Memphis
“Il nome Memphis deve essere uscito la sera dell’11 dicembre 1980 a
casa di Sottsass. La musica del giradischi era Bob Dylan “Stuck inside
of Mobile with the Memphis blues again” e dato che nessuno si occupava di cambiare disco Bob Dylan continuava a urlare ‘Memphis blues
again’ fino che a un certo punto Sottsass ha detto ‘OK chiamiamola
Memphis’ e a tutti è sembrato un bellisssimo nome: blues, Tennessee,
rock and roll, periferia americana e poi l’Egitto, la capitale dei faraoni, la città sacra del dio Ptah. Secondo il quaderno di Michele De
Lucchi quella sera c’erano: Ettore (Sottsass), Barbara (Radice), Marco
(Zanini), Aldo (Cibic), Matteo (Thun), Michele (De Lucchi), Martine
(Bedin). Tranne la sottoscritta erano tutti architetti (Bedin laureanda),
con l’eccezione di Sottsass, minori di trent’anni… I primi disegni dei
nuovi mobili del Nuovo Design si sono visti il lunedì 9 febbraio 1981
e quella sera c’erano anche George Sowden e Nathalie Du Pasquier:
erano più di cento disegni e alla fine eravamo tutti ubriachi ma per la
prima volta sicuri che ci sarebbe stata la Memphis”.
Barbara Radice, Memphis, ricerche, esperienza, risultati, fallimenti e
successi del Nuovo Design, Electa, 1984
I mobili Memphis
“I mobili Memphis sono pensati come unità scoordinate a destinazione libera. Sono pezzi isolati che suppongono l’esistenza di case dove
l’arredo non si monumentalizza, non crea blocchi inamovibili, angoli
di coordinati, situazioni fisse, ma è traslocabile e polivalente. I mobili
Memphis sono stati studiati per funzioni specifiche ma molti pezzi
possono essere usati per funzioni diverse da quelle previste. Per questa loro qualità anche figurativamente trasformista e perché per loro
natura tendono a corrompere qualsiasi unità stilistica, è previsto siano
indifferentemente usati in qualsiasi ambiente di qualsiasi stile…”
Da Memphis, the New International Style, Electa, 1981
Sottsass nel 1981
“A forza di camminare nelle zone dell’incerto (per una certa diffidenza) e a forza di colloquiare con la metafora e l’utopia (per capire
qualche cosa di più) e a forza di toglierci di mezzo (certamente per
calma innata), adesso ci ritroviamo con una certa esperienza, siamo
diventati bravi esploratori. Forse sappiamo navigare vasti fiumi
pericolosi, inoltrarci dentro giungle che nessuno ha mai percorso…
Adesso possiamo finalmente procedere con passo leggero, il peggio
è passato, Possiamo anche sederci senza troppo pericolo e possiamo
lasciare scivolarci addosso serpenti e ragni oscuri, possiamo anche
evitare zanzare e possiamo benissimo mangiare carne di coccodrillo; senza escludere del resto le cioccolate con la panna e le crêpessuzette al Grand Marnier. Possiamo fare – quasi – qualsiasi cosa,
perché cari amici, come si diceva, siamo vecchi, esperti navigatori
in mari molto aperti.
Il fatto è che ci è passata la paura: voglio dire la paura di dovere rappresentare o di non dovere rappresentare qualche cosa o qualcuno,
siano élites o derelitti, siano tradizioni o cafonaggine.
Ci è passata la paura che ci manda il passato e anche quella ancora
più aggressiva che ci manda il futuro.”
Da Memphis, the New International Style, Electa,1981
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Nelle due pagine precedenti:
cover della ristampa “Memphis the New International Style”
uscita per i tipi della casa editrice Electa;
entrata della Galleria Carla Sozzani sita in Corso Como 10;
foto del gruppo Memphis accomodato
sul ring “Tawaraya” di Masanori Umeda, 1981.
In queste pagine, a sinistra:
i loghi Memphis di Christoph Radl - 1982/83
e Valentin Grego - 1983 (il secondo dall’alto);
sotto: nuovamente il gruppo Memphis fotografato nel 2001
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SUPERSTUDIO
TEMPORARY MUSEUM FOR NEW DESIGN
Superstudio Group è stato fin dall’anno 2000 protagonista, a Milano,
della rinascita di quell’area urbana posta alle spalle della stazione di
Porta Genova, facendo partire dal suo centro culturale e espositivo ogni
nuovo progetto in zona; in particolare la Design Week che movimenta
via Tortona e dintorni. Per il 2009 Superstudio rivoluziona il concept
adottato finora e crea un nuovo progetto autonomo, direttamente gestito, coordinato in tutti i suoi spazi, fedele all’immagine di qualità e
avanguardia di tutti gli eventi creati o ospitati da Superstudio.
Il progetto di Superstudio per il Fuori Salone 2009 si pone in modo
diverso da quanto fatto finora; crea una ben definita isola di ricerca
e innovazione nel quartiere, esaltando le caratteristiche che hanno
fatto di Superstudio un centro espositivo e culturale unico in Milano.
Superstudio, con i suoi 13.000 mq a disposizione nelle sue due sedi,
di fatto è la presenza più grande e significativa della zona. Meno
Fiera e più Museo, nel senso contemporaneo del termine, è il fil rouge
della Design Week 2009 al Superstudio. Il nuovo concept nasce sotto
il nome di Temporary Museum for New Design, tante “gallerie”
separate dove le presenze delle aziende, dei prodotti e layout espositivi vengono selezionati in base alla qualità dei progetti, al valore dei
brand, alla ricerca innovativa dei designer che, nell’insieme, possano
assicurare una manifestazione di alto interesse e impatto museale.
Ogni “mostra” sarà introdotta da un titolo che illustra il concept alla
base delle nuove proposte.
Art direction generale di Giulio Cappellini con la supervisione
di Gisella Borioli.
Due sedi vicinissime per la prima volta collegate: Superstudio 13, lo
storico centro per l’immagine più famoso del mondo, con i suoi 13
studi fotografici, situato in via Forcella 13 con doppio ingresso su via
Bugatti e Superstudio Più, il prestigioso centro polifunzionale di via
Sotto: progetto di Michele De Lucchi,
installazione di “Performance in
Lighting/ Atelier Italiano”;
Nella pagina accanto:
Superstudio Più durante
l’edizione di Design Week
dell’anno scorso
Tortona 27 composto da diversi edifici all’interno di una grande area,
durante la Design Week sono parte dello stesso progetto Temporary
Museum for New Design, anche visivamente collegati.
Grandi “archi di trionfo” segnaleranno gli ingressi delle due location,
distanti pochi minuti a piedi. Una navetta dedicata farà servizio continuo tra i due poli.
Il “Temporary Museum” di Superstudio occuperà un’ampia area espositiva sviluppata nelle due sedi vicine, secondo tematiche precise:
• Nuovi talenti, paesi emergenti, proposte sperimentali e innovative… Lo spazio per le scoperte si trova nel Basement di Superstudio
Più, per la prima volta a disposizione di giovani designer e idee che
vengono da lontano. “Discovering” presenta la sezione “Talents of the
Year” realizzata in collaborazione con Elle Décor Italia e le sue edizioni internazionali. “Other worlds, other ideas” presenta una selezione
di progetti e progettisti di altri paesi e con altre visioni selezionati da
Superstudio.
• Arte e design come si confrontano “a bordo” delle navi Costa
Crociere, in una nuova declinazione dell’eccellenza italiana, al
Superstudio 13.
• Aldo Cibic presenta per HHD nel cortile del Superstudio 13 un nuovo modo di abitare, modulare, personalizzabile ed ecocompatibile, in
un’installazione esterna che trasforma il parking in un giardino.
• Interferenze con l’arte contemporanea attraverso installazioni e contaminazioni.
Eleonora Garavello
Saranno presenti al Superstudio: ADIDAS
ORIGINALS • ALCANTARA • ALL+ • ARIK BEN
SIMHON • BRAND VAN EGMOND • CORO •
COSENTINO • DAVID TRUBRIDGE • DESIGM •
DESIGN APPARAT • FLOOR TO HEAVEN • FLORA
• FOSCARINI • L’ABBATE • LINTELOO/VERDEN
BY LINTELOO • MAOS CONTEMPORARY
ART • MODULAR LIGHTING INSTRUMENTS
• MOOOI • NIKA ZUPANC • NOBODY&CO/
BOSA/TIMOROUS BEASTIES • PERFORMANCE
IN LIGHTING/ATELIERITALIANO • PHILIPS
LIGHTING
• PLANIKA • PROOFF • SÖDRA
• SVENSK FORM • TIVOLI AUDIO • TOM
DIXON • VALCUCINE • VEUVE CLICQUOT
PONSARDIN
• WYSSEM NOCHI • ADREANI
- BENCORE • COSTA CROCIERE • DEJAVU
HOME • HHD – HOLIDAY HOMES DESIGN
• P E T R A A N T I Q U A • S PA D E S I G N B Y
MY EXHIBITION • ZEROZERO DESIGN
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INTEMPIDICRIS
SUPERSTUDIO
TEMPORARY MUSEUM FOR NEW DESIGN
“Sarà fondamentale curare al massimo la progettazione finalizzata
all’ottimizzazione dei processi di industrializzazione. La carenza di risorse stimola nuove soluzioni. L’industria è alla ricerca di idee nuove e
fresche, che possono arrivare soprattutto dai giovani creativi”.
Vicente García Jiménez, spagnolo, 30 anni. FOSCARINI
“Il design sta diventando sempre più consapevole delle reali esigenze di
mercato. È proprio in questo momento di riflessione che possono nascere
nuovi interessanti punti d’incontro”.
Giulio Cappellini, coordinatore del progetto e scenografia, italiano,
55 anni. ALCANTARA ®
“La crisi economica mondiale impone per fortuna un ripensamento di
tutto il nostro sistema produttivo e quindi anche del ruolo del design, che
credo debba tornare a occuparsi più seriamente dei contenuti sociali e ambientali inerenti al progetto. In questa situazione è vincente la politica di
chi investe seriamente su innovazione e ricerca e di chi sta intraprendendo
politiche a medio-lungo termine di sostenibilità ambientale e di uso intelligente delle risorse energetiche. La strategia di uscire dalla crisi rincorrendo nuovi mercati mi sembra invece in questo momento pericolosa, perché
porta al rischio di una perdita della propria identità come azienda”.
Ilaria Marelli, italiana, 37 anni. CORO
“Non credo ci siano delle risposte giuste o sbagliate, solo obiettivi
da fissare e seguire. Penso che oggi la grande sfida sia usare gli
spazi pubblici, luoghi da condividere e nei quali si possiedono cose
che altrimenti non si potrebbero avere mai. Abbiamo sviluppato
l’IO e i desideri privati, ora è il momento del NOI, di buttare giù i
muri e sviluppare un nuovo linguaggio delle cose e dell’interazione
sociale”.
Jurgen Bey, Paesi Bassi, 43 anni. PROOFF
“Il design autentico sopravviverà in tutte le circostanze. Non abbiamo
mai seguito i trend dell’ultima moda, ma abbiamo sempre voluto creare
oggetti senza tempo, in grado di posizionarsi nella storia, nel rispetto
del pianeta terra”.
William Brand, olandese, 46 anni e Annet van Egmond, olandese,
45 anni. BRAND VAN EGMOND
Interviste a cura di Chiara Ferella Falda, con la collaborazione di Simona Bara, Elena Pardini e Alessandra Sega
IINCHED IREZIO
“Spero che il trend possa essere invertito, e un design più onesto e meno
frivolo possa emergere per raggiungere un più ampio numero di persone… we can dream!”
Tom Dixon, inglese, 45 anni
“Ritengo che il design sia irrilevante e irresponsabile se non affronta le
serie problematiche ambientali attuali”.
David Trubridge, neozelandese, 58 anni
“Come diceva John Ruskin ‘quando costruiamo, pensiamo che quello
che si costruisce sia per sempre’. Il nostro approccio è puro, nasce
dall’entusiasmo per le idee. Lavoriamo per fare cose che resistano per
sempre, sia come idea sia come piacere, per andare anche oltre il concetto di biodegradabile”.
Alisée Matta, inglese, 38 anni e Giovanni Gennari, italiano, 48 anni.
NOBODY & CO.
PER GENTILE CONCESSIONE DI SUPERSTUDIO - TEMPORARY MUSEUM FOR NEW DESIGN
“La mia direzione personale è neo-rinascimentale fatta di valori umanisti, di artigianalità e tecnologia, di creatività e originalità.
Il design per me è all’italiana; da sempre siamo il paese che genera
qualità, bellezza e intuizioni capaci di migliorare la vita e il suo gusto
quotidiano”.
Felice Limosani, italiano, 42 anni. ADIDAS ORIGINALS
“C’è bisogno di tanta passione, curiosità e capacità di metabolizzare.
Bisogna fare ricerca, per produrre riflessioni che portino all’incrocio
trasversale di diverse sostenibilità… economica, ambientale, energetica,
culturale ed estetica”.
Enzo Calabrese, italiano, 48 anni. L’ABBATE
“Costa Crociere, pur in un momento come quello attuale, continua a investire sul design in tutte le navi attualmente in ordine o costruzione. Ci
auguriamo quindi che questa intuizione, unita alla capacità innovativa,
alla forza comunicativa delle navi, e sostenuta dagli investimenti, possa
contribuire a far progredire e sviluppare il design, in particolare quello
italiano”.
Sandra Casagrande, italiana, 41 anni e Roberto Recalcati, italiano
40 anni. COSTA CROCIERE
N E S TA A N D A N
“Bisogna trasformare l’economia distruttiva dell’era industriale in un
sistema che ripristini la salute del nostro pianeta e migliori la qualità
della nostra vita. Seguire l’ottica di una sostenibilità non solo del processo produttivo, ma anche del prodotto stesso è fondamentale”.
Gabriele Centazzo, italiano, 59 anni. VALCUCINE
“Il design non sarà più lo stesso, non più basato sul welfare, sull’iperfunzionalismo e sulla fiction, ma su un’idea di qualità della vita responsabile e sostenibile, dove l’opportunità incontra la necessità. Saremo
chiamati a rivedere la parabola della relazione umana con gli oggetti”.
Mirko Tattarini, italiano, 39 anni. DESIGN APPARAT
“Penso che noi designer non dovremmo realizzare ogni nostra singola
idea, ma creare nuovo valore e un distinguibile impatto culturale. Credo
nel valore degli oggetti, che possono avere un ruolo fondamentale nel
creare l’identità dell’individuo e per questo dovrebbero durare molto più
di qualche stagione”.
Nika Zupanc, slovena, 34 anni.
“Pensiamo che il mercato non sia in discesa ma si stia solo modificando,
la risposta che vogliamo dare ora al design è una proposta adeguata,
equilibrata, attenta alle esigenze. Occorre uscire dagli schemi, sciogliere
i nodi che limitano e sacrificano l’accoppiamento di diversi materiali
nati da diverse culture, concetti e principi”.
Francesca Stacca, italiana, 29 anni. ADREANI
“Verso l’innalzamento della qualità progettuale e l’impiego di materiali
e tecnologie ecosostenibili”.
Alberto Apostoli, italiano, 40 anni. SPA DESIGN BY MY
EXHIBITION
“Credo che il design debba essere a lungo termine e che troppo design
sia usa e getta. È nostra responsabilità creare pezzi unici, pezzi d’arte
che diventino parte di una collezione, da trasmettere di generazione in
generazione”.
Arik Ben Simhon, israeliano, 43 anni
“Ogni progetto non può prescindere da considerazioni connesse al consumo delle materie prime e a processi produttivi non inquinanti. Si deve
inoltre concentrare la ricerca su oggetti emozionali con una propria
vitalità, indipendente dall’oggetto che potrebbero rappresentare o dallo
spazio che li accoglierà”.
Giorgio Palù, italiano, 44 anni e Michele Bianchi, italiano, 44 anni.
ZEROZERO DESIGN
“Il design deve essere libero, innovativo, straordinario, puro e sofisticato”.
Michaela Schleypen, tedesca, 40 anni. FLOOR TO HEAVEN
DOILDE SIGN?
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però non se la può permettere e quindi
si aprono tutti gli interrogativi usuali
sui rapporto tra costi, numeri e industria e in questo caso anche tra comuni e politica del territorio. Ancora più
problematica l’immagine pubblicitaria
che associa un modello di questo letto con un manager. In che circostanza
potrebbe aver bisogno di dormire all’aria aperta?
È ovvio che i luoghi comuni vanno abbandonati e l’apparente ironia e solo
un’altra forma per riflettere sui problemi legati all’uomo in condizioni ambientali difficili. Rimane più percorribile
l’utilizzo per quelle figure professionali
come ricercatori, sportivi, escursionisti
e viaggiatori, ma anche normali campeggiatori. In alcune circostanze critiche queste “macchine” possono davvero rappresentare una facilitazione.
Un augurio che l’azienda produttrice
le supporti e le pubblicizzi come meritano e che possano comunque aprire
altre ricerche simili a sostegno dei bisogni primari dell’uomo negli ambienti
urbani sempre più problematici.
Massimo Roncelli
zione più ampia risulta strumento importante e prioritario.
Veduti i prodotti/progetti di Baumann
ho pensato che solo dalla tradizione
tedesca potevano uscire oggetti di
questo tipo. Nonostante l’internazionalità della cultura e le contaminazioni del mondo globale esiste ancora un
identità più forte che affonda le radici
nella cultura nazionale.
La Germania concepisce sempre qualcosa di estremamente tecnico e funzionale, ergonomico e attento ai particolari. È il loro modo di intendere l’esistenza prima ancora che i prodotti per
l’uomo e l’ambiente.
La seconda sensazione è un qualcosa
di già visto negli anni ‘70 quando i cambiamenti socio-politici e di costume
promossero progetti in sintonia con le
mutazioni comportamentali. Si cercava
di dare risposta a problemi di base cercando strumenti per ridurre e migliorare
piccoli e grandi disagi quotidiani.
Nei progetti degli anni ‘70 la dimensione utopica e a volte fantastica era
prevalente, mentre nei prodotti di Baumann il dato pragmatico prevale.
wohnsysteme für
obdachlose und andere
urbane nomaden
Baumann propone oggetti trasformabili, mobili, robusti e di facile manutanzione con ingombri ridotti. Strumenti
appunto in cui il superfluo non ha ragione di esistere. Il materiale è essenzialmente il metallo, piegato, saldato,
estruso, reticolare e la stoffa telata che
passa da una dimensione strutturale a
quella piegata e racccolta per ridurre
l’ingombro.
I bisogni sono quelli primari: dormire, mangiare, lavarsi. Il progetto più
interessante è un letto “da campo”
che chiuso ha le dimensioni di metà
del corpo umano. La cucina proposta
come un abitacolo estensibile è meno
originale solo perché molte proposte
in questa tipologia sono già state sperimentate. Decisamente curiosa una
piccola valigetta che diventa un contenitore per pediluvio. Mi sto chiedendo
quando e dove può essere usata.
Questi progetti lasciano aperte molte
possibilità di utilizzo e se è chiara e
precisa la funzione, il campo di utilizzo
e la fisionomia dell’utilizzatore è meno
certa. Ovvia l’immediata associazione del letto ambulante al barbone che
Anche quest’anno la kermesse milanese del mobile vedrà ampliarsi i suoi appuntamenti con il “fuorisalone”, consueta esposizione esterna alla fiera che
in spazi cittadini più o meno ufficiali,
privati e non, ospiterà decine e decine
di manifestazioni di protagonisti affermati e giovani sconosciuti. Il GoetheInstitut di Milano, l’istituto culturale
tedesco attivo in tutto il mondo, che tra
i suoi obiettivi ha quello di instaurare
rapporti tra il mondo culturale tedesco
e quello italiano presenterà per la prima volta in Italia il designer Winfried
Baumann all’interno del programma
Public Design Festival.
Baumann presenterà cinque progetti
di Istant Housing ossia delle soluzioni
istantanee ai bisogni del vivere urbano tra cui l’Istant Cooking, una cucina
mobile e compatta a disposizione del
pubblico visitatore che troverà posto in
Piazza XXIV Maggio, portando un momento di ristoro tra una visita e l’altra.
Il Public Design Festival, attraverso
questo progetto afferma la volontà di
intervenire nello spazio pubblico con
servizi utili, e il design nella sua accez-
winfried bauman
“Se le storie sono una diversa dall’altra, hanno sicuramente in comune una
caratteristica: sono sempre difficili e complicate. Incontrando l’amore, come
metalli lucidati ritorniamo luminosi a brillare. Ci sentiamo rinati e felici”.
Massimiliano Forza, Antifurti psicologici
Caffè Espresso
Caffettiera? Fuochino. (1)
Wiel Arets, “coffee.it”, caffettiera espresso, acciaio inossidabile 18/10, resina termoplastica, 2008
La caffettiera tra architettura e poesia
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Siamo tutti figli di un qualche padre e di una qualche madre;
su questo non ci scappa alcuna possibilità di controdeduzione.
Bene, fatta la sventagliata assiomatica, ora è da capire quale
è la patronimica dell’oggetto caffettiera, ossia quale è il suo
albero genealogico. Vediamo, allora, in estrema sintesi, cronologia e caratteristiche di questo principale arnese che viene
utilizzato da secoli per la preparazione della bevanda nera.
Dall’Ibrik turco, piccolo recipiente di ottone dotato di una
lunga e stretta maniglia si è passati al bollitore di Baghdad
che ha avuto grande influenza sullo stile delle caffettiere
europee. Successivamente prese piede il metodo a infusione
della cuccuma in rame subito però soppiantato dalla progenitrice della ‘napoletana’ dove la sezione inferiore (il bollitore)
e quella superiore (il bricco) erano uniti mediante baionetta:
quando l’acqua bolliva, l’intera macchinetta doveva essere
capovolta. Col passare del tempo vi furono altre invenzioni
che sfruttavano il vapore e l’elettricità per poi arrivare infine
alla ‘milanese’ che aveva un recipiente inferiore contenente
l’acqua e uno superiore per il caffè, separati da un filtro. La
svolta decisiva in questo campo fu data dalla Moka Express
di uso semplice, estremamente sicura e venduta dall’Italia in
tutto il mondo.
Qui non ci sfuggono né i “se” e neppure i “ma”: con questi
parametri progettuali potrebbe sembrare agli occhi dei più
non esserci alcuna possibilità di evasione creativa o volo pindarico. Il percorso è tutto sommato ineluttabile e al designer
non resterebbe altro che sottolinearlo nella sua sostanziale
obbligatorietà di forme essenziali e necessarie. Le distrazioni
non sono accettabili e il percorso dunque è già segnato (2).
Eppure qualcuno, nonostante tutto, ha deciso di accettare
la sfida e salire sul treno dell’industria Alessi (quella degli
oggetti casalinghi prevalentemente in acciaio inossidabile;
quella dell’interesse culturale rivolto all’editoria, alle mostre,
alla sperimentazione che fa di questa azienda un modello di
apertura e intelligente conduzione), perché disegnare una
macchina da caffè è pur sempre un progetto eccitante. È un
lungo viaggio tra sentimento e funzionalità.
Alla riuscita di questo ambizioso intento hanno partecipato
autori che all’avventura della storia del design hanno contribuito a viva voce.
Quattro di questi sono stati selezionati per comporre il corpus della mostra realizzata dall’Archivio Alessi negli spazi
espositivi del Museo Carà di Muggia - Trieste e intitolata
per l’appunto “Caffè Espresso. La caffettiera tra architettura
e poesia”: Wiel Arets, Riccardo Dalisi, Richard Sapper e
Aldo Rossi corrono come ombre cinesi sul filo (oggi possiamo affermarlo) della profondità storica. Si confrontano con
le altre officine della storia delle arti decorative (3). Sono
professionisti abituati ad apparecchiare progetti più vasti e
complessi: architetti chiamati a immaginare oggetti densi di
quella carica sperimentale che il made in Italy ha, qualche
volta, trascurato.
Prima di rivendicare a sé stessi e alla propria esperienza artistica un diritto alla disobbedienza e all’eclettismo hanno bevuto tanti caffè, forse non hanno dormito e, probabilmente, si
sono anche inervositi. Ma, dalle risultanze di questi studi, sono nati bozzetti preparatori, prototipi, piccole serie produttive
oppure direttamente oggetti destinati ad entrare in produzioni
di grande serie.
In buona sostanza non si sono proposti di risolvere il problema di un buon caffè, perché a quello basta la napoletana, o la
moka (se si vuole la schiuma), ma la loro ricerca è stata esplicata come vero e proprio monumento alla espressione di un
rito che si rinnova con gli stili della tendenza.
Proponendo il confronto tra macroscala e microscala il
Paesaggio casalingo (4) si è così popolato di nuovi edifici
che invitano a una metaforica passeggiata sul tavolo della
colazione.
Sulla scia di questi indizi, le loro caffettiere agiscono come
centro di gravità nel vuoto del mondo contemporaneo superpopolato di oggetti e segni.
Questo è stato, secondo noi, l’itinerario poetico –personale e
imprevedibile– legato a un uso ripetitivo dell’analogia e della
memoria di Arets (stile formale e minimale miscelato nella
giusta dose), di Dalisi (con la sua carica di sottintesi simbolici
e rituali), di Sapper (dalle geometrie dense di novità tecniche
e funzionali) e di Rossi (per mezzo del suo tipo di architettura
con la cupola tra l’Antonelli e quelle ottocentesche). Per concludere c’è sempre qualcosa che ci istruisce sulle origini degli
eventi e che ci conduce tra i meandri del labirinto esistenziale, quello in effetti che per portarci da A a C non passa solo
per B, ma arriva a toccare Z per tornare a P per attraversare D
e infine approdare alla meta agognata C. Un po’ come il viaggio di Ulisse verso Itaca: quanto non ha dovuto soffrire per
ritornare a toccare la soglia della sua desiderata casetta, e per
fortuna che c’era una dea che lo ha sorretto nella lotta contro
le avversità che via via altri gli facevano cadere addosso.
La memoria è questa grande mappa/dea che ci aiuta, che ci
sostiene, che ci tiene la mano, che ci guida in questo percorso
articolato e tortuoso. La memoria, nella sua grande possanza,
è questa ragnatela fragile che ci fa sovrapporre immagini, che
ci fa spazio nei corridoi oscuri degli avvenimenti assunti nella
loro dinamica.
Così, la relatività istintiva ci istiga verso il futuro mantenendo
intatta l’idea del presente, mentre inquadra la visione che sta
dietro la nostra nuca.
Eleonora Garavello e Alessio Curto
NOTE
(1) “Caffettiera? Fuochino. Risposta incompleta. Non è una normale caffettiera, è una caffettiera espresso Alessi, Il che, se permettete, non è
la stessa cosa. Innanzitutto perché si chiama Alessi, e su questo non
c’è molto da discutere. Poi perché è una vera e propria reinvenzione
della caffettiera, in tutti i suoi particolari. State a sentire. Il disegno è di
Richard Sapper, realizzato in acciaio inossidabile 18/10. Il sistema di
chiusura, a leva, è rivoluzionario: basta un click per aprire e chiudere. Il
beccuccio, che ha una particolare conformazione, è antigoccia. Il manico
è in acciaio lavorato antisdrucciolo. La forma è troncoconica, con la base allargata che permette il massimo sfruttamento della fonte di calore. Il
prezzo, dulcis in fundo, non vi stupirà: il giusto, per un oggetto che vale
molto. E adesso alzi la mano chi ha detto caffettiera”. Bodycopy tratta da
un’inserzione pubblicitaria Alessi Fratelli SPA del 1979.
(2) Almeno che non si prenda per buono lo scarto che intercorre fra il funzionamento della mente umana e gran parte degli oggetti che ci circondano e che siamo condannati ad usare come afferma Donald A. Norman
nel suo celebre testo La caffettiera del masochista, dove si mette in luce
la psicopatologia degli oggetti quotidiani attraverso un processo al cattivo design condotto dal principale esponente del cognitivismo contemporaneo.
(3) Dove “per Officina s’intende il luogo ideale per realizzare l’incontro
tra diverse esperienze progettuali nella verifica e nella definizione di
un complessivo e multiplo metaprogetto” come mette in evidenza l’autrice Laura Polinoro, curatrice del catalogo della mostra organizzata al
Centre Georges Pompidou di Parigi L’officina Alessi. Alberto Alessi e
Alessandro Mendini: dieci anni di progetto, 1980 - 1990, Ed. F.A.O.,
Crusinallo, 1989. Inoltre, sempre dalle pagine del medesimo volume,
sulla centralità dell’officina Alberto Alessi non perde l’occasione per
asserire che “se c’è una cosa che mi ha sempre incuriosito della Alessi
è l’apparente contrasto tra il grigiore metallico e la serietà dell’officina
meccanica, che ha rappresentato la nostra origine e che continua a essere
il centro della nostra attività, e la intensità del risultato poetico che essa
produce (…) come la semplice voglia di toccarli o di contemplarli, la
ricerca di un’emozione, il desiderio di felicità”.
(4) Paesaggio casalingo è un termine coniato da Alessandro Mendini sia
per dare il titolo al suo volume uscito nel 1979 per la Editoriale Domus,
quanto per intendere come tale quell’insieme di strumenti adatti a trasformare, organizzare e contenere il cibo e le bevande prima e durante il
pranzo.
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Richard Sapper
Richard Sapper, “9090”, caffettiera espresso, acciaio inossidabile 18/10, 1979
Wiel Arets: leggerezza e consistenza
“Architetto singolare, pensatore indipendente, Wiel Arets tende alla regolarità delle parti ma non è minimalista in senso
riduttivo, i suoi progetti includono un grado elevato di complessità intellettuale, ma anche di concretezza e semplicità formale. La centralità della sua architettura non consiste in un’attività di elaborazione formale di tipo scultoreo o iconico, ma
tende a una condensazione e intensità che sono la ragione dell’aura speciale di Leggerezza e di Consistenza presente nelle
sue opere. La caffettiera espresso coffee.it mostra gli elementi
tipici della sua pratica progettuale”.
Alberto Alessi
Aldo Rossi
Riccardo Dalisi: la caffettiera e Pulcinella
“La divagazione è funzionale a rendere ancora più evidente,
più esplicito un risultato possibile, utilizzando l’ironia. Pure
negli scienziati, dal momento in cui si vuole presentare uno
studio e comunicarne lo spirito, nasce in qualche modo l’esigenza di animare il risultato […] La caffettiera che tira fuori
braccia e mani in segno di vittoria è bisogno d’animazione (e
non fatto naïf), per comunicare con forza, rendere emotivamente partecipi”.
Riccardo Dalisi
Aldo Rossi, “La conica”, caffettiera espresso, acciaio inossidabile 18/10 con fondo in rame, 1984
Richard Sapper: forma e funzione
“Io sono un grande nemico della forma per la forma. Per me
la forma è la conseguenza di una vita interiore che deve avere
l’oggetto. La Bandung, la 9090 e la Cobán sono esempi di oggetti con una forma che in qualche modo traduce il suo senso
in una cosa. Io non voglio dire cosa esprime quell’oggetto: può
esprimere qualcosa, ma io non ho lo scopo di raccontare con la
forma dei miei oggetti una storia che si può dire in parole. In
qualche modo gli oggetti dovrebbero parlare da soli con chi li
guarda, li ha, o li usa”.
Richard Sapper
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Aldo Rossi: architetture da tavola
“Rossi era un po’ diffidente nei confronti dell’industria in generale, ma l’Alessi gli piacque e si lanciò in lunghi studi sugli
oggetti per il caffè, diventati nel tempo una specie di ossessione: note, schizzi, fotografie, disegni, progetti di diverso tipo,
per Rossi la caffettiera è per eccellenza il simbolo del rapporto
dialettico tra l’architettura (o meglio l’urbanistica) e il ‘paesaggio domestico’ in cui questo monumento in miniatura si
inserisce. Da questa ricerca sono nate La conica, La cupola,
Ottagono e altri oggetti legati al rito del caffè”.
Alberto Alessi
Riccardo Dalisi, sopra: “90018”, caffettiera napoletana, acciaio
inossidabile 18/10, legno di noce Canaletto, 1987; sotto: ricerche e
divagazioni sul tema della caffettiera napoletana
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Sessant’anni di
grande design
al Museo
Kartell
Prodotti, immagini, disegni e manifesti,
costituiscono il percorso di visita
allestito da Ferruccio Laviani
che racconta, passo dopo passo,
l’avventura dell’azienda artefice
del curioso connubio
tra materie plastiche e design
di
Elisa Storace
curatrice Museo Kartell
A destra disegno originale
della lampada KD6
di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, 1959;
sotto l’ingresso del Museo.
Nell’altra pagina
uno scorcio degli spazi espositivi,
il logo del Museo
e alcune campagne pubblicitarie del 1982
Nel 1999, al cinquantesimo anniversario dell’azienda,
Claudio Luti fonda il Museo Kartell dando vita a uno dei
musei aziendali più grandi e ricchi d’Italia che nel 2000
si aggiudica il Premio Guggenheim Impresa & Cultura
come miglior museo d’impresa e che nello stesso anno
è protagonista al Pompidou con una mostra dedicata.
Nelle Collezioni del museo confluiscono i materiali di
documentazione, i prodotti e i prototipi raccolti e conservati in sessant’anni di storia che testimoniano un
percorso di grande impegno e dedizione.
Molti di questi prodotti, insieme a immagini, disegni e
manifesti, costituiscono il percorso di visita del Museo
allestito da Ferruccio Laviani che racconta, passo dopo
passo, l’avventura dell’azienda che più di ogni altra è
stata artefice del curioso connubio tra materie plastiche
e design.
Il percorso inizia con il primo straordinario portasci in
gomma del 1949 e termina con la rivoluzionaria seduta
Mr. Impossibile di Philippe Starck del 2008; tra loro è
un susseguirsi di premi e oggetti-icona: gli apparecchi
d’illuminazione dei fratelli Castiglioni, le prime pionieristiche sedute in plastica di Sapper, Zanuso e Colombo,
quelle in policarbonato trasparente di Philippe Starck,
la prima libreria a configurazione libera al mondo di Ron
Arad e così via. “La forza del Museo Kartell è la forza
dell’azienda” come afferma Dejan Sudjic, direttore del
Design Museum di Londra, “Il museo mostra le scelte
che ha adottato e gli investimenti che ha fatto. La mostra e l’allestimento stesso, riflettono un continuo e serio impegno di ricerca e sperimentazione”.
Ricerca e sperimentazione sono infatti i temi comuni
in tutti i pezzi in mostra al museo che, nati da un sempre rinnovato interesse per gli aspetti tecnologici e per
quelli socio-culturali, sono ispirati da un comune ideale
di design democratico.
Giulio Castelli, ingegnere chimico e allievo del premio
Nobel Giulio Natta, fonda la Kartell nell’immediato dopoguerra con la volontà, dice: “di produrre oggetti con
caratteristiche innovative, intese come applicazione di
nuove tecnologie produttive, rivolte all’economia del
materiale e all’efficienza del processo” ed avvia la sua
Museo Kartell
Via delle Industrie, 3
20082 Noviglio (MI)
Tel: +39 02 90012269
Fax: + 39 02 9053316
e-mail:
[email protected]
website: www.kartell.it
Aperto al pubblico
dal martedì al venerdi,
dalle 14 alle 18.
Ingresso libero.
Visite guidate gratuite
individuali o di gruppo
su appuntamento
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Reclame dell’azienda realizzata negli anni Sessanta
Foto di gruppo dei designer Kartell al Centro Pompidou, 2000
attività con la produzione di autoaccessori e casalinghi, apparecchi d’illuminazione, articoli da laboratorio,
mobili e complementi d’arredo. Fin da subito l’ingegner
Castelli si avvale di un approccio innovativo per la progettazione dei suoi articoli concentrandosi sugli aspetti
di ricerca tecnologica e design, essenziali per affrontare
il progetto delle materie plastiche che a differenza dei
materiali naturali, si presentano prive di un’identità visibile prima della lavorazione. Con la produzione di secchi e bagnetti in polietilene infatti Giulio Castelli riesce
nell’intento di portare la plastica nelle case degli italiani
e realizza prodotti di notevole spessore culturale, come
il secchio con coperchio, Compasso d’Oro 1955, o lo
spremilimoni KS1481, la cui forma viene presa a modello per gli spremiagrumi realizzati negli anni successivi
dai produttori di elettrodomestici. I pezzi più esemplificativi del design Kartell degli anni cinquanta sono infatti
i casalinghi disegnati da Gino Colombini, che uniscono
l’utile al bello e rappresentano la giusta forma per i
nuovi materiali, contribuendo in modo determinante al
cambiamento del paesaggio domestico in atto.
I grandi nomi del design Italiano e internazionale si susseguono nel percorso aziendale come in quello del museo: tra gli altri: Achille e Piergiacomo Castiglioni, Giotto
Stoppino, Gae Aulenti, Michele De Lucchi, Antonio
Citterio, Vico Magistretti, Piero Lissoni, Philippe Starck,
Patricia Urquiola, Marcel Wanders… e Anna Castelli
Ferrieri. A lei, nel 2007, il museo ha dedicato una mostra ed a lei il museo e Kartell sono strettamente legati.
Prima donna a laurearsi in architettura a Milano, moglie e compagna di Giulio Castelli fin da giovanissima,
offre all’azienda il suo contributo di architetto e designer pragmatico e consapevole firmando alcuni tra i
pezzi più venduti di sempre come i Mobili Componibili
del 1967, i primi mobili al mondo stampati a iniezione
in ABS.
Con l’affermazione internazionale del design italiano e
milanese degli anni sessanta e settanta, la Kartell consolida la propria identità esplorando la versatilità dei
materiali e avvalendosi anche del contributo di designer
esterni come Marco Zanuso e Joe Colombo. Nel 1964
esce la sedia per bambini 4999 disegnata da Marco
Zanuso e Richard Sapper, la prima sedia al mondo
completamente in plastica. Combinabile, smontabile e
facilmente pulibile la seggiolina è seguita dalla seduta
sovrapponibile 4867- Universale di Joe Colombo che
trova una risposta formale all’uso di un materiale e di
una tecnologia nuovissimi: è la prima seduta al mondo interamente in ABS prodotta da un unico stampo a
iniezione ed è ancora oggi uno dei prodotti-icona del
design italiano nel mondo.
Ben presto Kartell si accorge del contributo culturale
che i suoi prodotti sono in grado di dare e si rende
parte attiva nel dibattito sui temi dell’industrial design
e delle materie plastiche pubblicando gli house organ
“Qualità” e “Kartellnews” e aprendo Centrokappa,
una società del gruppo fondata da Valerio Castelli.
Centrokappa contribuisce
per oltre un decennio a
promuovere il design italiano nel mondo attraverso di incontri ed eventi
che organizza all’interno
dello storico stabilimento
di Noviglio nello spazio
che poi diverrà il cuore
del museo, e che ottengono un’audience internazionale.
Nel 1972, invitata dal MoMA di New York, Kartell partecipa alla mostra Italy: The New Domestic Landscape
con la produzione di tre prototipi di proposte abitative
d’avanguardia disegnati da Gae Aulenti, Ettore Sottsass
e Marco Zanuso e con più oggetti di produzione che
vengono inseriti nella collezione permanente del museo
newyorkese.
Nel 1988, alla soglia dei settant’anni, Giulio Castelli
passa il timone Claudio Luti che acquisisce Kartell e
rivede il catalogo nel rispetto del Dna aziendale all’insegna di una ricerca basata sulla qualità del prodotto
che privilegia gli aspetti tattili e sonori delle superfici.
La sedia Dr Glob di Philippe Starck del 1988 è il primo
prodotto in plastica al mondo ad avere spessori importanti, angoli vivi e colorazioni pastello e anticipa i temi
che saranno dominanti negli anni novanta. Il materiale
plastico viene accostato ad altri materiali come l’alluminio, il ferro e il legno, le superfici divengono opache, con touch particolari e gamme cromatiche molto
estese. Per poi nuovamente mutare nel 2000 e divenire
trasparenti come le sedute La Marie di Philippe Starck
del 1999 e Louis Ghost del 2002, la sedia in plastica
più venduta al mondo. Da qui Kartell continua la sua
ricerca con un’energia senza precedenti che porta alla
creazione di più arredi in policarbonato trasparente,
rivoluzionari in ogni aspetto; Kartell diventa la prima
azienda a realizzare superfici trasparenti verniciate e la
prima a portare il concetto di trasparenza negli ambienti
domestici e collettivi. A partire dal 2002 e grazie alla
collaborazione di Ferruccio Laviani, anche negli apparecchi d’illuminazione dominano colore e trasparenza
e vengono immesse sul mercato lampade di esemplare
purezza formale che aprono la strada a una rinnovata
divisione dedicata all’illuminazione.
In pochi anni, grazie al contributo di diversi designer
internazionali, il catalogo Kartell si arricchisce di una
sempre più ampia gamma di prodotti e viene adottata
una precisa e lungimirante strategia distributiva internazionale che porta alla creazione dei negozi monomarca
che aprono al ritmo di trenta all’anno e che sono oggi
presenti in oltre cento paesi del mondo.
Nei suoi primi sessant’anni Kartell conquista oltre cento
premi, fra cui nove Compassi d’Oro e vede i suoi prodotti nelle collezioni dei più importanti musei del mondo, dimostrandosi sempre capace di soddisfare le più
ardite ambizioni estetiche grazie al patrimonio di conoscenze tecnologiche ottenuto in anni di esperienza.
Attraverso le visite guidate, le ricerche, le pubblicazioni,
l’organizzazione di mostre internazionali e attraverso
le sue collezioni, il Museo Kartell racconta questi sessant’anni di grande design.
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COMUNE DI MUGGIA
Il prodotto di elettronica tra identità e innovazione
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Museo
d’Arte
Moderna
“Ugo Carà”
Brionvega, storico marchio del design italiano, guarda alle generazioni future e in quest’ottica
ha dato vita a un progetto di collaborazione con l’Istituto Europeo Design di Torino. L’iniziativa
ha coinvolto i designer del corso triennale di Industrial Design -coordinato dai docenti Marco
Valente e Paolo Trevisan- ai quali è stato richiesto, come tesi di fine anno, di progettare degli
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ipotetici nuovi prodotti di elettronica di consumo in grado di veicolare i valori estetici e innovativi
spiccano: MOD_X impianto stereo formato da una struttura modulare da appendere alla parete
che caratterizzano il celebre marchio Brionvega. Il progetto prevedeva che gli studenti dovessero
che sembra una scultura e che racchiude un lettore CD e alcune unità di memoria su cui salvare i
presentare il concept del prodotto e una maquette in dimensioni reali o in scala che riproducesse
brani musicali; PLUS lettore multimediale in grado di leggere ogni tipo di supporto, come compact
l’estetica dell’oggetto progettato. L’iniziativa ha dato vita a una decina di proposte tra cui
disc, musicassette, dischi in vinile e memory card e di salvare la musica su un hard disc esterno
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che può essere portato con sé e collegato a PC o autoradio; SuOno sistema audio wireless
supporto audio come CD, lettori MP3 e DVD. L’iniziativa espositiva sarà costituita da un percorso
composto da un corpo centrale e da quattro casse indipendenti su cui è possibile ascoltare quattro
in cui nelle “isole” personalizzate saranno presentati dei pannelli in forex (che illustrano la sintesi
playlist diverse; Zero/1 sistema hi-fi che reinterpreta in chiave moderna il giradischi grazie a uno
progettuale degli elaborati) e i relativi prototipi (accompagnati dallo studio grafico dello stampato
speciale braccio che scorre in senso longitudinale sul disco e in grado di riprodurre ogni tipo di
promozionale) il tutto sempre realizzato dagli studenti iscritti al corso di Industrial Design dello IED.
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OGGETTI COERENTI
PERCHÉ PROGETTUALMENTE PENSATI
“BAMBU” di Enzo Mari, 1969. Fotografia di Elliott Erwitt
“Se mi chiedete cos’è la Danese, io direi che la Danese sono due persone: Bruno
Danese e Jacqueline Vodoz. E così è stato per tutto l’arco della durata in cui noi
siamo rimasti nella Danese, fino agli anni ‘90-91”. Questa la secca dichiarazione
rilasciata dalla fondatrice del prestigioso marchio nel corso di una recente (e
rara) trasmissione televisiva dedicata alle tematiche del disegno industriale.
Azienda di complementi di arredo, multipli d’arte e giochi didattici, sin dalla sua
nascita (1957), si presenta come una struttura atipica, non produttiva autonomamente, poiché si appoggia, per la realizzazione dei propri prodotti, a industrie e
laboratori esterni, con i quali instaura un rapporto di collaborazione molto stretto e continuativo (DEM per la ceramica, Robots per la produzione di ferri saldati
e metalli, Plastic per i tecnopolimeri, Livellara per i vetri e il cristallo soffiato,
Albaplast per l’ABS e il polimero a iniezione).
Eravamo nell’Italia del dopoguerra dove esplodeva il desiderio di fare, di sentirsi
liberi di sperimentare qualsiasi cosa. E’ un momento propizio e la Danese, cavalcando l’onda favorevole, edita i primi oggetti di design. Oggetti con una caratterizzazione molto precisa, dalla forma estetica esteriore mai gratuita, dove la funzione e la realizzazione sono strettamente legate.
Questo spirito di avventura era molto forte perché non corrispondeva alle richieste del mercato, ma era qualcosa che nasceva dentro chi concepiva il progetto
e chi si preoccupava di realizzarlo. Prendeva vita così una delle firme più autorevoli e originali del già ricco panorama del design italiano.
L’incontro con due autori del calibro di Bruno Munari e Enzo Mari ha fatto il resto,
caratterizzando gran parte del complesso delle opere: dalla collaborazione con
Munari nascono il posacenere “Cubo” (1957), le lampade “Cubica” (1958),
“Prismatica” (1961) e la famosa “Falkland” (1964). Grazie a Mari, Danese si trasforma in una specie di laboratorio sperimentale, con i contenitori “Prog. 491A”
e “491B” (1958), realizzati con lamiera tagliata a macchina e saldata senza finiture e con profilati in ferro.
Più tardi anche Achille Castiglioni, Kuno Prey, Angelo Mangiarotti e Marco Ferreri
hanno contribuito a sviluppare un’arte industriale aperta a ogni materiale cui è
riconosciuta una validità senza tempo.
Nel 1992 la Danese fu comprata dal Gruppo Cassina, autorevole fabbricante
italiano di mobili, che si è preoccupato di focalizzare il catalogo su oggetti per
ufficio.
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Infine, dal 2000, con l’arrivo di Carlotta de Bevilacqua al ponte di comando, è iniziata la seconda giovinezza per l’azienda milanese di via Canova che è partita
proprio dalla cura nella continuità produttiva e sperimentale attraverso un puntiglioso rilancio dell’immagine. “Oggi la parola d’ordine Danese è personalizzare:
interagire con i prodotti per metterli in scena nei propri ambienti quotidiani; adottare i prodotti esplorandone la componibilità, oppure ricercando ulteriori interpretazioni funzionali, o ancora sviluppando la flessibilità d’uso”.
Nel pieno cambiamento dell’Europa non si va a operare solo nell’ambito estetico
ma nell’offrire una nuova strategia puntando sul branding, innovazione, ricerca,
nuovi format distributivi e produttivi.
Così questi oggetti pieni di bellezza e di spirito, testimoni della linea filosofica
dell’azienda che ha sempre visto nel design il portavoce di valori duraturi e, nel
contempo, innovativi, ha trovato nuova linfa nei lavori del rinnovato team di designer internazionale.
Sempre Enzo Mari, Marco Ferreri e ancora Paolo Rizzatto, Andrea Branzi,
James Irvine, Matali Crasset, Naoto Fukasawa, Alberto Meda, Neil Poulton,
Karim Rashid, Harri Koskinen, Franco Raggi, Huub Ubbens, Theo Williams e altri
hanno prodotto un flusso continuo di nuove idee e scambi per lo sviluppo progettuale e produttivo dell’azienda. In questo ambito la qualità è sempre stata
al centro dell’attenzione: qualità intesa sia come processo progettuale che
logistico-distributivo.
Lo stesso ambiente nel quale Danese opera risponde al concetto di qualità coerente con la scelta di fondo: qualificare l’ambiente nel quale si vive.
Le sedi operative si concentrano attualmente in due sedi strategiche: una a
Milano con il relativo showroom come centro nevralgico europeo, l’altra a Hong
Kong come osservatorio e piattaforma logistica del sud-est asiatico.
LE IMMAGINI
DI ELLIOTT ERWITT
PRESENTI IN CATALOGO
Elliott Erwitt nasce a Parigi
nel 1928, di origine ebraica, passa
la sua infanzia fra Francia, Italia
e America. Si avvicina alla
fotografia alla “Hollywood Hight
School”, e presto una Leica
diventa la sua inseparabile
compagna.
Erwitt usa le immagini per
comunicare, non solo come
rappresentazione della realtà,
e presto affina il suo linguaggio:
ironico, semplice, essenziale.
Con lo stesso linguaggio
sorridente, nel pieno della sua
inconfondibile visione del mondo,
Elliott Erwitt ha interpretato gli
oggetti della collezione Danese:
un’interpretazione poetica e a volte
ironica di forme e contesti d’uso.
Tutte le altre fotografie riprodotte in
questo catalogo sono dei seguenti
autori:
Ballo & Ballo,
Giacomo Giannini, Gio Pini,
Benvenuto Saba e Miro Zagnoli.
Sotto il logotipo disegnato da
Franco Meneguzzo, 1957
Danese Srl
Via Canova, 34 - 20145 Milano
tel +39.02.34939534 - 34537900
fax +39.02.34538211
showroom
piazza San Nazaro in Brolo, 15
20122 Milano
tel +39.0258304150
fax +39.02.58433350
Danese Ltd
1105, Regent Center 88
Queen’s Road Central
Hong Kong
tel ++81.3582.53053
fax +81.3582.53055
www.danesemilano.com
Alessio Curto
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“TANO” di Andrea Branzi, 2001. Fotografia di Elliott Erwitt
“BiGSUPERHOOK” di James Irvine, 2001. Fotografia di Elliott Erwitt
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“HANG UP” di Paolo Rizzato, 2001. Fotografia di Elliott Erwitt
“HUMPHREY” di Paolo Rizzato, 2001. Fotografia di Elliott Erwitt
ZWAHLEN & MAYR
GRUPPO
SITINDUSTRIE
ZM
ONDE SINUOSE PER PAUL KLEE
A BERNA LA SPETTACOLARE STRUTTURA
REALIZZATA DALL’ARCH. RENZO PIANO
di Andrea Ulliana ed Eleonora Garavello
ZWAHLEN & MAYR, fondata nel 1881 è oggi quotata alla borsa di Zurigo. Nel
1978 è stata acquistata da
Sitindustrie che vi ha introdotto due linee specifiche
per la produzione di tubi, per
differenziarla dalla sua attività principale, rappresentata
dal disegno, costruzione e
assemblaggio di carpenteria
metallica.
Attualmente lo stabilimento
situato ad Aigle è specializzato nella produzione di:
-tubi saldati in acciaio inossidabile e di tubi di precisione
in acciaio inossidabile saldati
e trafilati,
-costruzioni in acciaio inossidabile quali ponti e strutture
di grande portata, coperture
e rivestimenti.
I tubi saldati sono destinati agli impianti principali di
settori specifici quali centrali
elettriche e nucleari, raffinerie, impianti chimici e petrolchimici, zuccherifici oltre che
nel settore automobilistico e
farmaceutico.
I progetti di carpenteria metallica, invece, si contraddistinguono e per le gigantesche e spettacolari realizzazioni eseguite in Svizzera e in
Paesi stranieri grazie al knowhow messo a punto dagli ingegneri e tecnici di Zwahlen
& Mayr nell’ambito delle costruzioni in acciaio inossidabile. Il personale tecnico,
sempre in stretto contatto
con il reparto fabbricazione e
costruzione, garantisce il necessario supporto e l’esperienza nelle nuove tecnologie.
In ogni sua realizzazione - dal
piccolo centro commerciale
alle strutture di centri congressi, ai ponti- Zwahlen &
Mayr procede nel rispetto dei
tempi di consegna e delle severe norme vigenti per le costruzioni metalliche. La certificazione “Société Suisse des
Ingenieurs et des Architexts
S1” è garanzia di successo e
serietà professionale.
ZWAHLEN & MAYR ha un
fatturato annuale di circa 80
milioni di euro e occupa 200
persone.
A Berna il flusso di tre onde di vetro e acciaio ospita un tempio dedicato a Paul Klee.
Renzo Piano ha disegnato un luogo di nuova concezione nel quale sono accolti i lasciti degli eredi e
della fondazione omonima, oltre quattromila opere dell’artista, tra piccoli e grandi disegni, acquerelli
e dipinti a olio. Realizzato nel giro di otto anni, costato 110 milioni di franchi svizzeri, il museo occupa
sedicimila metri quadrati di superficie, coperti da 1100 tonnellate d´acciaio, e luce naturale: la struttura
principale si compone di una successione di 29 archi paralleli, larghi 2,50 metri. Strutture secondarie
disposte tra gli archi assicurano la stabilità generale del sistema tramite la distribuzione di spinte orizzontali sui muri in cemento alle spalle delle costruzioni.
Le colline di acciaio e vetro non ospitano solo grandi spazi espositivi, ma anche una sala ben attrezzata, adatta per concerti e manifestazioni organizzate dal Centro o per gruppi ospiti. Spazio inoltre per
un museo per bambini a partire dai 4 anni, pensato per stimolare la creatività dei piccoli e avvicinarli
all’arte. Presenti inoltre un percorso animato ricco di diversi strumenti informativi e zone relax – la via
dei musei –, nonché saloni e stanze equipaggiate con le più moderne infra-strutture per congressi nazionali e internazionali.
La luce, la leggerezza e la crescita quasi organica dalle zolle di terra sono gli elementi della poetica di
Klee alle quali si è ispirato il grande architetto italiano. In particolare Renzo Piano ha voluto rappresentare il senso di leggerezza, di appartenenza, la luce tipica delle opere di Klee. Da qui dunque l’idea che
più che fare un edificio, “bisognava creare un luogo, – afferma Renzo Piano – sollevare la coltre della
terra, fare un’opera di arte del territorio. Un lavoro quasi più da topografo che da architetto, o addirittura da contadino sapiente”.
Le opere di carpenteria metallica sono state eseguite da un’azienda svizzera, Zwahlen & Mayr, quotata
alla borsa di Ginevra e specializzata nella progettazione, fabbricazione e montaggio di grandi costruzioni in acciaio e controllata da un gruppo italiano: SITINDUSTRIE.
1.200 tonnellate di acciaio, 330 spezzoni d’arco, 2.900 elementi accessori, oltre a 35 km di saldature,
5.000 bulloni e 15.000 ore di lavoro in cantiere per la posa in opera.
“Sono estremamente soddisfatto del lavoro svolto – afferma Fausto Bocciolone, presidente del
Gruppo Sitindustrie – La stretta collaborazione che si è stabilita fra l’arch Renzo Piano, i suoi assistenti
e lo staff di Zwahlen & Mayr, ha permesso di trovare soluzioni innovative per realizzare, nei brevi tempi
richiesti, un’opera unica sotto tutti gli aspetti: estetica, razionalità della costruzione e durevolezza”.
Superificie
16.000 mq
Architettura
Renzo Piano
Carpenteria metallica
Zwahlen & Mayr – Gruppo Sitindustrie
Costo totale
110 milioni di Franchi svizzeri
RENZO PIANO
Nato a Genova-Pegli il 14 settembre 1937. Frequenta le Università di Architettura di Firenze e di Genova; laureatosi in architettura nel 1964 al Politecnico di Milano diventa allievo di Marco Zanuso. Grazie al padre, costruttore edile, da subito ha la
possibilità di conoscere la vita di cantiere e di esercitare la professione, nonché di instaurare le prime relazioni con i clienti.
Tra il 1965 ed il 1970 viaggia tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra per completare la sua formazione.
Nel 1966 partecipa alla XV Triennale di Milano, per cui realizza un padiglione. Nel 1969, a seguito della crescente fama
nazionale, dovuta anche alla pubblicazione delle opere sulle riviste del settore (Domus e Casabella), Piano realizza il padiglione per l’industria italiana alla Esposizione Universale del 1970 a Osaka. All’epoca incontra Jean Prouvé (1901-1984),
celebre architetto francese, con il quale instaura un’amicizia professionale solida e fruttifera. Nello stesso periodo incontra Richard Rogers (1933) con il quale fonda lo studio “Piano & Rogers”, con sede a Londra. Tra il 1971 ed il 1977 il duo
costruisce il “Centre Georges Pompidou” (chiamato anche “Beaubourg”) a Parigi, sorta di manifesto per l’architettura
high-tech dell’epoca.
Nel 1977, separandosi da Rogers, Piano si unisce a Peter Rice (1935-1993), famoso ingegnere civile, per fondare l’”Atelier
Piano & Rice”. Nel 1981 Piano fonda il “Renzo Piano Building Workshop”, con un ufficio a Genova e uno a Parigi. Circa 100
persone oggi vi lavorano.
Nel 1988 il comune di Genova gli affida l’incarico di ristrutturare il Porto Antico, in vista delle Celebrazioni Colombiane (Expo
‘92 Genova), festeggiamento dei 500 anni della scoperta dell’America. Il progetto riqualifica l’area dei Magazzini del Cotone
e del Millo, a cui si aggiungono nuove costruzioni, come l’Acquario di Genova e il Bigo, l’ascensore panoramico. L’area ha
subito un nuovo intervento di riqualificazione nel 2001, sempre ad opera di Piano, in occasione del G8.
Nel 1992 gli viene affidato l’incarico di ricostruire l’area di Potsdamer Platz a Berlino. I lavori si protrarranno fino al 2000 e
coinvogeranno numerosi architetti tra cui Giorgio Grassi, Hans Kollhoff, Helmut Jahn, David Chipperfield, Diener + Diener
e molti altri.
Nel 1994 vince il concorso internazionale per il nuovo Auditorium di Roma, che porterà nel 2002 all’inaugurazione dell’Auditorium Parco della Musica.
Numerosi sono anche i riconoscimenti universitari (visiting professor alla Columbia University di New York, alla Architectural
Association di Londra, laurea honoris causa ricevuta dalle Università di Stoccarda e Delft) e quelli in concorsi nazionali ed
internazionali, gli scritti, non incentrati sullo sviluppo di teorie o modelli, ma mirati alla conoscenza del “mestiere”, i libri
(“Dialoghi di cantiere” e “Giornale di Bordo”), le interviste sui quotidiani di tutto il mondo, i progetti per allestimenti e mostre.
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English version on page 91
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progetto
Corrado Pagliaro (www.fotipagliaro.it)
strutture
I. Smotiak
impianti
G. Bidoli, M. Vegliach
imprese artigiane
Leto costruzioni, InterDomus Sas,
Falegnameria Pors
località
Trieste
programma
Nuova distribuzione degli spazi interni
su due piani e disegno degli elementi
di arredo fisso
dati dimensionali
Superficie mq 200
materiali
Intonaci a tempera, pavimenti in legno
di rovere slavonia e pietra, mobili
in acero e acciaio inox
servizio fotografico
Stefano Graziani
FOTI PAGLIARO
Studio d’architettura fondato nel 1980
da Corrado Pagliaro e Gianfranco Foti
ALCANTON
© Fabio Rinaldi, 2009
VIA
Uno sventramento del primo ventennio del novecento,
finalizzato alla creazione di una nuova via di scorrimento,
ha avuto il merito di riportare alla luce i resti del Teatro
Romano. Su questa cesura si trova l’abitazione, sviluppata negli ultimi tre livelli di un edificio a doppio affaccio che
faceva parte del pettine edilizio al margine del vecchio
ghetto ebraico.
Spazi anonimi ma potenzialmente interessanti, in cui
i committenti volevano ricavare una residenza dove aria e
luce divenissero lo sfondo naturale del vivere quotidiano.
L’elemento verticale della scala diviene allora asse
unificante della casa, vuoto dal carattere forte a cui le
pareti/libreria restituiscono una dimensione domestica, legando in una continuità spaziale e cromatica i
vari livelli: dall’ingresso del piano inferiore al soggiorno/studio, articolato sulla doppia altezza che conquista gli ambienti del sottotetto e si apre sulla terrazza in
copertura. Il legno di rovere dei pavimenti e il castagno
dei rivestimenti spezzano il candore delle pareti e dei
soffitti, segnati dai tagli della luce naturale e artificiale.
Il colore libero e dissonante è quello dei libri, dei quadri,
di alcuni arredi, mentre negli ambienti di servizio i rivestimenti hanno i toni della materia.
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località
Trieste
programma
Nuova distribuzione degli spazi
interni su due piani e disegno degli
elementi di arredo fisso
dati dimensionali
Superficie mq 200
materiali
Intonaci a tempera, pavimenti in
legno di rovere slavonia e pietra,
mobili in acero e acciaio inox
location
Trieste
programme
New layout of interior space on two
floors and design of built-in furniture
dimensional data
200 m2
materials
Distempered plaster, floors in oak
and stone, furniture in maple wood
and stainless steel
Nelle precedenti due pagine
un ritratto di Corrado Pagliaro
e un dettaglio della scala/libreria;
in queste pagine
sopra: vista del soggiorno verso la scala
sotto: piante dell’abitazione;
accanto: la doppia altezza sul soggiorno
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Tra scrittura e pittura trovi delle somiglianze?
La letteratura contemporanea, quella seria, ha la stessa attenzione per la realtà attuale e la stessa idiosincrasia per l’accademismo che ha l’arte contemporanea. Portare l’arte fuori dai musei,
Quando da fanciullo giocavi in via Biasoletto, a Trieste, avevi già in testa il progetto di diventare scrittore?
Io ho cominciato a scrivere piuttosto tardi. È stato più o meno verso i ventidue anni, mentre mio
padre si ammalava e moriva rapidamente. Non ho mai avuto aspirazioni letterarie. La malattia e
poi la morte di mio padre sono state le sonde, le mine di profondità che hanno scandagliato e fatto
esplodere dentro di me un mondo che io non sapevo nemmeno di avere. Questo per dire che da
bambino, lassù, sul colle di San Luigi, ancora verde di alberi e orti, io avevo ben altre ambizioni,
tutte pressoché stagionali ma prevalentemente sportive. In ricreatorio si giocavano tutti gli sport
possibili immaginabili. I giorni più belli erano a settembre, quando venivano organizzate delle
olimpiadi a dimensione rionale, nelle quali il divertimento maggiore erano i giochi di ruolo, con
affermazioni del tipo “io sono Mennea, tu sei la Simeoni”, e così via.
La tua scrittura è spesso basata su spunti di attualità legati alla cronaca o alla vita quotidiana; ciò deriva dalla tua formazione o da che altro?
La mia scrittura è il mio sguardo, non è nient’altro che la mia curiosità per ciò che ci circonda. Io
scrivo per capire qualcosa di me, di noi, del nostro mondo, e di tutto ciò che ancora non conosco.
Cerco di captarlo e di trasmetterlo con il mio alfabeto. La mia formazione, in tutto questo, non
c’entra.
Mauro Covacich, 44 anni, scrittore che osiamo definire di “reality”, è un vero e proprio
enfant prodige della letteratura contemporanea, caratterizzato dall’impostazione di una
scrittura spezzettata, innovativa e briosa. Tra i suoi titoli ricordiamo: “L’amore contro”,
“Anomalie”, “A perdifiato”, “Fiona”, fino al suo più recente successo editoriale: “Prima di
sparire” (282 pp, € 16,00, Einaudi, 2008) dove si parla di un amore che uccide un altro amore. Vi consiglio di leggerli tutti perché sono libri uno più interessante dell’altro.
Quali sono i tuoi esordi?
Durante l’anno di obiettore di coscienza, a Pordenone, ho scritto un romanzo che poi ho spedito
all’editore che mi sembrava più attento verso i giovani (un trucco che impara il lettore-aspirantescrittore è che ogni libro può avere uno, al massimo due editori). Quell’editore era Theoria, che
nella persona di Paolo Repetti aveva pubblicato praticamente tutte le opere prime degli scrittori
della generazione precedente alla mia (Lodoli, Veronesi, Onofri, eccetera). Repetti mi aveva telefonato dicendomi che non si sentiva di pubblicare il romanzo ma che gli interessava la mia scrittura. Voleva che lo tenessi aggiornato su quello che stavo facendo, così, quando ho cominciato a
scrivere la cosa successiva, gliene ho mandati alcuni capitoli. Nel giro di un paio di settimane mi è
arrivato il contratto. Il primo romanzo è invece ancora inedito.
Sei già in cantiere con un nuovo progetto?
L’ultimo libro si intitola Prima di sparire. Adesso sparirò.
a cura di Roberto Vidali
In questo libro, sullo sfondo, ho ritrovato non solo la presenza silenziosa di molti artisti contemporanei, autori come Hermann Nitsch, Damien Hirst, ma anche di Paolo Canevari che
evochi indirettamente, senza indicare il nome per intero. Molti di questi nomi sono incontri
letterari oppure con tutte queste persone ci hai parlato per davvero?
Io seguo l’arte da semplice appassionato. Poi è capitato che a un paio di cene mi sono trovato accanto alla Abramovic e a Canevari, perché abbiamo amici comuni.
In “Prima di sparire”, tua ultima fatica editoriale, tracci quasi un tuo percorso di vita... ma
più che una storia da intendersi in senso tradizionale, con un inizio e una fine, il libro mi è
sembrato un insieme di appunti disposti per storie parallele...
Quando mi sono trasferito a Roma, a casa della mia nuova compagna, ho passato i primi sei
mesi girando per fisioterapisti e ambulatori: non sapevo dov’era via Frattina, ma conoscevo
Talenti, via della Pisana, Piazzale Clodio. Ero devastato da una specie di mal di schiena psicosomatico. Sono andato avanti sei mesi a suon di cortisone e antidepressivi. Poi ho abbandonato
il romanzo che stavo scrivendo e ho cominciato questo libro. Ho capito subito che ero sulla
strada giusta, ma Prima di sparire non è uno sfogo, non avrei mai pubblicato uno sfogo, Prima
di sparire è vita plasmata in una forma, vita diventata letteratura. Il modello semmai è quello
artistico: Sophie Calle, Marina Abramovic, Bill Viola, Joseph Beuys, performer che hanno trasformato la propria vita in arte.
Quali gli aspetti positivi e negativi della città di Trieste?
Gli aspetti positivi non si contano: altissima qualità della vita, bel clima (viva la Bora), giovani
pochi ma boni, vecchi che escono di casa e si godono la vecchiaia, il mare più facilmente accessibile d’Italia, il vitalismo intrinseco dei triestini. Riguardo agli aspetti negativi ne ricordo uno solo:
la paralisi di cui viene colpita qualsiasi iniziativa letteraria, a causa dei monumenti troppo alti del
passato.
Se tu fossi chiamato a rifondare la città di Trieste, da dove partiresti?
Mi affretterei a concludere la riqualificazione del Porto Vecchio, fonderei un’agenzia europea della
letteratura, incaricherei Claudio Magris come direttore artistico e gli chiederei di organizzare una
biennale con i più grandi scrittori del mondo. Poi scoperchierei quell’orrenda piscina nuova e ci
metterei l’architetto ad ammaestrare le orche, in pieno stile San Diego.
portare la vita dentro le gallerie: questo sta facendo l’arte contemporanea, ed è ciò che tento di
fare anch’io.
MAURO COVACICH DALLA REALTÀ ALLA SCRITTURA?
Giovanna Mazzocchi
Domus rappresenta un caso unico nella storia dell’editoria periodica, per durata, “format” dei contenuti come mix di architettura,
design e arte, qualità dell’immagine e dell’impaginazione grafica,
autorevolezza dei giudizi critici... In quale ordine (e con quali motivazioni) queste caratteristiche si presentano più adeguate oggi
al contesto culturale, al gusto dei lettori e in generale al mercato
editoriale, nazionale e internazionale?
Giò Ponti, architetto, designer e artista, è stato per cinquanta anni (eccezion fatta per un periodo durante la 2° Guerra Mondiale) direttore
di Domus, trasferendo nella rivista tutta la sua naturale ecletticità e
contribuendo quindi a renderla un raro successo editoriale. I Direttori
che si sono in seguito succeduti, pur restando fedeli alle loro inclinazioni primarie, hanno mantenuto questo mix editoriale, consci del
fatto che le diverse discipline sono profondamente legate fra loro e,
anzi, si “nutrono” vicendevolmente. Questo vale più che mai oggi,
in un momento nel quale si verificano
imponenti cambiamenti che si possono
comprendere unicamente attraverso
una “lettura” trasversale, in quanto
solo le grandi innovazioni hanno la
capacità di espandersi oltre i propri
confini e di influire sulle diverse discipline. In un mondo globalizzato, dove
l’informazione è ormai universale, la
difficoltà sta proprio nell’individuare i
cambiamenti culturali significativi, ma
credo sia proprio questo che i lettori
chiedono non solo in Italia, ma anche
all’estero.
In pochi anni Lei è riuscita a realizzare quattro edizioni internazionali
- cinese, russa, araba e israeliana della rivista, con altrettanti partner.
Qual è stata la strategia imprenditoriale che l’ha guidata, quali gli obiettivi e i criteri di scelta dei paesi, e
quali i risultati avuti - o che si aspetta nel breve/medio termine?
L’edizione italiana con traduzione
inglese di Domus è presente fin dagli anni ‘70 in oltre ottanta Paesi. Lo
sviluppo e la crescita di grandi realtà,
quali la Cina, la Russia e il mondo
arabo, imponevano una presenza più
significativa e penetrante e questo si
rendeva possibile solo con una presenza “in loco” e un’edizione tradotta.
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L’interscambio culturale è estremamente stimolante perché i problemi
di fondo che riguardano l’uomo e il suo vivere di oggi e di domani
sono sentiti a livello universale: quindi è fondamentale che la conoscenza travalichi i singoli confini e diventi patrimonio comune, anche
se le ovvie differenze di approccio culturale e ambientale determinano un diverso sviluppo fra Paese e Paese. I risultati fin qui ottenuti
sono molto soddisfacenti e variano da area ad area secondo i singoli
partner: che sono stati scelti tenendo conto più della loro capacità di
comprendere e assimilare la funzione di Domus. che per la loro dimensione di casa editrice.
In ottanta anni di pubblicazione, Domus ha raccolto uno straordinario patrimonio di documenti e testimonianze sulla cultura
visiva e progettuale di (ormai) due secoli. In che modo questo patrimonio “fisico” può essere valorizzato e utilizzato nell’attuale
fase “virtuale” della comunicazione , considerata anche la crescita esponenziale nell’uso e nella frequentazione di Internet, anche
da parte dei fedelissimi della carta stampata?
Il patrimonio di Domus, oltre che trovare sbocco con nuove pubblicazioni “ad hoc”, soprattutto nel settore dei libri, in parte è già e sarà
completamente digitalizzato per poter essere condiviso sul web: documenti e testimonianze così significativi non possono e non devono
infatti rimanere patrimonio di pochi, ma essere consultati, studiati e
divulgati il più possibile. Attualmente sono allo studio due differenti
ipotesi - forse entrambe percorribili - per realizzare un progetto di
condivisione che naturalmente garantisca anche un congruo risultato
economico.
È possibile secondo lei definire oggi una nuova identità del lettore di riviste di progetto? O meglio, quali sono i cambiamenti più
rilevanti nel gusto e nelle passioni del loro pubblico?
Se avessimo il perfetto identikit del lettore ideale di Domus sarebbe
anche troppo facile tagliare “su misura” una rivista per lui: ma verrebbe
meno lo spirito d’impresa e di ricerca
che seguiamo nel continuare a investire su questo mezzo. Diciamo invece
che oggi il profilo del lettore – come
quello del consumatore in generale – è
multiforme e variabile. Sicuramente,
anche davanti all’immensa offerta
d’informazione data da Internet, il
comportamento di chi deve scegliere
un prodotto, o un tipo d’informazione, sarà sempre più selettivo e potrà
orientarsi su prodotti diversi in momenti diversi, e anche a costi diversi:
magari accostando l’informazione di
approfondimento della rivista, più riflessiva, con quella più veloce e immediata del web.
Quale può essere la giusta reazione
dell’editore, in questo senso?
Già da tempo offriamo tutti e due i
generi d’informazione, e assistiamo
con soddisfazione alla crescita dell’audience sul web, con picchi di frequentazione molto alti in occasione di
momenti importanti, come il Salone
del Mobile di Milano o le Biennali.
Crediamo che questo mix sia fondamentale per riaffermare con forza il
ruolo leader di Domus.
a cura di Stefano Casciani
Moreno Gentili, “Omaggio a Domus”, installazione, 2008
L’editore Giovanna Mazzocchi nel 1979 succede a suo padre Gianni
alla guida dell’Editoriale Domus: da allora, con generosità rara tra
gli editori italiani, ha sempre lasciato alle diverse direzioni la massima libertà di espressione, riponendo totale fiducia nella capacità
dei diversi direttori di saper esprimere attraverso la rivista tendenze, tensioni, aspirazioni - ma anche la concreta realtà - dei diversi
momenti storici nelle arti contemporanee. Così, mentre altre testate
pure storicamente importanti in questi anni si sono avviate a un lento
declino con la loro monotona devozione a un’idea di architettura con
l’A maiuscola, la miscela di design, arte, moda, architettura e altre
forme espressive caratteristica di Domus, risulta ancora vincente e
duratura per stabilire diversi orientamenti e intrecci culturali, scoprire e proporre nuovi talenti e autori, raccontare con spirito più giornalistico che storico/critico le trasformazioni irreversibili dell’universo
progettuale.
In questa breve intervista Giovanna Mazzocchi risponde ad alcune
domande centrali per la definizione del ruolo e del futuro delle riviste di progetto.
HELMUT NEWTON
Nach dem großen Erfolg der Ausstellung „A gun for hire“ in der Helmut Newton Stiftung im
Jahr 2005, als Newtons Modebilder der letzten beiden Dekaden im Zentrum standen, rückt
die aktuelle Ausstellung „Helmut Newton: Fired“ dessen Modephotographie der 1960er und
1970er Jahre ins Zentrum. Fast 200 Aufnahmen, die im redaktionellen Kontext entstanden,
sind hier zu sehen.
„1964 wurde ich von dem Modemagazin Queen beauftragt, die revolutionäre Kollektion
von Courrèges zu photographieren. Die Moderedakteurin Claire Rendlesham entschied
sich für eine ungewöhnliche Erstveröffentlichung, indem sie allein meine Courrèges-Photos
zeigte und alle anderen Modehäuser in ihrem Bericht über Paris unberücksichtigt ließ. Als
die Queen-Ausgabe auf dem Tisch von Françoise de Langlade, damals stellvertretende
Chefredakteurin der französischen Vogue, landete, explodierte diese. Ich wurde in ihr Büro
zitiert, und wir hatten einen heftigen Streit. Sie warf mir Illoyalität und Verrat vor und wollte
wissen, weswegen ich ihr nicht vorab von diesem scoop berichtet hatte. Ich stellte klar, dass
ich schließlich keinen Exklusivvertrag mit der Vogue hätte, ich allerdings niemals Bildideen
bei der Queen ausplaudern würde, die ich für die französische Vogue entwickelte, oder
umgekehrt. So wurde ich aus den heiligen Hallen der Vogue rausgeworfen, um erst 1969
zurückzukehren, als Francine Crescent Chefredakteurin wurde.“
Helmut Newton, aus: Pages from the Glossies, Zürich: Scalo, 1998
Helmut Newton hat bekanntlich neben der Vogue für zahlreiche andere internationale
Zeitschriften und auch direkt für Designer und Modehäuser gearbeitet. Die CourrègesAufnahmen, veröffentlicht 1964 im Modemagazin Queen, die Grund für Newtons Rauswurf
bei der Vogue waren, übersetzten die ultramodernen Entwürfe des französischen Designers
kongenial ins photographische Bild. Revolutionär waren die Hosen für Frauen, die kniefreien
Kleider und vor allem der spektakuläre Weltraum-Look. Frauenbild und gesellschaftliche
Position der Frauen befanden sich in einem radikalen Wandel. Newton photographierte die
Modelle ohne jede Accessoires in klaustrophobisch engen Räumen, deren metallene Wände
Kleider und Modelle reflektierten und verdoppelten.
Nach Newtons Rauswurf bei der französischen Vogue bot Claude Brouet, damals
Chefredakteurin der Elle, ihm an, für ihr Magazin zu arbeiten. Fünf Jahre später nahm
Newton die Modelle für die Elle wiederum in einem verwirrenden Spiegelraum auf; diesmal
allerdings tauchte der Photograph hinter den Frauen mit seiner Kleinbildkamera auf und
bildete mit seiner schwarzen Kleidung nicht nur einen tonalen Kontrast zu den hellen Cardinund Lanvin-Kleidern der Modelle. Ungewöhnlich für die Zeit war auch, wie Newton hier
den Arbeitsprozess selbstironisch und medienreflexiv ins Modebild hineinschummelte und
gelegentlich den Modellen seine Kamera sogar selbst in die Hand drückte. Weitere zwei
Jahre später, 1971, entwickelte er die so genannte „Newton Photo Machine“, eine selbst
auslösende Konstruktion, bei der die weiblichen Modelle sich und die von ihnen getragene
Mode vor einem Spiegel systematisch
photographierten und dabei ihre Posen über
das eigene Spiegelbild überprüften. Auch
diese Bilder wurden in der Elle publiziert,
und 2007 waren sie in der Helmut Newton
Stiftung zu sehen.
Helmut Newton inszenierte Mode häufig
auf der Straße, im öffentlichen Raum
oder „im Leben“, wie er selbst es einmal
ausdrückte, seltener im Studio. Er hob
die Frauen metaphorisch auf einen
Sockel, der nicht mehr wie in der früheren
Modephotographie aus Galanterie bestand,
sondern aus weiblichem Selbstbewusstsein.
Und so posierten sie vor Newtons
Kamera verführerisch wie unnahbar
auf den Kühlerhauben amerikanischer
Straßenkreuzer stehend, vor riesigen Marlon
Brando-Plakaten oder im Zwielicht der
Dämmerung, geheimnisvoll illuminiert,
vor einsamen Häusern. Wir fühlen uns bei
den Schwarz-Weiß-Motiven an Filmszenen
von Hitchcock erinnert, während die
Farbaufnahmen Vorläufer späterer LynchFilme sein könnten. Newton zeigte Frauen
als aktive und attraktive, selbstbewusste und
erotische Wesen, die die jeweilige Szenerie
und die gelegentlich auftauchenden Männer
zu beherrschen scheinen.
Die Studioatmosphäre, der wir in manchen
dieser Bilder begegnen, besteht aus
farbneutralen,
flachen
Hintergründen
der klassischen Studiohohlkehle oder
aufwendig produzierten, bühnenartigen
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Raumarchitekturen. Diese bleiben jedoch als solche erkennbar, indem Newton uns an den
Bildrändern hinter die Kulissen blicken lässt. Die monochromen Fonds, vor denen Mode
und Modell exponiert sind, beschränken sich in der Bildkomposition auf das Wesentliche,
während die opulenteren Raumentwürfe die Frauen in ihren Kleidern umspielen, manchmal
verorten und interpretieren. Dabei verzichtete Newton auf die üppigen Dekors früherer
Jahrzehnte, selbst für seine Chanel-Modeaufnahmen; alles Rahmende wirkt überaus
zeitgemäß und visionär. So tauchen etwa Fernsehbildschirme in einigen Modebildern auf,
wodurch eine interessante Interaktion entsteht zwischen dem dort aufscheinenden weiblichen
Modell und dem bewundernden männlichen Betrachter davor. So wird Unnahbarkeit und
Flüchtigkeit medial illustriert.
Die Frauen in Newtons Bildern treten separiert oder als Gruppe, mal lasziv und elegant, mal
anarchisch und verspielt auf. Anfang der Siebzigerjahre entstand für das Magazin Nova eine
Serie mit aggressiven naughty girls, die mit Stühlen und Handgranaten herumwerfen oder mit
lächelnder Maske diamantenverzierte Schlagringe in die Kamera halten. Diese Modebilder
verstörten und provozierten, darüber hinaus kommentierten sie subtil die zeitgleichen
Demonstrationen und Straßenkämpfe in Europas Metropolen beziehungsweise die
Radikalisierung der bürgerlichen Jugend in terroristischen Zirkeln. Die Faszination Newtons
für starke Frauen erreichte ihren Höhepunkt in den Achtzigerjahren mit der berühmten
Bildserie der überlebensgroßen „Big Nudes“, die unter anderem durch die ganzfigurigen
Fahndungsbilder der RAF-Terroristinnen in deutschen Polizeiamtsstuben inspiriert wurden,
wie der Photograph in seiner Autobiographie schrieb.
Das kreative Potential Helmut Newtons zeigte sich bereits in diesen Modeaufnahmen aus
den 1960er Jahren, und es war, wie wir heute wissen, noch steigerbar. Dabei entstanden stets
kongeniale Bilder, die die Modeentwürfe nicht allein illustrierten, sondern kommentierten
und interpretierten - das gilt insbesondere auch für die späteren Auftragsarbeiten für Yves
Saint Laurent oder Blumarine.
Konkrete Anlässe und Hintergründe der ausgestellten Photographien waren gesellschaftliche
Ereignisse wie die Weltausstellung 1967 in Montreal oder vermeintlich private Coctailparties.
Selten ist es der Alltag, der in seinen Bildern einen Raum bekommt, meist sind es übersteigerte
Situationen, besondere Momente, die von Newton für die Bilder erst erschaffen wurden.
Für die neue Ausstellung sind redaktionelle Aufnahmen zusammengestellt worden, die
allein in den jeweiligen Magazinen veröffentlicht wurden, ansonsten aber ungezeigt
blieben, mit Mode von Courrèges, Dior, Lanvin, Cardin, Yves Saint Laurent, Ricci, Roger
Vivier, Marc de Carita, Mary Quant und anderen. Sie erstrecken sich über die gesamte
Wechselausstellungsfläche der Helmut Newton Stiftung; es beginnt 1964 mit den Modebildern
der revolutionären Courrèges-Entwürfe und endet ein Jahrzehnt später mit ringenden Frauen,
die Newton für das Magazin Nova photographierte. Die hier gezeigte Selbstverteidigung
ist eine radikale wie konsequente Form
weiblicher Selbstverwirklichung dieser Zeit.
Doch Newton wäre nicht Newton, hätte er
diese Kämpfe seiner Protagonistinnen in der
Inszenierung nicht erotisch aufgeladen.
Als er später zur französischen Vogue
zurückkehrte, hatte Francine Crescent
beim Magazin die Verantwortung für Mode
und Bild übernommen; ironischerweise
veröffentlichte sie dort 1970 als eine der
ersten Bildstrecken Newtons Photos der
seinerzeit aktuellen Entwürfe von Courrèges.
So schloss sich der Kreis.
In den letzten Jahren hat sich
Modephotographie
von
den
Zeitschriften emanzipiert und zu einer
Art Leitmedium entwickelt. Zahlreiche
Museumsausstellungen
haben
diesen
Siegeszug begleitet, der Kunst- und
Auktionsmarkt katapultiert Abzüge vieler
Modephotographen der klassischen Periode
und der zeitgenössischen Bildproduktion in
ungeahnte Höhen. Das war in den 1960er
und 1970er Jahren noch gänzlich anders, als
Irving Penn, Richard Avedon, William Klein
oder Helmut Newton für das ZeitschriftenEditorial gearbeitet haben. Einige ihrer
Bilder sind heute geradezu ikonisch
geworden, und einiger dieser Ikonen sind
in der Ausstellung „Helmut Newton: Fired“
zu sehen.
Matthias Harder
English version on page 91
Nella pagina a sinistra: Helmut Newton, “Nova”, 1971: In questa pagina: “Marie Claire”, 1973. Per tutte le immagini © Helmut Newton Estate / Helmut Newton Foundation at the Museum of Photography - Berlin
HELMUT NEWTON FOUNDATION
PRESENTS
Sbaiz
Un ritratto di Tom Ford e, nella pagina accanto, sopra una panoramica del negozio e sotto da sinistra Walter Sbaiz, Simona e Antonio della “Maison Tom Ford”
fashion, art, design
Nel segno dell’innovazione e
della qualità, Sbaiz Spazio
Moda di Lignano Sabbiadoro,
divenuto vero e proprio punto
di riferimento per un pubblico
internazionale, si conferma
precorritore del gusto e delle
mode. Proponendo un nuovo
modo di ‘vedere’ oltre la semplice vetrina, e di vestire oltre
ai dettami della moda, il negozio Sbaiz si è distinto come un
insolito e raffinato laboratorio
di idee e pensieri, dove moda,
arte e design alimentano le
proprie proposte giocando sul
tasto della sensibilità e delle
emozioni. Quelle dei creatori
di moda e di tutti coloro che la
moda la vestono.
Puntando l’attenzione sull’incontro e sulla relazione fra la
creatività dello stilista, la sapienza sartoriale e le caratterialità espressive del cliente,
sabato 14 marzo 2009 Sbaiz
ha dedicato una giornataevento alla linea Tom Ford
(Tailor Made), l’ultimo marchio
scelto da Sbaiz Spazio Moda
che, a partire da questa primavera, verrà proposto in una
delle sedici vetrine in cui si
alternano le grandi firme del
panorama della moda internazionale: Balenciaga, Gucci,
Dior, Dolce & Gabbana, John
Galliano, Lanvin, Martin Margela, Rick Owens, Yohji Yamamoto, Issey Miyake, Commes
des Garçon, accanto alle nuove proposte dei migliori stilisti
emergenti, come Undercover,
Kiminori Morishita, Share Spirit e DNA 79.
Nato ad Austin in Texas ,TOM
FORD,
dopo aver operato come stilista alla Maison
Gucci a Milano, di cui poi è
diventato responsabile di tutte
le linee, e aver ricoperto la carica di direttore creativo della
Yves Saint Laurent, nel 2005
Tom Ford ha creato l’omonimo marchio con l’apertura
mirata di negozi a gestione
diretta a New York, Londra,
Los Angeles e Milano. A partire dalla primavera del 2009
l’intera linea Tom Ford - che
abbraccia un’ampia gamma
di abbigliamento prêt-à-porter e sartoriale, dallo smoking
alle camice alle cravatte, dalla
maglieria ai soprabiti, dagli accessori alle calzature alla valigeria - sarà distribuita presso
Il negozio Sbaiz di Lignano Sabbiadoro si
conferma precorritore delle mode, punto di
riferimento internazionale e vetrina di tendenza:
recentemente ha dedicato una giornata
evento alla linea “TOM FORD”, in vendita da
SBAIZ SPAZIO MODA da questa stagione
un selezionato gruppo di rivenditori del lusso, tra i quali
Sbaiz Spazio Moda.
Caratterizzato da uno stile
discreto ed elegante, che ha
vestito anche l’ultimo James
Bond nel film interpretato
da Daniel Craig, Tom Ford
Menswear ha saputo unire il
fashion della ricerca stilistica
alla preziosa artigianalità sartoriale della tradizione inglese
e italiana, rilanciata impiegando la secolare maestria dei
nostri artigiani.
L’esclusività di questo evento
- che offre la possibilità di entrare nel raffinato universo dello stile Tom Ford direttamente
dalla progettualità personalizzata - apre un nuovo capitolo,
dedicato al menswear di lusso, nella già lunga e preziosa
storia di Sbaiz Spazio Moda.
Nei suoi 700 mq d’esposizione, ristrutturati nel 1988 dall’architetto Claudio Nardi, che
ne ha ridisegnato l’immagine
improntandola a un concetto minimalista fatto di grandi
spazi aperti, di giochi tra luci
e ombre, ricercatezza dei materiali e preziosa naturalità,
Sbaiz mette in scena la commistione fra l’identità di due
luoghi, la boutique e la galleria, fra moda e arte. Risale al
1988 la fondazione dell’attività
di Sbaiz Spazio Arte, di cui
lo scorso anno si è celebrato
il ventennale sottolineando
quell’intreccio fra arte e moda
che, animato dallo spirito di
ricerca e sperimentazione, ha
affiancato nel duplice Spazio
di Sbaiz abiti, accessori, oggetti di design, fotografie, dipinti, sculture e video, sempre
nella convinzione che tanto la
moda quanto l’arte nascono
da sensibilità ed emozioni che
chiedono di essere trasmessi
e accolti.
È proprio questo rapporto diretto fra chi la moda la crea e
chi la veste, che si eleva così
a filo conduttore della giornata
dedicata a Tom Ford o, meglio, dedicata al raffinato pubblico di Sbaiz dallo staff della
Maison che, con i suoi cinquanta punti vendita al mondo
e i dieci punti vendita in Italia,
viene rappresentato da Sbaiz
in esclusiva per il Triveneto.
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design magazine
Jean Marie Massaud,
“Missed Tree”, 2007
prod. Serralunga Collection
Biella
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Il video di Beniamino Catena per il brano “Radio Conga” (Universal Music Italia, 2008) fa vedere i Negrita suonare sul tetto di un palazzo. Intanto, di sotto, il popolo dei Negrita si presta
ad entrare all’HELL DORADO dove si svolgerà il party. Il tam-tam dei fans anzichè effettuarsi con internet è messo in scena con la radio ts 522 Brionvega che passa di mano in mano
Ronan e Erwan Bouroullec, “Clouds”, 2002, prod. Cappellini S.p.A. Opera selezionata dal corpus dei lavori presenti alla mostra “Interieur/Esterieur:
Living Spaces in the Arts”. Courtesy Kunstmuseum Wolfsburg
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Cardi Black Box, pianta della nuova galleria aperta da Nicolò Cardi che si avvale della direzione artistica di Sarah Cosulich Canarutto. Dopo la prima inaugurazione con l’artista iraniana Shirana Shahbazi
dal 15.04 al 20.05 va in scena la personale di Michal Helfman. Milano, Corso di Porta Nuova 38 (mar-sab 10-19) – tel. +39/02/4547189, e-mail: [email protected] - www.cardiblackbox.com
Il nuovo Alessi Shop disegnato da Martí Guixé sulla rive gauche parigina si colloca su Boulevard Raspail, a due minuti dalla fermata Metrò Rue du Bac e dall’asse
commerciale di Boulevard St-Germain. Per maggiori info: [email protected]
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La Lounge dei Cedri con il grande camino aperto è il cuore dell’Hotel Steigenberger Terme Merano, affascinante struttura progettata dal celebre architetto e designer
Matteo Thun (ph di Marco Bolisc), Thermenplatz 1, Merano – tel. +39/0473/259000, fax +39/0473/259099, e-mail: [email protected] - www.meran.steigenberger.it
Araki Nobuyoshi interpreta Bisazza nella nuova campagna 2009 (a.d. Marco Braga). Il coinvolgimento di una figura come quella del Maestro della fotografia d’autore non può che confermare il profondo interesse da parte dell’azienda verso quelle espressioni artistiche d’avanguardia che, oltre ad esprimere la filosofia dell’industria veneta, anticipano sempre nuove tendenze
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Ernesto Gismondi, Presidente di Artemide
Hiše è un periodico edito da Zavod Big ed esce sei volte all’anno più un numero speciale. La rivista, molto seguita in Slovenia, si occupa di
architettura, arredamento e design. La redazione ha sede in Dunajska cesta 22, Lubiana. Per informazioni: www.revijahise.com
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Allo stabilimento industriale e al museo della BMW è stata recentemente affiancata la grandiosa opera architettonica dello studio viennese Coop Himmelblau
chiamata Mondo BMW (www.bmw-welt.com) Wallpaper Design Award 2009 per la categoria “Best new public building”. Courtesy BMW – München
I grandi designer che lavorano per RIVA 1920 hanno saputo interpretare la filosofia che sta alla base del produrre dell’azienda di Cantù: funzionalità ed estetica delle forme senza mai dimenticare l’importanza di uno spazio domestico sano,
sicuro e sostenibile. Da sin verso dx e dall’alto in basso: Terry Dwan, Paola Navone, Riccardo Arbizzoni, Mario Botta, Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Tom Kelley, Jake Phipps, Renzo e matteo Piano, Pininfarina, Marc Sadler, Matteo Thun
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Il lavoro esposto prende spunto dall’idea di File come opera d’arte,
elemento contenete tutti i parametri della proprietà intellettuale dell’artista
Molteplicità dell’opera digitale
nei lavori di Marco Valente
Il File sequenza di numeri, come opera d’arte, elemento
contenete tutti i parametri che definiscono, delimitano,
determinano raccolgono la proprietà intellettuale dell’artista che ha generato l’opera tridimensionale. Dopo
aver creato il file l’artista stabilisce i possibili multipli,
che si manifestano attraverso i diversi vincoli tecnologici
e funzionali che l’opera assume entrando nel mondo
reale. Il flusso di dati che costituiscono il file intraprende
percorsi realizzativi diversi, che attraverso l’aggiunta di
informazioni specifiche di successivi software e sistemi
di produzione, daranno vita a artefatti con funzionalità e
scopi diversificati in relazione al percorso intrapreso.
Tina Cotič
➊
➌
Ricerca di nuovi design realizzati da Marco Valente, presentati attraverso una forma unica con differenti uscite:
Ph. Daniel Novakovič
1 tela cm 100 X 300;
2 gioiello in sinterizzazione di polveri di titanio
con differenti coloriture;
3 tavolino basso in poliuretano fresato
a controllo numerico e resinato;
4 architettura;
5 registrazione del brevetto di Disegno/modello
comunitario.
Descrizione del brevetto di Disegno/Modello
Elemento tondeggiante di forma allungata con nervature
laterali e sezione variabile. L’elemento può essere prodotto sia pieno, con un materiale interno ed uno esterno, sia
semplicemente come carrozzeria esterna per un interno
vuoto che funge da contenitore.
➋
➍
Modalità di utilizzo
Seduta
Contenitore
Elemento decorativo per interni o esterni
Edificio
Involucro per tecnologia elettronica
Apparecchio illuminante
➎
Stol Kraške strukture je ena od oblikovnih rešitev, ki jih je Tina Cotič zasnovala na osnovi razmišljanj o odnosih med njenim življenjskim prostorom, interpretacijami tega prostora v delih umetnikov, ki
mu pripadajo in ne nazadnje tudi pomeni, ki jih nosi stol kot družbeni objekt. V teh odnosih se odkrivajo forme, preko katerih sublimirajo družbene vsebine in duh prostora – genius loci.
Kraške strukture je tudi naslov grafike tržaškega modernističnega umetnika, Lojzeta Spacala. Njegovo delo se predvsem osredotoča na interpretacije značilnosti Krasa in obmorskih krajev v okolici Trsta.
Umetnik je v njem razvil značilen in nezamenljiv slog do te mere, da so njegova dela postala sinonim za prostor, ki ga je upodabljal. Tudi Tina Cotič je navezana na ta prostor in čuti izjemno bližino do
Spacalovih interpretacij.
Dela starih mojstrov od vedno vplivajo na delovanje in mišljenje novih generacij. Pri tem gre včasih za neposredno ponavljanje zamisli zaradi razumevanja postopkov in pristopov, kakor pri treningu, a
večinoma se umetniki delom svojih predhodnikov posvetijo, da bi interpretirali formalni ali konceptualni prijem. Tovrstna aktualizacija preteklosti ni zgolj obujanje spomina v posamičnih poetikah, temveč
reartikulacija duhovnih sledi v spominu.
Pri stolu Kraške strukture gre za zmes rustikalne estetike izvornega modela v grafiki, ki ga oblikovalka deloma dobesedno citira in racionalnih ostrih linij ter gladkih površin. Kras, predvsem Kras
preteklosti, ki mu je pripadal in ga je upodabljal Lojze Spacal, je bil surova in groba pokrajina, ki je svojim prebivalcem ponujala komaj kaj več kot golo preživetje in tako kot to askezo začutimo v delih
starega mojstra, jo vsebuje tudi minimalistični pristop Cotičeve pri oblikovanju sedalnega objekta. Urbani način življenja je sicer zgladil grobo obdelane teksture robov in površin iz preteklosti, toda
strogost linij še vedno v občutju spominja na neizprosno pokrajino. In kakor je ta pokrajina omehčana z blagim mediteranskim podnebjem, tako strukture letnic in grč uporabljenega hrastovega lesa subtilno
rahljajo togo napetost monokromnih površin. Posebej zanimiv detajl stola je hrbtni naslon, ki v nenavadni pripovednosti spominja na lesene plotove, kakršne je bilo še pred nekaj leti moč srečati v vrzelih
kraških kamnitih zidov. Toda v tem občutju ne gre le za vizualno-estetko doživetje stola, ki hoče odločno kazati na svoj izvor v Spacalovi grafiki iz leta 1972. Skupaj z formami, ki jih srečamo na njej, je
avtorica prevzela tudi mitološke in in etnološke vsebine, ki se kažejo v ornamentu in barvni simboliki. Ob tem srečanju z uporabo hrastovega lesa pa se enostavno moramo spomniti, da so v Benetkah pri
gradnji svoj čas za temelje uporabljali ravno kraško hrastovino.
Stole smo navajeni srečevati v povezavi z uporabo in le redko pristanemo, če sploh kdaj, na njihov zgolj estetski učinek. Če si ob fotografijah poskušamo zamisliti, kako bi bilo sedeti na tako oblikovanem
stolu, takoj postane jasno, da avtorici ni bil namen ustvariti udoben pohištveni element. Takoj postane jasno, da njegova funkcionalnost ni namenjena »delu, počitku in užitku«, kakor se je izrazil o funkcijah
stola Janez Suhadolc, temveč ima predvsem estetsko in simbolno funkcijo. V njegovih formah so zakodirane zgodbe duhovnih prostranstev, mitov in vsakdanjega življenja na Krasu in kdor si stol le od
daleč ogleda, tega nagovarja s kiparsko govorico, tiste pa, ki bi si drznili na njem sedeti, bi postavil na vzvišen položaj, kakor to naredi vsak prestol. (English version on page 91)
Vasja Nagy
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MUSEUMS
MUSEUMS
A cura di / by Riccardo Coretti
Munich la diversa
Vivere la città
La diversità di Monaco rispetto
al resto delle metropoli tedesche
è la chiave di lettura di questa
città da poco più di 1 milione e
300mila abitanti, di cui quasi un
quarto stranieri.
La birra, il carnevale monacense
e il tradizionale mercato delle
vettovaglie non bastano più a
descriverla nella sua bellezza
particolare, fatta di grandi spazi
verdi, qualità di vita e una dinamismo culturale multiforme.
Oggi per capire Monaco, accanto ai musei, alle quasi 300 chiese
e agli spazi espositivi, è necessario visitare altre icone della vita
cittadina.
Si può iniziare dal Bmw
Museum (Olympiapark 2 www.bmw-museum.de) nell’affascinante e spettacolare involucro che ricorda una tazza argentea. Nell’ottobre del 2007 è stata
inaugurata, di fronte al museo,
la grandiosa opera architettonica
Mondo Bmw (www.bmw-welt.
com), su progetto dello studio
viennese Coop Himmelblau. Si
può proseguire con l’Allianz
Arena (Werner Heisenberg
Allee, 25; +49.0.89.2005-0; [email protected] con
visite guidate tutti i giorni), costruita in meno di tre anni su
disegni degli architetti Herzog
& de Meuron e inaugurata nel
maggio del 2005.
Espressione più classica della
cultura è invece la Galerie f5,6
in Ludwigstrasse, 7 (+49.0.89
28675167; [email protected]):
imbarazzo della scelta tra vecchi
maestri della fotografia e giovani artisti contemporanei.
Vivere Monaco di Baviera al di
là dei luoghi comuni è più semplice di quanto possa sembrare. Prima, naturalmente, bisogna arrivarci e l’Air Dolomiti
(www.aridolomiti.it) è la compagnia che collega in maniera capillare tutto il centro nord
dell’Italia con lo scalo bavarese. Tanto da aver dato vita a
Spazio Italia, un’area di 120
metri quadrati situata tra i dodici gate riservati alle compagnie
del gruppo Lufthansa Regional
e dedicata all’italianità in tutte
le sue declinazioni. Un progetto
nato dalla collaborazione con
Munich Airport International ed
Eurotrade per reinterpretare i
momenti di transito in aeroporto: un vero e proprio “salone
d’attesa interattivo”.
Per dormire si consiglia, in
mezzo all’ampia offerta disponibile, Motel One MünchenCity-Ost in Orleansstrasse
87 (+49.0.89.59976490;
[email protected])
con singole da 59 euro e doppie
da 74: notevoli la One Lounge,
una lobby, sala colazioni e bar
con libero accesso W-Lan e i
servizi che comprendono aria
condizionata, W-Lan e tv a
schermo piatto con lettore Dvd
integrato. (www.motel-one.
com).
Irrinunciabile lo shopping perchè nel centro di Monaco si trovano innumerevoli negozi, boutique e grandi magazzini. Le vie
che meritano attenzione sono
la lussuosa Maximilianstrasse,
l’elegante Theatinerstrasse, la
Kaufingerstrasse nella lunga
zona pedonale e la caratteristica Sendlingerstrasse con i suoi
caffè.
Una segnalazione merita il quartiere Glockenbach. Non è solo
il quartiere di ritrovo di gay e
lesbo, ma anche uno dei luoghi
più particolari per lo shopping,
mentre il quartiere di Schwabing
ha ancora oggi il fascino di secoli fa, quando a ritrovarsi qui erano intellettuali, artisti e scrittori.
Dietro le facciate dei palazzi in
Kaiserstrasse, Ainmillerstrasse
e Franz-Joseph-Strasse si trovano boutique, negozi di usato,
innumerevoli librerie e gioellerie. Ancora una segnalazione:
Oberpollinger con i suoi oltre
100 anni di storia. È difficile immaginare Monaco senza
Oberpollinger. Dopo una completa ristrutturazione interna,
il department store si estende per oltre 40mila su cinque
piani in Neuhauser Strasse,18
(+49.0.89.290230).
MONACO DI BAVIERA - Il regno di arte applicata e design
Die Neue Sammlung
Il più grande museo di design industriale oggi esistente, oltre
70mila pezzi suddivisi tra le varie
collezioni: da più di ottant’anni la
Neue Sammlung segna le tappe
della storia del design internazionale attraverso i suoi acquisti e
le sue illuminanti esposizioni.
La filosofia e la politica del museo vogliono l’apertura alla sperimentazione e la dedizione verso
la presenza del design di innovazione e della qualità creativa.
Per questi motivi, fin dalla
fondazione, la struttura
museale ha conservato
il meglio del
secolo scorso e di parte di quello nuovo. I cosiddetti “articoli di
uso quotidiano” in metallo, ceramica, vetro, ma anche mobili,
tradizione artigianale, pezzi unici e piccole serie. Disegno industriale e arti applicate trovano qui
a Monaco al 40 di Barer Strasse
la loro massima espressione.
Il termine “Neu” (nuovo) ben rappresenta l’obiettivo e il programma “avanguardista” del museo.
Fin dall’inizio, la raccolta è stata
concentrata sul moderno e la stessa idea che sottende alla creazione
del centro espositivo è strettamente legata agli ideali e alla fondazione del Werkbund tedesco, a
Monaco di Baviera nel 1907. Da
quel momento in poi ha avuto inizio la creazione di una “moderna
collezione di oggetti esemplari” definendo così il nucleo della
Neue Sammlung, risalente al 1912.
Il “democratic design” di Ikea
A sin. dall’alto in basso: Monopteros
(ph. Christl Reiter, courtesy
Ente del Turismo della città di Monaco
di Baviera); visione notturna
di Allianz Arena (ph. B. Ducke); uno
scorcio della Galerie f5,6; una
sala del Museo Bmw. Al centro della
pag. in alto, esterno della
Pinakothek der Moderne (ph. Haydar
Koyupinar); qui sopra
l’annaffiatoio di Monika Mulder “Ikea PS
Vallö”, prod. IKEA, 2001; a
dx, il “Paternoster “della Neue
Sammlung (ph.Tom Vack). Nella pagina
accanto, a dx, dall’alto in basso: decollo
di un vettore della
compagnia Air Dolomiti – Partner
Lufthansa; lounge del Motel One
München City-Ost; lo ChampagnerBar
del centro commerciale di lusso
Oberpollinger (courtesy KaDeWe)
82
“La forma estetica è lì per tutti. E
non solo per il museo!”. Questa
citazione dal catalogo Ikea 1979
sintetizza la strategia di design dell’azienda svedese, che dal 1948 è
passata da one-man-business a più
grande negozio di mobili nel mondo, definendo il concetto di “design
democratico” come nessun altro.
Die Neue Sammlung - l’International Design Museum di Monaco
è ora il primo museo a dedicare
una grande mostra a questo tema.
Fino al 12 luglio in collaborazione con Ikea alla Neue Sammlung
-Pinakothek der Moderne.
Orario di apertura: da martedì a domenica 10 – 18, martedì 10 – 20.
Info-Tel +49.0.89.272725-0
Considerata la necessità di seguire i
metodi della produzione industriale,
l’accento è stato posto sull’acquisizione di oggetti “moderni” della
vita di tutti i giorni con un design
originale. Ciò ha segnato una consapevole rottura con la prassi seguita
dalla maggior parte dei musei delle
arti e dei mestieri.
Ma già nel 1913 i problemi erano gli
stessi di oggi: la mancanza di spazio
a disposizione. Nel 1925 la Neue
Sammlung viene ospitata in un’ala
del Bayerisches Nationalmuseum
e quattro anni più tardi le vengono dedicati 2800 metri quadrati in
Prinzregentenstrasse. Il regime nazista riduce la collezione ai minimi
termini e, dopo essere rimasta chiusa tra il 1940 e il 1946, nel 1947 la
Neue Sammlung diventa indipendente come “Museum für angewandte Kunst di Monaco di Baviera”
(Museo delle Arti Applicate di
Monaco di Baviera), mentre diversi
piani per la realizzazione di nuovi
locali vengono elaborati e rapidamente accantonati negli anni ‘60.
Tra il 1980 e il 2005 il numero di
oggetti nella collezione permanente
del museo si triplica: il design industriale continua a costituire il punto
focale affiancato dai vari settori delle arti applicate, della grafica e della
fotografia. Negli ultimi vent’anni
appaiono nuovi campi di interesse
spaziando tra informatica e computer, attrezzature sportive, sistemi di
sviluppo e design automobilistico.
Nel frattempo, la costante richiesta
di spazi adeguati per le esposizioni
porta alla decisione, nel 1990, di predisporre due nuovi edifici: il Neues
Museum di Norimberga (aperto nell’aprile del 2000) - e la Pinakothek
der Moderne di Monaco di Baviera
(aperta nel settembre 2002).
Alla Pinakothek der Moderne è stato possibile realizzare, per la prima
volta, un’installazione permanente per illustrare al grande pubblico molti aspetti della storia e dello
sviluppo del design nel XX e XXI
secolo: “Umanizzazione della società attraverso il design” così uno
dei direttori ha descritto l’obiettivo
della Neue Sammlung, fondata per
rincorrere una visione.
83
REPRINt
Tratto da / taken from: Juliet n. 12, 1983, p. 31
Tratto da / taken from: Juliet n. 14, 1984, p. 15
INTERVISTA A MICHELE DE LUCCHI
INTERVISTA A FRANCO RAGGI
considerato come qualche cosa
di applicato sulla forma, come
una patina. Ora succede invece
molto spesso che sia proprio il
colore a prevalere sulla forma
e a dettare delle soluzioni
figurali. Credo che il concetto
di colore sia stato totalmente
trasformato dall’arrivo della
televisione a colori e cioè con
la nascita di nuove gamme
cromatiche e col fatto che
questi colori non vengono più
trasmessi in maniera amorfa,
Michele De Lucchi è uno
dei più giovani e originali
designer italiani.
Ha 34 anni e vive a Milano.
Il suo lavoro è noto per
l’estrosità delle figurazioni
e l’uso fantasioso del colore.
Tempo fa tu fosti alla ribalta
per avere progettato degli
HI-FI e degli elettrodomestici
molto curiosi e decorativi.
Quale fu il significato di
questo esperimento?
Si trattò del tentativo di
REPRINt
Progettista ed ex direttore
della rivista Modo.
Franco Raggi è stato fra gli
organizzatori della Triennale
di Milano dell’ ‘83.
È considerato uno dei
maggiori esperti italiani di
problemi del design.
Parliamo innanzitutto di
post-moderni e neo-moderni.
Chi vincerà la battaglia?
Io non considero i
post-moderni esistenti nel
campo del design, quindi non
delle Case della Triennale è
un’idea nostra.
Sembra ben riuscita.
Come è nata questa idea?
Dal punto di vista ufficiale è
nata molto casualmente, anche
se dal punto di vista culturale
ho sempre avuto voglia di
elaborare delle mostre che non
parlassero di oggetti singoli,
ma che parlassero invece di
ambienti, di arredamento, di arti
decorative, cioè di quelle arti
che mettono insieme gli oggetti
Lampada Oceanic, Memphis, 1981
trovare un nuovo aspetto da
dare alla tecnologia.
Mi sembrava infatti che
l’immagine degli oggetti
tecnologici nascesse troppo
direttamente dalla tecnologia
stessa e che subisse poche
influenze da quelli che sono
invece gli sviluppi culturali e
di immagine più generali.
Furono mai prodotti questi
oggetti?
No, mai. Il mercato non chiede
mai delle rivoluzioni; chiede
casomai delle evoluzioni di
sé stesso. Gli elettrodomestici
furono realizzati con una
specie di sovvenzione della
Girmi, la quale era curiosa
di vedere che cosa potesse
saltare fuori da un esperimento
del genere. Gli HI-FI furono
invece soltanto disegnati e
pubblicati.
Hai abbandonato questo
tipo di ricerca?
84
84
Ho abbandonato l’idea di
lavorare su questa categoria
di oggetti, ma continuo a
lavorare alla ricerca di nuove
immagini. In poche parole
non c’è più di mezzo questa
componente della tecnologia
e della sofisticazione
tecnologica.
Non pensi che il tipo
di decorazione dei tuoi
oggetti possa occultarne il
senso costruttivo e quindi
straniarli dall’utente?
Non lo so. Non lo so perché
il mio problema è soltanto
quello di inventare una
decorazione che sia nuova.
Del resto sono così convinto
che la decorazione sia una
grande invenzione e sono
talmente ancora preoccupato
di capire che cosa essa sia e
di come deve essere fatta, che
il problema di farla diventare
un fenomeno di accettazione
comune l’ho ancora da
affrontare.
Il colore è molto importante
nel tuo lavoro...
Direi che il fenomeno
del colore è oggi una
delle componenti che
contribuiscono maggiormente
all’evoluzione delle immagini.
Una volta il colore era
Ph. Giorgio Molinari
Studi per apparecchi Hi-Fi, 1981
Modello di ferro da stiro, Girmi, 1979. Courtesy
Centre Georges Pompidou, Parigi
ma in maniera viva.
Se tu dovessi progettare
un aeroplano, come ti
comporteresti?
Intanto mi sentirei molto
emozionato, sicuramente.
Poi credo che non potrei
prescindere da quelli che
sono i problemi tecnologici
e funzionali per cui alla
fine quell’aereo deve volare
e deve anche farlo bene.
Farei comunque di tutto per
trovare quegli spazi che la
tecnologia mi lascia liberi e
poi li sfrutterei al massimo per
sbizzarrirmi. Cioè per dirti;
se fosse soltanto possibile
cambiare il disegno dei
coprimozzo delle ruote...
disegnerei dei coprimozzo
bestiali. Ma indubbiamente
farei anche in modo che quelle
ruote funzionino.
Martino Ghermandi
c’è da vincere niente. Non
esistono dal momento che il
design post-moderno è una
sorta di parodia in piccola scala
dell’architettura post-moderna,
una riduzione pura e semplice
di alcuni stilemi oggettuali.
Mentre il neo-moderno è più
complesso. È un atteggiamento
progettuale che utilizza come
citazione, non solo linguistica
ma anche concettuale, la
contemporaneità.
Nei neo-moderni faccio
confluire qualsiasi movimento
contemporaneo, esclusi
naturalmente i metodologi duri
dell’ex funzionalismo.
Però i post-moderni non
esistono
E i designers che progettano
per Memphis e Alchimia?
Anche loro non ritengo che
siano post-moderni.
Post-moderno è Portoghesi
quando fa la sedia di Hoffmann.
La sua matrice culturale
nel disegnare gli oggetti è
totalmente citazionista.
Cita dall’architettura,
si auto cita, non fa un lavoro
di penetrazione nella psicologia
del campo industriale, o
del mondo contemporaneo,
dell’informatica,
o dei nuovi materiali, delle
nuove tecnologie.
Il tipo di approccio di
Portoghesi al design
industriale non mi dice niente
di più del suo approccio
all’architettura.
E io credo che ci sia una
differenza. Dal cucchiaio alla
città è una catenella ormai
spezzata, non c’è più nessuna
possibilità di riconnettere
questo filo rosso del sogno tra
le due guerre di una cultura
materiale che riesca a dar forma
al mondo in tutte le sue scale.
A proposito del cucchiaio
e della città, soddisfatto di
questa Triennale?
Secondo me la Triennale non
esiste ancora. Posso essere
soddisfatto di quello che
ho fatto io con Francesco
Trabucco, perché la mostra
in infiniti modi possibili...
usare le tre dimensioni
di una stanza come una specie
di tavolozza.
A me piaceva fare queste cose
qui: la Triennale, da quando
è nata, ha sempre fatto delle
proposte di tipo ambientale
e quindi abbiamo ripreso
questa tendenza, proprio in
contrapposizione a queste
mostre un po’ retoriche sulla
qualità dell’oggetto, che
secondo me lasciano il tempo
che trovano perché tutti gli
oggetti che vengono esposti
cambiano solo per il fatto che
sono messi lì. Sono come dei
ready-made. Rifiuto questo
rapporto museografico con le
forme della cultura materiale.
Martino Ghermandi
85
SPRAY
Nella foto grande: Alessandro e Francesco Mendini, Groningen Museum - Olanda, 1994. Nelle foto piccole da sin verso dx: Alessandro Mendini, dinosauro, scultura
in mosaico Bisazza, Dinosauur Museum, Katsuyama Fukui - Giappone, 2000; abaco delle Poltrone di Proust, 1994; “Anna G.”, cavatappi, prod. Alessi, 1994
SPRAY
Un’importante riflessione “antologica” - che da molti anni mancava in Italia - sulla carriera del maestro italiano dell’architettura e del design, Alessandro Mendini
(1931), che ha colto e sostenuto i valori della contemporaneità: trasversalità, versatilità, capacità di ascolto, dinamicità, e apertura alle temperature variabili del
mondo. La mostra “Alessandro Mendini” - dal 9 aprile al 6 settembre 2009 - a Roma, al Museo dell’Ara Pacis intende proprio colmare questa lacuna. La mostra è promossa dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Sovraintendenza ai Beni Culturali e Zètema Progetto Cultura, a
cura di Beppe Finessi, allestimento di Marco Ferreri, progetto grafico di Italo Lupi, catalogo edito da Corraini. Grazie alla presenza armoniosa di disegni, progetti,
fotografie, modelli, schizzi febbrili e coinvolgenti, riflessioni puntuali e oggetti veri e propri, quella che si apre al Museo dell’Ara Pacis è una mostra colta e solare,
letteraria e comprensibile, adatta a un pubblico ampio, sia di addetti ai lavori sia di semplici curiosi e appassionati. Saranno circa 200 le produzioni di Alessandro
Mendini esposte e prestate alla mostra da 19 prestigiose aziende italiane (Alessi, Baleri Italia, Bisazza, Byblos Casa – Errestudio, Cassina, Cleto Munari, Corsi
Design, De Padova, Glas Italia, Alchimia, Mamoli Rubinetterie, Olivari, Segno, Slamp, Superego, Swatch, Venini, Zanotta e Zerodisegno,) oltre all’Atelier Mendini,
a 8 prestatori privati, alla Fondazione Boschi Di Stefano, al Museo Alessi e alla Collezione Permanente Triennale di Milano - Design Museum che mette a disposizione circa 300 disegni originali. Se Walter Gropius individuava con una celebre affermazione il campo di attività dell’architetto “dal cucchiaio alla città”, nel caso
di Alessandro Mendini il motto diventa “Dall’infinito all’infinitesimo”, vista la capacità di operare con successo in tutte le diverse scale di progetto, da quella più
piccola a quella più estesa. Seguendo questa traccia, le sezioni della mostra approfondiscono le tematiche che caratterizzano la carriera di Mendini: dal “progettare orizzonti” (le tante architetture pubbliche e gli interventi a scala territoriale) al “progettare stanze” (i mobili e gli ambienti interni), dal “progettare corpi” (gioielli
e orologi, vestiti e borse, ma anche performance e azioni “teatrali”) al “progettare pensieri” (attraverso la sua fervida attività teorica e critica, anche come direttore
di riviste - dalla “Casabella” radicale degli anni Settanta alla “Domus” postmoderna degli anni Ottanta, dalla nuova teoria espressa con “Modo” alla rimessa in
discussione dello stesso strumento/rivista con “Ollo” - e poi di direttore artistico per alcune importanti aziende, come Swatch e Alessi). Uno spazio introduttivo
ospita un racconto biografico con opere e fotografie d’epoca, per presentare la vita e l’opera del maestro attraverso i momenti più significativi e le opere maggiormente caratteristiche. Il nucleo centrale dello spazio espositivo, la “cripta” sotto l’Ara, conterrà la sezione teorica “progettare pensieri”, con alcuni scritti emblematici esposti e riprodotti, alcune “mappe mentali” e alcuni grafici/organigrammi ingranditi (articolatissimi e cristallini al contempo) che diventeranno texture parietali,
mentre i tanti numeri delle riviste “storiche” del design da lui dirette verranno esposti per intero (tutte le copertine) e in parte saranno consultabili.
Intorno a questo nucleo centrale si snoderanno, articolandosi e congiungendosi, le altre tre “sezioni” di progetto.
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z In occasione dell’8 marzo, nell’anno europeo dedicato alla creatività e all’innovazione, la Provincia di Trieste e la Casa
Internazionale delle Donne hanno promosso
il programma di iniziative “Primavera di
donne” volto a mettere in luce la cultura e le buone pratiche delle donne quali
fattori di innovazione politica, sociale e
culturale. Dal 6 all’8 marzo, nel Parco di
San Giovanni (TS), allestito festosamente
con innumerevoli sagome femminili disposte lungo tutti i percorsi per segnalare gli
eventi, hanno avuto luogo le tavole rotonde sull’arte, l’imprenditoria, la scienza ed
il design. Quest’ultima è stata arricchita
dalla suggestiva mostra “Intrecci creativi:
innovazione/tradizione” curata e allestita dagli architetti Beatrice Mascellani e
Chiara Lamonarca, che per l’occasione
hanno curato insieme anche l’allestimento
del parco. Nella luminosa cornice delle Sale
Villas sono state così esposte diverse opere
di progettiste, artiste e artigiane di Trieste,
della regione e slovene con l’intento di sviluppare un dialogo-confronto tra arredi appartenenti alla cultura del fare tradizionale
ed oggetti di arte e design legati alla cultura
concettuale. La figura simbolo dell’evento,
Anita Pittoni -imprenditrice triestina la cui
opera artistica, letteraria e di animatrice del
dibattito politico e culturale è paradigmatica
per la rappresentazione della creatività e
dell’innovazione- era presente in mostra, oltre che con un prezioso arazzo, anche con la
mostra a lei dedicata “L’officina editoriale e
culturale di Anita Pittoni”. L’evento ha offerto, inoltre, diversi laboratori creativi per
i bambini, in collaborazione con Mini-Mu,
con sartoria Lister e con Sissa Medialab
mentre le serate hanno riservato un reading
di Elsa Fonda, il concerto di musica classica
“Frauenlieder und...” e la rappresentazione teatrale “Amiche per la pelle” di Laila
Wadia.
z Sino alla fine di aprile lo Studio
Bradaschia s.r.l. dell’arch. Maurizio
Bradaschia espone i suoi progetti, realizzati e non, alla galleria di architettura
Sanmichele11 in Via San Michele n. 11/b
a Trieste. La mostra è stata presentata dal
prof. Luigi Prestinenza Puglisi docente
di Storia dell’Architettura Contemporanea
all’Università La Sapienza di Roma.
Puglisi ha definito Bradaschia un architetto
‘Porsche’; quindi raffinato, culturalmente
sofisticato, attento all’innovazione tecnologica ma anche legato alla tradizione consolidata. Bradaschia mette in mostra quattro
progetti di cui due realizzati: una piazzetta a
Monte Asi in provincia di Taranto ed il progetto per la ristrutturazione dell’autosalone
Audi-VW-Porsche in Via Flavia a Trieste
e due in corso di realizzazione: due ville a
Trebiciano nel carso triestino e la sistemazione complessiva dell’area Broletto 2A per
Trieste Trasporti. Infine fa un escursus dell’attività dello studio degli ultimi otto anni.
Una sezione speciale della mostra è dedicata
alla rivista trimestrale di architettura arte
contemporanea e design “Il Progetto” di cui
Bradaschia è direttore dal 1997 e che sino
a oggi annovera ben 30 numeri. La mostra
evidenza la professionalità che Bradaschia
ha rapidamente acquisito lavorando da solo
o con piccoli gruppi su tutto il territorio
nazionale. I progetti sono evidenti nella
loro completezza formale, nella loro ricerca metodologica e nel dialogo a volte teso
che si pongono rispetto al contesto. Si può
parlare certamente di uno studio affermato
per capacità ed esperienza che sicuramente rimane uno dei punti di riferimento del
nostro territorio euroregionale e siccome
non si avvertono segnali di discontinuità
è presumibile che le cose continueranno
anche nel prossimo futuro. Sanmichele11
con la mostra di Maurizio Bradaschia segna
il suo 10° appuntamento con l’affezionato
pubblico di architetti, studenti e amanti del
settore, appuntamento che coincide pure con
il 2° anno di attività. Ad oggi Sanmichele11
tiene salda la posizione di luogo d’incontro
e confronto sui temi dell’architettura e din-
torni dell’Euroregione-Triveneto-SloveniaCarinzia-Istria.
z Dall’Egitto è in arrivo una nuova idea di
design per raccontare il percorso evolutivo
di una nazione, che pur convivendo con un
importante passato, intende fare emergere
una nuova identità del design egiziano.
L’Egyptian Furniture Export Council presenta al Salone Internazionale del Mobile
(Hall 9 / Stand H06-08 Milano) KIME
Nascita di un’Identità del Design Egiziano:
un’ampia ricognizione delle nuove tendenze
di ricerca, allestita in uno spazio di 300 metri
quadrati, per esporre 20 importanti aziende
egiziane con i prototipi ideati da 7 designer
sia egiziani sia di provenienza internazionale
- Lita Albuquerque, Daniel Dendra, Harry
& Camila, Karim Mekhtigian, Tarek
Naga, Shinichiro Ogata, Frans Schrofer –.
L’industria manifatturiera egiziana si è molto
impegnata, negli ultimi anni, a creare diverse
iniziative per contribuire alla costruzione
di una sua identità specifica all’interno del
mercato internazionale, soprattutto grazie
alla tecnologia innovativa e alla volontà di
lavorare con designer di fama mondiale.
Quest’anno, con il primo Design + Industry
Workshop, 20 aziende partecipano con il loro
know-how a presentare i prodotti realizzati
per l’evento. KYME, progettato da Karim
Mekhtigian, espone sette diversi approcci
al design egiziano, testimoniando i diversi
aspetti del paese così come la ricchezza delle
sue risorse e potenzialità manifatturiere. La
stessa denominazione dell’evento KYME
evidenzia la complessità e la ricchezza del
patrimonio culturale nel quale operano i
designer: ”Kyme” è l’antico nome dell’Egitto
e significa “Terre nere” con riferimento alla
valle e al delta del fiume Nilo, rese fertili
dalle annuali inondazioni che arricchivano il
suolo con il limo. “Kyme” è anche la radice
della parola araba “Al-kymia” (chimica)
ovvero la ricerca della trasformazione
attraverso divisione ed unità degli elementi,
contrazione ed espansione della materia,
che corrisponde anche allo stato delle terre
egiziane sottoposte periodicamente alle
piene del fiume che le distruggevano per
poi ricrearle sotto nuova forma. “Ispirati dal
caos che ci circonda – affermano i designer
- comprendiamo che c’è una molteplicità nel
background multistrato egiziano. La pressione
creata da questa sovrapposizione di culture
crea una energia dinamica, alimentata dalle
sinergie che sussistono tra le sue componenti.
Il primo Design+Industry Workshop dello
scorso novembre al Cairo ci ha dato la
possibilità di canalizzare le nostre energie
per costruire i pilastri della nuova identità
del nostro design, facendoci capire che in
ogni caos manifesto c’è un’unità nascosta.”
Sebbene, infatti, ciascuno dei designer abbia
trattato il tema in modo personale, risultava
evidente l’esistenza di chiari legami tra i
prodotti: ancora un volta, questo è il segno
di come esista una unità in questo apparente
caos. I sette partecipanti al workshop sono stati divisi in categorie che potessero
rappresentare gli aspetti dell’Egitto a loro più
affini e che hanno prodotto una collezione
ispirata alla morfologia, alla natura e alla
cultura locale di questo paese, oltre che al suo
passato, presente e futuro. Oltre al lavoro con
le diverse aziende, i designer hanno lavorato
anche con un gruppo di giovani creativi
egiziani i quali sono stati il loro gruppo di
lavoro per lo sviluppo dei progetti. KYME
nasce dal primo “Design+Industry Workshop”
nel 2008, promosso dall’ Egyptian Furniture
Export Council e finanziato dall’Industrial
Modernization Centre; l’organizzazione
dell’evento è stato frutto di una collaborazione
tra il Centro Ricerche dell’Istituto Europeo
del Design di Milano con Rhimal Design del
Cairo ed Expolink.
z La Galleria Post Design (Via della
Moscova, 2 - Milano) presenta in concomitanza con il Salone del Mobile un’ultima visione in nero, un’ultima rifulgente
collezione disegnata da Raffaello Biagetti
che oltrepassa l’abitare nascondendosi in
un interno ulteriore – il Mostrillo ignaro
non può fare altro che osservare. Lamiere
crude è una collezione di mobili e oggetti
in cuoio e ferro in grado di aprire uno
scenario domestico del tutto particolare,
sfiorando temi dell’arte per ricondurci ad
una dimensione più funzionale dell’oggetto dove il fascino della materia ha un
ruolo decisamente importante. Questi arredi suggeriscono una dimensione teatrale
dell’abitare e ci conquistano attraverso
dettagli e particolari che svelano un’abilità insolita, forse più vicina al fare dello
scultore che a quello del designer, ma sicuramente in grado di rivelare una modalità espressiva inedita e ricca di piacevoli
e delicati riferimenti. Raffaello Biagetti
è un personaggio eclettico e visionario,
nato a Firenze nel 1940 e scomparso a
Ravenna nel 2008. Lavora come pittore
a Santarcangelo di Romagna dove inizia la sua ricerca figurativa dedicandosi
alla pittura fino al 1975. Nel 1968 la famiglia lo incarica di dirigere il negozio
di mobili a Ravenna dove si trasferisce
definitivamente e disegna la prima collezione di oggetti “Sine Loco”. A questa
prima esperienza da seguito, nel 1973
con la produzione di “Terrae” lampade
ed oggetti in terracotta apparentemente
poveri, fino ad arrivare alle ideazioni più
recenti con le collezioni “Ferro e Fuoco”
(1989) e Mostrilli (1998). Biagetti negli
anni ottanta fonda il Museo dell’Arredo
Contemporaneo di Ravenna, progetto museale da lui ideato e realizzato con l’aiuto
di Filippo Alison, Giovanni Klaus Koenig,
Giuseppe Chigiotti ed Ettore Sottsass,
che ha progettato la Galleria principale e
l’ingresso, realizzando un mosaico di 45
mq. Dopo alcuni anni Biagetti definirà
il progetto del Museo come “una installazione utopica, romantica, seducente,
ironica, drammatica…”. Post Design è
lo showroom di Memphis ed espone in
maniera continuativa i mobili e gli oggetti della storica collezione Memphis
Milano. Pensata da Alberto Bianchi
Albrici insieme ad Ettore Sottsass , che
oltre ad averne disegnato il marchio ha
contribuito al lancio con importanti collezioni come “Lo Specchio di Saffo” e
“Mobili Lunghi”. Affermatasi in breve
tempo come la galleria di riferimento per
il design internazionale, ha ospitato numerose mostre e coinvolto alcuni tra i
più importanti autori del panorama internazionale come J.Grawunder, P.Charpin,
Denis Santachiara, Nathalie Du Pasquier,
George J.Sowden, Karim Rashid, Markus
Benesch, Ron Arad e Nanda Vigo.
z La “Guerra fredda”, la cortina di ferro, le
tensioni tra la “alleanza atlantica” e i paesi
del blocco sovietico, oggi sembrano episodi
lontani, ma in realtà hanno accompagnato
la storia del ‘900, dal dopoguerra agli anni Settanta, e soprattutto hanno ispirato e
animato le manifestazioni della creazione
artistica.“La Guerra Fredda - Cold War.
Arte e design in un mondo diviso 1945
– 1970”, prodotta dal Mart e dal Victoria
& Albert Museum di Londra, è la prima
importante esposizione che ricostruisce il
clima di un periodo cruciale per la società,
la politica e la cultura mondiale, attraverso
lo sguardo delle arti, dal design all’architettura, dal cinema alle arti visive. Esposti
oltre 250 oggetti, tra cui un’importante selezione di opere provenienti dalla Collezione
Permanente del Mart: dallo Sputnik alla tuta
da austronauta delle missioni “Apollo”, dai
film di Stanley Kubrick ai dipinti di Robert
Rauschenberg, dalle ceramiche di Pablo
Picasso ai vestiti di Paco Rabanne. La mostra presenta oggetti affascinanti come i mobili in fibra di vetro di Charles e Ray Eames,
o il radioricevitore mondiale T1000 della
Braun, disegnato da Dieter Rams. Si potranno inoltre ammirare i bozzetti architettonici
di Le Corbusier, di Richard Buckminster
Fuller e di Archigram, e le nuove forme
di trasporto del dopoguerra, come la P70
Coupé (un precursore della Trabant di pla-
stica), la micro-auto Kabinenroller della
Messerschmitt e la Vespa. La mostra approfondirà gli aspetti del periodo della Guerra
fredda che hanno influito sulle arti, mentre
imperversavano le divisioni tra comunismo
e capitalismo, tra due diverse concezioni di “modernità”, comprensive di mosse
politiche e militari, spionaggi, conquista
dello spazio. Concentrandosi sugli anni dal
1945 al 1970, la mostra raccoglierà oggetti e
opere artistiche provenienti dai due blocchi
del “mondo diviso”: Stati Uniti, Unione
Sovietica, Regno Unito, Cuba, Germania
Ovest e Germania Est, Italia, Polonia,
Francia e Cecoslovacchia. “Cold War” prende avvio dai programmi di ricostruzione
intrapresi dopo la seconda guerra mondiale
dai paesi appartenenti ai due blocchi, guidati dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.
La “Guerra fredda” inizia da qui: è una
guerra di nervi per la supremazia mondiale, combattuta per oltre trent’anni anche a
colpi di innovazioni scientifiche, dalla corsa
agli armamenti ai programmi di edilizia
sociale. I nuovi prodotti e le tecnologie industriali del mondo occidentale sono così
messi a confronto con l’arte e l’architettura del realismo socialista. L’esposizione si
soffermerà, ad esempio, sulle due visioni
architettoniche rivali che si fronteggiavano
a Berlino: nella parte est la monumentale ‘Stalinallee’ e, nel settore ovest, i programmi edilizi di ‘Interbau’ che coinvolsero
grandi protagonisti dell’architettura moderna, come Le Corbusier e Walter Gropius.
La mostra Guerra Fredda - Cold War vuole
mettere in evidenza come il desiderio di
modernità sia entrato anche nell’ambiente
domestico, a partire dal celebre dibattito
tra Nixon e Krusciov che si tenne nel 1959
alla Mostra Nazionale Statunitense a Mosca,
incentrato sulla funzione dello spazio della
cucina all’interno della casa. Ma in quegli
anni, l’immaginario collettivo era ossessionato dal pensiero di un’incombente guerra
reale. La minaccia nucleare, e il modo in
cui era vissuta, sarà rappresentato nella mostra attraverso la grafica, l’arte, il cinema
e i grandi progetti utopici come la cupola geodesica sopra Manhattan pensata nel
1962 da Buckminster Fuller. Una sezione
è dedicata alla corsa per la conquista dello
spazio e ai trionfi dell’alta tecnologia, come
la prima missione spaziale di Yuri Gagarin
a bordo della capsula Vostock. Saranno in
mostra i progetti di Raymond Loewy per gli
interni delle navette spaziali NASA, oltre
agli esempi di tute sperimentali, ma anche
mobili, architetture, arte e moda ispirati al
mondo della fantascienza. Era anche una
“guerra” in cui le grandi realizzazioni edilizie facevano la loro parte nell’affermare una supremazia tecnica: ed ecco allora
scendere in campo l’architettura, soprattutto
con la gara in altezza: da una parte la Post
Office Tower di Londra e dall’altra la Torre
Ostankino a Mosca. Sono questi anche gli
anni in cui i giovani vogliono far sentire la
loro voce. In mostra troveremo manifesti,
poster propagandistici e i film che hanno
contribuito a plasmare l’immaginario collettivo, come Goldfinger, Ipcress, Dottor
Stranamore e 2001 Odissea nello spazio,
oltre alle scenografie originali di Kenneth
Adam. Le fotografie documentano il disagio
delle nuove generazioni: le grandi manifestazioni di protesta contro la guerra del
Vietnam, il ‘68 a Parigi e la primavera di
Praga. Nell’ultima sezione la mostra presenta alcuni progetti sviluppati grazie alla
ricerca tecnologica promossa per l’industria
bellica. Studi di architetti quali Superstudio
e Archigram crearono infatti prototipi come ambienti gonfiabili, mobili e oggetti di
consumo rivolti provocatoriamente ad una
nuova società tecnocratica. La mostra si
conclude con le prime fotografie della terra
scattate dallo spazio, fonte di ispirazione per
gli artisti e i creatori di visioni utopiche, che
documentano il nascere di una nuova sensibilità ambientale nei confronti della fragilità del nostro pianeta. Questa interessante
proposta espositiva potrà essere visitata al
MartRovereto sino al 26 luglio 2009.
87
I TRE PORCELLINI
AUTORE: Steven Guarnaccia
EDITORE: Maurizio Corraini
PAGINE: 36
PREZZO: 16 euro
C’erano una volta tre piccoli porcellini che
vivevano in una grande casa nel bosco...
La favola dei “3 porcellini” è ambientata
da Steven Guarnaccia fra le case di grandi architetti del Novecento. Frank Gehry,
Le Corbusier e Frank Lloyd Wright sono
infatti tra i principali protagonisti di questa
favola contemporanea, insieme ad altri famosi personaggi del mondo dell’architettura, nelle loro case di rottami, di vetro e di
calce e mattoni. Nei propri rinomati edifici
e circondati da oggetti disegnati da alcuni
fra i più rappresentativi architetti e designer di tutto il mondo, ricevono un giorno
la visita del lupo cattivo...
Come per “Riccioli d’oro e i tre orsi”, Steven Guarnaccia reinterpreta un classico
delle favole attraverso gli occhi dell’architetto e del designer, realizzando illustrazioni a a tecnica mista dal tratto preciso e
dai colori nitidi e armonici. Nei risguardi
del libro, inoltre, si trova un utile repertorio degli oggetti d’autore che compaiono
nel corso della storia, da ritrovare e riconoscere fra le pagine. ...e vissero per sempre
pasciuti e contenti.
Illustratore e designer, Steven Guarnaccia
vive e lavora a New York. Le sue tavole
sono pubblicate su numerose riviste e quotidiani, fra cui il New York Times, di cui è
stato per tre anni art director della pagina
delle opinioni. Collaboratore del MoMA e
di numerose aziende nel campo del design
industriale, ha disegnato diversi modelli
di gioielli, orologi (Swatch) e murales
(Disney Cruise). Ha pubblicato numerose
raccolte illustrate di palindromi, libri per
ragazzi e libri pop-up. È stato a lungo collaboratore di Abitare e pubblica libri per le
Edizioni Corraini. Ora è responsabile del
Dipartimento di Illustrazione alla Parsons
The New School for Design.
UN SEDICESIMO 9
AUTORE: Giulio Iacchetti
EDITORE: Corraini Edizioni
ILLUSTRAZIONI: Maurizio Prina
PREZZO: 5 euro
“Un Sedicesimo” - numero 9, marzo-aprile 2009,
direttore responsabile Federico Maggioni,
www.unsedicesimo.com
Un Sedicesimo prosegue con il
numero 9, disegnato da Giulio
Iacchetti. Guerra e pace: nelle pagine di questo Sedicesimo troverete
delle immagini di soldatini (tutti
uguali, ordinatissimi e monocolore)
contrapposti ad una serie di sagome
di un ipotetico corteo della pace:
ragazzi con gli striscioni, famiglie,
88
A cura di / by Maurizio Corraini - www.corraini.com
suore e monaci buddisti… tutti diversi, colorati, disordinati… Si ritagliano le figure lungo i bordi e poi
si piega la linguetta posta in prossimità dei piedi. A bambini e adulti
la libertà di scegliere se comporre
un esercito o una festosa manifestazione a favore della pace, o magari
entrambi, ciò che conta è insinuare
la possibilità di una scelta, instillare
un dubbio… provocare una riflessione. Nel pieno spirito della collezione di varietà e della personale
molteplicità di Un Sedicesimo, un
progetto che affronta la diversità
in totale autonomia, dal punto di
vista personale del designer, senza commenti, senza analisi e senza
dibattiti.
Gli autori del Sedicesimo sono artisti, grafici, illustratori, studenti,
scrittori, sarti e cuochi di interesse
internazionale. Dopo i numeri di
Steven Guarnaccia, Daniel Eatock,
Esther Lee, Italo Lupi, Paul Cox,
Francesco Dondina, Federico
Maggioni, Protey Temen, Steven
Heller + Louise Fili, Martí Guixé,
Rosa Linke e Frank Chimero, ecco il numero disegnato da Giulio
Iacchetti. Inoltre, sono in arrivo in
progetti di Studio Dumbar, Antonio
Marras, Leonardo Sonnoli, Matteo
Bologna, Gianluigi Colin, Massimo
Pitis, Moreno Gentili... Ogni numero di Un Sedicesimo può essere
acquistato singolarmente, ma c’è
anche la possibilità di abbonarsi!
Più informazioni su www.unsedicesimo.com Per chi si abbona oggi
a Un Sedicesimo, tutti i numeri del
primo anno sono disponibili al prezzo di 24,00 Euro.
Un Sedicesimo è pubblicato in
collaborazione con Grafiche SiZ,
Campagnola (Vr) - www.siz.it
Giulio Iacchetti si occupa di industrial design dal 1992. All’attività di
progettista alterna l’insegnamento
presso numerose università e scuole
di design, in Italia e all’estero. Ha
curato progetti per diverse aziende,
tra le quali Bialetti, Coop, Ferrero,
Martini, Guzzini, Mandarina Duck,
Sambonet, Pandora Design, Thonet
Vienna. Ha ricevuto numerosi premi
internazionali, tra cui il Compasso
d’Oro nel 2001 con Matteo Ragni
per la posata multiuso biodegradabile Moscardino, oggi parte dell’esposizione permanente del design al MoMA di New York. Per
Corraini ha curato il libro Italianità,
una raccolta di interventi relativi
agli oggetti, ai simboli, agli odori,
ai sapori e ai suoni che esprimono
un italico senso di appartenenza.
Zètema Progetto Cultura, è in programma
presso il Museo dell’Ara Pacis di Roma
dal 9 aprile al 6 settembre 2009. La mostra è a cura di Beppe Finessi, con progetto di allestimento di Marco Ferreri e
grafica di Italo Lupi.
BREATH THE (VERTICAL
WORKS)
AUTORE: Anthony McCall
EDITORE: Maurizio Corraini
PAGINE: 96
PREZZO: 33 euro
MENDINI
AUTORI: Beppe Finessi e Alessandro Mendini
EDITORE: Maurizio Corraini
PAGINE: 384
PREZZO: 35 euro
Alessandro Mendini (Milano, 1931) è
uno dei pochi protagonisti della scena
internazionale di architettura, arte e design capace di progettare in tutte le scale
dimensionali possibili.
Walter Gropius individuava con una celebre affermazione il campo di attività
dell’architetto “dal cucchiaio alla città”:
Mendini si è confrontato nel corso della
propria attività con progetti “dall’infinitesimo all’infinito”.
Il volume dedicato ad Alessandro Mendini
pubblicato dalle Edizioni Corraini è un
flusso ininterrotto di immagini e occasioni all’interno delle opere e della filosofia progettuale del celebre architetto
milanese.
Progettare orizzonti, stanze, corpi e pensieri sono i quattro momenti di un percorso personale e suggestivo attraverso
l’opera di Mendini: dall’arredo urbano
alla decorazione d’interni, dagli oggetti e
accessori progettati per il corpo all’attività di teorico dell’architettura e del design,
Mendini è protagonista di un approccio
personale ed estetizzante alla progettazione, che si distingue per la dimensione
organica, emozionale e individuale della
propria ricerca, che privilegia suggestioni psicologiche, materiche e sensoriali
rispetto a un design e un’architettura più
“razionali”.
Non a caso,“poesia visiva”,“progettazione
fiabesca e barocca”,“dilatazione labirintica degli spazi e delle sensazioni”sono
solo alcune delle definizioni associate nel
tempo alla sua multiforme produzione.
Nel volume, le immagini sono accompagnate da testi di Beppe Finessi (architetto, professore presso la Facoltà di Design
e la Prima Facoltà di Architettura del
Politecnico di Milano) e di Alessandro
Mendini stesso, in cui l’architetto si racconta a partire dalla propria esperienza
di progetto.
Conclude il libro una sintetica biografia
e bibliografia su Mendini e la sua opera. Il bookdesign è curato da Italo Lupi
(già art-director di Domus e direttore di
Abitare, vincitore del Compasso d’Oro
e Royal Designer di Londra): le piccole
domensioni, la copertina rivestita in tela
e la grafica nitida e brillante ne fanno una
sorta di suggestivo e prezioso “breviario”
e compendio dell’opera di Mendini.
La mostra “Alessandro Mendini dall’infinitesimo all’infinito”, promossa
dal Comune di Roma, Assessorato alle
Politiche Culturali e della Comunicazione,
Sovraintendenza ai Beni Culturali e
In un ambiente oscurato e riempito
di foschia, le proiezioni di Anthony
McCall generano l’illusione delle tre
dimensioni attraverso figure astratte
che gradualmente si espandono, si contraggono e accarezzano lo spazio come
pareti architettoniche effimere: membrane di solida luce provenienti dall’alto creano infatti spazi immateriali,
visibili soltanto grazie ai movimenti
della foschia.
Le opere di Anthony McCall si muovono fra i linguaggi di scultura e cinema.
Scultura perché le forme occupano uno
spazio tridimensionale e come tali possono essere fruite solo aggirandole o
attraversandole; cinema perché le forme
e gli spazi sono costituiti da luce proiettata, che lentamente cambia la propria
forma con lo scorrere del tempo.
Il volume “Breath [the vertical works]”
analizza le opere dell’artista inglese a
partire dalle loro particolarità estetiche, seguendole all’interno del percorso
creativo dell’autore.
Il testo critico di Hal Foster, ricco di rimandi al pensiero filosofico e al contesto storicoartistico del Novecento, contribuisce a situare i lavori di Anthony
McCall nel vasto panorama della ricerca artistica contemporanea.
La mostra di Anthony McCall “Breath
[the vertical works]”, a cura di Serena
Cattaneo Adorno, è in programma presso Hangar Bicocca dal 20 marzo al 21
giugno 2009.
Nato nel Regno Unito nel 1946,
Anthony McCall vive e lavora a New
York dal 1973.
Fra i più rappresentativi artisti del cinema avantgarde londinese degli anni
‘70, è reso celebre per i suoi “Solid
Light Films”, una serie di installazioni scultoree realizzate a partire dal
1973. Ha esposto in numerosi musei
e gallerie di tutto il mondo, fra cui il
Museum Moderner Kunst di Vienna
(2003-04), la Tate Britain di Londra
(2004), il Museu d’Art Contemporani
di Barcellona (2005), il Kunsthaus di
Zurigo (2006), l’Hamburger Bahnhof
di Berlino (2006-07), il Museum of
Modern Art di New York (2008).
Settimio Benedusi, “Deserto”, 1987, cm 30x22.6, stampa su carta Kodak Ektalure
BOOKS
89
ENGLISH tEXt
AN IDEA IS WORTH MORE THAN A
FACTORY
by Mario Moretti Polegato, President GEOX
Many of you already know my story. My
family has been engaged in viticulture from
three generations and at the beginning I just
worked in the family business.
Then one day I had an idea. I was in Reno,
Nevada, for a meeting on wine, and I was
feeling uneasy for the overheating of my
feet caused by the shoes with rubber soles I
was wearing. So, by instinct, I cut holes in
both the soles with a knife.
In this way I found a simple and efficient
solution to let the excess heat come out.
Later on I developed my intuition in the
laboratories of a small shoe company owned
by my family, setting up a new technology
for the rubber soles. I immediately made a
patent and thus created the first “breathing”
shoe. After presenting, without any success,
my invention to well-established shoes
companies and after passing market tests
with a line of children shoes, in 1995 I
began producing shoes with the trademark
Geox by my own, at industrial level.
In the last 13 years Geox has grown
dramatically becoming the first company
in Italy and the second in the world in
the production of footwear for the casual
lifestyle sector.
This story of mine can, though, be repeated
for many of you. What is important is to
manage our own ideas and this is possible,
first of all, through patents.
I am sure that many of you have been
inventors too, may be without realizing
this.
Sometimes just a little is enough to improve
already existing products, but very often we
do not realize we have made something
which could be protected as intellectual
property.
Another very important thing, when we have
a good idea but not all the competences to
realize it, is to get support from university
research centres.
Since its foundation Geox has developed
so much that it is now mentioned between
the 500 best companies in the world. The
Italian style, especially when we deal with
footwear, is recognized and appreciated
everywhere, but in reality, what made Geox
a leading company in Italy and third in
the world in the casual lifestyle sector, is
mainly the technological component.
Often we are asked whether Geox is a “made
in Italy” trademark. In the case of Geox,
we made an initial choice of investing in
research, innovation and people, managing
the production in outsourcing. Outsourcing
means get our own products manufactured,
under strict control, by an external factory,
which can be located either in Italy
or abroad. For what the manpower is
concerned, it is however true that we could
not have found in Italy factories big enough
to produce 21 million pair of shoes, as we
did in 2007. In general, manpower in Italy
is surely more expensive that in other parts
of the world, and the Italian product “made
in Italy” can compete in a global scenario,
but should be better protected. The present
laws do not make this point clear and do not
allow designating which products can use
the brand “made in Italy”. Geox is a “made
in technology” and on this point we have
always been clear with our consumers.
Being Italian lies in ideas, in style and in
the development of projects. Today Geox
produces footwear and clothing in 28
countries and sells them in 68.
Our objective is now replicating in other
European countries the same model that
allowed us reaching the leadership in Italy
and the results will be remarkable.
What we will look into in the next two
90
years represent the new challenge for Geox:
to become leader in the markets where we
are practically absent, like USA, UK,
Russia, China and Japan. In these markets
Geox has just arrived and there is still lot to
do, but the credibility of the trademark and
the positive response that so far we have
obtained from our million of consumers
give us confidence and encourage us to
invest more and more.
The common factor of our development will
be as usual technology, which represents
for us an essential element.
We produce an international collection
every six months, to which we add a local
one for each single market.
I can though declare that it is not enough
to offer an excellent product to make your
company grow.
What is important is to adopt a proper
business model.
In the small and medium Italian companies
the role of father-boss is still in force. A
structure defined by Americans as “Mama’s
and Papa’s operation”. Not overcoming the
first generation, regardless from the sector,
is the typical problem of companies where
there is a father-boss who detains control
and power of decision. It is not that a child
has to join necessarily the family business.
One should be left free to follow his own
path but be ready to receive him when he is
convinced of the father’s project.
Today in order to grow it is necessary to
have the most diverse competences and it is
unthinkable that the same person be expert
in finance, economy, communication and
product and at the same time speak five or
six languages, as this is what the market
requires.
The only path one can take is the one Geox
has taken right from the beginning which
is “manage by manager”. Structure and
power, in Geox, are not at all centralized.
Of course, when there are important
decisions to be taken I am always present,
but such decisions are taken with a group
of competent managers to whom we have
entrusted the main company areas.
The key to success is therefore this and
it would be impossible to implement it
without proper training.
If specific areas and responsibilities are
not given to more than a person, each
expert in a specific field, there will always
be a big limit to the growth of the entire
organization.
Another important point is investing in
“Research & Development”. Every year we
invest about 3% of the turnover in research
and development of new products. In our
headquarters in Montebelluna 680 people
work and 75% of them has a degree. It is
not a typical shoe factory but a cultural
factory, where all these young people
between 30 and 35 years of age work in
research, style, finance and communication
with new continuous and explosive ideas.
Fifteen engineers are concentrated in
studying exclusively the movement of heat
in human body and this is giving birth to
new concept products.
The third fundamental element is that of
human resources, to be valued and placed at
the centre of the company growth through
training and acknowledgement of their
work.
The last element indispensable for
the development of an organization is
communication: if I am sure to have an
excellent product in hands and I do not
communicate, it is like standing in front of
a mirror and repeating to myself how good
I am.
Communication must be essential but
ENGLISH tEXt
effective. If we analyse the publicity of
Geox, taking as example the image of the
shoe with the steam puff, we realize that its
strength is exactly in communicating the
distinctive element.
Someone criticizes in terms of elegance,
but these critics simply do not understand
what our objective was: communicate our
diversity compared to the rest of all.
I would like to spend some other words on
human resources.
Geox plays its best cards on persons and
on their training. Our Human Resources
division does not worry much in finding
managers, or better, individuals who are
already managers, but rather in finding
persons who can potentially become
managers.
We are real talent scouts who in every
corner of the world find the most suitable
person for a specific task. Once this
important resource has been found, we
place it in a continuous training process in
order to mature within the company.
Human capital is worth as much as the
company itself and in the case of Geox
maybe even more. The added value of our
management is in the team spirit and in the
will to follow a common objective, equal
to personal
fulfilment. Today we are like a big team and
persons represent the most important asset.
Persons are our principal resource that,
as such, should be enhanced in each
field: from one side there are training and
refresher courses, on the other hand we
have set up a proper service net. We go
from agreements with gyms, shops and
restaurants, to the most recent set up of a
Children Centre “Mondo Piccino”, with a
crèche and a kindergarten attended for free
by our staff’s children.
Our pride lies in the Geox School, an
internal school with four different types
of company masters for managers, top
manager, technicians and new graduates.
The aim is transfering the mission and the
company objectives in capable persons.
The courses have different duration and
structure according to the target they aim
to. Those for new graduates, for example,
last from four to six months and are held
by internal and external teachers in the
morning lessons and by a personal tutor for
the “on the job” training in the afternoons,
in order to create an efficient continuation
between theory and practise.
There is a saying I always keep with me and
drop wherever I happen to speak which says
“an idea is worth more than a factory”.
MEMPHIS BLUES
Galleria Carla Sozzani
corso Como 10 – 20154 Milano
www.galleriacarlasozzani.org
curator Barbara Radice
set design Michele De Lucchi
graphic work Cristoph Radl
music Micaela Sessa
On the occasion of the exhibition, the publisher Electa reprints in 1000 copies the
book “Memphis, research, experiences, results, failures and successes of new design”
by Barbara Radice and “Memphis, the new
international style”.
The exhibition is possible thanks to the
contribute of Abet Print, Martine Bedin,
Alberto Bianchi Albrici, Memphis,
Nathalie Du Pasquier, Carlotta ed Ernesto
Gismondi, The Gallery Mourmans, George
Sowden, Matteo Thun.
After twenty-eight years from the historical exhibition and twenty-nine from the
beginning of the group, Mrs. Carla Sozzani
shows in her gallery pieces and documents
of the “last design movement of this century”, defined in this way by Mrs. Sozzani
speaking of the origin of this exhibition.
“There are no marketing research, no strategy behind me, my decisions are almost always instinctive…of course I am bored by
continuous repetitions and all of us dream
a group movement, an ideal to pursue and
share…how boring are these stars of a
nothing star-system”.
“Memphis” Mrs. Sozzani says “is reliable,
it has a really strong mark and gives sensory density, humour, sense of game…I’m
bored also by minimal…”
For Mrs. Sozzani her gallery is a passion
and the story of Memphis a real story that
can be communicated with pleasure without any plans or commercial adventure.
Memphis is a good story of the human
comedy as perhaps Sottsass would have
defined it.
The name Memphis
The name Memphis must have come up on
the evening of December 11 at Sottsass’s
house. There was a Bob Dylan record on
“Stuck inside of mobile with the Memphis
Blues Again” and since nobody bothered
to change the record, Bob Dylan went on
howling “the Memphis Blues again” until
Sottsass said “ok, let’s call it Memphis”
and everybody thought it was a great name:
Blues, Tennessee, rock’n’roll, American
suburbs, and then Egypt, the Pharaohs’
capital, the holy city of the god Ptah.
According to Michele De Lucchi’s notebook, Ettore (Sottsass), Barbara (Radice),
Marco (Zanini), Aldo (Cibic), Matteo
(Thun), Michele (De Lucchi) and Martine
(Bedin) were there that evening.
Except for me they were all architects
(Bedin about to get her degree) and all but
Sottsass were under thirty.
The first drawings of New Design furniture
were gone over on Monday 9th February
1981 and that evening George Sowden and
Nathalie Du Pasquier were also present.
There were more than a hundred drawings and in the end everybody was drunk,
but for the first time sure that Memphis
would exist.
Barbara Radice, Memphis, research, experiences, results, failures and successes of
new design, Electa, 1984
Memphis pieces
Memphis pieces are conceived as uncoordinated units for any destination. They are
isolated objects that assume the existence
of houses where décor is décor and never
monumentalized into architecture; where it
does not set up irremovable blocks, coordinated corners and fixed situations but is instead removable and polyvalent. Memphis
furniture is designed for specific purposes
but many of these pieces can be also used
for other purposes. Due to this transformist quality, which is also figurative, and
because they tend by their nature to corrupt
any stylistic unit, they are expected to be
used indifferently in any interior, whatever
its style may be…
From Memphis, the New International
Style, Electa, 1981
Sottsass in 1981
“By dint of walking among the areas of
the uncertain (due to a certain mistrust)
by dint of conversing with metaphor and
utopia (to understand something more) and
by keeping out of the way (certainly due to
an innate calmness), we now find we have
gained some experience; we have become
good explorers. Maybe we can navigate
wide, dangerous rivers and advance into
jungles where no one has ever set foot.
Now at last we can go ahead with a light
tread. The worst is over. We can sit down
without too much danger and let even poisonous snakes or obscure spiders crawl
over us; we can avoid mosquitos, too,
and eat crocodile meat with the greatest
of ease; which doesn’t mean excluding
chocolate and cream and crepes-suzettes
à la Grand Marnier. We can do - nearly anything because, dear friends, as we were
saying, we are old and skilled navigators
on wide open seas.
The fact is that we aren’t afraid anymore, I
mean, to represent or not represent things
or persons, be they élite or derelict , traditions or boorish.
Our fear of the past is gone, and so is our
still more aggressive fear of the future.”
From Memphis, the New International
Style, Electa, 1981
VIA MALCANTON
A demolition in the first 20 years of the
20th century, aimed at creating a new road,
brought to light the remains of the Roman
theatre. The house of our project stands
right here, developed on the last three levels
of a building with a double front and part of
the diagonal block on the edges of the old
Jewish ghetto.
Anonymous but potentially interesting
spaces, where the owners wanted to create a place with air and light as the natural
background to every day living.
The vertical component of the staircase
becomes the unifying axis of the house, an
empty space with a strong character, where
the walls/ bookshelves give back a domestic
feel, linking the different levels in a spatial
and chromatic continuity: from the entrance
on the lower floor to the sitting-room/study,
on two levels, conquering the spaces of the
loft and opening onto a terrace on the roof.
The oak of the floors and the chestnut of the
coverings break up the whiteness of walls
and ceilings, marked by the slanting of
natural and artificial light. The free colours
of the books, of the pictures, and of some
furnishings are clashing and contrasting,
while the service area coverings have the
shades of the material.
HELMUT NEWTON: FIRED
Following the great success of the exhibit
“A Gun for Hire” at the Helmut Newton
Foundation in 2005, which put Helmut
Newton’s fashion images from the last two
decades in the spotlight, the current exhibit
“Helmut Newton: Fired” takes a look at his
fashion photography from the 1960s and
1970s. Nearly 200 editorial images are on
display.
“In 1964 I was commissioned by Queen
magazine to photograph the revolutionary
collection by Courrèges. The fashion
editor, Claire Rendlesham, decided on
a journalistic scoop showing only my
Courrèges photos and excluding all other
fashion houses from her Paris report. When
Queen landed on the desk of Françoise de
Langlade (then associate editor-in-chief of
French Vogue) she hit the roof. I was called
into her office, we had a tremendous row,
she accused me of treachery and disloyalty
and wanted to know why I had not told her
about this scoop. I pointed out to her that I
had no exclusive contract with Vogue, and
it was of course understood that I would
never divulge any ideas developed by
French Vogue to Queen or vice versa. So
I was kicked out of the hallowed halls of
Vogue only to return in 1969 when Francine
Crescent was appointed editor-in-chief.
During Francine’s regime, I did what I
considered my best fashion work. I was to
be a regular contributor until 1983.”
Helmut Newton, from: Pages from the
Glossies, Zurich: Scalo, 1998
Helmut Newton worked for numerous
other international magazines in addition
to Vogue and that he also worked directly
with designers and fashion houses. The
photographs for Courrèges that were
published in 1964 in the fashion magazine
Queen (and were the reason why Newton
was fired from Vogue) brilliantly translated
the ultra-modern designs of the French
designer into the photographic image. The
women’s trousers, the above-the-knee
dresses and the spectacular space-age
fashion in particular were revolutionary.
The image of women and their position in
society were in the midst of radical change.
Newton shot the models without accessories
in claustrophobic, narrow spaces, whose
metal walls reflected and doubled both
clothes and women.
After Newton was fired from Vogue, Claude
Brouet, who was Editor-in-Chief of Elle,
offered him work at her magazine. Five years
later, Newton also captured Elle’s models
within the confines of a mirrored room; this
time, however, the photographer himself
appeared with his small-format camera
behind the women. Dressed in black, his
presence provided more than a mere tonal
contrast to the light-colored Cardin and
Lanvin clothing adorning the models. With
a sense of self-irony and media reflexivity
about his medium that was unusual for the
times, Newton slipped himself behind the
work process and into the fashion image,
and on occasion even put his own camera
into the hands of the models. Two years
later in 1971, he developed the so-called
“Newton Photo Machine,” a delayed-action
release contraption, with which the female
models
systematically
photographed
themselves (and their clothes) in front of a
mirror—thereby checking their own poses
against their reflection. These photographs
were also published in Elle, and in 2007
they could be seen at the Helmut Newton
Foundation.
Helmut Newton staged fashion in the streets,
in public spaces or, as he said, “in life,”
more often than in the studio. He placed
women on a metaphorical pedestal, which
in contrast to earlier fashion photography,
no longer consisted of gallantry, but rather
of female self-confidence. Newton’s women
posed seductively and aloof, standing on
the engine hoods of American sedans, in
front of huge Marlon Brando posters or
mysteriously illuminated at dusk before
lonesome buildings. His black and white
prints remind us of scenes from Hitchcock
films, while his color photographs could
pass for precursors to the later movies of
David Lynch. Newton portrays women as
active and attractive, assertive and erotic
creatures, who seem to dominate the
scenery—as well as the men who appear in
the occasional motif.
The studio atmospheres that we also
encounter in many of the pictures have
either the neutral, flat backgrounds of the
classical studio cove or are complicated,
theatrical architectures. Their character
remains recognizable, as Newton always
gives us a peek behind the scenes at the
picture’s edge. Monochromatic backdrops
keep to the bare minimum, while more
pictorial settings playfully contextualize
or interpret the fashion models. Newton
rejected the excessive décor of earlier
decades, even for his Chanel pictures; the
settings always evoke a sense of visionary
timeliness. Televisions are used in some of
the fashion photos, creating an interesting
interaction between the female model on the
TV screen and the gawking male observer,
thus conveying both the unattainability as
well as the ephemerality of the mediated
subject.
The women in Newton’s pictures appear
separately or in a group, at times with
alluring elegance, or playful anarchy. In
the early 1970s, Newton shot a series
for the magazine Nova with aggressive
“naughty girls” throwing chairs and hand
grenades, or donned with smiling masks
and holding diamond-studded knuckle
busters into the camera. The images were
disturbing and provocative—also a subtle
comment on the demonstrations and street
agitation in Europe’s cities at the time and
the radicalization of bourgeois youth into
terrorist rings. Newton’s fascination for
strong women reached its zenith in the
1980s with the famous series of the largerthan-life “Big Nudes.” As the photographer
explained once, the series was inspired by
life-sized identity photos of RAF terrorists
he had seen hanging in German police
precincts.
Helmut Newton’s creative potential was
already present in his fashion work of the
1960s, and as we know today, there was
room to grow. The ingenious images he
produced time and again did more than just
portray fashion; they offered commentary
and interpretation as well. This applies
especially to his later commissions for Yves
Saint Laurent and Blumarine.
Specific occasions and settings that Newton
used as the backdrop for some of the
photographs on display were social events
like the World’s Fair in 1967 in Montreal,
or allegedly private cocktail parties. It is
seldom the everyday which has a place in his
pictures; mostly it is heightened situations,
particular moments, which Newton created
especially for his images.
The editorial work that has been compiled
for this newest exhibit has heretofore
been published exclusively in magazines,
showing fashion from Courrèges, Dior,
Lanvin, Cardin, Yves Saint Laurent, Ricci,
Roger Vivier, Marc de Carita, Mary Quant
and others. The photographs fill the entire
exhibition space of the Helmut Newton
Foundation; beginning with the fashion
photos of the revolutionary Courrèges
designs of 1964 and ending a decade
later with the wrestling women Newton
photographed for Nova. Self-defense was
seen as a radical and consequent form of
female self-realization at the time. But
Newton would not be Newton if he hadn’t
taken staged the fights of his protagonists
with an erotic twist them.
When he later returned to French Vogue
with Francine Crescent at the reigns, one
of the first editorials she printed by Newton
in 1970 were his photos of the newest
Courrèges line, coming full circle.
In recent years, fashion photography has
liberated itself from magazines and become
considered a leading medium in its own
right. Numerous museum exhibits have
followed this coup; the art and auction
market has catapulted prints of not a
few classical and contemporary fashion
photographers into unforeseeable heights.
That was still very different in the 1960s
and 1970s, as Irving Penn, Richard Avedon,
William Klein or Helmut Newton worked
in magazine editorials. Some of their
photographs have become iconic—and
some of these icons may be seen in the
exhibit: “Helmut Newton: Fired.”
Matthias Harder
Tina Cotič
KARST STRUCTURES
The Karst structure chair is one of the
designing solutions conceived by Tina
Cotič on the basis of her contemplations on
the relationships between the living space,
the interpretations of that living space in
the works of the artists belonging to it and
the significance of a chair as a social object.
Those relationships reveal to us the forms
through which social contents and the spirit
of space are sublimed – genius loci.
“The Karst structures” is also the title of
the graphics of the modernistic artist, Lojze
Spacal, from Trieste. His work is primarily
concentrated on the interpretation of the
specificities of Karst and the surrounding
littoral places in the neighbourhood of
Trieste. The artist developed a typical and
unmistakeable style up to such a level
that his works have become a synonym
for the space he was depicting. Tina Cotič
is attached to this space, too and feels
an exceptional closeness to the Spacal’s
interpretations.
The works of ancient craftsmen have
always influenced the actions and thoughts
of new generations. Here, sometimes a
direct repetition of ideas is involved for the
sake of understanding the procedures and
approaches, just like in trainings, however,
artists mostly dedicate themselves to the
works of their predecessors in order to
interpret the formal and conceptual grip.
Such actualisation of the past is not only
a revoking of memory in the individual
poetics, but a rearticulation of spiritual
traces in the memory.
In case of the Karst structure chair we can
speak of a mixture of rustical aesthetics
of original model in graphics which the
designer partly and literally quotes as well
as rational sharp lines and smooth surfaces.
The Karst, in particular the ancient Karst,
to which Lojze Spacal belonged and which
he depicted so much, was a raw and rough
countryside, which offered to its inhabitants
not more than a sheer survival and as we
can feel it that asceticism in the works of
our ancient master, we can notice it the
minimalistic approach of Ms. Cotič’s
designing the seating object. While the urban
way of life smoothened the roughly worked
out textures of edges and surfaces from the
past, the rigour of lines still reminds our
feelings of the inexorable countryside. And
similarly to how the countryside has been
softened by the Mediterranean climate, also
the structure of annual rings and knots of the
used oak wood subtly soften the stiff tension
of monochrome surfaces. The back of the
chair represents a particularly interesting
detail, as in its unusual narration reminds us
of wooden fences that one can still meet in
the gaps of the karst stone walls. However,
those feelings do not represent only a
visual and aesthetic experience of the chair
which is determined to show its origins
in Spacal’s graphics from 1972. Together
with the forms we meet in it the author,
Ms. Cotič, adopted also the mythological
and ethnological contents displayed in the
ornament and symbolic of colours. While
meeting with the use of oak wood we have
to bear in mind that once the Venetians
used exactly the same oak wood from karst
for the construction of their grounds for
housing.
We are used to linking chairs with their
practical usage and we only occasionally
agree (if we do at all) that they have also
an aesthetic impact. If we try to imagine,
while looking at the photographs, what it
would feel like to sit on a chair with such
a design we are immediately fully aware
that the author did not intend to create a
piece of furniture. It soon becomes clear
that its functionality was not intended for
»work, rest and pleasure« as Mr. Janez
Suhadolc claimed about the functions of
chairs, but that it has above all an aesthetic
and symbolic function. His forms encode
the stories of spiritual vastness, myths
and everyday life of Karst, and everyone
who takes a look at the chair only from a
distance can notice its aesthetic message.
And those who dared to sit on it would be
placed on an elevated position as it has been
done by every throne.
Vasja Nagy
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Bollettino di c/c postale che mi invierete
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Cognome e nome
Paolo Ferrari, Achille Castiglioni,
Electa, Milano 1984, pp. 132-133;
Silvia Giacomoni e Attilio Marcolli,
Designer italiani, Idealibri, Milano
1988, pp. 135, 141; Enrico Arosio (a
cura di), Achille Castiglioni: gli interni? Impossibile, in “Abitare”, 1993,
323, novembre, p. 130; Beppe Finessi
(a cura di), Interruttore rompitratta,
in “Abitare”, 1998, 375, luglio, p. 98;
Paola Antonelli, Steven Guarnaccia,
Achille Castiglioni, Maurizio Corraini,
Mantova 2000; Sergio Polano, Achille
Castiglioni. Tutte le opere 1938 - 2000,
Electa, Milano 2001, p. 252; Francesca
Appiani (a cura di), Design interviews.
Achille Castiglioni, Museo Alessi –
Maurizio Corraini 2007, p. 17,-18.
92
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MANAS
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REVIJA HIŠE
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T +386 1 431 2222
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MART ROVERETO
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38068 Rovereto (TN)
T +39 0464 438887
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SANMICHELE11
Via san Michele, 11
34121 Trieste
T +39 040 634430
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www.sanmichele11.org
MEMPHIS
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T +39 02 93591202
www.memphis-milano.it
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SBAIZ SPAZIO MODA
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1000 Ljubljana - Slovenija
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SERRALUNGA
Via Serralunga, 9
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T +015 2435711
[email protected]
www.serralunga.com
MUSEIMPRESA
Via Pantano, 9
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T +39 02 58370502
www.museimpresa.com
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GOETHE-INSTITUT ROM
Via Savoia, 15
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T +39 06 84400566
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MUSEO DELL’ARA PACIS
Lungotevere in Augusta
(angolo via Tomacelli)
00100 Roma
T +39 06 0608
www.arapacis.it
[email protected]
GRAPHART
Zona artigianale di Dolina, 507/10
34018 San Dorligo della Valle (TS)
T +39 040 8325009
www.graphart.it
[email protected]
MUSEO “UGO CAR À”
Via Roma, 9
34015 Muggia (TS)
T +39 040 3360340
[email protected]
ts.it
GRUPPO BANCA SELLA
Via Italia, 2
13900 Biella
T +39 015 35011
www.gruppobancasella.it
[email protected]
AZIENDA VITIVINICOLA
NERVI
C.so Vercelli, 117
13045 Gattinara (VC)
T +39 0163 833228
[email protected]
HELMUT NEWTON
FOUNDATION
Jebensstrasse 2
D – 10623 Berlin
T +49 30 31864825
www.helmutnewton.com
[email protected]
PARCO DI SAN GIOVANNI
Spazio Villas - Via Pastrovich, 5
20128 Trieste
T +39 328 2089557
www.provincia.trieste.it
ISTITUTO EUROPEO DI
DESIGN - IED
Via San Quintino, 39
10121 Torino
T +39 011 541111
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20121 Milano
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