La festa della Primavera e la cerimonia del Tè

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La festa della Primavera e la cerimonia del Tè
La festa della Primavera e la cerimonia del Tè
Secondo il calendario lunare, in uso in Giappone fino al 1873, oggi 4 Febbraio è la
Festa della Primavera – setsubun . Il termine - letteralmente “divisione delle stagioni”
- alludeva originariamente al giorno precedente l’inizio di ogni stagione, mentre oggi è
riferito esclusivamente al giorno precedente l’inizio della primavera.
Questa ricorrenza tradizionale, celebrata nei templi shintoisti, era festeggiata anche in
casa: il capo della famiglia, seguito dagli altri componenti, lanciava dei fagioli in aria o
su una persona vestita da demone, gridando “Fuori i demoni! Dentro la fortuna!” (Oni
wa soto! Fuku wa uchi! ). Lo scopo di questo rituale, chiamato mamemaki -, era quello
di allontanare le disgrazie, personificate dagli spiriti maligni. Poi ci si sedeva tutti
insieme e si mangiavano tanti fagioli quanti erano gli anni di ciascuna persona.
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La cerimonia del tè (chanoyu, letteralmente “acqua calda per il tè”) in Giappone è un
metodo antico e codificato di preparare il maccha, il tè verde in polvere. La cerimonia è
presieduta da un maestro del tè che prepara la bevanda e la offre agli ospiti.
La pianta del tè – camelia sinensis o thea sinensis –, originaria della Cina meridionale,
era conosciuta sin dall’antichità come arbusto medicinale. Furono i monaci buddhisti a
comprendere fino in fondo le proprietà del tè che, consumato come bevanda, li aiutava
a restare svegli durante le lunghe sedute di meditazione. Secondo una leggenda, la
prima pianta del tè germogliò in Cina dalle palpebre del monaco indiano Bodhidharma,
che questi si era tagliato per non cedere al sonno durante la meditazione. Dopo la sua
morte, i monaci presero l’abitudine di radunarsi davanti ad una sua immagine, e bere il
tè da un’unica tazza.
Dai monasteri l’uso del tè si diffuse in tutto il Paese, e la bevanda, igienica perché
preparata con acqua bollita, fu molto apprezzata in quanto gustosa e salutare.
Bere il tè divenne così anche un’occasione di incontro per declamare poesie e mettere
in mostra ceramiche appositamente realizzate, la cui produzione era profondamente
influenzata dal gusto degli amanti del tè: ormai non più soltanto un momento
religioso, il rito di sorbire il tè divenne un momento conviviale.
In Giappone l’usanza di sorbire il tè in compagnia fu introdotta nel XII secolo dal
monaco Zen Eisai, e in breve tempo si diffuse
tra
i
nobili
che
la
trasformarono
in
un’occasione per sfoggiare raffinati utensili e
improvvisare gare di degustazione di diverse
qualità di tè.
Nel XVI secolo il maestro Zen Sen no Rikyū
rielaborò il complesso cerimoniale riportandolo
allo spirito originario e definendo i canoni
ancora oggi in uso, applicati da varie scuole,
tra cui la scuola Urasenke.
Rikyū progettò una costruzione indipendente
appositamente adibita a sala da tè (sukiya):
una piccola stanza con il pavimento coperto da
stuoie (tatami) e tetto di paglia, dove tutto è
essenziale e funzionale alla concentrazione.
Per
Interno con utensili per il tè. Kunisada, 1854
MNAO, inv. 13407
giungervi,
antistante
si
attraversa
percorrendo
un
il
giardino
sentiero
(roji)
formato da pietre irregolari, e per entrarvi ci
si deve chinare per passare attraverso una porticina bassa: all’interno non erano
ammesse armi e le differenze sociali tra gli ospiti – cinque – erano annullate. Le
uniche decorazioni della sala, altrimenti disadorna, sono collocate in una nicchia nella
parete (tokonoma), dove sono appesi un dipinto o una calligrafia, e in cui è posto un
vaso con un unico fiore o un ramo che richiamano, come il dipinto, la stagione in
corso.
Il bollitore di ferro per l’acqua, il contenitore del tè, le tazze dalla forma irregolare
modellate a mano e pochi altri oggetti sono gli strumenti per ripetere i gesti che
aiutano a liberare la mente da ogni pensiero e a raggiungere una pace profonda. In
Giappone la preparazione e la degustazione del tè diventa così un momento estetico e
filosofico in cui il maestro e gli ospiti si accostano, con gesti codificati e mente
tranquilla, alla perfezione del Buddha, all’illuminazione, perché, secondo Okakura,
tutta la pratica del tè deriva dalla concezione Zen del saper “cogliere la grandezza
insita nei più piccoli eventi della vita”, come quello di bere una tazza di tè.

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