L`economia sociale e solidale per un`Unione Europea

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L`economia sociale e solidale per un`Unione Europea
L’economia sociale e solidale per un’Unione Europea
inclusiva. Nuovi modelli di intervento per contribuire alla
riduzione della povertà e alla creazione di posti di lavoro
promuovendo la coesione sociale
di Luigi Martignetti, REVES Network (Réseau Européen des Villes et Régions de l’Economie Sociale), Brussels
Io parlo da un punto di vista particolare, che è quello di una organizzazione europea, di una rete di
partenariati locali tra amministrazioni pubbliche di livello regionale, provinciale o locale e attori del privato
sociale, la rete REVES aisbl. Tra questi c’è la Regione Toscana e il Forum Toscana del Terzo Settore, per
esempio. Una rete che oggi è composta da una ottantina di membri attraverso i quali sono rappresentati 30
milioni di cittadini europei e circa 3.000 iniziative del privato sociale. Ovviamente il nostro lavoro è
confrontarci sia con l’Unione Europea, da una parte, sia con la dimensione territoriale, dall’altra. Quindi vi
propongo un intervento diviso in 3 parti:
1. Prima un giro d’orizzonte sul momento europeo: dove ci troviamo e cosa sta facendo la Comunità
Europea e principalmente la Commissione Europea (perché è un anno particolare)
2. Dopodiché assumo un altro punto di vista, che è quello della rete, per sottolineare alcune criticità
legate alla programmazione di interventi di inserimento socio-lavorativo e di lotta alla povertà,
anche attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro. Dico anche perché non è l’unica via possibile,
ancorché per questa giornata sia il nostro tema principale
3. In terzo luogo cercherò di sottolineare alcune potenzialità che l’economia sociale – quando dico
economia sociale intendo il sistema del privato sociale nella sua definizione più ampia, che va dalle
cooperative tradizionali alle nuove iniziative dell’economia solidale legate al microcredito piuttosto
che alla produzione sostenibile eccetera – per poi farvi un paio di esempi pratici che vengono uno
da Berlino e uno dalla Finlandia su come effettivamente ha funzionato fino ad oggi e come
potrebbe smettere di funzionare a partire da oggi
Il primo punto riguarda l’anno in cui siamo. Si ricordava che siamo nell’anno europeo della lotta alla
povertà, ma il 2010 è un anno particolare per l’Unione Europea: è stato ratificato il Trattato di Lisbona. Non
è la Costituzione europea però porta al più alto livello l’attenzione del Trattato per la Dichiarazione Europea
dei diritti dell’uomo. Questo fa sì che i diritti acquistino una forza, una resistenza che non avevano nel
sistema giuridico della Comunità Europea, il che faceva sì che spesso le norme relative al buon
funzionamento del Mercato Unico prevalessero su norme che invece garantivano a livello nazionale o
regionale la fruizione di diritti.
È stato ratificato il Trattato di Lisbona, però contemporaneamente il 2010 doveva essere l’anno in cui
arrivava a termine la Strategia di Lisbona, la quale strategia avrebbe dovuto rendere l’Unione Europea
l’economia più dinamica e inclusiva del mondo.
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La Strategia di Lisbona si è spenta in realtà prima ancora che iniziasse la crisi. Già anni prima si è cominciato
a rivedere al ribasso gli obiettivi della Strategia. Si è arrivati nel 2010 e non si è neanche fatta, a mio avviso,
una valutazione esaustiva dei risultati della Strategia di Lisbona preferendo invece lanciare una nuova
strategia, la cosiddetta Europa 2020 che ha semplificato enormemente la definizione degli obiettivi,
riducendoli in maniera anche drastica. E se voi focalizzate gli obiettivi della Strategia di Lisbona trovate:
1. Crescita intelligente
2. Crescita sostenibile
3. Crescita inclusiva
come i tre pilastri fondamentali della Strategia ai quali è stato aggiunto quasi nell’ultimo anno, l’uscita dalla
crisi, come se il perseguimento degli altri 3 obiettivi non fosse una condizione sufficiente. Questo punto lo
riprenderò perché un mese fa sul contributo dell’economia sociale al perseguimento della Strategia 2020
abbiamo fatto con la Presidenza Belga di turno dell’Unione Europea una Conferenza dell’economia sociale
che ha fatto emergere delle questioni interessanti circa il contributo che questo sistema socio-economico,
cioè quello basato su un modello di economia e di società non in contrapposizione ma in sintesi, secondo
quanto avviene all’interno delle imprese dell’economia sociale – quando dico imprese intendo qualunque
tipo di intrapresa, non necessariamente di impresa economica – apporta al perseguimento della strategia
europea.
Però prima di questo mi vorrei riallacciare a qualcosa che si diceva nell’intervento precedente sulla
necessità (quello che sta facendo la Toscana) di mettere a sistema diversi fondi: mettere a sistema il Fondo
Sociale Europeo, mettere a sistema i Fondi Strutturali compreso il vecchio FEOGA, ecco questo è
interessante a livello territoriale, ma temo che nella strategia post 2013, della quale stiamo già discutendo a
Bruxelles, non sia ancora stato completamente acquisito. In questo momento abbiamo dichiarazioni della
Commissione Europea, ma su come dovrà essere l’erogazione dei fondi dopo il 2013 ci sono ancora delle
nebbie. Anche se negli ultimi 2-3 mesi c’è stata una produzione di atti della Commissione per certi versi
inusitata e alquanto interessante.
Si è iniziato con lo Small Business Act che prevede e propone una serie di azioni per favorire lo sviluppo
delle piccole imprese e anche di un quadro legale che sia più agevole e adatto alle piccole imprese stesse.
C’è stato il Single Market Act, che riprenderò più avanti, che propone 50 azioni al fine di rendere il Mercato
Unico più comprensibile da parte dei cittadini e più adatto a perseguire gli obiettivi della Strategia 2020.
E’ uscito una settimana fa il Rapporto sulla Coesione Territoriale che ha una novità rispetto ai rapporti
precedenti: aggiunge esplicitamente alla coesione territoriale anche la coesione sociale e la protezione
ambientale. Non è una novità da poco perché fino al rapporto precedente la Commissione aveva evitato,
ove possibile, di mettere insieme coesione sociale e coesione territoriale; ora invece parrebbe voler andare
in una direzione di integrazione delle modalità e dei modelli di coesione.
Faccio però un passo indietro verso la strategia Europa 2020, perché trovo interessante il fatto che la
Conferenza dell’economia sociale di Bruxelles si sia concentrata su 3 tematiche che mi paiono
particolarmente importanti per questa giornata:
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1. La formazione
2. La protezione ambientale
3. L’innovazione
Quello che emerge quando si parla di formazione e si parla di economia sociale è che in generale, con le
dovute eccezioni, a livello di Unione Europea e anche di paesi membri ad oggi tendiamo ancora a cercare di
applicare all’economia sociale dei modelli formativi o quadri formativi che non le sono propri. Ragioniamo
su modelli di formazione intensiva, laddove l’economia sociale ha già dimostrato di agire attraverso modelli
di formazione piuttosto estensiva cioè non concentrata per area tematica e in breve lasso di tempo ma
piuttosto diffusa in modo da integrare i diversi pilastri - i diversi aspetti dell’economia sociale - che non
sono solo quello del management o solo quello del sistema di produzione o anche solo quello della
relazione interpersonale, ma tutti questi insieme.
E l’altro punto che è emerso, che io trovo interessante, è la necessità di valorizzare la cosiddetta
formazione informale, cioè valorizzare quei percorsi di formazione che avvengono attraverso l’esperienza e
lo scambio di questa esperienza, in modo strutturato ma al di fuori dei percorsi istituzionali. Questi due
aspetti, formazione estensiva e formazione non istituzionalizzata, che potrebbero contribuire fortemente a
percorsi di inserimento (perché alla fine lo scopo delle intraprese sociali non è quello di aprire un mercato,
ma è quello di rispondere a un bisogno. E il bisogno è quello di inserimento, di socializzazione, ecc. ecc.),
ecco questi due aspetti rimangono ancora troppo marginali sia a livello centrale, a livello di Unione Europea
– tanto marginali che non sono neppure citati- sia a livello regionale anche in aree dove la formazione
popolare, la formazione non formale, rappresenta comunque il 10% del totale della formazione,quindi una
percentuale importante.
Il secondo aspetto riguarda la sostenibilità ambientale perché dopo l’elezione di Obama negli Stati Uniti si è
iniziato a parlare anche in Europa di green jobs e allora li mettiamo dappertutto – e quindi il tema proposto
dalla Presidenza era: come facciamo a coniugare la clausola ambientale e la clausola sociale? – però ci sono
due punti che vorrei sottolineare.
Il primo è che venire a parlare soprattutto alla nuova economia sociale di sostenibilità ambientale
francamente mi colpisce. La nuova economia sociale nasce, si sviluppa, parallelamente allo sviluppo delle
tematiche ambientali. Vi faccio un esempio banalissimo: se voi scorrete in Francia la lista dei consiglieri
regionali responsabili dell’economia sociale, e solidale come la chiamano in Francia, sono quasi tutti Verdi.
Quindi mi sembra di affrontare la questione da un punto di vista non corretto. Che si debba andare verso
una certificazione ambientale per imprese che per lo più lavorano e fanno il loro inserimento lavorativo in
percorsi “verdi” sembra paradossale. E dall’altra parte anche l’idea di moltiplicare le clausole (clausola
ambientale, clausola sociale) non sembra talmente interessante perché nell’esperienza pare condurre più al
moltiplicarsi delle certificazioni, piuttosto che al miglioramento della gestione dell’appalto pubblico, o della
acquisizione di servizi pubblici. Credo, e su questo la Commissione si è dichiarata interessata, che
l’elemento essenziale sia la necessità di andare verso un sistema di clausola integrata che sia più legato alla
qualità della vita, all’apprezzamento della qualità della vita dei territori e delle comunità, piuttosto che a
una serie di indicatori più o meno esogeni rispetto al territorio.
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Il terzo punto riguarda l’innovazione, che è da più di 10 anni ormai un mantra delle comunicazioni della
Commissione. Qui si tratta di capire di che innovazione stiamo parlando. Se si tratta di innovazione
tecnologica, qui dirò qualcosa di impopolare, però la new economy non ha dato questa prova eccezionale,
né all’inizio degli anni Duemila quando ancora sembrava dovesse fare sfaceli, né da ultimo con la crisi
irlandese perché vi ricordo che l’Irlanda, la tigre celtica, ha puntato enormemente sulla new economy.
Allora mi pare, ci pare, che il concetto di innovazione vada declinato secondo una modalità innovativa, cioè
vada declinato non solo basandosi sull’innovazione tecnologica, ma anche sull’innovazione sociale. E qui il
giorno dopo della nostra conferenza (il 28 di ottobre), il 29 di ottobre, leggiamo nel Single Market Act che la
Commissione proporrà un’iniziativa per l’imprenditoria sociale intesa a sostenere e ad accompagnare lo
sviluppo di progetti imprenditoriali innovativi sul piano sociale nell’ambito del Mercato Unico, utilizzando
gli appalti pubblici. Ecco, noi siamo rimasti stupiti, ma se voi leggete il Single Market Act vedrete che è uno
strano documento fatto evidentemente a più mani, talvolta contraddittorio, ma che ha degli elementi di
innovazione. Se la Commissione sostiene l’innovazione socaile mi pare che sia una presa d’atto essenziale,
interessante, sulla quale noi tutti, autorità regionali, autorità locali e privato sociale dobbiamo insistere e
concentrarci tenendo ben in mente che per molti di noi (di noi non solo economia sociale, ma
principalmente economia sociale) fare dell’innovazione sociale è una cosa vecchia, non è innovativo. Cioè, e
lo dico in maniera più corretta, i meccanismi per fare innovazione sono connaturati al modo di essere
dell’economia sociale. L’economia sociale, come dicevamo prima, si sviluppa come economia civile, come
preferiscono dire gli anglosassoni, per rispondere a un bisogno a prescindere dall’esistenza di un mercato,
non è un modello economico che nasce per occupare o per sviluppare un nuovo mercato, ma per
rispondere a una necessità. E l’approccio non è quello: “vediamo come organizzarci per ottenere dei fondi
per rispondere al bisogno”, ma è: “c’è il bisogno, bisogna rispondere. Punto”.
Ecco, magari sono un po’ antico ma d’altronde io sono socio di una società di mutuo soccorso che è nata
nel 1865 quindi è normale essere antichi. Quello che ha dimostrato anche la mia società di mutuo soccorso
nel secolo e mezzo è che le modalità operative non sono cambiate, ma sono cambiati completamente gli
obiettivi. E non è che abbiamo smesso di operare, abbiamo semplicemente modificato i nostri obiettivi
mostrando che la flessibilità esiste, ma non è licenziare gente, la flessibilità è essere pronti a rispondere alle
esigenze del caso.
Mi fermo sulla prospettiva europea, per passare invece alla questione delle criticità e delle opportunità.
Criticità perché noi stiamo ragionando essenzialmente sull’utilizzo di fondi pubblici, cioè di fondi raccolti
attraverso le tasse di tutti noi, e ovviamente né l’amministrazione pubblica né il privato sociale può
utilizzare questi fondi senza alcune garanzie; cioè bisogna che l’utilizzo delle risorse sia fatto nel modo più
coerente, più consistente possibile. Anche perché sbagliare un’azione vuol dire:
non avere possibilità di tornare indietro, perché non fornire un diritto garantito non è un’azione
reversibile o riparabile;
qui stiamo parlando di diritti, stiamo parlando di persone, non è che sbagliando il prodotto non lo
vendiamo sul mercato: sbagliando il prodotto ci sarà qualcuno che resterà in condizioni di povertà,
ci sarà qualcuno che resterà in condizioni di esclusione sociale.
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Prima sentivo parlare di povertà e la prima questione è comprendere cosa sia la povertà. Io, basandomi
sulla definizione dello European Anti-poverty Network che è l’organizzazione ombrello che riunisce tutte le
organizzazioni europee attive nella lotta alla povertà, vi inviterei a riflettere sulla distinzione fra povertà
assoluta e povertà relativa laddove la povertà assoluta è la deprivazione dei mezzi essenziali di
sopravvivenza (cibo, acqua, casa o comunque protezione dalle intemperie) ed è un tipo di povertà che si
incontra principalmente al di fuori dell’Europa, cioè nei Paesi del cosiddetto Terzo o Quarto mondo, ma
guai a non considerarla presente in Europa, perché esistono sacche di povertà di estensione variabile a
seconda dei paesi, ma che hanno una caratteristica comune: quella di essere molto resistenti. Cioè, il
cosiddetto zoccolo duro della povertà, che qualcuno considera strutturale (e guai a considerarlo
strutturale), rimane tale, tende a inserirsi in percorsi circolari per cui non si esce mai dal sistema di povertà.
Per fare qualche esempio in Europa purtroppo molte comunità nomadi appartengono a questa sacca di
povertà. Vi appartengono sempre di più comunità di migranti, perché anche se hanno uno stipendio non
hanno una casa e appartengono a situazioni di povertà estrema.
Tenere conto che c’è differenza tra questa povertà e invece la cosiddetta povertà relativa, che è la
mancanza di possibilità, è di grande importanza perché concentrarsi sull’una o non sull’altra, non importa
su quale, genera comunque una situazione di squilibrio, genera comunque una situazione di tensione
sociale che porta le comunità, le persone, a rinchiudersi. Stiamo perdendo, attraverso percorsi di
interpretazione della povertà spesso scorretti, il capitale fondamentale che è stato proprio delle nostre
comunità per decenni, che è il capitale sociale, che è il capitale di fiducia e di relazione fra le persone. Ecco,
è necessario che nella definizione degli interventi si tenga conto di entrambi i tipi di povertà
contemporaneamente cercando di utilizzare gli strumenti più appropriati per l’uno o per l’altro.
La seconda criticità è la sostenibilità dell’occupazione. È un tema che la Commissione Europea ha lanciato,
ancorché in tono minore, all’interno delle reti attive nella lotta all’esclusione. Ed è un tema sul quale noi
stiamo collaborando ma soprattutto si sta impegnando la Confederazione Europea delle Cooperative
Sociali, delle Cooperative di lavoro associato e delle imprese sociali (CECOP) cercando di capire cosa sia la
sostenibilità dell’occupazione.
Credo che il termine debba essere usato così, e non “dell’occupabilità”, perché vuol dire una cosa diversa.
In realtà per il momento ci sono almeno 4 pilastri di sostenibilità quando parliamo di occupazione che sono
stati individuati attraverso una consultazione abbastanza ampia, a cui abbiamo partecipato noi, ma ha
partecipato l’Anti-poverty Network, ha partecipato la Social Platform, hanno partecipato i sindacati.
Ecco, ci sono 4 pilastri:
1. Una sostenibilità dal punto di vista istituzionale, pubblico, cioè il fatto che, ve lo dico semplificando,
l’occupazione creata venga mantenuta
2. Una sostenibilità dal punto di vista sociale; che la nuova occupazione creata non sia escludente cioè
non venga creata per alcuni gruppi piuttosto che per altri creando poi delle fratture sociali legate
all’incomprensione.
3. C’è una sostenibilità dal punto di vista personale, cioè la potenzialità, la capacità e la possibilità
delle persone che hanno un’occupazione di avere un progetto di vita. Ci si scherzava anche un po’
qualche anno fa su persone che riuscivano ad avere 15-16 contratti all’anno. In realtà è una
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tragedia anche dal punto di vista occupazionale, anche dal punto di vista del datore di lavoro se
volete. Una persona che ha un contratto di un mese passerà quel mese a cercare di avere un altro
contratto, non a svolgere le sue mansioni nel modo più efficace
4. C’è anche un quarto pilastro, che è quello della sostenibilità ambientale perché soprattutto quando
si è in situazioni di crisi come oggi si tende a mettere da parte questo aspetto. Abbiamo il problema
dell’occupazione, non fa niente anche se sosteniamo la creazione di iniziative imprenditoriali
magari distruttive per l’ambiente perché in questo modo produciamo occupabilità. Ecco, questo è
un tema invece che è stato sostenuto da molte parti come uno dei pilastri di cui tener conto, cioè
l’impatto ambientale dei modelli occupazionali creati
La criticità successiva l’ho un po’ nascosta in mezzo alle altre, ma in realtà è quella essenziale, cioè la scelta
del punto di vista. Non sono affatto convinto che le scelte anche fatte nell’emergenza siano neutre da un
punto di vista socio-economico. Alla base di ogni scelta ci deve essere una prospettiva di tipo socioeconomico e anche una conoscenza antropologica del territorio sul quale si agisce.
Scegliere qual è l’idea di società che vogliamo avere non è una scelta neutra. Il legame causale tra sviluppo
dell’occupazione e miglioramento della qualità sociale del territorio mostra e ha mostrato crepe. Io con
questo non voglio dire che non ci sia bisogno di creare occupazione, ma il legame diretto fra creazione di
occupazione e miglioramento della qualità sociale del territorio non è dimostrato. È meglio, è più
interessante avere bene in testa verso quale modello di società si vuole andare prima di prendere iniziative
in tema di sviluppo dell’occupazione e lotta alla povertà. E allo stesso tempo è anche importante capire
quale sia il tessuto antropologico sul quale si va ad agire.
La scelta di un modello, di un punto di riferimento socio-economico mi sembra una delle criticità essenziali
nei modelli di scelta.
E infine la capacità di mainstreaming. Una delle grande difficoltà che vediamo è la pilarizzazione
dell’intervento dei Fondi Europei che fa sì che quanto sviluppato di innovativo anche attraverso le
Sovvenzioni Globali poi non venga automaticamente riportato negli altri pilastri di finanziamento. Qui, in
Toscana, mi fa particolarmente piacere sentire invece che si sta andando in quella direzione, cioè il
ragionamento è mettere insieme diversi fondi e spero anche essere capaci di fare del mainstreaming delle
esperienze più interessanti.
Passo rapidamente alle potenzialità invece dal punto di vista dell’economia sociale.
Innanzitutto il fatto che l’economia sociale non è nuova. La new economy lo era, l’economia sociale no.
Come dicevo prima è capace di innovazione, ma non si basa sul nulla, si basa su un tessuto e competenze
estese preesistenti che hanno già dato ampia dimostrazione sia di capacità imprenditoriale sia di capacità
sociale e soprattutto di resilienza rispetto ad altri soggetti imprenditoriali anche perché è caratterizzata da
un approccio sicuramente multiplo e sicuramente sostenibile. Pochi imprenditori sociali vi diranno che il
loro obiettivo è massimizzare la loro presenza sul mercato, ma piuttosto che lo strumento economico è uno
strumento di inserimento, è uno strumento di miglioramento della qualità sociale di un territorio.
Da questo deriva la capacità di questo sistema, che è un sistema socio-economico, di partecipare alla
definizione del sistema socio-economico complessivo di un territorio. Noi spesso ci riferiamo all’economia
sociale come settore, lo facciamo anche in realtà a livello europeo, tanto è vero che alcune parti
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dell’economia sociale si stanno scervellando sui conti satellite, sulla misurazione della ricchezza generata
dall’economia sociale, come fare a misurare la ricchezza economica generata dall’economia sociale.
Ecco questa a me pare una visione comunque parziale, settoriale appunto. E infatti la Commissione per lo
più risponde: “Ma scusate, dal punto di vista settoriale questo tipo di imprese sociali, di attori economici
appartengono a uno dei settori che già esistono, siano essi trasporti, siano essi anche il settore dei servizi
sociali, ma questi settori già esistono: perché voi volete aggiungere un settore?”. Logicamente non hanno
torto, perché ciò a cui noi facciamo riferimento non è un settore, ma un sistema socio-economico. Un
sistema socio-economico che può essere alternativo, può essere integrativo, questa è una scelta politica,
ma è sicuramente un sistema socio-economico.
E infine, e adesso veramente concludo, vi faccio 2 esempi di come questo sistema socio-economico sia in
grado di cambiare, di modificare intere aree. E ve li faccio attraverso un esempio tedesco, che è la
Fondazione Pfefferwerk e un esempio finlandese che è la Fondazione Jupiter.
Pfefferwerk significa letteralmente “sale e pepe” ed è un’esperienza nata a metà degli anni Novanta nel
comune di Pankow, che è uno dei comuni dell’est di Berlino, un comune di 450.000 abitanti all’interno della
cintura berlinese, ed è nata intorno a 2 constatazioni:
Uno, la constatazione che essendo Pankow un comune comunque centrale nella nuova Berlino
attirava moltissimi giovani, soprattutto senza fissa dimora
Due, che a Pankow non c’era molto, tranne i resti di un’antica fabbrica di birra
Ecco, intorno a queste 2 constatazioni dapprima un’associazione (tra l’altro anche un’associazione
interessante perché composta da artisti e da commercianti) ha cercato di mettere insieme queste 2
problematiche: abbiamo uno spazio, possiamo utilizzarlo, abbiamo delle persone in situazione di povertà
estrema, di abbandono, di esclusione. Oggi Pfefferwerk è la più grande impresa sociale di Pankow, quella
che ha il più alto bilancio annuale – e stiamo parlando di un bilancio di 10 milioni di euro - ma è anche il più
grande veicolo di inserimento socio-lavorativo per i giovani dell’area di Pankow e non solo, 500 giovani
all’anno in percorsi di inserimento, ma è anche forse l’unica biblioteca di Pankow, ma è anche 2 squadre di
pallavolo ... tutto questo è nato dall’idea che si poteva ragionare su un sistema socio-economico
alternativo, diverso.
E lo stesso ragionamento, con le sue differenze, è avvenuto in Finlandia quando si è pensato di mettere
insieme nella città di Vaasa due problemi: l’inserimento socio-lavorativo e la gestione dei rifiuti. La
soluzione è stata la creazione di una fondazione in partecipazione mista composta dal comune di Vaasa e
da alcune imprese di inserimento socio-lavorativo. La Fondazione svolge attività di inserimento sociolavorativo per persone che vengono inviate dal Ministero del Lavoro direttamente ed il settore di attività
della Fondazione è la gestione dei rifiuti solidi urbani. Questo secondo caso, e con questo concludo, in
questo momento è messo in causa dal recepimento della norma sugli aiuti di stato da parte della Regione di
che ritiene che la Fondazione Jupiter riceva fondi al di là del de minimis e quindi intende ritirare metà delle
sovvenzioni. Quindi l’impatto dell’Europa può essere anche molto, molto negativo…..
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