Riaffermare il ruolo dei sindacati

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Riaffermare il ruolo dei sindacati
Riaffermare il ruolo
dei sindacati
di Ken Lewenza
Presidente del
Canadian Auto Worker,
sindacato dei lavoratori
canadesi del settore
automobilistico
L’esperienza della crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, e la conseguente recessione globale, hanno dimostrato che il mondo è più interdipendente che mai.
D’altronde nel 2009, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, il
PIL del mondo intero è calato nel corso di un anno, rispecchiando la sincronicità
provocata dalla globalizzazione dell’industria e (soprattutto) della finanza.
Il nostro sindacato, come gran parte del movimento sindacale in tutto il mondo,
non si oppone alla globalizzazione nel senso pratico del termine: un incremento dei
commerci, delle comunicazioni e auspicabilmente del dialogo tra le nazioni.
Ma la globalizzazione ha anche un lato oscuro, che minaccia i lavoratori, che insidia in modo intenzionale la capacità dei governi di proteggere i cittadini e l’ambiente, e che prevedibilmente altera gli equilibri economici in favore delle imprese
e degli investitori.
In quest’ottica, il CAW (Sindacato dei lavoratori canadesi del settore automobilistico) continua a impegnarsi – sia nelle contrattazioni collettive con singoli datori
di lavoro, sia intervenendo nelle più vaste arene sociali e politiche – per fissare limiti e condizioni alla pratica della globalizzazione. Ci prefiggiamo di sfruttare le
opportunità economiche create dagli scambi internazionali (una maggiore produttività, una maggiore varietà di prodotti, la diffusione di conoscenze e tecnologie),
riuscendo tuttavia a gestire le interazioni globali in modo che possano migliorare la
vita della grande maggioranza delle persone, anziché minacciarla.
A nostro parere, per ottenere questo risultato, il Governo dovrà impegnarsi con costanza per intervenire negli affari economici, per regolare i flussi internazionali di
commerci e investimenti (in modo da massimizzare i benefici e limitare i costi sociali e ambientali della globalizzazione). Sarà inoltre necessario che i lavoratori
stessi costituiscano una solida base di potere indipendente, da cui avanzare le richieste di equità e sicurezza. Ed è esattamente questa la responsabilità e il potenziale dei sindacati. A mio giudizio, ora che il mondo si globalizza intorno a noi, i
sindacati sono più necessari che mai.
In Nord America, il movimento sindacale ha seguito con attenzione l’esperienza di
lavoratori e sindacati europei, man mano che il vostro continente si evolveva verso
un futuro economico e politico sempre più integrato. È stato detto spesso (su ambo
le sponde dell’Atlantico) che il modello europeo incorpora un approccio più “compassionevole” alla pratica dell’integrazione economica internazionale. Ciò è dimo-
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strato dalla Carta Sociale e da altre iniziative europee che mirano a preservare le
tutele sociali, lavorative e ambientali durante il processo di integrazione.
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D’altronde, la prassi tradizionale europea delle relazioni sindacali e della socialdemocrazia ha ispirato molte delle nostre iniziative in Nordamerica che puntano a incrementare le tutele per i lavoratori e a potenziare la previdenza sociale. Per
esempio, il consolidamento dei diritti di rappresentanza collettiva (attraverso il sistema dei Comitati Aziendali Europei) assicura ai lavoratori d’Europa un maggior
potere di contrattazione con imprese e Governi per ricevere un trattamento migliore.
Dai miei incontri con imprenditori e sindacalisti europei, mi appare chiaro che la
cultura europea delle relazioni industriali riflette rapporti più distesi e rispettosi tra
sindacati e datori di lavoro. La maggior parte delle aziende sembra aver accettato
di dover fare i conti con i sindacati, che rappresentano la voce collettiva dei lavoratori: il problema, allora, è gestire quella relazione nel modo più efficace, equo ed
efficiente.
In Nordamerica, invece, molti dirigenti rifiutano persino di riconoscere la legittimità dei sindacati e il loro diritto di esistere. Dunque, i lavoratori devono combattere già solo per ottenere i diritti minimi di rappresentanza. Questa battaglia tra
imprenditori e sindacalisti sul diritto all’esistenza del sindacato si ripercuote spesso
sull’intera azienda. Preferirei davvero che dedicassimo le nostre energie a mantenere sicuri, produttivi ed equi gli ambienti di lavoro, anziché cercare di distruggerci
a vicenda.
La prassi delle relazioni industriali nel Nord America segue ancora un modello elaborato negli Stati Uniti negli anni Trenta del Novecento, il Wagner Act, in base a
cui i lavoratori devono ottenere la certificazione di un sindacato in un’azienda per
volta, raccogliendo la maggioranza dei voti dei dipendenti per una singola rappresentanza sindacale. A quel punto il sindacato riceve dal Governo una certificazione
che ne fa l’unico soggetto legittimato a condurre la contrattazione collettiva. A
differenza di quanto accade in Europa, i sindacati multipli sono proibiti e il datore
di lavoro non è costretto a trattare con un sindacato non certificato.
Inizialmente quel sostegno si concretizzava nella sottoscrizione di tessere sindacali
e nel pagamento di contributi. Nella vivace espansione degli anni Cinquanta e Sessanta (quando il termine “globalizzazione” non era stato ancora coniato), i sindacati usavano questo sistema di tesseramento per crearsi un’ampia base di
rappresentanza nell’industria e in altri settori chiave dell’economia. Da questa posizione di forza, i lavoratori poterono approfittare della prosperità dei tempi: il tenore di vita raddoppiò in una sola generazione.
Con l’affermarsi del neoliberismo nei primi anni Ottanta, però, questa traiettoria si
è invertita. Oggi, nella maggioranza delle giurisdizioni nordamericane, un sindacato
deve conquistare oltre il 50 per cento delle preferenze in un voto di rappresentanza
a scrutinio segreto che si tiene in ogni azienda.
Queste votazioni possono sembrare “democratiche”, ma non lo sono affatto: si
svolgono in luoghi di proprietà del datore di lavoro, e gli imprenditori sono sempre
più aggressivi nell’opporsi alle campagne di organizzazione sindacale. Sottopongono a vessazioni e licenziano i sindacalisti, minacciano la chiusura di stabilimenti
e la cassa integrazione quando nasce un nuovo sindacato, e mettono in atto altre
pratiche aggressive che teoricamente sono illegali, ma di fatto sono tollerate dalle
autorità di regolamentazione del Governo.
Declino della rappresentanza sindacale
Tutto ciò, unito al senso generale di paura e insicurezza sperimentato dai lavoratori
nordamericani, e a una maggiore propensione delle imprese a “ricattare” i lavoratori (minacciando di disinvestire dal Canada e dagli Stati Uniti, spostando la produzione dove costa meno, in Messico oppure oltreoceano), ha contribuito a un
marcato declino della rappresentanza sindacale tra i lavoratori impiegati nelle
aziende private. Negli Stati Uniti oggi i sindacati rappresentano solo il 7 per cento
circa dei lavoratori del settore privato; in Canada sono il 18 per cento: una quota
più alta, ma in calo.
Naturalmente, l’iscrizione ai sindacati resta molto più diffusa nel settore pubblico
(dove non c’è competizione tra i datori di lavoro, che inoltre non oppongono altrettanta resistenza alla sindacalizzazione). Ma anche qui i sindacati sono sotto pressione, aggrediti da movimenti populisti di destra, secondo cui i lavoratori del
settore privato sono viziati e strapagati.
Le forze antisindacali oggi mirano esplicitamente al «divide et impera» (suscitare
invidia e gelosia nei lavoratori del settore privato, nei riguardi dei presunti trattamenti di favore di cui godrebbero i dipendenti pubblici) per compromettere ulteriormente la legittimazione culturale ed economica dei sindacati.
Tutto ciò è deplorevole e disonesto. A mio parere, ogni sforzo orchestrato per calunniare un gruppo identificabile di persone, per farne un capro espiatorio, e per
privarlo dei diritti in quanto è “impopolare”, mina alle fondamenta la democrazia:
spiana la strada all’emarginazione e alla repressione di altri gruppi vulnerabili.
Anche in Europa, come osserviamo, le imprese hanno messo in atto simili tattiche
di pressione – tra cui la minaccia (spesso concretizzatasi) di spostare gli investimenti verso l’Europa dell’Est, dove il costo del lavoro è inferiore – allo scopo di indebolire le pretese dei sindacati e ridurre i salari.
Così, malgrado gli standard sociali europei siano generalmente più elevati, e malgrado l’influenza positiva di misure quali la Carta Sociale, è chiaro che la globalizzazione sta erodendo il potere di contrattazione dei lavoratori e dei loro sindacati,
persino in Europa. Questo contribuisce a spiegare il marcato spostamento della distribuzione del reddito, dal lavoro verso il capitale, che i dati macroeconomici evidenziano sia in Nord America che in gran parte delle nazioni europee. Da questo
punto di vista, l’Europa e il Nord America sono diventati più simili negli ultimi anni.
Osservo anche che in giurisdizioni quali Grecia e Irlanda, l’Unione europea ha reagito alla crisi fiscale scagliando attacchi decisi e probabilmente antidemocratici
contro standard e politiche di lunga data (come i salari minimi). E ciò benché non
sia affatto assodato che queste misure abbiano contribuito alle rispettive crisi fi-
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scali nazionali; a un osservatore lontano sembra che i grandi interessi stiano sfruttando la crisi per alterare dalle fondamenta gli equilibri del potere di contrattazione sociale ed economica di quei Paesi. Anche questa dinamica si sta
ripresentando in Nordamerica: i grandi interessi di parte cercano di trarre vantaggio dalle conseguenze finanziarie della recessione, e da un clima segnato da insicurezza e divisioni, per minare le tutele sociali a lungo difese.
Il sindacalismo sociale
Tuttavia, malgrado lo spaventoso potere del business globale e dei finanzieri, e la
mobilità globale di cui godono, non considero inesorabili queste tendenze recenti.
Resto ottimista e continuo a ritenere che i sindacati siano necessari, e che possano
ancora fare la differenza nella vita dei lavoratori, delle loro famiglie e delle comunità.
Il nostro sindacato ha negoziato molti contratti con aziende di tutto il mondo: contratti che rispettano le norme e gli standard canadesi, ma che al contempo consentono a quelle aziende di generare profitto e avere successo. Manteniamo relazioni
strette con molte corporation multinazionali nei settori dell’assemblaggio di automobili e componenti (tra cui, di recente, Fiat, dopo l’acquisto di Chrysler nel 2009),
nel settore aerospaziale, in quello della trasformazione alimentare (tra cui l’italiana
Parmalat), nelle industrie di sfruttamento delle risorse e altrove.
Continuiamo inoltre a esercitare la nostra influenza nel più vasto panorama della
politica economica e sociale. In Canada, i sindacati definiscono questa parte della
loro missione «sindacalismo sociale». Si tratta di riconoscere che un sindacato non
potrà mai tutelare appieno gli interessi dei suoi iscritti agendo solo ai tavoli di concertazione, ma deve impegnarsi anche in un dialogo più ampio sui programmi e le
politiche che influenzano la condizione dei lavoratori.
Un esempio recente si è avuto in Canada con l’impegno del movimento sindacale
per espandere la portata del sistema pensionistico pubblico nazionale, il Canada
Pension Plan (CPP). Si tratta di un piano contributivo a prestazione definita, in cui
il sussidio percepito da ogni pensionato dipende dagli anni di lavoro maturati e dal
reddito. Il sistema presenta molti vantaggi, come la portabilità tra impieghi e il
fatto che la pensione è pienamente garantita dal governo e protetta contro l’inflazione. Il principale svantaggio, tuttavia, è che si arriva a coprire al massimo il 25
per cento del reddito pre-pensione: non è abbastanza per mantenersi. Dunque,
nell’ultimo anno il CAW e il resto del movimento dei lavoratori canadesi si sono impegnati per promuovere un’espansione del programma, e questo impegno inizia a
dare i suoi frutti. La maggior parte dei governi provinciali in Canada, e la maggior
parte dei partiti politici federali, oggi sostengono il progetto.
Questo è un buon esempio di come la missione sociale del movimento sindacale
non è annullata dalla globalizzazione. Al contrario, gli impatti negativi della crisi
finanziaria globale sui mercati azionari, e quindi sui risparmi di milioni di canadesi,
hanno confermato l’esigenza di programmi non di mercato come il CPP.
Quindi il lavoro dei sindacati va avanti nonostante la globalizzazione, sia al tavolo
dei negoziati con le singole imprese, sia nel più vasto ambiente sociopolitico. Ma a
nostro avviso, il potere strutturale di contrattazione dei lavoratori in tutti questi
settori aumenterebbe se i Governi fossero più propensi a fissare certi limiti e condizioni alla pratica della globalizzazione, per assicurare una più equa distribuzione di
investimenti e posti di lavoro, e una reciprocità basilare nello scambio internazionale.
I sindacati sono
un canale
fondamentale
attraverso cui
lavoratori e cittadini
possono esercitare
pressioni sui governi
perché considerino e
proteggano le
dimensioni sociali e
ambientali che la
globalizzazione può
danneggiare.
La deregolamentazione dei mercati globali ha chiaramente danneggiato l’economia
canadese ben più di quanto l’abbia favorita, e le recenti iniziative del governo canadese (tra cui i negoziati in vista di ulteriori accordi di libero scambio con l’Unione
Europea, il Giappone, l’India e la Corea) non farebbero che peggiorare le cose.
L’ideologia liberista continua a guidare la nostra politica, malgrado le ripercussioni
concrete degli scambi deregolamentati sull’economia: squilibri commerciali, disoccupazione e un’infruttuosa corsa al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro,
mentre i lavoratori disperati cercano di competere per gli investimenti.
Una funzione costruttiva nell’economia
In questo contesto, il ruolo del movimento sindacale è più importante che mai. I
sindacati svolgono una funzione costruttiva nell’economia, che è altrettanto preziosa nei momenti di crisi che durante i periodi di forte crescita.
Limitiamo l’erosione dei salari nei periodi di disoccupazione di massa, e così freniamo la deflazione. Esercitiamo la stessa influenza in tutto il mondo, tutelando gli
standard minimi e il rispetto delle normative, malgrado la pressione verso il basso
scatenata dalla competizione globale. In questo modo i sindacati si prefiggono di
fissare un «tetto minimo» che serva a limitare la “deflazione” globale di salari e
standard.
Negoziamo provvedimenti innovativi, come il lavoro condiviso e il pensionamento
anticipato, che alleviano le sofferenze e tutelano i posti di lavoro fino all’arrivo
della ripresa economica.
Stimoliamo la produttività riducendo il turnover, promuovendo l’apprendimento
permanente e costringendo le imprese a trattare la forza lavoro come una risorsa
preziosa (anziché come un elemento secondario e di scarso valore). Semplicemente
rifiutando le strategie di business basate sui salari bassi e sul valore ridotto, i sindacati costringono le industrie ad adottare tecnologie migliori, a incrementare il
valore aggiunto e a stimolare la produttività.
I sindacati dei Paesi più sviluppati possono fare pressione sulle imprese multinazionali perché rispettino i diritti dei lavoratori nei Paesi meno sviluppati (dove la legislazione sul lavoro e i sindacati sono più deboli). Un esempio di questa strategia
sono gli accordi quadro internazionali negoziati con corporation di tutto il mondo
tramite organizzazioni come la Federazione internazionale dei metallurgici. I sindacati possono inoltre denunciare pubblicamente le pratiche messe in atto da aziende
meno responsabili in giurisdizioni meno sviluppate, e fare in modo che debbano risponderne davanti all’opinione pubblica mondiale.
Soprattutto, sproniamo datori di lavoro e governi ad agire con un minimo di equità
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nel mercato del lavoro. Promuoviamo l’eguaglianza, l’inclusione e la speranza. I sindacati sono un canale fondamentale attraverso cui lavoratori e cittadini possono
esercitare pressioni sui governi perché considerino e proteggano le dimensioni sociali e ambientali che la globalizzazione può danneggiare.
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A mio avviso, nessuna società è realmente democratica se non ha sindacati liberi e
attivi. E nessuna economia senza contrattazione collettiva diffusa ha mai ottenuto
davvero la prosperità per tutti.
Immaginate cosa accadrebbe se i sindacati fossero messi fuorilegge: il che è probabilmente l’obiettivo ultimo delle forze antisindacali più estremiste che oggi fissano
le linee politiche in molti Stati americani. La loro crociata è sostenuta da un sentimento di ostilità tra quei lavoratori del settore privato che attualmente non godono dei benefici e delle tutele sindacali.
Ma se i sindacati fossero aboliti, i lavoratori non sindacalizzati dell’industria dei
fast food e di altri settori a basso reddito continuerebbero a percepire salari bassi,
nessun sussidio, nessuna sicurezza e nessuna pensione.
E verrebbe meno un canale importante e costruttivo attraverso cui quei lavoratori
possono esprimere le loro speranze e frustrazioni. Chissà dove e quando potrebbe
allora scoppiare la rabbia sopita dei poveri e degli sfruttati. Ma la rabbia esisterebbe ancora, questo è certo. E inevitabilmente si esprimerebbe in modi molto più
distruttivi.
I più autorevoli opinion leader di tutto il mondo, quindi, dovrebbero pensarci due
volte prima di saltare sul carro degli antisindacalisti che attraversano il panorama
politico statunitense, canadese e di alcune altre nazioni. E spero che i sindacati europei e nordamericani riescano nello sforzo comune di porre basi solide per svolgere il nostro compito essenziale e legittimo: proteggere i lavoratori e dividere
equamente la ricchezza che produciamo insieme, mentre il futuro globalizzato continua a diventare realtà intorno a noi.