Il buon pastore tosa le pecore, non le scortica!

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Il buon pastore tosa le pecore, non le scortica!
Il buon pastore tosa le pecore, non le scortica!
Il periodo era caratterizzato da grandi rivolgimenti economici e sociali con un feroce
conflitto tra opposte fazioni portatrici di interessi politici ed economici contrapposti.
La ricchezza era elevata a stella polare, la povertà ridotta a un disvalore assoluto.
L’apparenza dell’onestà era più importante dell’onestà stessa.
La società era in decadenza e in decomposizione, con una doppia morale, una
pubblica buona per la gente comune, l’altra privata che si faceva beffa della prima.
La popolazione diminuiva perché i poveri erano riluttanti a fare figli non sapendo
come mantenerli.
I candidati alle cariche pubbliche erano personaggi di nessun valore in quanto non
c’era conflitto di politiche o programmi ma solo ambizioni di persone.
Il popolo seguiva la competizione con scarsissimo interesse.
La legge escludeva che chi era sotto processo potesse candidarsi alle cariche
pubbliche.
Con ciò l’arma della denuncia penale veniva usata spessissimo come strumento di
lotta politica per togliere di mezzo gli avversari.
Spesso accadeva che venissero assolti o la denuncia veniva ritirata dopo aver
raggiunto l’obbiettivo che era quello di paralizzare la candidatura.
La Repubblica moriva annientata dalla logica stessa dei principi che erano il suo
fondamento.
Le cariche svilite, e così pure la morale tradizionale, perché l’ambizione di alcuni e
l’attività di molti miravano solo alla ricchezza e al lusso.
Le magistrature erano considerate un mezzo per arricchirsi, la loro ripartizione
motivo di intrighi.
Roma era diventata una lupa vorace al servizio di torme di briganti.
Ma tutto questo generò una reazione.
Ci fu chi con animo idealista e un po’ folle, fece un tentativo di rivoluzione culturale
tesa al riscatto economico, culturale e morale dei ceti deboli ed emarginati
opponendosi alla gerarchia dominante.
Volle perseguire un programma di giustizia sociale, auspicando potere ai poveri e
guerra ai ricchi e al Senato divenuto covo di parassiti e sfruttatori senza scrupoli.
Rivendicava per tutti il diritto ad una pari dignità sociale e alla libertà anche dai
bisogni.
Vi facevano parte piccoli proprietari agricoli ridotti in miseria, plebe urbana, ex
contadini e braccianti, artigiani, bottegai, gente usurata, gente rovinata dalle
proscrizioni, ma anche alcuni aristocratici e cavalieri, molti giovani sia proletari, sia
rampolli della nobiltà.
E, cosa mai avvenuta prima di allora e che non accadrà più per molti secoli a venire,
un numero significativo di donne, le più colte e intellettuali, appartenenti alla
migliore società.
Divenne indispensabile suscitare una mentalità nuova, operare una sintesi tra virtù
antiche e nuova cultura.
Un programma seducente, con l’aggiunta di altri principi tra cui l’idea che
l’essenziale dell’uomo ed il suo valore autentico risiedono nello spirito e
nell’esercizio del suo pensiero rimarcando il concetto che sia la natura stessa degli
uomini a imporre solidarietà e reciprocità di doveri.
Era necessario riconquistare la libertà, scrollandosi di dosso il peso degli ingiusti
tributi e l’arroganza delle classi dominanti, bastava che la popolazione prendesse
coscienza della propria forza.
Boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere.
Il buon pastore tosa le pecore, non le scortica!
La rivoluzione fallì ma preparò la rinascita dello Stato che avvenne successivamente
con riforme concepite e applicate tendendo a realizzare una pace sociale fondata sulla
concordia delle classi, che desse tranquillità e benessere, presupposti necessari per lo
sviluppo dell’economia.
Ora che il governo della Repubblica è caduto in assoluto potere di pochi
privilegiati…tutti noialtri cittadini onesti e valorosi, nobili e plebei, fummo tenuti in
conto di anonimo volgo, senza considerazioni né autorità, soggetti a coloro ai quali,
se la Repubblica fosse ancora vitale, avremmo incusso un giusto timore.
E dunque favore, potenza, cariche, ricchezza, tutto è presso di loro o dove essi
vogliono; a noi hanno lasciato rischi, delusioni, processi, indigenza.
Chi dei mortali che abbia indole virile, può tollerare che essi sprofondino nella
ricchezza e che sperperino costruendo sul mare e livellando montagne, mentre il
nostro patrimonio è insufficiente persino allo stretto necessario?
Che essi edifichino palazzi uno dopo l’altro, mentre noi non possiamo trovare in
nessun luogo un tetto per le nostre famiglie?
Anche se acquistano quadri, statue, vasi cesellati, se abbattono palazzi appena
costruiti per ricostruirne altri e dilapidano senza criterio i loro averi, costoro
malgrado i desideri sfrenati non possono tuttavia dar fondo alla loro ricchezza.
Invece noi abbiamo la miseria in casa, i debiti fuori, uno squallido presente, un
ancor più amaro avvenire.
Insomma che ci resta se non l’infelicità del vivere?
A scanso di equivoci, stiamo parlando del I secolo a.C. e quel folle idealista che
pronunciò il su riportato discorso era Catilina nel 64 a. C..
Un nuovo governo si instaurò da lì a poco e fu un periodo aureo.
E’ facile vedere analogie col periodo travagliato che stiamo vivendo.
Finirà allo stesso modo?
Come già allora Roma, che attuò la riorganizzazione di tutti i principali aspetti della
vita pubblica e privata puntando sulla moralità stessa dei cittadini, l’Italia ha davanti
a sé tre alternative: o sprofondare, o continuare con la violenza delle istituzioni, o
impegnarsi a far emergere principi e metodi virtuosi che sono comunque alla base
della nostra cultura.
Diego Favale