doppio specchio - TV - “Grattachecca e Fichetto e Marge”

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doppio specchio - TV - “Grattachecca e Fichetto e Marge”
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Cartoon-mito
LA LEZIONE SATIRICA DEI “SIMPSON”
Ha ormai vent’anni la celebre serie tv che il settimanale Time definì nel ’99 “la
migliore del secolo”. Ambientato in una immaginaria, quanto verosimile cittadina di
Springfield, Usa, il cartone che dissacra un’ideale famiglia media-mediocre
americana, colpisce lo scenario sociale, politico e culturale yankee a centottanta
gradi, da destra a sinistra, senza fare sconti a nessuno. Un prodotto comico globale
fruito da milioni di spettatori nel mondo, perché è riuscito ad essere la metafora non
solo degli Stati Uniti, ma di tutto quello che viene di solito definito Occidente.
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di Vittorio Ambrosio
A poco più di vent’anni dall’esordio in TV e a qualche mese dall’uscita del primo film, è tempo di
bilanci al 742 di Evergreen Terrace. Se non conoscete la strada, niente paura: arrivando da
Shelbyville, superate la montagna di pneumatici ardenti, il grattacielo di stuzzicadenti, girate a
destra per il Krusty Burger e, dopo il Kwik-E-Mart, ancora a destra. Davanti a voi ecco Springfield,
ridente cittadina “al confine tra Ohio, Nevada, Maine e Kentucky”, più volte indicata dalla stampa
come “il letamaio d’America”. Tutto ciò vi sembra assurdo? Benvenuti nel mondo dei Simpson!
Nel caso vi foste persi quella che, nel numero del 31 dicembre 1999, il Time ha definito “migliore
serie TV del secolo”, ecco a voi la famiglia più famosa del piccolo schermo: Homer, capofamiglia
obeso e irritante; Marge, mogliettina premurosa e personificazione del bigottismo WASP; Bart,
irrequieto ragazzino tutto skateboard e fionda; Lisa, genio precoce e inascoltata coscienza della
famiglia; Maggie, perenne neonata con una passione per il succhiotto e per le armi.
Tempo di bilanci, dicevamo: in venti anni la famiglia Simpson ha collezionato una serie
impressionante di premi e riconoscimenti. Per citare solo i più importanti: 23 Emmy Awards, 24
Annie Awards (gli Oscar dell’animazione), una stella nella Walk of Fame di Hollywood, il primato
di serie TV più lunga della storia (attualmente è in onda la stagione 19), oltre al già citato
riconoscimento del Time. E chissà che il prossimo 24 febbraio non arrivi anche la statuetta dorata...
Di fronte a tali riconoscimenti, è naturale chiedersi cosa abbia di speciale questa famiglia. La prima
risposta che viene alla mente è: nulla, a parte la pelle gialla! È proprio sulla loro “normalità”, infatti,
che i Simpson hanno basato questo straordinario successo. Matt Groening, creatore della serie, ha
più volte dichiarato di aver disegnato una comune famiglia americana, la famiglia americana,
traendo ispirazione dalla propria. Vizi e virtù dell’Average Joe (il cugino americano del nostro
Pinco Pallino) confluiscono in Homer, egoista ma pronto a fare di tutto per i suoi cari, pessimo
padre e pessimo marito amato come il migliore dei padri e dei mariti, mediamente benestante, inetto
ma fortunato. E allargando lo sguardo, è la stessa cittadina di Springfield a incarnare la città media
americana; non a caso il nome è stato scelto perché è quello di decine di città, disseminate in più di
trenta Stati degli USA.
Tuttavia, se è vero che i Simpson e la loro città partono da questa somiglianza a un ipotetico
“modello medio”, il segreto del successo della serie è da ricercare nell’abilissimo stravolgimento di
questo universo parallelo, e negli esilaranti risultati comici che ne derivano. Nei 24 minuti di un
episodio si mescolano momenti di comicità pura, ingenua, potremmo dire triviale, e momenti di
vera e propria satira, a volte grossolana, spesso molto fine. Bersagli preferiti, naturalmente, le
celebrità del mondo reale, o meglio i loro alter ego dalla pelle gialla che si alternano come guest
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star negli episodi. Politici, star del cinema, sportivi, ma anche partiti, Stati, religioni: ogni aspetto
della realtà ha trovato ospitalità in almeno uno degli oltre 400 episodi finora trasmessi.
A ben vedere, è proprio per l’implacabile sguardo sui vizi della società americana che i Simpson
hanno conquistato quell’aura di pietra miliare della TV, prodotto culturale prima che
d’intrattenimento. Il passaggio al grande schermo non ha deluso le aspettative: il film, distribuito in
Italia dallo scorso ottobre, accoglie - come sempre accade nei Simpson - i principali temi della
discussione politica e sociale del presente, e in particolare le preoccupazioni riguardanti
l’inquinamento e gli stravolgimenti ecologici. Il dossier che Lisa presenta al Consiglio cittadino,
“Un’irritante verità” (citazione del documentario di Al Gore, fresco Nobel per la pace, “Una
scomoda verità”), descrive impietosamente la situazione del lago di Springfield, giunto ormai a un
insostenibile livello di inquinamento. Un inetto Presidente Schwarzenegger, alter ego del
Governatore della California ma anche e soprattutto di George W. Bush, non trova soluzione
migliore che rinchiudere Springfield in una campana di vetro, per isolarla dal resto del mondo e
impedire che le sue acque tossiche possano inquinare il resto del Paese. La metafora è chiara: il
Governo USA finge di non accorgersi che il problema ecologico riguarda ormai tutti, preferendo
tappare temporaneamente una falla, in attesa che si apra la prossima.
Questo è solo un esempio, potremmo farne a decine: la riunione segreta dei Repubblicani in cui allo
stesso tavolo siedono Bush, Dracula e Hitler; il presidente democratico Clinton che non trova di
meglio da fare che andare in tournée a suonare il sassofono; il sindaco corrotto e inefficiente che fa
a gara con il capo della Polizia per entrare nelle grazie del gangster italoamericano Tony Ciccione.
Certo, quando i bersagli della satira sono tanti e si spara a 360 gradi, colpendo la destra e la sinistra,
i ricchi e i poveri, i potenti e i cittadini medi, il rischio è di scadere nel qualunquismo. Ma se è vero
che il qualunquismo si caratterizza per il “rifiuto di qualsiasi presa di posizione ideologica e di ogni
impegno civile” (De Mauro), allora possiamo dire che qualunquisti sono quasi tutti i personaggi
(Homer in testa), ma non la serie nel suo insieme. La serie “I Simpson”, infatti, ha una sua
posizione ideologica ben chiara, seppur non inquadrabile negli schemi socio-politici tradizionali,
personificata nella piccola Lisa. Non a caso gli scontri verbali più significativi dal punto di vista
dell’impegno sociale avvengono tra Homer e Lisa. Esemplare la sequenza in cui la piccola chiede al
padre perché non ha votato alle recenti elezioni e Homer risponde: “Ho votato perché il latte
tornasse nelle bottiglie di vetro, poi sono diventato cinico!”.
Impegnata, critica, coraggiosa, scomoda: questa è Lisa, questa è la serie I Simpson. Nei suoi venti
anni di vita, questo “cartone per adulti” è riuscito a diventare una sorta di coscienza critica del
Paese. Ogni evento che fa discutere la società americana finisce nel grande frullatore di Groening e
degli altri autori, e ne esce sotto forma di “analisi” disegnata e animata. Tuttavia questo prodotto,
così americano, è riuscito ad imporsi anche fuori dagli Stati Uniti, perché ha portato nelle tv di
milioni di spettatori la fotografia dei difetti di una società lontana eppure culturalmente così vicina
da consentire a Springfield di essere metafora non solo degli USA, ma di tutto quello che viene di
solito definito Occidente.
Questa dimensione di critica e impegno, però, non si traduce in un’impostazione meramente
pedagogica. Il cinismo e la battuta cattiva abbondano, gli episodi non si chiudono con la solita
morale delle favole, e anche quando il finale è il classico happy ending (come nel lungometraggio e
in molti episodi), esso è meno funzionale a un rassicurante epilogo buonista che a un semplice
ritorno allo status quo iniziale. Homer si limita a insegnare ai figli i valori più comuni di affetto
familiare, smontando sistematicamente ogni loro iniziativa o impegno; la sua pessima funzione
pedagogica è sintetizzata nella celebre “lezione di vita” che dà a Bart: “Figliolo, hai provato e hai
fallito. La lezione è: non provare!”.
Eppure, a un’analisi attenta, un messaggio “educativo” c’è, ed è nascosto nel luogo più inatteso,
vale a dire nel cartone animato che tutti i bambini di Springfield amano: Grattachecca e Fichetto.
Può sembrare strano che si definisca come “luogo inatteso” per un messaggio educativo un cartone
animato. In ogni episodio di Grattachecca e Fichetto un topolino cerca di avere la meglio su un
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gatto; come in Tom e Jerry, in fondo... Il fatto è che lo scopo del topolino non è quello “classico” di
rubare il formaggio dalla dispensa beffando il gatto, bensì quello di uccidere il gatto nei modi più
cruenti e fantasiosi, inondando lo schermo di sangue e ossa spappolate, per la gioia dei piccoli
abitanti di Springfield. Sembra chiaro che un elemento tanto particolare e insolito sia stato inserito
per essere portatore di un significato che vada oltre l’apparente nonsense.
Per ricercare il vero significato di Grattachecca e Fichetto, credo sia utile chiamare in causa il
concetto di distorsione. In effetti, se la presenza nelle nostre TV di una famiglia dalla pelle gialla,
con quattro dita per mano, immutata nell’aspetto per vent’anni rappresenta una copia distorta della
realtà che conosciamo, allo stesso modo la presenza nel televisore di casa Simpson di un cartone per
bambini in cui un topolino escogita i mezzi più crudeli per massacrare un gatto rappresenta una
distorsione anche dello stesso universo in cui si muovono i personaggi dei Simpson. Distorsione di
una distorsione, dunque. Il gioco si fa più complesso, e nasce una domanda: la realtà doppiamente
distorta è da intendersi simile a un foglio due volte stropicciato, e dunque ormai irriconoscibile, o
piuttosto simile a un libro capovolto due volte, per cui al termine del doppio capovolgimento
l’oggetto mostrerà nuovamente la copertina?
A mio avviso, con Grattachecca e Fichetto Matt Groening ha voluto mettere lo spettatore davanti a
un paradosso che ha il sapore della mise en abîme: può un cartone animato violento e sanguinario
essere “educativo”? È Lisa stessa - chi altrimenti? - a rispondere. Nell’episodio in cui Marge
proibisce ai figli di guardare i cartoni in TV perché teme che possano emularne la violenza, Lisa
afferma preoccupata: “Ma mamma, se ci togli i cartoni cresceremo senza senso dell’umorismo e
saremo come robot!” (e Marge, non capendo, risponde: “Che tipo di robot?”).
Dunque il risultato della doppia distorsione sembra essere una sintesi dell’alternativa precedente. Il
ritratto della realtà che ne risulta non è né foglio irriconoscibile né copertina uguale a se stessa.
Possiamo dire che è un ritratto della realtà-come-dovrebbe-essere, una realtà ideale in cui ognuno
sia libero di formarsi uno spirito critico attraverso i percorsi che vuole scegliere. In puro stile
Simpson, la “lezione” passa necessariamente per un paradosso: guardare un topo che sventra un
gatto e balla sulla sua carcassa insanguinata (cartone-simulacro del cartone animato che lo contiene;
dunque: guardare i Simpson e le altre serie “scorrette”) può risultare più educativo che seguire la
linea del politically correct tanto cara a una certa società americana.

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