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MOSTwww.eastjournal.net GENNAIO 2013
MOST
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www.eastjournal.net
GENNAIO 2013
MOST
troverete invece “Politica e Geopolitica”,
un panorama internazionale più ampio, dove
al Caucaso faranno seguito l’Iran, la Russia e
la Slovenia. La sezione “Società” dà invece
Cari lettori,
spazio a due minoranze, gli Aleviti e i Rom:
vi presento Most, il quadrimestrale di East i primi dimenticati nel cuore della Turchia, i
Journal, un lavoro di giornalismo partecipativo secondi oggetto di un’indagine sulla difficoltà di
ad opera delle stesse firme che potete leggere accesso all’istruzione.
ogni giorno su www.eastjournal.net.
Most è una rivista d’approfondimento, ma non
Nessuno di noi viene pagato per scrivere abbiamo dimenticato quanto sia difficile trovare
su queste pagine, ciononostante la qualità il tempo di leggere con calma un articolo lungo.
del prodotto è alta, sia grazie a un’esigente Per tenervi compagnia anche nelle pause brevi,
selezione di argomenti, firme e lavori, sia per la in metropolitana o in coda alle Poste, la seconda
validità della nostra rosa di collaboratori, mossi parte del numero è occupata da rubriche più
da una passione irrefrenabile per l’Est Europa e snelle ma non meno interessanti. “La città” è
un breve reportage su una serie di centri meno
per l’informazione.
noti dell’Est Europa, “Le letture” si presentano
L’idea fondante è stata quella di riprendere il sotto forma di brevi testi ispirati dai paesaggi
periodico di East Journal, a cadenza annuale, e dell’Est, mentre nelle pagine di cultura troverete
farne un quadrimestrale che dia maggior respiro un’intervista sui matematici ungheresi, i libri
ai temi toccati da EJ. La scelta del nome ha scelti per voi e due servizi dal mondo letterario
coinvolto tutto lo staff di East Journal ed è stata est europeo.
(quasi) unanime, (quasi) semplice, (quasi)
immediata. Dopo un paio di discussioni via I ringraziamenti annoiano sempre le già poche
Skype, quattro post chilometrici su Facebook, persone che leggono le introduzioni, ma non
una catena di mail e un sondaggio, è stato lui posso rinunciare a rivolgerne di calorosi ai
a scegliere noi. Most in diverse lingue slave colleghi che hanno fatto dono del loro tempo a
significa “ponte” e un collegamento è quello Most, a partire dalla nostra piccola redazione. Da
che abbiamo deciso di essere: tra l’Italia e Damiano Benzoni che si è scoperto provetto
ciò che si trova alla sua destra nella cartina grafico e impaginatore e la cui bravura è sotto i
geografica. Una nuova veste grafica, moderna e vostri occhi in questo momento, a Silvia Padrini
variopinta, ne valorizza il contenuto e identifica che con intelligenza e buon gusto ha saputo
ogni sezione con un colore diverso. In copertina abbinare le giuste foto a ogni testo, passando
uno scatto della nostra fotografa ufficiale, Silvia per Giorgio Fruscione, prezioso assistente e
Biasutti, stavolta dedicato all’argomento chiave attento revisore dei testi: una redazione nata
da poco eppure ben affiatata. Sparsi per mezza
di questa uscita: i Balcani.
Europa abbiamo trovato sempre il modo di
Ogni numero conterrà infatti un focus su discutere ogni decisione e darci man forte l’uno
una parte del vasto Est di cui ci occupiamo, con l’altro.
quasi un inserto, che abbiamo chiamato “Il
Punto” e che muove i suoi primi passi dalla E che dire di tutti i collaboratori e redattori
ex Jugoslavia, con un viaggio a ritroso iniziato di EJ che fanno l’”anima” di Most con i loro
guardando in avanti. Si apre, infatti, con un servizi giornalistici di alto livello? Spero di poter
paper di Giorgio Fruscione sul futuro dei Balcani contare su di loro anche in futuro. Perché si
(ricerca premiata al Concorso “Europa e Giovani sente spesso dire che il giornalismo è morto e
2012”) che vi accompagnerà verso un servizio loro mi fanno invece capire che respira ancora
a sei mani sulla nuova costituzione bosniaca e ha tanto da dire.
curato dai nostri balcanisti. Ci sposteremo poi
in patria, ma sempre per parlare di Balcani, con Vi lascio a Most, vi piacerà. Buona lettura!
un dossier inedito sulla mafia albanese in Italia,
Claudia Leporatti
per poi concludere con una retrospettiva sugli
Capo Redattore di Most
antichi slavi. Dopo questa mia presentazione
E ADESSO...MOST
MOST
IL PUNTO - BALCANI
POLITICA E GEOPOLITICA
6
Le mani sul Caucaso
Dove vanno i Balcani
42 Giorgio Fruscione
Emanuele Cassano
14
Valentina Di Cesare
Iran: intervista a Sharzad Sholeh
17
Rapporti transfrontalieri italosloveni: a che punto siamo?
Giorgio Fruscione - Davide Denti - Alfredo Sasso
63 Matteo Zola
Slavi e barbari 74
Matteo Zola
21
RUBRICHE - CULTURA
Pietro Acquistapace
26
La città: Biškek
80 Christian Eccher
Daghestan: prove di tolleranza a
Derbent
Le letture
Giovanni Bensi
Giovanni Catelli
Claudia Leporatti
Aleviti: storia di una minoranza nel
30 cuore della Turchia
A scuola vengo anch’io! No, tu no.
L’accesso all’istruzione per i bimbi
Rom in Est Europa
Simona Mattone
83
e scienza: I matematici
85 Cultura
ungheresi
SOCIETÀ
Silvia Padrini
50
Mafia albanese: una storia italiana
Silvia Biasutti
Energia. La solitudine dello Zar e
l’Europa che non c’è
Bosnia: la nuova costituzione
35
91
Alla biblioteca dell’Est
Claudia Leporatti
90
Volevo essere D’Annunzio, volevo
essere Limonov
Massimiliano Di Pasquale
Yerevan capitale mondiale 94
del libro
Emanuele Cassano
MOST
Rivista quadrimestrale allegata al sito East Journal
Chiuso in redazione il giorno 7 gennaio 2013
East Journal
Testata registrata n. 4351/11 del 27 giugno 2011 presso il Tribunale di Torino
Direttore responsabile Matteo Zola
www.eastjournal.net
[email protected]
MOST
MOST
La redazione
Claudia Leporatti capo redattore
Damiano Benzoni impaginazione e layout
Giorgio Fruscione revisione testi
Silvia Padrini ricerca iconografica
Hanno contribuito a questo numero
Pietro Acquistapace
Giovanni Bensi
Silvia Biasutti
Emanuele Cassano
Giovanni Catelli
Davide Denti
Valentina Di Cesare
Massimiliano Di Pasquale
Christian Eccher
Simona Mattone
Alfredo Sasso
Matteo Zola
I proprietari dei diritti delle singole foto pubblicate sono indicati in
prossimità delle immagini stesse.
Immagine di copertina: Silvia Biasutti
Le immagini di sfondo al sommario e alle copertine di sezione sono di
Damiano Benzoni, a eccezione della copertina della sezione Politica e
Geopolitica, appartenente a Kober.
Copyright © “eastjournal.net” 2012.
All rights reserved.
È consentita la riproduzione, previa citazione di autore e fonte con link
attivo, totale o parziale, dei nostri contenuti esclusi quelli
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POLITICA E GEOPOLITICA
MOST
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MOST
Ph.: Bohan Shen
LE MANI SUL CAUCASO
Il neoimperialismo russo al confine tra Europa ed Asia
Emanuele Cassano
Neoimperialista: non è esagerato definire
così la politica estera odierna della Russia,
sempre di più volta a far rientrare nella
sua orbita l’intera costellazione di repubbliche - europee e asiatiche - distaccatesi
dal blocco sovietico in seguito alla sua disfatta. Mosca è decisa a recuperare la propria influenza geostrategica e politica sul
territorio dell’ex URSS, ma non solo. Nutre
infatti un forte interesse anche per il controllo del proprio near abroad, la periferia
del paese, dove il Cremlino vorrebbe mantenere il ruolo di potenza dominante. Cercando strategicamente di allentare le barriere orientali dell’Europa dell’Est, chiuse a
occidente dalla presenza dell’Unione Euro-
pea, la Russia vuole convincere, o meglio
costringere i paesi limitrofi a un rapporto di
collaborazione, cercando di dissuaderli, se
necessario con minacce o con la forza (si
veda l’invasione della Georgia), dai tentativi di uscita dall’area gravitazionale russa.
Mosca punta anche, ed è quello di cui ci
occupiamo in questo articolo, a stringere
un forte legame con il Caucaso, allontanando quanto più possibile americani ed
europei dalla scena per non perdere il ruolo di potenza dominante in una regione
che sente sua in modo particolare. Ponte
naturale tra l’Asia e il vecchio continente, il
Caucaso è crocevia dei principali gasdotti e
oleodotti che dal Mar Caspio e dalle steppe
dell’Asia Centrale riforniscono di gas e petrolio tutta l’Europa. Un obiettivo ghiotto:
controllarlo vuol dire gestire buona parte
dell’economia europea e porre un freno ai
piani espansionistici di Washington in Asia
Centrale.
Un paese in guerra. D’altra parte il Caucaso sta vivendo un momento di profonda crisi, martoriato da conflitti e ribellioni
che hanno diviso la popolazione e causato
ingenti vittime nel corso degli ultimi venti
anni. Il distacco delle tre repubbliche transcaucasiche dall’Unione Sovietica è avvenuto senza tanti spargimenti di sangue,
ma ciononostante l’intera regione è stata teatro di terribili scontri etnici di cui a
tutt’oggi rimangono preoccupanti focolai. I
movimenti separatisti del Caucaso settentrionale, capaci di scatenare vere e proprie
guerre civili, hanno dato del filo da torcere
al gigante russo, che d’altronde ha saputo approfittare delle lotte di successione
svoltesi nelle repubbliche transcaucasiche
subito dopo la loro indipendenza. Questi
tumulti hanno creato delle finestre di tempo abbastanza lunghe in cui la Russia ha
avuto modo di insinuarsi negli affari politici locali, ristabilire il proprio dominio sul
Caucaso meridionale e, allo stesso tempo,
rallentare l’allineamento di questi stati con
l’UE e la NATO.
La storia: un dominio lungo quasi due
secoli. La conquista russa del Caucaso parte da lontano. Già nel 1556 lo Zarato russo si appropriò del Khanato di Astrakhan’,
paese tartaro situato sulla foce del Volga.
Più avanti, tra il XVII e il XVIII secolo, la
Russia, diventata nel frattempo un Impero, condusse con esito vittorioso una serie
di guerre contro gli Ottomani acquisendo
ulteriori territori, dalla Crimea, sottratta
definitivamente ai turchi nel 1792, e arrivando fino alla regione della foce del Don,
dove fondò la città di Rostov, e più a sud,
fino a Krasnodar. L’Impero Ottomano stava
ormai collassando, e la Russia, nuova potenza mondiale, si vide la strada spianata
verso la conquista del Caucaso.
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regione. L’Impero russo voleva estendere
il proprio dominio verso sud, dove erano
presenti numerosi gruppi etnici come i ceceni, gli avari, i carachi e gli adighè, che
opposero una feroce resistenza. La guerra
fu voluta dallo zar Alessandro I, che affidò la missione al comandante dell’esercito Aleksej Petrovič Jermolov. La prima
fase del conflitto vide come detto una tenace opposizione da parte delle popolazioni locali, che riuscirono a contrastare abbastanza efficacemente l’avanzata russa, che
ottenne solo un magro successo. La resistenza delle tribù locali risulta a dir poco
sorprendente, se si pensa che l’esercito
russo veniva dalla recente vittoria contro
la Grande Armée di Napoleone.
La prima invasione terminò nel 1825, con
la morte di Alessandro I e l’avvento della
rivoluzione decabrista. Un anno dopo scoppiò una guerra con la Persia per il controllo
della Transcaucasia: i persiani conquistarono la città di Ganja, ma il contrattacco
russo spinse il nemico oltre il fiume Arasse,
facendo avanzare le truppe zariste fino a
prendere Yerevan. Lo scoppio di un nuovo
scontro con l’Impero Ottomano non bastò
per fermare l’incessante avanzata russa,
che costrinse turchi e persiani alla resa. Il
Trattato di Adrianopoli stipulato con l’Impero Ottomano, garantì alla Russia il controllo della Georgia e della costa orientale
del Mar Nero, oltre alla foce del Danubio,
mentre con quello di Turkmenchay, siglato
con la Persia, mise le mani sui khanati di
Yerevan e Nakhichevan.
In seguito a questa serie di vittorie la Russia riprese l’offensiva contro le popolazioni
del nord del Caucaso che ancora opponevano resistenza, per cementare così il proprio dominio sulla regione. Gli imam del
Daghestan, intanto, avevano approfittato
della momentanea distrazione della Russia – impegnata nel doppio conflitto con
persiani e turchi – per fondare l’Imamato del Caucaso, paese che raggruppava la
Cecenia, la Circassia e il Daghestan, e che
nasceva con l’obiettivo di portare avanti
la guerra di liberazione contro gli invasoL’invasione ebbe inizio nel 1817, quando ri russi. L’esercito zarista incontrò ancora
le truppe zariste occuparono il nord della una volta una strenua resistenza da par-
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MOST
te dei ribelli, che riuscirono a tenere testa crollo del sistema comunista e che è giustiall’offensiva fino allo scoppio della guerra ficato dalla forte influenza geopolitica andi Crimea, quando entrambe le parti riu- cora oggi esercitata in questi territori.
scirono a raggiungere una tregua.
La parte settentrionale del Caucaso è anL’ultima parte del conflitto si accese nel cora di appartenenza russa e, a dispetto
1855 e vide l’esercito russo impegnato in dei numerosi movimenti separatisti – sonumerosi attacchi grazie ai quali, sotto il prattutto di matrice islamica – e di guerre
comando del generale Baryatinsky, ri- sanguinose come quelle in Cecenia, la Rususcì a piegare la resistenza dei ribelli. La sia ha dimostrato di non voler cedere alle
conclusione definitiva della guerra venne richieste dei ribelli (un’eventuale apertura
dichiarata nel 1864: a quel punto l’intera delle trattative con i separatisti sarebbe
regione del Caucaso era dominata dalla interpretata da questi ultimi come un seRussia, che avrebbe mantenuto il control- gno di debolezza), attuando dure represlo diretto su questi territori fino al 1991, sioni e firmando paci armate che vengono
quando, in seguito alla dissoluzione dell’U- tuttora mantenute a costo di far salire il
nione Sovietica, ebbe luogo la dichiarazio- numero delle vittime. Abbattere ogni resine d’indipendenza delle tre repubbliche di stenza per far capire chi detta le regole e
Georgia, Armenia e Azerbaijan.
rafforzare il proprio controllo sul territorio
sono gli obiettivi che Mosca si è prefissata
Il ruolo di Mosca in Caucaso. Nonostan- di raggiungere per cercare di non perdere
te le ultime perdite territoriali, la Federa- il controllo di una regione da sempre ostile
zione Russa, erede naturale dell’URSS, al governo centrale russo.
non ha dovuto rinunciare all’egemonia sulla regione neanche dopo il 1991, portando A sud le tre repubbliche transcaucasiche,
avanti un controllo capace di resistere al benché indipendenti, sono economicamenPh.: Anna Wozniak
te e politicamente vincolate alle decisioni
prese da Mosca, dalle quali non possono
prescindere. La Russia infatti non ha mai
smesso di rappresentare un punto di riferimento per questi paesi in quanto la loro
economia, la loro crescita e la loro stessa
sopravvivenza sono fattori legati nel bene
e nel male alle scelte prese dal Cremlino.
La federazione ha inoltre saputo approfittare della difficile situazione politica venutasi a creare in seguito alla dissoluzione
dell’URSS: i conflitti etnici e politici esplosi
durante l’indipendenza delle tre repubbliche caucasiche – come detto in precedenza – sono serviti a Mosca per rafforzare la
propria presenza anche nel Caucaso meridionale. Alcuni esempi sono forniti dalla
guerra civile georgiana, scoppiata nel 1991
in seguito all’indipendenza del paese, o
dalla guerra tra Armenia e Azerbaijan per il
possesso del Nagorno-Karabakh, entrambi
conflitti dove Mosca ha fatto da ago della bilancia. Un ultimo e recente esempio è
dato dall’invasione della Georgia del 2008,
con la quale il Cremlino ha voluto chiarire
bene la sua posizione in merito alla via politica intrapresa dal paese.
Mosca ci tiene a rafforzare la propria presenza in questa regione anche perché rappresenta un nodo fondamentale per l’economia russa ed europea: progetti europei
come il Nabucco e la Seep, gasdotti che
dovrebbero provvedere a trasportare gas
dall’Azerbaijan all’Europa senza transitare
dal territorio russo, se realizzati potrebbero rimettere in discussione il monopolio
russo sull’approvvigionamento del gas per
l’Europa.
Una fragile situazione interna. Come
spiegato in precedenza, fin dai tempi della
conquista russa del Caucaso le popolazioni autoctone opposero una fiera resistenza
all’avanzata del nemico, che impiegò circa
cinquant’anni per sottomettere definitivamente le tribù del Caucaso settentrionale. Questa forte intolleranza nei confronti
dell’invasore continuò anche in epoca sovietica, e addirittura durante la Seconda
Guerra Mondiale ceceni e ingusci, stanchi
di essere amministrati dal governo russo,
misero in atto un’insurrezione per creare
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un proprio stato indipendente. Stalin accusò in seguito questi gruppi etnici di collaborare con la Germania nazista, e con l’Operazione Lentil ne deportò quasi mezzo
milione in Kazakistan. I sopravvissuti poterono fare ritorno alla propria terra solo
a qualche anno di distanza dalla morte del
dittatore.
Nuovi scontri si verificarono in seguito
alla nascita della Federazione Russa. La
Cecenia, insieme al Tatarstan, non firmò
il Trattato di Federazione, stipulato bilateralmente da Boris Eltsin con 86 degli
88 soggetti federali russi per concedere
regimi fiscali diversificati e maggiore autonomia alle regioni. In seguito la Cecenia dichiarò la propria indipendenza dando
vita alla Repubblica di Ichkeria e facendo
scoppiare la prima guerra cecena. Eltsin
non esitò ad attuare una dura repressione
contro il paese ribelle, temendo che diventasse esempio per quelli limitrofi innescando una disgregazione a catena di tutta la
Federazione. Dopo una sanguinosa guerra, cessata nel 1996, l’effimera pace durò
fino a quando, nel 1999, i leader islamisti
Shamil Basaev e Ibn Al-Khattab invasero il Daghestan, obbligando la Russia ad
un nuovo intervento armato. La seconda
guerra cecena durò fino al 2009, mietendo
migliaia di vittime e entrando nei libri di
storia soprattutto per le numerose stragi
attuate dai ribelli ceceni contro obiettivi civili (tra cui la tristemente famosa strage
di Beslan) ma consentendo alla Russia di
recuperare i territori occupati e porre fine
alla Repubblica cecena di Ichkeria.
Il terrorismo in Cecenia rappresenta ancora oggi un grosso problema per il governo
russo, ma a preoccuparlo non è solo questa repubblica. Numerosi attacchi terroristici si sono registrati ultimamente anche
in Circassia, Ossezia del Nord e Inguscezia, per non parlare della situazione del
Daghestan, diviso dagli scontri tra musulmani fondamentalisti (wahhabiti o salafiti) e musulmani confraternali (sufiti), con
le due parti che ormai sembrano essere in
procinto di far scoppiare una guerra civile.
Ultimamente si sta sempre di più profilando l’ipotesi di un intervento militare russo
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nella regione, motivato anche dal fatto che
il Daghestan è diventato il centro principale della resistenza anti-russa nel Caucaso. Nonostante Mosca tema un sequel del
doppio conflitto ceceno non può permettersi di perdere il controllo di questa delicata repubblica: il governo russo ha iniziato perciò da tempo a spostare un ingente
numero di truppe dalla Cecenia e dal resto
del paese verso il confine daghestano, preparandosi a un’eventuale guerra.
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Le verità dietro alla guerra in Georgia.
La Georgia rappresenta per la Russia l’immediato near abroad, e a Mosca la piccola
repubblica caucasica è vista ancora come
una regione periferica della Federazione,
piuttosto che come uno stato pienamente sovrano. Per questo la Russia non ha
gradito il progressivo avvicinamento che il
paese stava attuando nei confronti dell’Occidente e appena si è presentata l’occasione – l’invasione georgiana dell’Ossezia
del Sud – ne ha approfittato per far capire al governo di Mikheil Saakashvili, po-
Ph.: Ivan Shlamov/REUTERS
liticamente vicino all’Europa e appoggiato
anche dagli Stati Uniti, che “il matrimonio
non s’aveva da fare”.
In seguito al crollo sovietico, le regioni
dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia dichiararono la propria indipendenza dalla Georgia rispettivamente nel 1991 e nel 1992.
Scoppiò quindi una guerra civile tra il governo centrale georgiano (colpito nel frattempo da un violento colpo di stato contro
il presidente Zviad Gamsakhurdia) e le
due regioni separatiste. La Russia colse
l’occasione e offrì il proprio appoggio militare ai ribelli, che nel 1993 riuscirono ad
ottenere il controllo dei rispettivi territori, andando a costituire due repubbliche
de facto indipendenti. Se però in Abkhazia
venne attuata una vera e propria pulizia
etnica nei confronti dei georgiani, in Ossezia del Sud questi vennero in parte risparmiati e, molti, anche dopo la guerra, continuarono a risiedere nei propri villaggi di
appartenenza. Il giogo russo sull’Ossezia,
inoltre, era meno pesante di quanto non lo
fosse per la vicina Abkhazia, dove i russi
erano più presenti militarmente.
Questi furono alcuni dei motivi principali
che convinsero nel 2008 il presidente georgiano Saakashvili a intraprendere l’invasione dell’Ossezia del Sud, con la speranza
di far tornare la repubblica secessionista
sotto il controllo georgiano. Tra il 7 e l’8
agosto le truppe georgiane varcarono il
confine e occuparono Tskhinvali, capoluogo osseta. La Russia non aspettava altro.
Con la scusa di proteggere l’Ossezia e le
minoranze russofone vittime del nazionalismo georgiano, i russi invasero la Georgia partendo dall’Ossezia e dall’Abkhazia,
arrivando in pochi giorni fino alle porte di
Tbilisi. Solo l’intervento diplomatico degli
Stati Uniti e dell’Unione Europea riuscì a
porre fine al conflitto, evitando che l’avanzata russa continuasse fino ad invadere
l’intero paese.
L’invasione della Georgia non fu però motivata da un improvviso istinto materno
che spinse la Russia a proteggere la vicina Ossezia invasa dalle truppe georgiane.
Si trattò infatti di un piano già da tempo
escogitato e ben definito, il quale necessitava solo di un casus belli che legittimasse l’intervento militare. Questa decisione
venne presa principalmente per punire la
Georgia, “colpevole” secondo il Cremlino
di essere troppo filoamericana e di avere
avuto l’obiettivo di entrare a breve nella
NATO e nell’UE, cercando così di uscire
dall’orbita russa e aprendo la strada all’occidentalizzazione del Caucaso.
Il “Grande gioco” per lo sfruttamento
delle riserve del Caspio. Durante il XIX
secolo, Russia e Inghilterra, inizialmente
alleate, arrivarono ad un forte conflitto di
interessi per quanto riguardava l’acquisizione di nuovi territori in Asia Centrale. La
Russia, alleata della Persia, oltre a voler
estendere a sud-est il proprio impero, intravide con l’annessione di queste terre la
possibilità di aprire nuovi mercati a oriente. Conquistando i territori dell’Asia Centrale, l’Impero Russo sarebbe poi arrivato
a lambire il confine con l’India britannica,
principale obiettivo delle mire zariste. L’Inghilterra dal canto suo puntava a creare
una zona cuscinetto tra la Russia e l’India
conquistando l’Afghanistan e i khanati del
Turkestan meridionale proprio temendo
per la sicurezza della propria colonia, che
con un’ulteriore espansione russa sarebbe
stata fortemente insidiata. Questa “corsa
all’Asia Centrale” venne chiamata dagli inglesi “Grande gioco” (The Great Game),
mentre in Russia era conosciuta come il
“Torneo delle ombre” (Турниры теней).
MOST
mentre per il petrolio i valori si attestano
intorno al 20%.
Per spezzare questo cordone ombelicale
senza rischiare di rimanere di colpo senza
gas o petrolio, l’Europa ha dovuto escogitare modalità alternative che le permettessero di fruire delle riserve del Mar Caspio
evitando di dover bussare alla porta russa.
Sono nati così progetti come il Nabucco, la
Seep la Tanap e la Tap, tutti ideati per attingere direttamente il gas dall’Azerbaijian
facendolo passare per la Turchia, bypassando la Russia. Il gigante non è rimasto
a guardare e, per continuare a dettar legge in fatto di energia nel Vecchio Continente, ha progettato un nuovo gasdotto, il
Southstream, che dovrebbe rifornire l’Europa meridionale direttamente dalle coste
russe sul Mar Nero.
L’Azerbaijan rappresenta dunque un nodo
fondamentale per convogliare il gas del
Caspio in Europa senza passare dalla Russia. Questo al Cremlino lo sanno bene,
perciò il paese approfitta della propria rete
di alleanze per ostacolare i piani europei e
americani. Incuneata tra la Turchia e l’Azerbaigian si trova infatti l’Armenia, alleato
russo, i cui pessimi rapporti con i due paesi limitrofi impediscono la realizzazione di
qualsiasi collegamento energetico diretto,
senza dover passare dalla Georgia. La striscia di Zangezur divide infatti il Nakhcivan
dal resto dell’Azerbaijan, rappresentando
una cesura che separa la Turchia dal resto
degli stati turcofoni dell’Asia Centrale. Più
volte sono stati fatti tentativi, soprattutto da parte degli Stati Uniti, per convincere l’Armenia a cedere questo territorio
all’Azerbaigian in cambio del corridoio di
Lacin, che separa l’Armenia dal NagornoKarabakh (progetto Gobble), ma alla fine
i confini sono rimasti immutati. La Russia comprende molto bene la strategicità
di quest’area, e per rafforzare la propria
presenza su questo territorio ha addirittura installato a Meghri, un piccolo paesino
di 5.000 abitanti al confine con l’Iran, un
proprio consolato.
L›Inghilterra ha da tempo perso il suo vasto impero coloniale disgregatosi in seguito
alla Seconda Guerra Mondiale, ma un’altra
grande potenza ha preso il suo posto nel
“grande gioco” per la spartizione dell’Asia Centrale: gli Stati Uniti, che puntano a
strappare ai russi il controllo delle riserve
di gas e petrolio del Caspio, oltre che a
farsi alleati dei paesi attigui per installarvi
le proprie basi militari. Ultimamente si è
messa di mezzo anche l’Unione Europea,
decisa a porre fine alla forte dipendenza in
fatto di gas e petrolio che la lega alla Russia: si calcola infatti che nel 2010 la sola Quale futuro per la regione? Per le
Gazprom abbia esportato in Europa il 41% repubbliche del Caucaso settentrionale
del gas totale consumato nel continente, raggiungere l’indipendenza o cercare di
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ottenere una maggiore autonomia sembra un’impresa impossibile, dato che Mosca pur di non dare segnali di cedimento,
come ha dimostrato più volte, preferisce
ricorrere all’uso delle armi per rispondere
ai separatisti. La situazione nella regione
sta degenerando, e non sarebbe strano assistere in un immediato futuro allo scoppio
di una nuova guerra civile. La Russia prende in considerazione un simile rischio, per
questo si sta preparando ad affrontare un
imminente conflitto, ammassando migliaia
di soldati nelle zone più a rischio, facendo
capire ai ribelli che il paese vuole evitare la
formazione di nuove repubbliche di Ickheria, cercando di stroncare sul nascere le
rivolte e i separatismi.
In seguito all’invasione della Georgia del
2008, la Russia è riuscita a rallentare il
processo di avvicinamento tra il paese e
l’Occidente. Le elezioni dello scorso ottobre in Georgia hanno sancito la vittoria del
miliardario Bidzina Ivanishvili, a capo
del partito Georgian dream, che ha avuto
la meglio sul leader uscente Saakashvili. Ivanishvili, amico personale di Putin, è
stato da molti indicato come “l’uomo del
Cremlino”, sottolineando il non troppo velato filo-russismo che il neoeletto ha mostrato durante la propria campagna elettorale e in seguito alla propria investitura.
Sconfitto un po’ a sorpresa Saakashvili,
appoggiato dall’Europa e dagli Stati Uniti, il timore è che Ivanishvili faccia rivivere
alla Georgia i ricordi del periodo sovietico
e post-sovietico. Interessante sarà poi vedere come Ivanishvili si muoverà per risolvere le situazioni in Abkhazia e Ossezia del
Sud, in relazione anche alla vicinanza con
la Russia.
L’Armenia, che strizza l’occhio all’Unione
Europea, sa bene che essendo anche un
importante alleato di Mosca nella regione
non può rischiare di sbilanciarsi verso una
posizione filoeuropea per non perdere il
prezioso sostegno russo, senza il quale si
ritroverebbe da sola a combattere contro i
potenti nemici che la circondano. La Russia vuole infatti estromettere dal Caucaso
attori importanti quali l’UE e gli Stati Uniti, così come sta cercando di allontanare
le mire espansionistiche cinesi sui paesi
dell’Asia Centrale, in quanto, come affermato in apertura, Mosca vede i territori
del proprio near abroad come una sorta
di periferia, repubbliche formalmente indipendenti ma di fatto ancora legate al suo
controllo, territori da riannettere possibilmente alla madrepatria.
Ogni decisione presa a Mosca in fatto di
energia o politica estera influenza direttamente le sorti dei paesi transcaucasici, i
quali difficilmente possono pensare di affi-
darsi alla NATO o all’UE senza prendere in
considerazione il punto di vista del gigante
russo. Un’eventuale ingresso della Turchia
nell’Unione Europea complicherebbe ulteriormente le cose, facendo del Caucaso non
solo una barriera fisica al confine tra Europa ed Asia, ma anche una barriera politica
tra Russia ed UE. Questo porterebbe a una
chiusura del confine turco che potrebbe favorire l’isolamento delle tre repubbliche situate a sud del Caucaso, costringendole ad
un obbligato avvicinamento verso la Russia, così come sta succedendo più a ovest
MOST
per paesi come l’Ucraina e la Moldavia.
Il Caucaso è dunque sempre più vittima
inerme del dilagante neoimperialismo russo attuato dal “nuovo zar” Putin, deciso ad
acquisire un controllo diretto, sia politico
che economico, dell’intera regione, facendo piazza pulita di chiunque cerchi di ostacolarlo. I piani di “risorgimento” della Russia imperialista, mirati a far riguadagnare
a Mosca quel ruolo di principale potenza
mondiale perso in seguito al crollo comunista, ripartono anche da qui.
Ph.: John 2
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Ph.: Manzer Munir
IRAN: INTERVISTA A SHARZAD SHOLEH
L’Organizzazione Mondiale dei Mujaheddin del Popolo Iraniano
cancellata dalle liste terroristiche statunitensi
Valentina Di Cesare
Lo scorso ottobre, dopo quindici anni di
sit-in, ricorsi e udienze l’Organizzazione
Mondiale dei Mujaheddin del Popolo Iraniano
(OMPI), presieduta da Maryam Radjavi, ha
raggiunto forse il suo risultato più importante:
l’eliminazione definitiva dalla lista nera
statunitense delle organizzazioni terroristiche.
La richiesta, approvata dal segretario di Stato
americano Hillary Clinton, rappresenta un
importante traguardo per l’OMPI, anche se nel
lungo lasso di tempo che ha preceduto la sua
approvazione migliaia di cittadini iraniani sono
stati giustiziati nel silenzio indifferente delle
comunità internazionali: la presenza dell’OMPI
nella lista statunitense del terrorismo ha fornito
infatti in questi anni al regime iraniano, l’alibi
più adatto a sopprimere e giustiziare tutti i
cittadini “sospetti” di simpatizzare o parteggiare
per la Resistenza Iraniana. Nei rari casi in cui
le centinaia di esecuzioni sommarie ad opera
del regime dei mullah venivano denunciate,
al governo di Teheran non restava che fare
riferimenti alla presenza dell’OMPI nella lista
nera statunitense. Inoltre anche il “governo
democratico”
iracheno,
protagonista
di
frequenti e spietati attacchi agli abitanti campo
rifugiati iraniani di Ashraf, ha giustificato le
azioni offensive e i maltrattamenti adoperati
sulla Resistenza Iraniana.
Del resto le radici di questa lunga storia risalgono
agli anni della presidenza di Clinton che, nel
tentativo di far distendere i rapporti con Teheran,
accolse la proposta da parte del governo dei
mullah di inserire l’OMPI nella lista nera delle
organizzazioni terroristiche americane. Teheran
attraversava in quegli anni uno dei momenti più
difficili della sua storia: il malcontento popolare
(che in Iran non si è mai arrestato dal 1979,
anno dell’insediamento al potere dell’Ayatollah
Khomeini, motivo questo per cui non è esatto
parlare di primavera iraniana), giunto ai massimi
storici, minacciava la stabilità del regime a cui
non restava altro che esercitare un’importante
pressione sui governi occidentali, mettendo
in cattiva luce le attività dell’OMPI. Allora
anche la Gran Bretagna e l’Unione Europea
seguirono l’esempio americano, mettendo
l’Organizzazione Mondiale della Resistenza
Iraniana era in grande difficoltà.
Occorsero innumerevoli battaglie giudiziarie,
manifestazioni, proteste e incontri coadiuvati
dall’intervento di alcune personalità politiche
di rilievo provenienti da tutto il mondo prima
che la Gran Bretagna prima e l’Unione Europea
poi decidessero di depennare l’OMPI dalle loro
black list. Con la decisione del Dipartimento di
Stato americano, attualmente gli Stati Uniti si
MOST
assumono un ruolo chiave sulle molte situazioni
che coinvolgono l’Organizzazione Mondiale dei
Mujaheddin del Popolo Iraniano, che ha sedi in
molti stati d’Europa e del mondo e che gode
del solido appoggio di centinaia di militanti e
simpatizzanti.
Dopo il risultato ottenuto a Washington, la
capillare attività dell’OMPI catalizzerà adesso
tutte le sue energie sulle condizioni di sicurezza
dei residenti del campo di Ashraf e degli
abitanti di Camp Liberty. Si tratta di circa
3000 iraniani, insediatisi in territorio iracheno
nel 1986 durante il conflitto Iran-Iraq, ai quali
la convenzione di Ginevra ha riconosciuto lo
status di rifugiati; se fino al 2003 la protezione
dei rifugiati iraniani in Iraq era sotto l’egida
americana, con l’esecuzione di Saddam Hussein
e la formazione di un nuovo governo, i residenti
di Ashraf sono passati sotto la protezione
irachena. Tale protezione non è stata mai messa
in pratica, anche perché il governo iracheno, a
sua volta vessato e ricattato dal vicino regime
dei mullah, non ha mai garantito né garantisce il
rispetto dei diritti dei rifugiati iraniani e si è reso
15
Ph.: Valentina Di Cesare
MOST
protagonista di molteplici attacchi e incursioni
arbitrari all’interno del campo, durante i quali
hanno perso la vita decine di innocenti. Delicato
dunque il ruolo delle comunità internazionali,
anche e soprattutto dopo il verdetto americano
che i media principali, come previsto, non
hanno contribuito a diffondere nonostante la
grande importanza dell’avvenimento.
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È compito dell’Associazione democratica delle
donne iraniane con sede in diversi stati europei
e del mondo (Italia, Francia, Olanda, Stati
Uniti, Germania, etc.) diffondere e promuovere
le attività dell’OMPI e contribuire il più possibile
a rendere nota la reale situazione del popolo
iraniano, soggiogato da 33 anni da una
dittatura teocratica e privo di un’opposizione
politica legalmente riconosciuta e realmente
democratica sul suo territorio. Abbiamo
intervistato,
all’indomani
dell’importante
traguardo raggiunto negli Usa, la Presidentessa
dell’Associazione Donne Iraniane residenti in
Italia, Sharzad Sholeh.
Sharzad, dopo la cancellazione dell’OMPI
dalla lista nera americana, quale sarà il
passo successivo?
La cancellazione dell’OMPI è stata una grande
vittoria per il nostro movimento. Dopo una
battaglia legale e politica durata quindici
anni finalmente quell’etichetta così ingiusta,
terroristi, è stata cancellata dall’immagine del
più grande movimento di legittima opposizione
al regime iraniano. Come è stato riconosciuto
da decine di ex funzionari degli Stati Uniti,
l’inclusione era stata una concessione politica
per ingraziarsi il brutale regime teocratico da
parte dell’Occidente in generale e degli Stati
Uniti in particolare. La fallacia di un simile
approccio è evidente. Inoltre è stata il maggior
ostacolo a un cambiamento democratico in Iran
e ha fatto il gioco dei mullah, prolungando il
loro dominio. Come ha sottolineato Maryam
Rajavi, presidente eletto del Consiglio Nazionale
della Resistenza Iraniana, nel suo discorso
al Parlamento europeo il 3 ottobre scorso, la
cancellazione del nostro movimento dalla lista
dei terroristi è stata la più grande sconfitta dei
mullah sulla scena internazionale degli ultimi
tre decenni. Politicamente parlando, ha molto
danneggiato l’immagine del regime.
rifugiati iraniani nel campo di Ashraf e a
Camp Liberty?
Per ora la situazione è uguale a prima. I rifugiati
politici iraniani (circa 2500) sono in gran parte
ad Ashraf perché dall’anno scorso alcuni di loro
sono stati spostati a Camp Liberty, un’altra zona
teoricamente protetta, dove però le condizioni
di vita sono molto precarie. Si spera che, con
l’eliminazione dell’OMPI dalla lista nera degli
USA, si impedirà al governo iracheno di attaccare
di nuovo, per istigazione dell’Iran, i membri del
movimento che vivono nel Campo di Ashraf e a
Camp Liberty in Iraq. In passato, nel 2009 e poi
nel 2011, queste azioni sono costate la vita a 49
civili indifesi, tra cui 8 donne, e hanno causato
oltre 1000 feriti. Noi speriamo che ora il regime
dei mullah non possa più utilizzare questo
pretesto per reprimere il popolo iraniano che
chiede democrazia e libertà e che questa nostra
vittoria serva a dare nuova forza alla lotta per
rovesciare la dittatura religiosa e creare in Iran
una repubblica democratica e pluralista che
rispetti la separazione della chiesa dallo stato,
la parità di genere, i diritti delle minoranze
etniche e religiose e rinunci al nucleare.
Si è parlato negli ultimi giorni di una
delegazione UE attesa in Iran e delle
conseguenti polemiche. Qual è il vostro
parere?
La Resistenza Iraniana condanna la visita di
un certo numero di parlamentari europei in
Iran sotto il regime dei mullah, e chiede che il
presidente del Parlamento europeo impedisca
la loro visita e che non permetta loro di
distorcere il prestigio e il credito del Parlamento
attraverso il sostegno alla dittatura più spietata
del mondo. La visita della delegazione europea
darebbe un nuovo incentivo al regime, che
si impegnerà a dipingere ancora una volta
un’immagine bella e quindi distorta del fascismo
religioso di Teheran che, oltre a uccidere il
popolo iraniano, è profondamente coinvolto
nel massacro di persone in Siria, Iraq, Libano
e Palestina, e sta facendo del suo meglio per
avere la bomba nucleare. Il messaggio del
nostro popolo e della resistenza iraniana è che
dall’Occidente non cerchiamo né denaro né armi.
Cerchiamo solo la fine completa della politica
di accondiscendenza con i governanti criminali
iraniani e il riconoscimento della Resistenza del
Popolo Iraniano contro il fascismo religioso per
Ci sono progressi sulla situazione dei la libertà e la democrazia.
MOST
Ph.: Silvia Biasutti
ITALIA - SLOVENIA
Rapporti transfrontalieri italo-sloveni: a che punto siamo?
Silvia Biasutti
L’ascesa della Slovenia nel club Ue: un
breve antefatto. Nel 2004 si sbriciolava
ufficialmente la frontiera tra Italia e
Slovenia, allorquando pompose celebrazioni
salutavano l’avvento di una nuova era sancita
simbolicamente con l’abbattimento in piazza
Transalpina del muro che divideva, dal 1947,
Gorizia dalla Jugoslavia. Nel 2007 la Slovenia
completava la sua parabola europea aderendo
al trattato di Schengen e adottando l’euro
quale moneta ufficiale, mandando in pensione
il tallero sloveno.
In questi primi anni Duemila, ma in generale
dal 1991 – anno della sua indipendenza - la
Slovenia ha compiuto enormi passi avanti. È
l’unico Paese dell’ex Jugoslavia ad essere entrato
per ora nell’Unione Europea, e c’è da dire che
anche prima dell’indipendenza la Slovenia era
considerata la repubblica più sviluppata della
penisola.
Il rapido sviluppo del Paese affonda infatti
le sue radici ben prima del 1991, quando
già le imprese godevano di un alto grado di
autonomia, esistevano le istituzioni di base
del mercato, il settore manifatturiero era
diversificato, quello agricolo prevalentemente
privato e sussistevano proficue relazioni con
i mercati occidentali. Parte della fortuna della
Slovenia è però anche da imputare alla sua
felice posizione geografica.
Spesso considerato lo stato più ricco dei
Paesi dell’Est, ha allo stesso tempo una
forte connotazione mitteleuropea e qui sta
l’emblema di un popolo etnicamente omogeneo
che incorpora dentro di sé l’anima slava e
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18
MOST
Ph.: Silvia Biasutti
talune tradizioni balcaniche, senza dimenticare benzina. Come negli anni Novanta, quando al
l’austerità asburgica, lascito degli anni dorati valico di Kobarid/Caporetto il sabato si formava
dell’Impero Austroungarico.
una lunga fila di autovetture in attesa di fare
approvvigionamento di carburante. Spesso
Uno speciale connubio geografico, etnico e i frontalieri facevano anche incetta di carne
culturale che spiega molto della recente storia slovena, altrettanto a buon prezzo e di alta
slovena. In tutto questo non si può tralasciare qualità. A quella stagione transfrontaliera ha
una frontiera ieri impenetrabile, oggi fonte di fatto seguito un periodo di stasi relativamente
nuove prospettive di scambio e comunicazione: prolungato, che coincide pressappoco con gli
quella italiana. Il punto di vista di chi scrive anni in cui la Slovenia entrava nell’UE e il costo
è quello di una friulana della provincia del carburante in Italia era ancora calmierato.
udinese che da sempre vive la questione del Ma proprio quando la pratica di fare benzina “in
confine come un qualcosa che permea la vita Jugo” stava diventando solo un lontano ricordo,
quotidiana, la mentalità, l’economia. Da qui, al a tratti intriso di nostalgia, ecco ricomparire il
confine dell’Impero, come si diceva una volta, i traffico al varco della porta d’Oriente.
rapporti transfrontalieri sono tra gli argomenti
più gettonati dalla politica e dall’economia.
Da qualche anno l’abitudine di scollinare di là
del valico sloveno è tornata con forza in tutto il
Benzina e carne, la coppia più affiatata del territorio del Friuli orientale, compresa Trieste.
confine. Negli ultimi anni, del confine italo- Uno dei valichi più gettonati è quello di Vencò,
sloveno si è discusso nei termini più disparati: frazione di Dolegna del Collio in provincia di
memoria condivisa e contesa, opportunità di Udine. Basta poco per inoltrarsi negli ultimi
sviluppo turistico, protocolli di intesa, scambi rivoli stradali del territorio italiano e quasi senza
enogastronomici, vecchie dispute. Ma andiamo accorgersi si è già in Slovenia, dove la strada si
con ordine. Se tanti sono gli aspetti che fa più stretta e le curve sono tante perché ci si
permeano i rapporti transfrontalieri tra Italia e trova nel Collio sloveno, terra dolce e ondulata
Slovenia, sono anche mutevoli le modalità con dove avviene la magia del vino. Sono ricomparsi
cui queste interazioni avvengono nel tempo.
i capannelli di piccoli agricoltori che vendono
Un esempio su tutti è il grande ritorno delle frutta e ortaggi di stagione: se ne stanno lì,
gite transfrontaliere per fare rifornimento di con l’auto parcheggiata e un piccolo banchetto
MOST
mono-prodotto ad aspettare gli Italijanski che amministrazioni locali italiane, austriache e
sfrecciano da e per la stazione della Petrol.
slovene, hanno reso possibile la creazione di
una delle più suggestive piste ciclabili d’Europa,
Di nuovo in auge anche il business della carne il cui tracciato ricalca la vecchia linea ferroviaria
slovena, tanto apprezzata dagli italiani. Sul dell’Impero Asburgico. Oltre all’impareggiabile
valico di Vencò, in un primo momento era un esperienza sensoriale che offre un percorso di
piccolo negozio della celebre catena Mercator questo tipo, c’è una valenza simbolica notevole
ad avere quasi il monopolio sugli avventori nel percorrere nel giro di poche ore un tracciato
di ritorno dal rifornimento di benzina, ma che parte da Tarvisio, in Italia, e si snoda senza
da poche settimane fa capolino a fianco alla soluzione di continuità fino a Jesenice, antico
gettonatissima pompa di benzina una grande snodo ferroviario dell’Impero.
Mesnica, una macelleria bilingue ad uso e
consumo degli italiani, ben propagandata da C’è sempre un motivo per varcare il
un’avvenente signorina del luogo, premurosa confine. Il turismo non è l’unico trait d’union
nel distribuire i volantini promozionali della del via vai transfrontaliero. Non pochi sono
nuova attività agli automobilisti in coda alla infatti coloro che hanno deciso di aprire una
stazione della Petrol.
società con sede legale a pochi chilometri dal
confine italiano, dove le condizioni fiscali sono
Una situazione, questa, che ha esasperato gli meno soffocanti di quelle italiche. Questi casi
italiani che gestiscono le stazioni di rifornimento però sono scarsamente riportati sui media
a ridosso del confine. Diverse compagnie tradizionali, anche perché si tratta di situazioni
multinazionali hanno iniziato a praticare prezzi sbocciate tra le smagliature di un sistema
ribassati in talune giornate, dove il carburante economico – italiano – poco attento alle piccole
diventa conveniente quasi come in Slovenia, imprese, che per sopravvivere in tempi di crisi si
anche in virtù del fatto che in Friuli-Venezia ingegnano come meglio credono. Resta tuttavia
Giulia gli automobilisti di Udine, Gorizia e da sbrigliare l’ambiguità che si coagula attorno
Trieste usufruiscono da diversi anni della a questi mimetismi aziendali, dove la ricchezza
tessera carburante che garantisce uno sconto prodotta dovrebbe apportare anche beneficio in
costante sul rifornimento, analogamente a termini di imposte laddove il business prende
quanto avviene sul confine italo-svizzero.
forma.
Il leisure è il nuovo sodalizio tra Italia e
Slovenia. Il flusso di frontalieri dall’Italia alla
Slovenia non finisce qui, perché diversamente
dagli anni Novanta, oggi si trasborda sempre
più spesso per scopi turistici. Se si pensa che
un quarto del territorio nazionale sloveno è
parco naturale, non è difficile capire perché
molti appassionati di sport all’aria aperta si
riversino nelle splendide vallate che questo
territorio vanta. Bled, Lubiana, Bohinj, Postumia
e Kranjska Gora sono solo alcune delle località
più blasonate, dove italiani, sloveni, austriaci
e croati si mescolano nelle hall di moderni
hotel, facendo riaffiorare alla memoria un
certo cosmopolitismo d’antan tipico degli anni
dell’Impero Austroungarico.
Altri sono i casi di transfrontalieri che si recano
in Slovenia per giocare ai Casinò, per usufruire
degli impianti termali, per una cura dentale o,
fatto ancor più recente, per immatricolare le auto
“in Jugo”, nello specifico a Nova Gorica, dove
i costi amministrativi legati all’assicurazione e
alle spese relative al veicolo sono decisamente
concorrenziali. Ma è bene ricordare che anche
gli sloveni non si esimono dal venire in gita in
Italia. È sempre più frequente osservare targhe
slovene (che potrebbero essere però anche
di proprietari italiani), che fanno capolino nei
parcheggi dei grandi magazzini della provincia
di Udine, o sulla celebre “Pontebbana”, via che
collega Udine a Tarvisio e da poco ribattezzata
“via dello shopping”, a cui si aggiunge il – triste
– primato di essere la più grande arteria di
Emblema di questa osmosi ritrovata tra popoli, negozi d’Europa.
è la neonata ciclovia “Alpe Adria”, un progetto
europeo di riconversione di un bene pubblico Vecchie e nuove barriere: un bilinguismo
abbandonato e restituito ai fruitori con valenza ancora tutto da fare. Stando alla visibile
turistica. Gli sforzi congiunti delle diverse vivacità degli scambi che animano il confine
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MOST
italo-sloveno in questi recenti anni, non è un
azzardo affermare che ci si trova di fronte
a un orizzonte più felice rispetto agli anni
Novanta, dove la pratica transfrontaliera era
sbilanciata a favore della rotta Italia-Slovenia.
Certo la Slovenia sta affrontando un periodo
di recessione non sottovalutabile, un debito
pubblico in ascesa e una notevole sforbiciata
di stipendi e pensioni, che vanno ad erodere
direttamente il potere d’acquisto. Un aspetto
sembra però emergere abbastanza chiaramente
e cioè che le autodifese e i pregiudizi tra i due
popoli si sono leggermente attenuati. Abbiamo
imparato a conoscerci meglio e a rivalutare
vecchie fissazioni prodotte dalla retorica
politica degli anni della cortina di ferro. Molti
standard sloveni si sono innalzati notevolmente
e ci fidiamo di più dei servizi offerti. Gli sloveni
amano fare acquisti in Italia e viaggiare per
turismo. Gli affari transfrontalieri non mancano
e molti aspetti legati alle possibilità di business
potrebbero migliorare nei prossimi anni.
non da poco per due popoli che producono interscambi intensi e quotidiani dove, serve dirlo,
gli sloveni si dimostrano ancora in vantaggio
perché largamente più bilingui degli italiani. Dal
nostro lato persiste ancora il bilinguismo friulanoitaliano e qualche piccolo focolaio di bilinguismo
tedesco-italiano, ma fatica a decollare una
visione più “slavofona” della quotidianità. È vero
che l’inglese è ormai la lingua franca più diffusa,
soprattutto tra i giovani, ma è inutile dire che
l’idioma d’oltremanica non basta, specie in
un’ottica di un più incisivo sviluppo dei rapporti
transfrontalieri tra le due nazioni. Un esempio
sono gli sforzi prodotti dai vari progetti europei
Interreg, uno su tutti la formazione di figure
professionali in campo di sanità, information
technology e turismo che parlino fluentemente
entrambe le lingue. A conferma che una visione
europea e globale non può assolutamente prescindere dalla valorizzazione delle peculiarità
linguistiche, etniche e culturali specifiche e
che solo attraverso la comprensione di questa
fondamentale chiave di volta è possibile
La lingua: una necessità imprescindibile. confrontarsi tra popoli confinanti e produrre
Rimane la barriera della lingua, un ostacolo virtuose interconnessioni.
Ph.: Silvia Biasutti
MOST
Ph.: Gazprom
ENERGIA
La solitudine dello Zar e l’Europa che non c’è
Pietro Acquistapace
C’è crisi, c’è grossa crisi. Inevitabili li ripercussioni
sulle relazioni internazionali, soprattutto in
un settore commerciale fondamentale come
quello energetico. I prezzi salgono alle stelle
e l’acquisto di forniture diventa sempre più
complicato, anche per acquirenti del calibro
dell’Unione Europea. La politica energetica del
vecchio continente è ormai dominata da un
vocabolo che viene ripetuto come un mantra,
forse anche come rituale scaramantico, e che
sembra voler dettare una linea di condotta a
tutti i paesi membri: diversificazione.
Gazprom interviene periodicamente l’UE che
lo scorso settembre ha aperto una procedura
d’inchiesta contro la compagnia russa, la quale
rischia una multa pari al 10% del suo fatturato
annuo: una cifra ingente, pari a circa 150
milioni di dollari.
L’indagine analizzerà il comportamento di
Gazprom in alcuni paesi dell’Europa CentroOrientale (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Polonia, Romania e Bulgaria) dove il gas
russo si è mantenuto su tariffe alte nonostante
Mosca abbia invece concesso sconti a Francia,
Diversificazione delle fonti energetiche, costi- Germania e Italia. Sembra quindi che dietro la
tuite ad oggi soprattutto dal gas venduto dal vicenda vi sia una questione politica che rischia
colosso russo Gazprom, monopolio che spinge di incrinare gli equilibri interni europei.
l’Unione Europea verso le risorse azere, legando
così la propria sorte ai sempre instabili equilibri Tempi duri per Gazprom: le difficoltà del
della regione caucasica. Contro l’egemonia di gigante. Il procedimento mette Gazprom, e
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MOST
quindi Mosca, di fronte a problematiche molto complesse, perdipiù in un contesto non
felicissimo per la compagnia russa che si
trova di fronte alla necessità di modernizzare
le proprie strutture, obsolete e quindi sempre
meno competitive. Per mettersi al passo coi
tempi servono capitali e Mosca sta tentando
di trovare un equilibrio tra le aperture agli
investitori stranieri (in particolare per quanto
concerne i giacimenti artici) e la volontà di non
perdere il controllo che di fatto esercita sulla
compagnia petrolifera. Proprio la questione delle
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“liberalizzazioni” sarà fondamentale nel futuro
della politica russa. A partire dagli anni ’90 il
governo si è mosso nella maniera esattamente
opposta arrivando a monopolizzare il mercato
energetico interno attraverso Gazprom; questo
per combattere il potere detenuto da quelli che
erano i “nuovi ricchi”, figli dell’ondata liberista
seguita alla fine dell’Urss. Ancora oggi questi
“clan affaristici” hanno un peso non irrilevante
e l’incrinarsi del controllo su Gazprom rischia di
aprire falle pericolose nella politica di Vladimir
Putin.
Ph.: Gazprom
Putin tra due fuochi. Tuttavia il pericolo
di perdere gli introiti derivanti dal mercato
europeo potrebbe decretare la fine di Gazprom,
e il fatto che il colosso russo stia pensando di
scindersi per distinguere il ramo produttivo da
quello distributivo, sembra essere un chiaro
segnale che le minacce dell’Unione non sono
cadute nel vuoto. Tanto più che per Mosca si
profila anche un “pericolo cinese”, con Pechino
che non vedrebbe negativamente un’Europa più
forte e indipendente con una Russia in difficoltà.
La Repubblica Federale e la Cina, infatti, sono
MOST
da tempo in stallo nella trattativa per il prezzo
del gas che dalla Russia viene venduto al paese
asiatico: Mosca vorrebbe legare il prezzo del gas
a quello del petrolio mentre il governo cinese
chiede sconti sul prezzo in base alla quantità di
combustibile acquistato.
Vladimir Putin deve quindi gestire una
situazione delicata, in cui se il mantenimento
della struttura attuale di Gazprom ne mette a
rischio la sopravvivenza, d’altra parte l’apertura
alle richieste europee (e cinesi) potrebbe implicare una resa alla politica della quale è
grande fautore il Presidente Medvedev, nonché
ai grandi finanzieri russi. Il tutto complicato
dall’importante operazione finanziaria con la
quale la Rosneft ha messo prepotentemente
i piedi in British Petroleum. A ottobre la compagnia statale russa ha difatti rilevato il 100%
della joint-venture russo-britannica Tnk-Bp,
diventando la più grande società petrolifera
quotata in borsa e portando il Cremlino a
dominare anche il mercato dell’oro nero, non
bastasse quello del gas.
Un’Unione Europea a doppia velocità?
Sull’altro versante della contesa non è semplice
neanche la posizione dell’Europa, che per il
25% dell’import di gas dipende dalla Russia
ed è costretta a fare i conti con la difficoltà
di impostare una politica comune ancora ben
lontana dall’essere raggiunta. Da un lato, la
necessità di nuove fonti di approvvigionamento
porta l’Ue a dipendere dalle decisioni azere
per quanto concerne il futuro partner del consorzio Shah Deniz II, a confidare inoltre nella
risoluzione tra Azerbaijan e Turkmenistan in
merito allo sfruttamento dei giacimenti del Mar
Caspio (con i due paesi partner dell’Unione Europea nel gasdotto transcaspico) e, infine, a
ridimensionare il progetto Nabucco; dall’altra
parte ci sono gli interessi particolaristici dei 27 a
ritardare le mosse dell’Unione. E se la mancanza
di una politica comune sembra essere il tratto
distintivo delle scelte energetiche europee, il
fatto che le prese di posizioni più forti contro
Gazprom vengano dall’Europa Centro-Orientale
è significativo di come il gas russo rischi di
frammentare il panorama politico del vecchio
continente.
Il gioco delle coppie sui gasdotti. Paesi
come Francia, Germania e Italia hanno un certo
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24
MOST
potere di contrattazione con Gazprom, mentre
repubbliche ex sovietiche quali Polonia o Ucraina
dipendono del tutto dalle importazioni dalla
Russia: una differenza che potrebbe creare, per
non dire accrescere, la realtà di un’Europa a
doppia velocità. A far tribolare l’Unione Europea
è anche la presenza di compagnie petrolifere
con forti interessi finanziari a collaborare con
Mosca, con le conseguenti problematiche politiche. Mentre l’Unione investe su progetti come
Nabucco, l’italiana ENI è tra i principali partner
di Gazprom in South Stream, che di Nabucco
è diretto concorrente; mentre Mosca minaccia
l’Europa Centro-Orientale attraverso la chiusura
dei rubinetti energetici, forti interessi tedeschi
sostengono North Stream, il gasdotto russo
nato proprio per evitare il transito nell’Europa
Centro-Orientale.
La politica di Mosca di favorire accordi bilaterali
per le sue forniture energetiche di certo non
aiuta la cooperazione tra stati europei: per
una Bulgaria che ottiene sconti in cambio
dell’ingresso in South Stream, c’è una Lituania
che si appella all’arbitrato della Camera di
Commercio di Stoccolma denunciando il
sovrapprezzo messo in atto da Gazprom. La
Polonia, sostenuta dai paesi baltici, addirittura
ha firmato importanti contratti energetici con
il Qatar per importare gas e diventare una
sorta di distributore per i paesi vicini, mentre
l’Ungheria, andando contro tutte le direttive
europee miranti alla liberalizzazione del
mercato, nazionalizza E.ON, che controlla il
65% del gas ungherese; per finire l’Ucraina,
forse sfiduciata dalla protezione di Bruxelles
contro Mosca, decide di rivolgersi direttamente
al produttore prendendo informazioni per un
eventuale ingresso nel consorzio che gestisce il
progetto TANAP.
Rischiare il tutto per tutto. Si potrebbe quindi
prefigurare una spaccatura in seno all’Ue tra
paesi più propensi ad una collaborazione con
Mosca ed altri che, anche per le loro vicende
Ph.: Dean Terry
MOST
storiche, hanno rapporti più problematici con
il Cremlino. La questione è delicatissima ai fini
di una futura politica europea, e le possibili
sanzioni contro Gazprom potrebbero mettere in
discussione le strategie energetiche dei singoli
paesi membri dell’Ue proprio nel momento in
cui la “battaglia per le pipelines” si fa sempre
più serrata e vitale. Unione Europea e Russia
rischiano di essere due grandi sconfitte dagli
eventi, costrette a trovare accordi per reciproco
interesse, con un occhio vigile sulla Cina. In
ogni caso, la questione dell’”appartenenza”
dell’Europa Centro-Orientale rischia di diventare
oggi più che mai un fattore destabilizzante, e
foriero di complicazioni geopolitiche.
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26
MOST
Ph.: Bolshakov
DAGHESTAN
Prove di tolleranza a Derbent
Giovanni Bensi
Derbent è il centro storico e culturale del
Daghestan. Quando gli arabi musulmani
conquistarono la città la chiamarono Bāb alAbwāb, la “Porta delle Porte” perchè apriva le
vie verso il Grande Caucaso. Oggi il Daghestan
è al centro di conflitti etnici, religiosi e politici
che lo mantengono sempre in una situazione di
pre-guerra civile con pericolo di invasione da
parte della Russia, di cui pure è una repubblica
autonoma.
il governo daghestano, appoggiato dal
“clero” musulmano “confraternale” (sufico)
e moderato, annuncia continuamente piani
che danno luogo a interminabili dibattiti e
discussioni, ma raramente portano a risultati
concreti. Recentemente l’uccisione, ad opera
di una donna-kamikaze legata agli ambienti
salafiti, dello sheykh Said Afandi Cirkawi, l’ustād
(“maestro”) più autorevole della confraternita
sufica Naqshbandiyya, ha segnato un ulteriore
punto a favore della violenza e della guerra
Uno dei problemi che preoccupano le autorità civile.
è quello dell’estremismo islamico, i cosiddetti
salafiti e wahhabiti che, secondo la versione Il documento: la Dichiarazione di Mosca.
ufficiale, sono estranei all’islam locale e Questi problemi sono stati trattati appunto a
sarebbero penetrati nella regione al seguito Derbent, nel corso di una tavola rotonda dedicata
di al-Qa’eda e di infiltrati taliban afghani e alla “resistenza contro l’estremismo religioso
pachistani sulla scia delle guerre cecene. Per e il terrorismo”, in particolare all’educazione
tentare di contrastare l’opera degli estremisti, della gioventù nello spirito della tolleranza
religiosa. La discussione ha scelto come base la
“Dichiarazione di Mosca sulle questioni del jihad,
dell’applicazione della norme della shari’a e sul
califfato”, adottata da una conferenza di teologi
musulmani, russi e stranieri, riuniti a Mosca e a
Groznyj il 25-27 maggio 2012 con il patrocinio
del Cremlino. Il documento ha un orientamento
decisamente antifondamentalista, anche se
una certa diffidenza è certamente suscitata dal
fatto che fra gli sponsor vi è anche il leader
ceceno Ramzan Kadyrov.
MOST
A sua volta il prof. Komeb Djalilov, membro
del Centro di ricerche strategiche presso il
presidente del Tagikistan (Emomali Rakhmon)
così esemplifica la wasatiyya: essa “significa
che il musulmano è obbligato a verificare,
letteralmente ogni giorno come il suo
comportamento corrisponda alla realtà, a
evitare gli estremi e il dogmatismo che possono
condurre il musulmano e tutto il mondo islamico
alla stagnazione e ad un’ancor maggiore
decadenza di civiltà. Il dogmatismo, - ragiona
ancora Djalilov, - di fatto, non è proprio all’islam,
ma col tempo questa ideologia è penetrata
nell’islam ed in un certo periodo è diventata
dominante, generando l’estremismo. Esso, sostiene ancora il professore tagiko, - matura
dentro il dogmatismo religioso, come antitesi
alla stagnazione e impedisce al musulmano di
cercare la “via mediana” indicata nel Corano. Il
principio coranico della wasatiyya, - conclude
Djalilov, - praticamente era caduto nell’oblìo
fino agli attentati dell’11 settembre 2001 e di
essa alcuni ricercatori si sono ricordati solo
dopo questa tragedia”.
La “via mediana” all’islam. L’idea base della
“Dichiarazione” è che il musulmano moderno,
che vive in una società pluralista, deve ispirarsi al
principio della wasatiyya, un termine, presente
nel Corano, che significa “centralità”, “via
mediana”, ma anche “compromesso”, e indica
l’atteggiamento del musulmano che sa adattare
la propria vita alle cangianti situazioni storiche
e ambientali. Esiste un trattato dell’esegeta
islamico medievale Ibn-Taymiyya (XI-XII
sec.) intitolato “Šarh al-aqida al- wasatiyya”,
(“Spiegazione della dottrina della via mediana”)
che può essere istruttivo a questo proposito
(anche se, per altri versi, Ibn Taymiyya ha un La posizione sulla jihad. Tornando alla
posto fra i padri del fondamentalismo).
“Dichiarazione” di Mosca, essa, riferendosi
Ph.: Bolshakov
27
28
MOST
Ph.: Bolshakov
anche a idee presenti nell’islam mondiale,
accredita la wasatiyya (accettazione del mondo
moderno) come l’opposto del jihad (“guerra
santa”), ovvero dell’ostilità violenta contro la
modernità in nome di pretesi “fondamentali”
dell’islam. Gran parte del documento è dedicata
infatti all’illegittimità dell’uso del jihad come
strumento di lotta politica e di “arma” contro
i non musulmani. Nel documento moscovita
leggiamo, per esempio, che è “inammissibile
ridurre l’islam al jihad e il jihad all’islam”, oppure
che “gli omicidi, gli attentati, le esplosioni
compiute dai fanatici nel Caucaso e altre regioni
sotto lo slogan del jihad (...) in realtà non sono
jihad e non hanno alcuna relazione con esso”.
Inoltre “la miscredenza (“kufr”) non è un motivo
che giustifica il commettere aggressioni verso
le persone, attentati contro la loro vita e le
loro proprietà”. Insomma, una condanna delle
dottrina e della prassi delle forze integraliste.
Alla tavola rotonda di Derbent, in particolare,
ha preso parte N. Kazimov (Qazimov) direttore
del GUO (“Glavnoe Upravlenie Obrazovanija”),
“Direzione Generale dell’Istruzione”) il quale
ha insistito sul concetto che “l’educazione
della gioventù nello spirito della tolleranza
(wasatiyya), basata sui principi umanitari
della moralità, è uno dei cardini fondamentali
della politica dello stato”. Nè poteva mancare
un intervento del presidente del Daghestan
Magomedsalam Magomedov, un uomo di
Vladimir Putin, che ha auspicato “un pianificato
e sistematico lavoro negli istituti di istruzione
della città per creare un’atmosfera stabile e
un’ambiente etico-spirituale sano nella società”
attraverso la lotta contro i jihadisti e la pratica
della wasatiyya.
Una giusta risoluzione. Dopo aver discusso
la Dichiarazione di Mosca, i convenuti di
Derbent hanno approvato una risoluzione che,
asseriscono, “aiuterà a superare le discordie e a
formulare una chiara posizione nella questione
dell’insegnamento della religione negli istituti
di istruzione della città”, evidentemente con
l’insistenza sulla tolleranza interconfessionale.
La risoluzione non propone però misure concrete
per favorire la convivenza fra musulmani
“confraternali” e “salafiti”, sostenitori della
wasatiya o del jihad, cercando di riportare questi
ultimi nell’alveo della tolleranza sulle orme della
dottrina coranica della wasatiyya. Per questo,
forse, i tempi non sono ancora maturi.
SOCIETÀ
MOST
30
MOST
Ph.: Silvia Padrini
ALEVITI
Storia di una minoranza nel cuore della Turchia
Silvia Padrini
In Turchia sono sei milioni. O forse quindici. abbassare il più possibile l’impatto demografico
di una minoranza presente sul territorio. Dalla
Magari venti.
parte della fetta di popolazione indagata, poi,
Le stime demografiche sugli aleviti non potreb- si manifestano due forze contrapposte. Da un
bero essere più vaghe. Quello che è certo è che lato, le associazioni per la tutela della minoranza
essi rappresentano la più consistente minoranza alevita puntano su numeri molto consistenti per
religiosa presente in Anatolia, nonché uno dei dare sostegno alle istanze di riconoscimento
gruppi più perseguitati e sotto-rappresentati e tutela della propria identità; dall’altro è
delle storia ottomana e turca. Se dell’etnia sempre stato molto difficile, nell’ambito delle
curda si è (a ragione) tanto parlato, una coltre indagini demografiche, distinguere gli aleviti
di ignoranza e disattenzione ha invece soffocato dal resto della popolazione e ciò ha portato a
nel nulla la questione alevita.
stime fortemente al ribasso. Questa tendenza
si deve alla secolare pratica della taqiyya o
Uno studio del 2008 commissionato dall’esercito
dissimulazione, esercitata dalla maggioranza dei
parla di una decina di milioni di appartenenti al gruppi sciiti per sfuggire alle tante persecuzioni
gruppo etnico-religioso degli aleviti, ma in altre susseguitesi nel corso della storia islamica.
stime essi appaiono raddoppiati o dimezzati.
Le ragioni di questa incredibile distanza tra Setta sciita o gruppo extra islamico? Le
cifre sono principalmente tre. In primis, la peculiarità della comunità alevita. La traditendenza naturale delle stime governative ad zione alevita, dall’origine controversa e dibattuta,
affonda le proprie radici probabilmente nel XIII
secolo. Come i drusi, gli yarsa e gli alauiti, gli
aleviti derivano da quel gruppo appartenente
alla shi’a che decise di seguire Alì -il cugino e
genero di Mohammed- creando una corrente
all’interno dell’islam che non è mai riuscita a
liberarsi dell’etichetta di “deviante”. Per gli
aleviti, come per gli altri gruppi sciiti nel mondo,
è quotidiana anche la messa in discussione della
loro appartenenza alla comunità musulmana.
Nel caso della minoranza turca, i rituali e alcuni
precetti si discostano alquanto da quelli che un
musulmano sunnita considera obbligatori per
ogni fedele.
Non una moschea (camii in Turco), bensì una
Cemevi è il luogo dove la comunità alevita
si ritrova per le preghiere. Il dede, guida
spirituale, conduce la cerimonia, chiamata cem
e caratterizzata da un’importante presenza di
musiche e danze che si deve alle forti influenze
del misticismo sufi nella corrente. Un altro
fattore di distinzione è la lingua della preghiera.
Se i musulmani sunniti di tutto il mondo
sono accomunati dalla recita delle preghiere
nella lingua di Allah, cioè l’arabo coranico, le
cerimonie alevite si svolgono in turco o, talvolta,
in curdo. I precetti coranici assumono un valore
e una priorità diversi nella prospettiva alevita e
alcuni principi “illuminati” sono alla base della
professione di fede: l’amore e il rispetto per
tutti, la tolleranza verso le altre religioni ed
etnie, il rispetto per i lavoratori e l’uguaglianza
tra uomo e donna, anche nella preghiera.
Tra le varie fonti di confusione rispetto a questa
comunità dell’Anatolia pressoché sconosciuta,
ci sono anche i vari nomi e categorie con i
quali essa viene riconosciuta. Ad esempio, gli
aleviti sono chiamati anche Bektashi, per il loro
forte legame tradizionale con Hajji Bekhtash
Veli, un santo del XIII secolo. Lasciate da
parte le questioni di definizione, il problema
principe rimane il costante tentativo turco di
omologazione culturale ai danni delle minoranze.
Aleviti e Turchia: tra persecuzioni, dissimulazione e partecipazione politica. Quando si parla poco di qualcosa è perché il soggetto
non esercita grandi influenze, oppure perché
conta troppo e a qualcuno non conviene.
Così ci chiediamo: quanto incide la presenza
alevita in Turchia? Oggi, individui di fede ed
etnia alevita si trovano pressoché in ogni parte
MOST
della Turchia, ma originariamente la comunità
si era sviluppata in Anatolia Centrale. La città
di Tunceli (un tempo Dersim) è ancora oggi a
maggioranza alevita, e rimane l’unica in tutta la
Turchia a presentare questa condizione. A causa
della forte migrazione dalle campagne alle città
avvenuta a partire dagli anni ‘60, molti aleviti
abitano nelle grandi metropoli della Turchia
occidentale, come dimostra il gran numero di
cemevi presente ad Istanbul: più di sessanta,
sette nel solo quartiere di Ümraniye.
I capitoli della storia che raccontano la problematica relazione tra aleviti e politica in Anatolia
sono dominati dalle ostilità e dalla perpetua
condizione dei primi di minoranza indesiderata,
quando non perseguitata. Durante l’impero
ottomano, secondo la costituzione, l’unica religione di stato era l’islam (inteso come sunnita)
e gli aleviti di conseguenza erano considerati
eretici; la situazione non migliorò con le Tanzimat né con l’avvento dei Giovani Turchi che, per
affermare l’identità turca, praticarono azioni di
assimilazione forzata o espulsione nei confronti
di coloro che differivano per etnia, religione, o
lingua.
Uno spiraglio di luce le comunità alevite lo
videro con l’arrivo di Mustafa Kemal. Una
delle sei “frecce” a fondamento della nuova
Repubblica turca era infatti il secolarismo, e con
esso la promessa di un’uguaglianza formale e
sostanziale a tutti i livelli della società e della
politica. II tenace sentimento anti-religioso,
però, colpì anche la religione alevita che fu
abolita come istituzione e fu costretta a rimanere in vita soltanto attraverso l’aspetto “culturale”. Le belle speranze riposte in Atatürk
furono tradite rapidamente anche da pesanti
dichiarazioni dello stesso, che nel ‘35 li definì
“un ascesso che va distrutto”. Nonostante
questo, gli aleviti mantengono ancora oggi
un’incrollabile fiducia nel kemalismo. Dopo soli
tre anni dalle minacciose parole del Presidente,
avvenne l’episodio più doloroso nella memoria
alevita.
Nel 1938 a Dersim (oggi Tunceli) le autorità
reagirono a un’insurrezione curda con una
sproporzionata e violenta repressione, finita col
sangue di oltre 13mila vittime. Oltre a queste,
22mila persone furono costrette all’esilio e una
generazione di bambini cresciuti negli orfanotrofi
fu sottoposta a una sistematica operazione
31
32
MOST
di “turchizzazione”. L’obiettivo non era,
evidentemente, il mantenimento del semplice
ordine pubblico durante un’insurrezione e,
come emerso da documenti recuperati in tempi
recenti, il progetto era già nell’aria da almeno
tre anni. Nonostante le sue dimensioni lo
inscrivano tra i peggiori traumi vissuti da questa
comunità, l’episodio appena riferito è solo uno
di un’inquietante serie di massacri. Dagli anni
‘60 in poi la Turchia visse gli eventi di Çorum,
Malatya, Maras, Gazi, fino a giungere alla strage
di Sivas del 1993 in cui, in un culmine di odio e
follia alcuni uomini diedero fuoco ad un albergo
che ospitava musicisti e cantanti nel giorno in
cui celebravano Pir Sultan Abdal, un santo e
poeta molto venerato nella tradizione alevita.
Quel giorno, a Sivas, in un comune albergo, 37
persone morirono bruciate vive.
Le famiglie alevite non sono nuove alla triste
necessità di spostarsi, fuggire, nascondere
la propria appartenenza. Come lo è stato nel
corso di centinaia di anni per le tante minoranze
presenti nell’universo musulmano, la pratica
della dissimulazione ha costituito un fattore
chiave per la sopravvivenza. La diffidenza nei
Ph.: Adam Franco
confronti dell’esterno ha portato la comunità
alevita a chiudersi. Negli anni ‘70 si assiste però
ad un fenomeno nuovo: solleticati dal vento
delle teorie marxiste che in Turchia ha soffiato
forte, gli aleviti per la prima volta rivendicano
apertamente il diritto alla propria identità. La
classe media e gli studenti si risvegliano e
denunciano a gran voce i tentativi di assimilazione
attuati dallo Stato turco. La dissimulazione
lasciava il posto alla protesta politica. Come nel
caso di altri movimenti sessantottini, però, il
periodo di spinta rivoluzionaria finì con qualche
importante risultato e molte richieste lasciate
cadere nel vuoto.
La non rappresentanza, l’apertura al
dibattito e il coinvolgimento nelle questioni
Turchia-Siria: l’attualità di una minoranza
oscurata. Ciò che è più importante per una
minoranza è il riconoscimento della stessa
come parte della sfera politica del Paese in cui
risiede. Il non sentirsi estranei, ma cittadini
a tutti gli effetti. Lunghi anni di lotta politica,
richieste e rivendicazioni non hanno portato a
risultati soddisfacenti da questo punto di vista.
Nel 2010 un solo membro del parlamento turco
MOST
faceva parte della comunità alevita. Come è
noto, per quanto le stime siano approssimative,
la percentuale di popolazione alevita in Turchia
è ben superiore all’1%.
Erdoğan aveva dato il via a un confronto sul
tema delle minoranze a cui gli aleviti sono
interessati doppiamente, dal momento che
un terzo di essi è anche di etnia curda. Il
programma istituzionale prevedeva degli
incontri tra il governo e i rappresentanti della
comunità. La frammentazione interna e la
diffidenza nei confronti dello Stato ha portato
anche questo progetto di avvicinamento a un
punto morto. Ali Balkız, il presidente della
Federazione Alevi-Bektashi, ha espresso il suo
scetticismo confidando che piuttosto che di
avvicinamento, questi tentativi da parte del
governo potrebbero definirsi di “assimilazione
dalla parlata suadente”. In questi giorni, la
notizia dell’inaugurazione di un monumento per
commemorare le tante vittime del massacro
di Dersim che non ebbero nemmeno una
degna sepoltura lascia pensare ad una grande
opportunità, sia per gli aleviti che per il governo.
Un altro problema di fondo affligge la società
turca contemporanea e si riscontra nell’effettiva
disuguaglianza di trattamento tra le fedi presenti.
Una dimostrazione palese la offrono l’esistenza
e il funzionamento del Diyanet, ovvero il
Direttorato generale per gli affari religiosi.
Questa istituzione, foraggiata dallo Stato con
circa un miliardo di dollari l’anno provenienti
dalle tasche di tutti i contribuenti, rappresenta
solo ed esclusivamente la prospettiva e gli
interessi sunniti. Lo ha apertamente ricordato il
presidente della Repubblica Gül pochi mesi fa nel
definirla responsabile dell’importante compito
di “insegnare la nostra religione alla nostra
gente nel modo più corretto, pulito, conciso e
condurli lontani dalla superstizione” [corsivo
del redattore]. Una perfetta interpretazione del Riaprire pagine di storia archiviate da tempo
accettando e accertando la verità da un lato e
concetto di libertà religiosa a la turca.
dall’altra parte insistere e dialogare sui diritti di
Qualche timido accenno di cambiamento, cittadinanza che spettano in modo eguale a tutti
tuttavia, si nota negli ultimi tempi. Nel 2011 i cittadini della Turchia può essere un ottimo
il presidente del Diyanet Görmez ha visitato punto di partenza per affrontare una grande
una cemevi di Istanbul, simboleggiando questione irrisolta. La Turchia è chiamata a
un’apertura verso il riconoscimento delle stesse farlo da più fronti, prima di tutti quello europeo,
come luoghi di culto. Ancora prima, nel 2009, e non può continuare a sfoggiare l’espressione
33
MOST
“diritti umani” attraverso operazioni di chirurgia
plastica politica. È necessario arrivare alla
sostanza, affrontare il cuore dei problemi.
Anche perché, spesso, instabilità interna può
significare instabilità esterna.
34
Gli aleviti sono sempre stati una minoranza
dalle rivendicazioni non armate, pacifiche ed
espresse sin troppo sottovoce per uno Stato
che non ascolta. La situazione di crisi nel sud
della Turchia a causa della guerra in corso in
Siria potrebbe vedere un altro attore entrare in
gioco: proprio gli aleviti della provincia di Hatay
(circa 500mila persone). Gruppi neo-nazionalisti
hanno sfruttato il momento di subbuglio per
cercare di politicizzare gli aleviti di questa zona,
probabilmente nel doppio tentativo di provocare
Ph.: Silvia Padrini
un conflitto etnico ad Hatay e spingere il
governo turco ad abbandonare la sua attuale
politica anti-Assad. Tra i possibili ulteriori fattori
di crisi, la vicinanza culturale tra aleviti turchi e
alauiti siriani. Nonostante siano due comunità
diverse e indipendenti, esse condividono la
stessa origine (Aleviti è la pronuncia turcofona
di alauiti e deriva da “Alì”) e il sentimento di
risentimento nei confronti della prepotente
maggioranza sunnita.
Una particolare attenzione alle minoranze,
anche quelle dai contorni offuscati e meno
sostenute dalla comunità internazionale, è
dunque strumentale all’ordine e alla pace, oltre
che necessario per potersi definire, a buon
ragione, una democrazia.
MOST
35
Ph.: Andrea Brignoli
A SCUOLA VENGO ANCH’IO! NO, TU NO
L’accesso all’istruzione per i bimbi Rom in Est Europa
Simona Mattone
Parlare di Rom non è semplice. Affrontare la
questione da un punto di vista neutro non è
impossibile, ma questo accade di rado. Si aprono
scenari vasti dai collegamenti controversi, ma
dai termini comuni: integrazione, rispetto, diritti
umani, parassitismo, povertà, eguaglianza,
democrazia, inclusione, istruzione. Proviamo a
semplificare le cose.
della minoranza etnica più numerosa d’Europa
dipenda esclusivamente dalla sua scarsa
alfabetizzazione. Ipotizziamo anche che
questo dipenda da un atteggiamento restio
all’integrazione. Immaginiamo adesso uno Stato
che spenda risorse e soldi pubblici in politiche
di intervento e di inclusione per convincere
queste genti che i bambini hanno il diritto e il
dovere di frequentare le scuole, e che questo
Poniamo il caso, per esempio, che il problema darà loro gli strumenti per ottenere un lavoro
della discriminazione e della marginalizzazione dignitoso. Nella nostra rapida fantasia qualche
36
MOST
famiglia arriverebbe forse a comprendere il Europea dei Diritti Umani, che aveva ordinato alla
valore dell’educazione e rinuncerebbe all’ausilio Croazia di prendere significativi provvedimenti
dei bambini a casa, nei campi, per strada.
(caso Oršuš and Others v. Croatia, Application
no. 15766/03). Nella regione di Medimurje i
Come la mettiamo però se proprio il primo tassi di assenteismo e abbandono precoce della
giorno di scuola a questi bambini fosse negato scuola raggiungono quasi l’84 per cento per i
l’accesso?
bambini Rom, e il fenomeno della segregazione
in classi speciali è ancora ricorrente.
Il fatto. È successo a Gornji Hrašćan, in Croazia,
il 17 settembre. A un gruppo di bambini Rom è Se da una parte alle comunità zingare risulta
stato impedito di partecipare al primo giorno in difficile mandare i propri figli a scuola - le cause
un asilo misto a causa di una protesta di genitori sono varie: ignoranza, povertà, precedenti
non-Rom, sotto gli occhi inerti della Polizia esperienze negative di integrazione-, è anche
presente sul posto. I bambini arrivavano da vero che l’atteggiamento dei genitori non-Rom
una precedente struttura, la scuola di Macinec, è spesso di resistenza verso norme nazionali
troppo piccola per poter contenere tutti. La che supportano formalmente le scuole miste e
contea di Macinec, il Ministero dell’Educazione e integrate.
il Roma Education Fund avevano infatti stabilito
in totale accordo il trasferimento nei locali di Le motivazioni della protesta a Gornji Hrašćan
Gornji Hrašćan. Dopo l’incidente, i bambini contro l’arrivo dei bambini Rom, e si badi bene
sono stati riportati alla scuola di Macinec, dove che parliamo di bambini in età prescolare, dai
hanno iniziato le attività in modo regolare a tre ai sei anni, risiedono in questioni di igiene e
partire dal giorno seguente la protesta.
disciplina, dicono i genitori. Le preoccupazioni,
così forti da arrivare a bloccare l’ingresso di una
La condizione scolastica di Macinec era stata scuola, concernono il rallentamento che i Rom
definita discriminatoria due anni fa dalla Corte imporrebbero sul processo di apprendimento
Ph.: Andrea Brignoli
MOST
della classe. Gli stessi genitori ci tengono a con numeri e dati poco chiari: il censimento
specificare di non avere niente contro i Rom: dei Rom è un annoso problema, per lo scarso
“Noi non siamo razzisti, però...”.
impegno dei governi che preferiscono ignorare
la questione, ma anche a causa dei Rom stessi
A questi scrupoli la legge croata risponde con spesso riluttanti all’identificazione con un gruppo
chiarezza: dal 2010 la scuola è obbligata a fornire etnico. La collezione dei dati è inoltre ostacolata
assistenza speciale ai bambini che non hanno da alcune legislazioni che impedirebbero la
una perfetta padronanza del croato e sono stati raccolta su base etnica. Lo studio No Data,
quindi introdotti dei test specifici per valutare le No progress (OSI, 2010), evidenzia come la
forme appropriate di assistenza a ogni singolo mancanza di cifre attendibili costituisca uno dei
bambino. Per accontentare l’Europa, le autorità principali fattori di fallimento della lotta contro
croate dichiarano che classi speciali solo per l’ineguaglianza e la discriminazione.
Rom non esisteranno più come conseguenze di
tali misure. Queste saranno sostituite da lezioni I numeri. La più grande minoranza europea
di lingua, organizzate in modo che chi ne debba conta circa 12 milioni di persone ed è una
usufruire possa frequentare le principali attività popolazione giovanissima: il rapporto RECI rileva
della scuola e della classe mista cui appartiene. un’età media sui 25 anni contro i 40 dell’Unione
Europea nel complesso. La prospettiva di vita è
Un documento importante: il rapporto tuttavia al di sotto della media a causa di scarsa
ECRI. Questo è quanto emerge dal recente igiene e delle condizioni di vita più rischiose che
Rapporto
ECRI
(European
Commission riguardano larga parte dei Rom, a cui le cure
against Racism and Intolerance) di settembre sanitarie sono spesso negate. Il 35,7% del
2012, secondo il quale il governo croato ha totale ha un’età al di sotto dei 15 anni (mentre
incrementato le proprie misure per un accesso nell’UE gli under 15 raggiungono appena il 15,7%
equo all’istruzione e all’educazione, anche a dell’intera popolazione) e solo una piccola parte
quella prescolare. Non vengono nascosti però di questa fetta riceve un’educazione scolare
dubbi e motivi di allarme tra cui la scarsa rap- primaria completa. UNICEF stima che solo un
presentanza dei gruppi minoritari nel settore Rom su quattro non-Rom riesca a completare
delle pubbliche amministrazioni e un numero la scuola primaria. L’educazione di grado più
sempre troppo vasto di individui Rom senza alto è ancor meno praticata: incrociando le
documenti di identità e di cittadinanza. Il Rap- stime, solo un numero compreso tra il 10 e il
porto RECI (Roma Early Childhood Inclusion) 36% dei Rom raggiunge la scuola secondaria,
sponsorizzato da Open Society Foundation, Ro- mentre nei quattro paesi considerati meno del
ma Education Fund e Unicef, mette luce sulle due per cento ha accesso ai livelli più alti. A
continue violazioni dei diritti dei bambini Rom, una tendenza europea occidentale che vede
ai quali il diritto all’educazione e all’istruzione è tassi di istruzione in crescita per le donne, si
quasi del tutto precluso, a ogni livello.
oppone un Est in cui l’abbandono degli studi
è un fenomeno a maggioranza femminile. Un
La ricerca si ripropone come studio dei tassi e dato scoraggiante sul fronte delle opportunità
delle politiche di inclusione in quattro pae-si di genere e anche di quelle infantili, se si pensa
dell’Europa dell’Est - Repubblica Ceca, Macedo- che è stata dimostrata la correlazione tra il
nia, Serbia e Romania - e come monito per un livello di istruzione della madre e il successo o
miglioramento della situazione, sottolineando delle difficoltà del bambino a scuola.
l’importanza dell’età prescolare nella formazione
di un essere umano. Mentre gli studiosi insistono La discriminazione nelle scuole: fattori.
sull’importanza dell’educazione prescolastica I principali elementi discriminatori sofferti
per la crescita e la formazione del carattere, dai Rom in fatto di istruzione vanno dalla
questa è pressoché inarrivabile per I bambini mancanza di servizi alle procedure di iscrizione
Rom: in tutta Europa solo il 20 per cento riesce che privilegiano famiglie con doppie entrate
ad accedere ad asili e scuole materne.
salariali, ma includono anche gli ambienti
scolastici ostili, la segregazione in scuole o
La difficoltà più grande espressa dagli autori classi ‘speciali’ e, non ultimi, rapporti dialettici
del rapporto citato risulta quella di lavorare di frequente basati su stereotipi e ostilità. La
37
MOST
percezione prevalente riguardo la minoranza
Rom è pessima: sull’esempio del caso di Gornji
Hrašćan, il 25% degli intervistati in Romania
dichiara che i bambini Rom non dovrebbero
giocare con gli altri, il 35% mette in guardia
dai quartieri misti, e oltre il 60% approva e
legittima i trattamenti discriminatori rivolti ai
Rom. I dati si riferiscono a ricerche condotte in
Romania, ma l’attitudine è diffusa anche su altri
territori: sempre più spesso si registrano atti di
violenza dovuti alla sola appartenenza etnica.
di assistenza sociale. Si registra inoltre come il
settore del lavoro nero e grigio usufruisca in
modo prevalente dei lavoratori Rom, I quali
hanno ovviamente un impatto economico,
soprattutto laddove si concentrano i gruppi più
grandi: in Romania circa il 21% degli ingressi
nel mondo del lavoro è di appartenenza Rom,
mentre in Bulgaria si arriva al 23%. Tra il salario
percepito dai Rom quello della maggioranza
della popolazione c’è però addirittura un 50%
di differenza. La nota della World Bank stima
che i benefici economici che deriverebbero dal
Quali gli effetti della discriminazione lavoro Rom in Europa centro-orientale e nei
dei Rom? Oltre a compromettere i livelli Balcani potrebbero totalizzare un giro d’affari
di democrazia e di benessere di un paese, annuo tra i 3.4 e i 9.9 miliardi di euro.
l’esclusione dei Rom dall’istruzione e dal mondo
del lavoro ha un costo economico rilevante. A Secondo il quadro europeo per le strategie
dirlo è la Banca Mondiale, che nel 2010 durante nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020 lo
il secondo Summit Europeo sui Rom ha esposto stato di emarginazione è causato dalla mancanza
in una policy note i benefici economici derivanti dell’educazione di base necessaria per trovare
dall’eliminazione della differenza di produttività un lavoro dignitoso. Lo stesso programma
tra la comunità zigana e la popolazione di paesi osserva che la qualità dell’istruzione ha un
quali la Bulgaria, la Romania, la Repubblica impatto potente sulla crescita economica.
Ceca e la Serbia. Dallo studio emerge che la
comunità Rom vorrebbe lavorare, ma ha serie Uno sguardo alle leggi. Le legislazioni nazionali
difficoltà a trovare un impiego. La percezione di Romania, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria
pubblica è invece che i Rom siano restii a mostrano diverse debolezze. A mostrarlo è il
contribuire alle attività produttive, come dei rapporto NRIS di Open Society Fundations, che
parassiti della società, dipendenti dai programmi mette in evidenza come nuove leggi e statuti
vengono sì scritti, ma solo di rado applicati e
perseguiti dalle autorità pubbliche per ottenere
Ph.: Andrea Brignoli
risultati efficaci e misurabili. Le legislazioni di
tutte le nazioni analizzate possono considerarsi
antidiscriminatorie, anche se le minoranze sono
spesso incapaci di affermare e difendere i propri
diritti in caso di violazioni e abusi.
38
La Corte Europea per i Diritti Umani ha più
volte condannato la pratica della segregazione
dei bambini rom in scuola ‘speciali’, eppure
questa è ancora largamente diffusa. I genitori
Rom vengono incentivati, attraverso promesse
di pasti e libri gratuiti, a iscrivere i propri figli
nelle scuole segregate, dove i figli otterranno
una qualificazione scarsamente considerata
dal mondo del lavoro, e alimentando un vero
circolo vizioso.
Un’altra debolezza risiede nella clausola
contenuta spesso nelle norme e nelle politiche
pubbliche per l’integrazione: l’intervento è
possibile solo in base a disponibilità di budget
e di priorità determinate. Leggi e regolamenti
MOST
Ph.: Barbro Björnemalm
confusi, poco concreti, che si scontrano modificare le cattive abitudini, soprattutto in un
con complesse procedure burocratiche che periodo di crisi economica e finanziaria come
rappresentano un reale ostacolo per persone quella attuale.
analfabete: “la ricetta per l’inattività”.
La Serbia è un’eccezione alla regola, da un punto
Alcuni esempi: il Concilio del Governo Ceco di vista meramente legislativo. Una legge del
per gli Affari della Comunità Rom (RVZRM), 2009 riconosce a tutti i bambini pari opportunità
garante del Roma Integration Concept, non di apprendimento e istruzione. “L’inclusione è
è autorizzato a forzare la realizzazione delle vista come intrinseca alla missione, ai valori, alle
misure del Concept o a sanzionare qualora pratiche della pubblica educazione”. I bambini
l’implementazione non avvenga.
disabili, quelli con difficoltà nell’apprendimento
e quelli appartenenti a gruppi socialmente
Sono apprezzati invece i toni della strategia sensibili non saranno più segregati in luoghi e
nazionale ungherese, che si riferisce al classi speciali, ma verrà fornito loro il supporto
principio di inclusione come un processo che necessario nelle scuole principali, attraverso
deve coinvolgere in modo eguale la minoranza attente e qualificate valutazioni (che avverranno
e la maggioranza: è importante che tutti nella lingua madre del bambino). La scuola
comprendano il beneficio e l’interesse per è inoltre obbligata a sviluppare programmi
l’intera comunità che deriva dall’inclusione dei individuali con chi ne ha bisogno, compresi
Rom, promuovendo una prospettiva positiva per corsi di Serbo per le minoranze. Un’altra legge
la diversità e un comune legame di cittadinanza del 2010 delinea i principi dell’educazione
ungherese, si dichiara. Nel piano d’azione però prescolare per incrementarne lo sviluppo e le
non sono incluse misure abbastanza forti da istituzioni. Addirittura prevede “l’asilo mobile”,
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40
MOST
un programma specifico per le regioni distanti azioni di coordinamento e di supporto ai vari
dai grandi centri abitati.
stati membri e candidati: il periodo 20052015 è stato nominato Decade dell’Inclusione
I progetti in Serbia sono molti, ci sono i dei Rom, e su questa linea si comprendono gli
finanziamenti dall’EU-IPA (Instrument for Pre- impegni formali di molti governi dell’Est Europa
Accession Assistance), le collaborazioni con in considerazione dei Rom.
l’OSCE, e così via. Nonostante ciò la tradizionale
riluttanza dei governi locali e della maggioranza “L’allargamento dell’Unione Europea ha portato
dei genitori degli altri bambini nell’accettare i attenzione sulle norme per i diritti umani nel
Rom a scuola rallenta l’implementazione di tali processo di adesione sia per i governi di nuovi
politiche. Infatti, il report nazionale della Serbia stati membri sia per i paesi candidati che hanno
stima che ancora tra il 30 e il 50% di bambini cercato di soddisfare i requisiti dell’UE. Eppure,
Rom siano collocati in asili considerati non così come negli Stati Uniti nei primi momenti
adatti alla loro età. I bambini zingari non hanno del movimento per i diritti civili, i governi sono
a loro disposizione risorse eguali, quali buoni lenti a tradurre la retorica fedeltà ai diritti
insegnanti, infrastrutture e materiali idonei alla umani in azioni politiche efficienti e funzionanti”
loro giovane età.
ha dichiarato John Shattuck, ex ambasciatore
americano in Repubblica Ceca. Le risposte però
Un quadro allarmante che dimostra come i buoni non possono arrivare solo dalla politica: così
propositi tendano a rimanere tali, soprattutto come in tutti i movimenti per i diritti umani,
se opportunistici e orientati a progetti più le lotte sono fatte dalle persone. Ed è questo
ampi ancora – pensiamo all’entrata in UE per che può compromettere il buon esito di tante
alcuni dei paesi di cui abbiamo parlato. Infatti politiche per l’integrazione: la mancanza di
l’Unione Europea è attivamente coinvolta in interazione.
Ph.: Nasim Fekrat
SPECIALE BALCANI
MOST
42
MOST
Ph.: Brian Eager
DOVE VANNO I BALCANI?
Giorgio Fruscione
La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per
il momento costretti a giocare secondo
le sue regole ma il cui intento reale è
tutt’altro – populista, di manipolazione
mediatica, intollerante e autoritario.
Conquisteranno molto spazio, se non
riformeremo rapidamente le nostre
democrazie. E non c’è ambito in cui
questa riforma sia più necessaria che in
seno alla stessa Unione Europea
Il futuro della regione balcanica, intesa in questa sede come il territorio una volta racchiuso
dai confini della Jugoslavia, è una questione
che non interessa soltanto gli addetti ai lavori,
esperti ed appassionati di geo-politica internazionale, ma anche chi, in qualità di semplice
cittadino di un Europa sempre più globalizzante, non abbia mai avuto possibilità di entrare
a contatto con le caratteristiche e gli elementi
che danno forma al “mondo balcanico”.
Per rispondere alla domanda “dove vanno i Balcani” è indispensabile cominciare con un analisi storica del percorso iniziato dalla regione
Paul Ginsborg vent’anni fa: dagli anni del conflitto a quelli
della lenta stabilizzazione, tuttora in corso. Un
analisi riguardante le dimensioni politiche e civili, tanto quanto quelle economiche sociali e
culturali, che hanno determinato la direzione
intrapresa dalla ex Jugoslavia nel suo difficile
percorso di transizione. A tal fine, sarà necessario trattare l’ oggetto di studio talvolta come
l’insieme delle ex repubbliche jugoslave, considerate singolarmente per le diverse caratteristiche di ciascuna; e altre volte invece come
quell’ex stato federale in cui permangono strette relazioni tra le sue nazioni e le cui comuni caratteristiche interne fanno sì che si possa
parlare anche di un destino comune.
Una difficile transizione. A vent’anni dal collasso jugoslavo infatti, ci troviamo ad analizzare un soggetto socio-politico composto da
sei stati sovrani (più il Kosovo, solo de facto
indipendente), che in questo lasso di tempo è
stato in balia di opposte sinergie: da un lato,
il cristallizzarsi di confini e limiti per mezzo di
spinte disgregatrici che gli anni bui delle guerre
hanno insediato in istituzioni e memorie collettive; dall’altro invece, una crescente forza aggregatrice sembra far risvegliare le coscienze
circa l’ineluttabilità del destino comune di queste nazioni. Il risultato di tale scontro non è altro che la mappatura di sei diversi paesi che
per molti aspetti ricalcano gli spettri delle ex
sorelle jugoslave. Così che, ad esempio, le repubbliche di Slovenia e Croazia risultano più
ricche, sviluppate ed inglobate nella centrifuga
europea, mentre dall’ altro lato Serbia e Bosnia Erzegovina sembrano soggette ad un’ evoluzione socio-economica a velocità dimezzata,
che si interpone alle ambizioni europee. Eccezion fatta per l’esistenza di confini e dogane,
sembrerebbe che la situazione non sia molto
cambiata da quando la Jugoslavia si divideva in
un nord ricco di opportunità e benessere (con
l’apice della Slovenia, pienamente occupata),
ed un sud arretrato e depresso, dove il Kosovo
rappresentava, con un tasso di disoccupazione del 27%, l’estremo opposto dell’economia
jugoslava. Se si prendono in esame gli odierni
tassi di disoccupazione di Slovenia e Kosovo si
constaterà infatti che il primo è rimasto il paese più occupato della regione (meno del 9%
di disoccupati) mentre il secondo quello meno
occupato (più del 45% di disoccupati).
MOST
tare una sostanziale continuità rispetto al periodo federale – considerando ovviamente casi nominali in cui la situazione risulta di fatto anche
peggiore – dal punto di vista sociale la rottura
col passato appare più netta. Mentre una volta
il collante sociale era garantito da un sistema
socialista in cui tutti erano uguali in quanto lavoratori e “jugoslavi”; adesso invece, dalla fine
delle guerre, il mito della Fratellanza ed Unità
si è frantumato, disperdendo i suoi adepti in
balia di diverse retoriche etnonazionaliste. Se
infatti è vero, come sostiene il saggista polacco
Adam Michnik, che “il nazionalismo è lo stadio
supremo del comunismo”, allora si comprende
il passaggio della presa di massa di un’ideologia
universale e trasversale come quella comunista
ad una invece così particolare come quella etnocentrica. Le famiglie, le comunità e quindi i
paesi sono passati, con la violenza della guerra,
da una uniformità sociale ad una invece etnica.
Se prima infatti i fiori all’occhiello della Jugoslavia socialista erano l’eterogeneità nazionale
e l’omogeneità sociale, adesso i nuovi StatiNazione perseguono l’opposto: una società più
compatta sotto i vessilli nazionali e religiosi, ed
un aumento della divaricazione della scala sociale, in cui aumentano le classi povere a vantaggio di ristrettissime elite. Ai popoli jugoslavi,
in altre parole, non è rimasta che l’identificazione nazionale e religiosa, unica cornice entro
la quale si possa rinvenire una certa coesione
sociale, talvolta forzata se non addirittura inventata.
In questa polarizzazione nazionale un fattore
determinante è quello delle memorie collettive,
in cui le guerre hanno lasciato ferite aperte attraverso deformazioni e rivisitazioni storiche. Il
processo è in corso sin dagli anni ’90: quando la
storia veniva strumentalizzata per legittimare
quelle atrocità che riportavano la memoria degli spettatori europei ai tempi dei campi di sterminio; e prosegue inesorabile tuttora nel suo
“deformare e giustificare”, che puntualmente si
ripete ogni qualvolta le guerre balcaniche siano
oggetto di discussione e analisi, a qualunque
livello esse prendano luogo, sia esso il tavolo
di un bar o un arena politica. La verità storica
sembra essersi rincarnata in tante parti quanto
le fazioni uscite dai conflitti e, coadiuvata da
classi politiche inefficienti che ripercorrono quei
circuiti destoricizzanti, si consolida nei più svaSe molti indicatori economici sembrano consta- riati strati sociali, col fine di segmentare ulte-
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44
MOST
riormente una società una volta unita e minare direzione, avranno l’occasione unica di usufruile possibilità di un futuro comune.
re dei vantaggi dati dagli “scambi” culturali sia
aderendo a programmi istituzionali, sia parteciIn particolare, le nuove dirigenze partitiche bal- pando a movimenti sorti dal basso nel proprio
caniche, orfane della grande ideologia marxi- comune, in sintonia con una reale maturazione
sta, sono regredite allo stato dei propri colleghi democratica.
di inizio secolo, imperniando le proprie politiche
su terra e sangue, cristallizzando quei fronti di A titolo esemplificativo, si prenda il caso partiguerra consacrati a Dayton prima e Rambouillet colare dell’European Voluntary Service (EVS),
poi. L’ipocrisia comune a quasi tutti i partiti nel- un programma lanciato quindici anni fa dalla
la ex Jugoslavia è proprio quella di adoperare Commissione Europea e che si basa sulla mouna retorica populista e nazionalista, che da un bilità internazionale finalizzata alle attività di
lato consenta di mantenere la faccia e racimo- volontariato. Il programma, che include ovvialare consensi anche nelle regioni più economi- mente anche i paesi balcanici, permette di tracamente depresse, ma che allo stesso tempo scorrere un periodo di soggiorno all’estero svolattraverso la metastasi della corruzione favo- gendo del volontariato, consentendo un libero e
risca politiche clientelari e nepotiste. Essendo continuo scambio di cultura tra il volontario e la
il nazionalismo e la corruzione due costanti co- società ospitante.
muni a tutti i paesi balcanici, la sfida più grande
per un loro comune futuro sarà proprio lo sra- Sebbene la realtà dell’EVS sia tuttora allo stato
dicamento di tale sistema in favore di nuovi ap- embrionale e rappresenti solo un’occasione dai
parati che attraverso sforzi congiunti lavorino tempi limitati, essa è un chiaro esempio delper il miglioramento della “società balcanica”.
le possibilità che l’integrazione europea può e
deve offrire. Esaminandone infatti le caratteriPer combattere i mali peggiori della regione bal- stiche, colpiscono le potenzialità reali – concencanica, sforzi congiunti dovranno essere con- trate nel settore del volontariato – che l’eterno
centrati sullo sviluppo di una rete quanto più “nano politico” possiede: in questo caso, la caampia possibile di movimenti di società civile pacità di porsi da intermediario nella creazione
locale ed internazionale. Ad essa sarà neces- di una rete di contatto transnazionale di movisario affiancare un’intensificazione dei rapporti menti di società civile, a sua volta inserita nel
transnazionali che i paesi dell’area intratten- quadro europeo di relazioni tra Commissione
gono con i vicini partner europei, a comincia- Europea-paesi membri e terzi. Finalmente un
re dall’Italia. Gli attori principali, sottoposti ad chiaro segno di sviluppo democratico intrapreso
un esame di “maturità democratica” saranno le dalle istituzioni europee. Ora infatti è possibile,
nuove generazioni balcaniche che, provenien- per quelle generazioni jugoslave represse fino
ti da un background socio-politico opposto a a poco tempo fa da regimi di visti e burocrazie
quello dei propri padri, avranno il compito mo- doganali, intraprendere percorsi basati sull’idea
rale di sanare handicap istituzionali di cui non del lifelong learning attraverso l’attività sociale
sono direttamente responsabili. La sfida più e, ovviamente, lo scambio culturale. In questo
grande per le nuove generazioni jugoslave sarà modo, il volontario è messo nelle condizioni di
quindi il raddrizzamento del percorso di transi- fare propria parte di una cultura fino a quel mozione democratica iniziato vent’anni fa e le cui mento a lui sconosciuta, dandogli così la possidevianze hanno finora portato ad un inarresta- bilità di arricchire il proprio contesto sociale di
bile diffusione di corruzione e criminalità orga- partenza, condividendo esperienze e informanizzata.
zioni acquisite. Sicuramente il modo migliore
per favorire, nei rapporti intranazionali, stabiliNel particolare, i movimenti di società civile cre- tà e solidarietà sociale – orfane disperse dell’eano le condizioni necessarie per il recupero del- poca comunista.
la coesione sociale attraverso il rafforzamento
dei valori della diversità culturale, sia a livello Grazie a programmi come l’EVS infatti, una
locale – tra le nazioni e i paesi balcanici – che piccola realtà locale (per esempio l’Omladinski
a livello internazionale. Le nuove generazioni, centar – Jajce) promuove ai propri concittadini
agenti e destinatari di progetti lanciati in tale la possibilità di vivere un’esperienza di volonta-
riato presso ONG situate in altri paesi; e a loro
volta, i Balcani si presentano ai giovani europei
come porto di sbarco in cui apportare il proprio
contributo reale alla vita di persone altrimenti
abbandonate ed isolate dal punto di vista istituzionale. L’EVS, in altre parole, non è altro che la
dimostrazione che un’Europa fondata sulla solidarietà sociale e sulla cooperazione è possibile,
confermando la necessità dell’UE di indirizzare
il processo di integrazione su queste basi, con
l’ambizione morale di crescere politicamente
ed abbassarsi dal punto di vista economico. Il
compito dell’Unione Europea sarà quindi quello di allargarsi ed aprirsi al resto della regione
balcanica ma cercando di mantenere come priorità assoluta la crescita e il benessere della
sua società.
I Balcani come specchio d’Europa e la possibilità di un organismo regionale. Il ruolo
Europeo, nei confronti del processo di integrazione ai paesi dell’ex Jugoslavia, non sarà soltanto un mero compito d’ufficio che controlli il
Ph.: M.A.R.C.
MOST
regolare raggiungimento di standard e percentuali economiche, ma sarà aggravato dalla necessità di guardare alla regione come il riflesso
della propria storia: i Balcani come lo specchio
d’Europa. La storia e la realtà balcanica infatti, ricalcano e riassumono i modelli e la storia
dell’Europa intera, in quanto questo ex paese
riflette i processi e le sfide del vecchio continente. Da Ljubljana a Skopje non si incontrano
soltanto sette confini con altrettante bandiere
ma anche e soprattutto le tracce di tutto ciò
che ha dato forma al nostro continente. In essa
sarà quindi presente il grande coacervo delle
tre grandi fedi monoteiste (Cristiana, Islamica
ed Ebraica) ed il crocevia di popoli che facendosi la guerra hanno dato vita e morte di Imperi e Nazioni. Nei singoli contesti nazionali si
riscontrano tutti gli elementi positivi e negativi
costituenti l’Europa: la stabilità e ricchezza in
Slovenia; le paure per l’estremismo islamico in
Bosnia; i problemi con le minoranze in Kosovo e
Macedonia; e la generale diffusione di fenomeni
quali la corruzione e la criminalità organizzata.
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46
MOST
Ph.: Luketelliott
In altre parole, in questo contesto geo-politico
l’approccio europeo non dovrà essere, come finora è stato, di carattere assimilante, “europeizzando” i Balcani, ma al contrario saranno le
realtà e le problematicità balcaniche a divenire
europee.
La “balcanizzazione” dell’Europa, intesa sia
come incivilimento dei rapporti internazionali in
seno all’unione ma anche e soprattutto come
un ritorno alle sovranità statali, sempre più minate da sistemi globali senza frontiere. Da un
lato infatti si avverte la necessità del recupero
della centralità del ruolo dello stato, specie nei
momenti di crisi come quello in cui viviamo;
mentre il mantenimento dei rapporti istituzio-
nali con i partner europei è indispensabile agli
equilibri di tutto il continente.
E se invece le risposte non giacessero sempre e comunque nel processo di integrazione
europea? Esiste infatti una valida alternativa
all’egemonia istituzionale dell’Unione Europea?
Potrebbero i paesi dell’ex Jugoslavia, in virtù
della loro storia e dei loro tratti culturali comuni, dimostrare la possibilità di un organismo internazionale alternativo all’UE? Per rispondere
a queste domande e cercare una risposta positiva dovremmo partire col immaginarci un esito diverso della dissoluzione della Jugoslavia,
innanzitutto pacifica ma anche coordinata da
potenze ed istituzioni europee prive di interessi
MOST
così simili tra loro, a cominciare dalla lingua.
È questo un valido motivo per giustificare un
eventuale futuro tentativo di creare un unione
tra le ex repubbliche jugoslave? Probabilmente
non esiste una risposta corretta ma esiste la
certezza di dover sfruttare il minimo comune
denominatore balcanico per ottenere il massimo
dei vantaggi a livello regionale, senza lasciare
che le nuove generazioni balcaniche si crogiolino
nell’euroscetticismo assistendo, nell’ampia
sala d’attesa europea, ad un fallimento statale
dopo l’altro. La perdita di credibilità dell’Unione
Europea è infatti un fatto innegabile e in
continua crescita, soprattutto tra quei paesi che
sono solo allo status di “candidato all’adesione”.
Un’unione di stati della regione probabilmente
invertirebbe questa tendenza negativa, facendo crescere la credibilità per istituzioni che nonostante siano sovranazionali operano a livello
locale, secondo il principio di sussidiarietà. Una
tale “Unione Balcanica” dovrebbe avere il compito di agevolare la circolazione di persone e
merci tra i paesi membri, incentivandone lo sviluppo e la cooperazione. Una particolare necessità sarebbe il sostegno agli investimenti per
far ripartire quelle aziende, quelle industrie e
quei settori che, con la fine del comunismo e lo
scoppio delle guerre, sono giunte al capolinea e
solo ultimamente stanno rifiorendo, senza però
essere arrivate ad una piena occupazione.
sulla regione. In secondo luogo, dovremmo avvalerci di esempi di organizzazioni ed organismi
regionali analoghi, che possano effettivamente reggere un confronto col gigante economico
europeo. Di fatto dobbiamo constatare la debole presenza di organismi a livello regionale che,
laddove presenti, hanno ristrette competenze e
soprattutto non unificano paesi usciti recentemente da conflitti.
Tuttavia, quello ex jugoslavo resta un modello
dalle caratteristiche quantomeno uniche, perlomeno nella sua “versione ridotta” (Croazia,
Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro): non
esistono infatti in Europa casi analoghi di paesi
indipendenti e confinanti con caratteri culturali
Un esempio in questo senso è il progetto “Lamponi di pace”, iniziato a Bratunac nel 2003 dalla
cooperativa agricola “Insieme”, in collaborazione con altri forum di società civile e con il contributo del Ministero Affari Esteri – cooperazione
italiana allo sviluppo. A Bratunac, piccola città
della Bosnia orientale inghiottita nel vortice di
violenze nel genocidio di Srebrenica, in epoca
jugoslava la coltivazione e produzione di piccola
frutta costituivano la ricchezza principale per la
città e in tutta la Jugoslavia si bevevano i succhi qui imbottigliati. Con lo scoppio della guerra
Bratunac perse questa sua sorta di egemonia.
La cooperativa Insieme è nata con l’obiettivo di
“sostenere/facilitare il ritorno dei rifugiati e la
convivenza multietnica, nella regione BratunacSrebrenica, attraverso la riattivazione dell’economia rurale su base sostenibile e la creazione
di un sistema microeconomico basato sulla coltivazione domestica di piccoli frutti nelle piccole
fattorie di famiglia, unite in cooperativa.” L’operazione è riuscita e oggi la Cooperativa Insieme
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MOST
conta oltre 500 membri: donne e uomini, serbi
e musulmani, che lavorano e producono fianco
a fianco.
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La priorità di paesi economicamente arretrati
come la Bosnia Erzegovina è quella di ridurre
una disoccupazione dal tasso elevatissimo, specie tra i giovani, e rilanciare quei settori in cui
può essere garantita una competitività, come a
Bratunac, favorendo così gli scambi con i partner della regione, nonché la crescita di piccole e
medie imprese destinate ad operare in un mercato “regionale”, cosa che di fatto avviene solo
per quei grossi colossi commerciali che mantengono il monopolio di determinati settori, in
seguito alle privatizzazioni degli ultimi vent’anni. Inoltre, l’agevolazione degli scambi non può
essere soddisfatta senza l’efficienza di settori
quali i trasporti e la comunicazione, che contraddistingue i paesi in crescita. In particolare,
la ripresa di una mobilità, se non internazionale
perlomeno “regionale”, garantirebbe la creazione di una rete di cooperazione a tutti i livelli –
e commerciale e culturale – sviluppando l’area
geo-politica dei Balcani al fine di un processo
integrativo che porti alla crescita congiunta di
tutti i suoi paesi.
In conclusione, le speranze dell’ex Jugoslavia
dipenderanno dalla sua capacità di esercitare
un’influenza sul contesto circostante, considerata l’evoluzione che l’Europa e i sistemi globali
stanno vivendo, così come in passato vi era riuscita acquisendo prestigio e rinomanza internazionale. A differenza del passato, questa volta essa sarà in mano ad una generazione che
dovrà scrollarsi di dosso i tanti fantasmi che
ancora spaventano e bloccano una società che
spesso pare vincolata ad un “passato che non
passa”, che scandisce il tempo in un “prima” e
“dopo” la guerra, e che è troppo incantata da
retoriche di politicanti dell’ultima ora.
Ascoltando le parole di Churchill, essa dovrà
smettere di “produrre troppa storia” e cominciare a dare una connotazione positiva a quello
che ha sempre fatto: giocare un ruolo centrale
per tutta l’Europa.
Articolo primo classificato al Concorso
“Europa e Giovani 2012” indetto dall’Istituto Regionale di Studi Europei del FriuliVenezia Giulia
Ph.: Kamren B
MOST
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MOST
Ph.: Alex E. Proimos
BOSNIA: LA NUOVA COSTITUZIONE
Giorgio Fruscione
Davide Denti
Alfredo Sasso
La Costituzione che regge la Bosnia ed
Erzegovina sin dal termine del conflitto, redatta
in inglese alla base militare di Dayton, Ohio,
nel 1995, ha avuto successo nel fermare la
violenza bellica, ma non è riuscita a garantire
al paese una pace sostenibile e lo sviluppo di un
cammino verso l’integrazione europea.
La Costituzione di Dayton è un ibrido, che
fotografa la situazione sul terreno al momento
del cessate il fuoco e la ripensa in istituzioni
consociative. Quella di Bosnia era una “nuova
guerra”, secondo la definizione di Mary Kaldor,1
in cui non era possibile definire chiaramente
il limite tra civili e combattenti, né avere
una chiara indicazione di vinti e vincitori da
1 Mary Kaldor, New and Old Wars: Organized Violence
in a Global Era, Polity Press, Oxford, 1999.
cui ripartire. Ugualmente, la costituzione di
Dayton ha dato vita a una “nuova pace”, in cui i
rapporti tra cittadini restano influenzati a lungo
dalla spartizione del potere necessaria a porre
termine al conflitto armato. E’ da qui che nasce
la “chiave etnica”, la necessità di conformarsi a
un’appartenenza etnonazionale – croati, serbi,
bosgnacchi – per trovare un posto all’interno del
nuovo ordine istituzionale. La nuova “etnopoli”
daytoniana, secondo alcuni,2 doveva essere
solo una soluzione transitoria: con il tempo, le
istituzioni consociative e la divisione del potere
tra parti contrapposte avrebbero dovuto lasciare
spazio a istituzioni unitarie e a uno stato civico,
2 Si veda Nina Caspersen, “Good Fences Make Good
Neighbours? A Comparison of Conflict-Regulation
Strategies in Postwar Bosnia”, Journal of Peace
Research, Vol. 41, No. 5 (Sep., 2004), pp. 569-588,
http://www.jstor.org/stable/4149614.
MOST
basato solo sul concetto di cittadinanza e non tra i presidenti di Bosnia Erzegovina, Croazia e
Repubblica Federale Jugoslava: rispettivamente
più su quello di etnia/nazionalità.
Alija Izetbegović, Franjo Tuđman e Slobodan
Così non è stato, o almeno non del tutto. Se oggi Milošević.
la Bosnia ed Erzegovina ha alcune istituzioni La struttura del documento. I 12 articoli (più
unitarie che nel 1995 sembravano utopia – una due allegati) che la compongono sanciscono
banca centrale, un Ministero della Difesa, un i diritti più generali, quali l’indipendenza e
solo esercito – l’impianto politico-istituzionale l’intangibilità delle frontiere, nonché la sovranità
si è dimostrato refrattario alle spinte di riforma territoriale e il rispetto dei diritti umani; così
tanto interne quanto esterne. In questo dossier, come, più nel particolare, le funzioni e le
dedicato alla Bosnia di Dayton, facciamo il punto competenze della struttura amministrativa
sulla situazione attuale e sulle prospettive statale. Questa si presenta sotto forma di
future, necessarie per avviare il paese verso federazione asimmetrica composta di due
entità, la Federazione di Bosnia Erzegovina
l’integrazione europea.
(FBiH, 51% del territorio, a sua volta suddiviso
in dieci cantoni) e la Republika Srpska (RS, 49%
Giorgio Fruscione introduce la Costituzione di
del territorio). A entrambe sono concesse libera
Dayton e il labirinto istituzionale che essa crea, giurisdizione ed amministrazione sulla maggior
mostrando come la complessità degli accordi parte delle questioni, restando entrambe
consociativi ha portato a una costruzione inquadrate nella comune cornice statale che ha
istituzionale difficilissima da riformare e che competenza esclusiva su ristretti ambiti, quali la
consacra la chiave etnica di gestione dello sovranità monetaria e la difesa. La presidenza
stato, in cui manca un’effettiva uguaglianza è tripartita, e secondo il principio primus inter
pares è presieduta a rotazione tra i suoi membri:
democratica tra cittadini.
un serbo, eletto in Srpska, e un croato e un
Davide Denti si concentra sul caso Sejdić e Finci bosgnacco eletti in Federazione. Ha perlopiù
per mostrare come, nell’etnopoli bosniaca, chi funzioni rappresentative e di coordinamento
delle politiche estere statali, nonché di nomina
non fa parte dei tre popoli costituenti subisca
del Presidente del Consiglio dei Ministri, su
una riduzione dei propri diritti di cittadinanza, approvazione della Camera dei Rappresentanti.
nel caso particolare l’elezione alla Camera L’assemblea parlamentare si compone di due
alta o alla Presidenza tripartita. La sentenza camere: la Camera dei Rappresentanti, con 42
della Corte di Strasburgo resta una pietra membri eletti per due terzi in Federazione e un
d’inciampo nel percorso d’integrazione europea terzo in Srpska; e la Camera dei Popoli, con
della Bosnia, e le possibili soluzioni di riforma 15 membri: 5 bosgnacchi e 5 croati eletti in
Federazione, e 5 serbi eletti in Srpska.
rimangono al palo.
Infine, Alfredo Sasso ripercorre i tentativi di
riforma della Costituzione di Dayton negli anni
2000, dal pacchetto di aprile del 2006 alla bozza
di Butmir del 2009 fino al possibile patto Čović
– Lagumdžija del 2012. Tentativi tutti rimasti
sulla carta, a causa delle complesse procedure
di revisione della costituzione di Dayton e della
mancanza di volontà politica degli attori locali.
(d.d.)
La Costituzione di Dayton: più un labirinto
che una guida
Giorgio Fruscione
Nata come allegato numero 4 degli Accordi
di Pace di Dayton, la costituzione bosniaco
erzegovese è il risultato più rilevante del lungo
processo diplomatico di pace, terminato con le
consultazioni nella base aeronautica dell’Ohio,
Detto ciò, si potrebbe affermare che un quadro
costituzionale così assemblato sia l’ideale o
perlomeno l’unico in grado di far funzionare
l’apparato statale bosniaco erzegovese:
niente affatto, questo sistema de facto riduce
l’efficacia dell’intero impianto statale e limita
l’esercizio della democrazia e dei diritti sanciti
nella costituzione stessa.
Quando la Costituzione paralizza lo Stato.
Innanzitutto, la prima vera anomalia della Carta
fondamentale bosniaca, la quale ben dimostra la
sua effettiva distanza dalla popolazione che va
a rappresentare e tutelare, sta nel fatto che sia
stata redatta esclusivamente in lingua inglese,
e non in una delle tre lingue ufficialmente
riconosciute dalla legge bosniaca: il serbo,
il croato e il bosniaco. Per comprendere il
significato di questo documento la popolazione
ha dovuto aspettare fino al 1997 la traduzione
fatta dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante
51
MOST
(presieduto all’epoca da Carl Bildt). Lo stato
centrale, di fatto, non si è mai ufficialmente
adoperato in questo, se non durante la
legislatura 2002-2006 quando una traduzione
ufficiale era stata effettuata per poi essere
abbandonata nei “dimenticatoi istituzionali” di
Sarajevo.
52
fatto più volte dimostrata, anche se con opposti
scopi e ragioni, sia dal partito progressista del
SDP, che dalle delegazioni croate dei due partiti
HDZ – questa dovrebbe essere una decisione
dell’Assemblea Parlamentare, avvallata dai
due terzi della Camera dei Rappresentanti,
come riportato nell’articolo 10, comma 1 della
stessa costituzione. In realtà, però, “tutte le
decisioni in entrambe le Camere avverranno
con voto a maggioranza fra i presenti e aventi
diritto. I delegati e i deputati si impegneranno a
garantire che la maggioranza includa almeno un
terzo dei voti dei delegati o deputati provenienti
dal territorio di ciascuna entità”. Se non si
dovesse raggiungere questo speciale “quorum
etnico” il Presidente e i vicepresidenti hanno
il compito di riunire una speciale commissione
per raggiungere l’approvazione entro tre
giorni di votazioni. Nel caso che anche questi
tentativi falliscano, “le decisioni saranno prese
a maggioranza dei presenti e aventi diritto al
voto, purché i voti contrari non includano i
due terzi o più dei delegati o deputati eletti da
ciascuna entità”3.
Quello cui Dayton e il suo quarto allegato hanno
infatti dato vita è un sistema soffocato dalla
burocrazia, che tra i vari livelli amministrativi
conta fino a 160 ministeri. Se da un lato si
può obiettare che questo sia l’unico modo per
soddisfare il principio di sussidiarietà in un
paese appena uscito da un conflitto, dall’altro
lato bisogna costatare l’assurdità di un paese
di appena 3 milioni e mezzo di abitanti che
viene immobilizzato dal suo stesso apparato.
Come detto, il governo centrale – ed ancor di
più la presidenza tripartita – ha competenza
esclusiva su pochissime materie ed è quindi
impossibilitato dalla sua stessa Costituzione a
fare qualsiasi riforma istituzionale. La sovranità
legislativa, infatti, è divisa tra le due entità,
cioè tra l’Assemblea Nazionale in Srpska e le
due camere in Federazione, che a sua volta la Aldilà degli intenti: la situazione attuale.
condivide con le autorità legislative dei dieci Nella realtà bosniaca questo si traduce nella
cantoni che la compongono.
costante impasse politica con cui lo stato
In particolare, se vi fosse la volontà reale di
cambiare la stessa Costituzione – intenzione di
3 Articolo 4, comma 3 (d) della Costituzione della
Repubblica di Bosnia e Erzegovina.
centrale convive ormai da molto tempo. Il
caso di cui sopra, l’intenzione di modificare
la costituzione, ben esemplifica in che modo
Dayton abbia consacrato la chiave etnica che
de facto governa la Bosnia ed Erzegovina.
Secondo questa logica etnica, per i partiti
serbi, in particolare per l’SNSD di Dodik, la
Costituzione di Dayton è l’unica in grado di
tutelare i propri interessi nazionali e preservare
l’ampia autonomia di cui godono le formazioni;
partiti invece come l’SDP (multietnico per
definizione ma sostanzialmente rappresentante
dei bosgnacchi) chiedono una nuova costituzione
più unitarista e meno legata agli interessi
nazionali; e infine i due HDZ chiedono che
Dayton sia rivista al fine di creare addirittura
una terza entità e far si che quella croata nella
Federazione non sia una minoranza ma un
popolo costituente a tutti gli effetti al pari degli
altri due.
MOST
arrogando a sé le rispettive fette di popolazioni
della Bosnia e Erzegovina.
Le conclusioni che ne derivano sono innanzitutto
che lo schema daytoniano non rimuove alla
radice i problemi che hanno portato alla guerra
fratricida, cioè l’etnonazionalismo politico e
quindi sociale; ma anche e soprattutto che non
fornisce un’impostazione democratica a quelle
istituzioni create seconde le sue stesse logiche.
Gli accordi di pace sembrano aver creato un
nuovo tipo di democrazia, quella “daytoniana”,
basata sulla rappresentanza etnica piuttosto
che popolare. Ma anche in questo Dayton ha
fallito. Il suo concetto di uguaglianza travisa
quello reale e il caso Sejdić-Finci è solo l’ultima
dimostrazione del perché questa costituzione
vada cambiata.
Le vite degli “Altri”. Sejdić e Finci contro
Dayton
Davide Denti
I problemi sono rimasti e altri sono in arrivo.
Nei processi legislativi e istituzionali, quello sulla
necessità di riformare il sistema costituzionale C’erano uno zingaro ed un ebreo che volevano
non è più tanto un dibattito sulla governance diventare presidenti della Repubblica a Sarapolitica, quanto piuttosto sulla tutela d’interessi jevo. A raccontarla pare lo incipit di una barnazionali, che sulla Carta sembrerebbero zelletta, invece è una questione seria, un setutelati ma che vengono più volte interpretati gnale in più di quel deficit democratico delle
come calpestati. I deputati serbi, croati e istituzioni di Dayton che blocca la strada
bosgnacchi non sono più quindi rappresentati
dell’integrazione europea della Bosnia. Il succo
politici di partito, portatori d’ideali e valori, ma
piuttosto dei rappresentanti dei popoli, tutori è: può una persona che non appartiene ai tre
“popoli costituenti” della Bosnia ed Erzegovina
d’interessi puramente etnonazionali.
(serbi, croati, bosgnacchi/musulmani), come
A questo va aggiunta un’altra considerazione riconosciuti dalla costituzione di Dayton, ma
circa l’effettiva sovranità della Bosnia e alla categoria “altri”, candidarsi alle elezioni per
Erzegovina, in particolare a proposito delle la Camera alta o essere eletto capo di stato?
interferenze e pressioni che Zagabria e Belgrado Allo stato attuale, non può.
giocano sui rispettivi compatrioti bosniaci. Croati
e serbi della Bosnia e Erzegovina possono infatti
La Camera alta di Sarajevo (“Camera dei
facilmente ottenere cittadinanza e passaporto
Popoli”, Dom Naroda) è un’istituzione ristretta:
della rispettiva “madrepatria”, il che comporta il
diritto di voto per questi paesi, ma non solo: per ha solo 15 membri, 5 per ciascun “popolo”,
esempio, i croati bosniaco erzegovesi a luglio serbi eletti in Republika Srpska e croati e
2013 si ritroveranno magicamente nell’Unione bosgnacchi eletti in Federacija BiH. Nonostante
Europea senza che il proprio paese d’origine ne sia ad elezione indiretta, essa ha importanti
poteri legislativi. Un meccanismo consociativo
sia parte.
(“veto per interesse vitale”) fa sì che non sia
Il problema di ciò, come quasi tutto nei Balcani, possibile che essa assuma decisioni contrarie
andrebbe ricercato nella storia di questo paese, alla volontà dei rappresentanti di uno dei tre
e del come questa sia sempre stata una terra
popoli. Non dissimile è la Presidenza collettiva:
in cui l’espressione “maggioranza etnica”
non ha mai avuto un significato rilevante se tre membri, uno per “popolo”, di cui due (croato
non durante una guerra assurda e nell’ancor e bosgnacco) eletti in Federacija e uno (serbo)
più assurdo accordo di pace che vi ha messo in Srpska.
fine. Ed è proprio a Dayton che Tuđman e
Milošević, in quanto firmatari degli accordi, C’è sempre un giudice a Strasburgo. Jakob
hanno consacrato i propri piani espansionistici, Finci è diplomatico di carriera, già ambasciatore
53
54
MOST
Ph.: Midhat Poturovic (RFE/RL)
Ph.: REUTERS
di Bosnia-Erzegovina in Svizzera, Dervo Sejdić è
consigliere (monitor) dell’OSCE per le questioni
rom: entrambi avrebbero il curriculum in regola
per essere eletti dal Parlamento di Sarajevo alla
presidenza tripartita del paese, o quantomeno
per candidarsi alle elezioni per la Camera dei
Popoli. Ma Finci è ebreo, e Sejdić è rom: non
fanno parte dei tre gruppi etnici che nella
daytoniana “etnopoli” 4 si spartiscono le cariche
di vertice dello stato.
in situazioni significativamente simili, senza
una giustificazione oggettiva e ragionevole
(ossia senza un obiettivo legittimo e una
proporzionalità nei mezzi impiegati), esso attua
un comportamento discriminatorio. Nel caso
di Sejdić e Finci, si tratta di discriminazione
etnica, una forma di discriminazione razziale,
come tale impossibile da giustificare in una
società democratica. La CEDU riconosce la
necessità storica degli accordi di Dayton che
hanno fermato la guerra e ristabilito la pace
nel paese, ma sottolinea come dopo quasi
vent’anni una tale norma specifica ha perso la
sua ragione d’essere. La Bosnia è oggi membro
dell’ONU e del Consiglio d’Europa e ha ratificato
la Convenzione CEDU. Essa deve pertanto
emendare la sua Costituzione per renderla
compatibile con i nuovi obblighi internazionali
assunti, incluso il divieto di discriminazione.
Secondo Srđan Dizdarević, presidente della
sezione bosniaca del Comitato Helsinki per
i diritti dell’uomo, era tempo: “Aspettavamo
questa decisione da 15 anni. ... Spero che i
politici bosniaci comprenderanno la necessità
di cambiare la Costituzione appena possibile,
di applicare le disposizioni della Convenzione
Europea dei Diritti dell’Uomo e di permettere a
ciascuno di noi, bosniaci - erzegovesi, di godere
degli stessi diritti accordati ai serbi, ai croati e
ai bosgnacchi”.6
Sejdić e Finci non si danno per vinti e nel
2006 fanno ricorso alla Corte Europea dei
Diritti dell’Uomo (CEDU) di Strasburgo, un
organo del Consiglio d’Europa (di cui la BosniaErzegovina è membro dal 2002) che monitora
l’applicazione della Convenzione Europea dei
Diritti dell’Uomo. Nel dicembre 2009 la Corte
emette la sua sentenza: Sejdić e Finci hanno
ragione, la Bosnia-Erzegovina deve modificare la
sua costituzione per garantire l’uguaglianza del
diritto all’elettorato passivo (il diritto ad essere
eletti) di tutti i suoi cittadini. In particolare,
secondo la Corte, la situazione attuale viola l’art.
3 del 1° Protocollo alla Convenzione (diritto a
libere elezioni) congiuntamente all’art. 14 e al
12° Protocollo (divieto di discriminazione).5
Secondo la Corte di Strasburgo, quando uno
stato prevede condizioni diverse per persone
4 Michael Clemence , “Bosnia’s error of othering”, Open
Democracy, 19 gennaio 2010, citato da Andrea Rossini,
“Etnopoli”, Osservatorio Balcani e Caucaso, 29 gennaio
2010.
5 Samo Bardutzky, “The Strasbourg Court on the Dayton
Constitution: Judgment in the case of Sejdić and Finci v.
Bosnia and Herzegovina, 22 December 2009”, European
Constitutional Law Review, Volume 6 , Issue 2, June
2010, pp. 309-333, DOI: http://dx.doi.org/10.1017/
S1574019610200081.
Cercando un’alternativa a Dayton. La
sentenza di Strasburgo arriva tuttavia forse
nel peggior momento per la Bosnia: a poche
settimane dal fallimento dei colloqui di Butmir
(ottobre 2009), dietro mediazione europea
6 citato da Gordana Hadžihasanović, Slobodna Europa,
22 dicembre 2009, citata da Andrea Rossini, “Etnopoli”.
ed americana, per il superamento del sistema
di Dayton. Subito dopo inizia la campagna
elettorale per le elezioni 2010, tenutesi secondo
lo stesso schema riconosciuto discriminatorio
dalla CEDU: retorica nazionalista a tutto campo,
che non permette certo ai diversi partiti etnici di
accordarsi per una riforma del sistema. Intanto
la leadership della Republika Srpska minaccia
la secessione per garantirsi la persistenza
del sistema-Dayton nelle sue forme attuali,
ottenute grazie alla pulizia etnica, e impedendo
la costruzione di uno stato funzionale che possa
un giorno integrarsi nell’Unione Europea.
Gli anni passano, e di una riforma della
Costituzione bosniaca per eliminare la chiave
etnica dalle istituzioni non c’è traccia. Il governo
e la Commissione elettorale hanno stabilito
nel 2010 due piani d’azione (disattesi) per
l’attuazione della sentenza.7 Una Commissione
congiunta ad interim del Parlamento bosniaco,
costituita nel settembre 2011, avrebbe dovuto
proporre le necessarie modifiche costituzionali
7 Committee of Ministers of the Council of Europe,
Interim Resolution CM/ResDH(2011)291 - Execution of
the judgment of the European Court of Human Rights
Sejdić and Finci against Bosnia and Herzegovina.
Ph.: djstanek
MOST
entro fine anno, ma non riesce ad accordarsi su
una soluzione globale e termina il suo mandato
nel nulla, il 12 marzo 2012.8
L’Unione Europea ha gli occhi bene aperti
sul caso, che costituisce una delle principali
pietre d’inciampo sul cammino d’integrazione
europea della Bosnia, a cominciare dall’entrata
in vigore dell’Accordo di Stabilizzazione ed
Associazione (firmato nel 2008 e subito
congelato) fino alla possibilità per la Bosnia di
presentare candidatura d’adesione all’UE. Nella
sua visita del marzo 2012 a Bruxelles, il nuovo
membro bosgnacco della Presidenza tripartita,
Bakir Izetbegovic, se l’è sentito ripetere da
Martin Schulz, José Barroso ed Herman Van
Rompuy.9 Un accordo non arriva nemmeno
lungo l’estate,10 e a settembre la Bosnia riceve
8 Elvira Jukić, “Bosnians Fail to Agree Sejdic-Finci
Changes”, Balkan Insight, 12 marzo 2012.
9 Adelina Marini, “The Sejdić-Finci Case Holds European
Door for Bosnia Closed”, EUinside.eu, 23 marzo 2012.
10 Council of Europe, Parliamentary Assembly,
Honouring of obligations and commitments by Bosnia and
Herzegovina - Information note by the co-rapporteurs
on their fact-finding visit to Sarajevo, Mostar and Banja
Luka (3-7 June 2012), AS/Mon(2012)18 rev, 5 settembre
2012
55
MOST
il “grande disappunto” del Commissario UE
all’allargamento Štefan Füle e del Segretario
generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn
Jagland,11 nonostante qualche spiraglio sembri
aprirsi con l’addolcimento delle posizioni della
Republika Srpska.12 Potranno mai, uno zingaro
e un ebreo, presentarsi alle elezioni a Sarajevo?
56
Vie d’uscita: riforme improbabili ma
necessarie. La Bosnia non è l’unico stato
che si trova a dover mediare tra meccanismi
consociativi e l’imperativo dell’uguaglianza tra
cittadini nei diritti politici. In Alto Adige, il sistema
di partecipazione politica per aggregazione
forzosa in gruppi è ugualmente problematico.
In altri paesi, i meccanismi di rappresentazione
delle identità etno-culturali si sono basati
prevalentemente sul principio territoriale (come
in Canada) o sulle comunità linguistiche (come
in Belgio), che danno comunque spazio ad un
possibile pluralismo etnoculturale.
Le soluzioni proposte, anche dall’esterno, al
caso bosniaco, non sono prive di svantaggi: chi
propone l’elezione indiretta della Presidenza
rotativa da parte della Camera bassa bosniaca
non considera la possibilità di manipolazione
politica di tale voto, così come la mancanza di
rappresentanti degli “altri” nella stessa Camera
bassa ad oggi. Chi propone lo sdoppiamento
del collegio elettorale della Federacija tra croati
e bosgnacchi tralascia l’inevitabile effetto di
polarizzazione che avrebbe una tale mossa.
Una questione fondamentale, e sottolineata
dalla CEDU, rimane quella dei poteri effettivi
della Camera dei Popoli.
Una possibile soluzione, per l’elezione dei tre
Presidenti, potrebbe essere costituita dal sistema
della “media geometrica” (tre candidati eletti
su base nazionale ma in tre regioni separate, in
cui il voto nel proprio collegio è più rilevante),
proposto dalla Fondazione Soros per garantire
il bilanciamento tra le politiche identitarie e il
principio di non discriminazione, ed allo stesso
tempo incoraggiare la cooperazione politica tra
11 Delegation of the European Union to Bosnia and
Herzegovina, “Statement by Commissioner Štefan Füle
and Secretary General of the Council of Europe Thorbjørn
Jagland on the Road Map for Bosnia and Herzegovina’s
EU membership application”, 4 settembre 2012.
12 “Srpska ready to immediately implement decision of
Strasbourg court”, SRNA, 19 settembre 2012.
le due Entità e il voto trans-etnico, fattori di una
possibile moderazione della politica bosniaca.13
Per la Camera dei Popoli, due modelli autoctoni
sono disponibili in Bosnia stessa, nelle Camere
alte delle due entità; ma i politici bosniaci
dovranno decidere se conservare la chiave
etnica o le estese competenze legislative
dell’organo. Nel primo caso, l’esempio è quello
della Srpska: un Consiglio dei Popoli sempre
su base etnica, ma con poteri limitati alla
protezione degli interessi vitali di tali popoli. Nel
secondo caso, l’esempio è la Federacija: una
Camera dei Popoli con ampi poteri legislativi
ma aperta a tutti i cittadini. Una terza opzione,
sempre proposta dalla Commissione di Venezia,
prevedrebbe l’abolizione in toto della Camera
alta statale e l’affidamento del veto etnico alla
Camera bassa.
13 Edin Hodžić and Nenad Stojanović, New/Old
constitutional engineering? : challenges and implications
of the European Court of Human Rights decision in the
case of Sejdić and Finci v. BiH, Sarajevo: Centar za
društvena istraživanja Analitika, 2011.
MOST
sono state avanzate da attori della società civile
come associazioni, movimenti sociali e think
tanks. Per ora, tutto è stato inutile: nonostante
i vari tentativi di riforma la costituzione uscita
da Dayton è ancora lì, intonsa, uguale al 1995.
2006: il “pacchetto di aprile”. Ripercorrendo
la storia delle (fallite) riforme costituzionali nella
Bosnia post-Dayton ci sono diversi momentichiave da tenere presente. L’aprile 2006 è
forse il più importante: fu quando si andò più
vicini all’accordo sulla modifica costituzionale,
ma saltò per un paio di voti (letteralmente).
Si trattava di una bozza di riforma proposta
nel 2005 dall’allora vice Alto Rappresentante
Donald Hays, con un forte supporto diplomatico
e finanziario degli Stati Uniti, e un appoggio più
cauto dell’Unione Europea. Dai negoziati tra
Hays, la comunità internazionale e i vari partiti
politici bosniaci, scaturì una bozza di riforma
che fu presentata al Parlamento nazionale
nell’aprile 2006: per questo fu ribattezzata
come “il pacchetto di aprile” o “gli emendamenti
di aprile” (aprilski amandmani).
Perché i fiumi d’inchiostro spesi sul caso Sejdić
e Finci non siano vani, tuttavia, bisognerà
anche favorire il pluralismo etno-culturale
all’interno dei partiti politici: altrimenti, anche
se fosse formalmente possibile, un membro
delle minoranze non riuscirà comunque a farsi
eleggere.
Sisifo a Sarajevo: l’impossibile alternativa
a Dayton
Alfredo Sasso
Con la sentenza Sejdić–Finci del dicembre
2009, la riforma costituzionale è diventata
il nodo cruciale della transizione politica in
Bosnia-Erzegovina. Il superamento della
carta daytoniana è decisivo per l’uscita dalla
cronica impasse istituzionale e per proseguire il
cammino verso l’integrazione europea. Ma è da
diversi anni, e ben prima della sentenza Sejdić–
Finci, che i partiti politici hanno preso posizione,
formulato proposte, cercato accordi sulle
riforme della costituzione bosniaca. Analoghe
proposte, talvolta accompagnate da iniziative
pubbliche e persino da mobilitazioni popolari,
Il testo conteneva quattro punti principali: 1)
una presidenza unipersonale, coadiuvata da
due vice-presidenti, ciascuno appartenente
alle tre nazioni costituenti, che avrebbe
eliminato la presidenza collettiva tri-personale
a rotazione; 2) un ampliamento dei poteri delle
istituzioni centrali, e una conseguente seppur
limitata riduzione dei poteri delle due entità,
tramite l’estensione degli ambiti di sovranità
esclusivamente statali, la creazione di ambiti a
sovranità condivisa stato/entità, e la creazione di
nuovi ministeri; 3) l’allargamento della Camera
dei Rappresentanti da 42 a 87 membri, di cui
almeno 3 destinati ai cosiddetti “ostali” (altri),
ovvero i cittadini bosniaci non appartenenti
a nessuna delle 3 nazioni costituenti; 4) la
modifica della Camera dei Popoli, che sarebbe
passata da 15 a 21 membri, eletti dalla Camera
dei Rappresentanti (e non più dai parlamenti
delle entità).
Riassumendo, la proposta mirava a definire
meglio (e, in parte, ad allargare) i poteri dello
stato centrale e a semplificarne la struttura
istituzionale, limitando – ma solo parzialmente
– la sovranità delle entità e i diritti di veto
dei rispettivi gruppi nazionali. Il pacchetto di
aprile godeva di ampio consenso politico: infatti
votarono a favore partiti di ogni appartenenza
politica ed etno-nazionale. Ciascuno avrebbe
ottenuto qualcosa: i partiti serbi (SNSD, SDS,
PDP) avrebbero salvaguardato l’autonomia
della Srpska; i croati (HDZ) e i musulmani
(SDA) avrebbero mantenuto il principio di
57
58
MOST
equità nazionale; i multietnici (SDP) avrebbero
rafforzato le istituzioni statali. Decisivo, però,
fu il voto contrario di due partiti: HDZ1990
(nazionalisti croati), secondo cui la riforma
penalizzava eccessivamente i governi locali, e
quindi attaccava i diritti dei croato-bosniaci;
e SBiH (nazionalisti musulmani), insoddisfatti
perché volevano la totale abolizione della
Republika Srpska e il ritorno alla Bosnia unitaria,
pre-Dayton. Il Pacchetto di Aprile, così, non
fu approvato per soli due voti. Va notato che
SBiH e HDZ 1990, nelle elezioni parlamentari
tenutesi pochi mesi più tardi, ottennero un
notevole guadagno di preferenze. Fu il segnale
che quel loro “no” alle riforme fu, almeno in
parte, dovuto a calcolo elettorale oltre che a
posizioni di principio.
Il fallimento del pacchetto di aprile lasciò
conseguenze pesantissime sul processo di
riforma. Lo sforzo diplomatico della comunità
internazionale mise a nudo le diversità di
approccio (e di posizioni), tra Stati Uniti e Unione
Europea, nonché le divisioni interne ai paesi
UE. Soprattutto, il problema era interno alla
BiH: sarebbe stato arduo ricreare le condizioni
per una mediazione accettabile da tutte le
parti in gioco, vista la natura tanto complessa
e segmentata del sistema politico (e della
società) della Bosnia-Erzegovina. Le già citate
elezioni politiche dell’autunno 2006 segnarono
un’ escalation della retorica ultra-nazionalista,
con i volti protagonisti di Milorad Dodik (leader
di SNSD, socialdemocratico nazionalista serbo)
e di Haris Silajdžić (numero uno di SBiH,
nazionalista conservatore musulmano). Il primo
iniziò a ventilare espressamente la possibilità di
secessione della Republika Srpska, il secondo
invocò la cancellazione della stessa Srpska e
la svolta verso lo stato unitario. Proprio SNSD
e SBiH trionfarono alle elezioni, in un clima di
contrapposizione permanente che sembrava
difficilmente reversibile.
2009: i colloqui di Butmir. Nel 2009 fu
rilanciata una nuova iniziativa della comunità
internazionale per dare impulso alla riforme
costituzionali. Il 9 ottobre, i leader dei principali
partiti bosniaci si riunirono alla base militare di
Butmir (Sarajevo), alla presenza del ministro
svedese Carl Bildt, del vice-segretario di Stato
americano Jim Steinberg e del Commissario
UE all’allargamento Olli Rehn. La proposta
da discutere sul tavolo di Butmir riprendeva,
sostanzialmente, gli stessi punti del “pacchetto
di aprile” del 2006. Tuttavia, si opposero fin
da subito quasi tutti i partiti, compresi molti di
quelli che, tre anni prima, avevano votato sì
alle stesse proposte di riforma. Secondo SBiH
e SDP, la bozza Butmir non avrebbe rafforzato
a sufficienza le istituzioni statali, e si sarebbe
rivelata troppo ambigua nella definizione delle
sovranità, generando dubbi sui possibili conflitti
di interpretazione. Secondo SNSD, al contrario,
la bozza Butmir avrebbe generato uno stato
centralista e unitarista. Per HDZ, la riforma non
offriva sufficienti tutele alla popolazione croata.
Solo SDA si dichiarò esplicitamente favorevole
alla proposta di riforma. Dopo due infruttuose
sessioni di colloqui, la vicenda si concluse con
un nulla di fatto a fine novembre 2009, appena
poche settimane prima della sentenza SejdicFinci.
I timori dettati dal fallimento di tre anni prima
si rivelarono corretti: ciascuna delle parti
continuava ad alzare la posta. L’SNSD di Dodik,
forte (all’epoca) di un dominio egemone e
incontrastato in Republika Srpska aveva ormai
assunto una posizione intransigente in difesa
dello status quo, tesa a difendere strenuamente
gli ampi poteri che Dayton destinava alla
propria entità, e non era più disposto a cedere
un millimetro. L’HDZ lamentava continuamente
l’emarginazione della popolazione croata: nel
linguaggio cifrato dell’etnopolitica bosniaca,
significa che i croati nazionalisti rivendicavano
implicitamente la “terza entità”, ovvero la
scissione dalla FBiH dei cantoni a maggioranza
croata, con poteri e diritti eguali a quelli della
RS e della stessa FBiH. Un obiettivo che sarebbe
diventato sempre più esplicito nel periodo
successivo.
MOST
2012: La bozza Čović-Lagumdžija e gli
sviluppi futuri. Nonostante la sentenza
Sejdić–Finci obbligasse la BiH a effettuare
al più presto le modifiche costituzionali, per
quasi tre anni la strada delle riforme è rimasta
deserta, per effetto della prolungata impasse
istituzionale: i quindici mesi trascorsi senza un
governo in carica, dalle elezioni dell’ottobre
2010 alla formazione dell’esecutivo nel
gennaio 2012. Nell’estate del 2012, qualcosa
ha però ricominciato a muoversi attorno al
cosiddetto “patto Čović-Lagumdžija”. Il leader
dell’HDZ Dragan Čović e quello dell’SDP, Zlatko
Lagumdžija, si accordarono su una riforma
della presidenza bosniaca, secondo la quale i
rappresentanti croato e bosgnacco sarebbero
stati eletti per via indiretta, ovvero dal
Parlamento della FBiH, e non più per via diretta.
La modifica del sistema elettorale presidenziale
è ormai diventata una condizione irrinunciabile
per i nazionalisti croati, che si considerano
penalizzati dalle conseguenze dell’attuale
modello. Nelle elezioni del 2006 e del 2010,
infatti, per il posto di rappresentante croato
della presidenza si è imposto un candidato di
SDP, Željko Komšić. È risaputo che Komšić,
di posizioni apertamente anti-nazionaliste, ha
ottenuto però in gran parte i voti di bosgnacchi
(infatti, con il sistema attuale, l’elettore della
FBiH può votare qualunque candidato, anche
se non è della propria comunità etnica).
59
MOST
PARTITO
Appartenenza
nazionale
Area politica
Deputati eletti
nel 2010
(tot.: 42)
Posizione sul Pacchetto di Aprile
(2006)
Posizione su Butmir (2009)
HDZ
Croato
Nazionalista
conservatore
3
Favorevole
Contrario
Croato
Nazionalista
conservatore
2
Contrario
Contrario
Multietnico
Civico
progressista
-
-
-
Liberalpopulista
4
-
-
Bosgnacco
Nazionalista
conservatore
2
Contrario
Contrario
Bosgnacco
Nazionalista
conservatore
7
Favorevole
Favorevole
Multietnico
Socialdemocratico
8
Favorevole
Contrario
Serbo
Nazionalista
conservatore
4
Favorevole
Contrario
Serbo
Socialdemocratico
nazionalista
8
Favorevole
Contrario
(Comunità Democratica Croata)
HDZ 1990
(Comunità Democratica Croata
1990)
NS
(Il Nostro Partito)
60
SBB BiH
Multietnico (de
(Alleanza per il Fu- facto in prevaturo Migliore della lenza bosgnacco)
BiH)
SBiH
(Partito per la BiH)
SDA
(Partito di Azione
Democratica)
SDP BiH
(Partito socialdemocratico)
SDS
(Partito Democratico Serbo)
SNSD
(Alleanza dei Socialdemocratici
Indipendenti)
Quadro riassuntivo delle posizioni e delle proposte dei principali partiti della Bosnia-Erzegovina, 2006-2012. Elaborazione propria a cura di Alfredo Sasso.
Proposte proprie di riforma costituzionale (anno della proposta)
MOST
• Introdurre l’elezione indiretta, per via parlamentare, dei rappresentanti della presidenza collettiva
(2012)
• Creare quattro “unità territoriali”, al posto delle attuali due entità (2010)
• Introdurre l’elezione indiretta, per via parlamentare, dei rappresentanti della presidenza collettiva
(2012)
• Modificare le attuali entità, il cui numero dovrebbe essere “in numero non inferiore a tre” (2010)
• Procedere alla riforma costituzionale tramite un’ “Assemblea Costituente” eletta democraticamente,
coadiuvata da un “Consiglio di Riforme Costituzionali” formato da figure indipendenti dalla politica, scelte
secondo criteri professionali
• Creare un unico distretto elettorale corrispondente all’intera Bosnia-Erzegovina; stabilire un assetto
territoriale regionale ispirato ai modelli europei
• Mantenere il principio del consenso dei tre gruppi nazionali, ma limitando il diritto di veto ai diritti culturali, nazionali e religiosi fondamentali, e a questioni-chiave come la secessione
• Sostituire la Presidenza collettiva tri-personale a rotazione con la figura di Presidente unico, la cui appartenenza nazionale ruoterebbe a ogni mandato quadriennale, e includendo un rappresentante degli
“Altri” (esempio: I mandato bosgnacco, II croato, III serbo, IV “Altro”, ecc.) (2009)
• Introdurre l’elezione indiretta, per via parlamentare, dei rappresentanti della presidenza collettiva
(2012)
• Aggiungere alla Presidenza collettiva tri-personale un rappresentante degli “Altri” e introdurre la maggioranza di ¾, al posto dell’unanimità, per le decisioni della Presidenza (2010)
• Abolizione della Repubblica Srpska (2006)
• Estendere gli ambiti di sovranità esclusivamente statali, a scapito delle entità, e creare ambiti a
sovranità condivisa stato-entità (Pacchetto di Aprile, 2006)
• Introdurre l’elezione indiretta, per via parlamentare, dei rappresentanti della presidenza collettiva
(2012)
• Estendere gli ambiti di sovranità esclusivamente statali, a scapito delle entità, e creare ambiti a
sovranità condivisa stato-entità (Pacchetto di Aprile, 2006)
• Rafforzare la sovranità del parlamento della RS a scapito di quello centrale
• Affermare il diritto all’autodeterminazione della RS, da proclamarsi tramite referendum
• Ridiscutere lo status del Distretto autonomo di Brcko, affinché possa essere annesso alla RS (2010)
• Rafforzare la sovranità del parlamento della RS a scapito di quello centrale
• Affermare il diritto all’autodeterminazione della RS, da proclamarsi tramite referendum (2010)
Fonti: ustavnareforma.ba, oslobodjenje.ba, avaz.ba, balkaninsight.com.
61
MOST
Secondo HDZ e gli altri partiti nazionalisti
croati, la comunità croato-bosniaca non
sarebbe dunque adeguatamente rappresentata
presso la presidenza con il sistema elettorale
presidenziale oggi vigente.
62
Va precisato che l’accordo Čović-Lagumdžija
era ed è rimasto una bozza d’intenti, non una
proposta formale con emendamenti nero su
bianco, e non ha avuto un seguito immediato.
Sono seguiti, però, due sviluppi cruciali sulla
scena politica bosniaca negli ultimi mesi: il
primo è il riavvicinamento tra i serbi dell’SNSD
e i socialdemocratici di SDP; il secondo è il
rinsaldamento dell’alleanza tra lo stesso SDP,
i nazionalisti croati di HDZ e i bosgnacchi
populisti di SBB (il partito del “Berlusconi di
Bosnia”, Fahrudin Radončić). Questi segnali
sembrano indicare che proprio quel patto
Čović-Lagumdžija potrebbe essere la base per
un più ampio consenso su una nuova proposta
costituzionale.
Va detto, però, che il patto Čović-Lagumdžija
è stato oggetto di pesanti critiche. Decine di
intellettuali e di organizzazioni della società civile
del paese, di orientamento civico-progressista e
anti-nazionalista, hanno firmato un documento
che bollava l’accordo come “medievale”, in
quanto fomenterebbe la discriminazione su base
etnica e persino regionale: la creazione di tre
unità elettorali su base etno-nazionale prevista
dal patto implicherebbe pesanti squilibri nella
rappresentazione territoriale. I musulmani di
SDA si sono opposti al patto Čović-Lagumdžija
perché considerano inaccettabile il principio di
“federazione asimmetrica”: secondo l’accordo,
i presidenti bosgnacco e croato, votati dal
Parlamento della FBiH, disporrebbero di minor
legittimità popolare rispetto al presidente serbo
(eletto in Srpska) che continuerebbe ad essere
votato per elezione diretta, com’è previsto da
Dayton. D’altronde, trasformare in “indiretta”
anche l’elezione del presidente serbo sarebbe
considerato come una condizione inaccettabile
dai partiti serbi. Lo stesso SDP, peraltro, ha
rischiato di implodere al suo interno sull’accordo
Čović-Lagumdžija: Željko Komšić ha infatti
lasciato il partito, in protesta con il patto –
che era stato escogitato, ricordiamo, proprio
per impedire che lui stesso potesse tornare a
vincere le elezioni. Komšić si accinge a fondare
una forza politica propria, di orientamento
esplicitamente civico, basato sul principio della
supremazia della cittadinanza individuale e non
più dell’appartenenza etnonazionale.
Conclusioni
La Costituzione di Dayton ha assolto la sua
funzione storica: fermare il conflitto armato
e permettere alle parti di ristabilire un certo
livello di fiducia reciproca, necessaria per
gestire in maniera non violenta le proprie
differenze politiche. In questo, non si può dire
che abbia fallito: nonostante la continuazione
della retorica etnonazionale, sembra oggi
improbabile che in Bosnia si torni alla violenza.
Tuttavia, l’impianto daytoniano è ora obsoleto.
La “chiave etnica” di tutti i rapporti civici e politici
ha portato alla cristallizzazione di rapporti
basati sulla tutela degli interessi delle comunità
etno-nazionali piuttosto che dei diritti dei singoli
cittadini. Il caso Sejdić e Finci ne è solo l’esempio
più lampante. La democrazia daytoniana è una
variante di quei modelli di “democrazia illiberale”,
in cui l’espressione della volontà popolare non
è accompagnata dal riconoscimento dei diritti
individuali di cittadinanza. Una tale struttura
è in contraddizione con i modelli europei di
democrazia liberale, ed impedisce alla Bosnia
di proseguire sulla strada dell’integrazione
europea. Le possibilità di riforma sono molte,
da quelle legate ad aspetti particolari, ad
esempio alla risoluzione del caso Sejdić e Finci,
alle bozze di riforma complessiva dell’apparato
statale, quali il “pacchetto di aprile” del 2006 e
la bozza di Butmir del 2009. Il loro insuccesso
mostra da una parte la difficoltà di riformare
dall’interno un sistema basato su un fragile
equilibrio consociativo, e dall’altra la mancanza
di volontà politica degli attori locali, più
interessati al proprio tornaconto politico nel
breve termine che ad una prospettiva europea
che ancora appare remota.
La strada per muovere da Dayton verso
Bruxelles, tuttavia, è tracciata ormai in maniera
chiara. Nel lungo termine, la Bosnia dovrà
riformarsi da federazione etnica (sulla base delle
identità etnoculturali) in federazione territoriale
(sulla base della rappresentanza territoriale),
abbandonando l’ancora presente concezione
bellica del territorio come spazio di dominazione
e discriminazione. Solo un tale sforzo di riforma
garantirà a Sarajevo un posto tra eguali tra le
altre democrazie d’Europa. (d.d.)
MOST
Ph.: UK ministry of defence
MAFIA ALBANESE: UNA STORIA ITALIANA
Matteo Zola
La mafia albanese è giunta in Italia con la prima
immigrazione, in vent’anni ha saputo più volte
cambiare pelle diventando una delle associazioni
criminali più pericolose della penisola. Dalla
Puglia alla Lombardia, si è diffusa in modo
capillare cooperando con le mafie nostrane. La
sua evoluzione è raccontata dalle operazioni di
polizia messe in atto per contrastarla
Luino, sonnacchiosa cittadina distesa lungo il
Verbano, angolo estremo d’Italia dove nulla di
male sembra possa accadere. Eppure la notte del
18 febbraio 2011 la città è stata turbata nel suo
sonno da sirene di finanzieri e latrati antidroga.
Undici persone arrestate, nove denunciate e
700 grammi di cocaina sequestrati. Questo il
bilancio conclusivo dell’operazione delle Fiamme
gialle luinesi su delega della Procura della
Repubblica di Varese. L’indagine, coordinata
dal sostituto procuratore Raffaella Zappatini,
riuscì a sgominare un agguerrito gruppo di
spacciatori di cocaina formato in maggioranza
da cittadini albanesi, alcuni dei quali legati da
vincoli familiari (quattro fratelli e un cugino),
aventi un ruolo prioritario nelle attività illecite,
fiancheggiato da alcuni italiani e marocchini,
svolgenti funzioni gregarie e subordinate.
Le indagini hanno consentito di delineare,
con precisione, la posizione preminente degli
albanesi nell’organizzazione e gestione del
traffico di droga e nell’attività di spaccio. La
cocaina veniva comprata sulla piazza di Milano
e poi rivenduta in questo angolo d’Italia. Un
angolo estremo, apparentemente al riparo dai
traffici dei grandi circuiti criminali. Il giorno dopo
l’operazione il Corriere del Verbano pubblicava
uno stupito occhiello: “Mafia”. Il titolo riportava
il nome dell’operazione, Illiria Connection.
L’Illiria, all’incirca corrispondente all’odierna
63
64
MOST
Dalmazia, è la mitica terra d’origine del popolo
albanese. Un popolo che, nel corso della Storia,
ha conosciuto diaspore e migrazioni, non da
ultima quella che seguì alla caduta dei regimi
comunisti in Europa orientale. Da quella data
si è assistito alla formazione e alla crescita di
una nuova organizzazione criminale che trova
nel comune denominatore etnico peculiarità
strutturali e comportamentali che gli inquirenti
e l’opinione pubblica italiana e mondiale hanno
imparato a conoscere negli ultimi vent’anni.
Un’epopea criminale riproposta con costanza
dai titoli dei giornali riguardanti gli episodi
di cronaca che attraversano la penisola da un
capo all’altro, da Luino alla Puglia.
di un componente dell’organizzazione Anemolo
di Bari, attualmente localizzato nella provincia
di Brescia. Dell’organizzazione fanno parte
Domenico Azzone e Alessio Santini, trafficante
toscano, Riza Bleta e Alkes Nikolli, trafficanti
albanesi. Nell’operazione sono stati sequestrati
automobili di lusso, alcuni motocicli, un’impresa
individuale dedita alla lavorazione di pelli e
quote societarie della ‘Selecta srl’ con sede in
provincia di Firenze, diverse unità immobiliari,
disponibilità bancarie e postali».
Al di là dai nomi dei protagonisti, che in questo
momento non ci interessano, da questo breve
dispaccio si evincono i tratti salienti del crimine
shqiptaro: la capillarità, la presenza sul territorio,
la capacità di integrarsi con tessuti criminali
preesistenti, la possibilità di accumulazione di
denaro con il quale infiltrarsi nel business legale,
la speculazione e il riciclaggio. Giovanni Melillo,
sostituto procuratore nazionale antimafia, in un
convegno tenutosi a Roma nel gennaio 2009
annotò: «I mercati illegali delle armi e degli
esplosivi, della prostituzione e, soprattutto, degli
stupefacenti costituiscono le aree di operatività
privilegiate di strutture criminali (albanesi, ndr)
ormai da tempo evolutesi attraverso l’adozione
di moduli stabilmente organizzati e di metodi
operativi tipicamente propri della criminalità
organizzata, nel quadro di ampie ed articolate
reti di complicità ordinariamente estese su
scala transnazionale all’interno delle quali,
tuttavia, l’originaria dimensione clanica dei
singoli gruppi rappresenta garanzia di coesione
e di riconoscimento reciproco».
Episodi troppo spesso presentati dalla stampa
in modo isolato, senza che venga proposta una
lettura sistematica, almeno su scala nazionale,
di un fenomeno che attraversa tutto lo stivale:
l’Eco di Bergamo evidenzia come, nel corso del
2010, la criminalità shqiptara si sia distinta nel
territorio per «gioco d’azzardo, prostituzione e
droga». «Il mercato della droga è in mano agli
albanesi» scrive poi Umbria24 nel mese di marzo
2011. «In Abruzzo la camorra ha inglobato gli
albanesi facendone alleati con cui cooperare»
risponde Il Centro, quotidiano abruzzese.
Questi sono solo alcuni esempi di come, sulla
stampa nazionale, la criminalità albanese
trovi sempre maggiore spazio. Una criminalità
che sembrava scomparsa dalle colonne dei
quotidiani per lasciar posto a più urgenti banditi
di volta in volta romeni, marocchini, nigeriani.
La distrazione della carta stampata è terminata
quando la Direzione nazionale antimafia, nel
marzo scorso, ha reso nota la sua annuale Melillo sottolinea come lo stato attuale sia
relazione in cui si sottolineava la pervasiva il prodotto di un’evoluzione. Un’evoluzione
presenza del crimine albanese nel nostro paese. rapidissima che ancora, nell’opinione pubblica,
sgomenta e confonde anche a causa di una
Scorrendo le relazioni annuali della Dna si percezione atomistica della fenomenologia
comprende come gli inquirenti non abbiano criminale albanese: i fatti di Luino, di Bergamo,
mai abbassato la guardia sul fenomeno che, nel di Pescara e di Bari non sono singoli episodi
procedere degli anni e delle indagini, è stato delittuosi che si esauriscono in sé e che possono
oggetto di analisi storiche e sociologiche. Un essere repressi con l’ordinaria attività di polizia.
fenomeno che si è rapidamente evoluto e che Essi piuttosto rappresentano un’espressione
può essere riassunto in questo semplice, a suo criminale organizzata da perseguirsi con le
modo comune, dispaccio d’agenzia datato 18 misure penali proprie del crimine associativo.
marzo 2011: «Un sequestro di beni per oltre Ebbene, se di evoluzione si tratta, occorre fare
un milione di euro eseguito da parte della Dia un passo indietro per comprendere il presente,
di Bari, Milano e Firenze, nei confronti di clan di attraversando brevemente tanto le recenti
Valona, di Durazzo e di Bari. I clan sono quelli vicende storiche che quelle giudiziarie.
di Mehemeti Ermal, Cobo Krenar, e Hasani, e
In principio fu la via dei Balcani. La storica via
dei Balcani si snoda da Istanbul a Sofia, passando
per Skopje e Belgrado, raggiungendo Zagabria
e Lubiana, e da qui aprendosi verso l’Europa
centrale. Tramite questa via transitavano (e
transitano) tonnellate di narcotici. Il controllo
di questi traffici diventò di fondamentale
importanza per le organizzazioni criminali come
per poteri statali e parastatali quando, alla fine
degli anni Settanta, fu smantellata la French
Connection che portava l’eroina turca ai porti di
Marsiglia e da qui a mezza Europa e negli Stati
Uniti. La nuova centralità della via dei Balcani
spinse la mafia italiana a riconvertire il proprio
sistema logistico, già presente nella regione
e fino ad allora utilizzato per il contrabbando
di tabacco, al traffico di eroina proveniente
dalla Turchia. Ma l’eroina balcanica faceva
gola a tutti: quando nel 1991, alla caduta
del regime comunista, il primo ministro delle
finanze albanese dell’era postsocialista poté
visionare i bilanci dello Stato, scoprì che ben 13
milioni di dollari di attivo erano registrati alla
voce “contrabbando”. In quegli stessi anni il
Ph.: Mallix
MOST
controllo del narcotraffico consentì alla Croazia
di finanziare la “guerra patriottica” contro la
Serbia. Anche l’esercito di liberazione kosovaro
(Uck) trovò nell’eroina il denaro necessario per
combattere (e vincere) Belgrado.
Proprio le guerre jugoslave che si protrassero
per tutti gli anni Novanta mutarono i decennali
equilibri della via dei Balcani che, non potendo
più puntare verso l’Europa centrale, si frantumò
in mille rivoli: le montagne del Kosovo e i
porti di Montenegro e Albania divennero le
nuove destinazioni privilegiate per il traffico
di oppiacei. Qui una nuova criminalità stava
emergendo: quella albanese. Una criminalità
di servizio il cui business era l’intermediazione.
E, come scrive Francesco Strazzari nel suo
Notte balcanica, «gli intermediari vincono».
Ma da cosa nasce il nuovo crimine organizzato
albanese e, soprattutto, perché dargli un così
evidente connotato etnico?
Che cos’è la mafia albanese. La lunga stagione
di conflitti che ha insanguinato per dieci anni i
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66
MOST
Balcani occidentali ha causato un’instabilità che
ha senz’altro favorito l’emergere di un fenomeno
criminale complesso. Nei sistemi economici
chiusi propri del socialismo cosiddetto “reale”
non vi era spazio per il crimine organizzato,
nessun gruppo poteva crescere tanto da
arrivare a sfidare l’autorità dello stato né poteva
assumere una dimensione internazionale. I
commerci con l’estero, infatti, così come ogni
flusso finanziario, avvenivano sotto la stretta
sorveglianza degli apparati di sicurezza ed
erano controllati da élites politico-affaristiche
che erano tutt’uno con il regime. I traffici illegali,
quindi, erano mossi dalle suddette élites che
attraverso gli apparati di sicurezza dialogavano
con l’underworld criminale al punto da creare
un osmosi tra i due mondi. Scrive Melillo di
come sovente lo stato socialista incoraggiasse
«l’espatrio di soggetti particolarmente versati
in attività criminali» infiltrandoli «a mo’ di
propri agenti» nelle organizzazioni criminali
straniere così da poterne sfruttare le capacità
sia per i traffici illegali (beni di lusso ma anche
armi e stupefacenti), sia per «fini politici. Non
da ultimo l’eliminazione di oppositori».
Questa osmosi tra crimine e potere si
manterrà anche dopo la caduta dei regimi
socialisti. Vecchie e nuove élites si trovano
nella condizione di dover conservare i propri
privilegi e ricchezze, spesso ottenute tramite
le non trasparenti privatizzazioni dei primi
anni Novanta. La capacità di deterrenza e
intimidazione dei vecchi apparati di sicurezza,
in buona parte riversatisi nell’underground
criminale, diventano necessario strumento di
potere. L’economia di guerra, poi, ha moltiplicato
la possibilità di business illecito: i traffici illegali
si fanno essenziali per l’economia bellica. Il
controllo delle rotte di narcotraffico da parte
delle oligarchie politiche era necessario per
finanziare lo sforzo militare. La guerra, inoltre,
causava fenomeni migratori che - essendo
in larga misura illegali - venivano gestiti da
apparati criminali. In quel contesto il collasso
di ogni struttura statale ha portato alla nascita
di microstati in cui il potere era (e in molti casi
è ancora) in mano ad aggregazioni affaristicopolitico-criminali: Kosovo, Montenegro e
Albania in testa.
segreto, si siano riciclati nelle reti criminali poi
operanti sia sul versante del traffico di droga e
persone verso l’Italia, sia nel supporto all’azione
militare dell’Uck kosovaro. A dimostrarlo è stata
l’operazione Vaqo-Hasani.
L’operazione Vaqo-Hasani. Era infatti il
2001 quando, dopo tre anni di indagini da parte
della Dia di Bari, sono state emesse ventisette
ordinanze di custodia cautelare nei confronti
di persone appartenenti a un potente clan
albanese, quello degli Hasani. Tra gli arrestati
ci fu anche tale Artur Vaqo, ritenuto uno dei
capi dell’organizzazione, da tempo ricercato
dalla Dda di Bari. Il clan albanese aveva stretto
un accordo con i clan pugliesi ed i camorristi
napoletani per esportare in Italia ingenti
quantitativi di eroina. Dall’inchiesta, guidata dai
pm Giovanni Giorgio e Giovanni Colangelo, è
emerso che gli albanesi appartenenti al cartello
criminale del clan Hasani, oltre ad introdurre
in Italia le sostanze stupefacenti, ne riciclavano
proventi in Emilia Romagna dove avevano
ristoranti e pub. La sostanza stupefacente,
soprattutto eroina, arrivava nel porto di Bari
nascosta nei longheroni dei tir sprovvisti
di carichi di copertura per evitare qualsiasi
controllo doganale. Subito dopo lo sbarco,
secondo la Dia, i tir venivano parcheggiati in
un autoparco nei pressi di Bari dove venivano
presi in consegna dai clan baresi e campani.
L’eroina, quindi, veniva smistata per la vendita
in Puglia, Campania ed Emilia Romagna. A Bari
avrebbero partecipato ai traffici esponenti dei
clan Abbaticchio e Biancoli. Ebbene, tra gli
arrestati di origine albanese, molti erano di
estrazione militare, ex agenti della Sigurimi
che hanno trovato più conveniente investire
le proprie capacità e conoscenze in ambito
criminale. Tra questi lo stesso Arthur Vaqo.
Il fattore etnico. Come si è visto, già ai tempi
dell’operazione Vaqo-Hasani la criminalità
albanese aveva sviluppato la capacità di costruire
imprese criminali con le mafie locali, nella
fattispecie italiane. Queste liasons dangereuses
non bastano a stemperare il connotato etnico
che rende peculiare il fenomeno malavitoso
albanese. Nella letteratura giurisprudenziale
si è andato affermando il concetto di ethnic
Albanians che fa riferimento sia al crimine di
Proprio nel paese delle due aquile è noto come matrice albanese, nel senso di proveniente dalla
gli agenti della terribile Sigurimi, il locale servizio repubblica d’Albania, sia a quello originario di
Kosovo, Macedonia e Montenegro dove è forte
la presenza di minoranze albanesi. Questa
diffusione, dovuta a fenomeni storici, rende
“naturalmente transnazionale” la criminalità
albanese. È di nuovo Giovanni Melillo a
spiegarlo: «in ragione della presenza di larghe
comunità di lingua e cultura albanesi in molti
degli Stati balcanici oltre, naturalmente,
all’Albania e in praticamente tutti gli Stati
dell’Unione Europea e del Nord America, a
seguito di flussi migratori iniziati sin dagli anni
‘70 dalla regione kosovara (allora parte di una
Federazione Jugoslava che garantiva ai propri
cittadini una sostanziale libertà di movimento
e di espatrio) e, naturalmente, intensificati
durante il primo conflitto jugoslavo, sino ad
assumere proporzioni di massa con la crisi
finanziaria albanese del 1997 e con la successiva
crisi serbo-kosovara del 2001».
Il dato appena sottolineato è utile a spiegare
la speciale propensione dei gruppi albanesi a
dotarsi di proiezioni strutturali ed operative
internazionali facendo leva sugli speciali vincoli
fiduciari assicurati dalla comune appartenenza
degli individui alla stessa famiglia ed allo stesso
ceppo tribale.
Operazione Pristina, la struttura familiare.
L’operazione Pristina, condotta nel 1981 dalla
polizia italiana, congiuntamente all’Europol,
svelò l’intricata rete criminale albanese segnando
uno spartiacque nel grado di consapevolezza
delle forze di polizia nei confronti del crimine
organizzato albanese. Essa anzitutto ne palesa
la struttura, in secondo luogo consente di
comprenderne la capacità di interfacciarsi con
altre organizzazioni criminali. Come ricordava
in una memoria l’ex capo della polizia Fernando
Masone, prematuramente scomparso nel 2003,
l’operazione Pristina fu «significativa» nello
svelare «i traffici di droga di una rete criminale
operante in nove Stati membri dell’Unione
Europea ed in altri sei Stati extracomunitari,
con l’arresto di quaranta persone e la confisca
di 170 Kg di eroina». La struttura interna e la
capacità di cooperare con altri soggetti criminali
sono due facce della stessa medaglia: da un lato
la rigidità interna, dall’altro la duttilità esterna.
MOST
impervie montagne dell’Aspromonte, riescono
progressivamente a imporsi come intermediari
per le transazioni di stupefacenti finendo per
intervenire sui prezzi di mercato diventando poi
protagoniste del narcotraffico internazionale.
Allo stesso modo i gruppi criminali albanesi,
operanti in Albania, Kosovo e Macedonia,
diventano intermediari lungo le nuove rotte del
narcotraffico balcanico, fornendo servizi di lunga
distanza, occupandosi del trasporto, rendendo
sempre più flessibile e delocalizzata la loro rete
che, oggi, copre l’Europa intera. Analogamente
ai clan calabresi, il crimine albanese ha una
natura coesiva e a base familiare.
Il Kanun: cos’è e cosa prescrive Fabio
Iadeluca, Maresciallo Capo dei Carabinieri in
servizio presso il Comando Operativo di Vertice
Interforze, scrive nel 2008 una relazione sulla
fenomenologia del crimine albanese nella quale
spiega: «le regole del Kanun (canone di Lek
Dukajueni o canone della montagna, ndr), il
codice di condotta generalmente osservato
nei comportamenti sociali, idealizzano una
collettività della quale il nucleo principale è
costituito dalla famiglia nella quale il rispetto
delle regole dettate dal capofamiglia è norma
precettiva ed all’interno della quale vigono
legami così forti da prescrivere la vendetta
privata come forza di difesa della famiglia
stessa. È evidente come in quest’humus
culturale il tradimento verso la famiglia sia la
massima violazione delle regole sociali ed è
facilmente intuibile come i gruppi criminali ad
esclusiva matrice ‘famigliare’ siano, in quanto
tali, caratterizzati da un’elevata coesione ed
impermeabilità alle indagini».
Il Kanun regola la società sia nei rapporti tra
famiglie che all’interno della stessa. La società
albanese è strutturata in gruppi tribali detti fis
che divengono matrice su cui costruire il sodalizio
criminale. Ecco che il passo tra fis e clan è breve.
Come si è detto, la struttura della criminalità
albanese non è verticistica né unitaria. A capo
di ciascun clan c’è un capofamiglia che risiede
stabilmente in madrepatria dove investe i
proventi delle attività illecite. Dalla stessa sede
impartiscono direttive ai referenti collocati nelle
aree di interesse operativo. Questi sono a loro
La criminalità albanese somiglia molto, nella sua volta in contatto con la criminalità autoctona
struttura e nel suo sviluppo, alla ‘ndrangheta e allogena presente sul territorio, oltre che
calabrese. Le ‘ndrine, faticosamente uscite dalle con la rete criminale dei connazionali residenti
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MOST
Ph.: Publik
all’estero. La capacità di cooperazione tra i
vari clan è tale da consentire duttili alleanze
finalizzate al singolo business e concorrenze
che, ad oggi, non hanno generato guerre interne
(anche se non mancano i regolamenti di conti
e le faide). Da piccole bande autonome, dedite
ad attività predatorie, si sale progressivamente
di livello fino a veri e propri sodalizi criminali
complessi che operano secondo i metodi del
crimine organizzato.
Qualcosa però sta lentamente mutando anche
nel rigido codice albanese, dove le donne sono
considerate subalterne all’uomo: «Tra gli aspetti
più significativi dell’evoluzione delle modalità
organizzative delle strutture criminali di matrice
albanese - si legge nel rapporto annuale del
ministero dell’Interno sulla criminalità in Italia
del 2007 - figura la crescente partecipazione
delle donne della perpetrazione dei reati, talvolta
con ruoli addirittura preminenti rispetto a una
base solitamente di sesso maschile. Al contrario
del passato, in cui esse risultavano coinvolte in
reati solitamente legati alla prostituzione e alla
sorveglianza delle vittime, va evidenziata ora la
loro partecipazione attiva a rapine e nel traffico
di stupefacenti».
Trafficking o smuggling. La criminalità
organizzata albanese all’inizio degli anni
Novanta guardò all’Italia anzitutto per quanto
riguardava la gestione dei flussi migratori
clandestini. Cataldo Motta, procuratore della
Repubblica a Lecce, in una relazione del 2009
tenuta nell’ambito di un incontro dal titolo
“Nuove mafie, le organizzazioni criminose
straniere in Italia”, scrive: «la gestione del
traffico migratorio fu avviata inizialmente
dalla criminalità albanese per l’emigrazione
degli stessi cittadini albanesi e quale semplice
attività di favoreggiamento dell’immigrazione
clandestina (smuggling) ed era stata poi
attuata quale sorta di agenzia di servizi, anche
per conto di altre organizzazioni criminali
dell’est». Torna un concetto chiave: quando la
mafia shqiptara si evolve passa dal semplice
contrabbando di migranti al farsi “agenzia di
servizi”. La Puglia è stata la prima regione,
per evidenze geografiche, ad essere investita
dal fenomeno migratorio proveniente dall’altra
sponda del canale d’Otranto. La stessa Puglia è
stata anche oggetto del traffico di sigarette che,
dalle sponde del Montenegro dove avevano basi
i contrabbandieri baresi e napoletani, giungeva
ai porti di Brindisi e Bari. Non è un caso se
mai il contrabbando di persone ha interferito
con quello di sigarette, anzi è il «verosimile
risultato di accordi con le altre organizzazioni
per evitare un’intensificazione dei controlli di
polizia in quel tratto di costa», scrive ancora
Cataldo Motta. La rotta del traffico di persone,
in prevalenza donne e bambini, carne umana
data in pasto al mercato della prostituzione,
batteva la rotta che da Valona porta a Santa
Maria di Leuca. Presto per quella via sarebbero
arrivati clandestini turchi, russi e cinesi. Si
passò così dal semplice smuggling al vero e
proprio trafficking. La mafia albanese aveva
aperto e saputo controllare il più importante
punto d’accesso verso l’agognato occidente
dei quiz televisivi e dei gettoni d’oro. Di qui
presero a passare profughi curdi, ragazze russe
e cinesi a ripetizione da smistare in Francia
e Spagna. Clandestini senza nome e senza
identità passavano oltremare grazie ai veloci
motoscafi albanesi e gommoni oceanici da mille
cavalli, lunghi fino a dodici metri, che partendo
a decine dai porti meridionali dell’Albania
trasportavano stipati centinaia di clandestini. In
breve tempo la criminalità albanese trasformò
il trasporto illegale di connazionali verso l’Italia
in un traffico internazionale di clandestini. Per
farlo ha tessuto rapporti con le mafie straniere,
adattandosi facilmente al mutare dei contesti,
mettendosi al servizio degli interessi terzi con
efficacia e “professionalità”.
MOST
livello di violenza, coesione all’interno di clan
a base famigliare, adattabilità, capacità di
cooperazione. «Le condotte di agevolazione
dell’immigrazione clandestina - scrive ancora
Motta - consistenti nell’aiutare gli immigrati a
raggiungere le località di destinazione [...] non
hanno suscitato una forte riprovazione nella
popolazione salentina». Una prova di tolleranza
che si è anche tradotta in supporto delle
attività illecite coinvolgendo «anche ambienti
tradizionalmente non criminali». L’operazione
Caronte, però, non rileva nessuna stabile
saldatura con la Sacra Corona Unita. Un dato che
potrebbe apparire confortante ma già in quegli
anni la criminalità pugliese era frammentata e
indebolita, con ridotte capacità criminali. Tale
situazione è destinata a cambiare all’inizio degli
anni Duemila: al 2002 si fa risalire la fine del
traffico di persone e l’inizio del traffico di droga
su ampia scala.
Il nuovo secolo albanese. Viaggio in
Florida. Il traffico di stupefacenti e di armi
furono attività minori e, per così dire, accessorie
a quello di esseri umani. Progressivamente
però i gruppi albanesi seppero occupare gli
spazi lasciati liberi dai clan pugliesi in declino,
talvolta alleandosi con essi nella gestione delle
rotte di importazione di cocaina ed eroina.
Il 2002 è l’anno di svolta: da quella data si
registra un netto calo del contrabbando di
persone fino al definitivo abbandono della
rotta e, sempre da quella data, si registrarono
sempre maggiori sequestri, e di carico di volta
in volta più ingente, di stupefacenti provenienti
dall’altra sponda dell’Adriatico. In questi primi
anni del nuovo secolo i gruppi albanesi (o, come
La prima indagine che portò alla luce spesso accadeva, italo-albanesi) si lanciarono
questo business criminale fu condotta dalla alla ricerca di nuovi mercati di distribuzione di
Procura di Lecce già nel 1992 che la chiamò, droga tessendo relazioni fino al nord Europa.
opportunamente, Caronte. Si scoprì che
un’associazione per delinquere italo-albanese L’abbandono del business del traffico di persone
gestiva l’immigrazione clandestina dall’est fu un effetto della rinnovata iniziativa della
Europa e dall’estremo oriente. La stessa polizia albanese che distrusse le imbarcazioni ma
organizzazione si premurava di concentrare il suo azzeramento coincise con un paradossale
sulle coste albanesi i migranti delle più diverse incremento del traffico di stupefacenti. Il
etnie traghettandoli fino alle coste salentine nuovo secolo si apre con un’operazione di
dove i complici li ricevevano e accompagnavano polizia, quella cosiddetta Journey, che portò
ai diversi punti di partenza da cui raggiungere all’arresto di dodici persone di nazionalità
le mete finali. Pur trattandosi dei primi anni italiana, venezuelana, colombiana e albanese,
Novanta, gli inquirenti seppero individuare e al sequestro di 12 tonnellate di cocaina in
le caratteristiche peculiari che ancora oggi Venezuela. La contrattazione era interesse
contraddistinguono il crimine albanese: alto della criminalità albanese, capace di porsi come
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MOST
intermediario internazionale per i grandi traffici.
La relazione della Dia del primo semestre 2002
evidenzia come le forze inquirenti abbiano
preso coscienza della gravità del fenomeno:
«L’attività preventiva e repressiva svolta - si
legge nella relazione - ha consentito di delineare
più approfonditamente le connotazioni tipiche
delle organizzazioni delinquenziali albanesi
maggiormente assimilabili alla fenomenologia
mafiosa, individuabili soprattutto nelle linee
operative, nel linguaggio utilizzato, nell’ambito
culturale e nei modelli di comportamento». Si
comprende allora come la criminalità albanese
abbia una struttura orizzontale, l’omertà ne sia
regola di vita, e sia «attiva principalmente nel
grande traffico di stupefacenti». La relazione Dia
del secondo semestre 2002 completa l’analisi:
«Si è di fronte a personaggi che, quand’anche
stringano alleanze con malavitosi autoctoni,
sono animati da un forte spirito nazionalista e,
pertanto, sono capaci di contrapporre reazioni di
gruppo in risposta ad eventuali iniziative di altri
elementi criminali. Ulteriore caratteristica è che
non appena sorgono conflitti d’interesse, questi
gruppi non indugiano a far ricorso alle armi
per compiere atti di forza dall’indubbio stampo
Ph.: MatHelium
mafioso. A tale proposito appare preoccupante
la particolare diffusione di armi nell’ambito
della comunità albanese, sia residenziale che
stanziale e a questo si aggiungono la particolare
determinazione ed efferatezza».
Del 2002 è anche l’operazione Florida, condotta
dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce
congiuntamente alla Dea americana, che portò
all’arresto di sedici persone di cittadinanza
italiana, albanese e canadese. Si scoprì così il
vaso di Pandora: un traffico transnazionale di
eroina tra Turchia, Albania, Italia e Stati Uniti.
Un esempio della capacità organizzativa e della
ramificazione della criminalità albanese.
Milano, Albania. La Puglia fu anzitutto terra di
approdo per gli emigrati clandestini e prigione
per le donne trafficate da mezzo mondo. Quando
il business divenne il narcotraffico, la criminalità
albanese andò là dove c’erano i soldi. La
pianura padana è così diventata il loro quartier
generale europeo. Gli albanesi sono stati i primi
stranieri ad avere un proprio gruppo di fuoco
sul territorio italiano. Agguerriti e spietati,
hanno soppiantato i turchi nel trasporto, e i
non come una disorganica criminalità ma
come un’organizzazione che, pur orizzontale,
mantiene legami etnici e non solo. Nella
relazione della Dia del 2005 si legge infatti: «si
evidenziano i collegamenti sempre più stabili
tra la mafia albanese e le mafie italiane. In
particolare i gruppi criminali albanesi si stanno
imponendo come i principali referenti per tutte
le altre organizzazioni delinquenziali straniere,
non solo per quanto riguarda l’immigrazione
clandestina ma anche per il traffico di eroina e
cocaina, attività quest’ultima che consente loro,
tra l’altro, di continuare ad avere collegamenti
sempre più stabili con le mafie italiane».
Una mafia italiana. L’operazione Florida
aveva già messo in luce la capacità degli
albanesi nel cooperare con altri gruppi criminali
stranieri o italiani. Una capacità tanto più utile
ora che gli albanesi operano in tutto lo stivale,
uscendo dalle prime regioni d’insediamento,
Puglia, Lombardia e Piemonte, per lanciarsi alla
conquista della penisola. Le operazioni Polaris
(gennaio 2010) e Ulivi (aprile 2010) coordinate
dalla Procura di La Spezia, hanno svelato la
sinergia della criminalità albanese con gruppi di
immigrati maghrebini e soggetti sudamericani
nel traffico e nello spaccio di stupefacenti.
L’operazione Santo Graal, del gennaio 2010,
coordinata dalla Dda di Firenze, ha consentito
di ricostruire la gestione di un cospicuo traffico
di droga ad opera di un’agguerrita associazione
guidata da esponenti albanesi ma con italiani
(alcuni dei quali affiliati alla ‘ndrangheta) a
ingrossare le fila di una rete criminale che dalla
Toscana smerciava droga in Emilia Romagna,
Lombardia e Veneto. L’eroina destinata al
mercato italiano era acquistata direttamente in
Albania, la cocaina proveniva da Spagna e Paesi
Bassi tramite fornitori (sudamericani e kosovari)
che non pretendevano alcun pagamento
anticipato. Le partite venivano comodamente
saldate una volta venduta al minuto la merce.
Un particolare che evidenzia l’esistenza di
un rapporto fiduciario per un’organizzazione
ramificata in Italia e all’estero con disponibilità
logistiche notevoli: appartamenti, magazzini,
laboratori e mezzi di trasporto.
MOST
‘ndrangheta o a Cosa nostra. Quando non
agisce in proprio, quindi, la mafia albanese
resta agenzia di servizio per le più grandi
organizzazioni criminali, assumendosi il rischio
del trasporto e ponendosi come intermediario
nel narcotraffico. In cambio ottiene la possibilità
di gestire business “minori”, come quello della
prostituzione, in aree tipicamente controllate
dalle mafie storiche nostrane, Calabria e Sicilia
in testa. I rapporti con la ‘ndrangheta sono di
vecchia data. L’operazione Harem, del 2005, fu la
prima a far emergere un patto tra clan calabresi
e albanesi portando all’arresto di ben ottanta
persone di cui molte legate alla ‘ndrangheta,
che avrebbe gestito una tratta di immigrati
dall’Albania all’Italia. L’organizzazione, diffusa
anche in Germania, radicata nella zona di Sibari,
nei pressi di Catanzaro, faceva prostituire donne
dell’Est in cambio di armi e droga importati
dall’Albania. Il traffico gestito in simultanea
era ben ramificato: le sostanze stupefacenti
venivano smerciate nelle province di Cosenza,
Crotone e Messina, mentre le armi andavano ad
incrementare gli arsenali della ‘ndrangheta. Per
l’allora procuratore aggiunto della Repubblica
di Catanzaro, Mario Spagnuolo, si trattò della
più vasta operazione internazionale compiuta
fino a quel momento grazie «alla cooperazione
giudiziaria con la procura generale albanese».
Negli ultimi anni, dunque, la criminalità
albanese è assurta al rango di ‘mafia’ sia
nell’analisi degli inquirenti sia per l’evoluzione
verso
una
struttura
organizzata.
La
contestazione del 416 bis nei confronti della
delinquenza shqiptara ne delinea la fattispecie
criminale:
omertà,
vincolo
associativo,
condizione di soggezione, delitti, dimensione
transanazionale, controllo e gestione di attività
economiche. Il condizionamento elettorale, non
ancora segnalato in Italia, è invece frequente
in madrepatria.Quella albanese è dunque
una criminalità che, uscita dalle montagne
dell’Epiro, ha saputo conquistarsi importanti
fette di mercato europee facendo dell’Italia
una delle sue maggiori aree d’affari al punto da
estendersi in tutte le regioni della penisola, da
sud a nord, alleandosi con le mafie allogene.
L’immagine di una delinquenza primitiva e
La Puglia, primo approdo del crimine shqiptaro, violenta, rozza e rurale, contrasta con quella
è oggi base per la marijuana e l’eroina che che è ormai un’organizzazione complessa ed
dall’Albania giungono in Italia destinate alla efficiente, di primo piano sulla scena globale.
71
72
MOST
turchi si sono fatti soppiantare volentieri poiché
troppo elevato era il rischio d’esser fatti fuori
dalle lupare calabresi. Lo spiega bene uno dei
primi pentiti di ‘ndrangheta, Saverio Morabito,
boss nell’omonima cosca di Platì: «Un tempo a
trattare le partite di droga venivano i turchi, e
i turchi si appoggiavano agli italiani. Il risultato
era semplice. All’inizio gli italiani si mostravano
entusiasti, compravano, vendevano, sempre in
maggiore quantità. I turchi guadagnavano ed
erano felici finché, quando i turchi portavano
un grosso carico e si aspettavano un grosso
pagamento, morivano». Lo stesso Morabito
ammise senza problemi di avere egli stesso
organizzato un simile scherzetto ai danni dei
turchi: «Non immaginate quanti ne abbiamo
fatti sparire nel nulla». Ma con gli albanesi,
spiega il boss pentito, è diverso. «Diffidano.
Hanno le armi».
Con le loro armi si guadagnano lo spazio
dell’intermediazione. Trasportano, incidono sul
prezzo, e una delle piazze principali diventa
Milano. Nel 2001, secondo i dati del Goa
della guardia di finanza meneghina, il reparto
antidroga sequestrò 900 chili di eroina in novanta
distinte operazioni. Oltre un terzo di quanto
sequestrato da tutte le polizie della penisola in
quell’anno. Stando alle analisi del Goa datate
2002, il traffico di oppiacei subiva «una lenta
ma decisa trasformazione» con nuovi attori «di
origine balcanica, in particolare di etnia albanese
(albanesi, kosovari, macedoni) impegnati nella
capillare distribuzione e approvvigionamento
su tutte le piazze europee grazie a numerose
cellule criminali».
sicurezza di Voghera dove stava scontando una
Una di queste cellule era capeggiata da Ylli pena fino al 2033.
‘Ndoj che, secondo le cronache dell’epoca, non
era dedito solo al narcotraffico. La sua banda Sodalizi di tipo mafioso. «Siamo rimasti
gestiva prostituzione e rapine in villa, due colpiti dalla loro ferocia». Il procuratore
business tradizionali per il crimine albanese. Ai nazionale antimafia, Pierluigi Vigna usò
suoi ordini una banda di giovani arrivati a Milano queste parole parole per commentare, nel
denominata
da Mamuras e Lac, luoghi oggi dimenticati ma maggio 2002, l’operazione
che sono stati i più grandi campi di raccolta di Kanun che portò in carcere 104 albanesi con
profughi kosovari in Albania. Campi pieni di l’accusa di associazione mafiosa (416 bis)
bambini, orfani di guerra malnutriti, dei quali finalizzata all’immigrazione clandestina, allo
Medici senza Frontiere non finiva di censire sfruttamento della prostituzione di giovani
malattie e decessi. Quando la Procura milanese donne, alcune minorenni, favoreggiamento,
ha arrestato Ylli e la sua banda non ha esitato traffico internazionale di sostanze stupefacenti,
a contestargli il 416 bis, l’associazione per detenzione illegale di armi e munizioni. L’
delinquere di stampo mafioso. Nel marzo inchiesta era partita alla fine del ‘99 grazie
scorso Ylli ‘Ndoy è evaso dal carcere di massima ad alcune prostitute che avevano deciso di
MOST
Ph.: demi-urgo
collaborare con la polizia per sottrarsi allo una presa di coscienza: il crimine albanese
sfruttamento.
aveva mutato natura. Nella relazione della
Dia del primo semestre 2006 si legge: «Le
L’azione fu coordinata dalla squadra mobile bande criminali albanesi non rappresentano
di Genova e coinvolse diverse città italiane: più strutture delinquenziali ‘di servizio’ che
Caserta, Pordenone, Brescia, Bergamo, Treviso, affiancano funzionalmente altri aggregati
Bologna, Lecco, Macerata. Il capo della banda criminali, ma sono cresciute acquisendo via
era ad Arezzo, i suoi principali collaboratori in via le connotazioni tipiche di sodalizi di tipo
Liguria. «Questa operazione è una delle più mafioso, dedicandosi in maniera sistematica
ampie che mai siano state fatte sul territorio a più complessi traffici. L’accrescimento delle
italiano» spiegò Vigna ai cronisti. Gli accordi potenzialità operative ed il conseguente
di cooperazione giudiziaria con il governo coinvolgimento nelle più diverse attività illecite
albanese che muovevano allora i primi passi, hanno inoltre conferito alla criminalità albanese
contribuendo al successo dell’operazione.
un carattere transnazionale».
La contestazione del 416 bis da parte delle Si afferma finalmente l’idea che quella albanese
Procure di Milano e Genova coincise con sia una vera e propria mafia, da combattere
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74
MOST
Ph.: Andrea Jemolo
SLAVI E BARBARI
Gli antichi slavi, un modo per leggere la Storia d’Europa
Matteo Zola
Etnicamente disomogenei. Ancora oggi buona
parte della storiografia tende a sottovalutare
l’importanza delle prime migrazioni dei popoli
slavi in Europa avvenute a partire dal VI secolo
e destinate a mutare l’aspetto del continente
conferendogli, di fatto, l’attuale conformazione
etnica. Migrazioni, quelle slave, avvenute
in contesto già altomedievale, con i regni
romano-barbarici sorti dalla disgregazione
dell’impero romano che stavano in buona misura proseguendo, adattandola, la lezione della latinità. Per comprendere però la natura
delle migrazioni slave occorre fare un passo
indietro. Stiamo parlando di popolazioni etnicamente omogenee? Definite dal punto di vista
culturale e ideologico? Ovviamente no. La
moderna storiografia (Wenksus, Wolf, Pohl,
fino al nostro Azzara) supportata dai metodi
di ricerca antropologici, nega assolutamente
l’omogeneità etnica delle popolazioni barbare
(fossero germaniche, iraniche o slave) che
migrarono in Europa con sempre maggiore
intensità a partire dal IV secolo d.C. Si tratta
di una lezione importante poiché scardina e
disinnesca qualsiasi rivendicazione etniconazionale presente, qualora basata su concetti
di purità, tradizione, alterità ed esclusione.
Concetti assai presenti nelle retoriche dei
partiti etno-nazionalisti che, ad oggi, stanno
avendo la meglio in Europa, abili a sfruttare le
MOST
frustrazioni e le angosce del presente offrendo elettiva, andò assumendo caratteri di sacralità
soluzioni consolatorie radicate in un passato (che ritroveremo nel concetto di regalità
mitico e inesistente.
medievale). A loro volta i popoli, grazie alla
costituzione antoniniana, divennero cittadini di
Invasioni o migrazioni? Ecco perché, prima Roma anche nella forma oltre che di fatto. Alla
di parlare delle migrazioni degli slavi, occorre fine del IV secolo l’impero era già “barbaro”.
dire di come effettivamente avvennero le L’invasione, raccontata dall’intellighenzia latina
grandi migrazioni dal IV al VII secolo d.C. Fino e amplificata dalle cronache cristiane, non ci fu.
a tempi relativamente recenti, e ancora nei testi
scolastici fino ai primi anni Duemila, passava la Gentes mescolate, l’identità etnica come
lezione che i barbari invasero, con violenza e scelta. La formazione delle popolazioni barbarisaccheggio, l’impero romano e lo distrussero. che che, in quattro secoli, penetrarono in EuroBarbari rappresentati negativamente, con clave, pa, sfugge da qualsiasi facile connotazione
pelli, senza cultura, che in orde si riversarono geografica e pretesa omogeneità etnica.
sulla civiltà latina. Sappiamo bene che dal III al L’archeologia ci racconta di gentes barbariche
V secolo i barbari vennero accolti nell’impero, al dagli usi e costumi assai simili, di influenze
fine di difenderne i confini, come popoli federati. reciproche, e i criteri oggettivi fin qui utilizzati
L’istituto della foederatio, regolato e disciplinato per classificarle scivolano nell’impossibilità
attraverso precisi strumenti giuridici, poneva di tracciare linee precise. Il lavoro di Rinhard
le popolazioni barbare come alleate cui veniva Wenksus sulle gentes dell’alto medioevo ha
elargito un compenso per il servizio prestato: avuto notevole importanza nell’accantonare
quello di difendere il limes dell’impero. Con il ogni parametro di definizione oggettivo, ostermine di foederati si potevano intendere sia sia percepibile dall’esterno (come lingua,
truppe di differente entità numerica, sottoposte costume, usi particolari) sulla definizione
al comando dei propri capi e in genere impiegate etnica delle gentes adottando piuttosto un
presso le regioni di origine, sia popolazioni carattere soggettivo, vale a dire che un
accolte entro i confini dell’impero per servire individuo appartiene realmente a una comunità
in armi e difendere i confini. Queste ultime quando acquisisce piena coscienza di esserne
erano soggette al regime dell’hospitalitas che membro e ne adotta quei caratteri esteriori
prevedeva l’assegnazione di un terzo delle di lingua, usi e costumi. Tale adesione muove
terre del territorio loro concesso. In questo però da un assunto psicologico dell’individuo,
modo quelli che erano nemici dell’impero ne da motivazioni interiori che pongono quindi
diventavano alleati e difensori.
l’appartenenza etnica sul piano della scelta
personale. Più in generale sappiamo che le
Ciò era tanto più necessario da quando, popolazioni dell’alto medioevo erano composte
raggiunta l’espansione massima, l’impero do- da gruppi di varia provenienza, unitisi durante
vette impiegare l’esercito a scopo difensivo e le lunghe migrazioni, e che si riconoscevano
non già d’espansione, con costi di mantenimento in unica gentes quando ne condividevano,
altissimi (la crisi economica che fu tra le cause appunto, caratteristiche culturali nel frattempo
dell’implosione dell’impero romano si deve an- modificatesi sia nel gruppo di origine che in
che all’eccesso di spese militari). Nel tempo quello di provenienza. A capo di tutto c’era
l’esercito andò “barbarizzandosi”, facendo poi il riconoscimento del potere, del reiks,
così proprie tecniche militari innovative (co- della leadership politica. È quello che Wenksus
me la cavalleria) e permettendo ai capi del- chiama “nucleo di tradizione”: un nucleo di
le popolazioni barbare federate brillanti car- individui socialmente eminenti di capi, guerrieri
riere politiche: nominati magistri militum e talvolta sacerdoti capaci di proporsi come
dell’impero, essi andarono formando una clas- asse di aggregazione e detentori dei caratteri
se aristocratica parallela a quella senatoria, so- di un’identità etnica cangiante e adattabile.
stenuta dalle armi. Divennero molto potenti:
uno di loro, Odoacre, nel 476 d.C. avrebbe depo- Infine, come è ovvio, le popolazioni barbariche
sto l’ultimo imperatore, Romolo Augustolo. dell’alto medioevo non chiamavano sé stesse
Questi magistri militum erano chiamati, dai con il nome che loro attribuiamo oggi:
loro popoli, reges e la loro funzione, dapprima longobardi, vandali, germani, sono (ed erano)
75
76
MOST
denominazioni attribuite dall’esterno, in questo
caso dall’intellighenzia latina. Gli scrittori latini
attribuivano nomi e caratteristiche rigide alle
popolazioni che incontravano, in quanto per
loro i popoli barbari non mutavano. Tacito, nel
suo trattato sui popoli germani, li accomuna
su base geografica, senza tenere conto delle
profonde diversità di quei popoli, diversità via
via assottigliatesi con la formazione di gruppi
più ampi ma che ancora nell’alto medioevo
erano presenti. I latini sapevano davvero poco
dei cosiddetti germani e il trattato di Tacito si
basa su fonti secondarie. L’idea della sostanziale
unità dei popoli germanici fin dall’antichità è
sopravvissuta però nella storiografia moderna
generando, nei casi più estremi, razzismi.
L’approccio antropologico-storiografico offerto
dalla scuola tedesca di Wenkus, Wolf e Pohl
restituisce senz’altro meno certezze ma di
maggiore correttezza scientifica. Certo, in un
epoca come la nostra dove neo-nazionalismi
fondati su pretesi assunti di etnicità rigida si
propongono con sempre maggiore forza sul-la
scena politica acuendo i contrasti tra le popolazioni, la lezione di Wenksus e colleghi farà
storcere il naso a molti. È molto più facile e consolatorio ritenersi parte di gruppi immutabili e
immutati nelle epoche: noi siamo noi, e voi non
siete uguali. Nella pretesa etnicità moderna
insiste il senso di una superiorità morale e
culturale, un razzismo latente insomma, infondato e nocivo.
Le migrazioni dei popoli slavi. Dal VII al
XI secolo l’Europa assiste all’ultima grande
emigrazione, quella degli slavi. Barbari pagani
diversi dalle gentes che li hanno preceduti
per lingua, religione e struttura sociale ma
egualmente rivestiti di quell’ideale negativo
di nemici della civiltà che già ebbero i loro
predecessori. L’etnogenesi degli slavi fu un
processo molto lento e tuttora oscuro: arrivati
dalle steppe dell’Asia essi devono avere
completato il loro percorso di costruzione
etnica nello spazio che va tra l’Oder e il Dnepr,
delimitato a sud dai Carpazi. Le influenze
germaniche, gotiche, sarmate e traciche
hanno fatto propendere gli studiosi per questa
collocazione. La migrazione verso ovest pertì
nel V secolo provocando continui processi di
aggregazione e disgregazione di gruppi che
andavano via via diversificandosi tra loro anche
linguisticamente, dove in luogo di un protoslavo
comune hanno preso piede le parlate locali (a
tutt’oggi restano circa ottomila le parole comuni
nelle lingue slave, ed è cosa che un viaggiatore
può facilmente sperimentare visitando l’Europa
dalla Macedonia alla Russia). La spinta verso
ovest fu poderosa e si arrestò solo con Carlo
Magno su una linea che idealmente collega
Amburgo con Trieste. Eppure l’attenzione della
storiografia nei confronti delle migrazioni slave è
sempre stata scarsa a eccezione del capolavoro
di Francis Conte, Gli Slavi, (Einaudi 1990) e non
molti conoscono, ad esempio, le sorti dell’impero
moravo o la lunga marcia dei bulgari, le vicende
del regno polacco e dei principati russi. Qui è
impossibile riassumerle, ci limiteremo perciò ad
alcuni aspetti forse meno noti.
MOST
Slovacchia, Moravia e Boemia, diede vita a
un proto-Stato slavo in grado di fermare gli
avari, che premevano a sud, e i germani che
spingevano da nord.
Espansionismo slavo. Liberatisi del giogo
avaro, ma non dalla cultura dei dominatori,
l’espansione delle genti slave raggiunse vertici
mai più visti nei secoli a venire: dall’Asia minore
all’Africa settentrionale, da Creta fino all’Elba.
Ne nacquero, nel giro di due secoli, regni stabili
nei Balcani, lungo la Vistola, sul Baltico e oltre
il Dnepr. La differenziazione tra i gruppi fu lenta
e inesorabile, favorita dalle cesure operate da
successive espansioni gotiche o germaniche
che isolarono per certi periodi le gentes slave.
Dove non si formarono regni autonomi, gli slavi
vennero assimilati (in Grecia), deportati (dalla
Macedonia), combattuti e vinti (in Tracia), federati all’Impero bizantino (in Asia minore),
colonizzati (in Germania orientale). Nella Spagna arabo-berbera della dinastia Omayyade gli
slavi furono dapprima utilizzati come mercenari,
poi come schiavi, e infine (coloro che seppero
affrancarsi dalla servitù) come dignitari dei
califfi. A questo milieu culturale si devono i
primi testi slavofili, come quello a firma di un
imprecisato Habib dal titolo: Contro coloro che
Gli slavi e gli avari. Dopo aver sterminato negano l’eccellenza degli slavi. Il testo, scritto
i discendenti delle tribù unne, gli avari - una probabilmente da un intellettuale di origine
popolazione turcica proveniente dalle steppe slava, era redatto in arabo.
- incorporarono e assimilarono i superstiti
(Grousset, L’empire de steppes) e, attraverso E in Italia? A Palermo, fino al 1090, quando ebbe
progressive espansioni, raggiunsero il basso termine la dominazione araba sull’isola, esisteva
corso del Danubio dove già stanziavano una “via slava”, a render conto della presenza
popolazioni slave e longobarde. Lo storico di quella comunità in città. Già nel VII secolo si
Menandro restituisce una cronaca dettagliata di assistette a migrazioni dalla Dalmazia, sovente
quegli anni in cui, sfruttando la potenza avara, i associate ad atti pirateschi, e di proto-bulgari
bizantini cercarono di liberarsi delle popolazioni nelle Marche. Risale al 926 un documento che
slave consentendo al re avaro Baina di transitare attesta con l’appellativo di župan (“signore”, in
“con sessantamila cavalieri armati di corazza” serbo) il reggente della città di Vieste.
nel territorio dell’Impero. Le popolazioni degli
Anti e degli Sclaveni vennero trucidate e i primi Verso lo Stato. Il rafforzamento militare
addirittura scomparvero dalla Storia. Correva e politico dei regni slavi ebbe una chiave
l’anno 602 d.C. La dominazione avara fu tale da di volta nella conversione al Cristianesimo.
essere ricordata secoli dopo, con compassione L’incoronazione papale era, per i sovrani slavi,
e terrore, dal monaco kieviano Nestore, nel l’ingresso del loro Stato e della loro stirpe nel
suo Racconto dei tempi passati. Fredegario, “mondo che conta”. La conversione del popolo
storico alla corte dei Merovingi, all’inizio del sarebbe venuta dopo, e non senza scossoni,
VII secolo narra di come gli slavi fossero usati ma quel che contava era, in quel momento, il
dagli avari come “carne da macello”, prime riconoscimento politico. L’attrazione verso Roma
linee durante le battaglie. Le tribù slave ancora e verso il mondo latino non lasciò indifferenti
libere si saldarono allora in un’unione che, in i nobili slavi che, come prima i reiks germani
77
78
MOST
o goti, cercarono il riconoscimento culturale e
politico che solo l’adesione al mondo cristiano
poteva offrire. Anche in termini di (più o meno)
durature alleanze. Il Cristianesimo, però, aveva
già conosciuto scissioni e strappi e, intorno al
IX e X secolo, stava maturando il grande scisma
con Costantinopoli. Semplificando il quadro, e
leggendo la religione come elemento geopolitico,
possiamo dire che il Papa di Roma affermò la sua
supremazia nella pars occidentalis del vecchio
impero romano, che naturalmente guardava
verso Roma. Nella parte orientale dell’Impero,
quella poi divenuta bizantina, si affermò invece
la coincidenza tra imperatore e capo della
Chiesa. La sfida tra Roma e Costantinopoli si
giocò anche nella “esportazione” della propria
versione del Cristianesimo. Ma la questione era
più grande, e non era religiosa ma politica: con
chi conveniva stare? Con l’imperatore bizantino
o con il Papa di Roma? Il regno polacco,
quello ungherese (dove gli slavi giocavano
un ruolo decisivo accanto all’èlite magiara)
e quello croato, scelsero di aderire alla pars
occidentalis: la vicinanza, anche minacciosa,
franco-germanica fu un buon argomento per
i sovrani. Stesso ragionamento fecero serbi e
bulgari scegliendo di stare con l’imperatore.
Quel che seguì è Storia nota: regni slavi grandi
e piccoli, guerre, crociate, eresie, vassallaggi,
persecuzioni. E la costruzione di un mito, quello
“razziale”, che affermò l’alterità degli slavi
rispetto ai popoli d’Europa. Una fandonia sotto
tutti i punti di vista, che trovò nel nazismo il
suo compimento più tragico. E ancora, durante
le guerre jugoslave, le finte contrapposizioni
etniche sono servite a coprire le reali cause di
misfatti ed eccidi compiuti in nome del denaro
e del potere. Eppure questa Storia degli slavi
ci insegna anzitutto che i popoli d’Europa non
sono mai stati, né mai saranno, comunità
chiuse e “pure”, quanto piuttosto il frutto di
continui mescolamenti interni e identità scelte
di volta in volta. Perché l’identità è qualcosa
che l’individuo soltanto può determinare per
sé stesso, essa è endogena e non esogena.
L’identità è intima e non attribuibile dall’esterno.
Una lezione tanto più preziosa oggi che il nostro
continente è attraversato da nazionalismi
inquieti, identitarismi costruiti in provetta e
propagandati da piazzisti politici, gente che
pretende di tagliare con l’accetta ciò che il filo
della Storia ha sapientemente unito e ricamato
nelle mille diversità che tutte si somigliano.
Ph.: Andrea Jemolo
RUBRICHE - CULTURA
MOST
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MOST
Ph.: Valodja
LA CITTÀ - BIŠKEK
Christian Eccher
Il tunnel che collega la piazza della Filarmonia al
boulevard Čuj ha lo stesso odore dei sotterranei
della metropolitana di Mosca. L’effluvio
pungente della pastafrolla e il profumo rotondo
del pane appena cotto, in vendita sui banchi
e nei piccolissimi negozi serrati in fila lungo le
pareti della galleria, si fonde con quello della
gomma bagnata che ricopre il bitume del
pavimento.
del governo cinese, pendono drappi persiani
eleganti e multicolori.
I furgoni rossi con i vetri del parabrezza
scheggiati si infilano in ogni spazio lasciato
vuoto dalle auto, sgommano nervosi e quasi
mai si fermano per far passare i pedoni che
vogliono attraversare la strada agli incroci. Gli
autisti delle maršrutke, così vengono chiamate
queste forme di trasporto privato che fanno
concorrenza ai mezzi pubblici, hanno fretta,
devono arrivare al capolinea il prima possibile.
Caricano un numero imprecisato di persone, che
viaggiano in piedi e in silenzio, senza protestare
per i bruschi abbrivi e le frenate improvvise.
Biškek, la capitale del Kirghizistan, ha gli
stessi edifici grigi di tutte le altre città dell’ex
impero sovietico. I larghi boulevard traboccano
di uomini e di automobili, i filobus viaggiano
tranquilli ai lati della strada con le aste ben
sollevate a scorrere veloci sui due fili sospesi
dell’alimentazione aerea. Sul bordo superiore A Biškek non ci sono edifici alti, ma immense
dei finestrini degli autobus piccoli e verdi, dono piazze dove l’erba buca faticosamente l’asfalto.
MOST
Può capitare, a primavera, che un fiore giallo
faccia capolino fra i radi steli e apra la sua
corolla al sole. Nell’infinito biancore della Piazza
Principale, fra le crepe scavate nel catrame
dai rigori invernali, nell’aprile del 2010 sono
rimaste a terra ottanta persone, uccise durante
gli scontri che hanno costretto l’ex dittatore
Bakyev a scappare e a cedere il potere alle
forze democratiche dell’ormai ex presidente
Roza Otunbayeva, a cui nel novembre del 2011
è succeduto Almazbek Atambajev.
interetnico e multiconfessionale. Verso nord,
la città evapora in colori chiari e acquosi,
l’orizzonte e il cielo si fondono impermeabili
a ogni pensiero e diventano metafisici. Verso
sud, le montagne si agitano convulse sotto
la spinta delle placche tettoniche indiana ed
euroasiatica che scivolano e si contorcono l’una
sull’altra proprio nelle profondità della terra
alle spalle di Biškek. Questi enormi rilievi sono
l’unico oggetto concreto di cui gli occhi riescano
a impossessarsi.
La città non ha confini definiti, i grandi
boulevard conducono in periferia, forse più
in là, fino alla frontiera e oltre, per sfociare
e perdersi nell’infinita vastità delle pianure
kazake e siberiane. Lungo questi viali, i palazzi
socialisti lasciano a poco a poco il posto a
casette a un piano con il tetto ondulato in
eternit e a minuscole moschee senza minareto,
ricavate da antichi garage subito dopo il crollo
dell’URSS, nel 1991, quando il Kirghizistan
ha proclamato l’indipendenza. Le chiesette
ortodosse dei russi, che vivono qui da secoli,
hanno le facciate blu e il campanile tozzo
e basso. Il Kirghizistan è un paese laico,
Il sole invernale si specchia sincero e accecante
sui vetri della biblioteca comunale, all’incrocio
fra i boulevard Čuj e Sovjetskaja. All’interno fa
freddo: alcune studentesse leggono avvolte in
scialli colorati: solo i loro occhi neri a mandorla
sono visibili, ma profondamente immersi nelle
righe di piccoli libri senza figure.
Poco lontano, in un lungo palazzo in cemento
con motivi arabi alle finestre, oltre la biblioteca
e il teatro dell’opera – edifici neoclassici, qui
esotici – Ajnagulj prepara il tè per sé e per gli
altri impiegati del partito socialista “Ata-Meken”.
L’ufficio del Presidente del partito Omurbek
Ph.: Dvidshub
81
MOST
Tekebayev, il padre della nuova Costituzione
e da sempre uomo d’opposizione, è vuoto,
ma la scrivania ricoperta di carte ne tradisce
comunque la presenza.
82
Ferme e decise, le mani di Ajnagulj si muovono
sicure. La città diviene stabile e definita solo
quando si specchia nelle sue pupille nere. Parla
in maniera pacata e melodica e la sua voce
smorza i rumori ispidi che Biškek raccoglie e
disperde nel suo moto disordinato e infinito. Un
movimento che distrugge gli orli e i contorni degli
oggetti, ne scioglie la struttura in un plasma
primordiale privo di limiti ed estremità. Solo nei
caffè e nei ristoranti dalle enormi e gelide sale
bianche è possibile trovare un approdo.
Il sole tramonta e si spegne nel ghiaccio della
pianura kazaka, la notte cola dalle montagne e
invade le strade, entra dalle mille finestre nel
Parlamento che rimane immobile, come uno
scoglio poroso nelle profondità marine, riempie
anche il caffè dove Ainura versa il tè all’uomo
che ha atteso, per giorni, per mesi, per anni;
ha aspettato fedele che tornasse da Londra,
da Chicago, da Mosca, dall’infinito deserto che
assedia Biškek. Il sole è scomparso, l’oscurità
inghiotte le architetture rozze e squadrate
della città, l’aeroporto e i colossali aerei grigi e
panciuti dell’aviazione americana che vomitano
le bare di soldati biondi e lentigginosi, con
indosso ancora le giacche marroni impolverate
d’Afghanistan. Inghiotte anche le pupille nere
di Ainura che, nel buio acquoso, siede accanto
al suo uomo, per versargli in eterno, in eterno
da bere.
Ph.: Jessica Gardner
LE LETTURE
Caffè, Yalta
E tu sapevi tutto eterno, mi ricordo, in quei caffè
del porto, a Yalta, dissipavi le penombre, con
la mano leggera, l’incessante sigaretta, vigilavi
sull’autunno, quell’onda più lesta, nel buio, quel
rammarico di sabbie, cancellavi, le distanze dalla
vita, reclamavi quei minuti, lì, per sempre, li fissavi
nell’acciaio, dello sguardo più lucente, nella voce di
sirena e vento, che scioglievi tra i bicchieri, lungo il
fumo azzurro ed il silenzio.
MOST
Giovanni Catelli
Aspettavo, la tua voce tra i pensieri, le parole pallide
sorprese già negli occhi, la più tenue confidenza
con le ore, con la tenebra indifesa che accoglieva
i nostri gesti, mi giungevano, gli sguardi lenti, le
magnifiche incertezze delle mani lungo l’aria, le
Mi guardavi, già severa lungo il dubbio, già più distanze impassibili affondate tra i lumi, cercate,
amara nella corsa molle, d’ogni cosa verso il buio, con dolore improvviso, bagliore di lampo, rincorsa
non crescevano le navi alle finestre spente, non di anni.
salivano i rumori d’ogni folla dileguata, solo un
fragile tinnire di metalli, fra le dita cieche della Segrete banchine condonano il tempo, dispongono
brezza : balenava, nella fioca indifferenza di candele, quiete le cose, accolgono i volti, là non toccavi
un lampo d’accendino, divorava già la tenue carta, l’approdo che insegui, so della fuga che insidi ai
le materie profumate dell’incendio, ti donava quel momenti, già mi sfuggivi alle spalle, oltre il dubbio,
respiro fondo in cui fuggire, quella nostalgia del ti promettevi al futuro nell’ombra, senza concedere
tempo da lasciare, piano, alle risacche scure d’altri l’attimo grande, il viso imprendibile, il tocco leggero,
senza tradire i moli raggiunti, l’ampia catena d’ore
flutti.
divise, i treni del viaggio, mai più disperdere il vasto
presente, l’umida luce dell’alba, i gesti del sonno, le
tazze sfiorate al risveglio, la stretta incessante degli
occhi al mio fianco.
83
84
MOST
La Signora del buio
del disordine, il bisogno, la mancanza fredda delle
cose necessarie : è giunta, l’ora lieta, nessuno più
le insidia il tempo, né lo spazio malcerto d’ogni
suo vagare, un’intera sala quieta, colma di calore,
luce, musica leggera, la difende, ospita serena il suo
elegante disperare, la protegge dal vasto fragore
quotidiano, in cui muove segreta il suo silenzio,
l’accompagna nell’oblio d’ogni rincorsa, d’ogni
cupa ricerca senza luogo, la dissolve nei minuti
calmi che irridono la tenebra, saziandola di pace,
sicurezza, tepore, parvenze di decoro.
Nelle sere d’inverno, al diradarsi delle folle sul
Kreshatik, la Signora del buio riappare.
Noi non sappiamo l’ora precisa dei suoi commiati ; ce
ne andiamo, già, dopo la mezzanotte, quando i gesti
Quando le cifre rosse sulla torre del Maidan bruschi degli addetti mostrano che l’ora di chiusura
segnano le ventitré, e il carillon sparge le sue note si propaga nel passato, e che il ritardo concesso agli
di commiato all’aria gelida, la Signora spalanca ultimi avventori scivola già verso rischiosi abissi
le porte del suo arrivo e si fa strada nel calore : ci perdiamo rapidi, oltre le porte laterali, e la
luminoso della tavola calda : muove qualche passo, scorgiamo intatta, immobile tra i tavoli, al centro
riservata, scruta i tavoli già vuoti, osserva ogni della sala, nel cuore stesso del chiarore, perenne,
vassoio abbandonato, dai clienti già lontani, nel rispettata e quasi trasparente ai gesti del servizio,
metrò, nel vasto gelo, non decide, si sofferma con forse, chissà, già pronta a dissipare i suoi poteri,
un lieve sorriso di stupore, di fronte allo schermo ma certo ancora solida e solenne al sopravvivere del
sospeso, alla sua luce fosforica, ed ai volti sereni che tempo intorno a lei.
soffiano sillabe uguali al silenzio.
Avanza di nuovo, come svagata, poi ghermisce
improvvisa un bicchiere solitario, abbandonato,
quasi pieno, e lo stringe disinvolta, col sussiego
della piena proprietà : cerca un tavolo propizio,
un divanetto confortevole, il giusto riposo del
cliente soddisfatto, si accomoda ordinata, distinta,
diritta, guarda verso il fondo della sala, cerca un
ordine compiuto in cui placare, il terrore muto
Ph.: Valeria P.
MOST
85
Ph.: n_erd
CULTURA - I MATEMATICI UNGHERESI
“Per diventare matematici non serve essere ungheresi. Però aiuta”.
Intervista a Gian Luigi Forti sull’eccellenza della matematica ungherese e
sulla passione che muove una disciplina in continua evoluzione.
Claudia Leporatti
L’Ungheria, così come ce l’ha consegnata il
Novecento dopo la fine dell’impero degli Asburgo
e il Trattato di Trianon, è uno degli stati più
piccoli d’Europa, che conta oggi circa 10 milioni
di abitanti. Eppure è da qui che hanno preso le
mosse tanti dei matematici e degli scienziati che
hanno cambiato per sempre il mondo, portando
tra l’altro all’invenzione del primo calcolatore,
precursore dei computer, della teoria atomica e
della più innocua penna biro. Dettagli ben noti
che s’inseriscono in un’evoluzione più ampia
delle scienze in questo territorio, ma non solo;
per ricostruirla ho intervistato il professor Gian
Luigi Forti, docente e ricercatore di scienze
matematiche alla Statale di Milano.
Tra i suoi insegnamenti compare Storia
della Matematica e, a Milano, in occasione
del convegno sui rapporti Italia-Ungheria
nei secoli, ha parlato dei matematici
ungheresi mettendo in luce aspetti non
sempre noti di quello che chiamerei il
“patrimonio scientifico” magiaro. Prima
di focalizzarci su questo argomento
guardiamo al panorama mondiale: quali
Paesi hanno dato i natali al maggior numero
di figure determinanti nello sviluppo della
matematica?
Un veloce excursus storico basterà a farci
notare come nel tempo si siano avvicendate
concentrazioni in vari luoghi, per questo è
difficile fare una classifica dei Paesi che hanno
contribuito maggiormente alla disciplina .
Tralasciando l’antichità, dal XIII al XVI secolo
spiccano gli italiani, da Leonardo Pisano (detto
il Fibonacci), a Niccolò Tartaglia, Girolamo
Cardano, Rafael Bombelli. Dopo Galileo Galilei,
con il suo allievo Evangelista Torricelli e
Bonaventura Cavalieri, dalla Francia si hanno i
contributi fondamentali di Blaise Pascal, Pierre
Fermat e René Descartes. Tra XVII e XVIII
secolo, la scuola inglese di Wallis, Gregory e
86
MOST
Barrow culmina con Isaac Newton. Dopo la
creazione del calcolo differenziale e integrale,
opera comune e indipendente di Newton e di
Gottfried Wilhelm Leibniz, grazie al più efficace
sistema notazionale di quest’ultimo diffusosi in
Europa continentale, abbiamo i grandi sviluppi,
anche applicativi, portati avanti dai tre Bernoulli
e da Leonhard Euler, tutti svizzeri. Dalla scuola
tedesca emergerà il grande Carl Friedrich
Gauss, dominatore della scena matematica
a cavallo fra XVIII e la metà del XIX secolo.
L’Ottocento vede la nascita in Germania delle
università di ricerca e delle due grandi scuole
matematiche tedesca e francese che, dopo
un periodo di ripensamento e rifondazione dei
fondamenti della disciplina, gettano le basi
per la matematica contemporanea. Ci sono
naturalmente ottimi matematici di altri Paesi,
pensiamo ai geometri italiani, ma tutti si rifanno
alle due scuole citate.
grandi matematici in Polonia, essenzialmente a
Leopoli, che daranno un contributo essenziale
alla creazione dell’Analisi funzionale. I nomi di
spicco sono di Stefan Banach, Hugo Steinhaus,
Stanisŀaw Ulam, Władysław Orlicz, Stanisŀaw
Mazur, Kazimierz Kuratowski. Nello stesso
tempo in Ungheria la scuola di Lipót Fejér
produrrà scienziati di livello eccezionale, come
John Von Neumann, Paul Erdős, George Pólya
e Pál Turán. A questo punto diviene sempre più
difficile parlare di scuole nazionali, gli scambi
sono intensi e la grande facilitazione dei viaggi
amalgama ancor di più una comunità scientifica
che si è da sempre considerata una koinè.
Leggi
razziali,
nazionalismi
e
un
dopoguerra che sfocia in un secondo
conflitto di dimensioni mondiali: quali gli
effetti dei flussi migratori e dell’Olocausto
su questa neonata “comunità scientifica”?
La situazione politica europea e le leggi razziali
A un certo punto la scena si è spostata in spingono molti a emigrare negli Stati Uniti,
Europa centro-orientale. Quando?
iniziando così quel percorso che ha oggi portato
Nel periodo fra le due guerre novecentesche al ruolo quasi egemone americano. Sempre fra
incontriamo una leggendaria concentrazione di le due guerre cresce, però anche una grande
Ph.: Claudia Leporatti
MOST
scuola russa di matematica, tuttora di notevole studio servano delle droghe il passo è molto
prestigio e che, a causa dell’emigrazione, ha lungo e non credo che sia vero, specialmente
dato una spinta importante alla formazione di per un’attività di tipo scientifico.
una scuola matematica israeliana.
Peter Lax, matematico naturalizzato
In Ungheria sono cresciuti alcuni tra gli americano ma nato a Budapest, disse
scienziati riconosciuti a livello mondiale “you don’t have to be Hungarian to be a
tra i più rivoluzionari e prolifici: quale di mathematician, but it helps”, è d’accordo?
essi la affascina di più?
Se sì, in che modo pensa che essere
Le mie conoscenze si limitano ai matematici e ungheresi aiuti a essere ottimi matematici?
John von Neumann è certamente uno scienziato Quella di Lax è una bella battuta ma che ho
con uno spettro di competenze inusualmente sentito applicata a diverse situazioni: basta
ampio: i suoi risultati nella matematica, sostituire Hungarian e mathematician con
nella fisica e nelle loro applicazioni sono stati qualcos’altro. Pare che lo schema discenda
fondamentali nel plasmare il nostro mondo da una battuta di George Bernard Shaw: ”Per
attuale, sia in positivo che in negativo, pensiamo giocare a golf non è necessario essere stupidi,
ai computer ma anche agli ordigni nucleari.
ma aiuta”. Più seriamente, è certo che in
Ungheria si è avuto un numero di scienziati di alto
Quale invece è la figura più eccentrica?
livello sproporzionato rispetto alle dimensioni
Certamente quella di Paul Erdős, ma se la geografiche e demografiche del paese. Senza
sua eccentricità può divertire e fare presa su dubbio la struttura dell’insegnamento e
persone non esperte di matematica, non va alcune pionieristiche iniziative come la Eötvös
dimenticato che in questo “involucro” bizzarro Mathematics Competition hanno avuto un
lavorava senza sosta un cervello matematico di impatto positivo molto importante.
superiore grandezza.
Può raccontarci qualche curiosità o un
Come mai uno studioso di rilievo come aneddoto che hanno visto un matematico
Erdős è poco conosciuto fuori dall’Ungheria ungherese come protagonista?
se non in ambiente accademico?
Un caro amico, purtroppo mancato più di 20
Questo non mi stupisce: i matematici in genere anni fa, Istvan Fenyö, professore di matematica
sono poco conosciuti e credo che anche in presso il Politecnico di Budapest, mi raccontò
Ungheria Erdős sia purtroppo più noto grazie la sua avventura di guerra. Preso dai tedeschi
alla sua citata eccentricità che per i suoi risultati. durante una retata, fu avviato in una colonna
Voglio citare un caso italiano: Enrico Bombieri, verso il confine austriaco. Durante la sosta
adesso a Princeton, è l’unico italiano ad avere notturna presso Sopron decise di giocare il
avuto la Medaglia Fields ma è sconosciuto ai tutto per tutto: sicuro di morire poco tempo
più, anche a persone di alto livello culturale.
dopo, tentò la fuga, al più sarebbe morto
subito. Riuscì ad andarsene e passò tre mesi
Erdős dedicò la sua vita alla matematica. in clandestinità arrangiandosi per vivere.
Dotato di un cervello eccezionale, Ricomparve a Budapest fra lo stupore di amici e
sosteneva di non poter lavorare senza colleghi che lo credevano morto. Più tardi, negli
assumere anfetamine. In parole povere anni ’80 quando ci siamo conosciuti e abbiamo
per dare il massimo nello studio è stato collaborato, sapeva abilmente districarsi fra le
disposto a diventare dipendente da una difficoltà burocratiche che ancora incontrava in
droga. Che ne pensa?
quel periodo una persona proveniente da oltre
Ignoro i veri motivi che possono aver portato cortina, e motivava questa sua abilità con le
Erdős a far uso di anfetamine; può anche avere esperienze tragiche del passato.
iniziato in modo casuale. Negli anni ’70 non era
affatto chiaro, come oggi, che l’uso di queste Si hanno notizie di matematici italiani che
sostanze avrebbe creato una dipendenza e hanno lavorato a contatto con colleghi
quindi, più o meno inconsciamente, Erdős si sarà magiari?
reso conto che non poteva più farne a meno. Ci sono e ci sono state collaborazioni a vario
Di qui a dire che per ottenere il massimo nello livello. Personalmente, con altri colleghi
87
MOST
milanesi, ho collaborato con il già citato Fenyö
e con János Aczél, attualmente professore
emerito dell’Università di Waterloo, Ontario.
Scambi frequenti ho avuto ed ho con colleghi
di Debrecen, Budapest e Szeged. Fra questi ho
il piacere di ricordare Zoltán Daróczy, László
Székelyhidi e Miklós Laczkovich, vincitori di
premi ungheresi e internazionali.
88
Le gare di matematica come la Eötvös
Mathematics Competition hanno senz’altro
contribuito a formare un’eccezionale
concentrazione di matematici e scienziati
brillanti in Ungheria. Potrebbe parlarcene?
La Eötvös Mathematics Competition è stata un
modello per il fiorire in varie parti del mondo
di gare matematiche e fisiche. La sua fama è
ovviamente legata ai nomi di grandi matematici
e fisici ungheresi che hanno trovato in tale
iniziativa un primo trampolino di lancio della
loro carriera scientifica. Fra i nomi dei vincitori
troviamo L. Fejér (1897), T. von Kármán
(1898), D. König (1902), A. Haar (1903), T.
Radó (1913), M. Riesz (1904), G. Szegö (1912)
ed E. Teller (1925). In Italia fino a non molti
anni fa non avevamo gare di questo tipo ma ora
le Olimpiadi matematiche e la gara Kangourou
della matematica (sezione italiana di una
gara diffusa in vari paesi) stanno accendendo
l’interesse degli studenti delle scuole medie
e secondarie superiori per la matematica e
potranno contribuire a far emergere veri talenti.
La formazione giovanile di quelli che sono
diventati i più importanti matematici
del secolo scorso ha visto anche una
commistione con il giornalismo attraverso
il KöMal, il giornale matematico delle scuole
secondarie, le va di raccontarci qualcosa a
riguardo? Sa dirci se l’idea è stata ripresa
anche in altri paesi, sempre guardando
alle scuole superiori o comunque prima
dell’università?
Devo confessare che non conoscevo il giornale
KöMal ma, dopo essermi informato, credo che
sia molto bello e utile e che abbia un ruolo molto
importante nell’individuazione di studenti dotati
per la matematica e la fisica e un’influenza
molto positiva nella crescita e diffusione della
cultura scientifica nei giovani. In Francia c’è il
giornale Tangente. L’Aventure mathématique, la
cui edizione italiana, Per la Tangente, è curata
dal gruppo che organizza le gare Kangourou.
Chi sono i nuovi geni della matematica in
questo inizio di terzo millennio?
I nomi dei migliori matematici li troviamo
nell’elenco delle Medaglie Fields. Questo
premio, da molti paragonato al Nobel (che
per la matematica non esiste) in realtà ha
una condizione anagrafica molto restrittiva: è
riservato a chi ha non più di quaranta anni. I
vincitori del 2010 sono Elon Lindenstrauss,
Stanislav Smirnov e Cédric Villani.
Dopo tante scoperte cosa può darci la
matematica oggi? Che cosa spinge a
diventare matematici i nati delle nuove
generazioni?
La produzione di nuova matematica è incessante
e negli ultimi decenni il ritmo di crescita è
stato impetuoso, anche se non tutti i risultati
hanno la stessa importanza. I giornali scientifici
specializzati per la matematica sono qualche
centinaio e ogni anno pubblicano migliaia di
articoli. Oltre ai risultati specifici, un’accresciuta
e più diffusa cultura matematica non potrà
che migliorare la capacità di comprensione di
un mondo sempre più complesso. La spinta a
diventare matematico credo non sia diversa
da quella di tempi passati: una passione per
un tipo di ragionamento logico, ma anche una
creatività e una fantasia che avvicinano la
creazione matematica a quella artistica. Dal
lato pratico possiamo osservare che il mercato
del lavoro assorbe molto bene i matematici, i
quali proprio per quanto appena detto, sanno
adattare le loro competenze ad ambienti molto
differenti.
Ph.: Walter Corno
MOST
I metodi usati tuttora nella maggior parte
delle scuole in Ungheria incoraggiano
gli approcci creativi ai problemi, pur non
trascurando una conoscenza approfondita
degli strumenti già esistenti. Pensa che
anche in Italia sia diffusa questa pratica?
Uno dei principali problemi della scuola
italiana riguarda l’insegnamento delle scienze
in generale e della matematica in particolare.
Per quanto ne so io, la pratica d’insegnamento
mediante un approccio creativo ai problemi non
è molto diffusa. Proprio in questi giorni stanno
nascendo iniziative condotte dall’Accademia
dei Licei in collaborazione con le università per
un aggiornamento degli insegnanti che possa
portare a migliori risultati nella preparazione
degli studenti.
Abbiamo parlato di matematica, ma
l’Ungheria ha dato i natali anche a fisici
e scienziati d’indubbia rilevanza. Alcuni
sono molto noti, come Biró e Semmelweis,
quali altri può ricordarci?
Edward Teller è uno dei fisici che ha collaborato
in posizione di rilievo al progetto Manhattan.
Leó Szilárd, che con Enrico Fermi brevettò l’idea
della reazione nucleare a catena, fu l’autore
della lettera che fu poi firmata da Einstein e
che diede il via al progetto Manhattan. Anche
il ciclotrone e il microscopio elettronico furono
da lui concepiti, anche se non concretamente
sviluppati. Theodore von Kármán, fisico
e ingegnere aeronautico e studioso di
aerodinamica, fondò nel 1944 lo Jet Propulsion
Laboratory e fu il primo scienziato a ottenere
la National Medal of Science dal presidente
Kennedy. Contribuì inoltre alla fondazione del
noto Von Kármán Institute for Fluid Dynamics
di Bruxelles.
Quanto giovano programmi di scambio
come l’Erasmus alla crescita delle scienze?
Sono molto importanti più che per lo sviluppo
delle scienze, per quelli della personalità e delle
competenze dei giovani studenti. Purtroppo
le voci che sentiamo in queste settimane mi
fanno essere pessimista sul proseguimento di
questi programmi di scambio: il taglio dei fondi
per l’Erasmus sembra essere una delle priorità
dell’Unione Europea, anche se non credo che
la loro eliminazione possa avere un effetto
miracoloso sul bilancio dell’Unione.
89
MOST
ALLA BIBLIOTECA DELL’EST
Kornél Esti di Dezső Kosztolányi
A cura di Alexandra Foresto, traduzione
di Alexandra Foresto, postfazione di Péter
Hesterházy
2012, Mimesis Edizioni
90
Per capire che si tratta di un libro da non perdere
basta il prologo: vi catturerà la discussione
tra Kornél Esti, protagonista di tante novelle
di Kosztolányi e un suo caro amico scrittore
che gli propone una raccolta delle vicende più
indicative della sua vita, da scrivere insieme,
incontrandosi di tanto in tanto. A colpirvi
non saranno solo la trama e la cornice, pure
evocativa di un invidiabile rapporto di amicizia
tra scrittori, ma una forma studiata per dare
piena libertà al personaggio nel suo scegliere
cosa raccontare, quando farlo e a chi rivolgersi.
Dezső Kosztolányi è uno dei grandi narratori
della letteratura ungherese e tra i più dotati
del Novecento letterario, a livello mondiale;
per scoprirlo l’ideale è cominciare da Esti, il suo
cavallo di battaglia, un personaggio dall’occhio
attento sul mondo, generoso ma intelligente,
che pur di aiutare finisce spesso per farsi fregare,
ma non manca mai, sul finale, di prendersi
la sua rivalsa. Tra le pagine di Kornél Esti è
gradevole conoscere un tratto identificativo della
letteratura magiara, quell’umorismo sarcastico
e sottile, a volte triste e spesso scanzonato,
capace di modellare l’approccio alla vita,
alleggerendolo. Ogni storia di questa raccolta
porta un titolo lungo e didascalico, com’era
tipico nei tempi antichi ed è un piccolo scorcio
sul passato di una Budapest di giovani penne
ed eleganti caffetterie, di scrittori vagabondi
e giornalisti impazziti, viaggi senza parole ed
esperienze all’estero, in Germania, dove un
anziano narcolettico può permettersi di essere
considerato un uomo di cultura pur dormendo
per tutta la durata delle presentazioni letterarie
che introduce. Edito da Mimesis, è stato
tradotto in italiano da Alexandra Foresto, che,
citando una dei suoi revisori (Isabella Zani), ha
commentato: “Kosztolányi lavora con la lingua
come un chirurgo col bisturi: se si è riusciti a
Claudia Leporatti
restituire questo al lettore italiano, è già un
grande risultato”. Di più non voglio svelare
solo la lettura può trasmettere la grandezza di
Kosztolányi.
A est dell’Occidente di Miroslav Penkov
Traduzione di Ada Arduini
2012, Neri Pozza
Miroslav Penkov, docente di scrittura creativa
bulgaro in Texas, racconta il suo Paese
attraverso storie di un passato in patria e di
un presente che cerca una rinascita negli Stati
Uniti. Un volume che trasuda amore per la
nazione d’origine e nostalgia per un passato,
quello comunista, di cui si rammentano la
maggior ricchezza e la cultura più radicata
della “Grande Bulgaria”, il cui territorio ha
subito pesanti riduzioni. C’è anche altro, nei
brani di Penkov, dagli spunti scelti con una
grande cura ed elaborati da un’immaginazione
ben allenata. Deve averne vista tanta di
umanità interessante, lui, che, classe 1982, si
è trasferito negli Usa nel 2001 e non ha mai
perso il contatto con il suo Est. Tra le pagine
di questo romanzo, tuttavia, non vi è niente
di scontato o già letto. Dall’amore impossibile
del bambino di nome Naso per la cugina che
vive oltre il fiume, dall’altro lato di un villaggio
a metà tra Bulgaria e Serbia, all’avventura di
Rado e Gogo, che rubano una croce d’oro in
una chiesa di Sofia. Un episodio che ci porta
nel vivo del sistema politico bulgaro con le sue
instabilità e i ripetuti fallimenti dei suoi governi
post-sovietici. Ci sono anche l’amore tra una
giapponese e un bulgaro emigrato in America e,
con l’accattivante titolo di “Comprando Lenin” la
vicenda di un ragazzo che decide di partire verso
il nuovo mondo. Premiato a ottobre dalla BBC
con le quindicimila sterline dell’International
short story award, ”A Est dell’occidente” è un
ponte gettato da Penkov verso la sua terra, che
lo aiuta a viverla nonostante la distanza. E su
questo ponte possiamo transitare anche noi,
per scoprirla da un’angolatura diversa o per
puro amore della buona letteratura.
MOST
VOLEVO ESSERE D’ANNUNZIO,
VOLEVO ESSERE LIMONOV
Massimiliano Di Pasquale
È il più grande scrittore francese contemporaneo
afferma sicura di sé e con dubbio gusto la madre
– Hélène Carrère d’Encausse – sovietologa
d’oltralpe, autrice di importanti saggi su URSS e
Russia, una recente, inconfessabile, fascinazione
per Putin. Lui, Emmanuel, cinquantacinquenne
parigino “nato in una famiglia borghese di un
quartiere elegante”, residente “in una zona di
Parigi decisamente radical-chic”, “figlio di un
alto dirigente e di una storica famosa” (sono
sue parole), forte di cotanto pedigree e del
clamoroso successo del suo ultimo libro fa
spallucce e se la ride.
frutti di una celebrità cercata con ostinazione
per tanto tempo. Una celebrità che è arrivata
improvvisamente, dopo anni passati a scrivere
“libri e sceneggiature”, solo negli ultimi mesi
grazie al clamoroso successo di Limonov. La
‘biografia romanzata’ dedicata al controverso
scrittore underground e leader dei nazbol
(nazional-bolscevichi) Eduard Savenko, in arte
Eduard Limonov, è stata infatti un autentico
bestseller in Francia. Tant’è che il successo del
libro di Carrère, pubblicato nel 2011 dai tipi di
P.O.L. Editeur, ha spinto l’algida Adelphi, tra lo
stupore di molti, ad assicurarsene i diritti italiani.
In realtà la casa editrice milanese non è nuova
Amici che l’hanno incontrato quest’estate a operazioni di questo tipo basti pensare alla
nella tenuta toscana della baronessa Beatrice pubblicazione di Simenon, un tempo ‘scrittore
Monti Rezzori, ospite del prestigioso premio di genere’ ghettizzato nelle edicole.
letterario Gregor von Rezzori, l’hanno dipinto
come una ‘primadonna’ educata e compiaciuta. Limonov, uscito in Italia nell’ottobre scorso e
Probabilmente – e non c’è nulla di male in già giunto alla seconda edizione, lo si potrebbe
tutto ciò – il buon Emmanuel si sta godendo i definire una sorta di “romanzo russo” visto
91
MOST
che, oltre alla considerevole mole (ben 356
pagine), finisce per raccontare – attraverso
il prisma poliedrico della “vita romanzesca
e spericolata” di Eduard Savenko – gli ultimi
sessant’anni della storia russa. A ben vedere (il
lettore più smaliziato, non a digiuno di Russia,
se ne accorgerà presto) le idiosincrasie, le
contraddizioni, gli aspetti più plateali e sciovinisti
del personaggio Limonov sono gli stessi di un
paese che da sempre guarda all’Occidente e
alle sue presunte debolezze con un misto di
arroganza, invidia e disprezzo.
92
di limitarsi a riportare i fatti – appare evidente
come l’affermazione del giornalista inglese non
sia affatto una provocazione, ma poggi su basi
assolutamente fondate. Lo stesso Carrère non
esclude che Limonov nel corso della sua vita
abbia voluto provare l’ebbrezza dell’omicidio (si
ipotizza nel corso della guerra nell’ex Jugoslavia)
anche se, ovviamente, il diretto interessato ha
sempre negato tale addebito.
Gli anni dell’adolescenza e della giovinezza
trascorsi a Kharkiv, ricostruiti accuratamente
da Carrère avvalendosi sia delle testimonianze
dirette di Limonov, sia delle pagine di romanzi
come Podrostok Savenko (Eddy Baby Ti Amo,
Salani 2005), sono ricchi di episodi che rendono
ragione non solo di un carattere irrequieto
ed egocentrico, ma di una fascinazione verso
la violenza che, a ben vedere, è il filo rosso
che unisce le diverse incarnazioni di questo
D’Annunzio da feuilleton sovietico.
Non tragga in inganno il fatto che Limonov,
nella sua veste più recente di agitatore politico
e di oppositore di Putin – una delle ultime
maschere indossate dopo quella di teppista in
Ucraina, poeta underground a Mosca, barbone
e marchettaro a New York, scrittore alla moda
a Parigi, miliziano filoserbo nei Balcani – abbia
fatto fronte comune con i democratici Garry
Kasparov e Mikhail Kasyanov nel 2007 nel
tentativo di opporsi al tandem governativo Le pagine kharkivesi del libro, in particolare
quelle ambientate nel quartiere popolare
Medvedev-Putin.
di Saltovka, hanno l’odore del sangue di
Limonov, come spiega Carrère nella chiosa stupri collettivi e di risse che degenerano in
finale, disprezza Putin semplicemente perché accoltellamenti, il sapore aspro del samogon
Vladimir Vladimirovich, nato da un’umile – la vodka fatta in casa per sballarsi in trip
famiglia di San Pietroburgo, molto simile a quella alcolici, zapoy, che durano giorni interni – e
ucraina dei Savenko, è uno che, al contrario quello dolciastro dello sperma. Sono pagine
di lui, ce l’ha fatta. Putin, l’ex funzionario del crude, spesso disgustose, sconsigliate ai
KGB dislocato con compiti di secondo ordine deboli di stomaco, eppure fondamentali per
nella DDR, è oggi lo zar della nuova Russia. Un comprendere il personaggio Limonov e i codici
ruolo questo che Limonov aveva immaginato comportamentali di un proletariato sovietico,
per sé sin da bambino quando, all’interno della quello degli anni ’50, alcolizzato e analfabeta
sua kommunalka kharkivese, fantasticava sul che, nonostante il disgelo khruscioviano, vive
suo futuro sperando non fosse grigio come ancora nel mito di Stalin.
quello dei suoi genitori. Emblematica la frase
pronunciata a Mosca nel 2007 da un giornalista A Saltovka dove, tra strade non asfaltate che si
inglese che assiste a una conferenza stampa del intersecano ad angolo retto, abitano gli operai
blocco democratico Drugaya Rossiya capitanato di tre grandi fabbriche Turbina, Pistone, Falce
dall’improbabile terzetto Limonov, Kasparov, e Martello, gli unici divertimenti possibili sono
Kasyanov. L’uomo, rivolgendosi sottovoce, ma l’alcol e il sesso, praticato nel migliore dei casi
con aria assolutamente seria a Carrère, anche (ossia quando non si traduce in stupro) in
lui presente in sala, afferma: “Gli amici di maniera animalesca. A Saltovka il jazz raffinato
Limonov farebbero bene a non fidarsi di lui. Se degli Stiliagi, i giovani filoccidentali che
per caso prendesse il potere, per prima cosa li passeggiano lungo la Sumskaya, il boulevard
principale di Kharkiv, con acconciature che
farebbe fucilare tutti”.
ricordano i capelli a banana di Elvis Presley, non
Leggendo le oltre trecento pagine di arriverà mai. A Saltovka la musica dei compagni
quest’avvincente biografia – in cui l’autore di sbronze di Limonov è il blues ferroviario,
quasi per giustificare una malcelata simpatia quasi lisergico, di zapoy che si protraggono per
verso Limonov ribadisce più volte di sospendere giorni interi su treni di cui spesso non si conosce
il giudizio sul protagonista del suo romanzo e neppure la destinazione. Accade così che nel
corso di questi trip alcolici Eduard e i suoi amici
diventino protagonisti di furti, aggressioni ed
episodi di violenza. Alcuni finiranno in carcere,
altri giustiziati presso la corte marziale, quando
malauguratamente ci scappa il morto. Limonov
a soli vent’anni, dopo un tentativo di suicidio,
sarà rinchiuso in ospedale psichiatrico.
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seconda moglie, la famosa attrice russa
Ekaterina Volkova che gli ha dati due figli:
Aleksandra e Bogdan. La cosa non sembra
preoccuparlo troppo. Sostiene, infatti, di avere
parecchie amanti, tutte belle e giovani, “di serie
A”, come ama chiamarle lui. Dopo il fallimento del
progetto Drugaya Rossiya Limonov è di nuovo
in pista con il movimento politico Strategia 31,
Fortunatamente dopo due mesi di internamento, dal numero dell’articolo della costituzione che
Eduard incapperà in un vecchio psichiatra il garantisce il diritto di manifestare.
quale intuisce che il ragazzo non è affatto pazzo,
semplicemente incompatibile con la routine di C’è da scommettere che il “diario di questo
una vita grigia a base di lavoro in fabbrica e fallito”, per parafrasare il titolo di un suo famoso
sbronze di vodka. Sarà questo vecchio terapeuta romanzo uscito anche in Italia, si arricchirà di
dalle orecchie pelose a indirizzarlo in una libreria altre esilaranti pagine. Eroe o cialtrone, oggi
del centro di Kharkov, punto d’incontro di tutti Limonov, grazie anche a uno scrittore francese
gli artisti e poeti della città ucraina. All’interno di radical chic che avrebbe voluto vivere una vita
Libreria 41 il ventenne Limonov conoscerà Anna oltraggiosa come la sua, gode di una popolarità
Moiseevna Rubinstejn, la donna che diventerà mondiale. Basterà questo ad appagare il suo
per un periodo la sua amante e con la quale ego ipertrofico?
si trasferirà qualche anno più tardi a Mosca in
cerca di gloria prima dell’esilio volontario a New
York e a Parigi.
Limonov di Emmanuel Carrère
Oggi Eduard, stesso sguardo da canaglia di
sempre, è arrivato alla soglia dei 70 anni.
Recentemente è stato abbandonato dalla
Traduzione di Francesco Bergamasco
Adelphi, Milano 2012
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Ph.: Rafael Gomez
YEREVAN CAPITALE MONDIALE DEL LIBRO
Quando la più potente arma del paese è la cultura
Emanuele Cassano
Promuovere la diffusione del libro e incoraggiare la lettura, queste le motivazioni che hanno
spinto l’UNESCO a designare annualmente una
città che potesse rappresentare e nello stesso
tempo diffondere questi ideali. Dopo la fortunata esperienza della Giornata mondiale del libro
e del diritto d’autore, svoltasi nel 1996, l’UNESCO decise cinque anni più tardi di nominare
la città di Madrid capitale mondiale del libro.
Era il 2001 e l’evento ebbe un grosso successo,
tanto che, durante la 31a sessione della conferenza generale dell’UNESCO svoltasi a Parigi
nello stesso anno, su proposta di dodici Paesi
fu approvata la risoluzione 29: da quell’anno in
avanti sarebbe stata eletta con cadenza annuale una città capitale mondiale del libro, sull’esempio di Madrid. Fino al 2004 la città organizzatrice è stata stabilita da una Commissione
selezionatrice, mentre dalle edizioni successive
l’UNESCO si è aperta alle candidature delle città interessate. Così, a partire da Madrid 2001,
l’evento ha toccato uno a uno tutti i continenti, passando anche in Italia, a Torino nel 2006
(stesso anno dei XX Giochi olimpici invernali,
ospitati sempre nel capoluogo piemontese), in
un’edizione che la città ha condiviso in parte
con Roma. Si è arrivati quest’anno alla dodicesima edizione: questa volta l’onore di ospitare
l’evento è toccato a Yerevan, capitale armena e
uno dei più grandi centri culturali del Caucaso.
Si tratta della più grande manifestazione culturale che l’Armenia abbia mai ospitato da quando è indipendente.
Già dal giorno della consegna del testimone tra
il sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri – la
città argentina aveva ospitato la precedente
edizione dell’evento – e il sindaco di Yerevan
Taron Margaryan, si è capito che il paese voleva
fare le cose in grande: nella lunga cerimonia
svoltasi nella piazza antistante al Matenadaran,
la più grande e importante biblioteca di Yerevan, erano presenti tutte le più importanti autorità del paese, dal presidente Serzh Sargsyan
al primo ministro Tigran Sargsyan, oltre al Catholicos Karekin II, capo della Chiesa apostolica
armena, oltre a molte delegazioni straniere e
istituzioni internazionali. Per Yerevan e per l’Armenia questa è stata, infatti, una grande opportunità per far conoscere al mondo intero la
propria cultura e la propria identità, valori dei
quali gli armeni vanno molto fieri.
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190 a.c. al 165 d.c., durante il quale gli armeni
vissero uno dei momenti più gloriosi della loro
storia, questo popolo ha vissuto lunghi periodi
di dominazioni straniere, intervallate da piccoli
periodi d’indipendenza dove altrettanto piccoli
principati si facevano guerra tra di loro, fino alla
costituzione di un secondo importante regno
armeno, quello di Cilicia, stabilito nell’omonima
regione affacciata sul Mediterraneo a sud-est
della Turchia. Con la caduta di questo regno nel
1375 per mano dei Mamelucchi d’Egitto, gli armeni non riuscirono più a costituire stato unitario e si ritrovarono per secoli a essere “ospiti” in
casa propria, senza uno stato che li rappresentasse. Questo fino all’indipendenza raggiunta
nel 1991 con la dissoluzione dell’Unione Sovietica (senza contare la breve esperienza d’indipendenza vissuta tra il 1918 e il 1920).
Salvare la cultura per preservare l’identità. La scelta dell’Armenia non è stata casuale:
il paese, nonostante le piccole dimensioni e la
scarsa popolazione concentrata per la maggior
parte nella capitale, è molto ricco dal punto
di vista culturale: oltre, infatti, a ospitare un
gran numero di biblioteche gestite dal ministero della cultura e da altre istituzioni pubbliche,
oltre a quelle locali e private, il paese possiede
anche dodici musei dedicati a singoli scrittori,
e la Camera Nazionale del Libro – fondata nel
1922, quest’anno al suo 90° anniversario – che
raccoglie e cataloga pubblicazioni sull’Armenia In tutti questi secoli l’Armenia è stata invasa
provenienti da ogni parte del mondo.
da Romani e Parti, Bizantini e Sasanidi, Mongoli
e Arabi, e infine spartita tra Ottomani, Russi e
Questa ricchezza è frutto dell’importanza che Persiani. Gli armeni hanno saputo però conserquesto popolo ha da sempre saputo dare alla vare la loro cultura nel corso dei secoli, idenpropria cultura e alle proprie tradizioni, riuscen- tificandosi nella loro religione (l’Armenia fu il
dole a mantenere in vita nonostante tutte le primo paese a dichiarare il Cristianesimo reliavversità subite nel corso dei secoli. Gli armeni gione di stato nel 301 con Gregorio Illuminahanno da sempre avuto una grande difficoltà tore) e creando un proprio alfabeto, ideato nel
nel creare un proprio stato unitario, a causa 405 da Mesrop Mashtots per tradurre la Bibbia,
dell’aspro territorio sul quale per secoli si sono integrandosi con i popoli invasori ma senza mai
trovati ad abitare e per colpa dei potenti vicini perdere le proprie tradizioni. Riuscendo a mancon i quali hanno dovuto avere a che fare. Dopo tenere viva la propria cultura, il popolo armeno
il grandioso regno d’Armenia con capitale Tigra- è riuscito così a preservare la propria identità,
nocerta, rimasto in vita per più di tre secoli dal che è giunta intatta fino ai giorni nostri.
L’Italia ha un ruolo di primo piano. Nel corso della manifestazione il governo armeno ha
voluto dare ampio spazio anche all’Italia e alla
propria editoria, facendo svolgere al paese un
ruolo di primo piano per quanto riguarda la mostra realizzata ad aprile dedicata ai libri armeni
stampati all’estero, uno dei punti forti dell’evento. Le basi per questa collaborazione sono
state gettate durante l’incontro tra il ministro
della cultura armeno Hasmik Poghosyan e l’ambasciatore italiano Bruno Scapini: il governo di
Yerevan ha chiesto in prestito alcuni dei numerosi volumi armeni stampati in Italia che approfondiscano i più importanti aspetti culturali
e artistici dell’Armenia, volumi che sono andati
ad arricchire la mostra evidenziando l’importante punto di riferimento che la tipografia italiana ha rappresentato nel corso dei secoli per
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lo sviluppo e la diffusione della cultura armena to altri punti di vista, sui quali il paese ancora
nel mondo.
stenta. Gli armeni come detto sono un popolo
molto fiero e orgoglioso, che in tutti questi anni
In pochi sanno, infatti, che nel 1512 a Venezia hanno saputo conservare la loro lingua, il loro
fu stampato il primo libro in lingua armena: i alfabeto e le loro tradizioni. Dopo ogni sconfitveneziani intuirono subito l’utilità dello studio ta si sono saputi sempre rialzare; hanno alle
e della divulgazione di questa lingua, la quale loro spalle secoli di dominazioni straniere, con
oltre ad aiutare la comprensione della cultura e le quali hanno spesso saputo convivere, ma con
della storia del popolo armeno, poteva facilitare le quali talvolta sono anche arrivati a sanguianche lo studio di tutti quei popoli ora scom- nosi scontri: ancora aperta è la ferita causaparsi che un tempo avevano intessuto rapporti ta dal terribile genocidio operato dai “giovani
con gli armeni stessi, basti pensare che le te- turchi” ai danni della popolazione armena nel
stimonianze principali che ci sono pervenute su 1915. Dopo secoli, nel 1991 l’Armenia è tornata
Alessandro Magno sono state tradotte dall’ar- ad essere uno Stato indipendente, ha superato
meno. Nel corso del XIX secolo a Venezia erano un terremoto che devastato per intero il paese
presenti ben diciannove tipografie che stampa- e ha dovuto affrontare una sanguinosa guerra
vano testi in armeno, il quale aveva dato alla contro l’Azerbaigian per difendere l’indipendenluce circa 25.000 volumi destinati a riempire le za del Nagorno-Karabakh: gli azeri si ritrovano
biblioteche di tutta Europa.
ora con il 20% circa del loro territorio nazionale
occupato dalle truppe armene.
Quest’anno è ricorso il 500° anniversario di
quella data, e sia a Yerevan sia a Venezia, cit- In seguito alla guerra del Nagorno-Karabakh
tà gemellata dal 2011 con la capitale armena, l’Armenia ha registrato una crescita economica
sono state allestite numerose mostre nei più continua, pari al 10% annuo, inoltre negli ultiimportanti musei delle due città, come la mo- mi cinque anni l’edilizia è cresciuta del 700%.
stra Venezia e l’Armenia impronte di una civil- Yerevan è un cantiere aperto, si cerca di voltare
tà, allestita durante quest’anno nella città lagu- pagina, in città gli austeri palazzi-caserma tipici
nare, organizzata dalla professoressa Gabriella dell’epoca sovietica stanno lasciando il posto a
Uluhogian insieme al sacerdote e professore locali, negozi e boutique, che denotano la forte
Boghon Levon Zekyan e a Vartan Karapetian. voglia di questa città di avvicinarsi al modelIl giorno dell’assegnazione da parte dell’Unesco lo di vita occidentale. Gli armeni della diaspora
del titolo di capitale mondiale del libro 2012 a finanziano il paese, costruiscono strade, ospeYerevan, era presente alla cerimonia anche il dali e scuole, sempre più imprese investono
sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, invitato per- sull’Armenia, sempre più catene scelgono Yesonalmente dal presidente Sargsyan. Orsoni è revan per la loro prossima apertura: sembra la
intervenuto in rappresentanza delle delegazioni descrizione di un paese in continua evoluzione,
internazionali presenti, ed ha preso parte alla che non a caso si è guadagnato il titolo di “Tigre
cerimonia di investitura della capitale arme- del Caucaso”, per la sua tenacia e per la sua
na. Il sindaco di Venezia ha quindi approfittato voglia di riscatto.
dell’occasione per ricordare al pubblico il forte legame culturale che da secoli unisce le due L’Armenia però non è solo il paese della cultura,
città, testimonianza di un legame ancora più della crescita economica e dei nuovi progetti,
profondo che lega la cultura armena a quella ma è anche un paese che ha ancora grossi proitaliana.
blemi di fondo da sistemare, a partire dalla crescita stessa, che forse hanno avvertito a YereUn paese fra alti e bassi. Nonostante l’Ar- van, ma che non ha di certo interessato le aree
menia sia un paese molto brillante e attivo dal rurali del paese che sono invece rimaste povere
punto di vista culturale, e investa sullo sviluppo e arretrate. La disoccupazione, nonostante sia
e sulla divulgazione della propria cultura anche un fenomeno in calo negli ultimi anni, resta anall’estero, per formare e per far scoprire alle cora molto alta, e si attesta intorno al 30%;
nuove generazioni di armeni sia “autoctoni” per questo molti giovani sono costretti a emisia della diaspora la propria “armenità”, attual- grare in Russia o nei paesi della diaspora per
mente però il paese deve migliorare anche sot- mancanza di lavoro. Le condizioni di vita non
sembrano essere molto migliorate negli ultimi
anni nonostante la crescita, e i soldi esteri, provenienti dalla diaspora, se da una parte aiutano
il paese, dall’altra ne bloccano l’economia, facendo aumentare l’inflazione del Dram, la moneta locale, e danneggiando l’export, già poco
differenziato.
Inoltre in Armenia – come del resto in quasi
tutte le ex repubbliche sovietiche – è ancora
presente il problema della corruzione, che negli
ultimi anni sembra essere in aumento: il governo è stato così costretto a varare un piano anticorruzione da 340.000 dollari, il quale è stato
però messo in discussione da molti, dato il contesto in cui si trova il paese, dove lo stato di diritto è ancora debole. Riguardo alle libertà politiche e ai diritti umani, l’Armenia è considerata
da Freedom House – organizzazione non governativa internazionale che si occupa di democrazia, libertà politiche e diritti umani – come un
paese “parzialmente libero”, al pari della Georgia e della Turchia, evidenziando gli sforzi che il
paese deve ancora compiere in questo campo.
A complicare ulteriormente le cose ci sono poi le
difficili relazioni con i pesi confinanti: il 70% dei
confini nazionali sono sigillati: le merci, per essere trasportate dall’Anatolia all’Armenia devo
essere obbligatoriamente fatte passare dalla
Georgia; i rapporti con Turchia e Azerbaigian
rimangono tesi, e una guerra sembra essere
sempre dietro l’angolo, mentre con la Russia, la
quale aiuta l’Armenia puntando però al proprio
tornaconto, c’è uno strano rapporto di alleanza.
Ripartire dalla cultura per rilanciare l’immagine del paese. L’essere stata scelta come
capitale mondiale del libro ha rappresentato
per Yerevan e più in generale per l’Armenia una
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grande occasione per esportare anche all’estero la propria cultura, oltre che ad aprire le porte
del paese a nuovi potenziali visitatori ed investitori. L’Armenia si sta aprendo sempre di più
al turismo culturale, decisa a sfruttare appieno
il grande patrimonio di cui dispone, per questo
il paese ha recentemente deciso di abolire il visto d’ingresso – prima necessario – per tutti i
cittadini provenienti dai paesi dell’area Schengen. Questo provvedimento sarà applicato a
partire dal 1° gennaio 2013, ed evidenzia la
forte volontà dell’Armenia di volersi avvicinare
all’Occidente e all’Unione Europea, Russia permettendo. Già parecchi operatori turistici europei vendono e promuovono pacchetti di viaggio
che hanno come destinazione l’Armenia: dopo
Yerevan capitale mondiale del libro e dopo l’abolizione del visto per i cittadini Schengen, il
governo spera ora di attrarre verso il paese
flussi sempre maggiori di turisti provenienti dal
Vecchio Continente.
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La stessa Unione Europea si è dimostrata interessata a portare avanti una politica attiva nei
confronti dei paesi del Caucaso meridionale, inseriti da tempo nella politica europea di vicinato. L’UE ha più volte sostenuto lo sviluppo della cultura e dell’istruzione in Armenia: l’ultimo
caso riguarda un programma di finanziamenti
varato per dodici istituti professionali abbandonati dai tempi dell’URSS. Questo programma è
monitorato dall’EFT (European Training Fundation), agenzia che si occupa di seguire i progetti
legati all’educazione e alla formazione professionale attuati nei paesi extra-europei. In totale
l’UE elargirà per la realizzazione del progetto
95 milioni di euro in quattro anni, per circa 2025 milioni l’anno.
Ph.: Bob AuBuchon
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Rivista quadrimestrale allegata al sito East Journal
Chiuso in redazione il giorno 7 gennaio 2013
East Journal
Testata registrata n. 4351/11 del 27 giugno 2011 presso il Tribunale di Torino
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