Utopie e processi di modernizzazione della Turchia attraverso il

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Utopie e processi di modernizzazione della Turchia attraverso il
Utopie e processi di modernizzazione della
Turchia attraverso il paradigma storicoletterario
Lucia C. Antonazzo
Resumo
Nel processo di modernizzazione della Turchia, che inizia ufficialmente
nel 1839, è importante notare come i cambiamenti avvenuti si rispecchiano
nella letteratura e nei suoi risvolti utopici, che riflette così le tante sfaccettature
della realtà. I personaggi dei romanzi evidenziano le difficoltà di aderire al
cambiamento che, seppur desiderato, non è mai accettato fino in fondo. Nel
1923 Mustafa Kemal Atatürk fonda la Repubblica di Turchia e mette in atto una
serie di cambiamenti che rompono con la tradizione. Sono cambiamenti imposti
dall’alto, in una società in cui saranno messi in discussione i ruoli all’interno
della famiglia e le identità di ciascun componente. L’aspetto più vistoso è la crisi
del patriarcato, che causa lo sbandamento di tutta la famiglia, specialmente dei
figli. In due romanzi utopici, Yeni Turan e Ankara, le protagoniste sono donne
che vogliono realizzare una vera parità con gli uomini, assumendo un ruolo
sociale importante, condividendo idee, passioni e soprattutto emozioni con
l’altro sesso. Nella realtà, il mondo emotivo era rimasto e continuava a rimanere
al di fuori del matrimonio, che restava un contratto tra le parti. Gli uomini non
erano pronti ad avere al loro fianco una persona con i loro stessi diritti e doveri,
specialmente nello spazio privato, e le donne non erano pronte ad affrancarsi
dagli uomini, ad esistere in quanto donne e non essere soltanto persone capaci
di affrontare lo spazio pubblico annullando la propria identità per inseguire
modelli e comportamenti maschili vincenti.
Palavras-chave
Turchia; Utopie; Modernizzazione; Crisi del patriarcato.
Lucia Concetta Antonazzo é graduada em Línguas e Literaturas Estrangeiras pela
Università degli Studi di Lecce nel 2005, com uma tese entitulada Divisione dello spazio
sociale e problemi di genere nella Turchia moderna. Entre as suas publicações estão: Gestione
del potere e questione femminile nella Turchia tra modernità e tradizione, in www.
auraweb.it; Identità e problemi di genere in alcuni Paesi del Mediterraneo (Turchia,
Marocco, Francia), MERIDIONE – Sud e Nord nel mondo, Napoli, anno VII, n. 2,
aprile-giugno 2007. Libertà e diritti civili delle donne nella Turchia moderna, Rivista di
studi utopici, n. 1 aprile 2006; LETS (Local Exchange Trading System). Le domande più
ricorrenti sul sistema Lets, tradução italiana do inglês, in COLUCCIA, Paolo, La cultura
della reciprocità. I sistemi di scambio locale non monetari, 2002. Apresentou trabalhos
em congressos organizados pela SESAMO, Società per gli Studi sul Medio Oriente, em
Florença, Palazzo Vecchio, em maio/2007, e em Catania, Facoltà di Scienze Politiche,
em fevereiro/2006, além de ser relatora no Seminário “Identità: confronto a più voci”,
organizado pela Rete Meridione, Istituto Italiano per gli Studi filosofici e Scuola A. F. “J.
Sannazzaro”, Napoli, 23-24 de setembro de 2005.
LUCIA C. ANTONAZZO
1. Le strutture patriarcali
come principale ostacolo alla modernità
Il processo di modernizzazione della Turchia iniziò ufficialmente
nel 1839, e questa modernizzazione fu gradualmente introdotta dall’alto,
con una serie di norme legali e istituzionali, che seguivano i criteri vigenti
nell’Occidente europeo. Il potere religioso non accettava, anzi si sentiva
minacciato da questo processo di laicizzazione. E anche alla popolazione
riusciva difficile accettare una modernizzazione in contrasto con la
propria tradizione, con la propria vita come era stata condotta fino a quel
momento. Naturalmente, cercando di cambiare, anzi di rimodellare il
potere politico, legislativo e giuridico, si toccarono per prime le strutture
riguardanti il matrimonio, la famiglia e, soprattutto, la condizione delle
donne.
Il processo di modernizzazione ebbe notevoli ripercussioni sui
rapporti di dominio. Il cambiamento sottopose la cultura maschile e
le strutture patriarcali a forti pressioni. Il sistema patriarcale, cioè
“quell’insieme di pratiche, di strutture sociali e culturali che costituiscono
il dominio dell’uomo sulla donna, non è naturalmente specifico della
Turchia, né dell’Islam” (SARAÇGIL, 2001, p. VIII) . Ma è un sistema
che riproduce, in diverse forme e in diversi contesti culturali, le strutture
più intime del potere. Cambiare queste strutture è molto più difficile che
trasformare gli apparati statali, il sistema politico, giuridico, economico.
Il fenomeno del patriarcato può essere diviso, come afferma la
studiosa Silvia Walby, in sei principali strutture – lavoro domestico,
sessualità, cultura, violenza, Stato, lavoro retribuito – e, nell’interrelazione
di questi elementi, cerca di individuare le diverse manifestazioni
di patriarcato. Queste strutture si influenzano tra di loro, il privato
interferisce con il pubblico e viceversa, producendo cambiamenti
complessi. Patrilinearità e patriarcato costituiscono i fondamenti
culturali della religione musulmana. Il Corano è rivelato agli uomini e
per gli uomini, si rivolge alle donne solo occasionalmente e quasi sempre
attraverso gli uomini. La discendenza maschile è privilegiata e viene
investita di autorità attraverso il sistema patriarcale. Anche la società
musulmana, come molti sistemi politici, legittima l’organizzazione del
potere collegandola simbolicamente alla struttura della famiglia.
La letteratura turca ci fornisce un valido aiuto per cercare di
comprendere il periodo storico. Per molti secoli non c’era stata una vera
letteratura turca. Da quando i popoli di lingua turca si erano convertiti
all’Islam (fine IX secolo), non solo ebbero un nuovo sistema di fede, nuove
modifiche alla loro lingua, ma anche nuove regole per la poesia. Così, le
popolazioni rurali continuarono a parlare il turco, mentre la minoranza
colta coltivò l’ottomano, che presentava i caratteri dell’alfabeto arabo
con la grammatica turco-persiana. Con questa lingua si creò una nuova
letteratura, ispirata alla poesia classica persiana. Questa poesia attingeva
alle fonti classiche della tradizione: ciò significa che l’ispirazione non
proveniva dalla realtà o dalla natura, ma dai maestri, dai poeti del
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passato. Così si ricorreva al vocabolario canonico della tradizione, cioè
un vocabolario standard. Il modo in cui una cosa era espressa era più
importante di ciò che veniva espresso. Era una poesia fatta dagli uomini
per gli uomini, sia che fosse encomiastica, sia che fosse poesia d’amore.
L’amato era rappresentato da una persona di sesso maschile: il bell’efebo.
La donna era bandita dalla poesia lirica, dal momento che si pensava
che l’amore verso la donna non era vero amore, ma poteva suscitare
solo sensuali appetiti. L’impatto con il mondo moderno generò un altro
modo di fare poesia. Lo sguardo si posò sull’ambiente, sulla società,
sui problemi dell’individuo. Cominciò a venir meno il rispetto per la
tradizione.
La letteratura turca rappresenta uno specchio di quello che
accadeva nella società, rivela le difficoltà dei personaggi di aderire al
mutamento che, seppur desiderato, non era mai accettato fino in fondo.
Gli scritti letterari rispecchiano meglio questo tipo di problematiche
rispetto a trattati, saggi e discorsi. Questi ultimi tendono a suscitare
opinioni, a convincere, mentre la letteratura si articola in tante
sfaccettature del reale.
2. Uno sguardo sulla famiglia nei primi romanzi turchi
Il primo romanzo turco, Taaşsuk-i Talat ve Fitnat
(L’innamoramento di Talat e Fitnat), di Şemseddin Sami1, apparso nel
1872, ha come oggetto la segregazione femminile e la formazione della
famiglia. Sami è molto critico riguardo alla condizione delle donne,
sottoposte completamente al volere maschile, soprattutto riguardo al
fatto che le giovani sono date in moglie dai padri a persone che non
conoscono, talvolta uomini molto più anziani di loro. In questo romanzo
la madre della protagonista, cacciata di casa dal marito, esprime il suo
dolore dicendo che la donna, purtroppo, ha meno importanza di un
asino per gli uomini. Quando gli uomini comprano un asino ed esso non
risponde alle loro aspettative, possono rivenderlo, anche se dovranno
perdere dei denari. Ma con la donna è differente, perché, se lei non
soddisfa i bisogni del marito, lui può lasciarla quando vuole e prendere
un’altra, senza perdere nulla.
Nello stesso anno Namık Kemal2, uno degli intellettuali più
influenti del momento dei Giovani Ottomani, scrisse un articolo Aile
(Famiglia), dove affermava che la forza dei legami familiari costituisce
la base della superiorità del mondo musulmano rispetto a quello
occidentale, ma la realtà familiare è arretrata, con rapporti basati sulla
violenza, soprattutto nei riguardi dei giovani e delle donne. L’armonia
familiare si raggiunge però solo con un’autorità paterna adeguata. Il padre
deve essere un patriarca illuminato, deve avere maggiore disponibilità
nei confronti delle donne e considerare che il miglioramento della loro
vita è una condizione necessaria al miglioramento della propria.
Şemseddin Sami
(1850-1904), giornalista,
drammaturgo, romanziere.
Tradusse dal francese I
miserabili di Victor Hugo e
molte altre opere. È importante
soprattutto per l’ambito
linguistico. Compilò dei
vocabolari e un’enciclopedia
storico-geografica.
1
Namık Kemal (1840-1888),
è considerato il padre della
letteratura turca. Scrisse
opere teatrali di grande
impatto politico ed emotivo.
Fu sostenitore del regime
costituzionale e tradusse opere
di Rousseau e di Montesquieu.
2
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LUCIA C. ANTONAZZO
C’era, però, una reale e forte resistenza al cambiamento delle
strutture familiari più intime. Ahmet Mithat3 in Paris’te bir Türk (Un
turco a Parigi, 1876) scrive che l’uomo musulmano non è una sorta di
angelo, privo di istinti. “Se non avesse concesso la possibilità di prendere
più mogli a un uomo che con una sola non riusciva a soddisfarsi, non
avrebbe potuto ritenere immorale la prostituzione” (MITHAT, 1876,
p. 160). Ed una signora parigina così, nello stesso romanzo, giustifica la
poligamia presso i musulmani:
Per i nostri uomini parigini che già a dodici-tredici anni diventano invalidi
contraendo qualche malattia venerea, è troppo persino una moglie.
Invece un uomo orientale, il cui paese non ammette la prostituzione,
non può bere alcoolici, non può giocare d’azzardo, mantiene intatte
tutte le sue forze. Ovvio che per lui una sola donna sarà troppo poco
(MITHAT, 1876, p. 160).
3
Ahmet Mithat (18441912) è l’unico romanziere
turco-ottomano proveniente
da strati popolari. Prima
lavorò come apprendista
presso un mercante di spezie
ad İstanbul, poi ebbe un
impiego nell’amministrazione
provinciale e, notato per
le sue capacità, cominciò a
dirigere giornali locali. Dal
1872 si dedicò interamente
alla letteratura. Fondò una
tipografia, dove pubblicò
giornali e i propri romanzi.
Trattò i problemi sociali del
suo tempo, scrivendo per il
popolo semplice, che l’autore
cercava di istruire ed elevare.
4
Halide Edib Adıvar
(1883-1964) è una figura
femminile particolare. Studiò
nel collegio americano di
İstanbul, integrando la sua
formazione con lezioni
private. Partecipò alla guerra
di liberazione raggiungendo
il grado di caporale. Delusa
poi per alcune scelte di
Atatürk, entrò in conflitto col
kemalismo ed andò all’estero,
prima in Francia e poi in
Inghilterra. Tenne lezioni e
conferenze e scrisse opere
storico-sociali sulla Turchia a
lei contemporanea. Ma è nota
soprattutto come autrice di
romanzi.
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Possedere un alto numero di donne è, per il patriarca, la misura
della sua capacità di autocontrollo, del suo senso di giustizia e del suo
potere economico.
Comincia a farsi evidente, però, la forza esercitata sull’élite
riformista dalla vita occidentale. I giovani non vogliono più accettare i
matrimoni combinati dai genitori, gli uomini non vogliono ricorrere alle
relazioni impari con le schiave. Halide Edib Adıvar4 tratta questi temi nei
suoi romanzi. Il giovane protagonista di Sinekli Bakkal considera le donne
tra le principali responsabili del perpetuarsi del sistema, che lui odia. Esse
sono solo strumenti riservati al piacere e a fare figli, sono delle schiave.
La strada per una vera liberazione delle donne doveva però passare
attraverso l’istruzione. L’educazione ottomana era stata essenzialmente
religiosa e riservata solo agli studenti di sesso maschile. L’istruzione
delle donne era possibile solo con lezioni private a domicilio, quindi ciò
era riservato ad un’esigua minoranza. Nel 1842 fu permesso alle ragazze
di frequentare le lezioni della Facoltà di Medicina per formarsi come
levatrici. Mancava però un livello di formazione medio-superiore. La
prima scuola superiore femminile fu aperta a İstanbul nel 1859. Durava
due anni ed era gratuita. Ma, poiché i docenti erano tutti uomini, la
frequenza delle studentesse era un problema, dato che le ragazze avevano
superato gli undici anni e dovevano evitare contatti con il sesso maschile.
La prima istituzione professionale femminile fu aperta nel 1865 ed era
riservata alle orfane di guerra, che là imparavano a cucire e a tessere
da insegnanti importate dall’Europa. Questi tentativi, però, rimanevano
per lo più concentrati nella capitale.
3. Lo smarrimento maschile di fronte al cambiamento
Il desiderio di cambiamento diventava una minaccia per le
strutture patriarcali. I protagonisti di tutti i primi romanzi sono orfani
di padre, cioè privi di una guida. Il fatto di non avere il padre, di non
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avere più una guida, mandava allo sbando l’intera famiglia, che si trovava
esposta agli intrighi delle donne. Se il patriarca non può tenere a freno
le lotte femminili all’interno di una famiglia, esse esplodono fino a che
la famiglia si distruggerà. Inoltre, il fatto che possa nascere l’amore
spontaneo tra un ragazzo e una ragazza, espone la famiglia a pericoli
reali, perché l’incontro in uno spazio pubblico è senza controllo, fa
esplodere le passioni più distruttive.
I giovani riformatori ottomani non erano pronti alla realizzazione
di un rapporto uomo-donna che rispondesse alle loro stesse esigenze.
La figura femminile, dovendosi affrancare dai condizionamenti culturali
e tradizionali, suscitava terrori atavici. Si creava un vicolo cieco. Gli
intellettuali dell’epoca delle Tanzimat (Riforme) aspiravano a rapporti
più veri, chiedevano partners istruite, non segregate, scelte direttamente e
con amore, ma non riuscivano a non continuare le relazioni tradizionali,
soprattutto il concubinaggio. L’uomo continuava ad esercitare il controllo
sulla donna, sulla sua moralità. Faticava a nascere un modello di identità
maschile. L’uomo non riusciva a confrontarsi con la donna e la donna
non riusciva ad affrancarsi mentalmente dall’uomo. La perdita delle
protezioni tradizionali suscitava angoscia in molte donne, soprattutto
dell’élite ottomana.
Agli inizi del secolo le vite degli uomini e delle donne si
avvicinarono, se pur apparentemente. Negli ambienti delle élites
nascevano occasioni – passeggiare, ascoltare musica, ecc. – in cui si trovava
la presenza di membri della famiglia di entrambi i sessi. Nei romanzi
di inizio secolo il punto centrale della narrazione è costituito dalle
relazioni all’interno della coppia. I romanzi descrivono lo smarrimento,
soprattutto maschile, che questo confronto crea. L’ambiente è quello
dell’élite, ma spesso i protagonisti sono orfani, malati, muoiono di
tubercolosi. Spesso anche qui, come nel periodo precedente, manca
la figura paterna e, quando c’è, è incapace di governare la famiglia.
Uomini e donne dell’élite si trovavano a dover favorire il cambiamento
dell’ordine tradizionale, ma contemporaneamente si sentivano smarriti
per la perdita dei valori tradizionali. I romanzi rivelano la perdita di tali
valori. Il mondo domestico diventava un terreno di lotta tra donne –
figlie, mogli, matrigne, suocere – per il potere. Gli uomini non erano più
in grado di esprimere il loro controllo. Bisognava allora dare un nuovo
modello per la famiglia turco-musulmana, occorreva “rimodellare” le
strutture patriarcali, rendendole idonee ad una società moderna.
Negli ultimi anni dell’Impero Ottomano erano nati movimenti
femminili, le cui richieste riguardavano soprattutto l’educazione e
l’opportunità di lavoro. Halide Edib Adıvar era stata tra le fondatrici, nel
1909, di una Associazione per la promozione delle donne, i cui scopi erano
di stimolare lo sviluppo intellettuale, organizzando corsi di inglese, di
francese, di puericultura e di economia domestica.
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LUCIA C. ANTONAZZO
4. Differenza tra civiltà e cultura
Una ridefinizione del rapporto tra i sessi è stata elaborata da
Ziya Gökalp (1876-1924), il primo e, per molti anni, unico pensatore
sociale della Turchia moderna. Gökalp formulava una distinzione tra
“medeniyet” (civiltà) e “hars” (cultura). La civiltà è internazionale,
esprime conoscenze scientifiche, istituzioni comuni a gruppi di diverse
etnie e tradizioni. La cultura è nazionale, è composta da usi e tradizioni
di una particolare nazione. Una nazione può cambiare la civiltà di
appartenenza, come, del resto, era successo ai Turchi che, nella loro
storia, erano stati prima inseriti nella civiltà dell’Estremo Oriente e poi,
con l’Islam, erano entrati nella civiltà orientale. Ma, secondo Gökalp,
solo la cultura nazionale innestata su una civiltà poteva produrre un
insieme armonioso all’interno di quella civiltà, cosa che non si era
verificata. Gökalp contestava la caratterizzazione della civiltà orientale
in termini religiosi e sosteneva che essa è la continuazione della civiltà
romana d’Oriente. La civiltà orientale aveva raggiunto un alto livello
di elaborazione, poiché era basata su un insieme di culture nazionali.
Al nazionalismo turco rimaneva il compito di mantenere la fede
religiosa (per lui la civiltà non coincide con la religione), recuperare
l’identità culturale nazionale e inglobarla nella nuova civiltà universale:
quella occidentale. Per il pensatore, la nazione turca apparteneva ai
popoli del gruppo uralo-altaico, alla comunità musulmana e alla civiltà
occidentale.
Importanti sono le sue riflessioni riguardo ai rapporti tra i sessi.
Egli affermava che, tra gli antichi Turchi, le donne avrebbero goduto
di uno status giuridico pari, se non superiore, agli uomini. Tra di essi
vigevano due sistemi, quello religioso e quello magico. Quello religioso
era rappresentato dagli uomini, quello magico dalle donne, dallo
sciamanesimo. Secondo lo studioso, l’inizio della disparità tra uomini e
donne non era da imputare alla religione musulmana, ma alle concezioni
ascetiche delle religioni iranica e greco-ortodossa. La religione e il
magico si differenziarono, diventando antagonisti e le donne, considerate
portatrici di poteri demoniaci, non poterono più toccare gli oggetti sacri
e cominciarono a scendere verso una posizione sociale bassa.
Bisognava ridisegnare un nuovo modello di famiglia, che non
ricalcasse modelli di altre nazioni, che fosse profondamente radicato
nella cultura nazionale e che fosse costruito sulla base delle tradizioni
egualitarie dell’antica famiglia turca, rigettando il modello creato
dalle ingerenze arabo-persiane. Queste idee gettarono le basi per una
nuova legge sulla famiglia, elaborata nel 1917, con la motivazione
che l’autorità pubblica doveva intervenire negli affari della famiglia al
fine di garantire i diritti delle donne. In questo periodo tornò tra gli
scrittori la convinzione di considerare la necessità di “educare il popolo”,
quindi la letteratura doveva avere un’utilità sociale. Gli scrittori, però,
non avevano tutti la stessa visione: si trattava di conciliare tradizione
e modernità e ogni autore aveva una visione personale influenzata in
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UTOPIE E PROCESSI DI MODERNIZZAZIONE...
gran parte dalle proprie esperienze, positive o negative. Hüseyn Rahmi
Gürpınar5 dà un’interessante visione della modernizzazione. Egli
aveva una propensione alla giustizia sociale ed economica, associata ad
un’attenzione critica alla religiosità. La sua visione era nuova per quanto
riguarda la morale e le relazioni tra uomini e donne. La sua condanna
dei valori morali vigenti nella società che descriveva, lo portava ad un
profondo pessimismo nei riguardi delle relazioni tra uomini e donne.
Guardava al matrimonio con sospetto; gli individui dei suoi romanzi
non si assumono alcuna responsabilità, non costruiscono rapporti di
solidarietà, l’unico interesse è il desiderio sessuale. Şıpsevdi (Volubile
-1911) è il primo romanzo di Gürpınar che tocca temi quali l’ingiustizia
economica, il lavoro, il capitale e lo sfruttamento. Qui, come in tutti
i suoi romanzi, la relazione tra i sessi occupa un posto centrale. Tutte
le coppie si tradiscono, perché il matrimonio è dettato solo dalle leggi
della società che obbligano uomini e donne alla vita familiare. Neanche
l’amore, però, riesce da solo a mantenere unite le persone, a mantenere
in vita una relazione. C’è bisogno di una nuova visione della vita che
coniughi nella giusta misura le diverse componenti atte a far nascere la
felicità.
5. L’utopia di Halide Edib Adıvar
e di Yakup Kadri Karasmanoğlu
Halide Edib Adıvar è una scrittrice molto importante per
la letteratura turca, oltre ad essere una figura politica di rilievo. La
sua opera rispecchia l’evoluzione culturale del Paese e le sue idee di
nazionalismo e di panturchismo. È lei che elabora dei modelli sociali che
costituiscono la base delle riflessioni e delle riforme di Mustafa Kemal
Atatürk. La Adıvar era figlia di un alto funzionario della corte del sultano
Abdülhamid. Dopo la morte prematura della madre, andò a vivere con
la nonna materna, una donna forte, una vera matriarca ottomana che
le inculcò le norme religiose tradizionali. Il padre, invece, cercava di
creare in lei una moderna signorina inglese. Vivendo tra questi due
tipi differenti di educazione, anzi in netto contrasto tra di loro, riuscì
a trovare una sintesi attraverso il nazionalismo, con cui si costruì la sua
identità. Le donne dei romanzi di Halide Edib sono moderne, positive.
Gli uomini sono incapaci di accettare la nuova identità femminile, sono
refrattari al cambiamento, anche se ci sono alcuni uomini positivi: quelli
che hanno dato un giusto senso alla modernizzazione, rimanendo cioè
fedeli ai valori tradizionali, integrandoli con le nuove idee.
Ma è nel romanzo utopico Yeni Turan (Il nuovo Turan, 1912) che la
scrittrice ha descritto il prototipo della nuova donna. Il Turan era la
mitica patria dei Turchi, in cui: “anche le donne studiavano e lavoravano
accanto agli uomini. Il loro abbigliamento era cambiato, era diventato
più semplice e sobrio, non aveva nulla a che vedere con la moda. Ora le
Hüseyin Rahmi Gürpinar
(1864-1944) è un romanziere
molto interessante,
perché rappresenta una
visione originale della
modernizzazione. Influenzato
dalle idee socialiste, egli si
proponeva di promuovere
cambiamenti sociali e culturali
radicali. Egli si distingueva
dai contemporanei per
una maggiore attenzione
e critica verso la religiosità
– intesa come bigottismo,
superstizione, conservatorismo
e oscurantismo – e la giustizia
sociale ed economica.
5
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LUCIA C. ANTONAZZO
donne non erano più, con i loro abbigliamenti fabbricati ad arte, delicati,
eleganti, il decoro delle loro case, il sogno d’amore dei loro uomini,
ma erano insegnanti, infermiere, donne dal forte carattere e dai sobri
atteggiamenti. Si erano trasformate da prezioso oggetto ornamentale in
laboriosi elementi della società, in madri, amiche…” (DÜRDER, 1973,
p.17-18).
Le donne diventavano, così, attive militanti della costruzione della
nazione, assumevano un ruolo sociale e politico, anche se in posizione
subalterna rispetto agli uomini. La stessa scrittrice aveva partecipato alla
guerra di liberazione raggiungendo il grado di caporale.
L’immaginario nazionalista metteva al posto della donna
della capitale ottomana la donna dell’Anatolia, povera, logorata dalle
fatiche. Questa donna era la prima vittima dell’arretratezza economica
e culturale. Proprio perché capace di generosità, altruismo, laboriosità
e abnegazione, era la persona ideale a risollevare il Paese, accanto agli
uomini. La donna doveva essere al servizio del proprio Paese e lo status
della donna era collegato allo status di tutta la nazione.
L’ingresso della donna nello spazio pubblico prevedeva
l’annullamento della sua sessualità. La donna di Yeni Turan riesce ad
armonizzare libertà, moralità, impegno, cultura e modernità. Comunque,
secondo la scrittrice, il dovere primario della donna, malgrado il suo
ruolo sociale, consiste nella maternità, cioè nella formazione di una
nuova generazione di patrioti illuminati. Malgrado il forte accento che
la scrittrice pone sull’impegno sociale, la sfera più naturale per la donna
è la casa, in cui si esalta il suo potere riproduttivo e la sua capacità di
assicurare il benessere fisico e psichico ai familiari.
Tra i due romanzi utopici, Yeni Turan di Halide Edib Adıvar e
6
Yakup Kadri Karasmanoğlu
(1889-1974) è uno dei
più importanti romanzieri
dell’epoca. La sua opera riflette
i problemi sociali e culturali
del Paese. Il suo realismo si
fonda su solide osservazioni,
arricchite da interpretazioni
personali sui problemi storicosociali. In seguito alla guerra
divenne un esponente molto
autorevole della “Letteratura
nazionale”.
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Ankara di Yakup Kadri Karasmanoğlu6 ci sono gli anni del cambiamento
politico. Nella fondazione del nuovo Stato svolsero un ruolo fondamentale
le guerre, che si protrassero dal 1912 al 1922. La guerra d’indipendenza
aveva fatto emergere Mustafa Kemal come un leader naturale. Le perdite
furono gravi, la popolazione si ridusse del 30% ma, anche in condizioni
di forte disparità numerica, le forze di Atatürk conseguirono nel 1922 in
Anatolia una definitiva vittoria contro le potenze occidentali. Nel 1923
Mustafa Kemal Atatürk fondò la nuova repubblica. Lo Stato assumeva
definitivamente il ruolo di principale agente della modernizzazione.
Il nazionalismo rappresentava un progetto per l’avvenire: in tale progetto
non c’era spazio né per la legittimità dinastica, né per le basi religiose
della società. Durante la guerra d’indipendenza, i kemalisti si erano
serviti della forza coesiva dell’Islam per tenere uniti i combattenti ma,
raggiunto lo scopo, l’Islam diveniva qualcosa di pericoloso nelle mani
dei reazionari ed era un peso per la nazione turca. La religione cominciò
ad essere considerata un fatto privato, della coscienza individuale. Nella
vita sociale avvenne una profonda trasformazione: mutarono il modo di
vestire, l’uso degli spazi, il ritmo della vita quotidiana. I padri fondatori
guardavano al livello di progresso europeo come modello. Questi
UTOPIE E PROCESSI DI MODERNIZZAZIONE...
repentini cambiamenti imposti dall’alto causarono disorientamento nella
popolazione, che si sentiva smarrita e privata della sua sicurezza. Anche
Yakup Kadri Karasmanoğlu, che era uno dei più convinti sostenitori del
kemalismo, avvertiva l’incompiutezza della trasformazione, sia sul piano
culturale, sia sul piano morale. Dal suo punto di vista, il fatto che non si
riusciva ad elaborare un nuovo tipo di identità maschile che “governasse”
le forze femminili, costiruiva un grosso problema. Le donne erano state
incluse dal kemalismo nella scena politica, ma erano rimaste senza una
protezione adeguata e senza guida.
In Ankara Y. K. Karasmanoğlu ricostruisce gli anni della
fondazione della repubblica ed esprime la sua visione utopica
descrivendo i tre diversi matrimoni contratti da Selma, la protagonista.
Ogni matrimonio corrisponde ad un periodo storico e rappresenta una
diversa identità maschile. Nel 1920 la signora Selma, appena sposata,
lascia İstanbul per seguire il marito nel suo nuovo impiego ad Ankara.
Cerca di abituarsi alla povertà e di rendere accogliente la loro casa.
Sta incominciando la guerra di liberazione nazionale. Selma incontra
Hakkı, un maggiore dell’esercito nazionalista e i due diventano amici.
Selma impara da lui a cavalcare e ad usare le armi. Nonostante i timori
del marito, Selma va a lavorare come infermiera volontaria nell’ospedale
del fronte. Lei rimane a curare i feriti, mentre il marito scappa, con
l’avvicinarsi del fronte ad Ankara. Finita la guerra di liberazione, Selma
sposa Hakkı Bey ma, tre anni dopo il matrimonio, il marito diviene
un altro uomo, la sua anima generosa va via insieme alla sua uniforme.
Selma non sente più rispetto verso di lui. Mentre prima era un uomo
che aveva considerazione nei confronti della moglie, in seguito aveva
cominciato a decidere tutto da solo, imponendole i suoi stili di vita. Vita
che, per Selma, era diventata noiosa: lei non accettava il fatto di passare
da un ricevimento ad un altro, ballare e conversare come un’europea.
Selma ritrova la sua vera identità nella parte “utopica” del
romanzo. Qui lei contrae il suo terzo matrimonio con Neşet Sabit, un
giovane giornalista, un intellettuale, un vero nazionalista.
Neşet pensa come lei che “le donne turche hanno gettato via il çarşaf e
i veli per facilitare la diretta partecipazione alla vita lavorativa. Per loro
l’ingresso nella vita sociale non deve significare solo entrare nei salotti,
ai ricevimenti. Sì, la donna turca ha voluto la propria libertà, ma non per
ballare o per mettere lo smalto sulle unghie, per diventare una marionetta
abbellita, ma per poter svolgere il compito serio e faticoso che l’aspetta
nella costruzione e nel progresso della nuova Turchia”. (SARAÇGIL,
2001, p. 211)
Selma e Neşet Sabit condividono gli stessi ideali, riescono ad
essere complici nelle loro idee. Ankara è un romanzo utopico, scritto per
esprimere l’amaro fallimento del sogno dei kemalisti più radicali.
Il kemalismo aveva prodotto un cambiamento notevole della
condizione femminile, trasformando la posizione delle donne nella sfera
pubblica e di fronte alle istituzioni dello Stato. Tuttavia, ciò non era
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LUCIA C. ANTONAZZO
riuscito ad eliminare le dinamiche più profonde di gerarchia e di potere
tra i sessi. Pur togliendo il velo, le donne rimasero costrette a mantenere
la loro invisibilità. Dovettero trovare dei modi per coprire la propria
femminilità, a volte indossando seri tailleurs maschili, tagliando i capelli
cortissimi, sopprimendo così la propria femminilità per riuscire a stare
a contatto con l’altro sesso. Nell’ambiente lavorativo, per esempio, gli
uomini non erano abituati ad interagire con le donne, si sentivano in
difficoltà, l’uso degli spazi comuni rappresentava un problema di non
facile soluzione. Durante la guerra di liberazione c’erano state alcune
donne, poche, per la verità, che avevano combattuto fianco a fianco con
gli uomini, ma ciò non era bastato a cambiare la percezione maschile
nei riguardi dell’altro sesso. L’ambiente della guerra aveva accomunato
tutti nello stesso ideale, uomini e donne, aveva annullato le identità,
ma nel momento in cui si tornava alla normalità, si ritornava ad aver
paura delle donne, paura di non riuscire a “governare” la loro innata
irrazionalità. L’irrazionalità è considerata una caratteristica che fa parte
della natura più intima della donna, che la costringe ad aver bisogno
della tutela da parte di un membro maschile della famiglia, sia esso il
padre o il fratello.
L’identità femminile rimaneva legata soprattutto alla
riproduzione. Infatti le madri godevano di un prestigio sociale e di un
amore molto grandi e gli uomini riservavano la loro fedeltà emotiva
soprattutto alle madri. Nel precedente sistema l’uomo trovava il
suo soddisfacimento sessuale soprattutto attraverso la poligamia e il
concubinaggio. Nel nuovo contesto il pieno appagamento era relegato
nell’amore a pagamento. I discorsi sulla parità rimanevano vuoti, non si
riusciva a realizzare quell’unione spirituale, culturale ed emotiva a cui
generazioni di uomini e donne in Turchia avevano aspirato.
6. La dicotomia città-campagna
In letteratura, la critica politica nei confronti del kemalismo
cominciò nel dopoguerra e insisteva sul contrasto città-campagna.
La città era considerata luogo di sfruttamento, di sopraffazione ed
esclusione economica del mondo rurale. I romanzi che hanno per tema
la vita anatolica evidenziano l’estraneità dello Stato e del progetto di
modernizzazione rispetto alla realtà del Paese. Questa letteratura
è datata generalmente dalla critica nel 1950 ed è una letteratura che
pone l’accento sul fatto che vi è un ordine morale decaduto, una sfiducia
nell’istituzione del matrimonio e nei rapporti sociali in genere. Per la
prima volta la letteratura si interessa del mondo rurale e ciò permette di
esaminare diversi modelli di identità maschile, che fino ad allora erano
stati trattati nell’ambito dell’élite urbana.
Il precursore di questa letteratura è Kuyucaklı Yusuf (Iusuf di
Kuyacak), di Sabahattin Ali, pubblicato nel 1937. Esso presenta la
contrapposizione della campagna alla città: mentre l’ambiente naturale
342
UTOPIE E PROCESSI DI MODERNIZZAZIONE...
esprime libertà, armonia, innocenza, la città presenta i caratteri della
violenza, della decadenza e della corruzione. Yusuf rimane orfano
e, adottato da un governatore, che è la persona che trova i corpi dei
genitori, va a vivere in città, ma non riuscirà mai ad adattarsi al mondo
rappresentato dagli adulti, soprattutto dal padre adottivo. Questi è
buono e generoso, ma incapace di “governare” la moglie, donna litigiosa,
aggressiva, spregiudicata e immorale. Yusuf rifiuta di studiare, perché ha
paura di diventare come il padre adottivo, che non aveva ottenuto niente
di buono dallo studio. Egli ricorda suo padre, che era un analfabeta, ma
almeno in casa comandava lui.
Un altro significativo romanzo incentrato sul conflitto cittàcampagna è Bereketli topraklar üzerinde (Sulle terre fertili, 1954), di
Orhan Kemal7. Qui l’autore narra il mondo terribile dei miseri, anzi
degli ultimi tra gli ultimi, i lavoratori stagionali, che dai villaggi si recano
a Çukurova, in Cilicia, dove ci sono terre fertili, per guadagnare lo stretto
indispensabile per sopravvivere durante l’inverno. La povertà, l’esclusione
e l’emarginazione li privano di ogni condotta morale, sono nelle mani
di individui che fungono da mediatori tra loro e i datori di lavoro e per
lavorare devono subire soprusi e umiliazioni. L’unico che rimane vivo è
Yusuf, che ha lavorato nei cantieri, ha appreso il mestiere di muratore e
non è andato con le donne. Egli torna a casa con del denaro, dei regali
e un fornellino a gas. Per la gente del villaggio è un vero uomo, per la
gente della città è un contadino che porta solo sporcizia in città.
I contadini erano diventati oggetto di un’economia di mercato
incapace di dare loro uno status che sostituisse quello dell’antico sistema
patrimoniale ottomano. Essi rimanevano veri uomini solo quando erano
nel villaggio, perché la virilità nel mondo rurale è collegata con la forza,
il coraggio e la capacità di proteggere l’onore e la moralità dell’intera
famiglia. Nella comunità del villaggio, i rapporti interpersonali
rimangono basati sulle regole di un complicato codice d’onore e non
sulle relazioni spersonalizzanti dell’economia di mercato.
Le relazioni familiari, che erano state sempre presenti nella
letteratura turca, ora vengono considerate dal punto di vista dei figli. Si
erano manifestati forti conflitti generazionali, la famiglia era cambiata,
ma avere un’idea precisa di come era la famiglia è cosa assai ardua.
Vi erano differenze forti tra le famiglie, che potevano essere nucleari,
allargate, ma importante era anche lo status sociale e il livello culturale.
Sembra che un unico elemento accomuni tutti i tipi di famiglia: le
relazioni erano più forti e più strette tra i membri dello stesso sesso.
I cambiamenti che avevano indotto gli uomini a condividere gli spazi
con le donne, cambiamenti che avevano richiesto la partecipazione delle
donne alla vita lavorativa, soprattutto per il bisogno di un contributo
economico femminile, avevano reso più aspro il rapporto di coppia.
Gli uomini, che non si sentivano in grado di controllare la vita di tutti i
membri della famiglia e neanche di garantire un reddito soddisfacente, si
sentivano umiliati nel loro ruolo e riuscivano solo ad essere più autoritari
e violenti. In questa situazione di violenza, i figli spesso desideravano
Orhan Kemal (1914-1970),
figlio della prima legislatura
repubblicana, dovette
interrompere gli studi a causa
dell’esilio politico del padre
in Siria nel 1930. Nel 1932
tornò ad Adana e cominciò
a lavorare come operaio. Nel
1939 fu condannato a 5 anni
di carcere per propaganda
comunista. I suoi primi
romanzi hanno un forte
carattere autobiografico. Scrisse
diversi romanzi, opere teatrali e
saggi critici con un linguaggio
semplice e quotidiano.
Descrisse la struttura sociale
della Turchia nel processo di
industrializzazione, il rapporto
tra capitale e lavoro, lo
sfruttamento.
7
343
LUCIA C. ANTONAZZO
8
Latife Tekin (1957), figlia
di un artigiano emigrato ad
İstanbul, visse fino al 1966 nel
villaggio nativo, in Anatolia
centrale. Si trasferì quindi ad
İstanbul, dove terminò il liceo
con molte difficoltà. La sua
opera rappresenta un momento
rivoluzionario dal punto di
vista espressivo della letteratura
turca. La vita del villaggio, la
cultura, la religiosità contadina
e l’incontro con la civiltà
urbana costituiscono il suo
tessuto narrativo.
344
fuggire da casa, preferivano lavorare per un estraneo, a cui almeno
potevano controbatterre, che sottostare ad ogni volontà e violenza
paterna.
L’incapacità di interpretare il cambiamento da parte delle
formazioni politiche, i problemi economici, un forte deficit valutario,
spinse la Turchia, verso gli anni ’70, a una profonda crisi economica.
Vennero concessi crediti dagli USA e dal Fondo monetario
internazionale per soccorrere l’economia turca. La concessione era
condizionata all’incoraggiamento delle politiche volte all’esportazione,
alla liberalizzazione del mercato e, naturalmente, alla creazione di nuovi
bisogni. Le famiglie turche furono spinte al consumismo e si trovarono
indifese di fronte a questo nuovo tipo di economia. Si cominciarono ad
accettare acriticamente gli aspetti più deleteri della modernizzazione.
Il singolo individuo diventava interessante in quanto consumatore.
Tutto ciò si rispecchia nella letteratura degli anni ’70-80, infatti la
letteratura di questo periodo ci mostra dei personaggi che, nonostante
spesso siano dei baraccati, che vivono ai margini della città in baracche
costruite nel giro di poche ore, vivono il loro status di urbanizzati
attraverso il possesso di oggetti. Il possesso di un frigorifero, di un
servizio completo di liquori, di tende di tulle rosso: tutto questo concorre
a fornire un’identità di cui la gente che aveva lasciato le campagne per
le città, si sentiva privata. Latife Tekin8, in Buzdan Kılıçlar (Le spade di
ghiaccio, 1989), racconta la vita marginale della popolazione di recente
urbanizzazione degli anni ’80. Gli individui che vivono nelle baraccopoli
vivono il loro status di urbanizzati attraverso il possesso di beni di
consumo. Il protagonista Halilhan trova la sua identità nel possesso di
una vecchia Volvo. Egli fa della sua macchina un vero oggetto di culto,
si identifica con la sua auto e gli sembra che la sua auto si identifichi
con lui e che comprenda le sue emozioni e le viva. I poveri di Latife
Tekin raggiungono un apparente benessere. Questo benessere è fatto
in gran parte dagli scarti di una modernità irraggiungibile, perché ha
costi troppo elevati. Halilhan per mantenere la sua Volvo è capace di
imbrogliare le persone, di tradire la moglie e di patire la fame. Questo
nuovo atteggiamento comporta una condizione di povertà umana e
culturale molto grave.
In questi anni fu pubblicato un romanzo con forti caratteristiche
autobiografiche dal titolo Kadının adı yok (La donna non ha nome), della
giovane scrittrice Duygu Asena. Il libro divenne il primo manifesto del
femminismo in Turchia e creò scandalo, ma fu un vero successo, tanto
che nel 1987 arrivò all’ottava edizione e nel 1988 venne realizzato un
film. In questo libro l’autrice cerca di indagare cosa significhi essere
donna in una società in cui il progetto di emancipazione femminile
attuato dal kemalismo non era riuscito perfettamente. Asena denuncia
come, nonostante la massiccia presenza delle donne nelle professioni
più avanzate e redditizie, la rappresentazione di sé e la possibilità di
“darsi un nome” per le donne derivino dalla capacità di conquistarsi
un posto nella società degli uomini. La protagonista del romanzo,
UTOPIE E PROCESSI DI MODERNIZZAZIONE...
per poter esistere in un mondo dominato dai valori maschili, deve
aderire a questi stessi valori: rigidità, competizione, determinazione.
Nonostante la protagonista infranga alcuni tabù, compreso quello della
verginità, affronti tante esperienze e acquisisca una posizione di potere,
non raggiungerà mai la parità con il sesso dominante, anzi le sue scelte
la porteranno ad essere sempre più sola.
7. Il ritorno all’Islam come soluzione
Negli anni ’70 emergeva in Turchia un movimento religioso con
una vasta partecipazione femminile. Questo nuovo movimento interessò
gran parte della Turchia, che vedeva nella diffusione della modernità
una minaccia alla propria identità culturale e sociale.
Inizialmente il fenomeno era interpretato come una forma di
resistenza delle zone rurali del Paese al progresso. Invece, in seguito, la
rivendicazione di vivere secondo i dettami religiosi proveniva proprio
dalle grandi città, dalle università, dove apparivano studentesse vestite
in modo “coperto”, indossando un turbante o un soprabito, rispettano
i precetti dell’hicab. Erano donne che, senza rifiutare altri aspetti della
modernità, come l’istruzione e l’esercizio delle professioni, volevano
vivere secondo i dettami religiosi. Ciò provocò grande sgomento,
perché il loro atto era considerato un atto in contrapposizione con le
conquiste realizzate sul piano della modernità e della laicità. Queste
donne ricorrevano alle strutture protettive che l’Islam forniva loro,
trasportando i valori e le definizioni del privato, che costituiva la loro
memoria di genere, nello spazio pubblico. Negli ultimi anni il fenomeno
si è allargato, e spesso non si riesce a capire perché una donna possa
fare questa scelta. Secondo Latife Tekin, esse portano con sé la casa,
la sfera domestica, attraverso gli indumenti che coprono il loro corpo.
Esse tentano di entrare nel mondo maschile mantenendo il loro potere
tradizionale per non trovarsi completamente disarmate.
Oltre alle donne dell’élite, quelle che hanno raggiunto un certo
livello di integrazione, che frequentano le università, che svolgono
professioni moderne e redditizie, nella scelta di indossare l’hicab ci
sono anche le donne appartenenti alle sfere più marginali della vita
urbana. Queste ultime, che hanno avuto necessità di lavorare fuori di
casa per integrare lo stipendio del marito, non erano abituate a trovarsi
in un ambiente con altri uomini, che non fossero gli uomini della loro
famiglia: marito, figli, fratelli, suocero, ecc. La donna, una volta uscita
dall’ambiente domestico, comincia a sentirsi come un oggetto sessuale,
poiché un vero cambiamento nell’identità e nella sessualità maschile
non è avvenuto. Si sente nuda ed indifesa sotto gli occhi del maschio,
diventato insofferente e aggressivo perché non è abituato a dividere
il suo spazio con l’altro sesso, con cui non è riuscito ad elaborare
comportamenti diversi dall’approccio sessuale. Dunque l’hicab offre
la soluzione di distinguere la donna perbene dalla “poco di buono”.
345
LUCIA C. ANTONAZZO
Attraverso di esso la donna porta nello spazio pubblico un simbolo della
sua moralità, integrità, lealtà, il suo ruolo di madre e moglie. Anche
il marito si sente più sicuro: l’hicab è una pratica di assicurazione che
annulla il livello di tensione con il coniuge, consentendole di partecipare
attivamente alla vita extradomestica.
Ci sono diverse opere in letteratura che sono incentrate sul
processo che aveva condotto alla scelta del velo. Non si può parlare di
veri e propri romanzi, dato che spesso mancano di un impianto narrativo
efficace e hanno per lo più carattere didascalico. C’è però un romanzo
molto noto di questo genere letterario ed è Müslüman kadının adı var
(La donna musulmana ha nome, 1989) di Şerife Katırcı. La protagonista
è una giovane donna, Dilara, una ragazza molto bella e seria, figlia di
un professore di biologia, orfana di madre. Il romanzo inizia qualche
settimana prima della cerimonia di laurea di Dilara alla Facoltà di
Medicina. Dilara torna nella casa paterna e, per una serie di vicende,
incontra Ibrahim, un uomo di fede, rimasto vedovo e con un bambino
piccolo. Comincia a studiare il Corano e prova a convertire il padre, un
convinto darwinista. Un giorno, mentre prega, sente una voce che le dice
che nel mondo ogni creatura, gli uomini, gli animali, i frutti, tutti hanno
una buccia che li difende. La buccia della donna è la sua copertura, il suo
velo (hicab), che la protegge da ogni cattiveria del mondo. Decide così di
coprirsi e si presenta con il velo e con lunghi vestiti al padre che, anche se
a malincuore, accetta la volontà della figlia. Dilara torna ad Ankara per
la cerimonia di laurea ma, a causa del suo abbigliamento, viene espulsa
dalla casa dello studente. Durante la cerimonia, i docenti si rifiutano
di consegnarle il diploma di laurea e lei fa un discorso di protesta e
abbandona la sala. Il diploma le verrà consegnato in seguito. I professori
non capiscono come mai una ragazza che poco tempo prima sfoggiava
un abbigliamento che rasentava la sconcezza, avesse potuto fare un
cambiamento così totale. Dilara continua a studiare, si specializza, viene
mandata alla Mecca a prestare servizio come medico ai pellegrini. Lì
rivede il signor Ibrahim e si sposa con lui. In seguito, si dedica ad una
Fondazione per le donne musulmane e continua a lottare per l’identità
che lei ha scelto per sé e da sé.
8. Conclusioni
Come si è visto, il problema femminile, il problema della
ridefinizione degli spazi, il problema della differenza di genere in
generale, non può indurci a fermare la nostra attenzione unicamente
alla sfera del mondo femminile. La maggiore difficoltà consiste nella
definizione di una identità maschile che sia in grado di superare la
profonda crisi nell’ambito delle relazioni di genere e che trovi delle
modalità adeguate a riadattarsi ad un mondo nuovo.
Mustafa Kemal Atatürk aveva messo in atto una vera rivoluzione,
un capovolgimento di valori, un cambiamento tanto repentino quanto
346
UTOPIE E PROCESSI DI MODERNIZZAZIONE...
totale delle strutture sociali, politiche e culturali. Egli riuscì a fare
qualcosa che nessun altro aveva mai fatto, ma nessuno, dopo di lui, fu
in grado di proseguire e migliorare quello che lui aveva cominciato, pur
con tutte le difficili problematiche che la sua azione aveva posto e con
le azioni di violenza, che purtroppo egli mise in atto per contrastare
le divisioni interne. Divisioni che, ancor oggi, pongono il problema di
un’unità e di un’identità nazionale difficile da rappresentare. La Turchia
è un Paese di larga estensione, ma non omogeneo: è naturale che le
difficoltà siano state e siano ancor oggi tante. Naturalmente anche le
comunità religiose hanno avuto una bella parte di responsabilità nel
fallimento di alcune scelte e decisioni. La letteratura ha cercato e cerca
di raccontare e di fare analisi sociale, storica e culturale.
Per quel che riguarda le problematiche di genere, sta alle nuove
generazioni di donne e madri riuscire a cambiare progressivamente le
scelte, i comportamenti e, soprattutto, le strutture più intime (di cui
troppo spesso non ci si rende conto proprio perché radicate) dei propri
figli, soprattutto dei propri figli maschi. E la letteratura può fornire un
cospicuo e reale contributo al processo storico di liberazione e di parità
di genere.
Bibliografia
ADIVAR, Halide Edib.Yeni Turan. A cura di B. Dürder. İstanbul, 1973.
MITHAT, A. Paris’te bir Türk. İstanbul, 1876.
KARASMANOGLU, Yakup Kadri. Ankara. Ankara, 1991.
SARAÇGIL, Ayşe. Il maschio camaleonte. Strutture patriarcali nell’Impero
ottomano e nella Turchia moderna. Milano: Bruno Mondadori, 2001.
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