Numero 10 - Caritas Italiana

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Numero 10 - Caritas Italiana
MENSILE DELLA CARITAS ITALIANA - ORGANISMO PASTORALE DELLA CEI - ANNO XXXIX - NUMERO 10 - WWW.CARITASITALIANA.IT
POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L.27/02/2004 N.46) ART.1 COMMA 2 DCB - ROMA
dicembre 2006 / gennaio 2007
Italia Caritas
STRANIERI A SCUOLA, ORFANOTROFI CHIUSI: E L’ACCOGLIENZA?
CI È STATO DATO UN FIGLIO
FINANZIARIA PIÙ ATTENZIONE AL SOCIALE, MA IL WELFARE NON CAMBIA
TSUNAMI DUE ANNI DOPO L’ONDA, È L’ORA DELLO SVILUPPO
SOMALIA LE SUORE DI MOGADISCIO RICORDANO SUOR LEONELLA
sommario
ANNO XXXIX NUMERO 10
Mensile della Caritas Italiana
Organismo Pastorale della Cei
viale F. Baldelli, 41
00146 Roma
www.caritasitaliana.it
email:
[email protected]
IN COPERTINA
Una bambina, una donna,
un abbraccio. L’Italia
è accogliente nei confronti
dei minori, anche
quando provengono
da situazioni difficili?
foto Romano Siciliani
Italia Caritas
direttore
Don Vittorio Nozza
direttore responsabile
Ferruccio Ferrante
coordinatore di redazione
editoriale
di Vittorio Nozza
UN CUORE CHE VEDE,
CONTRO LA FAME CAMBIA LA VITA
Paolo Brivio
in redazione
Danilo Angelelli, Paolo Beccegato,
Renato Marinaro, Francesco Marsico,
Francesco Meloni, Giancarlo Perego,
Domenico Rosati
editoriale di Vittorio Nozza
UN CUORE CHE VEDE, CONTRO LA FAME CAMBIA LA VITA
parola e parole di Giovanni Nicolini
L’ENIGMA DELLA SPERANZA PER LE FAMIGLIE NELLA PROVA
paese caritas di Marco Russo
MEMORIA E ANIMAZIONE, LA COMUNITÀ SI APRE ALL’ALTRO
3
progetto grafico e impaginazione
Francesco Camagna ([email protected])
Simona Corvaia ([email protected])
5
stampa
Omnimedia
via Lucrezia Romana, 58 - 00043 Ciampino (Rm)
Tel. 06 7989111 - Fax 06 798911408
6
nazionale
sede legale
viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma
tel. 06 541921 (centralino)
06 54192226-7-77 (redazione)
A LEZIONE DI ESCLUSIONE: «NON POSSIAMO ISOLARLI»
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di Alessandro Mauri
dall’altro mondo di Ginevra Demaio
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ORFANOTROFIO ADDIO, ORA SAPREMO ACCOGLIERE?
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di Laura Calvanelli
FINANZIARIA: IL PARADIGMA NON CAMBIA, PIÙ SPAZIO AL SOCIALE 16
di Paolo Pezzana
database di Walter Nanni
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IL MANDATO DI VERONA: «SIAMO ATTORI DI SPERANZA»
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di Pietro Gava con un commento di Francesco Montenegro
contrappunto di Domenico Rosati
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panoramacaritas MARCIA DELLA PACE, SPICES, LIBANO
progetti SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE
offerte
Paola Bandini ([email protected])
tel. 06 54192205
inserimenti e modifiche nominativi
richiesta copie arretrate
Marina Olimpieri ([email protected])
tel. 06 54192202
spedizione
in abbonamento postale
D.L. 353/2003 (conv. in L.27/02/2004 n.46)
art.1 comma 2 DCB - Roma
Autorizzazione numero 12478
dell’8/2/1969 Tribunale di Roma
Chiuso in redazione il 24/11/2006
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AVVISO AI LETTORI
Per ricevere Italia Caritas per un anno occorre versare un contributo alle spese di realizzazione di almeno 15 euro: causale contributo Italia Caritas.
internazionale
TSUNAMI: DUE ANNI DOPO IL DRAMMA È L'ORA DELLO SVILUPPO
di Danilo Feliciangeli e Gianluca Ranzato
casa comune di Gianni Borsa
«NOI, “DONNE DI DIO” NELLA CLAUSURA SOMALA»
di Davide Bernocchi
guerre alla finestra di Maurizio Marmo
IL FORUM SBARCA IN AFRICA, SARA PARTECIPAZIONE VERA?
servizi di Maria Chiara Cremona e Maurizio Marmo
contrappunto di Alberto Bobbio
agenda territori
villaggio globale
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Le offerte vanno inoltrate a Caritas Italiana tramite:
●
Versamento su c/c postale n. 347013
●
Bonifico una tantum o permanente a:
- Banca Popolare Etica, piazzetta Forzaté 2, Padova
Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100
conto corrente 11113
Iban: IT23 S050 1812 1000 0000 0011 113
Bic: CCRTIT2T84A
- Banca Intesa, piazzale Gregorio VII, Roma
Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032
conto corrente 10080707
Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707
Bic: BCITITMM700
●
Donazione con Cartasì e Diners,
telefonando a Caritas Italiana 06 541921
Cartasì anche on line, sul sito
www.caritasitaliana.it (Come contribuire)
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speciale nuova sede a cura dell’Ufficio comunicazione
SI CAMBIA INDIRIZZO, NEL SEGNO DELLA COMUNIONE
La Caritas Italiana, su autorizzazione della Cei, può
trattenere fino al 5% sulle offerte per coprire i costi di
organizzazione, funzionamento e sensibilizzazione.
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5 PER MILLE
Per destinarlo a Caritas Italiana, firmare il primo
dei quattro riquadri sulla dichiarazione dei redditi
e indicare il codice fiscale 80102590587
a fame è mancanza di politiche, più che di risorse. La lotta alla povertà e l'aiuto allo sviluppo devono essere considerati, oggi più che mai, centrali e strategici per le scelte di
politica estera del nostro paese e, più in generale, di tutti i paesi maggiormente sviluppati. I forti squilibri economici e sociali
fra nord e sud del mondo sono infatti tra i principali fattori di instabilità e precarietà del quadro internazionale. Vanno attuati
gli Obiettivi di sviluppo del millennio: eliminazione della
messe a punto terapie intensive nelle più alte sedi istituzionali, come le
Nazioni Unite. Sta di fatto che la comunità internazionale, anno dopo
anno, sembra essere sempre più
impacciata nel far fronte alle ingiustizie sociali, le quali non solo acuiscono il divario tra ricchi e poveri,
ma accelerano la dilapidazione
esponenziale delle risorse materiali
ed energetiche, compromettendo
peraltro l’ambiente geofisico.
miseria e della fame, istruzione priDi fronte a questo scenario, a dir
maria per tutti, parità tra i sessi, riduLa comunità
poco
inquietante, Benedetto XVI, in
zione della mortalità infantile, miinternazionale appare
occasione
dell’annuale Giornata del
glioramento della salute mentale,
impacciata nella lotta alla
ringraziamento
sul tema “La terra:
lotta contro l’Aids e altre malattie, gapovertà. Papa Benedetto
un dono per l’intera famiglia umaranzia di un ambiente sostenibile, alci ricorda l’importanza
na”, ha rivolto un accorato appello.
largamento del partenariato per lo
della preghiera per
Facendosi interprete delle istanze
sviluppo (destinando lo 0,7% del
una reale condivisione.
del nostro tempo, alla luce della preprodotto interno lordo).
Ma ci esorta anche a
ghiera per eccellenza, il Padre NoLa sicurezza alimentare degli in“evangelizzare il governo
stro, ha invitato a combattere lo
dividui dipende dal loro potere di
acquisto, e non tanto dalla disponiscandalo della fame nel mondo
dell’economia globale”
bilità fisica del cibo. Occorre elimicambiando stili di vita e ridistrinare le cause strutturali della misebuendo le risorse con più attenzione
ria, quindi favorire una riforma del sistema di gover- ai poveri. Papa Ratzinger ha ricordato che “l’ultimo rapnance dell’economia mondiale, convertendo il modello porto annuale della Fao ha confermato quanto la Chiesa
di sviluppo globale. Questo obiettivo chiama in causa sa molto bene dall’esperienza diretta delle comunità e
una serie di meccanismi finanziari e commerciali che dei missionari: che cioè oltre 800 milioni di persone videterminano il sistema dell'economia mondiale e che, vono in stato di sottoalimentazione e troppe persone,
se lasciati alla loro spontaneità, rischiano di acuire il di- specialmente bambini, muoiono di fame”. Una piaga
vario tra ricchi e poveri. Chiama in causa l’adozione di planetaria, per la quale il papa invoca interventi urgenti
uno stile di vita e di consumo compatibile con la salva- da parte di tutti gli uomini di buona volontà. Ma ai criguardia del creato. E impegna a contrastare il terrorismo stiani chiede uno sforzo in più, invitandoli a riscoprire la
e la facile conflittualità anche rimuovendo le cause del- preghiera anche nei momenti conviviali, “prima e dopo
l’arretratezza e della povertà.
i pasti”, come segno di ringraziamento al Signore e di attenzione per l'importanza del cibo quotidiano. Una preghiera necessaria anche per la difesa dell’ambiente, perPiaga nel tessuto dell'umanità
Il dramma della fame è una piaga aperta nel tessuto vi- ché il cristiano deve “abituarsi a benedire il Creatore per
tale dell'umanità, malgrado siano state ripetutamente ogni cosa, a partire dall'aria e dall’acqua…”.
L
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editoriale
parola e parole
di Giovanni Nicolini
In continuità con il magistero dei suoi predecessori,
il papa ha ribadito l'impegno della Chiesa a evangelizzare il governo dell’economia globale “che destina la maggior parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione”. In effetti è stato ampiamente dimostrato che la sicurezza alimentare degli individui dipende essenzialmente dal loro potere d'acquisto, e non tanto dalla disponibilità fisica di cibo. Ne consegue che la fame
deriva in primo luogo dalla povertà.
Lo sperpero di ogni giorno
È per questa ragione che l’esercizio della carità nei confronti dei vari settori della popolazione mondiale afflitta dall’inedia richiede un salto di qualità. Si tratta in sostanza di passare dall'approccio assistenziale - che beninteso s’impone come necessario oggi qualvolta si
profila un'emergenza - a quello della cooperazione e
dello sviluppo delle nazioni, che reclama l'assunzione
di responsabilità etiche condivise. Per sopravvivere, l’umanità deve “convertire il modello di sviluppo globale”
a favore della scelta preferenziale per i più poveri.
Ecco perché, se da una parte occorre sollecitare
cambiamenti sul piano macro-economico, nel contempo è necessario adottare, come auspicato dal Santo padre, “uno stile di vita e di consumo compatibile con la
salvaguardia del creato e con i criteri di giustizia verso
chi coltiva la terra in ogni paese”. Secondo l’Adoc (Associazione nazionale per la difesa e l’orientamento dei
consumatori), soprattutto per un eccesso negli acquisti,
ogni famiglia italiana butta nel cassonetto 584 euro all’anno, su una spesa mensile di 450 euro. Lo sperpero
sarebbe in gran parte legato alla trappola delle offerte
speciali, vale a dire novità commerciali che poi non risultano gradite. Considerando che, secondo l’Istat, nel
nostro paese sono presenti 23.600.370 famiglie, in Italia
sprechiamo annualmente oltre 13 miliardi e mezzo di
euro in prodotti alimentari.
È una cifra che potrebbe largamente coprire le principali emergenze nel Corno d’Africa, e non solo. Viene
alla mente un vecchio slogan lanciato dalla chiesa negli anni Ottanta: “Contro la fame cambia la vita”. Parole
più che mai attuali nel nostro povero mondo. L’uomo è
chiamato, per sopravvivere, a un impegno di solidarietà con il prossimo. Serve un’educazione al rispetto
del creato, assumendo in modo particolare alcuni suggerimenti: sradicamento o almeno diminuzione progressiva della povertà nel mondo, integrazione nel
mercato mondiale degli esclusi, introduzione e promozione dei prodotti dei paesi in via di sviluppo sul mercato internazionale, assicurazione a tutti dell’accesso
alle risorse del pianeta nel rispetto dell’ambiente, regolamentazione dei mercati finanziari penalizzando le
transazioni puramente speculative, finanziamento dello sviluppo dei paesi poveri da parte dei paesi ricchi e
cancellazione del debito internazionale dei paesi più
poveri. L’augurio e l'invito pressante che ci viene dalla
Deus caritas est di Benedetto XVI è ad assumere un
cuore che vede. “Il programma del cristiano, il programma del buon samaritano, il programma di Gesù, è
un cuore che vede. Questo cuore vede dove c'è bisogno
di amore e agisce in modo conseguente” (Dce, 31b).
E a tutti buon Natale.
‘‘
È stato dimostrato che la sicurezza alimentare dipende
dal potere d’acquisto, non dalla disponibilità di cibo.
La fame, dunque, deriva in primo luogo dalla povertà...
’’
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L’ENIGMA DELLA SPERANZA
PER LE FAMIGLIE NELLA PROVA
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava
e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza
e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti (…). Ed egli rispose: “Perché mi cercavate?
Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Luca 2,41-52
er una felice coincidenza, l’ultimo giorno del 2006 è domenica, ed è la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. L’avverto come una carezza affettuosa per tante famiglie
nella prova. Tanti figli, bambini, ragazzi e giovani, vaganti in mille
contraddizioni. Tante mamme angosciate e addolorate. Tanti papà
consapevoli di doversi assumere responsabilità troppo pesanti per
le loro forze. Povera, meravigliosa famiglia: tutti sembrano difenderla. Tutti pare vogliano metterla al centro di ogni attenzione.
re più forte, più strano. Una cosa
nuova e preoccupante. Sono giorni
difficili quelli che vedono vagare la
famiglia per Gerusalemme. Alla fine,
dopo tre giorni, lo trovano in un luogo e in una situazione straordinaria,
che potrebbe rassicurarli. Immerso
in un ambiente di livello supremo,
dove tutti ammirano l’intelligenza e
le risposte del giovanetto. Ma tutto
ciò dilata il loro disorientamento, e fa
prevalere in loro, e nelle parole della
Tutti vogliono riconsegnarle il ruolo
mamma, un’angoscia che diventa
primario che le spetta nella società e
L’anno si conclude
rimprovero: “Figlio, perchè ci hai fatnella chiesa. Ma quanto è debole quecon la festa
to così? Ecco, tuo padre e io, angosta famiglia! E spesso molto stanca.
della Santa Famiglia.
sciati, ti cercavamo”.
Chiaramente, il bambino della famiGesù, a Gerusalemme,
La risposta del ragazzo, pur nella
glia di Nazaret è del tutto speciale, ma
si sottrae adolescente
sua altezza, non è di consolazione per
anche in questa occasione, e a soli doal controllo dei genitori.
loro. Per Giuseppe è il momento di acdici anni, vuole offrire una speranza a
Lo ritrovano
cettare ancora una volta la santa
tante nostre attese e preoccupazioni.
in un ambiente
umiltà di un ruolo subalterno. In defiÈ il momento in cui ai genitori
rassicurante.
nitiva, tutto resta enigmatico: “Ma essi
sembrano sfuggire la consapevolezza
Ma il cuore di Maria
non compresero le sue parole”. Questo
e il controllo di questo adolescente:
non spegne le domande
figlio strano torna a casa con loro, e
“mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusa“stava loro sottomesso”. Ma chi è veralemme, senza che i genitori se ne accorgessero”. E si fa stra- mente? La mamma, con coraggiosa e perseverante saggezda l’impressione che stia “saltando” un mondo di abitudi- za, non spegne le domande del suo cuore.
ni e tradizioni, di legami e protezioni, che fino a quel punVicende antiche, di una piccola famiglia ebrea. Vicende
to ha sorretto genitori e figlio. Da sempre c’era quel viaggio grandi, di Gesù, Maria e Giuseppe. Vicende anche nostre, di
di famiglia con parenti e conoscenti. Ora tutto cambia. E un quotidiano che ci interpella, ci contesta, ci angoscia. Ric’è addirittura un momento iniziale di inerzia rispetto alla schio di sentirsi lontani e isolati da tutti. Tentazione di afferscomparsa del ragazzo, perchè sembra di poterlo pensare mare che il Vangelo è un ideale inarrivabile, incapace di
nel cerchio protettivo di queste buone abitudini.
specchiare la nostra povera vita. Ma non è così!
Auguro buon Natale ai nostri lettori. E in particolare
Risposta non consolante
chiedo al Signore che per qualche famiglia immersa nella
Per un giorno, infatti, Maria e Giuseppe cercano Gesù “tra sua tribolazione, la Santa Famiglia sia fonte di consolazione
i parenti e i conoscenti”. Ma il distacco del ragazzo appa- e di speranza.
P
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paese caritas
di Marco Russo
direttore Caritas Salerno
MEMORIA E ANIMAZIONE,
LA COMUNITÀ SI APRE ALL’ALTRO
a parrocchia di cui stiamo per parlare è la mia. Ma potrebbe
essere la vostra. La nostra comunità cristiana rispetto alla
realtà dei poveri si è fatta trovare impreparata: i poveri fino a
ieri erano accolti nelle case, si condividevano i bisogni nella sfera
del privato, alcune disabilità erano “vergogna” per la famiglia. Ma
oggi, che al povero di casa nostra si aggiunge quello venuto da lontano, che ha bisogno di casa, lavoro, affetto – di tutto, non ci è più
permesso di rinchiuderci nel privato.
L
Non più serviti, ma al centro
La seconda animazione svolta dalla
Caritas è servita ad aiutare la comunità cristiana ad avvicinarsi a quanti
vivono “ai margini”, accorgendosi delle persone meno fortunate, non assumendo un atteggiamento di giudizio,
ma di vicinanza, di coinvolgimento
delicato e rispettoso, di sostegno morale. Questo lavoro ha avuto i suoi risultati. La comunità ha preso coscienza che i poveri sono presenti anche in
Nella mia parrocchia, il parroco
un tessuto dove si credeva che ci fose i suoi collaboratori si sono posti
Un territorio operaio.
se lavoro per tutti, una casa per tutti,
un primo obiettivo: riandare con la
Una situazione
cure per tutti, tutto dato a tutti.
memoria agli anni quando i nostri
economica che si rivela
La comunità, di nuovo riunita, si è
nonni partivano con la valigia di
un’incognita.
ritrovata a riflettere, per non dare socartone, per necessità. Dopo il giuE tante persone
lo risposte immediate, ma provare a
sto tempo per la memoria, la comuin arrivo da lontano.
progettare, a capire cosa è bene per
nità si è interrogata su cosa fare e
loro e con loro. La persona, insomma,
come accogliere chi bussa oggi alla
Storia di una parrocchia
non è più servita, ma al centro della
nostra porta. La prima animazione
che ha saputo
nostra attenzione. Non è più mandaè stata affidata alla Caritas, affinché
interrogarsi. E avviare
attraverso incontri, confronti e un
ta a destra e a sinistra, ma noi, comuun nuovo cammino
nità, sentiamo di essere inviati e di esmonitoraggio attento aiutasse a risere sollecitati a dare risposte.
scoprire le vecchie e, soprattutto, le
La tentazione di lavarsi le mani e la paura tornano ad
nuove povertà. Dai dati raccolti abbiamo avuto conferma che la nostra comunità è quasi tutta operaia: il 90% ogni soluzione proposta; l’incomprensione del linguagdei lavoratori è impegnato nelle concerie, lavoro fatico- gio pesa nei rapporti con “loro”. Tutto, in ogni modo, atso e ripetitivo, che non offre tante soddisfazioni. I nostri torno a noi dice Speranza. Non più il singolo, ma una cooperai possiedono la casa, frutto d’anni di sacrifici, ma munità si prende cura della famiglia, ognuno si coinvolil problema nasce quando la mancanza di lavoro per un ge o si lascia coinvolgere, ognuno porta quello che può.
tempo prolungato, la cassa integrazione, la mobilità o il La comunità si è ritrovata insieme nell’offrire un contrilicenziamento colpiscono non uno, ma due, tre membri buto: chi si è impegnato nell’accoglienza, chi ha provvedella famiglia. O quando la pensione di un anziano, che duto ai bisogni materiali, chi si è preoccupato dell’inserisosteneva la famiglia, diventa minima. Quando qualcu- mento. E una giovane famiglia si è fatta carico dell’acno non può più pagare la casa che ha in affitto. Oppure compagnamento spirituale del bambino più piccolo: ci
per una malattia improvvisa. La realtà economica, che siamo preparati al battesimo e abbiamo fatto festa.
Oggi la parrocchia continua nel suo cammino di scoappariva elemento di sicurezza, diventa all’improvviso
un’incognita e l’altro, che era un compagno di viaggio, perta di sé e dell’altro. E continua a raccogliersi intorno al
diventa nemico da scansare.
Cristo Eucaristia, spezzando il pane della carità.
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Italia Caritas
le notizie che contano
un anno con Italia Caritas
Nel 2004 abbiamo cambiato veste.
Da allora abbiamo migliorato sempre.
Contenuti incisivi. Opinioni qualificate.
Dati capaci di sondare i fenomeni sociali.
Storie che raccontano l’Italia e il mondo.
Un anno a 15 euro, causale “Italia Caritas”
+
Occasione 2007
ABBONAMENTO CUMULATIVO CON VALORI
È un mensile di economia sociale e finanza etica
promosso da Banca Etica. Propone ogni mese
“Osservatorio nuove povertà”, in collaborazione con Caritas Italiana.
Dieci numeri annui dei due mensili a 40 euro. Per fruire dell’offerta
• versamento su c/c postale n. 28027324
intestato a Soc. Cooperativa Editoriale Etica,
via Copernico 1, 20125 Milano
• bonifico bancario: c/c n. 108836
intestato a Soc. Cooperativa Editoriale Etica
presso Banca Popolare Etica - Abi 05018 - Cab 12100 - Cin A
Indicare la causale “Valori + Italia Caritas”
e inviare copia dell’avvenuto pagamento al fax 02.67.49.16.91
L E G G I L A S O L I DA R I E T À , S C E G L I I TA L I A CA R I TA S
Per ricevere il nuovo Italia Caritas per un anno
occorre versare un contributo alle spese
di realizzazione, che ammonti ad almeno
15 euro. A partire dalla data di ricevimento
del contributo (causale ITALIA CARITAS)
sarà inviata un’annualità del mensile.
Per contribuire
• Versamento su c/c postale n. 347013
• Bonifico una tantum o permanente a:
- Banca Popolare Etica,
piazzetta Forzaté 2, Padova
Cin: S - Abi: 05018 - Cab: 12100
conto corrente 11113 - Iban: IT23 S050
1812 1000 0000 0011 113
Bic: CCRTIT2T84A
- Banca Intesa,
piazzale Gregorio VII, Roma
Cin: D - Abi: 03069 - Cab: 05032
conto corrente 10080707 - Iban: IT20
D030 6905 0320 0001 0080 707
Bic: BCITITMM700
• Donazione con Cartasì e Diners,
telefonando a Caritas Italiana 06.54.19.21
(orario d’ufficio)
Cartasì anche on-line, sui siti
www.caritasitaliana.it (Come contribuire)
www.cartasi.it (Solidarietà)
Per informazioni
Caritas Italiana
viale F. Baldelli 41, 00146 Roma
tel 06.54.19.22.02 - fax 06.54.10.300
e-mail [email protected]
nazionale
vite fragili
LE LEGGI
NON BASTANO
ROMANO SICILIANI
Ragazze asiatiche
in una classe italiana.
Per integrare
i minori stranieri
bisogna fare di più
sui banchi di scuola è uno dei temi
affrontati da Vite fragili, il sesto rapporto (edito da Il Mulino) pubblicato da Caritas Italiana e Fondazione
Zancan di Padova sulla povertà e
l’esclusione sociale in Italia, presentato a Roma il 10 novembre.
«L’approccio dell’integrazione interculturale – spiega Graziella Favaro, pedagogista e autrice, nel volume, al saggio dedicato all’esclusione a scuola – ha i suoi presupposti
in un trattamento rispettoso dell’identità culturale dell’alunno straniero, che però non esasperi le sue
differenze ma, piuttosto, lo accompagni fino a fargli maturare una capacità di interazione con i compagni e le materie di studio, pari a
quella degli studenti italiani».
Il concetto è chiaro. E la norma,
si diceva, favorevole. Ma i numeri
raccontano traiettorie non sempre
lineari e forniscono alcune indicazioni precise: ad ogni livello educativo, nelle scuole italiane, gli studenti che vengono da lontano ottengono risultati mediamente inferiori a
quelli dei loro corrispettivi italiani. E
la percentuale di bocciature, soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado, rimane decisamente
elevata. Insomma, il livello di apprendimento degli
alunni stranieri, apparentemente, non è ancora armonizzato con quello dei loro compagni italiani.
A LEZIONE DI ESCLUSIONE
«NON POSSIAMO ISOLARLI»
di Alessandro Mauri
Gli studenti di origine straniera hanno
risultati scolastici inferiori rispetto
ai loro coetanei italiani. Voti bassi,
bocciature, dispersione: le cause
sono complesse. Ma la soluzione non
può consistere nelle scuole separate…
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rutti voti agli stranieri? Eppure sono sempre
più italiani. Il processo di integrazione scolastica di ragazzi stranieri – cioè figli di migranti arrivati nel nostro paese a seguito dei genitori, oppure minori nati in Italia da genitori
immigrati – è favorito, come sovente accade
in Italia, da una normativa all’avanguardia, che cerca di
favorire un reciproco arricchimento tra alunni e istituzioni. Però nell’applicazione non tutti i conti tornano.
I rischi di esclusione che germinano e si sviluppano
B
Il rapporto con la classe
Il fenomeno, però, va considerato oltre la freddezza del
dato statistico. «Non è sufficiente – conferma Graziella
Favaro – guardare numeri e indicatori, se si vuole comprendere il fenomeno dell’integrazione e, di riflesso,
dell’esclusione scolastica. I voti bassi, ad esempio, hanno molte spiegazioni: innanzitutto la lingua. Per un
bambino, uno studente delle elementari, è sicuramente più semplice interagire con i compagni e con gli insegnanti, dato che il linguaggio utilizzato tra loro è, appunto, elementare. Al crescere dell’età e del grado di
frequenza scolastica, la lingua diventa sempre più spe-
L’italiano, chiave d’accesso:
«Ma il futuro sarà bilingue…»
A proposito di buone prassi. Il centro Come di Milano,
promosso da provincia e Caritas Ambrosiana, da anni
propone progetti di facilitazione scolastica per ragazzi
stranieri. Non uno di meno è uno di essi. Ha l’obiettivo
di promuovere l’integrazione positiva nella scuola
secondaria di secondo grado, intervenendo sugli aspetti
di maggiore criticità, vale a dire l’abbandono scolastico,
alti tassi di ritardo scolastico in ingresso e di esito
scolastico negativo, l’impreparazione di molte scuole
nell’insegnamento dell’italiano. «Gli alunni che arrivano
in Italia nella preadolescenza e nell’adolescenza – spiega
Monica Napoli, responsabile del centro Come – sono
decisamente i più svantaggiati da un punto di vista
scolastico: devono letteralmente reinventare la proprio
vita, cambiare le amicizie, adattarsi a una nuova realtà.
Il tutto, con l’obbligo di imparare una lingua nuova
e, spesso, termini specifici non di uso comune».
Il progetto Non uno di meno organizza lezioni intensive
di italiano, sia durante il periodo scolastico che prima
dell’inizio dell’anno. Ha interessato undici istituti superiori
del milanese, per un totale di 1.080 ragazzi. «Oltre alla
lingua, che è un fattore cruciale – racconta Monica Napoli –
cerchiamo di collaborare con gli insegnanti, di fornire loro
gli strumenti per poter sviluppare da soli buone pratiche
di inserimento e integrazione».
Il progetto è al secondo anno di vita ma ha già centrato
alcuni risultati, anzitutto «una grande, inaspettata
collaborazione e disponibilità da parte del corpo docente,
che evidentemente percepisce l’urgenza di queste attività
e la loro importanza». Il rischio, anche in questo caso,
è che si affrontino i problemi quando è troppo tardi
per risolverli. «Ci sono scuole, tra quelle in cui operiamo,
in cui l’afflusso di alunni stranieri è stato graduale: questo,
unito alla lungimiranza degli amministratori, ha fatto
sì che il processo di inserimento fosse armonico.
Altrove, purtroppo, non si è avuto il tempo di agire
e le cose sono in parte degenerate».
E in futuro? «La mia convinzione – conclude
la responsabile del centro Come – è che i problemi
di esclusione che stiamo vivendo siano dovuti al periodo
di transizione: la terza generazione di cittadini non italiani,
ma nati in Italia, sarà a tutti gli effetti bilingue, capace
di rapportarsi da pari a pari con i propri coetanei…».
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nazionale
vite fragili
Grado scolastico
Valori assoluti e incidenza
Scuola dell’infanzia
Scuola primaria
164.177 (6%)
Secondaria di primo grado
96.611 (5,5%)
Secondaria di secondo grado
ROMANO SICILIANI
Totale studenti non italiani
cifica e specialistica, si arricchisce di vocaboli poco noti o normalmente poco usati. Quindi chi non la padroneggia alla perfezione incontra più difficoltà».
E ci sono altri fattori. Per esempio lo sradicamento: se
un ragazzo ha studiato, magari con buoni risultati, fino a
quindici anni nel suo paese, e poi si trova catapultato in
una società diversa, inserito in una classe che può essere composta da ragazzi più piccoli di lui, «è naturale – avverte Favaro – che sviluppi una sorta di avversione per
questo “nuovo mondo”, rifiutandolo e disprezzandolo».
Uno dei fattori cruciali, nel processo di inserimento,
è proprio il rapporto con la classe. «Esistono fattori di
criticità – chiarisce la pedagogista – che riguardano il ragazzo straniero come individuo: il suo carattere, il suo
background culturale, la sua capacità di adattamento. In
molti casi, ad esempio, il fatto di non sentirsi allo stesso
livello dei nuovi compagni è uno sprone a studiare con
maggiore impegno, a imparare più in fretta. In altri, al
contrario, è motivo di umiliazione e quindi di disagio, e
li porta ad abbandonare lo studio, magari in cerca di
qualche lavoretto in nero, oppure a scegliere carriere
scolastiche più brevi e meno qualificanti».
È un fatto, comunque, che nelle classi italiane ci
saranno sempre più alunni stranieri: il ministero dell’istruzione prevede che nel 2020 saranno almeno 720
mila. «Tutte le proiezioni e la consapevolezza che ne
deriva – prosegue Favaro – hanno consentito di produrre leggi all’altezza, che forniscono linee di principio molto moderne, soddisfacenti anche rispetto alle
normative vigenti in Inghilterra e in Francia».
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I TA L I A C A R I TA S
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
81.577 (5%)
82.318 (3,1%)
424.683 (4,8%)
RELAZIONE, NON POLARIZZAZIONE
Studente di origine straniera con l’insegnante
italiana. In Italia si profila il rischio che gli
stranieri scelgano alcuni istituti, gli italiani altri:
un’autoesclusione che genera separazione
Il problema cruciale, però, è l’attuazione delle direttive ministeriali. In altre parole: le scuole recepiscono e
attuano principi e raccomandazioni nella maniera più
efficace? E sono poste in grado di operare al meglio?
«Anche in questo caso, la questione è complessa. Innanzitutto, le realtà scolastiche sono estremamente varie e differenti: in alcune la presenza di stranieri è ancora irrilevante, in altre intere classi sono composte da ragazzi provenienti da diverse parti del mondo. In certi
casi le amministrazioni locali hanno pensato in anticipo ai problemi dell’accoglienza, e si trovano ora a poter
gestire l’afflusso di giovani non italiani, mentre altre sono in piena emergenza, e reagiscono con manovre
emergenziali, spesso su iniziativa degli insegnanti, che
si vedono costretti a prendere decisioni sicuramente
animate da buoni sentimenti, ma senza avere una base
pedagogica adeguata ad affrontare le situazioni con cui
devono misurarsi».
La tentazione dell’allontanamento
I rischi allora sono duplici: da una parte, quello che pratiche emergenziali, sulla cui effettiva capacità di produrre integrazione è lecito dubitare, diventino “d’ufficio” buone prassi condivise, semplicemente per l’assenza di proposte alternative. D’altro canto, si profila uno
scenario in base al quale le scuole meglio attrezzate, in
cui i processi contro l’esclusione sono già da tempo applicati, diventano catalizzatori per gli alunni di un certo
gruppo etnico. «È il fenomeno della polarizzazione,
purtroppo già in atto in diverse parti d’Italia – commen-
FONTE: DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE CARITAS-MIGRANTES.
ELABORAZIONI SU DATI DEL SISTEMA INFORMATIVO MIUR
DISTRIBUZIONE DEGLI ALUNNI NON ITALIANI
PER GRADO SCOLASTICO (2005-2006)
INSUCCESSO SCOLASTICO
Percentuali di promozione di alunni stranieri rispetto
a quelli italiani: dato relativo all’anno 2003-2004
Roma punta sull’intercultura,
nelle scuole c’è voglia di dialogo
Scuola elementare (primaria)
-3,36%
Scuola media (secondaria primo livello)
-7,06%
Quindici anni a tradurre, mediare, far conoscere e far
incontrare. Il “Forum per l’intercultura” costituito dalla Caritas
di Roma nel 1991, subito dopo la legge Martelli, conta oggi
circa 60 mediatori culturali provenienti dai cinque continenti,
il 70% dei quali con titoli universitari o postuniversitari.
Una consistente pattuglia di professionisti, motivati
e aggiornati, che collabora con le strutture pubbliche,
dai municipi della capitale ai ministeri della pubblica istruzione
e della solidarietà sociale.
L’azione nelle scuole è al centro degli impegni del Forum:
in 15 anni sono stati migliaia i docenti che hanno partecipato
ai corsi di formazione organizzati per affrontare i temi
più svariati, incluso anche quello estremamente delicato
del dialogo religioso. E così decine di migliaia di studenti,
prima tramite i loro professori e poi in contatto diretto con
i mediatori, hanno partecipato ai percorsi interculturali. Lavori
in classe, mostre, visite guidate, ricerche, presentazione
di libri, concerti, realizzazione di video e cd: occasioni
e strumenti che approfondiscono l’incontro tra culture.
Ma hanno anche un ruolo importante nell’abbattimento di
barriere (linguistiche, intellettuali, relazionali) che contribuiscono
a determinare forme e vicende di esclusione a scuola.
Sull’esperienza realizzata è stata condotta un’indagine
nel biennio 2004-2005, che ha interpellato 250 tra docenti
e mediatori culturali, in prevalenza impegnati nelle scuole
elementari e medie. Tra gli altri dati, è emerso che la
stragrande maggioranza dei docenti ha dimostrato attenzione
(35%), sensibilità (38,5%) e disponibilità (13,5%) nei confronti
delle iniziative del Forum. Il campo di lavoro in cui si sono
inseriti è ampio: corsi di italiano, formazione, manifestazioni
culturali e, specialmente, scambi culturali (60% delle risposte).
Non mancano però le zone d’ombra: un docente su dieci
rimane, per così dire, “indifferente” all’immigrazione
e all’intercultura, senza amici stranieri, senza partecipazione
alle attività delle associazioni degli immigrati, senza riscontrare
in sè cambiamenti dopo l’esperienza di un percorso
interculturale.
L’immagine delle scuole romane è tutt’altro che negativa:
nel 76% dei casi opera in esse il referente per l’intercultura;
nel 47% dei casi vengono recepite le circolari relative
all’intercultura, con una soddisfacente applicazione;
nel 40% dei casi i fondi per l’autonomia, benché sempre
più esigui, vengono utilizzati anche per l’intercultura.
Scuola superiore (secondaria secondo livello)
-12,56%
RITARDO SCOLASTICO
Percentuale di alunni di nazionalità non italiana inseriti
in una classe non corrispondente alla loro età anagrafica:
dato relativo all’anno 2003-’04, sola Lombardia
Scuola elementare (primaria)
21%
Scuola media (secondaria primo livello)
53,2%
Scuola superiore (secondaria secondo livello)
65,3%
ta Favaro –. Il punto è che, con l’abolizione del cosiddetto bacino di utenza, i genitori possono iscrivere il figlio a qualunque scuola pubblica, non necessariamente la più vicina al luogo di residenza. Di conseguenza gli
stranieri scelgono certe scuole piuttosto che altre, e gli
italiani preferiscono mandare i figli in istituti con percentuali inferiori di immigrati».
Si ingenera, insomma, un clima di autoesclusione,
di allontanamento, di paura. E le scuole meno efficaci
rischiano di diventare ghetti, o di essere percepite come tali. «È esattamente il contrario di quanto prevede
la legge, ma anche di quanto detta il buon senso: non
possiamo isolarci o isolarli. Molti di questi ragazzi sono italiani a tutti gli effetti: nati qui, conoscono solo il
nostro paese, e lo chiamano loro».
Per invertire la tendenza, forse non bastano ma sicuramente servono voci forti, che incoraggino la collaborazione tra stato, enti locali e istituti scolastici, «per promuovere un generale innalzamento della qualità dell’accoglienza a scuola e, quindi, un superamento delle
enormi differenze che, al momento, caratterizzano il
nostro sistema scolastico- conclude Graziella Favaro –. I
segnali incoraggianti non sono mancati: abbiamo le antenne alzate, siamo pronti a recepire gli stimoli, e le più
alte cariche dello stato (il presidente della repubblica e
il ministro dell’istruzione) all’inizio dell’anno scolastico
hanno ribadito la necessità di dare ai ragazzi stranieri la
piena dignità di cittadini italiani». Nelle scuole di oggi, e
non è retorica sostenerlo, si decide la qualità delle relazioni culturali e sociali nell’Italia di domani.
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
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nazionale
nazionale
minori in difficoltà
dall’altro mondo
A fine anno si conclude la secolare
stagione degli “istituti per minori”.
In Italia ospitano poche centinaia
di ragazzi. Ma l’istituto
dell’affido familiare
non decolla. E bisogna
vigilare sulla qualità
delle altre strutture
LABORATORIO-SCUOLA,
PROVE DI SOCIETÀ INTEGRATA
di Ginevra Demaio redazione Dossier statistico immigrazione Caritas-Migrantes
no dei segni più espliciti del radicamento dell’immigrazione nella
società italiana è la sua componente giovanile: più che immigrata
o straniera, sarebbe opportuno definirla “di origine immigrata o
straniera”. Parliamo infatti di bambini e ragazzi che appartengono a pieno titolo alla nostra società, ma ancor più a una società dai tratti globali
e a culture giovanili che attraversano e superano le divisioni nazionali.
La sedicesima edizione del Dossier statistico immigrazione CaritasMigrantes ha stimato che nel 2005 i minori, compresi quelli non scolarizzati, siano diventati 586 mila, circa un quinto della popolazione
riprova che la tendenza in corso vede aumentare la quota di ragazzi
prossimi al compimento della maggiore età e, per questo, più direttamente interessati al problema della
costruzione di nuove forme di cittadinanza e convivenza.
I dati, se riferiti ai singoli territori,
mostrano anche differenze interne al
paese, con regioni e province che superano ampiamente l’incidenza meimmigrata, e che il 55,6% di loro sia
dia: Umbria, Lombardia, Veneto e
nato in Italia. La stima coincide con
Marche raggiungono l’8-9%; MantoGiunti alla maggiore età,
i dati ufficiali dell’Istat. Nonostante
va, Piacenza e Reggio Emilia il 12%.
i ragazzi di origine
siano giovani nati o cresciuti in ItaUna tale varietà fa della scuola
straniera rischiano
lia, continuano però a essere trattauno
dei luoghi in cui il pluralismo
di ritrovarsi irregolari
ti da stranieri, protetti, quanto al
della
società italiana è più manifesto,
nel paese che li ha visti
soggiorno, fino ai 18 anni per via
soprattutto
il luogo in cui il processo
crescere. Cruciale
della loro minore età, ma successidi
formazione
e di contrattazione
è il processo
vamente a rischio di repentina cadell’identità
è
più
vivo. Il suo valore
di socializzazione
duta nell’irregolarità, se non addista nella possibilità di socializzazione
nelle scuole. Ma leggi
tra giovani provenienti da culture dirittura di espulsione in paesi che
e modelli sociali devono
conoscono a malapena, non appeverse, definite non solo e non tanto
colmare i ritardi
na divenuti maggiorenni.
dalla nazione di origine del singolo
A questa incongruenza dovranragazzo o dei suoi genitori, bensì dalno cercare di rispondere le modifiche alla legge sull’im- la società in cui il ragazzo cresce e vive, nonché dai riferimigrazione e la nuova legge sull’acquisizione della cit- menti culturali e valoriali che, dopo una certa età, decide
tadinanza, se saprà abbandonare vecchi residui di na- di scegliere. L’integrazione, in questo senso, cessa di essezionalismo per accogliere diritti fondati sulla nascita e re un problema di inclusione delle culture “altre” nella
sulla residenza nel nostro paese.
cultura del paese di insediamento, per diventare l’esito di
un processo composito e in parte anche dato dall’evolvePluralismo manifesto
re del tempo e delle relazioni.
L’urgenza di un simile aggiornamento normativo e culRispetto a un tale obiettivo, emerge la novità che le seturale trova conferma anche nella composizione della conde generazioni di origine immigrata portano con sé e,
scuola italiana, nella quale gli studenti di origine immi- di contro, la lentezza di risposta dei modelli sociali, non
grata (424.683) rappresentano il 4,8%, incidenza che solo in Italia ma in tutta Europa. Anziché insistere solo
nella scuola elementare, con il 6%, raggiunge il valore sull’inserimento degli immigrati e dei loro figli, emerge la
più alto tra tutti i gradi scolastici, e nelle superiori quel- necessità di lavorare anche sull’immagine che gli italiani
lo più basso (3,1%). Nelle scuole superiori, però, l’incre- hanno dell’immigrato e dei suoi diritti, per arrivare alla
mento annuale nel 2005 è stato più evidente (+38,2%), a costruzione di una società davvero integrata.
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ROMANO SICILIANI
U
ORFANOTROFIO ADDIO
ORA SAPREMO ACCOGLIERE?
di Laura Calvanelli
oche settimane alla fine dell’anno. Poche settimane al superamento del ricovero in istituto per i minori. Si chiude una pagina di storia
dell’assistenza in Italia. E si apre una buona
occasione per riflettere sulla condizione dei
bambini, soprattutto di quelli senza famiglia,
o con famiglie problematiche, nel nostro paese.
Nella storia italiana moderna il legislatore ha fatto tesoro dell’esperienza secolare degli istituti “per i fanciulli”,
spesso di matrice religiosa, di cui l’antesignano fu, nella
prima metà del Quattrocento, l’Istituto degli Innocenti a
Firenze. Ma negli ultimi decenni ha cominciato a favorire
interazioni e sinergie tra famiglie, servizi sociali e autorità
giudiziaria minorile. Nel 1983 ha visto la luce la legge 184,
pietra miliare nella programmazione della tutela dei minori. Una legge ben articolata, all’avanguardia in Europa:
P
già più di venti anni fa sanciva di fatto la fine degli istituti,
prevedendoli come soluzione di emergenza.
La legge 184/83 (e le modifiche introdotte dalla successiva 149/2001) individua come soluzione preferibile
per un minore orfano o proveniente da un contesto famigliare problematico l’affidamento a un’altra famiglia, possibilmente con figli minori, o a una persona singola, o a
una comunità di tipo familiare; ove ciò non sia possibile,
si dispone il ricovero del minore in un istituto di assistenza pubblico o privato, di preferenza nella regione di residenza del minore. Un ampio spazio di azione si crea dunque per famiglie affidatarie (ancora oggi, però, poco numerose), comunità di tipo familiare, comunità alloggio,
comunità educative, case-famiglia: esperienze di ospitalità che hanno svuotato di senso il ricorso agli istituti per
minori. I quali si sono di conseguenza ridotti di numero,
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nazionale
Gli affidamenti familiari
di minori da 0 a 17 anni
Strutture che accolgono minori
aperte in Italia e minori accolti
Regioni
Strutture aperte
Piemonte
0
Valle d’Aosta
0
Lombardia
5
provincia Bolzano
1
provincia Trento
1
Veneto
0
Friuli-Venezia Giulia
0
Liguria
0
Emilia-Romagna
0
Toscana
0
Umbria
2
Marche
0
Lazio
0
Abruzzo
17
Molise
0
Campania (a)
7
Puglia
41
Basilicata
3
Calabria
19
Sicilia (b)
57
Sardegna
0
Totale
153
Regioni
Affidamenti Ogni mille abitanti
Piemonte
1.448
2,8
Valle d'Aosta
46
2,4
Lombardia
2.713
1,8
provincia Bolzano
201
2,1
provincia Trento
101
1,1
Veneto (a)
548
0,7
Friuli-Venezia Giulia 165
0,8
Liguria
627
3,0
Emilia-Romagna
1.246
1,4
Toscana
1.462
2,8
Umbria
171
1,3
Marche
281
1,2
Lazio (b)
918
1,0
Abruzzo (a)
110
0,5
Molise
82
1,5
Campania
546
0,4
Puglia
1.404
1,8
Basilicata
8
0,1
Calabria
316
0,8
Sicilia (c)
373
0,4
Sardegna
79
0,3
Totale
12.845
1,0
Regioni
Strutture
Piemonte
174
Valle d'Aosta
2
Lombardia
330
Provincia Bolzano
33
Provincia Trento
60
Veneto
261
Friuli-Venezia Giulia
31
Liguria
66
Emilia-Romagna
203
Toscana
106
Umbria
32
Marche
50
Lazio
354
Abruzzo
41
Molise
13
Campania
179
Puglia
181
Basilicata
21
Calabria
89
Sicilia (a)
133
Sardegna
62
Totale
2.421
Minori accolti
0
0
65
17
15
0
0
0
0
0
44
0
0
68
0
24
222
24
70
195
0
744
(a) Dati forniti dal Settore assistenza sociale della regione Campania
(b) Dati parziali e riferiti a 255 dei 390 comuni della regione
alcuni riconvertendosi in strutture di accoglienza per altri
soggetti (per esempio gli anziani, date le mutate emergenze demografiche del paese).
Il trend, comunità piccole
Quanti sono oggi gli istituti ancora aperti? E i minori interessati dall’imminente scadenza? Ma soprattutto, quanti
sono i minori che vivono fuori dalle loro famiglie, siano essi in affido ad altro nucleo o a una struttura residenziale?
Il monitoraggio, in questi anni, non è stato costante. Sono state attivate solo tre anagrafi regionali, sulle venti previste per legge, in Lombardia, Piemonte e Veneto. Italia Caritas è in grado di fornire alcune anticipazioni di una ricerca
condotta dal Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, secondo la quale sembra
che la situazione si sia evoluta positivamente, in vista della
scadenza del 31 dicembre. Le regioni in forte ritardo sono a
sud, ma in generale, nel paese, la ricettività delle comunità
di tipo familiare è di gran lunga maggiore del numero dei
posti letto necessari per accogliere i minori che ancora risiedono negli istituti che devono essere chiusi.
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
(a) Solo affidamenti giudiziali
(b) Dato non comprensivo degli affidamenti giudiziali del comune di Roma
(c) Dati parziali e riferiti a 255 dei 390 comuni della regione
Rispetto alla precedente rilevazione del Centro, datata
30 giugno 2003, si assiste in primo luogo a una sensibile riduzione degli istituti (da 215 a 153) e del numero di minori in essi accolti (da 2.633 a 744). E anche gli affidamenti familiari, benché rimangano uno strumento utilizzato soprattutto nelle regioni del centro-nord, sono aumentati,
dai 10.200 rilevati del 1999 ai 12.845 della fine del 2005.
L’accoglienza dei bambini nei servizi residenziali evidenzia (anche se i dati sono provvisori) che mediamente
esiste un tasso di accoglienza di poco più di un bambino
ogni mille residenti, con punte di tre su mille in Liguria e,
viceversa, di uno su diecimila in Basilicata. Il trend della
presenza di bambini nei servizi residenziali è tendenzialmente stabile; in molte regioni l’accoglienza si sta sempre
più indirizzando verso il modello delle comunità piccole e
di tipo familiare, con un miglioramento sensibile della
“qualità” dell'accoglienza stessa. In sintesi, i dati affermano che sono complessivamente 27.244, in Italia, i minori
fuori dalle loro famiglie.
Sebbene l’evoluzione dei numeri sia positiva, i motivi
di preoccupazione non mancano. A scadenza del 31 di-
FONTE: CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE E ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA.
DATI PROVVISORI E AGGIORNATI A PERIODI DIFFERENTI, TRA FINE 1999 E FINE 2005
Gli istituti per minori
ancora aperti in Italia
FONTE: CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE E ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA.
DATI PROVVISORI E AGGIORNATI A PERIODI DIFFERENTI, TRA IL 1999 E FINE 2005
FONTE: CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE E ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA.
DATI PROVVISORI E AGGIORNATI, PER QUASI TUTTE LE REGIONI, A FINE 2005
minori in difficoltà
Minori
1.160
21
3.847
151
275
1.002
229
n.d.
1.170
543
225
577
n.d.
232
96
1.283
1.208
152
516
631
337
13.655
Ogni mille abitanti
1,8
1,1
2,5
1,6
3,1
1,3
1,3
n.d.
1,9
1,0
0,9
4,5
n.c.
1,1
1,8
1,1
1,5
1,4
1,3
0,6
1,3
1,4
(a) Dati parziali e riferiti a 255 dei 390 comuni della regione
cembre ormai raggiunta, occorre precisare e migliorare le
strategie di tutela dell’infanzia, volte a dare applicazione
effettiva alla legge e a rendere esigibile in tutto il territorio
nazionale il diritto a crescere in una famiglia.
Ma in Italia questo non vale ancora per tutti: la realizzazione degli interventi previsti dalla legge 149/2001 (ad
esempio il sostegno alle famiglie d’origine, o a chi realizza
affidamenti o adozioni di minori ultradodicenni e con disabilità accertata, ecc) è subordinata alle disponibilità finanziarie dello stato, delle regioni e degli enti locali, che
dunque non hanno l’obbligo di assicurare gli aiuti previsti, ma lo fanno nei limiti consentiti dai rispettivi bilanci.
Né la 149/2001 né la 328/2000 (legge quadro sui servizi sociali) contengono, d’altronde, norme che consentano agli
utenti e alle associazioni di tutela dei diritti di far rispettare dagli enti locali la priorità degli interventi alternativi al
ricovero in comunità residenziale.
Fondi dimezzati
L’attuazione della 149 è ulteriormente complicata dal fatto che con la 328 e la modifica del titolo quinto della Co-
stituzione la competenza per le politiche sociali è divenuta esclusiva delle regioni, per quanto riguarda i poteri di
programmazione e legislativi, e degli enti locali per quanto riguarda la gestione degli interventi. È quindi necessario che le regioni assumano a livello legislativo i provvedimenti necessari e che gli enti gestori degli interventi assistenziali (comuni singoli o associati) concretizzino il diritto a crescere in una famiglia, definendo modalità operative e risorse. Ma l’impegno non può mancare, anzitutto, a
livello centrale. E purtroppo le ultime leggi finanziarie, figlie di governi di diverso colore politico, non lasciano spazio a facili illusioni: i fondi destinati all’infanzia hanno registrato un dimezzamento, in poco meno di 36 mesi, come pure le risorse per i tribunali per i minorenni e quelle
dei servizi sociali territoriali.
Data la pluralità dei soggetti interessati, l’azione di governo è determinante non solo per definire e garantire livelli minimi di assistenza (Liveas) in tutto il territorio nazionale, ma per dare indirizzi sulla formazione del personale e delle famiglie affidatarie e per monitorare leggi e regolamenti attuativi regionali, che fissano, secondo standard molto diversi, i requisiti funzionali, organizzativi e
strutturali di comunità educative, case-famiglia e altre
strutture. In questo panorama non omogeneo, occorre vigilare perché al minore sia garantito, come prima opzione,
il diritto a rimanere nella propria famiglia: solo qualora ciò
non fosse possibile, la tutela del superiore interesse del
minore rende necessario il ricorso a soluzioni alternative,
temporaneamente l’affidamento a un’altra famiglia e solo
successivamente l’inserimento in comunità di tipo familiare. Purtroppo, per via di lacune culturali o della colpevole inerzia delle istituzioni, il ricorso ai servizi educativi,
e non alle famiglie, continua a rappresentare l’asse portante delle politiche assistenziali degli enti locali, anche
quando è palesemente antieconomico, perché converrebbe sostenere finanziariamente la famiglia di provenienza e garantire nel contempo un accompagnamento
sociale adeguato e costante.
Mancano poche settimane alla scadenza del termine
per la chiusura degli istituti. Ci si augura che sia rispettata
e che sia la prima tappa di un impegno più costante e serio verso l’infanzia in Italia. Istituzioni e privato sociale devono esprimere un impegno comune nel monitoraggio
delle strutture, per verificare le facili riconversioni e i make
up di facciata. Occorre promuovere la qualità dell’accoglienza e una progettazione attenta dei percorsi personali per ogni bambino in difficoltà. Altrimenti, la chiusura
degli istituti sarà solo una splendida occasione persa.
I TA L I A C A R I TA S
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
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nazionale
politiche sociali
FONDI AD HOC
Tra le misure positive
della Finanziaria 2007,
anche stanziamenti
specifici per i soggetti
non autosufficienti
IL PARADIGMA
NON CAMBIA,
MA PIÙ SPAZIO
AL SOCIALE
ROMANO SICILIANI
La finanziaria 2007 delude
chi si aspettava i primi passi verso
un welfare inteso come investimento
sociale. Ma molte misure favoriscono
famiglie e soggetti fragili.
Ambiente ok, male cooperazione
allo sviluppo e servizio civile
di Paolo Pezzana
e lettere a Gesù Bambino vanno scritte con
anticipo rispetto a Natale; perché sotto l’albero il proprio sogno diventi realtà, i bambini sanno che occorre avere desideri ragionevoli, formularli per tempo, consegnarli alla
persona giusta e poi aspettare comportandosi il meglio possibile. È un peccato che ai
bambini più giudiziosi non venga chiesto anche di occuparsi della legge finanziaria 2007, la prima dell’attuale governo. Di essa non si può certo dire che segni una grossa
discontinuità, rispetto alla confusione che ha accompagnato le precedenti sessioni di bilancio. Polemiche, discussioni più accese che attente, emendamenti, maxiemendamenti e fiducie parlamentari varie sono state, anche in questa occasione, corollario metodologico della
manovra. Non è un buon segnale di qualità della vita istituzionale del paese, ma forse ce lo si poteva attendere.
Gli indicatori più importanti vengono tuttavia dai contenuti. Ed è sotto l’albero di Natale della finanziaria che
l’operatore sociale guarda, per vedere se i reali desideri dei
più poveri, espressi il più delle volte in doloroso silenzio,
hanno trovato qualche forma di accoglimento. Leggendo
il documento (che al momento di scrivere ha superato il
primo voto alla camera, ma è ancora al vaglio del parla-
L
16
I TA L I A C A R I TA S
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
mento) si osserva che la manovra 2007 prova a coniugare
rigore, equità e sviluppo come il governo si proponeva, ma
il risultato finale, sotto il profilo delle politiche sociali, non
propone novità. Chi si aspettava un cambio di paradigma,
da un welfare tradizionale a un welfare considerato come
investimento sociale per la coesione, lo sviluppo e la crescita di tutti, non trova segnali sufficienti. In questa finanziaria manca il reddito minimo; mancano misure fiscali
per gli incapienti, a favore dei più poveri; non si finanziano livelli essenziali di assistenza; non si pratica una seria
integrazione tra politiche sociali e sanitarie. Forse per
paura di un eccesso di spesa, non si va nella direzione dell’universalismo (pur selettivo) delle tutele, che costituirebbe un’infrastruttura sociale indispensabile per la crescita
sostenibile del paese.
Nel segno dell’equità
Contrariamente al recente passato, la finanziaria 2007 dimostra però sensibilità per le questioni sociali e per il sistema integrato di servizi e interventi sociali. Non c’è un
cambio di paradigma, ma nella manovra compaiono numerose misure che potrebbero avere un impatto favorevole sulle politiche sociali. La prima considerazione riguarda la riduzione del deficit pubblico. Il debito è un’ipo-
teca sul futuro del paese, in pendenza della quale la spesa
sociale, per la debolezza politica dei suoi destinatari, resta
esposta, costantemente e prima di altri, a tagli e riduzioni.
A questo proposito la finanziaria 2007 sembra fare il suo
dovere: un deficit nei limiti Ue è una condizione per poter
proporre politiche sociali più forti e giuste.
Un secondo segnale importante riguarda il Fondo nazionale per le politiche sociali, principale fonte di finanziamento del sistema di servizi sociali: dopo ripetuti tagli,
il governo in carica lo riporta almeno ai livelli del 2004. Un
terzo elemento apprezzabile è il peso che la manovra assegna alla famiglia e al sostegno dei carichi famigliari effettivi, posti concretamente al centro della redistribuzione
di risorse che la manovra dispone per via fiscale.
Attenzioni sociali, nel segno dell’equità, sono presenti
anche in altre previsioni della finanziaria. Immigrazione,
non autosufficienza, periferie, mezzogiorno, famiglia, minori e giovani sono oggetto di attenzioni specifiche e di
stanziamenti; si conferma la misura del cinque per mille a
sostegno di molti attori sociali; si estendono alcune agevolazioni per le onlus e si danno ai comuni, che sono i principali attori del welfare system, maggiori margini di manovra.
In questo quadro non si può non apprezzare come un
buon inizio lo stanziamento di oltre 200 milioni l’anno per
le non autosufficienze, che rappresentano una diffusa
emergenza sociale del nostro tempo: serve molto di più
per garantire diritti e livelli essenziali di assistenza ai cittadini non in grado di provvedere a se stessi, ma quella indicata è già una somma importante per cominciare a lavorare e sperimentare misure di sostegno concrete. È parimenti importante, anche se probabilmente non determinante, la somma di 50 milioni l’anno stanziata per l’integrazione degli immigrati, cui si aggiungono le risorse per
il fondo per l’istruzione delle donne immigrate, apprezzabilmente aggiunte in finanziaria dalla minoranza durante
il dibattito parlamentare.
Oltre 300 milioni l’anno saranno invece destinati al capitolo famiglia, per realizzare asili nido, sperimentare forme
di sostegno più forte alle famiglie numerose, condurre azioni educative, potenziare i consultori, qualificare il lavoro di
cura delle badanti e altro. Anche in questo caso, come per i
giovani e le comunità giovanili, le pari opportunità, le donne vittime di violenza, gli stanziamenti della finanziaria sono utili, ma ancora non bastano per risolvere i problemi.
Probabilmente non risolutivo, ma senz’altro importante e
potenzialmente adeguato, è il complesso delle risorse messe a disposizione del mezzogiorno, tra fiscalità di vantaggio,
fondo per le aree sottosviluppate, cofinanziamento di progetti europei, fondi per le zone urbane più degradate.
Spese militari, troppi fondi
Tra qualche settimana verrà il momento dell’attuazione
della legge. E qui si intravede un concreto pericolo: data la
proliferazione dei ministeri con vocazioni sociali all’interno del governo e le competenze prevalentemente regionali in materia di welfare, potrebbero verificarsi situazioni
in cui sarà difficile accordarsi su chi e come dovrà spendere le risorse disponibili, con potenziali ritardi e sprechi
di denaro pubblico.
Allargando un poco lo spettro dell’analisi oltre le politiche sociali, va detto che se è apprezzabile che si dedichino ingenti risorse, direttamente o in forma di incentivi, alle politiche ambientali, lo è meno che lo stesso si faccia
per le spese militari e per l’industria degli armamenti, che
trovano in questa finanziaria il loro livello più elevato degli ultimi anni. Considerando anche il permanere dei tagli
alla cooperazione internazionale e il mantenimento di
uno stanziamento inferiore alla domanda per il servizio
civile, il quadro che si ricava dal complesso della manovra
è a tinte variabili, e non può essere apprezzato univocamente. Qualcosa è cambiato, ma non è ancora ciò che
avremmo voluto noi bambini.
I TA L I A C A R I TA S
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nazionale
nazionale
database
esclusione
politiche
sociale
sociali
convegno ecclesiale
Nei titoli del Convegno ecclesiale nazionale non compariva.
Ma la carità vissuta è stata al centro di tanti momenti
di confronto. «L’efficacia dell’annuncio
del Vangelo si sperimenta
quando incrocia il grido
dei disperati»
GIOVANI “NON PER SEMPRE”,
MENO IMPEGNO E SOLIDARIETÀ
di Walter Nanni
valore della solidarietà e dell’impegno collettivo: dal 59% al 42%.
L’impegno politico vero e proprio
coinvolge una piccola percentuale di
ragazzi (appena il 4%). Anche la fiducia negli uomini politici si attesta su
livelli molto bassi, nonostante una
crescita dall’8% al 12% nel periodo
considerato. Il fatto di sentirsi disgustati verso certi modi di fare politica è
cresciuto in modo esponenziale, dal
per le altre fasce di età: ad esempio,
12% al 23%. Tuttavia, la partecipazioper i 18-20enni si è passati dal 39% al
ne
concreta evidenzia uno scenario
Presentato il sesto
25%. Solo dopo i 25 anni si registradiverso:
solo il 23% dei giovani ha diRapporto Iard
no le prime consistenti uscite di cachiarato
di non avere mai partecipasulla condizione
sa, spesso in concomitanza con il
to
a
un’iniziativa
politica. Un trentengiovanile in Italia. Più
matrimonio o la convivenza. Tuttane
su
due
ha
dichiarato
di aver assitardivi l’uscita di casa
via, quasi il 70% dei 25-29enni e olstito
a
un
dibattito
politico,
un 15e l’ingresso nel mondo
tre un terzo tra i 30-34enni (36%) vi17enne
su
tre
ha
partecipato
a un
del lavoro, controverso
ve ancora con i genitori.
corteo,
quasi
un
maggiorenne
su
il rapporto con la politica.
I percorsi di studio dei giovani
quattro
ha
firmato
per
un
referenSoprattutto, cresce la
sono più lunghi che in passato,
dum e uno su dieci ha aderito a una
diffidenza verso scelte
con un ingresso più tardivo nel
qualche forma di boicottaggio.
vincolanti
mondo del lavoro: tra i 25-29enni
Alla domanda “Quale obiettivo
prioritario dovrebbe avere la politic'è ancora un 35% di giovani che
ca?”, si osservano forti cambiamenti nelle risposte: cala
non lavora (tra i 30-34enni tale quota è pari al 23%).
Quanto alla visione del futuro, non piace l’impegno l’importanza attribuita a “mantenere l’ordine della nain scelte troppo vincolanti; è invece diffusa l’idea che zione” (dal 36% al 26%) e a “dare maggior potere alla
nella vita anche le scelte più importanti non sono “per gente nelle decisioni politiche” (dal 32% al 14%); mentre
sempre”: dal 49% del 1996 al 54% di oggi.
è in crescita l’idea che la politica debba “proteggere la libertà di parola” (dal 25% al 35%).
L’importante è la salute
Quanto alla sfera del rapporto con enti, media e istituCi sono valori che tra i giovani rimangono ai primi posti: zioni, si registra il progressivo declino della fiducia nei conla salute raccoglie il consenso della quasi totalità del cam- fronti di molte istituzioni: insegnanti, polizia, banche e uopione (92%), seguita a breve distanza dalla famiglia (87%) e mini politici. L’ultima rilevazione riserva invece una crescidalla pace (80%); a pari merito la libertà. Seguono l’amore ta di fiducia nei confronti dei militari, che passano dal 32%
(76%) e l’amicizia (74%). Si riduce invece, nella scala delle al 52% dei consensi. Crolla, infine, la fiducia nei confronti
priorità, l’importanza attribuita alla dimensione lavorati- della televisione: si passa dal 47% di coloro che si fidavano
va, che passa, negli anni 1983-2006, dal 68% al 61% dei della televisione privata (nel 1996) al 33% di oggi; per quella
consensi. In forte diminuzione è l’importanza attribuita al pubblica, dal 53% dei consensi si passa al 38%.
oltre vent’anni di distanza dalla prima edizione (1983), il sesto
Rapporto dell’Istituto Iard (basato sulle risposte fornite da un
campione di circa 3 mila ragazzi), traccia lo scenario della attuale condizione giovanile, messa a confronto con le altre indagini
svolte dall’istituto in questi anni. Una nota dolente è rappresentata
dall’assunzione di responsabilità e dall’entrata nella vita adulta: se nel
1983 era uscito di casa il 17% dei 15-17enni, oggi tale situazione riguarda soltanto il 3% dei giovani di tale età. Situazione simile anche
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IL MANDATO DI VERONA
«SIAMO ATTORI DI SPERANZA»
ROMANO SICILIANI
A
di Pietro Gava
P
iù di 2.700 partecipanti, un’assemblea composta da 11 cardinali, 222 vescovi, 608 sacerdoti, 41 diaconi, 322 tra religiosi e religiose,
15 consacrati laici e 1.275 laici. Numeri da
kolossal (ecclesiale). Ma un kolossal denso
di esperienze, riflessioni, preghiere. E di voglia di condividerle. Alla fiera di Verona, dal 16 al 20 ottobre, è andato in scena il quarto Convegno ecclesiale nazionale, sul tema “Testimoni di Gesù Risorto speranza del
mondo”. La carità non era espressamente indicata nei titoli della manifestazione e dei cinque ambiti di studio.
Ma non è stata assente. Come ha trovato spazio? E come
è uscita dall’evento ecclesiale del decennio (almeno in
Italia)? Lo abbiamo chiesto ad alcuni delegati Caritas.
«Lo stile e lo spessore dei gruppi di lavoro hanno
prodotto un forte senso di appartenenza ecclesiale –
esordisce don Vincenzo Mango, direttore di Caritas Napoli –. A Verona ho vissuto momenti di gioiosa familiarità, schiettezza, passionalità. Sono contento di aver vi-
sto all’opera un laicato più maturo, una presenza più significativa rispetto ad altri convegni. I laici oggi sono
meno subalterni, coscienti del ruolo e consapevoli delle loro responsabilità». Esaurita la premessa, largo al bilancio. «Io ho partecipato a un gruppo di lavoro sulla
fragilità e confermo che i temi legati alla carità sono stati toccati: la necessità di pensare tempi e luoghi di un
agire solidale, l’approfondimento del valore della sobrietà, i problemi generati dai campanilismi, gli atteggiamenti di chiusura che non consentono di valorizzare
le ricchezze di ogni uomo. Ho colto una maggiore attenzione alla famiglia, come luogo di relazioni, nelle sue
dimensioni ecclesiali e civili. E coraggio contro forme di
peccato che ledono la dignità umana».
A Verona non sono mancate riflessioni su come contrastare le diverse forme di povertà dell’epoca contemporanea. «È necessario sradicare la mentalità dell’elemosina nelle nostre comunità, elaborare meditazioni e
proposte, riscoprire e riconoscere i fondamenti della caI TA L I A C A R I TA S
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nazionale
convegno ecclesiale
rità di Cristo – dichiara Umberto Silenzi, direttore della
Caritas diocesana di San Benedetto del Tronto –. Verona
ci lascia in eredità alcune sfide importanti. È ora che si
decida cosa fare del diaconato, i sacerdoti non hanno
tempo per tutto. Bisogna accompagnare e tutelare le
esperienze del volontariato cattolico, per evitare il rischio di trasformare tutto in affari e guardare solo al
budget. Le scuole cattoliche devono sforzarsi di aprire le
porte a chi è più povero. E dovremmo tutti trovare il
tempo di riflettere e rivedere le nostre esistenze, per migliorare la nostra capacità di discernimento e di essere
concreti segni di speranza».
Costruttrice di pace
L’intima connessione dell’esperienza di carità con altre
dimensioni della vita ecclesiale è stata colta da molti.
«Verona ha ribadito che la testimonianza del Vangelo ac-
quista credibilità nel momento in cui interagisce con il
grido di tanti disperati – sintetizza don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana –. Abbiamo bisogno
di misurarci con questo grido, perché altrimenti non
avremmo la possibilità di testare la portata di speranza
del messaggio di Gesù Cristo: è emerso nel gruppo sulla
fragilità, al quale ho partecipato, e nella sintesi dei lavori
di gruppo. Ma anche il papa, nella seconda parte del suo
messaggio, ha ricordato che nei momenti storici in cui la
chiesa ha saputo coniugare l’annuncio della verità del
Vangelo alla carità vissuta nella concretezza della storia
è stata capace di promuovere grandi e positivi cambiamenti storici. Questa congiunzione si deve riproporre in
futuro: è una sorta di mandato che ci viene affidato, per
evitare i rischi simmetrici di ridurre l’impegno a sociologismo e l’annuncio a cultura disincarnata».
Carità non enunciata nel titolo, insomma, ma paro-
la chiave nei quattro giorni veronesi. «Tutti gli ambiti
hanno toccato la dimensione della carità, invitato a rileggere la presenza della chiesa nel territorio, riflettuto
sulla testimonianza da offrire per rispondere alle esigenze della fragilità umana – osserva Salvatore Licchello,
vicedirettore di Caritas Brindisi –. Probabilmente nel
precedente convegno, quello di Palermo del 1995, il tema della carità era stato affrontato in modo più diretto.
Comunque sarà importante concretizzare quanto vissuto a Verona in una pastorale unitaria e integrata».
Punto di vista sostanzialmente condiviso da due delegati di Caritas italiana. «Il tema della carità non è stato
molto centrale, tuttavia dal Convegno è possibile trarre
indicazioni utili e importanti per il nostro lavoro – afferma Renato Marinaro, responsabile dell’ufficio studi –. Il
papa e il presidente della Cei, cardinale Ruini, hanno
voluto dare un esplicito riconoscimento alla testimo-
Il coraggio della base ci ricorda
che la carità non è accessoria
CAPACI DI SGUARDO AMPIO
A Verona il tema è stato affrontato con un po’ di timore. Ma nei gruppi sono
emerse testimonianze di carità vissuta: presenza attiva, che genera speranza
Insomma, ci troviamo di fronte a una chiesa che ancora
non sa vivere sino in fondo l’integrazione dei compiti e delle attività pastorali. Però la presenza vivace dei laici indica
la volontà di favorire una contaminazione feconda.
Il tema cruciale, sul quale si è imperniato il Convegno
di Verona, è stato la speranza. Occorre scoprire e convincersi sempre più che la carità, oggi, è testimonianza di speranza. Il coraggio manifestato dalla base ci aiuta a capire
che quando si parla di missione, di evangelizzazione, di
escatologia, o magari di progetto culturale e di visione dell’uomo, la carità non risulta esclusa e accessoria. Il cuore
della missione del cristiano è la carità. E come può svolgersi senza un fondamento di carità?
Forse è bene rifarsi alle parole del cardinale Tettamanzi,
presidente del comitato promotore del Convegno. Nel suo
intervento, che ha aperto i lavori di Verona, ha detto che i
cristiani non devono parlare “di” speranza, ma devono parlare al mondo “con” speranza. Certo, se guardiamo al mondo di oggi ci viene magari da chiudere gli occhi. Ma siamo
chiamati a guardarlo, questo mondo, e a guardarlo con gli
occhi del Risorto. E da questo sguardo nasce una presenza
attiva e vivace, una presenza di carità: capace, incrociando
la presenza del povero, in tutte le sue molteplici vesti, di
porgere speranza a chi è disperato.
Delegati al Convegno ecclesiale nazionale
di Verona, durante una fase dei lavori in assemblea.
Nelle pagine precedenti, preghiera sugl spalti dell’Arena
durante la cerimonia di apertura del Convegno
di Francesco Montenegro presidente di Caritas Italiana
L
a riflessione sulla carità, nel Convegno ecclesiale
di Verona, è stata affrontata forse con un po’ di timore, forse con una certa pudicizia. Ma non è stata assente. Anzi. Ci sono state alcune indicazioni
nel discorso del papa; ci sono stati passaggi nell’intervento
conclusivo del cardinale Ruini, presidente della Cei; si sono ascoltate provocazioni, nei gruppi di studio, da parte dei
relatori. Ma c’è stata soprattutto una diffusa testimonianza
della carità come impegno e come esperienza vissuta, che
ha visto protagonisti molti laici all’interno dei gruppi, soprattutto in quelli dedicati a fragilità, lavoro, cittadinanza.
C’è una base cattolica, insomma, che sta compiendo percorsi significativi sul fronte della carità e a Verona ne ha
parlato con convinzione e con forza. Anche se il relativo
minor spazio concesso alla carità dai lavori in assemblea
ha finito per delimitare il campo del dibattito. Per esempio,
un concetto che è riecheggiato poco è stato “dottrina sociale della chiesa”, tema che meritava e merita ampia at20
nianza della carità. Sono emerse quattro indicazioni:
rinnovare i metodi per rilevare povertà e risorse; migliorare le capacità di coordinare l’azione solidale della
chiesa nel territorio; elaborare prassi per il pieno raggiungimento degli obiettivi dei servizi attivati; continuare a sviluppare le modalità per coinvolgere la comunità ecclesiale e civile sui temi della carità».
«I temi trattati sono strettamente collegati alla dimensione della carità – conclude Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale –. Nelle relazioni del cardinale Tettamanzi, di don Giulio Brambilla e anche in quelle
del papa e di Ruini ho colto passaggi chiari su ciò che ci sta
a cuore. Sottolineo le affermazioni sulla carità come costruttrice di pace in un’epoca segnata da guerre, conflitti e
terrorismo. Inoltre sono emersi i rapporti tra carità e non
violenza e tra carità e verità, che ci stimola a un’informazione attenta ai diritti umani: non è davvero poco».
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tenzione da parte di tutte le espressioni di chiesa.
Il cardinale Ruini, nel suo intervento, ha parlato della
carità che irrobustisce le persone e le rende più idonee
per un dono maturo della propria vita. Sicuramente avrà
dato per scontato che la carità è anche altro, visto che la
sollecitudine verso i poveri, a partire da Gesù, rappresenta il segno qualificante della Chiesa. Nell’esperienza della
chiesa italiana, oggi, questa indicazione va declinata tenendo conto della trasversalità dei fenomeni di povertà e
fragilità. Il fedele cristiano e le aggregazioni ecclesiali non
devono porsi solo il problema di cercare il povero, ma la
sfida odierna è saper cogliere le povertà presenti nei diversi settori di impegno, anche pastorale. Quando si parla di famiglia, oppure di giovani, il tema delle povertà non
c’entra nulla? Deve essere appannaggio esclusivo di una
pastorale “specialistica” (pure fondamentale)? E, d’altro
canto, ancora troppo di frequente il povero è inteso come
una “dote” che si dà in affidamento agli operatori della ca-
rità. E che si finisce per “trattare” separatamente.
Contaminazione feconda
Ma ho avuto l’impressione, dal confronto avvenuto nei
gruppi a Verona, che ci siano sintomi di una più ampia capacità di sguardo. L’operatore ecclesiale deve saper cogliere la provocazione (concreta, storica) che il tema e l’esperienza della carità pongono al suo servizio pastorale, anche
quando esso non si espleta sul terreno diretto della carità.
E l’operatore della carità, dal canto suo, deve saper guardare a 360 gradi: non ci possiamo estraniare dagli altri ambiti di vita e di azione pastorale, ma dobbiamo saperli interpretare e comprendere a partire dall’incontro con le vicende che incrociamo ogni giorno, di bisogno e di povertà.
I TA L I A C A R I TA S
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nazionale
contrappunto
IDENTITÀ AL BIVIO
TRA SOPRAFFAZIONE E RELAZIONE
di Domenico Rosati
ue libri contromano su un tema cruciale del nostro tempo. L’invenzione delle razze è opera di Guido Barbujani, genetista e romanziere; Identità e violenza si deve al premio Nobel Amartya
Sen. L’uno più descrittivo, l’altro più propositivo, invitano entrambi a
usare molta cautela quando ci si avvicina ai territori della razza e dell’identità. Barbujani sostiene che le razze sono un’invenzione degli
uomini, perché discendiamo tutti da antenati consanguinei: se non
fratelli, siamo almeno tutti cugini. Sen esamina invece le conseguenze della proclamazione esasperata delle identità. “La suddivisione
della popolazione mondiale secondo le civiltà o secondo le religioni
D
tente, è carico il tempo presente, nel
quale torna allarmante l’appropriazione del favore divino a sostegno di
non importa quale causa politica. Se
ne può uscire?
Il mito del “solitarismo”
“Di che razza sei?”, chiesero un giorno ad Einstein. E lui: “Razza umana”.
La ragione, quando non sragiona, arriva al punto. Il flusso della storia ha
demolito sistematicamente le co– scrive il famoso economista indiastruzioni della speranza, ma ciò non
no – produce un approccio che defiè motivo sufficiente per desistere. C’è
Perché è tanto difficile,
nirei solitarista all’identità umana,
un disarmo degli eserciti e un disarin un mondo in cui
approccio che considera gli esseri
mo delle coscienze: l’esistenza delle
siamo tutti… cugini,
umani membri soltanto di un gruppo
identità non va banalizzata, semmai
mettere al bando
ben preciso”.
ne va ricordata la consistenza storica,
la violenza?
dunque provvisoria e revocabile, riQuesto modo di rappresentare le
Oggi si teorizza
spetto al valore mai negoziabile della
differenze tra gli uomini genera una
lo scontro tra civiltà
dignità umana.
predisposizione all’affermazione einvece di quello tra classi
Una volta si dovevano scongelare
sclusiva. E il ricorso alla violenza per
sociali e nazionalità.
le
“ideologie
ostinate”, idoli della moottenerla. Oggi si immagina lo scontro
Ma non è una deriva
delle civiltà, come ieri si teorizzava lo
dernità;
ora
si
deve impedire la cresenza alternative
scontro irriducibile tra classi sociali,
scita di nuovi miti universalistici (ocrazze o nazionalità. Però, se ci si ferma
cidente cristiano contro invasione
a ragionare, si scopre che ogni essere umano non si defini- islamica, e poi cinese o indiana…), che preludono a insce mai per un’unica qualità o appartenenza. Ciascuno è fausti destini di nuova barbarie, ancorché tecnologica.
membro di una serie di gruppi e formazioni sociali. “L’i- Non basta rammentare che culture e identità esprimono
naggirabile natura plurale delle nostre identità – secondo il concreto essere di singoli e gruppi umani; bisogna deSen – ci costringe a prendere delle decisioni sull’importan- strutturare la loro versione “solitaristica”, in modo da metza relativa delle nostre diverse associazioni e affiliazioni”. tere in vista i fili di collegamento e somiglianza, nel senso
Ciò avviene ogni giorno, ad esempio nelle scelte politiche, della comune appartenenza umana.
quando l’impermeabilità di principi e ideologie si stempeIn questa impresa, l’iniziativa appartiene di diritto a
ra nella convergenza sulle “cose buone o riducibili al bene”, quanti credono nell’evento di un Dio che si è incarnato ed
su cui si forma il consenso democratico.
è morto per amore “di ogni uomo, di tutto l’uomo, di tutL’alternativa a questo approccio relazionale è il ricor- ti gli uomini”, come amava dire Paolo VI. Ne deriva un’iso alla sopraffazione, per imporre un punto di vista “su- dentità impegnativa, che rifiuta ogni prolungamento verperiore” o far prevalere un interesse, comunque parziale, so la violenza o la sua giustificazione. E che si apre, in porappresentato come generale. E di violenza, esplicita o la- sitivo, all’incontro di un prossimo senza confini.
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panoramacaritas
FORMAZIONE
CHIESA ITALIANA
Spices, 160 ore
per studiare
la cooperazione
Sulle orme di San Benedetto
marcia di fine anno per la pace
Scade il 22 dicembre
il termine per iscriversi
alla Spices (Scuola di politica
internazionale cooperazione
e sviluppo), promossa da
Volontari nel mondo - Focsiv
in collaborazione con Caritas
Italiana e Ucsei (Ufficio
centrale studenti esteri
in italia), con il patrocinio
della Pontificia Università
Gregoriana. Le lezioni (160
ore) si svolgeranno a Roma
da gennaio a giugno 2007
in orari pomeridiani.
La Spices è una scuola
di perfezionamento sui temi
della politica internazionale
e della cooperazione
allo sviluppo; la sua offerta
formativa è strutturata
in due percorsi (area politicogiuridica internazionale
e area socio-economica
internazionale), preceduti
da un ciclo propedeutico.
La scuola ha nella dottrina
sociale della chiesa uno
dei riferimenti fondamentali.
Info www.focsiv.it
LIBANO
Aiuti Caritas
per vittime
e immigrati
Caritas Libano ha lanciato
un appello alla rete
internazionale per finanziare
un programma di interventi
(del valore di 6,28 milioni
Una marcia “sulle orme di San Benedetto”, nei luoghi che
hanno visto incominciare la sua straordinaria parabola umana
e spirituale. La 39ª Marcia per la pace, organizzata dall’Ufficio
nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro, in collaborazione
con Caritas Italiana, Pax Christi e la locale diocesi, si svolgerà
quest’anno a Norcia (Pg) sul tema “La persona umana, cuore
della pace”, che riprende i contenuti dell’annuale messaggio
del papa per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio.
L’appuntamento con la marcia è invece per il 31 dicembre:
in mattinata preghiera ecumenica e tavola rotonda sul tema “Acqua e pane per tutti”;
nel pomeriggio momento di preghiera, presentazione del messaggio papale, riflessioni
e testimonianze; in serata la marcia, che culminerà nella celebrazione eucaristica
presieduta dal cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio
giustizia e pace. E, ovviamente, nel brindisi di mezzanotte, per un nuovo anno di pace.
di euro) in seguito al conflitto
della scorsa estate. Caritas
Italiana intende sostenere in
particolare due progetti: uno
propone attività per la pace
e la riconciliazione (budget
previsto, 218.250 euro),
l’altro serve a rilanciare
attività generatrici di reddito
(budget previsto, 1.686.000
euro). Finora Caritas Italiana
ha già stanziato 160 mila
euro per interventi in Libano,
Gaza e Israele. Il programma
di Caritas Libano prevede
interventi ad ampio spettro:
ricostruzione di case ed
edifici comunitari, fornitura
di combustibile, assistenza
ed educazione sanitaria, aiuti
Guatemala e Salvador, per
prendere visione del lavoro di
aiuto alle popolazioni colpite,
l’anno scorso, dalla tormenta
tropicale Stan e dell’uragano
Wilma, oltre che dall’eruzione
del vulcano Ilamatepec in
Salvador. Caritas Italiana ha
inviato circa 500 mila euro,
compresi i fondi inviati alle
Charities degli Stati Uniti in
seguito all’uragano Kathrina,
che a settembre 2005 mise
in ginocchio New Orleans.
Aiuti di emergenza, fornitura
di alimenti, riparazione
di case, assistenza medica
ed educazione alla salute,
recupero delle coltivazioni
e formazione degli agricoltori:
Caritas Italiana continua
a sostenere gli interventi,
realizzati grazie alla capillare
rete delle Caritas diocesane
e locali, che hanno raggiunto
decine di migliaia di persone.
ad agricoltori, artigiani
e pescatori per riavviare
le attività. Una particolare
attenzione viene posta
anche ai problemi, resi
più acuti dalla guerra,
dei numerosi immigrati
e rifugiati in Libano, gruppo
particolarmente vulnerabile.
Al Centro migranti di Caritas
Libano, in seguito al conflitto,
è stato chiesto di seguire
i detenuti del carcere
di Beirut e di facilitare
il rientro in patria
di centinaia di lavoratori.
CENTRO AMERICA
Vicini alle
comunità colpite
dagli uragani
Una missione di Caritas
Italiana ha fatto visita
alle Caritas di Messico,
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internazionale
progetti > sostegno alle famiglie
a cura dell’Area internazionale
Tempo di Natale, tempo
privilegiato di festa
e di ascolto per la famiglia.
La Caritas pone da sempre
le famiglie tra i destinatari
prioritari dei suoi
interventi, in tutti
gli angoli della terra.
Nello stesso tempo,
le famiglie sono chiamate
a essere protagoniste
nell’impegno per
la rimozione delle grandi
piaghe del nostro pianeta,
a partire dalla fame.
Ha affermato recentemente
il papa: «Ogni persona
e ogni famiglia può e deve
fare qualcosa per alleviare
la fame nel mondo,
adottando uno stile di vita
e di consumo compatibile
con la salvaguardia
del creato e con criteri
di giustizia».
Presentiamo alcuni progetti
a sostegno delle famiglie,
specialmente in area rurale.
[ ]
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24
I TA L I A C A R I TA S
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
EL SALVADOR
INDIA
Donne protagoniste dopo le due tragedie
Nelle diocesi di Sonsonate e Santiago de Maria, Caritas Italiana
sta sostenendo dal 2003 un programma di promozione della donna,
realizzato dalle Caritas diocesane locali. Attraverso i processi
partecipativi di ricostruzione (dopo le emergenze dell’uragano Mitch
del 1997 e del terremoto del 2001) sono state coinvolte un migliaio
di donne, giovani, ragazze, madri di famiglia; ciò ha rappresentato
l’elemento di forza dei programmi di ricostruzione,
che si proponevano anche di migliorare le condizioni di salute
e di avviamento al lavoro delle comunità locali. Le attività
di promozione della donna nell’ambito della vita familiare e sociale
hanno già dato frutti significativi, favorendo incontri tra coppie
di sposi, il protagonismo imprenditoriale delle donne
nella microimpresa, la diminuzione della violenza domestica.
Ora si tratta di proseguire in questo cammino.
> Costo 50 mila euro
> Durata 2006-’07
> Causale El Salvador - promozione donna
Piccole piantagioni di tè per vincere fame e guerra
Lo stato nord-orientale dell’Assam non beneficia del boom economico dell’India, con i suoi tassi
di crescita strabilianti e i progressi tecnologici. Si continua a lottare, giorno dopo giorno, contro fame,
alluvioni e carestie, cercando di sopravvivere a una guerra che dura da più di 25 anni, tra i ribelli
indipendentisti del Fronte unito di liberazione dell’Assam (Ulfa) e le truppe governative di Nuova Delhi.
Costata almeno 15 mila morti e caratterizzata da gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze
armate indiane, la guerra coinvolge le 800 piantagioni del pregiatissimo tè dell’Assam, finora sfruttate
dagli indiani grazie al pagamento di corrispettivi economici ai ribelli. La giovane diocesi di Tezpur agisce
in favore delle famiglie oppresse dal potere economico indiano e dalla violenza dei ribelli: Caritas
Italiana intende sostenere un suo progetto per creare piccole piantagioni di tè, di proprietà
di 58 famiglie organizzate in cooperative. I capifamiglia, oltre al capitale iniziale per l’acquisto
della terra e delle attrezzature, beneficeranno anche di corsi di formazione per la gestione dell’attività
e per sviluppare modelli di convivenza civile e partecipata nella comunità locale.
> Costo 25 mila euro
> Causale India-Assam
CILE
Mano tesa alla federazione degli agricoltori
In Cile, nella zona periferica di Punta Arenas, le famiglie
sopravvivono grazie al lavoro della terra e all’allevamento.
Per cercare di far fronte comune e riuscire a vendere i propri
prodotti, condividendone i benefici, è stata costituita
una federazione di agricoltori e allevatori che raggruppa
cento famiglie. A sostegno di queste famiglie è stato avviato
dalla diocesi un programma di rafforzamento
dell’attività agricola e di allevamento,
che prevede anche la realizzazione di un centro
di raccolta e vendita comunitaria dei prodotti.
> Costo 5.500 euro
> Causale MP 402/06 Cile
BURUNDI
MADAGASCAR
Educazione scolastica per i figli dei detenuti
Il carcere della città di Ngozi, a nord del Burundi, è fortemente
popolato di detenuti, oltre 1.400, in una struttura che ne
potrebbe ospitare solo mille. Mancato rispetto dei diritti umani,
arresti e processi arbitrari: i problemi della giustizia hanno
causato la sovrappopolazione che durante gli anni della guerra
(1993-2005) ha interessato tutti i penitenziari del Burundi.
Il progetto, elaborato dalla Caritas diocesana di Ngozi
e da Caritas italiana, intende dare un sostegno alle famiglie
dei prigionieri attraverso il pagamento dei costi d’iscrizione
alla scuola primaria e l’acquisto del materiale scolastico per
1.500 bambini. Le famiglie si trovano infatti in grave difficoltà
economica: oltre a mancare delle entrate del lavoro del
capofamiglia che si trova in carcere, devono anche farsi carico
della sua alimentazione. Al progetto partecipano le parrocchie
della diocesi di Ngozi, che recensiscono i bisogni scolastici
dei figli dei detenuti e selezionano i beneficiari.
> Costo 10 mila euro > Durata 2006-’07
> Causale Grandi Laghi - Ngozi
Centro di promozione familiare tra i Bara
In una zona desertica, sull’altipiano di Ihorombe,
nella parte meridionale del Madagascar, si trova
la nuova missione di Ambatolahi. La zona comprende
30 mila persone sparse in 290 villaggi
ed è caratterizzata dalla forte cultura tradizionale
e ancestrale dei Bara. Gli zebù, simbolo di ricchezza,
hanno un peso importante in tutti gli avvenimenti
familiari e tutti vivono di allevamento di zebù
e di coltivazione tradizionale e non produttiva.
I bambini non vanno a scuola. La missione,
sostenuta dal vescovo, ha avviato un programma
formativo per favorire lo sviluppo di queste famiglie
e metterle in condizione di avere prospettive
per un futuro meno precario. È urgente realizzare
un programma idrico per consentire il funzionamento
del Centro di promozione umana, familiare e sociale.
> Costo 2.424 euro
> Causale MP 420/06 Madagascar
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internazionale
RIPRENDERE IL LARGO
Attività finanziate
da Caritas in India:
pescatori costruiscono
barche a Jamilaibad;
a destra, negozietto
di alimentari
DUE ANNI DOPO IL DRAMMA
È L’ORA DELLO SVILUPPO
di Danilo Feliciangeli e Gianluca Ranzato
ue anni fa pochi sapevano cosa fosse uno
tsunami. Dal 26 dicembre 2004 questa parola del vocabolario giapponese è entrata nel
linguaggio comune. Tutti ricordano quella
mattina di Santo Stefano, quando una delle
più grandi calamità naturali della storia moderna si manifestò in otto paesi affacciati
sull’oceano Indiano, dall’Asia all’Africa. I mezzi di comunicazione di tutto il mondo resero quel dramma (un’onda gigantesca, innescata da un terremoto distruttivo) un evento mediatico senza precedenti.
Fu una “tragedia globale”, che uccise circa 300 mila
persone, aborigeni andamani e ricchi turisti svedesi, coppie occidentali in viaggio di nozze e famiglie nei villaggi di
capanne dello Sri Lanka. La manifestazione di solidarietà
che ne è seguita è stata altrettanto imponente, dando vita
a una mobilitazione enorme di risorse, iniziative, uomini
e mezzi, spaziando dalla generosità individuale all’impe-
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I TA L I A C A R I TA S
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
gno di fondazioni bancarie e multinazionali. Si mossero
anche i poveri: ai paesi colpiti giunsero offerte dalle Caritas di paesi africani, dell’Europa dell’est, dell’America Latina. Realtà poverissime, che hanno però voluto partecipare a quel “dramma globale”.
Dopo due anni, molte delle ferite inferte dallo tsunami
si stanno rimarginando, anche se i problemi irrisolti restano numerosi. Caritas Italiana ha partecipato ai programmi
di emergenza e riabilitazione, in coordinamento con il
network Caritas Internationalis e supportando le Caritas
locali in Indonesia, Sri Lanka, India, Tailandia, Myanmar e
Somalia; progetti Caritas vengono realizzati anche alle
Maldive, dove una Caritas locale non c’è. Dall’emergenza
alla riabilitazione e allo sviluppo: la logica che ha guidato
l’intervento è quella consolidata in decenni di risposte alle
crisi umanitarie, ma l’impegno messo in campo dalla rete
Caritas è stato forse il più grande nella storia della confederazione, grazie all’enorme partecipazione dei donatori.
STEFAN TEPLAN
oltre lo tsunami
Il 26 dicembre ’04
uno tsunami portò
lutti e distruzione
in otto paesi
affacciati sull’
oceano Indiano.
L’emergenza
è stata affrontata
con efficacia,
nonostante
i problemi.
Adesso bisogna
guardare oltre
L’impegno di Caritas Italiana nei paesi dello tsunami (in euro)
FONDI RACCOLTI E
ALLOCATI
Indonesia
Provincia di Aceh e isola di Nias: aiuti d’urgenza, riabilitazione socioeconomica, ricostruzione abitativa, capacity building per la Caritas locale
Sri Lanka
Provincia di Jaffna, distretto di Chilaw, distretto di Colombo:
aiuti d’urgenza, riabilitazione socioeconomica, ricostruzione abitativa
e comunitaria, animazione e educazione alla pace, aiuti d’urgenza
alle vittime di guerra
India
Stati meridionali del Kerala e Tamil Nadu, arcipelago delle Andamane:
aiuti d’urgenza, riabilitazione socio-economica, ricostruzione abitativa
e comunitaria, capacity bulding e formazione
Tailandia
Diocesi di Surat Thani: aiuti d’urgenza, riabilitazione socioeconomica,
ricostruzione strutture comunitarie, microcredito, capacity building
della Caritas locale
Myanmar
Diocesi di Mandalay e Shan orientale: capacity building, educazione
e infrastrutture scolastiche, sviluppo rurale e socioeconomico, sanità
e prevenzione Aids
Maldive
Territorio nazionale: riabilitazione e sviluppo del settore sanitario
Somalia e altri paesi
Somalia: aiuti d’urgenza, riabilitazione socioeconomica, sanità
Fondo Asia prevenzione disastri
Spese di gestione di progetto
TOTALE
Caritas nelle comunità
La fase degli aiuti d’urgenza è stata senza dubbio un successo: nonostante la devastazione subita, il numero di
persone coinvolte, l’altissimo numero di vittime e il tipo di
calamità, si è riusciti a evitare il tanto temuto diffondersi
di epidemie e carenze nutritive. Il collasso del già debole
sistema idrico-sanitario, sommato all’enorme numero di
corpi senza vita, aveva fatto temere all’inizio che sarebbe
mancata l’acqua potabile e si sarebbero diffuse malattie,
ma grazie all’impegno di tutti (volontari, governi locali e
stranieri, organizzazioni non governative e agenzie internazionali) milioni di sfollati sono stati accolti nei campi,
ristorati, vestiti, curati sia fisicamente sia psicologicamente, cercando di rispettare le esigenze culturali e familiari di
tutte le vittime.
I primi due anni del dopo-tsunami sono stati dedicati
alla riabilitazione e ricostruzione di quanto è andato distrutto dal maremoto. La rete Caritas ha concentrato i suoi
interventi sulle comunità, intese in senso ampio. Interi villaggi di pescatori con decine di migliaia di abitazioni, decine di migliaia di barche e reti da pesca, piccoli negozi e
botteghe, centri comunitari, campi coltivati: Caritas si è
dedicata alle persone, alle famiglie, ai villaggi, alle parroc-
FONDI SPESI O OPERATORI
IMPEGNATI ESPATRIATI
5.480.000
2.254.734
2
8.070.000
7.786.430
4
8.480.000
7.473.972
2
3.480.000
1.292.882
1
1.500.000
764.392
-
3.230.000
1.319.613
1
250.000
87.098
500.000
500.000
863.500
502.161
31.853.500 21.981.282
-
10
chie, partendo dai loro bisogni primari, ovvero una casa
dove abitare e i mezzi di produzione per riguadagnare
l’indipendenza economica.
La distanza dall’oceano
Oggi la fase della riabilitazione delle attività produttive si
avvia alla conclusione, in tutti i paesi colpiti. L’approfondita analisi dei bisogni ha fatto da guida alla distribuzione,
gratuita, dei mezzi di produzione: barche, motori e reti da
pesca, ma anche banchi e attrezzatura per il piccolo commercio, per il piccolo artigianato (macchine da cucire,
utensili…), capi di animali, utensili per l’agricoltura e, in
alcuni casi, piccoli capitali iniziali per riavviare le attività.
Si è trattato di una fase delicata, da gestire nel rispetto
degli equilibri sociali comunitari, in contesti già caratterizzati da povertà e tensioni interetniche. Ma nei suoi interventi il network Caritas ha potuto fare riferimento alla
capillare conoscenza del territorio offerta dai suoi partner
nelle chiese locali: un radicamento nelle comunità, che ha
reso socialmente sostenibili gli interventi avviati.
Le difficoltà però non mancano. La ricostruzione delle
case ha presentato e presenta problemi peculiari, legati
soprattutto alla proprietà della terra. Il gran numero di vitI TA L I A C A R I TA S
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oltre lo tsunami
time è stato dovuto anche al tradizionale stile di vita delle
comunità di pescatori, basato su un’estrema vicinanza
delle case al mare, in alcuni casi solo un paio di metri dalla battigia. I governi locali hanno così impedito la ricostruzione di insediamenti abitati all’interno di “zone cuscinetto” in prossimità delle coste. Tale decisione, pur
comprensibile, ha posto agli operatori impegnati nella ricostruzione il complicato problema del reperimento di
nuovi terreni di proprietà, su cui trasferire le famiglie sfollate, e del passaggio della proprietà in una forma tale da
garantire il diritto futuro dei beneficiari. Anche in questo
caso le Caritas locali, nazionali e diocesane, forti di relazioni preesistenti con le amministrazioni locali, hanno
potuto individuare soluzioni adeguate. I programmi di ricostruzione delle abitazioni termineranno entro il primo
semestre 2007; entro quella data la rete Caritas avrà ricostruito circa 31 mila case: abitazioni dignitose, in molti casi migliori di quelle distrutte dal maremoto.
Programmi di gestione dei disastri
Dopo due anni di interventi, l’aiuto post-tsunami deve fare i conti anche con i problemi e le sfide che caratterizza-
no i paesi colpiti dall’onda sul piano politico-militare ed
economico-sociale. Sicuramente la preoccupazione più
grande riguarda il conflitto etnico in Sri Lanka: le parti
contrapposte, il governo cingalese di Colombo e i ribelli
indipendentisti noti come Tigri Tamil si sono ritrovati in
una prima fase uniti dalle dimensioni della tragedia, che
aveva colpito tutti senza differenze. Dopo venti anni di
conflitto sanguinoso e senza soluzione, il comune dolore
sembrava una ragione valida per mettere da parte i rancori e le contese e cercare insieme il dialogo per risollevarsi dalla tragedia. Purtroppo queste intenzioni sono venute meno dopo pochi mesi. Anche la posta degli aiuti umanitari ha spinto le parti ad alzare il livello dello scontro: il
conflitto si è riacutizzato e ha raggiunto il suo massimo
dopo l’elezione del nuovo presidente. Al dolore generato
da questa nuova fase di scontri, con migliaia di morti da
entrambe le parti, perlopiù civili, si aggiunge il rammarico, da parte della comunità internazionale, di non aver
sfruttato le possibilità che questa tragedia poteva aprire
nel processo di pace, come invece è successo in Indonesia
nella regione di Aceh, dove si è giunti a un accordo tra i ribelli del Gam e il governo di Jakarta.
Mentre in tutti i paesi colpiti il processo di ricostruzione procede più o meno speditamente, secondo i tempi
stabiliti, in Sri Lanka le difficoltà e i danni causati dallo tsunami si sommano (come spiega l’altro articolo in queste
pagine) a quelli causati dalla guerra civile, soprattutto nelle province nord-orientali. Qui, come e più che altrove, la
rete Caritas cerca di realizzare un approccio integrato allo
sviluppo. Il 2007 sarà dunque dedicato, oltre che alla conclusione dei programmi di ricostruzione, all’avvio dei programmi di sviluppo, orientati a migliorare in modo sostenibile le condizioni di vita delle popolazioni, con l’impegno anche a evitare il ripetersi di catastrofi di tali dimensioni, tramite programmi di prevenzione e gestione dei disastri naturali. L’obiettivo è innescare un processo virtuoso, che coniughi emergenza, riabilitazione e sviluppo.
Aiuti d’emergenza
Distribuzione generi alimentari, tende,
generi di prima necessità
Assistenza ai bambini (generi di prima
necessità e materiale scolastico)
Assistenza sanitaria
Abitazioni
Alloggi temporanei
Case permanenti
Accesso all’acqua
e miglioramento
delle condizioni igieniche
611.500 beneficiari
71.446 bambini beneficiati
703.084 beneficiari
11.500
18.735 realizzate e 12.061 in costruzione
2.286 progetti realizzati
(156.700 beneficiari)
e 1.300 interventi pianificati
Infrastrutture
Edifici ricostruiti
660 (1.942 ricostruzioni pianificate)
Strutture per bambini
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Supporto finanziario alle attività scolastiche
14 scuole
Strade
71 chilometri riabilitati e 65 chilometri pianificati
Riattivazione del tessuto socioeconomico
Barche consegnate
3.371
Barche riparate
3.050
Motori consegnati
2.776
Reti e attrezzature per la pesca consegnati
39.829
Gruppi di auto-aiuto e risparmio formati
2.011
Progetti agricoli
402 famiglie beneficiarie
Formazione professionale
15.000 tra giovani e famiglie avviati
e sostegno alle piccole imprese
ad attività generatrici di reddito
La guerra sopravvissuta all’onda,
lo Sri Lanka è un’isola rassegnata
Governo cingalese e ribelli Tamil sono tornati a fronteggiarsi sanguinosamente.
Le famiglie sfollate sono 55 mila. Ma la Caritas scommette sulla pace
I risultati raggiunti dalla rete
Caritas Internationalis nei paesi dello tsunami
STUDIARE IL DOMANI
Nasreen e Saisun, 14 enni,
in una scuola finanziata
da Caritas in Indonesia
Supporto psico-sociale e sostegno alle comunità locali
Ricostruzione del tessuto
socio-comunitario
31.626 leader comunitari formati
Attività a favore di individui vulnerabili
(bambini, anziani, disabili)
55.000 beneficiari
Attività di assistenza psicologica alle vittime
26.168 beneficiari
Formazione igienico-nutrizionale
725 beneficiari
di Giovanna Federici
a vent’anni lo Sri Lanka è teatro di un aspro
conflitto tra le truppe ribelli delle Tigri Tamil,
che reclamano la sovranità dei territori settentrionali e orientali, abitate in maggioranza da
membri dell’etnia tamil, e il governo srilankese, costituito principalmente da membri dell’etnia maggioritaria cingalese, che intende mantenere l’intera isola
sotto il proprio controllo.
Lo tsunami del dicembre 2004 era apparso come
una possibilità d’incontro e dialogo tra le parti in lotta,
ma ciò è avvenuto solo in parte. Negli ultimi mesi l’escalation di violenza ha coinvolto con varia intensità tutto
il paese. Episodi isolati si sono alternati a vere e proprie
battaglie, con impiego di artiglieria aerea e navale: una
D
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
lunga lista di eventi drammatici, che Italia Caritas ha
documentato ai suoi inizi, nel numero di giugno, e che
recentemente ha finito per includere l’uccisione di 17
operatori umanitari di un’ong francese. Anche Caritas
era stata colpita da vicino: due operatori di Caritas Jaffna hanno perso la vita, il 10 aprile, su una mina destinata a un mezzo dell’esercito.
Percezione minima
La guerra ha già provocato più di 60 mila vittime e pone
un considerevole freno allo sviluppo sociale ed economico del paese. Come spesso accade, è la gente comune
che paga in maniera più acuta le sofferenze causate dalla guerra: molti sono costretti a fuggire e ad abbandona-
re casa, lavoro e affetti. L’emergenza umanitaria che ne
deriva è di notevole proporzioni: secondo Unhcr il numero dei rifugiati causati dalla recente escalation si stima in 55 mila famiglie.
Caritas Sri Lanka sostiene le vittime con programmi
di assistenza e riabilitazione. Il network Caritas Internationalis, oltre a contribuire ad affrontare l’emergenza, è
da anni promotore di un processo di educazione alla pace, che intende contribuire a una risoluzione definitiva
della controversia. Anche Caritas Italiana ha ampliato il
proprio intervento nell’isola, supportando due programmi (pace e sostegno alle vittime della guerra) di Caritas Sri Lanka. A giugno quest’ultima ha ospitato il Caritas peace forum, incontro di numerose Caritas naziona-
li, provenienti da tutto il mondo, riunitesi per parlare di
“costruzione della pace”, con un occhio di riguardo proprio al conflitto nell’ex Ceylon.
Gli srilankesi sono testimoni della guerra ormai da più
di vent’anni e nel paese la percezione del conflitto in atto
è minima. La gente è abituata a convivere con la guerra,
il pessimismo nei confronti dei governanti è comune e la
stanchezza di parlare di quello che accade è diffusa. I soldati che muoiono sulle mine e i bombardamenti non turbano più di tanto, se non in casi clamorosi. Nessuno crede in una soluzione efficace e le periodiche negoziazioni
per cercare di raggiungere un accordo sono accolte da
scherno e rassegnazione. Ai quali il lavoro delle Caritas, e
di tanti altri, cerca di non arrendersi.
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internazionale
internazionale
testimonianza
casa comune
Suor Leonella Sgorbati è stata uccisa
a settembre a Mogadiscio. È caduta, in un paese
sfibrato dalla violenza, tra l’orfanotrofio
e l’ospedale: il recinto di una vita a servizio
degli ultimi. Ce ne parlano le sue consorelle
CONTINENTE VECCHIO,
FINALMENTE L’UNIONE CI PENSA
di Gianni Borsa inviato agenzia Sir a Bruxelles
loro contesti nazionali al cambiamento demografico”. Si suggerisce
fra l’altro di: “aiutare i lavoratori a
equilibrare la vita professionale, familiare e privata in modo che i potenziali genitori possano avere il numero di figli che desiderano”; “migliorare le opportunità di impiego
per i lavoratori anziani”; “aumentare
la produttività e la competitività potenziale, valorizzando il contributo
Dalla sfida all’opportnità”), che ha codei lavoratori anziani e di quelli giostituito la base per i lavori del primo
vani”; “sfruttare l’impatto positivo
L’Europa manifesta
Forum biennale europeo sulla demodell’immigrazione sul mercato del
tendenze demografiche
grafia del 30 e 31 ottobre a Bruxelles.
lavoro”; “garantire finanze pubblipreoccupanti. Il primo
«In futuro dovremo considerare
che sostenibili, per assicurare la proForum biennale
ogni politica tenendo presente la ditezione sociale a lungo termine”.
in materia ha indicato
mensione demografica. Sul mercato
Spunti in parte interessanti e conagli stati membri Ue
del lavoro, a livello di assistenza sanidivisibili,
in altri casi molto meno oricinque ambiti d’azione.
taria e sistemi pensionistici le trasforginali.
È
d’altro
canto positiva l’attenA cominciare dai “tempi
mazioni saranno evidenti, ma anche i
zione
focalizzata
sui “tempi della fadella famiglia”,
miglia”
e
sulla
necessità
di aiutare le
sistemi di istruzione, l’urbanistica, le
per incoraggare
strutture abitative e le infrastrutture
coppie
a
procreare.
L’aumento
del
le coppie a procreare
dovranno fare i conti con la sfida deltasso di natalità è essenziale per assil’invecchiamento della popolazione».
curare un futuro ai popoli di un conVladimir Špidla, commissario responsabile di occupazio- tinente ormai sempre più vecchio. E positiva è anche l’anne e affari sociali, ha inaugurato con queste parole il Fo- notazione secondo cui la centralità della famiglia dovrebrum a Bruxelles davanti a 400 rappresentanti degli stati be essere “una costante in tutte le politiche”, le iniziative,
membri ed esperti di tutta Europa. Špidla ha osservato che le normative, i bilanci, sia nazionali che comunitari.
«il Forum offre l’opportunità di uno scambio delle miglioOccorre peraltro osservare che il passaggio dalle parori pratiche e di un dibattito su soluzioni a lungo termine».
le ai fatti, soprattutto in campi delicati come questo, non
è automatico. Una frase di Špidla, pronunciata illustrando
Triplicano gli ultraottantenni
il documento Ue, fa emergere qualche interrogativo. «Le
Tra i dati presentati dall’esecutivo di Bruxelles, è emerso politiche pubbliche vanno adattate al nuovo contesto deche “la percentuale dei cittadini europei ultraottantenni mografico – ha spiegato il commissario –. Per esempio,
dovrebbe quasi triplicare entro il 2050, quando le perso- sulle donne di età compresa fra i 30 e i 45 anni grava semne nella fascia di età compresa tra i 60 e i 79 anni costi- pre più un triplice onere: avere figli, fare carriera e prentuiranno un quarto del totale dei cittadini Ue”. Nello dersi cura dei genitori che invecchiano». Ma è giusto che
stesso documento-base si enucleano “cinque nuovi am- figli e genitori anziani siano da considerare un “onere” per
biti d’azione concreta per aiutare gli stati ad adeguare i la donna e, più in genere, per la famiglia e la società?
Europa invecchia, non è una novità. Ma finalmente anche nelle sedi comunitarie si fa largo la volontà di porre sotto i riflettori la questione demografica. Gli anziani sono una risorsa; ma
senza bambini e giovani non c’è domani. Da qualche tempo, dunque,
si discute del problema ai massimi livelli; dopo il “Libro verde” del 2005
e varie iniziative ad hoc svoltesi nei mesi scorsi, la Commissione Barroso ha varato la comunicazione “The demographic future of Europe –
From challenge to opportunity” (“Il futuro demografico dell’Europa –
L’
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«NOI, “DONNE DI DIO”
NELLA CLAUSURA SOMALA»
servizi e foto di Davide Bernocchi
uor Marzia Feurra è in Somalia da 39 anni,
suor Annalisa Costardi da 29. Sono due delle
quattro consorelle della comunità delle Missionarie della Consolata di Mogadiscio, con
cui suor Leonella Sgorbati ha condiviso gli ultimi anni di una vita dedicata, in Africa, al servizio appassionato del prossimo. Lo scorso 17
settembre, giorno dell’omicidio di suor Leonella, le suore
hanno dovuto lasciare precipitosamente Mogadiscio, per
seguire la salma della consorella a Nairobi, dove sono stati celebrati i funerali. Da allora suor
RITRATTO SOMALO
Marzia e suor Annalisa sono in Suor Leonella,
Kenya, così come suor Gianna Irene a sinistra, in piedi
con suor Annalisa.
Peano, con in cuore la grande spe- Sedute suor Maria
ranza di poter tornare al più presto a Bernarda, suor
e suor
Mogadiscio, per servire la loro gente. Marzia
Gianna Irene, con
Speranza condivisa anche da suor mons. Giorgio Bertin
S
Maria Bernarda Roncacci, quarta religiosa della comunità, in procinto di tornare dall’Italia.
A quando risale la presenza delle Missionarie della
Consolata in Somalia?
Suor Annalisa. Le prime sorelle sono arrivate in Somalia
all’inizio del 1925; all’epoca il paese era una colonia italiana. La responsabilità della chiesa in Somalia era affidata ai
padri della Consolata, poi sostituiti dai frati Minori francescani. Seguendo l’esempio dei padri Trinitari, fondatori
nel 1904 della missione in Somalia, le nostre suore hanno
scelto di orientare la maggior parte delle proprie opere a
favore della popolazione locale: nel corso degli anni, nel
sud della Somalia sono sorte missioni con scuole, dispensari, orfanotrofi. In Somalia le suore della Consolata hanno raggiunto le 100 presenze, anche se solo per un giorno,
tra l’arrivo di una consorella e la partenza di un’altra. Nel
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31
internazionale
testimonianza
1960 il paese ha ottenuto l’indipendenza e le suore, con
tutta la chiesa, hanno potuto continuare la propria opera
indisturbate; anzi, con la partenza di tanti italiani, la nostra vocazione al servizio del popolo somalo si è maggiormente chiarita. Le suore erano circa 60 nel 1972, quando
Siad Barre decretò la nazionalizzazione della maggior parte delle opere della chiesa. Il nostro impegno in scuole e
ospedali ha comunque potuto continuare con una quarantina di consorelle fino al 1991, quando la caduta del regime di Barre ha aperto la strada a una totale anarchia. È
stato l’inizio del calvario della Somalia.
Cosa accadde alle suore nel 1991?
Suor Marzia. Come tutti gli stranieri, anche le nostre suore hanno dovuto abbandonare il paese. Io e due consorelle eravamo parte del gruppo di italiani che per ultimi
hanno lasciato Mogadiscio, il 16 gennaio, dopo che una
folla aveva saccheggiato e incendiato la cattedrale, come
molti altri edifici pubblici. Convinte che le cose si sarebbero sistemate nel giro di poche settimane, siamo andate a Mombasa, ad aiutare i profughi somali che fuggivano
in Kenya in gran numero. Ma la situazione politica si faceva sempre più complicata e le condizioni in cui versava la popolazione erano sempre più drammatiche; all’inizio di marzo, ci accordammo con l’organizzazione austriaca Sos Kinderdorf per tornare a Mogadiscio. Sos era
presente in città dal 1985, con un orfanotrofio e un servizio maternità; nel 1991 si decise di impiantare un servizio
pediatrico di emergenza, fino a oggi l’unico servizio sanitario operante nella capitale a titolo gratuito. Suor Leonella arrivò a Mogadiscio nel 2001, dopo più di trent’anni in Kenya. Si aggiunse a me e a suor Annalisa, più tardi
arrivò suor Gianna Irene: eravamo tutte infermiere di formazione. Con noi c’era suor Maria, maestra, il cui lavoro
è sempre stato con i bambini orfani del villaggio Sos.
Negli ultimi anni la Somalia è sempre stata estremamente pericolosa. Com era la vostra vita?
Suor Marzia. La potremmo definire claustrale, a parte i
periodi di riposo in Kenya o in Italia. Pur tra le mille occupazioni e preoccupazioni quotidiane, è sempre stata
confinata al villaggio-orfanotrofio e all’ospedale Sos. Per
passare da un recinto all’altro si deve attraversare la strada, scortate da guardie armate, cosa normale nel contesto somalo. È proprio attraversando quella strada che
suor Leonella è stata chiamata alla testimonianza dell’amore supremo per il popolo somalo.
Dopo il 1991, comunque, siamo state costrette altre
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volte ad abbandonare la Somalia. La prima nel 1993, durante un’operazione internazionale che tentava di riportare ordine nel paese, a seguito di alcuni scontri armati particolarmente sanguinosi. La seconda nel 1998, quando io
fui vittima di un rapimento a scopo di lucro, che si risolse
poi con la mia liberazione, grazie alla mobilitazione delle
donne somale della città. Allora rimanemmo “in esilio” per
circa nove mesi. Tutte noi siamo sempre state consapevoli
dei rischi. D’altronde, una serie di morti violente (prima il
vescovo monsignor Salvatore Colombo, poi padre Pietro
Turati, Graziella Fumagalli e Annalena Tonelli, per limitarci alle persone più vicine) ha rappresentato un ammonimento chiarissimo. Più di una volta, di fronte a gravi difficoltà, abbiamo valutato l’ipotesi di partire. In quelle ore abbiamo pregato, chiedendo a Dio di mostrarci la Sua volontà. E con emozione, al termine di quei momenti di discernimento, abbiamo sempre constatato che ciascuna di
noi aveva ricevuto da Lui la medesima risposta: «Rimani!».
Siamo rimaste: per lenire le immense sofferenze della gente di Mogadiscio, consapevoli della responsabilità di testimoniare l’Amore che il Signore ci aveva affidato.
Come è nata l’idea di fondare all’interno di Sos la
scuola per infermieri, che ha portato suor Leonella
in Somalia?
Suor Annalisa. Il bisogno di formare il personale somalo
era evidente da anni, perché gli infermieri qualificati che si
ritiravano per motivi di età non potevano essere sostituiti.
Data la sua grande esperienza di infermiera e formatrice,
Sos ha chiesto l’aiuto di suor Leonella, che in quei mesi
terminava il suo mandato di superiora regionale in Kenya.
Suor Leonella ha accettato, pur conscia delle enormi difficoltà dell’impresa, dovute sia all’anarchia imperante nel
paese che alla specificità del contesto culturale somalo, diverso dall’Africa che lei aveva conosciuto. Dopo una lunga
fase preparatoria, il progetto della scuola ha visto la luce
nel 2002. Siccome suor Leonella non faceva mai le cose a
metà, ha voluto che la scuola diventasse il riferimento per
la formazione professionale nel centro-sud della Somalia,
il che si è avverato quando l’Oms ha dato il proprio riconoscimento al diploma della scuola Sos. Prima di chiamarla a sé, il Signore ha concesso a suor Leonella la gioia
di vedere il primo gruppo dei propri studenti diplomarsi;
erano una trentina alla cerimonia della consegna dei diplomi, il 17 agosto, un mese prima della sua morte.
Com’erano il rapporto di suor Leonella con i suoi
studenti? E le vostre relazioni con i somali?
INSEGNARE E IMPARARE
IN UNA GIUNGLA DI VIOLENZA
A destra, suor Maria Bernarda
e i bambini del Villaggio Sos
di Mogadiscio.
Sotto, suor Leonella
e i suoi studenti alla scuola
per infermieri che dirigeva
Suor Marzia. Suor Leonella amava molto i suoi studenti
e le lacrime che loro hanno versato al momento della sua
morte testimoniano l’affetto che nutrivano per lei. A parte alcune eccezioni, il popolo somalo conosce le suore e
le rispetta profondamente, come “donne di Dio”. In particolare, è entrata nell’immaginario dei somali l’idea della
presenza delle suore negli ospedali. La gente di Mogadiscio ci considera parte di loro, perché parliamo la loro lingua, perché durante gli anni degli scontri, della fame, dei
bombardamenti e delle ingiustizie eravamo lì, a piangere
e sperare con loro. Tra le innumerevoli attestazioni di
amore e rispetto ricevute in questi anni, mi viene in mente una frase toccante dettami da un somalo: «Finché ci
meritiamo le suore, significa che Dio non ci ha dimenticati». Nonostante la differenza di religione, i somali musulmani hanno sempre riconosciuto in noi la volontà sincera di amare Dio e il prossimo. E questo ci uniti a loro,
che hanno un profondissimo senso religioso.
Che idea vi siete fatte sull’omicidio?
Suor Marzia. È senza dubbio un gesto che va letto all’interno del contesto violento della Somalia e in un certo
spirito di chiusura nei confronti dell’altro, che anni di isolamento e di mancanza di istruzione hanno rafforzato,
soprattutto in alcuni giovani. Ma, d’altra parte, siamo
convinte che questo sentimento riguardi una parte minoritaria del popolo somalo e diversi elementi ci dicono
che il gesto è maturato in un ambiente estremamente ristretto, con scarsi contatti con il resto della popolazione.
Non va dimenticato che suor Leonella era a Mogadiscio
con l’autorizzazione delle Corti islamiche, che da giugno
controllano la città, e che i vertici di questo movimento si
sono immediatamente interessati alla vicenda, identificando chi ha compiuto l’omicidio e promettendo giustizia. L’enorme folla radunatasi nei pressi del centro Sos a
piangere la sua morte e il lungo corteo che l’ha scortata fino all’aeroporto non lasciano dubbi sui sentimenti della
maggior parte della popolazione.
Quali sono le vostre prospettive per il futuro?
Suor Annalisa. Abbiamo la volontà di rientrare e di riprendere la nostra missione, non appena ciò sarà possibile. In questo momento, però, la tensione politica in Somalia è talmente alta che l’evacuazione degli stranieri dal
centro-sud del paese non riguarda solo noi, ma tutto il
personale delle Nazioni Unite e delle ong. È comunque in
corso un dialogo tra Sos Kinderdorf e le autorità di Mogadiscio per verificare se esistano le condizioni per tornare
al normale livello di attività.
«Perdono, perdono, perdono»: sono le ultime parole
di suor Leonella. Assumono un significato particolare, nel contesto della Somalia?
Suor Marzia. È un messaggio di amore, con cui suor Leonella ha indicato ai somali la via per uscire dalla giungla tenebrosa di violenza e sopraffazione in cui il popolo vaga da
anni. Solo la conversione del cuore, l’amore e il perdono
possono guarire le profonde ferite della Somalia.
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internazionale
internazionale
crisi africane
Trattare o no con gli islamisti?
Il paese rischia la guerra civile
Signori della guerra sconfitti a metà 2006. Corti islamiche sempre più forti.
Istituzioni provvisorie divise e confinate a Baidoa. E gli aiuti dall’Etiopia...
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zione adeguata, acqua potabile, sanità, istruzione.
L’estrema impopolarità dei signori della guerra, unita
alla percezione che la loro alleanza filo-americana fosse
contro l’islam, hanno garantito alle Corti islamiche il sostegno popolare che, insieme alla capacità organizzativa e
militare mostrata dagli islamisti, ha sortito l’effetto di annientare il potere dei signori della guerra, cacciandoli dalla capitale. Intimorito dal potere acquisito dagli islamisti,
a giugno il governo di Baidoa ha ricevuto aiuti militari dalla vicina Etiopia, che non pare intenzionata a permettere
che il processo di pace intersomalo conduca a un’inclusione
degli islamisti nelle istituzioni
politiche. Il presidente etiope,
verso fine novembre, ha dichiarato che le sue truppe erano
pronte ad affrontare le Corti.
Dispensario Caritas
In questi mesi, insomma, la tensione non ha fatto che crescere,
sia tra Mogadiscio e Baidoa, sia
all’interno delle stesse istituzioni, dove all’ala oltranzista si oppone una parte che, spalleggiata dalla maggioranza della
comunità internazionale, vede nella mediazione con gli
islamisti l’unica possibilità per evitare una guerra civile,
che potrebbe coinvolgere altri paesi del Corno d’Africa.
In questo quadro alla fine di maggio, grazie anche al sostegno di Caritas Italiana, Caritas Somalia ha aperto a Baidoa un dispensario medico: l’unica struttura che offra visite e medicinali gratuiti in un distretto di 160 mila abitanti,
tra i più poveri della Somalia. Il dispensario, dove operano
due giovani infermieri formati da suor Leonella, finora ha
servito circa 3 mila pazienti al mese, molti dei quali bambini sotto i 5 anni. Nonostante la situazione estremamente tesa, la struttura continua a operare; Caritas Somalia sta
anche studiando un progetto contro la malnutrizione infantile, nella speranza di poterlo presto realizzare.
EMILIANO BOS
el 2004, dopo un lunghissimo periodo di
anarchia, gli sforzi della comunità internazionale hanno portato alla formazione di istituzioni federali di transizione per la Somalia.
Create in Kenya, esse si sono successivamente trasferite all’interno della Somalia, trovando nella
città di Baidoa una sede di compromesso in grado di
ospitare parlamento, governo e presidente delle repubblica, in attesa che si creassero le condizioni per
insediare le istituzioni nella capitale Mogadiscio.
Quando, a febbraio, Baidoa
ha accolto le istituzioni, la preSEMPRE IN ARMI
Guerrigliero somalo.
senza di un gran numero di “siIl paese da 15 anni
gnori della guerra”, soprattutto
è vittima
a Mogadiscio, era percepita codell’instabilità
me il problema principale da
risolvere, per riportare legalità
in Somalia. La questione era
complicata dal fatto che la
maggior parte di questi personaggi facevano parte di governo e parlamento, poiché le istituzioni di transizione non avevano potuto formarsi se non
come luogo di compromesso in cui erano rappresentate
tutte le fazioni che esercitavano un potere nel territorio.
Durante i primi mesi del 2006, la maggioranza dei
signori della guerra di Mogadiscio si è riunita in una “Alleanza contro il terrorismo”, ispirata e appoggiata dagli
Usa, che ha attaccato a più riprese le forze fedeli alle
Corti islamiche, istituzioni create nel corso degli anni
da gruppi di ispirazione islamista, che si sono assunte il
compito di amministrare la giustizia secondo i precetti
dell’islam, in un paese completamente privo di sistema
giudiziario. Fatta eccezione per ciò che riescono a provvedere le poche ong che operano nel centro-sud della
Somalia, sono proprio i gruppi islamisti somali a fornire risposte pratiche, anche se parziali, a un popolo che
non è in grado di soddisfare i bisogni di base: alimenta-
guerre alla finestra
MATURITÀ NELL’URNA,
IL CONGO SAPRÀ VOLTARE PAGINA?
di Maurizio Marmo
anno vissuto sulla propria pelle uno tra i conflitti più sanguinosi
e trascurati dell’ultimo decennio. Ma hanno dato prova di volere
voltar pagina. Il 29 ottobre i congolesi sono tornati alle urne (dopo il primo turno, presidenziale e parlamentare, di fine luglio) per eleggere al ballottaggio il presidente della repubblica. Ha vinto Joseph Kabila, negli ultimi anni presidente ad interim, che ha sopravanzato il rivale
Jean-Pierre Bemba, leader di una delle fazioni che dal 1998 al 2003 hanno combattuto contro il governo. Il lungo e faticoso processo di
le potrebbe essere decisiva. Le Nazioni Unite, presenti nel paese africano
con 18 mila caschi blu, e i governi di
Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia,
Belgio e Sudafrica sembra siano uniti
nel volere il ritorno alla normalità, dopo essere stati per anni divisi nell’appoggiare le diverse parti in conflitto.
Inoltre la popolazione congolese,
stanca degli enormi patimenti subiti,
ha dimostrato di essere compatta nel
transizione ha raggiunto il suo primo
volere l’unità del paese e la fine di
e fondamentale obiettivo: la scelta
ogni violenza. L’opera di sensibilizzaKabila presidente,
del primo presidente legittimo della
zione condotta in vista delle elezioni,
lo sconfitto Bemba
Repubblica democratica del Congo. I
che ha avuto nella chiesa cattolica
protesta: ma dovrebbe
congolesi hanno deciso, vogliono la
una delle principali promotrici, ha
essere la volta buona,
pace e hanno affidato a Kabila (figlio
contribuito a rendere ogni persona
per la conclusione
e successore di Laurent-Desirée, ucpiù consapevole dei propri diritti.
della lunga transizione
ciso a Kinshasa nel gennaio 2001, doIl nuovo presidente dovrà impepolitica. Restano
po essere stato portato al potere nel
gnarsi molto, perché il Congo ha proproblemi enormi:
1997 dal movimento ribelle sostenublemi enormi. Gli sfollati sono ancora
fondamentale
un milione, le attività sanitarie e scoto da Ruanda e Uganda, che in pochi
è sostenere l’opera
mesi aveva fatto cadere il regime
lastiche devono essere riavviate in
di chiese e società civile
trentennale di Mobutu) il compito
molte zone, e così la produzione agrodella ricostruzione.
pastorale. La smobilitazione dei comNel momento in cui scriviamo non si sa ancora se Bem- battenti non si è ancora completata e nell’est, in particolaba accetterà il responso delle urne, contestato il 16 novem- re nelle regioni del Kivu e dell’Ituri, vi sono ancora milizie
bre con l’accusa di parzialità indirizzata alla Commissione che perpetrano attacchi contro la popolazione civile.
elettorale indipendente. La tentazione di fomentare la vioDeterminante, però, sarà soprattutto la costituzione di
lenza può essere molto forte, perché durante la guerra si un governo che, oltre a essere stabile, faccia i reali interesriescono a fare affari d’oro, nel vero senso della parola: il si della popolazione. Durante il periodo di transizione lo
Congo è uno dei più grandi produttori del metallo prezio- sfruttamento illegale delle ricchezze minerarie è contiso (ma anche di diamanti, coltan, rame, stagno, cobalto, nuato, anche se forse in misura inferiore rispetto al periopetrolio, legname…). Il 20 agosto, dopo la proclamazione do di guerra. La corruzione, molto diffusa, può avere gradei risultati del primo turno, vi furono gravi scontri nella ca- vi conseguenze, si pensi alle paghe dei militari che spesso
pitale fra la guardia presidenziale e le milizie di Bemba, che non giungono a destinazione, alimentando l’insicurezza.
causarono la morte di un centinaio di persone.
Sarà dunque fondamentale continuare a sostenere la
società civile e le chiese, nel loro lavoro di coscientizzazioSfollati e combattenti
ne della popolazione e di pressione nei confronti delle
La forte pressione esercitata dalla comunità internaziona- nuove autorità governative e amministrative.
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internazionale
forum sociale mondiale
Dopo Porto Alegre, e un passaggio
in India, i soggetti che si battono
per una globalizzazione equa fanno
tappa a Nairobi. È una grande
occasione per esprimere il punto
di vista di un continente ignorato.
Ma non mancano i timori
DAL BRASILE AL KENYA
A sinistra, manifestanti al recente vertice
sui cambiamenti climatici a Nairobi.
Sotto, corteo al Forum di Porto Alegre
IL FORUM
SBARCA IN AFRICA,
SARÀ PARTECIPAZIONE VERA?
di Maria Chiara Cremona
er la prima volta in Africa. Dal 20 al 25 gennaio del 2007. Con l’intenzione di guardare i problemi che
attanagliano buona parte del mondo da una prospettiva particolare. Troppe volte ignorata, considerata senza speranza e senza voce. Il Forum sociale mondiale approda per la prima volta in Africa, in
una delle sue metropoli più avanzate e contradditorie, Nairobi. La capitale del Kenya si sta preparando all’evento. Come intende rappresentare le istanze di un intero continente?
Tante sono le aspettative che l’Africa ripone nel Forum: a Nairobi sono attese circa 80 mila persone, il
più grosso incontro internazionale mai svoltosi in città, e il desiderio è che il Forum, pur mantenendo un
respiro mondiale, venga “africanizzato”, ovvero che rappresenti un’opportunità perché al centro della scena internazionale venga posta l’Africa. Alcune novità nell’organizzazione dell’evento sembrano corrispondere a questa istanza. diverse spiritualità; liberare il mondo dalla dominazioAnzitutto sta emergendo forte il desiderio di dare risalto ne del capitale multinazionale e finanziario; assicurare
alle azioni alternative, a partire dal tema scelto (People un accesso universale e sostenibile al bene comune delstruggles, people alternatives, ovvero “Lotte della gente, al- l’umanità e della natura; democratizzare la conoscenza
ternative della gente”). E poi è da sottolineare il metodo e l’informazione; assicurare dignità, difendere le diverpartecipato con cui sono state decise e impostate le gran- sità, garantire eguaglianza di genere ed eliminare tutte
di aree tematiche in cui si articoleranno i lavori del Forum. le forme di discriminazione; garantire diritto al cibo, alI lavori seguiranno alcuni orientamenti ben definiti, la cura medica, all’educazione e a un lavoro decente;
che sono espressi da altrettanti verbi all’infinito, a metà costruire un ordine del mondo basato sulla sovranità,
tra l’auspicio, l’esortazione e la consegna: costruire un l'autodeterminazione e i diritti dei popoli; costruire
mondo di pace, di giustizia, di eticità e di rispetto per le un’economia sostenibile e centrata sulle persone; co-
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struire strutture politiche veramente democratiche e
istituzioni con partecipazione delle persone alle decisioni e al controllo degli affari pubblici e delle risorse.
Queste tematiche faranno da guida ai lavori della
manifestazione: i gruppi, le organizzazioni e le singole
persone si confronteranno all’interno dei gruppi, per
provare a pianificare azioni e campagne che faranno da
guida alle attività dei movimenti sociali fino al prossimo Forum mondiale.
Questo approccio attivo è una novità per il Forum,
che è sempre stato visto come luogo di confronto ma
non di azione, per cercare di rendere più incisiva la sua
proposta nelle diverse parti del mondo e far sentire i
movimenti sociali meno soli. Inoltre l’Africa Social Forum proporrà sessioni plenarie aperte a tutti i partecipanti su temi di interesse mondiale, ma considerate a
partire da una prospettiva africana, invitando a parlare
personalità del continente.
Piattaforma ecumenica
Il Forum, insomma, chiederà un coinvolgimento
profondo a tutti i partecipanti: gruppi, organizzazioni,
movimenti, network che vorranno condividere esperienze e riflessioni. Proprio a questo proposito crescono le aspettative di una significativa partecipazione
africana, ma anche le preoccupazioni. In positivo, dall’Africa i partecipanti al Forum avranno molto da imparare: si tratta di un continente che ha tanto da dire, in
termini di valori e mentalità alternative, che possono
essere utili alla costruzione di un mondo diverso. Dall’Africa ci si aspetta inoltre una grande partecipazione
giovanile e un ampio spazio dato alla cultura: teatro,
musica, danza, mezzi di comunicazione e altre forme
espressive, molto importanti nel contesto africano.
I timori si concentrano invece sulla consapevolezza
dell’importanza del Forum da parte dei keniani e in
particolare degli abitanti di Nairobi: il rischio è che la
manifestazione, che si svolgerà nello stadio di Kasarani, alla periferia della città, si celebri senza che Nairobi
stessa se ne accorga, o che venga scambiato per una
delle tante conferenze internazionali che la città frequentemente ospita, senza che venga colta la novità e
la diversità che porta con sé.
Il timore, in altre parole, è che la società civile keniana, e più in generale africana, non sia pronta per fare suo un evento come il Forum sociale mondiale. L’appuntamento di fine gennaio sarà dunque anche l’occasione per misurare la partecipazione reale dell’Africa ai
movimenti sociali mondiali. Sarà importante verificare
se il Forum, ad onta dell’aggettivo “mondiale” che lo
qualifica, si rivelerà ancora una volta centrato sulla
sensibilità, le dinamiche e le proposte provenienti dall’occidente del mondo. Sarebbe un peccato constatare,
soprattutto quando si parla di alternative, che l’Africa
continua a rimanere relegata sullo sfondo.
Anche tra gli organismi africani, comunque, non
mancano segnali incoraggianti, nel cammino di avvicinamento al Forum. Organizzazioni non governative e
chiese hanno dialogato, negli ultimi mesi, per presentare insieme al Forum temi ed esperienze importanti. E
nel campo delle chiese si è creata una piattaforma ecumenica come spazio di confronto e coordinamento in
preparazione al Forum, a cui partecipano chiesa cattolica e chiese protestanti. La chiesa cattolica si è poi organizzata non solo per preparare attività e proposte per
il Forum, ma anche per sensibilizzare i keniani, prima
dell’inizio dell’evento, a partire da alcune questioni
centrali per le società e le chiese in Africa: nomadi e migrazioni, baraccopoli, Aids, debito internazionale, pace
e riconciliazione. E qualcuno sta maturando l’idea in
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internazionale
internazionale
contrappunto
forum sociale mondiale
base alla quale non soltanto i keniani devono andare al
Forum, ma anche il Forum deve uscire da se stesso e incontrare la realtà di Nairobi, in particolare quella delle
sue periferie degradate. Guidate dalla rete delle parroc-
chie cattoliche, si stanno organizzando visite negli slum
di Nairobi, e persino iniziative culturali e anche seminari in diversi luoghi periferici della città. Sarà il modo migliore per evitare il rischio dell’autoreferenzialità.
Ascolto, confronto, proposta:
presenza Caritas più convinta
di Maurizio Marmo
l Forum sociale mondiale arriva per la prima volta
Al Forum di Nairobi Caritas Italiana intende portare
in Africa. Dopo i diversi incontri tenuti a Porto Aleuna testimonianza sul proprio operato in ambito intergre (Brasile) dal gennaio 2001 e la tappa di Mumbay
nazionale, dando voce ai partner locali, in particolare
(India) del 2004, il variegato panorama delle orgaafricani, e aprendo una finestra sulle esperienze delle
nizzazioni che cercano alternative all'attuale ordiCaritas diocesane italiane.
ne sociale ed economico mondiale si è dato appuntamento a Nairobi, dal 20 al 25 gennaio 2007 (come gli anGuardare con occhi nuovi
ni precedenti in concomitanza con il forum economico di
Fra i temi proposti, insieme a Caritas Europa, ci sono il
Davos, in Svizzera, al quale partecipano esponenti dei gorapporto fra migrazioni e sviluppo, la lotta al traffico degli
verni, della finanza e dell’economia liberista).
esseri umani, la pace e riconciliazione, la gestione delle riTra i vari organismi che hanno promosso il Fsm vi è la
sorse minerarie, la mobilitazione della società civile nel
Conferenza episcopale brasiliana. Andialogo politico. Grazie alla presenza di
che Caritas Internationalis ha aderito
due operatori a Nairobi, Caritas ItaliaDelegazione italiana
alle ultime edizioni e nel corso degli
na sostiene il lavoro preparatorio di
con trenta esponenti
anni molte Caritas nazionali hanno
Caritas Amecea e della chiesa del
delle realtà diocesane. Kenya, con cui collaborerà ai seminari
visto questa occasione di incontro coCon la rete
me importante momento per lanciare
sulla lotta all’Aids e sulla cancellazione
il proprio messaggio di solidarietà e
internazionale Caritas del debito estero dei paesi poveri.
cambiamento. Caritas Italiana parteLa realizzazione del Forum sociale
saranno sviluppati
ciperà per la seconda volta al Fsm con
mondiale a Nairobi è un’occasione
numerosi temi, dalle molto importante per parlare del conuna delegazione formata da una trentina di rappresentanti delle Caritas
tinente e per porre l’attenzione sui gramigrazioni all’Aids
diocesane, coinvolte nell'ambito dei
vi problemi che vivono gli africani. Ma
percorsi di educazione alla mondialità promossi in Italia.
è anche un’opportunità per guardare, con occhi nuovi, la
La presenza al Forum è un’occasione per testimoniare
realtà dei paesi africani, molto diversi tra loro, confrontanla carità come dimensione essenziale dell'essere chiesa in
dosi con culture, storie, abilità e tradizioni ricchissime.
rapporto al mondo. Il Forum è infatti un luogo privilegiaSarà interessante ascoltare il punto di vista africano sulto di ascolto dei poveri, ma anche spazio di confronto con
l’attuale sistema economico mondiale e sentire dai diretti
organizzazioni della società civile, ong, associazioni e moprotagonisti come riescano a inventarsi quotidianamente
vimenti di base, esponenti delle differenti religioni.
un lavoro o un modo per sopravvivere. Sarà un allenaLa partecipazione al Forum è coordinata da Caritas Inmento per vincere gli stereotipi e superare le semplificaternationalis, attraverso Caritas Amecea (la Caritas dell'Azioni che spesso accompagnano l'approccio all'Africa.
L’ultimo giorno del Forum rappresenterà una novità
frica orientale) e avviene dunque nell’ambito di una rete
rispetto al passato: l’obiettivo è definire un Piano d’azione
consolidata. Sarà un’opportunità di confronto con altre
per il 2007 e 2008, con proposte d’impegno concrete. Un
reti di persone e organizzazioni, grazie al dialogo e al ricoaltro mondo è possibile, ripartendo dall’Africa.
noscimento delle reciproche differenze.
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IL NOBEL SBAGLIATO
AL CREDITO DEMOCRATICO
di Alberto Bobbio
arebbe una ricchezza per ogni paese del mondo. Sarebbe una palestra di partecipazione democratica. Sarebbe un modo per
schiantare l’unica vera globalizzazione oggi pienamente riuscita,
quella dei capitali, il mercato più invisibile e pericoloso. Invece è un
sogno e rischia di restare tale, nonostante il premio Nobel per la pace
attribuito a Mohammad Yunus, economista-filosofo, teorico del diritto democratico al credito, l’uomo che ha dimostrato che i poveri fanno un uso dei soldi infinitamente più sapiente di quello dei ricchi.
Cosa sarebbe il mondo se le banche fossero possedute dai soci veri, dai cittadini, banchieri pro tempore che destinano soldi a tenere
altri: non proprio quello che accade
nella grande finanza.
Non ci può essere, in altre parole,
alcuno sviluppo senza un ruolo attivo
dei poveri. È la formula della cooperazione, dell’economia di reciprocità
che può cambiare le cose e, forse, centrare quegli Obiettivi del millennio, rispetto ai quali oggi la mira è completamente sballata. Il Nobel al microcredito può avere valore pedagogico, se
innesca una logica nuova nell’elaborazione di una cultura imprenditoriale
insieme le idee su mestieri e profese finanziaria diversa. E, soprattutto, se
Il premio per la pace
sioni? Sarebbe la vera rivoluzione. Ma
costringe a riflettere sull’attuale geoa Mohammed Yunus,
a Yunus hanno dato il premio Nobel
politica della finanza, che oggi offre
pioniere della
per la pace, importante ed evocativo,
enormi possibilità solo agli speculatomicrofinanza,
e si sono ben guardati dal dargli quelri, siano essi singoli o paesi interi.
è evocativo. Ma avrebbe
lo per l’economia. Non sarebbe politiBasta un esempio per capire. Ogni
meritato quello
camente corretto sostenere la tesi che
anno sui mercati telematici finanziari
all’economia, andato
il denaro non serve per produrre decircolano quasi 500 mila miliardi di
a un teorico della
dollari. La ricchezza prodotta in un annaro, ma servizi, beni e posti di lavoro.
neutralità del mercato.
no dal mondo intero, il cosiddetto Pil
Il denaro serve
del pianeta, è di circa 60 mila miliardi
Il ruolo attivo dei poveri
per produrre denaro?
di dollari. Significa che c’è un’econoYunus è un simbolo. Il Nobel va attrimia di carta che vale cinquanta volte
buito al microcredito e alla filiera di
gente che ci ha creduto. A cominciare da Paolo VI e dal- più di quella reale, genera ricchezze enormi, in gran parte
l’enciclica Populorum progressio; anzi, bisognerebbe an- esenti da tasse, con un trucco: arricchisce pochi e rovina
dare ancora più indietro nel tempo, alle banche di credito molti. E potrebbe rompersi da un momento all’altro. Nescooperativo, alle casse rurali, ai preti cocciuti che tenevano suno ci bada. Tanto i ricchi un sistema per raddrizzare le coinsieme le società operaie di mutuo soccorso nell’Italia di se lo trovano sempre.
fine Ottocento. Insomma a tutti quelli che pensano che tra
A Edmund Phelps, d’altronde, è stato assegnato il Nofinanza ed economia c’è una relazione, ma essa deve tener bel 2006 per l’economia. Lui è il guardiano dell’ortodossia
conto della sociologia, dell’antropologia, dell’educazione, delle bolle monetarie e della neutralità del mercato, semdell’azione politica e pastorale.
pre e comunque innocente rispetto ai guasti che produce.
Il microcredito suggerisce che i poveri possono essere È il Nobel che spettava a Mohammad Yunus, l’uomo che
la soluzione del loro problema. Il 97% dei poveri che, nel ha posto in discussione il ruolo della finanza nell’economondo, sono entrati in programmi di microfinanza han- mia globale. E ha avviato, insieme a tanta altre gente scono restituito denaro e interessi, permettendo alle banche nosciuta, a tutte le latitudini del mondo, un movimento dal
di innescare il circolo virtuoso dei profitti a disposizione di sapore fortemente politico.
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agenda territori
parrocchia e mondialità
MILANO
Più di mille richiedenti asilo,
l’accoglienza comincia in aeroporto
Con i 1.018 richiedenti asilo registrati dal
1° gennaio al 31 ottobre 2006 (saranno 1.200
entro fine anno, dato triplicato rispetto agli anni
precedenti), l’aeroporto di Malpensa (nella foto)
si colloca ormai al secondo posto tra le “frontiere
d’asilo” del nostro paese, superato soltanto
da Lampedusa. Il dato è contenuto in un volume (“Dall’accoglienza
all’integrazione. Rifugiati a Varese”) pubblicato dalla cooperativa Le querce
di Mamre, Consorzio Farsi Prossimo e Caritas Ambrosiana. Il fenomeno
del forte aumento degli arrivi a Malpensa si riversa successivamente sulle
strutture sociali e ricettive del territorio. L’emergenza è stata gestita grazie
alla “cabina di regia” attivata dalla prefettura di Varese (che coinvolge anche
la questura) e all’impegno di orientamento, accoglienza e inserimento sociale
profuso dai soggetti connessi a Caritas. Esso incomincia all’aeroporto, grazie
allo “Sportello rifugiati” gestito da Caritas e Cir, e prosegue nel territorio,
grazie a una fitta rete di centri di accoglienza, comunità per nuclei famigliari
e reti di appartamenti individuali, seguiti anche dalle comunità parrocchiali.
I soggetti Caritas gestiscono in totale circa 100 posti di accoglienza
nel territorio di Varese (più altri a Milano) e per il 2007 hanno offerto
alla prefettura la possibilità di gestire 70 nuovi posti di pronta accoglienza.
aperto da marzo, dietro al Duomo
di Vicenza, ogni venerdì sera dalle
22.30 alle 4 di mattina. “Notturno
Giovani” è un’iniziativa di Caritas
Vicenza (con il sostegno del comune)
raggiungibile anche via mail o via chat.
È gestito da giovani volontari preparati,
che nei primi mesi di apertura hanno
incontrato ragazzi e ragazze,
soli o in piccoli gruppi, in cerca
di qualcuno che potesse veramente
mettersi sulla loro lunghezza d’onda.
L’iniziativa fa parte di “Progetto Dialogo
- prossimità e cura delle relazioni:
la persona come risorsa”, promosso
dalla Caritas vicentina in collaborazione
con gli uffici diocesani per la famiglia,
per i giovani e per la scuola:
per preparare altre persone disponibili
al volontariato in questo ambito,
la Caritas vicentina sta avviando
un nuovo corso di formazione.
SENIGALLIA
TREVISO
Adozioni a vicinanza:
in molti aiutano
i parenti dei detenuti
La Caritas Tarvisina ha raccolto oltre
180 adesioni alla proposta delle
“adozioni a vicinanza”. L’iniziativa,
di cui è stato fatto un primo bilancio
a due anni dall’avvio, riguarda il mondo
del carcere e ha l’obiettivo di creare reti
di solidarietà per aiutare famiglie e
ragazzi che si trovano a vivere situazioni
di disagio, a causa dell’incarcerazione
di un congiunto. Singoli, gruppi
e famiglie hanno sottoscritto
le “adozioni”, che consentono
di aiutare, secondo criteri educativi
di medio-lungo periodo, circa 50 nuclei
familiari con minori, coinvolgendo servizi
pubblici, Caritas parrocchiali
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e associazioni di volontariato.
Gli interventi non si limitano all’aiuto
economico e consentono di coprire
diversi bisogni, dall’alimentazione
alla salute all’inserimento sociale.
VICENZA
“Notturno Giovani”,
spazio d’ascolto e
per “decomprimersi”
Essere ascoltati da altri giovani.
Poter parlare quando si ha sete di
relazioni autentiche. Poter raccontare
la propria solitudine, le incertezze,
le fragilità. O, semplicemente,
“decomprimersi” dopo la birreria
o la discoteca. A tutte queste esigenze
cerca di rispondere “Notturno Giovani”,
lo spazio di contatto e di ascolto
DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
Nuovo ambulatorio
per gli ospiti
di casa “Palazzolo”
La casa della solidarietà “Don Luigi
Palazzolo” si arricchisce di un nuovo,
importante servizio. Un ambulatorio che
fornisce prestazioni infermieristiche e
consulenza medica si va ad aggiungere
alle molteplici iniziative che si svolgono
nella struttura di accoglienza gestita
dalla Caritas diocesana di Senigallia.
La casa offre accoglienza e risposte
ai bisogni di diversi soggetti,dai senza
dimora agli immigrati, dai minori alle
persone segnate da disagio mentale.
Il nuovo ambulatorio completerà
i servizi già forniti dal centro d’ascolto,
dal centro di prima accoglienza (che
fornisce pasto, pernottamento, doccia
e guardaroba), dal servizio di raccolta
di indumenti e mobili usati.
di Annamaria Gregorio
Alife-Caiazzo, grandi orizzonti per una piccola Caritas:
all’inizio fu il terremoto, ora è tempo di commercio equo
La storia della Caritas diocesana di Alife-Caiazzo ebbe inizio
nel 1980. A causa del sisma in Irpinia, il vescovo dell’epoca
decise di istituire in diocesi l’organismo, per dare un aiuto
concreto alle persone terremotate della Campania.
Fu una catastrofe, insomma, a far comprendere la natura
della Caritas e la sua necessità vitale per una chiesa
che doveva uscire dal torpore, per servire le persone
allo sbando dopo la tragedia.
In seguito la nuova Caritas cominciò a spostare lo sguardo
anche su altre questioni, compresi i problemi di carattere
internazionale. Pur operando in un’area di soli 63 mila
abitanti, sparsi in un territorio dell’entroterra casertano
COMMERCIO ALTERNATIVO
La Caritas di Alife-Caiazzo ha dato vita a “Pinteme
di 540 chilometri quadrati, prevalentemente agricolo,
jonte”, associazione che promuove l’equosolidale
circondato dai monti, suddiviso in 24 comuni per 44
micro-parrocchie dalle 300 alle 5 mila anime, la diocesi di Alife-Caiazzo ha sempre risposto alle emergenze
nazionali e internazionali con generosità. Fino agli anni Novanta furono effettuate numerose raccolte, per contribuire
a fronteggiare diverse emergenze; molte microrealizzazioni furono promosse, insieme alle adozioni a distanza,
soprattutto in Bosnia. Una gara di solidarietà si è sviluppata anche nel 2005, quando tutta la comunità
diocesana (non solo parrocchie, ma anche scuole, privati, associazioni e volontari) ha partecipato ai progetti
di Caritas Italiana in favore delle popolazioni del sud-est asiatico colpite dal maremoto.
Rocce congiunte
Ma la proiezione internazionale non si è limitata alle emergenze. Piccole comunità parrocchiali hanno infatti
avviato rapporti diretti di condivisione con altre parti del mondo: Eritrea, Burundi, Kenia, Madagascar e Camerun
(alcune microrealizzazioni sono state realizzate tramite Caritas Italiana). La diocesi, tramite l’ufficio missionario,
ha attivato un gemellaggio con Bukavu (Congo), sostenendo le missioni dei padri Saveriani e delle suore
di Santa Gemma. Da tempo, inoltre, si collabora con l’Aifo - Associazione amici dei lebbrosi di Raoul Follereau,
inviando medicinali e aiuti umanitari. Ma soprattutto la Caritas ha promosso l’associazione diocesana
Pinteme Jonte - Rocce congiunte, per la diffusione e la divulgazione nel territorio del commercio equo e solidale:
il suo obiettivo, oltre alla vendita di prodotti appartenenti al circuito del commercio equo, ha come impegno
la promozione di altri temi importanti (finanza etica, diritti umani, turismo solidale, sviluppo sostenibile).
La spinta iniziale dell’emergenza, l’idea dell’altro lontano da noi e la neo-cultura del consumo critico
hanno contribuito, lentamente, a un cambiamento di mentalità. Che risponde anche al mutamento dei tempi:
in paesini agricoli o con piccoli centri, dove l’agorà è ancora il punto di ritrovo delle persone, l’immigrazione
non passa inosservata. Migranti marocchini, algerini e tunisini lavorano come ambulanti, gli indiani sono
dediti agli allevamenti di bufale, dall’est europeo arrivano le “badanti”. Anche i numerosi istituti scolastici,
a vari livelli, cominciano a vivere come normale la presenza di altre nazionalità tra i propri alunni. La Caritas,
in questo quadro, diventa interlocutore imprescindibile anche per le istituzioni, favorendo l’incontro
tra le culture, promuovendo il rispetto delle identità, portando, attraverso la costante presenza e le proprie
attività, l’annuncio e la testimonianza di un Dio d’amore che vuole che tutti gli uomini siano salvi.
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
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agenda territori
sto in campagna
a cura dell’Ufficio comunicazione
Ancora trecentomila casi all’anno,
una Giornata per battere la lebbra
Il problema
Si celebrerà il 28 gennaio la 54a Giornata mondiale
dei malati di lebbra. Sono ancora 300 mila i nuovi casi
di lebbra, pari a 820 al giorno, che ogni anno
si manifestano nel mondo. E attualmente sono circa
10 milioni le persone che hanno la vita segnata dalla
malattia, benché dal morbo di Hansen si possa guarire.
Dunque il problema è tuttaltro che debellato o ridotto
ai minimi termini. La Giornata verrà animata, in Italia,
da Aifo (Associazione italiana amici di Raoul Follereau nella foto). La campagna internazionale contro la
diffusione della lebbra si prefigge di offrire informazioni
sulla curabilità della malattia, togliendole l’alone di
paura che ancora l’accompagna e che causa l’emarginazione dei malati;
favorire la riabilitazione delle persone guarite, in modo che possano
reinserirsi attivamente nella società; sensibilizzare l’opinione pubblica
circa l’importanza delle donazioni, al fine di poter offrire cure tempestive
che evitino danni irreversibili; informare la società civile nei confronti
dei problemi relativi allo sviluppo socio-sanitario dei paesi a basso reddito.
L’iniziativa
In Italia la Giornata gode dell’alto patronato della presidenza della
repubblica; anche il papa ha pronunciato negli scorsi anni, in occasione
della Giornata mondiale, parole di solidarietà e di sostegno nei
confronti dei malati di lebbra di tutto il mondo, esprimendo l’auspicio
che la malattia sia definitivamente sconfitta. Quest’anno in Italia
la manifestazione gode anche del patrocinio del Segretariato sociale
Rai; si spera che ciò incoraggi i mezzi di informazione a dare rilievo
alla Giornata e alla questione.
Aifo opera dal 1961: in 45 anni ha curato più di un milione
di persone, grazie ai 110 milioni di euro complessivamente donati
dai cittadini italiani. In occasione della Giornata mondiale, il 28 gennaio
più di duemila volontari Aifo distribuiranno nelle piazze italiane il “Miele
della solidarietà”, in vasetti provenienti dai circuiti del commercio
equosolidale, in collaborazione con Agesci e Commercio alternativo.
La 54a Giornata mondiale dei malati di lebbra sarà in particolare
dedicata al Brasile: volontari Aifo attivi nel paese sudamericano terranno
in tutta Italia incontri di sensibilizzazione e informazione su lebbra, sanità
di base e sviluppo socio-sanitario in Brasile.
Info www.aifo.it
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
TERNI
“Arte in carcere”:
il progetto
è diventato mostra
È stata inaugurata martedì 31 ottobre,
a palazzo Primavera di Terni, alla
presenza del ministro della giustizia,
Clemente Mastella, la mostra “Forme
e colori del silenzio: arte in carcere”.
Per una dozzina di giorni sono state
esposte oltre cento opere, realizzate dai
detenuti di diversi istituti penitenziari
italiani. Il progetto “Arte in carcere”,
gestito dal
Cesvol (Centro
servizi per
il volontariato)
della provincia
di Terni, è stato
promosso
alcuni anni fa all’interno dell’istituto
di pena di Terni dalla Caritas diocesana
di Terni-Narni-Amelia e dall’associazione
San Martino; vi partecipano anche altre
associazioni. I detenuti, insieme a una
volontaria, si cimentano in produzioni
artistiche su tela: da questa esperienza
è nata l’idea della mostra, che raccoglie
le opere di detenuti ristretti nelle carceri
di Cuneo, Piazza Armerina, Poggio
Reale, Ragusa, Rimini, Spoleto,
Sulmona, Taranto, Terni, Viterbo.
TARANTO
Centro diurno
e “avvocati di strada”,
vicini a chi è fragile
È stato inaugurato agli inizi di novembre
il nuovo centro diurno della Caritas
diocesana di Taranto, ubicato nel centro
polivalente “Giovanni Paolo II”, nel rione
Tamburi. Finanziato grazie ai fondi
dell’otto per mille, il nuovo centro
completa una serie di servizi, di cui
fanno parte un centro di accoglienza
notturna per senza dimora e un centro
per rifugiati politici. Il centro diurno sarà
però aperto a una pluralità di soggetti:
non solo homeless e stranieri, ma
anche giovani, adulti disoccupati e
anziani del territorio, per i quali verranno
elaborati progetti individualizzati. E altre
idee non mancano: la “Banca delle
risorse umane”, laboratori artigianali,
iniziative di mediazione nelle famiglie
e riconciliazione familiare; assistenza
nella ricerca di casa e lavoro.
A metà ottobre la Caritas diocesana
ha presentato la nuova associazione
“Avvocati di strada”, in collaborazione
con l’Ordine degli avvocati della
provincia: hanno aderito 15 legali,
che forniranno un servizio a soggetti
poveri e deboli inviati dalla Caritas.
LAMEZIA TERME
Un osservatorio
per “Alzare la testa”
contro il crimine
Un osservatorio permanente.
Per “Alzare la testa” contro
la criminalità. L’escalation criminale
che negli ultimi mesi ha colpito la città
di Lamezia Terme ha suggerito alla
comunità “Progetto Sud” e ad altre
associazioni locali di dare vita a un
“osservatorio permanente” sulla città
calabrese. L’esordio è coinciso con
un’operazione di solidarietà a favore
dei Godino – la famiglia di imprenditori
lametini che ha perso casa e attività
commerciale, a causa di un incendio
presumibilmente appiccato dal racket
delle estorsioni – attraverso l’apertura
di un conto corrente bancario
intestato alla Caritas diocesana
di Lamezia Terme, che aderisce
all’osservatorio. Un piccolo,
ma tangibile segno di condivisione
e di ribellione alle logiche criminali
che gravano sulla Calabria.
sto in campagna
a cura dell’Ufficio comunicazione
Il cotone non sempre è pulito,
tessiamo un futuro più giusto
Il problema
Il cotone sulla pelle. Degli altri. Una maglietta,
una tovaglia, un paio di jeans: oggetti d’uso
quotidiano, tessuti di cotone, ma anche di lino
o altre fibre coltivate, lavorate, vendute,
acquistate…. Ma come funziona il mondo
dei tessili? Spesso in modo non pulito. Il caso
del cotone è emblematico: si tratta del prodotto
ecologicamente e socialmente più “sporco”
al mondo. Perché per produrlo si utilizzano
pesticidi e sementi ogm, la manodopera viene
sfruttata e i diritti umani dei lavoratori calpestati (soprattutto nelle
fabbriche del sud del mondo), le filiere e i mercati liberalizzati causano
quotazioni mondiali instabili. L’elenco di ingiustizie e squilibri
è nutritissimo e interessa tutti i livelli della filiera produttiva
e di commercializzazione.
La proposta
Come combattere queste storture, che si intrecciano ai fili delle nostre
magliette? “Tessere il futuro” è la campagna 2006-2007, promossa dal
consorzio Ctm altromercato, per riprendere il filo dei diritti nella produzione
tessile. Essa parte dalla denuncia di un mercato globale ingiusto e dannoso
per l’ambiente e giunge alla proposta di una nuova filiera tessile, equa
e solidale al 100%, che muove da un paese dove l’economia globale ha fatto
sentire le sue contraddizioni: l’Argentina. La campagna offrire materiali
informativi e di sensibilizzazione (dossier, brochure, manifesto) per
evidenziare i problemi attuali e indicare che solo regole condivise, improntate
a principi di equità e solidarietà, rendono possibile un’economia che tuteli
l’ambiente e i diritti di chi coltiva, produce, acquista. Ctm altromercato
ha inoltre avviato una partnership con alcuni gruppi di produttori in Argentina
per creare la prima filiera tessile equa e solidale. Il progetto è concepito
come un laboratorio di economia alternativa, che garantisce trasparenza,
tracciabilità a ogni passaggio, nel rispetto dei diritti dei lavoratori
e dell’ambiente. Proprio alla situazione argentina e ai meccanismi perversi
che hanno provocato, negli anni scorsi, il suo collasso economico e sociale,
è dedicato lo spettacolo Gente come uno della compagnia Alma Rosé,
che anche grazie alla campagna “Tessere il futuro” sta girando da ottobre
i teatri di diverse città italiane. Infine la campagna offre consigli per regolarsi
negli acquisti e su cosa fare dei vecchi indumenti.
Info www.tessereilfuturo.org
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
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villaggio globale
a tu per tu
INTERNET
CONCORSO
Esclusione sociale,
la Commissione
riassunta in un sito
Tradurre l’enciclica in testi e video,
proposta ai giovani di Caritas Trento
RADIO-TV
Forum terzo settore:
lettera ai dirigenti Rai
per chiedere dialogo
“La discussione sul nuovo Contratto
di servizio Rai, nonostante le buone
intenzioni annunciate a più riprese da
amministratori e dirigenti dell’azienda,
non sembra schiudersi al confronto.
Chiediamo una consultazione sulla tv
del futuro”. I portavoce del Forum
del terzo settore, Maria Guidotti e Vilma
Mazzocco, hanno scritto una lettera
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Il medico in famiglia veste i panni di don Di Liegro:
«Un cristiano pratico, andava all’essenza delle cose»
Un’idea originale. Per “tradurre” nel linguaggio
dei giovani niente meno che Deus Caritas est, la prima
enciclica di Benedetto XVI (nella foto, il papa mentre
firma il testo). Alla scoperta della carità è un concorso,
al quale si può partecipare inviando materiali fino
al 31 marzo 2007, che la Caritas diocesana di Trento
ha promosso rivolgendosi a gruppi di adolescenti
e giovani tra i 16 e i 25 anni. L’obiettivo è far cogliere
ai giovani la necessità di uscire da una visione individualistica della carità
e della solidarietà, perché divenga patrimonio della comunità. Anche
per questo si richiede la partecipazione di gruppi, sollecitati a produrre
un testo letterario o un video, che commenti, interpreti e attualizzi uno
dei quattro brani dell’enciclica scelti dagli organizzatori.
INFO www.arcidiocesi.trento.it/caritas
aperta sui temi della comunicazione
radiotelevisiva. “La comunicazione
sociale della Rai è parte costitutiva
e qualificante del servizio pubblico
radiotelevisivo e multimediale”, afferma
il testo. In questa linea, il Forum chiede
“che la discussione sul nuovo Contratto
di servizio rappresenti una sorta
di consultazione collettiva sulla tv
del futuro, sulla tv dei cittadini; che
vengano rafforzati i tavoli di confronto
con la società civile organizzata; che
vengano riconosciuti spazi autonomi
di palinsesto nei quali sia possibile
raccontare la società italiana in tutti
i suoi aspetti; che venga rafforzato
il Segretariato sociale Rai”.
TELEVISIONE
“Racconti di vita”:
Costituzione negata
in venti puntate
Torna su Rai Tre Racconti di vita.
E questa volta si dà un compito
impegnativo: raccontare la “Costituzione
DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
negata”. Il programma di Giovanni
Anversa (nella foto) è di nuovo in onda
dal 5 novembre: in venti puntate (ogni
domenica alle 12.40) si occuperà
di traiettorie esistenziali vissute
fra disagi e speranze per difendere
un diritto. Ogni puntata sarà dedicata
a un articolo della Carta costituzionale,
che sarà messo a confronto
con altrettante storie
di cittadini comuni:
al diritto sancito
si contrappone spesso
un’esistenza difficile,
dove per quel diritto
c’è poco spazio. In ogni
puntata è prevista la partecipazione in
studio di un ministro, un parlamentare
o un personaggio dell’associazionismo
e della cultura. «Non è una vetrina
per i politici – assicura Anversa –.
Non chiederemo loro di prendere
un impegno davanti alle telecamere: nel
recente passato abbiamo avuto troppi
cattivi esempi. Ci interessa il dialogo,
il confronto con i problemi veri delle
persone comuni». [redattore sociale]
MARIA MARIN
È on line il sito
internet della
Commissione di indagine
sull’esclusione sociale (Cies),
strumento istituito con una legge del
2000, ma che prosegue l’opera delle
commissioni di indagine sulle povertà
(le prime guidate da Ermanno Gorrieri)
che hanno operato in Italia dalla metà
degli anni Ottanta. La Cies oggi
ha il compito di effettuare, anche
in collegamento con analoghe iniziative
europee, studi e rilevazioni sui fenomeni
di povertà ed esclusione nel nostro
paese, nonché proposte per rimuoverne
le cause. La Commissione, della quale
fa parte anche un membro di Caritas
Italiana, predispone per il governo, entro
il 30 giugno di ogni anno, una relazione
sulla base della quale l’esecutivo
riferisce al parlamento. Il nuovo sito,
molto lineare, è ricco di informazioni
sulla storia delle commissioni, e
soprattutto di documenti sull’esclusione
sociale nel nostro paese.
INFO www.commissionepoverta-cies.it
di Danilo Angelelli
“Il film è liberamente ispirato alla vita di don Luigi Di Liegro”. Appunto. Chi ha avuto
l’opportunità di conoscere l’indimenticato primo direttore di Caritas Roma, e presto
si troverà a riconoscere in tv qualcosa di molto simile alla sua vita, dovrà considerare
che quando si ama una persona è difficile accettare modifiche o forzature alla sua
storia. Ma il racconto popolare ha le sue regole: dunque nessuna sorpresa davanti
a episodi che, secondo gli sceneggiatori, risultano essere “più funzionali alla
narrazione”. Quello che deve restare è lo sforzo, che l’adattamento televisivo compie,
di ricostruire un messaggio di speranza, un invito alla solidarietà. E se ci si ferma
anche solo all’impegno di ricerca profuso dall’interprete, nessuno si sentirà tradito.
Il prete degli ultimi sta per arrivare in due prime serate su Canale 5, con il titolo
“L’uomo della carità”. E avrà l’espressione meravigliata di Giulio Scarpati,
quasi 30 anni di teatro, cinema e tv. “Medico in famiglia” compreso.
Scarpati, cosa ha amato della figura di don Luigi Di Liegro?
Il suo essere un cristiano pratico, con un’attenzione a 360 gradi per chiunque.
Interpretarlo è stata una bellissima sfida: alle difficoltà che ci sono quando
si affronta un nuovo personaggio, si è aggiunta la responsabilità di far rivivere
in tv la forza di una figura per la quale tutte le persone che ho intervistato avevano
una grande ammirazione. Il suo carisma, il modo con cui trascinava le persone
sono state il comune denominatore delle testimonianze raccolte alla Caritas,
a Villa Glori, all’ostello di via Marsala.
Quando si portano in tv figure del genere si corre il rischio di farne un santino.
Pericolo scampato per “L’uomo della carità”?
NON UN SANTINO
Tre scene del film per la tv
Il regista Alessandro Di Robilant è stato molto bravo a evitare la facile commozione.
“L’uomo della carità”,
Da parte mia ho cercato di non esaltare nessun aspetto pietistico, ma anzi di tenere
in cui Giulio Scarpati
fede alla forza del personaggio senza lasciare che le emozioni fossero “aiutate”
interpreta don Luigi
Di Liegro e che andrà
dalle parole né dalle immagini. L’umanità, quando c’è, è forte di per sé. Non ci andava
in onda in due serate
di fare versioni “masticate” per aiutare la digestione del pubblico. Che è migliore
su Canale 5 in inverno
delle cose che gli si offrono.
Un altro rischio era fare di Di Liegro un uomo di parte, a causa dei suoi richiami alla comunità politica.
Invece dietro c’era una vocazione…
Credo che la politica tenda sempre ad appropriarsi delle cose belle e a dare la colpa ad altri delle inadempienze.
Di Liegro ha bastonato chiunque si comportasse in maniera non giusta e non ha guardato in faccia a nessuno.
Con la sua religiosità vissuta molto nel sociale, ha sempre messo il politico di fronte alle cose da fare.
Quali scene del film restituiscono meglio il senso del messaggio cristiano?
Una è quando Di Liegro scopre la condizione disumana in cui vivevano decine di persone ospiti di un istituto:
c’è tutta la rabbia per la situazione e tutto l’amore per chi subisce soprusi e ingiustizie. E poi la scena in cui porta
i cornetti caldi ai senza dimora che dormono lungo il Tevere, il suo dare dignità ad ognuno, chiamandoli per nome.
Cosa vorrebbe che restasse di questo film?
Può sembrare retorico, però vorrei che “L’uomo della carità” rappresentasse un invito a non smettere di lottare
per quello in cui si crede, per quello che si ritiene giusto. E un monito ad andare più all’essenza delle cose.
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
45
villaggio globale
pagine altre pagine
EDITORIA
“Punto famiglia”:
nuovo bimestrale,
laboratorio di idee
Ha visto la luce Punto Famiglia,
rivista che mette al centro i temi legati
all’universo familiare. Il primo numero
del periodico (cadenza bimestrale)
è stato distribuito a novembre.
La rivista non avrà un tono accademico:
anche quando parlerà di questioni
di ampio respiro lo farà raccontando
storie ed entrando nel quotidiano.
INFO [email protected]
SEGNALAZIONI
Potenti a cena,
non autosufficienti
e coppie flessibili
Francesco Antonioli, La cena dei
potenti. Quando Jahvè, Dio e Allah
s’incontrarono (Piemme, 2006, pagine
127). Ambientato a Chartres, racconta
una misteriosa convocazione e uno
strano incontro. Alla base c’è l’idea
che le religioni monoteistiche possano
convivere, senza tradire le identità.
Cristiano Gori (a cura di), La riforma
dell’assistenza ai non autosufficienti.
Ipotesi e proposte (Il Mulino, 2006,
pagine 496). Sempre più persone non
autosufficienti in Italia, ma la risposta
delle politiche pubbliche è inadeguata.
Il volume propone un progetto di riforma
elaborato dagli autori.
Luca Salmieri, Coppie flessibili. Progetti
e vita quotidiana dei lavoratori atipici
(Il Mulino, 2006, pagine 272).
Le trasformazioni economiche e sociali
modificano percorsi di realizzazione
professionale, vite di coppia, esperienze
genitoriali. Difficile assumere
responsabilità, quando l’ordine
temporale è limitato al breve periodo
e le risorse economiche sono esigue.
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DICEMBRE 2006 / GENNAIO 2007
di Francesco Dragonetti
Tempo di letture e preghiere:
i ragazzi si preparano al Natale,
nazismo e islam per gli adulti
“Un buon libro è un compagno che ci fa passare momenti felici”
(Giacomo Leopardi). Evidentemente non la pensano così
gli italiani, che leggono molto poco, come confermato da recenti
statistiche, che ci relegano al terz’ultimo posto in Europa.
Ma con l’approssimarsi del Natale, le librerie sfoggiano molte
novità. E allora qualche suggerimento, per giovani e per adulti.
In tema di letture spirituali, ai ragazzi suggeriamo
Ho scommesso su di te! D’amore
si muore, di speranza si vive. Meditazioni
per il tempo di Avvento, di Domenico Segalini:
brevi riflessioni per ogni giorno dell’Avvento, un libro
per riflettere e pregare, per chi sceglie di lasciarsi
scomodare il cuore (Editrice Ave, pagine 112).
I miei occhi han visto la tua salvezza è invece
un sussidio di accompagnamento della preghiera
personale quotidiana, per ragazzi da 6 a 11 anni,
con la possibilità di colorare, ritagliare, scrivere…
per rendere più attivo il cammino verso Natale
(Editrice Ave, pagine 48). Vieni, Signore! è infine un sussidio di preghiera
per giovani e giovanissimi: un libro che provoca al silenzio, che fa spazio
alla Parola da meditare, custodire, far diventare vita. Segue le settimane
dell’anno liturgico ed è suddiviso in sezioni (Editrice Ave, pagine 80).
Sul versante storico-spirituale, agli adulti consigliamo Un vescovo contro
Hitler. Von Galen, Pio XII e la resistenza al nazismo, di Stefania Falasca
(San Paolo edizioni). Clemens August von Galen, da poco proclamato beato,
è una figura simbolo della resistenza tedesca a Hitler: sfidò a viso aperto
le violazioni dei diritti, i crimini e la barbarie del nazismo. Nelle sue famose
prediche, che gli valsero l’appellativo di “Leone di Münster”, denunciò
con forza il progetto per l’eliminazione delle “vite senza valore”.
Il libro presenta per la prima volta l’epistolario tra il vescovo e Pio XII: una
corrispondenza inedita, che rivela il comune intento contro la follia nazista.
L’islam che non fa paura, di Michele Zanzucchi (San Paolo edizioni)
è un volume di grande attualità, che analizza la realtà di un “altro”
islam, impropriamente definito “moderato”, costituito da correnti
e tendenze spirituali, intrise di tolleranza e misericordia, caratterizzate
da un forte impegno sociale e civile. L’opera si presenta come
un vero e proprio reportage dal mondo islamico: affronta e analizza
le questioni più calde, i personaggi pìù coraggiosi, la cultura più antica,
la spiritualità e la tradizione.
Caritas Italiana cambia sede,
nel segno della comunione
di Ferruccio Ferrante foto Francesco Carloni
oordinarsi per una sempre più incisiva azione di annuncio, testimonianza e servizio. È questo il significato del nuovo complesso della Cei (foto sopra), inaugurato a Roma, in via Aurelia 796, lunedì 20 novembre. Nell’edificio, che si trova accanto alla sede della tv Sat 2000 e dell’Istituto per il sostentamento del clero, troveranno posto Caritas italiana (l’organismo pastorale per l’animazione alla carità) e le fondazioni Migrantes (per l’assistenza religiosa, la promozione dell’accoglienza, la comprensione e la valorizzazione delle identità dei migranti
italiani e stranieri) e Missio (che raccoglie e dà unità agli organismi ecclesiali
per la missione).
Alla cerimonia erano presenti il cardinale Camillo Ruini e monsignor Giuseppe Betori, presidente e segretario
Cei, i collaboratori ecclesiastici e laici
degli organismi interessati, il sindaco di
Roma, Walter Veltroni, il presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo (foto a fianco, durante il taglio
del nastro), e i vescovi delle commissioni episcopali cui la Caritas e le due fondazioni fanno capo (la commissione per il
servizio della carità e la salute, presieduta dall’ausiliare di
Messina, Francesco Montenegro; la commissione per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese, che ha
C
come presidente l’arcivescovo di Trento, Luigi Bressan; la
commissione per le migrazioni, presieduta dal vescovo ausiliare di Bergamo, Lino Bortolo Belotti).
Nuovi spazi con uffici, sale per incontri, spazi abitativi, un asilo-nido, parcheggi per i dipendenti e un parcheggio per 480 automobili a disposizione della città: queste le caratteristiche del
nuovo edificio. Nei prossimi mesi sarà ultimata anche un’aula
magna in grado di ospitare 300 persone.
Così, all’inizio del 2007 Caritas Italiana lascerà il palazzo vaticano di viale
Ferdinando Baldelli, che all’epoca della
fondazione (1971) le era stato concesso in uso gratuito, dopo la cessazione,
nel 1968, della Poa (Pontificia opera di
assistenza). Per il nuovo organismo, papa Paolo VI indicò 35 anni fa mete pastorali e pedagogiche, invitando ad andare oltre le logiche assistenziali. Prospettive ribadite da Giovanni Paolo II e
recentemente anche da Benedetto XVI,
che Caritas Italiana ha cercato di irradiare, proprio dalla sede
di viale Baldelli, in tutte le diocesi italiane.
Per tutti ora, con il cambio di sede e la coabitazione con altri organismi, si profila un nuovo impegno: si tratterà di continuare a comunicare e testimoniare il Vangelo, operando sempre più in sinergia con gli altri settori della chiesa italiana.
NUOVO RECAPITO DI CARITAS ITALIANA DAL 2 GENNAIO: VIA AURELIA 796, 00165 ROMA
Entrare nell’Alleanza è abbandonarsi con fiducia
a una nuova vita, che è già nascosta nel più profondo di noi,
che si presenta e che – se le diamo la terra, l’acqua e il sole –
rinascerà con nuova forza. E verrà il tempo del raccolto.
DOMENICO GHIRLANDAIO, NATIVITÀ. FIRENZE, SANTA TRINITÀ
Jean Vanier, La comunità. Luogo del perdono e della festa
Italia Caritas augura ai suoi lettori di lasciarsi rinnovare
da un’Alleanza che chiede accoglienza. E genera speranza.
I lettori, utilizzando il c.c.p. allegato e specificandolo nella causale, possono contribuire ai costi di realizzazione,
stampa e spedizione di Italia Caritas, come pure a progetti e interventi di solidarietà, con offerte da far pervenire a:
Caritas Italiana - c.c.p. 347013 - viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma - www.caritasitaliana.it

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