la leyenda del indio dorado

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la leyenda del indio dorado
Pietro Donato Perrone
LA LEYENDA
DEL INDIO DORADO
Per la dignità e la salute dei lavoratori:
alla carica in cinque secoli di storia
Edizione 2010
Edito da
INAIL - Direzione Centrale Comunicazione
Piazzale Giulio Pastore, 6
[email protected]
In copertina: Caravaggio, Medusa, 1598 - Galleria degli Uffizi, Firenze
Stampato dalla Tipolitografia INAIL nel mese di settembre 2010
La Leyenda del Indio Dorado è un viaggio nella storia, in cinque secoli di storia del lavoro, un viaggio nelle viscere della terra, nella periferia della vita e dell’uomo. Ed è un
viaggio in una memoria secolare da cui emergono i ricordi di chi ha dedicato tutta la vita
al lavoro in miniera.
Questo quaderno ha lo scopo di riportare alla memoria le mille e mille storie di miseria
schiacciate dal rischio di malattia e di morte che incombe quotidianamente in quei
budelli dell’inferno, sotto la terra.
Ma quei cunicoli, quei pozzi, quelle gallerie, che troppe volte inghiottono la vita e le speranze di coloro che scavano con le unghie e con i denti, sono qualcosa di ancora più profondo, raggiungono l’intimo delle coscienze. Quindi la loro storia diventa metafora,
immagine per raccontare degli sforzi, e al tempo stesso dei sacrifici, profusi dagli uomini nel loro viaggio sulla terra.
Con questa prospettiva davanti, Pietro Donato Perrone apre questo quaderno raccontando la storia di uno scienziato del 1500 che ha assunto in quegli anni il ruolo di “faro”,
preoccupandosi di dare un po’ di luce al buio di quelle mille e mille miserevoli vite.
In quegli anni, filosofi, pensatori e scienziati diedero vita alla rivoluzione scientifica che
mise a soqquadro tutte le certezze dell’uomo sulle cose del mondo e dell’universo. Tra
questi, Georg Bauer, italianizzato come Giorgio Agricola, nacque il 24 marzo 1494 e
morì il 21 novembre 1555. Nelle pagine che seguono vedremo gli avvenimenti che hanno
fatto da sfondo ai suoi anni e scopriremo, non senza sorpresa, l’intenso interesse scientifico di Bauer per le condizioni degli uomini delle miniere.
Il contesto temporale è quello compreso tra il 1480 e il 1560, l’arco di vita del “nostro”
scienziato. E vedremo che vita. E che uomo! Saremo così testimoni di fatti ed eventi che
si collocano tra la Meraviglia e la Tragedia.
L’autore lo segue fedelmente intrecciando, in forma un po’ espressionista, il filo dei cinquecento anni trascorsi fino ad oggi. Fra Meraviglia e Tragedia scorgeremo la trama che
alcuni fatti dolorosi ed alcuni personaggi esemplari hanno tessuto nella nostra memoria.
Una trama a forti tinte e contrasti stridenti, così come solo la storia può tessere.
La Leyenda del Indio Dorado è la leggenda delle ricchezze nascoste nelle viscere della
terra del Nuovo Mondo, scoperto proprio negli anni di Bauer. In quel nome, tuttavia, nel
nome di Eldorado, si può scorgere ancora, oggi come allora, il fiume di lava della cupi-
digia che eruttò dalla Vecchia Europa e che come una corrente di fiamme si propagò nell’opposto emisfero, sommergendo di magma incandescente le civiltà millenarie che erano
germogliate in quei luoghi.
I fatti ed i personaggi di cui si narra nel quaderno de “La Leyenda” sono illustrati attraverso i documenti ufficiali ed in questo senso il lavoro di ricerca si è avvalso soprattutto delle fonti disponibili su Internet, procedendo ad incrociare i dati ed i riferimenti al
fine di verificarne l’attendibilità.
In conclusione, il viaggio che Pietro Donato Perrone ci fa compiere nella terra
dell’Eldorado è un viaggio attraverso i territori della Storia e della Civiltà. La Storia,
che diventa grande quando si coniuga con il riconoscimento della dignità dell’Uomo e
con la promozione delle migliori condizioni di vita e di salute per tutti i lavoratori. E la
Civiltà, che matura ogniqualvolta il sacrificio dei lavoratori diventa occasione per nuove
consapevolezze e nuove conquiste della coscienza civile.
Marco Stancati
Direttore Responsabile della Rivista
degli Infortuni e delle Malattie Professionali
SOMMARIO
Prologo
1
Capitolo 1 - De Re Metallica
1.1 Un contributo alla storia del lavoro
1.2 De Re Metallica, Libro VI, Georgius Agricola, 1556
Capitolo 2 - La pazza corsa
2.1 Giorgio Bauer
2.2 A passo di carica
19
19
27
41
41
45
Capitolo 3 - Marcinelle
61
Capitolo 4 - Monongah
81
Bibliografia
118
Prologo
È la leggenda dell’Oro, della folle rincorsa alla ricchezza, delle mille fatiche per
accaparrarsi il povero frutto del Diavolo. Una cavalcata nei territori dell’uomo,
nei domìni del desiderio e nelle praterie della speranza. Sono storie di dolorosa
disperazione e di riscatto morale.
Ma è anche la storia degli umili uomini che si infilavano nei cunicoli e nei pozzi
senz’aria, scavati sotto terra, nel regno delle Ombre, frequentati da creature
bestiali, demoni e mostri. Ed è un viaggio. Un viaggio esplorativo nelle gallerie
oscure di quelle regioni senza Luce, di quei pozzi senza Cielo, per ricordare le
condizioni di vita di quelle misere creature.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
È, ancora, la storia fatta dalle mille e mille storie che nessuno vuole o può più
rammentare, ma che sono le storie di mille e mille umili uomini che, simili a
vermi nel fango, si sono calati nelle miniere per sottrarre la ricchezza alle viscere della terra.
È un viaggio nella storia, in cinque secoli di storia, con l’obiettivo di donare
l’onore della memoria a chi, tra i primi, ha ritenuto importante offrire un contributo alla dignità delle mille e mille storie che parlano di miseria, di rischi, di
malattie e, troppo spesso, anche della morte di quei mille e mille piccoli uomini.
Cavalcando a passo di carica nel secolo che segna il confine con l’epoca moderna, in quegli anni che hanno conosciuto meraviglie e tragedie senza pari, vediamo all’opera filosofi, pensatori e studiosi che hanno dato vita a quella rivoluzione scientifica che avrebbe messo a soqquadro tutte le certezze dell’uomo relative alle cose del mondo ed a quelle dell’universo. Tra questi vi è Georg Bauer, che
si è occupato dei mille e mille piccoli uomini delle miniere.
Questo erudito luminare del Rinascimento delle Arti e delle Scienze, oltre a
descrivere le misere situazioni in cui erano condannati ad operare i lavoranti delle
miniere, ha trattato scientificamente la questione del “che fare” per alleviare le
inumane sofferenze provocate da quel lavoro nelle viscere della terra.
Prendendo il via dai suoi scritti ed intrecciando i fili che hanno percorso cinquecento anni di storia, sono venuti alla luce preziosi frammenti di quei tempi lontani. Nel portarli all’attenzione dei lettori, mi sono sentito come uno degli esploratori che quasi cinque secoli fa scoprivano fette inesplorate di mondo. Nelle
miniere della memoria scavate in questi cinque secoli, ho trovato giacimenti
immensi di meraviglia attraversati da filoni profondi di angoscia, vene di ricchezze smisurate perdute nei pozzi oscuri dell’ingordigia più inconfessabile.
Ma ora cominciamo questo splendido viaggio nel tempo e gustiamoci direttamente un “pezzo” del raccondo di Francisco Pizarro sulla scoperta delle Terre del
Perù, delle immense ricchezze nascoste nelle viscere delle montagne di quelle
lande sperdute e delle tremende imprese compiute per la brama di conquista.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Dal: “Discorso sopra il discoprimento e conquista del Perù”
di Francisco Pizarro
Pubblicato in: “Navigationi et viaggi di Giovanni Battista Ramusio (1485 - 1557)” - Vol. IV
L’umanista, storico e geografo
trevigiano Giovanni Battista
Ramusio (1485 - 1557) raccolse
nella sua celebre opera
Navigationi et viaggi, seguendo
un ordine storico-geografico, gli
scritti e le relazioni di viaggio
dei grandi viaggiatori ed esploratori di terra e di mare, dall’età classica ai suoi tempi. La
monumentale opera si compone
di tre grandi volumi pubblicati
tra il 1550 e il 1559: nel primo,
dedicato
all’Africa,
sono
descritti animali esotici, tra cui
l’iguana.
GIOVANNI BATTISTA RAMUSIO, Delle navigationi et viaggi In
Venetia, appresso i Giunti, 1606.
Introduzione al Vol. IV delle “Navigazioni”
Discorso sopra il discoprimento e conquista del Perù.
Ora che abbiamo finite le narrazioni che da noi si son potute aver del
discoprimento e conquista della Nuova Spagna fatta per il signor
Fernando Cortese, si comincierà a dire di quella parte di terra ferma
sopra il mar del Sur chiamata il Perú, la quale al presente è discoperta
intorno intorno con diverse navigazioni, e tien di larghezza mille leghe e
di lunghezza 1200 e di circunferenza 4065. Dico, cominciando da quella
parte di detta terra ferma che si ristringe tanto fra il mar del Nort e quello del Sur, che non vi è di spazio piú che 60 leghe, cioè dalla città del
Nome di Dio, ch’è verso levante, a quella del Panama, che è verso ponen-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
te, il qual Panama sta in gradi otto e mezzo di sopra dell’equinoziale: e se
questo stretto di terra di 60 leghe fussi tagliato, tutto il Perú della grandezza che abbiamo detto sarebbe isola e corre da questi gradi otto e
mezzo di sopra l’equinoziale fino a 52 sotto il polo antartico, dove è il
stretto di Magalianes. Ora di questo gran pezzo del mondo di nuovo trovato vi sono stati varii discopritori, perché di quella parte che guarda
verso levante nel mare del Nort si son vedute varie navigazioni nel libro
del signor Pietro Martire, e della terra del Brasil per le navi de’
Portughesi, e della navigazion scritta per il signor Antonio Pigafetta; e
avendosi letto il discoprir che fece Vasco Nunez di Balboa del mar del Sur,
si proseguiranno le narrazioni del conquistare del detto paese del Perú,
fatto d’alcuni capitani spagnuoli. E però dico, avendo Pedrarias d’Avila
fondato la città del Panama, come s’è letto, si trovarono fra gli abitatori
di detto luogo due cavalieri ricchissimi per l’imprese passate, che, desiderosi di non stare in ozio, s’accordarono di mandar a discoprire piú oltre
la terra che correva sopra il detto mar del Sur verso ponente: e questi
furono Francesco Pizarro e Diego d’Almagro; e determinarono che un di
lor andasse in Spagna a farsi dar la governazion della terra che scoprissero, che fusse commune fra loro; e andatovi il Pizarro, promettendo gran
tesori alla Maestà cesarea, fu fatto capitano generale e governatore del
Perú e della Nuova Castiglia, che cosí fu chiamato detto paese. Condusse
di Spagna detto Francesco quattro suoi fratelli, cioè Ferrando, Gonzalo e
Giovan Pizarro e Francesco Martin d’Alcantara, fratello di madre. Giunti
questi Pizarri nel Panama con gran fausto e pompa, non furon ben veduti dall’Almagro, qual si vedea escluso dagli onori e titoli, essendo compagno dell’impresa: e furono in grandissima discordia; pur, intravenendo
molti gentiluomini, e specialmente quelli venuti di Spagna nuovamente,
s’accordorno insieme, promettendoli il Pizarro di procurargli un’altra
governazione nella detta terra.
Or l’Almagro, acquietatosi, dette 700 pesi di oro, l’armi e vettovaglie che
avea al Pizarro, qual andò a far l’impresa, come si vedrà nelle sotto scritte tre narrazioni. E veramente questi due capitani meriterebbono grandissime lodi di questa cosí gloriosa impresa, se alla fine per avarizia, accompagnata con l’ambizione, non si fossero ribellati contro alla Maestà cesarea,
e tra loro non avessin fatto molte guerre civili con li Spagnuoli medesimi,
le quali ebbero infelice e sfortunato esito. E tutti quelli che si trovarono alla
morte del caciche Atabalipa, nominati nelle infrascritte relazioni, fecero
cattivo fine, come si vedrà nel quarto volume di queste navigazioni. E
accioché si sappin le condizioni di detti due cavalieri, dico che Diego
d’Almagro era nativo della città d’Almagro in Spagna, il padre del qual non
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
si seppe, ancor che lui procurasse d’intenderlo, poiché si vidde ricco. Non
sapeva leggere, ma era valente, diligente e amico d’onore, e desideroso
d’esser lodato, e sopra tutto liberalissim,. e per questa causa tutti i soldati
l’amavano fuor di misura, perché dall’altro canto era molto aspro e di parole e di fatti. Donò piú di centomila ducati del suo a quelli che furono con lui
all’impresa de Chili: liberalità piú tosto di prencipe che di soldato. Alla fine
per ambizione di signoreggiare venne alle mani con Francesco Pizarro,
qual lo fece prender da Hernando Pizarro suo fratello e, posto in prigione
nel Cusco, lo fece strangolare, e poi in su la piazza gli fece tagliar la testa,
nell’anno 1538. Mai ebbe moglie, ma di una Indiana nel Panama ebbe un
figliuolo del suo nome medesimo: fecegli insegnare e ammaestrarlo con
ogni diligenza, riuscí un valente cavaliero e piú che alcuno altro nato
d’Indiana, ma alla fine fu fatto morir per le mani di detti Pizarri.
Francesco Pizarro fu figliuolo naturale di Gonzalo Pizarro, capitano in
Navarra. Nacque nella terra di Trugillo, e fu da sua madre posto sopra la
porta d’una chiesa: pur, riconosciuto dal padre doppo alcuni giorni, lo pose
a stare in villa alle sue possessioni. Non seppe leggere, e vedendosi in quel
stato, essendo grande, sdegnatosi si partí e venne in Sibilia, e de lí
nell’Indie. Stette in S. Domenico, e passò ad Uraba con Alfonso d’Hoieda e
Vasco Nunez di Balboa, a discoprire il mar del Sur, e con Pedrarias d’Avila
nel Panama. Costui possedette piú oro e argento che alcun Spagnuolo over
capitano che sia mai stato per il mondo; non era liberale né scarso, né si
vantava di quel che donava, ma era sollecito molto del util del re; giocava
largamente con ogni sorte d’uomini senza far differenza d’alcuno. Non
vestiva riccamente, ancorché alcune fiate portassi una vesta foderata di
martori, che Fernando Cortese li mandò a donare; si dilettava di portare le
scarpe e il cappello di seta di color bianco, perché cosí portava il gran capitan Consalvo Ferrando. Fu uomo grosso, non seppe leggere, fu animoso,
robusto e valente, ma negligente in guardare la sua vita, perché li fu detto
e fatto intendere che Diego d’Almagro, al quale avea fatto morire il padre,
come è detto, trattava di farlo ammazzare, ed egli non lo volse mai credere,
finché i congiurati non gli furono adosso nella città de los Reyes e con le
spade lo finirono: e fu del 1541, a’ 24 di zugno.
Gonzalo Pizarro, dapoi la morte di Diego d’Almagro e di Francesco suo
fratello, si ribellò contra alla Maestà cesarea e si fece chiamar re del
Cusco; e dapoi molti conflitti con capitani di Cesare, fu preso e fattogli
tagliar la testa nella città de los Reyes del 1548. E non è fuor di proposito
di considerare come tutti i capitani che furon al discoprimento del Perú e
alla morte del cacique Atabalipa feciono mala fine: perché Giovan Pizarro,
fratello di Francesco, fu morto dagli Indiani nel Cusco; e Francesco Pizarro
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
e suoi fratelli feciono strangolare Diego d’Almagro; e Diego d’Almagro suo
figliuolo fece ammazzare Francesco Pizarro; e il licenziado Vacca di Castro
fece tagliar la testa al detto Diego; e Blasco Nunez Vela fece prigione Vacca
di Castro, il qual non è ancor fuor di prigione di Spagna; Gonzalo Pizarro
amazzò in battaglia Vasco Nunez; e Gasca giustiziò Gonzalo Pizarro, e
mandò preso in Spagna l’auditore Cepeda, perché gli altri suoi compagni
erano morti: di sorte che chi volesse andare dietro raccontando troveria piú
di 150 capitani, uomini con carico di governo e di giustizia e d’eserciti,
esser periti, alcuni per mano d’Indiani, altri combattendo fra loro, ma il piú
di lor fatti appiccare. Gl’Indiani di quel paese, uomini vecchi e prudenti, e
molti Spagnuoli dicono queste morti e guerre procedere dalla constellazione della terra e dalla ricchezza di quella; ma li piú prudenti l’attribuiscono
alla malizia e avarizia degli uomini, ancorché dicono che, dapoi che s’arricordano (ancora che abbino cento anni), mai mancò la guerra nel Perú,
perché Guainaca, Opanguy suo padre, ebbero continuamente guerra co’
suoi vicini per signoreggiar soli quella terra, e Guaxcar e Atabalipa fratelli combatterono sopra il dominare quanto potettono, e Atabalipa ammazzò
Guaxacar suo fratello maggiore, e Francesco Pizarro amazzò e privò del
regno Atabalipa per traditore. E quanti procurarono la morte del detto fecero la sua fine infelice e dolorosa, come è sopra detto; e il reverendo fra
Vicenzio Valverde, che fu alla presa del Cusco, come si leggerà, fu fatto
vescovo del Cusco, e alla fine, fuggendo da Diego d’Almagro, fu fatto morir
dagl’Indiani dell’isola della Puna. Hernando di Soto, partito dal Perú e
andato nel paese della Florida, fu morto dagl’Indiani; e Hernando Pizarro,
se ben non si trovò alla morte d’Atabalipa, pur fu mandato prigion in
Spagna in la Mota di Medina del Campo, per causa della morte d’Almagro.
Sopra tutta questa regione del Perú sono state fondate diverse città, alle
quali è stato posto i nomi di quelle città di Spagna, e a ciascuna assegnato
il suo vescovo, come la città de los Reyes sopra il mar del Perú è fatto arcivescovado, e li suoi suffraganei sono il vescovo del Cusco, del Quito, Carcas
e Tumbez, e ogni dí si va nobilitando. Tutta questa regione del Perú è divisa in tre parti, cioè pianura, montagna e andes. La pianura è molto calida
e arenosa e s’estende lungo la marina, e cominciando da Tumbez non vi
piove né tuona né vi vengono saette, e corre di costa 500 leghe o piú, e di
larghezza fino in dieci o dodeci, fin al piede della montagna; e gli uomini
si servon, tanto per il bere quanto per lo irrigare i terreni lavorati e seminati, delli fiumi e fontane che descendon dalli sopradetti monti, quali non
s’allontanano 15 o 20 leghe dal mare. La montagna è una schiena di monti
altissimi che corre 700 o piú leghe, su le quali vi piovono grandissime acque
e vi nevica in gran copia, ed è molto fredda; e gli abitatori che stanno fra
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
quel freddo e caldo sono per la maggior parte guerci o ciechi, ed è gran
maraviglia che fra tanti uomini non ve se ne trova a pena due soli che non
sieno ciechi o guerci. Queste son le piú asprissime montagne che si trovino
al mondo, e hanno principio nella Nuova Spagna e piú oltra, ed entrano fra
il Panama e il Nome di Dio, e s’estendon sino al stretto di Magalianes; da’
quali monti nascon grandissimi fiumi, che descendon nel mar del Sur e nel
mar del Nort, com’è il fiume della Plata e del Maragnon. Andes son valle
molto popolate e ricchissime d’oro e d’argento e d’animali, ma non s’ha di
queste tanta notizia come della montagna e della pianura.
E questa narrazione con brevità abbiamo voluto discorrer per satisfazione
de’ lettori, la qual piú distintamente leggeranno nel 4° volume.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Relazione d’un capitano spagnolo della conquista del Perù.
Come il signor Hernando Pizarro, andando ad una moschea, qual si diceva esser molto ricca d’oro, trovò in diversi luoghi grandissima quantità
d’oro, datogli per alcuni capitani d’Atabalipa per riscattarlo. E come spogliorono il tempio del Sole, coperto di lastre d’oro, e similmente molte case
e pavimenti e muri, i quali erano coperti d’oro e d’argento.
In questi giorni fu portato certo oro, e di già il signor governatore aveva
inteso come in quella terra era una moschea molto ricca, nella quale era
molto piú oro di quello che ‘l cacique gli aveva promesso, perché tutti li
caciqui di quelli paesi adoravano in quella, e similmente il detto Cusco, li
quali venivano ad intendere quello che avevano a fare, e molti dí dell’anno
venivano ad un idolo che avevano fatto, e gli davano da bere in uno smeraldo concavo. Sapendo questa cosa il signor governatore e tutti gli altri cristiani che v’erano presenti, il signor Hernando Pizarro dimandò di grazia al
governator suo fratello che li desse licenzia di poter andar a quella moschea,
perché voleva veder quel falso iddio, o per dir meglio quel demonio, poiché
aveva tanto oro. Il governator li dette licenzia, e menorono alcuni Spagnuoli
con loro, con i quali il demonio poteva aiutarsi molto poco: e questo fu l’anno 1533. Il signor governatore e tutti quelli che restammo ci trovavamo ogni
giorno in molto travaglio, perché il traditor d’Atabalipa faceva continuamente venir gente contra di noi, quali venivano, ma non bastava lor l’animo
d’assaltarci.
Arrivò il signor Hernando Pizarro ad un luogo detto Guamacuco, e vi trovò
oro che portavano per riscatto del cacique Atabalipa, che poteva esser da
100 mila castigliani d’oro, e scrisse al governatore che mandasse per quello oro, accioché venisse con buona guardia. Il governatore mandò tre uomini a cavallo che lo accompagnassero, a’ quali arrivati consegnò l’oro, e
passò avanti al cammino della moschea, e coloro si tornorono al governatore. E nel cammino accadé che li compagni che portavano l’oro vennero
insieme alle mani per alcuni pezzi d’oro, e uno tagliò un braccio all’altro: il
che non averia voluto il governatore per tutto il detto oro.
Stando nella città di Caxamalca quaranta giorni il governator senza speranza d’aiuto, venne Diego d’Almagro con cento e cinquanta Spagnuoli in
nostro soccorso, dal quale intendemmo che voleva far abitare un porto vecchio detto Cancebi, ma, come intese che noi avevamo trovato tanto oro,
come fedel servitor dell’imperadore venne in nostro soccorso. Il cacique
Atabalipa in questo tempo disse al governatore che l’oro non poteva venir
cosí presto, perché, stando lui prigione, gli Indiani non lo ubbidivano, e che
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
mandasse tre cristiani al paese Cusco, che questi portariano molto oro e
disforniriano certe case che di lame d’oro erano coperte, ne portariano
ancora molto che si trovava in Xauxa, e che potevano andare sicuri, perché
tutto il paese era suo. Il governatore vi mandò uomini, raccomandandogli a
Dio, li quali cristiani menorono assai Indiani che li portavano in hamacas,
quale è a modo d’una lettica, ed erano molto ben serviti. E arrivorono al
luogo detto Xauxa, dove stava un grande uomo, capitano di Atabalipa, qual
era quello che prese il Cusco, e aveva tutto l’oro in suo potere, e dette alli
cristiani trenta cariche d’oro, delle quali ciascuna pesava libre cento. E loro
ne fecero poco conto e, mostrando che avevano poca paura di lui, gli dissero che era poco, e lui ordinò che li fussino date altre cinque cariche d’oro,
il qual oro mandorono dove stava il signor governator, per un suo negro che
avevano menato seco. E li detti volsero andar avanti e arrivarono alla città
del Cusco, dove trovarono un capitano d’Atabalipa che si chiamava
Quizquiz, che vuol dir in quella lingua barbiero. Costui fece poca stima
delli cristiani, ancora che si maravigliasse non poco di loro, e per questo fu
uno delli nostri che volse approssimarsi a lui e dargli delle ferite, pure non
lo fece per la molta gente che teneva. Allora il capitano disse loro che non
gli dimandassero molto oro, e che se non volevano restituir il cacique per
quel tanto che gli dava, che lui l’andarebbe a tuor di sua mano: e subito gli
inviò ad uno tempio del Sole, che loro adorano. Questo tempio era volto a
levante, coperto di piastre d’oro. Li cristiani andorono al detto tempio e
senza aiuto d’alcuno Indiano, perché loro non gli volevano aiutare, essendo
quello tempio del Sole, dicendo che moririano, li cristiani determinarono
con alcuni picchetti di rame disfornir quel tempio, e cosí lo spogliarono,
secondo che poi di bocca loro ci dissono. E oltra questo furono ragunate
ancora molte olle o pignatte d’oro, con le quali usano cucinare in quel
luogo, e portate alli cristiani per riscatto del suo signore Atabalipa.
In tutte le case dove abitorono dicono che vi era tanto oro che era maraviglia. Entrarono in una casa dove fanno li loro sacrificii, dove trovarono una
sedia d’oro: questa sedia era tanto grande che pesava 19 mila pesi, nella
quale potevano seder duoi uomini. In un’altra casa molto grande, nella
quale giaceva morto il Cusco vecchio, il pavimento della quale e li muri
eran coperti di piastre d’oro e d’argento, trovarono molti cantari over giarre
di terra coperte di lame d’oro che pesavano molto, e non gli volsono rompere per non far dispiacere agli Indiani; nella qual casa erano molte donne,
ed eranvi duoi Indiani morti, a modo d’imbalsamati, appresso delli quali
stava una donna con una maschera d’oro sul viso, facendogli vento con uno
ventaglio per la polvere e per le mosche, e li detti Indiani morti avevano in
mano un baston molto ricco d’oro. La donna non volse che intrassero den-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
tro se non si discalzavano, e discalzandosi andarono a veder quelli corpi
secchi, e levarono loro datorno molti pezzi d’oro; né del tutto gli spogliorono, perché il cacique Atabalipa gli aveva pregati che non gli spogliassero del
tutto, dicendo che quel era suo padre, il Cusco vecchio: e per questo non ne
volsero tuor piú. E cosí caricorono il suo oro, e il capitan che v’era li dette
tutte le cose necessarie per condurlo via. Li cristiani trovorono in quel luogo
tanto argento che dissono al governatore che v’era una casa grande quasi
piena di cantari e tinacci grandi e vasi e molte altre pezze, e che molto piú
n’avrian portato, ma temevano di non dimorar troppo, perché erano soli e
piú di dugento e cinquanta leghe lontani dagli altri cristiani; ma dissero che
avevano serrato la casa e le porte di quella, e messovi un sigillo per la
Maestà dell’imperatore e per il governatore Francesco Pizarro, e ordinatovi
guardie d’Indiani. E fatto un signore in quel luogo, come gli era stato
comandato, presono il suo cammino con le pezze dell’oro bellissime che
portavano, tra le quali era una fontana grande d’oro fatta di molti pezzi, la
qual pesava piú di dodecimila pesi. Questa e molte altre cose portarono.
Di certi ponti sopra i fiumi, e come le ferrature, per averne mancamento,
furono fatte d’oro e d’argento. Della città di Pachalchami e sua moschea,
e le cose in quella ritrovate. Della città di Xauxa e d’un luogo grandissimo. Come Chulicuchima capitano col signor Hernando portarono l’oro
del riscatto d’Atabalipa, e con quanta riverenzia vadino gl’Indiani al suo
signore.
Lascio di parlare di costoro, che venivano per il suo cammino, e dirò del
signor Hernando Pizarro, il quale andava alla volta della moschea. Nel qual
viaggio, che fu di molte giornate, trovarono molti fiumi, sopra ciascuno
delli quali sempre trovorono duoi ponti fatti vicini l’uno all’altro, in questo
modo: avean fatto nel mezzo del fiume una pila, la quale appariva molto
sopra l’acqua, per sostegno del mezzo del ponte, perché da una parte e dall’altra del fiume erano appiccate corde fatte di stroppe di salcio, grosse
come un ginocchio, le quali alle rive eran legate a grossi sassi, discosto
l’una dall’altra la larghezza d’un carro; a queste per traverso eran legate
corde forti e ben tessute di cotone, e, perché il ponte stesse forte, appiccavano dalla parte di sotto a queste corde sassi molto grandi. Uno di questi
ponti serviva alla gente comune e stava sempre aperto, l’altro alli signori e
capitani, e questo stava sempre serrato, e fu aperto quando passò il signor
Hernando Pizarro. E arrivò con molto travaglio, perché pensorono non condur mai alcuni cavalli, per mancamento di ferrature per il mal cammino,
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
perché passorono per molte montagne, la strada delle quali era fatta a mano
come una scala; ma il signor Hernando comandò agli Indiani che facessino
ferrature d’oro e d’argento, e cosí li chiodi, e in questo modo condussero li
suoi cavalli al luogo dove era la moschea, ad una città la quale è maggior di
Roma, detta Pachalchami. Nella qual moschea è una camera molto brutta e
sporca, dove è un idolo fatto di legno molto brutto, il qual dicono essere lo
Dio loro, e che questo fa nascere tutto quello di che vivono, alli piedi del
qual tengono offerte alcune gioie, massime smeraldi legati in oro; e hannolo in tanta venerazione che vogliono che sol quelli lo vadino a servire che
da quello (come dicono) son chiamati, e dicono che nessuno è degno di toccarlo con mano, né ancora li muri della casa sua. Non è da dubitar che il diavolo non entri in quel idolo e parli con quelli suoi ministri, e dichi loro quel
che hanno a dir per il paese. Vengono a questo idolo con grandissima divozione gl’Indiani di lontano trecento leghe, e gli offeriscono oro e argento e
gioie, e subito che arrivano presentano il dono al portinaro, e lui entra dentro e parla con l’idolo e porta fuora la risposta. Avanti che alcuno ministro
vadi a servirlo, bisogna che ‘l sia puro e casto, e che digiuni e non tocchi
donna. Tutto il paese di Catamez che è lí intorno è devotissimo di questa
moschea, e per questo vi portano ogni anno tributo, e l’idolo fa loro intendere che lui è loro Iddio, e che tutte le cose del mondo sono nelle man sue,
e che niente adviene agli uomini che non sia di sua volontà: per il che gli
Indiani della moschea e della città di Pachalchami erano in grandissima
paura, perché il capitano Hernando Pizarro con gli Spagnuoli senza alcun
rispetto erano entrati a vederlo, e per questo dubitavano gli Indiani che,
dapoi usciti gli Spagnoli, l’idolo non gli distruggesse.
Di questa moschea cavorono molto poco oro, perché l’avevano tutto ascoso, e trovorono una cava molto grande donde avevano tratto l’oro, e li luoghi dove stavano li cantari che gli aveano levati, di sorte che mai poterono
trovare dove l’oro fusse. In un’altra casa viddero un poco d’oro ad una
Indiana che guardava la casa, che l’aveva gettato in terra; trovorono similmente certi morti che erano in detta moschea; tal che non poterono averne
piú di trentamila pesi, e da un cacique di Chicha ne ebbero tanto che arrivorono alla somma di quarantamila pesi. E stando quivi gli mandò
Chilicuchima, che era il capitano che prese il Cusco, messi, e fecegli intendere che avea molto oro per portar per riscatto del suo signore Atabalipa, e
che si partirebbe da quel luogo di Xauxa, quale è una città molto grande
fondata in una bella valle, e ha l’aere molto temperato, e che s’accompagneria con il signor Hernando Pizarro, e che insieme anderiano a veder il governatore. Hernando Pizarro si partí, pensando che fusse la verità quel che
gl’Indiani dicevano, ma, essendo andato quattro o cinque giornate, seppe
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
che non veniva il capitano, e deliberò con la gente che aveva andarsene al
luogo del capitano, che era con gran gente, e cosí fece, e trovatolo gli disse
che venisse a veder il signor governatore e il suo cacique Atabalipa. Lui
rispose che non voleva partirsi di quel luogo, essendogli stato cosí comandato dal suo signore. Allora Hernando Pizarro gli disse che, se non voleva
venire, lo menerebbe per forza, e mise in ordine quella poca gente che avea,
perché era in una piazza grande e pensava, ancora che fussero molti, di vendicarsi di loro, perché quelli che erano con lui erano valenti uomini. Il capitan indiano, quando vidde quella gente messa in ordine, deliberò andar con
lui. Il quale partito, avanti che arrivasse dove stava il signor governator in
Caxamalca con il cacique Atabalipa, sei leghe lontano, trovò un lago d’acqua dolce, che era di circuito circa dieci leghe, con le rive tutte piene d’arbori verdissimi e tutto abitato intorno da casali d’Indiani, quali sono pastori, con pecore di diverse sorti, cioè alcune picciole come le nostre e altre
tanto grandi che l’adoperano in portare le cose che gli fa di bisogno, per
somieri. In questo lago sono uccelli di diverse sorti e similmente pesci, dal
quale nasce un fiume bellissimo, il qual si passa con un ponte fabricato nel
modo detto di sopra, dove stanno certi Indiani a torre un certo tributo da
tutti quelli che passano. Giunti a Caxamalca, dove era il governatore e
Atabalipa, il capitano Chilicuchima, avanti che entrasse nella stanza dove
sedeva il cacique Atabalipa suo signore, prese da un Indiano di quelli che
lui menava seco una carica mezzana e se la messe sopra le spalle, e il medesimo fecero tutti gli altri principali che lo seguitavano; ed entrati dentro,
subito come lo vidde alzò tutte due le mani verso il sole, ringraziandolo che
gli avesse fatto veder il signore suo, e subito piangendo si buttò in terra e
con molta riverenzia pian piano s’accostò a lui e gli baciò le mani e i piedi,
e il simile fecero gli altri Indiani principali. Atabalipa allora mostrò grandissima maestà e, ancora che sapesse che non aveva uomo in tutto il suo paese
che lo amasse piú di Chilicuchima, non lo volse però guardare nella faccia,
ma stette con una gravità mirabile, né fece alcun atto o dimostrazione, non
altrimenti che se gli fusse venuto avanti il piú vil Indiano suo suddito.
Questo atto di caricarsi le spalle quando vanno a veder gli suoi signori
dimostra una gran riverenzia che gli hanno.
Come Chilicuchima, doppo molte minaccie, confessò dove fusse l’oro del
Cusco vecchio. Della provincia chiamata Guito. Come Atabalipa aveva
deputato molte case per fondere l’oro e l’argento; come si cavi l’oro delle
minere del piano e in alcune montagne.
Questo cacique Atabalipa non ebbe grata la venuta del suo capitano, ma,
essendo molto astuto, finse d’averne avuto piacere. Il governatore gli
dimandò dell’oro del Cusco, perché quel capitano era quello che l’aveva
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
preso: quello rispose, sí come Atabalipa l’aveva avisato, che non avevano
altro oro, e che quello che avevano tutto l’avevano portato. Tutto quel che
diceva era falso, e tirandolo da parte Hernando di Soto lo minacciò che, se
non diceva la verità l’abbrucciarebbono; lui gli rispose quel che prima aveva
detto, donde subito ficcorono un palo, al qual lo legorono, e portorono
molte legne e paglia, dicendo pure che se non dicesse la verità l’abbrucciarebbono. Chilicuchima fece chiamar il suo signore, il qual venne con il
governatore, e parlò con lui, e finalmente gli disse che voleva dire la verità
alli cristiani, perché non dicendola l’abbrucciarebbono. Atabalipa gli disse
che non dicesse cosa alcuna, perché essi tutto quello facevano per farli
paura, che non avriano ardimento d’abbrucciarlo: e cosí gli dimandorono
un’altra volta dell’oro, e lui non lo volse dire. Ma, subito che gli misero un
poco di fuoco intorno, disse che menassero via quel cacique suo signore,
perché lui gli faceva cenno che non dicesse la verità: e cosí lo menorono via,
e subito disse che per comandamento del cacique Atabalipa lui era venuto
tre o quattro volte con molta gente per assaltare li cristiani, il qual dipoi
ordinava loro che tornassero indietro, per paura che, conoscendo i cristiani
li suoi tradimenti, non l’ammazzassero. Similmente gli dimandorono un’altra volta dove era l’oro del Cusco vecchio. Lui gli disse che nel medesimo
luogo del Cusco era un capitano chiamato Quizquiz, e che questo capitano
aveva tutto l’oro, perché niuno ardisce accostarsi a lui, che, ancora che sia
morto, fanno il suo comandamento cosí integramente come se ‘l fusse vivo,
e cosí gli danno da bere e spandono tutto quel vino che gli vogliono dar a
bere lí intorno, dove il corpo del Cusco vecchio è posto; e similmente disse
quel capitano indiano che in quella terra piú a basso, dove il cacique
Atabalipa suo signor aveva alloggiato il suo esercito, era un padiglione
molto grande, nel quale il cacique aveva molti cantari over ghiare grandi e
altre diverse pezze d’oro di molte sorti. Questo e molte altre cose disse quel
capitano indiano alli cristiani che quivi erano, le quali io non sapria dire, per
non essermi trovato presente. Poiché costui ebbe cosí detto, subito lo menorono alla casa del signor Hernando Pizarro, e gli facevano una diligente
guardia, perché cosí era necessario, imperoché piú ubbidiva la maggior
parte della gente al comandamento di questo capitano che al medesimo
Atabalipa suo signore, perché era molto valent’uomo in guerra e aveva fatto
molto male in quella provincia: ed era il detto capitano molto sdegnato contra Atabalipa suo signore, dicendo che per sua causa l’avevano mal trattato.
Il cacique non gli mandava da mangiare né altra cosa alcuna, per causa del
molto sdegno che contra lui teneva per quel che aveva detto, ma il signor
capitano che l’aveva in casa gli dava ben da mangiare, e lo faceva servire e
davagli quanto gli faceva di bisogno; e ancor che fusse cosí mezzo abbruc-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
ciato, molti di quelli Indiani l’andavano a servire, perché erano suoi famigliari. E questo capitano era nativo d’una provincia chiamata Guito, della
qual il medesimo Atabalipa era signore.
Questo paese è molto piano e ricco, gli uomini sono molto valenti: con queste genti conquistò Atabalipa la terra del Cusco, della qual gente uscí il
Cusco vecchio, quando cominciò a signoreggiare tutta quella provincia. In
su questo ragionamento il cacique Atabalipa disse che aveva molte case
deputate a fonder l’oro e l’argento, e che l’oro delle minere del piano era
minuto, perché le mine del paese del monte erano di quelle bande del
Cusco, ed erano piú ricche, perché cavano di quelle l’oro in maggiori grani,
e non bisognava lavarlo, ma lo ricoglievano nel fiume lavato; e come in
alcune montagne cavano l’argento con poca fatica, e che un uomo ne cava
in un giorno cinque o sei marche. Cavasi mescolato con piombo, stagno e
zolfo, e poi si fa ben netto; e per cavarlo gli uomini appiccano fuoco grandissimo nelli monti, e subito che il zolfo è acceso l’argento scorre in pezzi.
La grandissima quantità d’oro portata al signor governatore, e il presente per lui mandato alla cesarea Maestà, e come fu diviso detto oro e quanto toccasse a ciascuno. Del tradimento ch’aveva ordinato Atabalipa e della
morte di quello, e come fu fatto signor di quella terra il figliuol maggiore
del Cusco vecchio, con gran sodisfazione e giubilo di tutta la città.
Lascio di parlare piú oltre di questo. Dirò delli cristiani che vennero dal
Cusco, li quali entrorono in campo del governatore con piú di cento e novanta Indiani carichi d’oro, e ne portorono venti cantari e altre pezze grandi, che
v’era tal pezzo che con fatica dodeci Indiani lo portavano, e similmente portorono altri pezzi che cavorono delle case. Dello argento ne portorono poco,
perché cosí comandò loro il signor governatore, che non portassero argento
ma oro, perché il cacique si doleva che non trovava Indiani che portassero
l’oro, del quale alli giorni passati era stato portato non poca quantità. Aveva
il signor governatore mandato duoi uomini al padiglione che il capitano
indiano gli aveva detto, quali tornorono similmente con assai oro, del quale
in una casa grande avevano in molti luoghi trovati monti grandi di diversi
caratteri e pezzi minuti. Il governatore fece fondere tutto il minuto, tra ‘l
quale furono alcuni grani grandi come castagne e altri maggiori, e alcuni di
peso di libra e altri di maggior peso: e di questo fo fede, perché io ero guardiano della casa dell’oro e lo viddi fondere; ed eravi piú di 90 tegole come
piastre d’oro di minera, che alcune erano di buoni caratti: molte se ne fonderono, e furono fatte verghe, e altre si spartirono tra la gente. In questa casa
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
erano piú di 200 cantari d’argento grandi che aveva fatti portare il cacique,
ancor che il governatore non l’avesse ordinato, ma v’erano molte pignatte e
cantari piccioli e altri pezzi molto belli: e parmi che l’argento che io viddi
pesare fusse cinquantamila marche, poco piú o manco. Era oltra questo in
questa casa ottanta cantari d’oro tra grandi e piccoli, e altri pezzi molto grandi; eravi ancora un monte piú alto d’un uomo di quelle piastre, che erano
tutte fine, di molto buon oro; ben che, per dire il vero, in questa casa in tutte
le stanze erano monti grandi d’oro e d’argento.
Messe insieme il signor governatore tutto quell’oro e fecelo pesare, presenti
gli officiali di sua Maestà; il che fatto, furono elette persone che facessino le
parti per la compagnia. E mandò il governatore un presente alla Maestà cesarea, che fu di centomila pesi, poco piú o manco, in certe pezze che furono
quindeci cantari e quattro pignatte, che tenevano duoi secchi d’acqua per ciascuna, e altre pezze minute che erano molto ricche: ed è la verità che, dapoi
partito il signor capitano, fu portato molto piú oro di quello era restato, che fu
partito. Il signor governatore fece le parti, e toccò a ciascuno fante a piè quattromila e ottocento pesi d’oro, che sono ducati 7208, e agli uomini a cavallo
il doppio, senza altri vantaggi che gli furono fatti. Dette il signore governatore alla gente che venne con Diego d’Almagro dell’oro della compagnia, avanti che fussero fatte le parti, venticinquemila pesi, perché n’aveva di bisogno;
e a quelli cristiani che erano restati in quel luogo dove aveva fondato il ridotto di San Michele dette duamila pesi d’oro, accioché lo partissero, che ne
toccò dugento pesi a ciascuno. E dette a tutti quelli che erano venuti con il
capitano molto oro, di sorte che ad alcuni mercatanti dette due o tre coppe
grandi d’oro, accioché ciascuno n’avesse parte, e a molti di quelli che l’avevano guadagnato dette manco di quello che lor meritavano: e questo dico perché a me cosí fu fatto. Subito ne furono molti, tra li quali fui io, che domandarono licenzia al signor governatore per venirsene in Castiglia, alcuni per dar
relazione alla Maestà dell’imperadore del paese, altri per veder suo padre e
sua mogliera: e fu dato licenzia a venticinque compagni, quali si partirono.
In questi dí, come seppe il cacique che volevano portar via l’oro del paese,
comandò molte genti per molte parti, alcuni che venissero contra li cristiani
che andavano ad imbarcarsi, e altri per venir contra il campo del governatore, per veder se poteva esser liberato: e questa era una gran moltitudine di
gente, però la maggior parte veniva per forza o per tema che avevano. Come
il signor governator fu di tal cosa informato, parlò al cacique adirato, dicendogli che li portamenti suoi erano molto tristi, poiché senza causa faceva
venir gente contra di noi. Pochi giorni avanti erano venuti al nostro campo
duoi Indiani figliuoli del Cusco vecchio, fratelli di Atabalipa da canto di
padre e non di madre: questi vennero molto ascosamente, per timor di suo
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
fratello. Quando il governatore seppe che erano figliuoli del Cusco vecchio,
fece loro molto onore, perché nell’aspetto mostravano esser figliuoli di gran
signore. Dormivano costoro appresso il governatore, perché non avevano
ardimento di dormir in altra parte, per timor di Atabalipa. Un di questi era
natural signore di quella terra, la quale gli rimaneva doppo la morte di suo
fratello. In questi medesimi giorni vennero nuove che la gente di guerra era
molto propinqua, e per tal causa noi stavamo molto vigilanti: e una notte vennero alcuni Indiani fuggendo d’un luogo che era lí vicino, dicendo che gli
Indiani venivano per far guerra e che avevano rovinati loro li maizali, che
sono campi dove nasce il grano del maiz, e che venivano per assaltare il
campo de’ cristiani, e che per questo loro venivano fuggendo. Come questo
seppe, il signor governatore fece consiglio con li suoi capitani e con gli officiali di sua Maestà, e determinorono di far morir subito Atabalipa, il qual lo
meritava. Menoronlo adunque al far della notte nella strada e legoronlo ad un
palo, e per comandamento del signor governatore lo volsero abbrucciar vivo;
ma volse Iddio convertirlo perché disse che voleva esser cristiano, e per questo lo fecero strangolare in quella notte, la qual con molte altre era passata
che le nostre genti non avevan dormito, per timor degli Indiani e di questo
cacique. Il governator providde che fusse fatto la guardia al detto cacique
morto, e il giorno seguente da mattina il sepelirono in una chiesa che avevano quivi, dove molte femine indiane si volevano sepelir vive con lui.
Venti giorni avanti che morisse Atabalipa, non si sapendo cosa alcuna dell’esercito che aspettavano, ed essendo Atabalipa una sera molto allegro e
parlando con alcuni Spagnuoli, apparse in aere verso la città del Cusco a
modo d’una cometa di fuoco, la quale stette gran parte della notte, e come
Atabalipa l’ebbe veduta disse: “Presto morirà un gran signore di quel
paese”. E questo fu lui. Della morte di questo cacique s’allegrò tutto quel
paese, e non potevan creder che fusse morto; subito che la nuova andò alla
gente di guerra, immediate ciascuno tornò a casa sua perché erano venuti
per forza. Il signor governator fece far signor di quella terra il figliuolo
maggiore del Cusco vecchio, con condizione che restassino, lui e tutta la sua
gente, per vassalli dell’imperadore: e cosí loro promisero di fare. Subito che
il figliuol del Cusco vecchio fu fatto signore, le genti del paese alzorno le
mani al sole, ringraziandolo che gli avea dato il suo signor naturale; e fu
messo in possessione dello stato, e messongli un fiocco molto ricco legato
con una cordella intorno alla testa, il quale gli veniva tanto su la fronte che
gli copriva quasi gli occhi: e questa è la corona che porta quel che è signor
del paese del Cusco, e cosí portava Atabalipa. Il che poiché fu fatto, venne
gran moltitudine di gente per servirci, e questo per comandamento di questo signor nuovo. Similmente s’allegrò della morte d’Atabalipa il capitan
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Chilicuchima, dicendo che per causa sua era stato mezzo abbrucciato, e che
daria tutto l’oro di quella terra, che n’avevan gran quantità, e molto piú di
quello che Atabalipa aveva dato, perché quello che avevan fatto signore era
natural signore di quella terra: e in quel giorno menorono quattro cariche
d’oro e certe coppe grandi.
Alcuni giorni avanti che Atabalipa morisse, aveva ordinato che fussero portati una statua d’un pastor con le pecore d’oro e altri pezzi molto ricchi: e
questo tutto veniva per conto della gente nostra di campo; ma il signor
governatore fu consigliato che non facesse portar allora quell’oro, accioché
quelli che si partivano e tornavano in Castiglia non n’avessero la lor parte.
Il che inteso dal cacique, come io e molti altri udimmo dire, disse al signor
governatore che non facesse ritornar quell’oro indietro, perché n’aspettava
ancora molte maggior pezze, le quali dovevan portar piú di dugento Indiani.
Alle quali parole d’Atabalipa rispose il governatore che erano per andar in
quel paese, e che tutto lo raccoglierebbeno: e tutto questo faceva accioché
non s’avesse a partire con quelli che andavano in Castiglia. Io dico che viddi
restar una gran casa piena di vasi d’oro e altri pezzi, dapoi che fu fatta la
sopradetta divisione, li quali vasi si doveano partire fra noi che tornavamo
in Castiglia, essendoci trovati nella battaglia, con tante fatiche con quante di
sopra è stato narrato. E piú dico che io viddi pesare e restar lí del quinto di
sua Maestà, senza quello che portò il signor Hernando Pizarro, piú di cento
e ottantamila pesi.
Del paese chiamato Collao, dov’è un gran fiume dal qual si cava oro, e
come si raccolga, in una isola del qual fiume si dice trovarsi una casa
grande fabricata tutta d’oro. E come il signor governatore mandò all’imperadore la parte dell’oro e argento aspettante a sua Maestà, quali furono discaricati in Sibilia con grande admirazione di tutta la città.
Questo non voglio restar di dire, che disse il cacique Atabalipa che era un
paese detto Collao, dove è un fiume molto grande, nel quale è una isola dove
sono certe case, tra le quali n’era una molto grande tutta coperta d’oro, fatto
in modo di paglia, della quale alcuni Indiani venuti da quell’isola ne portarono una brancata; li travi e tutto il resto ch’era in casa, tutta era coperta di piastre d’oro, e che v’era il pavimento fatto con grani d’oro, cosí come lo trovavano nelle minere. E questo udi’ dire al cacique e alli suoi Indiani, che erano
di quella terra venuti a vederlo, presente il signor governatore. Disse di piú il
cacique che l’oro che si cava di quel fiume non lo ricogliono con bateas, che
sono a modo d’uno bacil da barbiere con li manichi, dove lavano l’oro nell’ac-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
qua; anzi fanno in questo modo, che mettono la terra cavata della minera in
un luogo a modo d’una fossa appresso l’acqua, e con una ruota cavano l’acqua del fiume e la fanno andar in quella fossa, e cosí lavano la terra: la qual
lavata levano via l’acqua e ricogliono i grani dell’oro, che sono molti e grandi. E questo io l’ho udito dire molte volte, perché tutti quelli Indiani della terra
di Collao, li quali io domandavo, dicevano cosí esser la verità.
Il governator Francesco Pizarro dette a noi che venivamo in Castiglia tutto
l’oro e l’argento che era della parte della Maestà dell’imperadore. E dalla provincia del Cusco over del Perú, donde partimmo per andare ad imbarcarci alla
marina, camminammo dugento leghe per terra, dove arrivati montammo in
nave e navigammo per il mare del Sur fino al porto della città di Panama in
quindeci giorni, dove dismontati fummo accettati con grandissima allegrezza
e ammirazione di tutti, per la gran quantità dell’oro che viddero. Il signor
governatore Pedrarias ci providde di tutte le cose necessarie per portar detto
oro e argento quelle ottanta miglia per terra fino alla città del Nome di Dio, che
è sopra l’altro mar del Nort, che vien in Spagna, come nel principio di questo
libro è detto. Giunti che fummo alla città del Nome di Dio e imbarcati, venimmo all’isola Spagnuola e arrivammo alla città di San Domenico, che è nella
parte dell’isola che guarda verso mezzodí: e questo viaggio facemmo in otto
giorni. Dove, tolti li rinfrescamenti necessarii per venir alla volta di Spagna,
voltammo le prore verso levante, tenendole sempre tra greco e levante, e navigammo da cinquantadui giorni, e facemmo 1350 leghe fino alli liti di Spagna,
dove è San Luca di Barameda in sul fiume di Guadachibir, secondo la ragione
che facevano li pilotti nostri, ancorché io penso che fussero molte piú: e avemmo buonissimo tempo, e arrivammo alla città di Sibilia, dove tutte le navi
sogliono discaricare le robbe che portano dall’Indie. In questo viaggio dall’isola Spagnuola non toccammo se non l’isole delle Canarie, ancorché alcuni tocchino l’isole degli Azori, e come fummo allontanati da terra cinquecento in seicento miglia, trovammo il mar basso, né dubitammo piú di fortuna, perché i
venti non fanno fortuna se non appresso terra, cioè appresso l’isola Spagnuola
over appresso i liti di Spagna, dove il mar è profondissimo; e navigammo gran
parte con l’instrumento del quadrante, con il sole, finché, appressandoci al
nostro abitabile, cominciammo a reggerci con la tramontana. Questa navigazione è molto sicura, per infiniti pilotti che sono pratichi di quella. Arrivammo
in Sibilia alli quindeci giorni di gennaio 1534, dove furono discaricati tutti gli
ori e argenti, con grandissima ammirazione di tutta la città e d’infiniti mercatanti fiorentini, genovesi e veniziani, li quali tutti corsono a veder tal cosa: e
dipoi, avendone scritto per il mondo, io non ne dirò altro, salvo che tutti noi
con la parte delli nostri ori partimmo e andammo a casa nostra, dove fummo
ricevuti con quella allegrezza che ognun si può pensare.
18
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Capitolo 1
De Re Metallica
1.1 Un contributo alla storia del lavoro.
Leggendo, tempo fa, mi sono imbattuto in un testo molto antico, che risale al
1556, intitolato “De Re Metallica”, scritto da Georg Bauer (Giorgio Agricola
nella nonimazione italiana). Quest’opera è una delle prime, anzi a me risulta
essere davvero la prima, la più remota, che abbia mai affrontato dal punto di vista
scientifico i temi della sicurezza del lavoro e della salute dei lavoratori.
L’autore in quest’opera dedica uno specifico capitolo alle miniere viste come
ambiente in cui si svolge l’attività lavorativa ed affronta questioni come la salubrità di quegli ambienti, le principali e più gravi malattie che possono attecchire in
quelle condizioni, le situazioni di rischio e di pericolo che possono danneggiare
l’incolumità degli addetti alle miniere. Il capitolo VI del “De Re Metallica” rovescia per la prima volta il punto di vista che aveva orientato gli autori fino a quel
momento. In quelle pagine l’uomo viene posto al centro dell’attenzione. L’uomo
come persona e come lavoratore, gli viene resa la dignità di essere del Creato, di
Creatura Divina, quella dignità che gli schiavi, prima di allora, non avevano mai
guadagnato nell’ambito delle culture classiche, greca e romana, né concretamente goduto come plebe, o gleba fino al medioevo.
Ma con Bauer siamo ormai nel Rinascimento maturo, il Rinascimento delle Arti
e delle Scienze che aveva posto l’uomo al centro del Creato.
Ritrovare quelle pagine, per me è stato davvero come un sogno, ha messo in moto
mille riflessioni ed ha fatto nascere la voglia di condividerle con qualcuno: voglio
dire che ho maturato la convinzione che tutti noi, persone comuni, normali cittadini, abbiamo il dovere di riprenderci in mano le redini della storia, offrendo alla
società il contributo delle nostre capacità, anche di pensiero, per piccole che siano.
Dobbiamo tornare ad interessarci delle cose che ci riguardano davvero da vicino.
In altre parole, penso che dobbiamo partire alla conquista della memoria. Lì si possono trovare frammenti, tessere, schegge del passato, che appartengono a tutti, che ci
riguardano direttamente. Perché è dal passato che veniamo tutti. Il passato è il terreno
comune che dà alimento alle nostre radici, che offre nutrimento alla nostra cultura.
Questo può sembrare ovvio e poi non è il centro delle mie riflessioni.
Meno scontata mi sembra, invece, la consapevolezza che il futuro che ci sforziamo di costruire con le nostre stesse mani, il futuro per noi e per le generazioni
che verranno dopo di noi, dipende fortemente da come sapremo coltivare i territori riconquistati della memoria, da quante cure ed attenzioni sapremo dedicarvi.
È a questo che intendo dare evidenza nelle pagine che seguono.
19
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Da tempo rifletto sul tema della memoria storica.
Non intendo dire che ho voltato le spalle al presente né che ho chiuso gli occhi
alla vita. Anzi, mi sento proiettato verso il futuro con tutti i sensi e tutta la forza
della ragione. Non mi sono chiuso in una gabbia di ricordi. Non vivo prigioniero dei fantasmi del passato. La nostalgia non è un sentimento che giudico positivamente nè mi solletica spesso. Non vivo di flashback. Né di rimpianti.
Credo, però, che sia necessario conoscere il passato, non solo quello che ci
riguarda direttamente, che nutre le nostre radici personali, ma anche l’altro, che
prende il nome di Storia, e che nutre le radici dell’umanità intera.
La memoria storica è una fonte di insegnamento e di esempio per ogni uomo e
per ogni popolo.
È la sorgente della cultura che irrora la vite degli uomini. È il faro che illumina
il loro cammino. È la dea nel cui nome si festeggia o si celebrano sacrifici.
Senza memoria storica non potrebbe formarsi nessuna coscienza sociale. Gli
uomini non potrebbero unirsi in gruppi, né piccoli nè grandi. Né famiglie, né
bande, nè tribù, né popoli.
L’idea di umanità non potrebbe declinarsi né al singolare né al plurale.
La memoria storica si nutre di uomini e nutre gli uomini stessi.
Il suo ventre è gonfio di milioni e milioni di uomini, piccoli esseri, pieni di vita,
che formicolano sulla terra e tentano di costruire la propria strada. Inconsapevoli
del proprio destino, per lo più.
La strada che stanno costruendo, quella strada, è la via per il Futuro.
Perché sia possibile immaginare un futuro, per non restare irretiti nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, è necessaria la memoria.
La potenza della memoria compone gli idiomi diversi della Razza nella lingua
unica dell’Uomo. Mescola le esperienze di ognuno nel processo universale dell’evoluzione. Combina il genoma nell’inconfondibile spirale della Razza Umana.
È questa la forza chimica della memoria. Il risultato di migliaia e migliaia di
sconfitte e di migliaia e migliaia di vittorie. I successi e le sconfitte di una folla
di piccoli uomini, che deposita nel tempo un residuo resistente, un sedimento fossile che concresce costantemente. Questo accumulo, questo ammasso, costituisce
la materia di cui è composta la materia umana.
La memoria ha la veste di una Musa e la forza di una dea.
Con i piedi affonda nella Terra, come una radice; è grave, pesante, non si può sollevare, non si riesce a spostare. Da essa nascono vestigia, monumenti, resti di
città, templi, statue, tombe, palazzi…
Il suo corpo, invece è trasparente, lo puoi guardare attraverso, non si oppone ai
tuoi occhi, non lascia neanche una sensazione sulle dita, se lo tocchi. Come una
fiamma, spicca verso l’alto. Si può afferrare soltanto con il Senso e la Ragione.
Eppure, non si può sfuggire alla presa ferrea dei suoi artigli, non si può scappare dal
suo morso tenace. Tutti, tutti gli uomini vengono stretti dai suoi tentacoli.
Ragioni per riflettere su questo tema ce ne sono molte, oggi. Quella che m’inte-
20
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
ressa di più, che mi sembra più urgente, guardandomi intorno in questo presente
tanto vanesio è la constatazione che, sempre più spesso, il senso ed il significato
delle cose si sono persi, annegati in un presente infinito, onnivoro, che ruba l’anima e la nasconde sotto un velo di oblìo, piatto ed incolore. Mio malgrado, assisto - non voglio essere partecipe - alla folle corsa dell’uomo verso il Nulla ed il
Vuoto, sono testimone di una realtà confusa che schizza via, disperata, senza
meta e priva di direzione, senza forma e senza sostanza, lanciata all’inseguimento della chimera di una tecnica senza logica e priva di senso. Così, si è perduto
ogni significato dell’esperienza di vivere.
Così si è persa anche la Memoria, che segna la Provenienza ed indica la Rotta.
Rincorrendo le volgari apparenze materiali della gloria, della razza, del trionfo,
dell’ideologia, o ancora della ricchezza, del denaro, del possesso sproporzionato,
si è perduto il valore reale dell’opera degli uomini, il sapore del frutto dei solchi
scavati nella terra, il significato eterno della fatica e del sacrificio quotidiano di
milioni e milioni di braccia possenti.
La memoria storica dobbiamo tirarla fuori dal buio, esporla alla luce più intensa,
renderla chiara e mostrarla, ben visibile, a tutti.
C’è una poesia di Bertolt Brecht, “le domande di un lettore operaio”, che riassume tutto questo, che scavando al di sotto delle apparenze, invita a guardare la
vera realtà delle cose:
Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quali
case
di Lima lucente d’oro abitavano i
costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata
Bisanzio
aveva palazzi solo per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa
Atlantide
La notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
Aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò
l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un
cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la
flotta
Gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette
Anni. Chi,
oltre lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grande uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende,
quante domande.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Nei versi del poeta la memoria prende la forma di vecchia città, di eroi e generali; ma il punto di domanda con cui si chiudono gli inesorabili interrogativi scava
in profondità, al di sotto delle apparenze, per mostrare lo stretto legame che unisce la Storia al lavoro degli uomini, la Gloria al dolore e al Sacrificio. La Fame
con la fatica ed il sangue. Lo scorrere del tempo con l’opera dell’Uomo. Ecco
scoperta la vera natura della Memoria.
Ma, ogni giorno, non si occupa, forse, il nostro Istituto, del dolore, della fatica e del
sangue, in una parola, della vita di quelli che costruiscono materialmente la Storia?
Non è forse così?
Allora, ecco, il rapporto fra l’Istituto ed i lavoratori è anche un rapporto con la
memoria, con il suo senso più intimo.
Tutti possono dare un contributo alla memoria collettiva, tutti possono concorrere alla costruzione di una grande banca della memoria.
Memoria storica è anche metodo, organizzazione. È una rete, una immensa rete,
che pesca nel mare del tempo.
È ingegneria, per tracciare ponti e strade ed unire ciò che nasce diviso.
È architettura, per costruire case e città per l’uomo che abita la storia.
A questo tutti dobbiamo contribuire. Questo è il nostro destino.
Si devono conoscere e coltivare i territori sconfinati della memoria e della storia.
Si devono rendere civili e sicuri gli spazi immensi della coscienza e dei valori.
Dobbiamo costruire immensi opifici per questo.
Dobbiamo cercare, scavare, tra i resti dei cantieri, nelle viscere delle fabbriche. La
storia del lavoro è anche storia del benessere, dello sviluppo, del progresso. Benessere
per ogni uomo, sviluppo per la coscienza dei popoli, progresso per l’intera umanità.
La ricerca della storia, la costruzione di una memoria condivisa sono il nostro vero
modo di essere. Sono un modo, il solo modo, per guardare dentro noi stessi.
Non vi scorgeremo, come Caravaggio, l’incubo mostruoso della Medusa che
impietrisce, della Gorgone che inghiotte. Non avremo l’incubo del vuoto che soffoca l’uomo per sempre. L’incubo del vuoto presente che inghiotte il tempo, e
con esso il significato della vita.
Caravaggio - Medusa br.wikipedia.org/
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Al contrario. Leggere nel nostro libro avrà finalmente un senso, un significato.
Avrà il valore dell’unica via sicura, della strada che conduce l’uomo alla sua
identità più intima, alla sua piena realizzazione, alla sua felicità più vera.
Antonello da Messina - S. Gerolamo nel suo studio
Fonte: http://www.torrese.it/images/SanGerolamoStudio.jpg
Fatta questa premessa per rendere chiaro il senso dell’operazione di scavo che ho
avviato, posso assolvere, a questo punto, al mio dovere personale, posso offrire
il mio contributo.
Già in passato, la “Rivista” ha ospitato miei contributi. Sono grato all’Istituto per continuare ad offrirmi questa possibilità di manifestare pubblicamente i miei pensieri.
La prima volta, ho puntato l’attenzione su alcune suggestioni che legano la storia dell’INAIL ad un famosissimo autore, Franz Kafka, impiegato dell’Istituto
per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro di Boemia, a Praga.
È cominciato, da lì, un viaggio personale nella memoria, che è andato sempre più
indietro nella scala del tempo.
Nell’articolo: “L’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Tracce tra mitologia e storia”, ho scavato, metaforicamente, poiché non sono un archeologo ed ho
incontrato testi e personaggi nati all’alba della storia dell’occidente. Negli scritti dei nostri antichi progenitori Greci e Latini, tra i racconti della loro meraviglio-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
sa mitologia che ancora nutrono la nostra psicologia e la nostra cultura, ho trovato alcuni testi che parlavano della fatica e del lavoro, delle opere e dei giorni, del
senso più profondo dell’Uomo.
Incuriosito, ho continuato a viaggiare ancora più indietro nel Tempo ed ho scoperto, letteralmente scoperto, altri testi scritti, altre testimonianze documentate,
molto più antichi, scavati nella storia millenni prima dell’epoca dei Greci.
Nell’articolo: “La corvèe degli dei” ho riportato il racconto della Creazione
dell’Uomo che gli scribi della città di Babilonia avevano ricopiato, in caratteri
cuneiformi, più di quattromila anni fa, trasponendo su tavolette di argilla cotte dal
tempo e dal sole storie mitologiche di epoca ancora più remota, giunte così, miracolosamente, fino a noi. Queste storie descrivono la missione, il compito, dell’uomo sulla terra, con una lucidità di pensiero che, quasi cinquemila anni fa, era già
pura e adamantina. Ho trovato in quei racconti saggezza, profondità di significati,
manifestazioni dei valori umani, già nobilissime, alte ed evolute. Così come si conviene all’Uomo. Ad un Uomo già perfetto, integro e completo fin dalla nascita.
Tutto ciò mi ha stregato, riempiendomi di meraviglia. E mi ha segnato, in qualche modo, per sempre. Mi ha fatto percepire una nuova dimensione dell’uomo,
uno spessore, una profondità mai immaginati prima.
Continuando la ricerca, si sono composte davanti a me le parti di un discorso
unico, di una specie di “filosofia dell’Uomo”: fin dalle origini della Storia, gli
uomini coi loro primi testi incisi nelle tavolette cuneiformi sumere e babilonesi,
o dipinti nei primi geroglifici egizi, e poi, più su nel tempo, coi miti esiodei e le
letterature più moderne, hanno saputo testimoniare l’immenso patrimonio di
valori che vivifica il concetto di Umanità Universale. E con riferimento a quello
che è stato chiamato l’homo faber, che interessa più da vicino la presente ricerca, hanno tracciato, attraverso le gesta immortali di dei ed eroi, da Enki a
Gilgamesh, da Efesto a Prometeo, da Dedalo ad Apelle, la storia eterna delle arti
e del pensiero, della vita e del lavoro. Storia eterna che è la storia degli uomini
stessi, d’altronde. E di tutto ciò, già i primi scribi sumeri ed egizi, cinque o sei
mila anni fa, avevano un’idea di chiarezza assoluta.
Durante questo viaggio ho provato emozioni vere, che mi hanno fatto capire che
il lavoro, il lavoro dell’uomo sulla Terra, serve per costruire l’edificio dell’intera
Umanità e che da tutto ciò derivano implicazioni profonde, che coinvolgono ciascuno di noi.
Così ho sentito il bisogno di comunicare agli altri tutto ciò. Ho compreso che tutto
questo riguardava il senso della Storia, il Tempo, la Memoria. La storia, il tempo,
la memoria miei, ma, anche dell’intera Umanità.
Così ho capito che dovevo coltivare questa pianta. Coglierne i frutti. Offrirli a
chiunque ne volesse gustare il profumo.
Memoria è il nome di questa pianta. Il domani, i secoli a venire, il futuro; la conquista dei pianeti, delle galassie, l’assoggettamento degli spazi, i suoi frutti. Tutto sarà
possibile, ogni desiderio si potrà esaudire se l’uomo coltiverà la memoria della sua
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
storia. Tutto, allora, si potrà raggiungere, la realtà avrà spessore, forza, estensione,
spazio, larghezza, peso, profondità, massa.
La memoria in questo senso, si compone delle storie di tutti gli uomini. Dal grembo
fertile della Storia si diparte il filo di ogni vita. Tutti noi, tutti noi uomini, siamo suoi
figli. Siamo al mondo grazie a questo misterioso legame che ci permette di essere
consapevoli della nostra immagine, orgogliosi delle nostre gesta, coscienti delle
nostre esistenze, quasi mai eroiche, eppure sempre uniche, irripetibili, esemplari.
Questa memoria è la madre delle nostre storie, la nostra grande madre. Mette insieme gli ormoni dello Spirito, del Pensiero e della Ragione, li mescola e li feconda.
Senza di lei non sapremmo nulla delle storie dei viaggiatori, da Gilgamesh ad
Odisseo, da Sinbad ad Achab.
Non sapremmo nulla dei nostri re e dei nostri califfi. Delle nostre divinità
Onnipotenti e delle nostre Fedi infinite.
Senza memoria neanche scorrerebbe il sangue delle nostre vene. Si decomporrebbero i nostri geni. Il nostro DNA decadrebbe ad una stringa di vani tentativi,
di errori di una Natura priva di senso.
Col suo concorso sono stati selezionati i fattori che hanno fatto evolvere la nostra
specie e senza di lei, oggi, saremmo ancora cellule senza progetto, mattoni sparsi, rami spezzati, gocce perdute. Senza memoria.
La memoria unisce gli Oceani, tiene insieme le Stelle, congiunge gli Spazi, fonde
gli Uomini, salda i Destini.
Senza di lei neanche gli dei potrebbero conoscere la divinità del mondo da cui provengono. Né potrebbero mai farsi consapevoli che è stato lo Spirito dell’Uomo ad
averli innalzati, lassù, sull’alto dell’Olimpo, in un pantheon eterno ed universale.
Botticelli - Nascita di Venere
Fonte: http://www.sbac.edu/~palmergw/botticelli.venus.jpg
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Mi piacerebbe dare un contributo a questa memoria, lasciare un’impronta,
seppure piccola, come può essere la mia.
Ecco di cosa si tratta. Vorrei condividere il mio viaggio, l’esperienza fantastica
che si materializza in queste pagine.
Vorrei partire dall’opera del Bauer, dal “De Re Metallica”.
Nelle parole dedicate ai lavoratori, alle loro sofferenze, alle loro malattie, ai loro
pericoli, troviamo un pezzo della nostra storia. Un pezzo che viene da molto lontano, da un’epoca ormai passata.
Ho tradotto personalmente dalla lingua originale di latino alcune pagine di quell’opera, aiutandomi anche con una versione inglese molto famosa, una versione
speciale. Mi scuso quindi, subito, degli eventuali errori.
Ho scelto, dalle fonti reperibili nella rete, alcune parti dell’opera, quelle che ho
ritenuto utili per questo lavoro.
La rete, il web, Internet, sta diventando uno strumento prezioso, una fonte di
sapere, magari ancora disordinata e forse rischiosa, dalla quale però si può attingere un’infinita ricchezza.
A partire dalle pagine del “De Re Metallica” è iniziata un’altra tappa del mio
viaggio.
Dalle descrizioni delle condizioni di lavoro contenute nell’opera di Giorgio
Agricola si propaga un’eco che raggiunge il nostro tempo presente e non si è
ancora acquietata.
Oggi si parla ancora degli stessi temi e si scrive progettando modelli di sicurezza, di vita e di lavoro.
Ancora oggi, nonostante sia consolidato il convincimento che la storia sia maestra di vita, che l’istruzione sia un investimento per il futuro dei nostri figli, dei
popoli e dell’umanità intera, ancora oggi, siamo costretti a contare vittime, feriti, dolore e paura, come se nessun insegnamento la storia avesse saputo darci.
A tutto questo ho voluto aggiungere qualche immagine e qualche volto, per dare
una certa consistenza alla fantasia e un po’ di dati.
Da qui parte il nostro viaggio.
Un viaggio che continua su una navicella aperta a tutti.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
1.2 De Re Metallica, Libro VI, Georgius Agricola, 1556.
De Re Metallica, Libro VI. Agricola, Georgius De Re Metallica 1556
http://it.wikipedia.org/wiki/Immagine_De_re_metallica.jpg
Restat de malis & morbis metallicorum ac de modis quibus sibi ab ipsis
cauere possunt: nam semper maiorem rationem ualetudinis sustentandæ,
quàm lucri faciendi habere conuenit, ut liberè munerib. corporis fungi possimus. Eorum aut malorum alia affligunt artus, alia lædunt pulmones, partim oculos, quæ dam denique homines interimunt. Aqua in quibus puteis
inest multa & frigidior crura uitiare solet: etenim frigus est inimicum neruis.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Sed fossores ad eam rem satis altos perones sibi comparent, qui crura tueantur ab aquarum frigore: cui consilio qui non paruerit, is magno afficietur
incommodo ualetudinis: præsertim cùm uixerit ad senectutem. Contra uerò
aliquæ fodinæ adeo siccæ sunt, ut prorsus aqua careant: quæ ariditas maius
etiam malum dat operarijs: siquidem puluis, qui cietur & agitatur fossionibus, penetrans in asperam usque arteriam & pulmones, parit difficultatem
anhelitus & uitium, quod ??Û?Ì· Græci nominant. Quod si uim corrodendi
habuerit, pulmones exulcerat, & tabem ingignit in corporibus: hinc in metallis Carpati montis inuentæ sunt mulieres, quæ septem uiris nupserunt:
quos omnes dira illa tabes immatura morte affecit. Aldebergi certe in
Misena in fodinis reperitur pompholyx nigra, quæ usque ad ossa exedit uulnera, & ulcera. Ferrum quoque corrodit: atque ob id claui earum casarum
omnes sunt lignei. Quin etiam cadmiæ quoddam genus est quod operariorum pedes, aquis madidos, itemque manus exedit: pulmones & oculos lædit.
Fodientes igitur sibi non modo perones comparent, sed chirothecas etiam ad
cubitum usque altas: & uesicas laxas illigent faciei. Per has enim puluis
neque trahetur ad arteriam & pulmones, nec in oculos inuolabit: non dissimiliter apud Roma nos sibi cauebant minij confectores, ne puluerem eius
lethalem haurirent. Tum difficultatem anhelitus parit aer immobilis manens
tam in puteo quàm in cuniculo: cui malo remedia sunt machinæ spiritales,
quas paulò antè exposui. Sed est aliud malum magis pestiferum, quodque
homini mox affert necem: in quibus puteis, uel fossis latentibus, uel cuniculis duricies saxorum igni frangitur, in his aer inficitur ueneno: siquidem
uenæ & uenulæ commissuræque saxorum exhalant subtile quoddam uirus,
ignis ui expressum ex rebus metallicis alijsque fossilibus: quod ipsum cum
fumo subleuatur, non aliter ac pompholyx, quæ in officinis, in quibus uenæ
metallicæ excoquuntur, ad superiorem parietis partem adhærescit: id si ex
terra euolare nequiuerit, sed deciderit in lacunas, atque eis innatauerit, periculum conflare solet. Etenim si quando aqua iactu lapidis aut alterius rei
commota fuerit, rursus ex ipsis lacunis euolat: itaque spiritu ductum homines inficit: sed idem magis efficit fumus igni nondum extincto. Corpora
autem animantium isto ueneno infecta plerunque continuo turgescunt, &
omnem motum ac sensum amittunt, sineque dolore intereunt. Homines
etiam ex puteis scalarum gradibus ascendentes, ubi uirus incrementum sumpserit, rursus in eos decidunt: quia manus non faciunt suum officium globosæque & rotundæ ipsis uidentur esse, itemque pedes. Aut si bona fortuna
parumper læsi ex his malis euaserint, pallidi sunt & similes mortuorum.
Itaque tunc nemo in eam ipsam fodinam uel in proximas descendat: aut si
fuerit in eis, ascendat ocyus. Prouidi certè solertesque fossores die Veneris
ad uesperam incendunt struem lignorum: nec ante diem Lunæ rursus in
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
puteos descendunt, aut ingrediuntur in cuniculos. Interea uis illa fumi uirosi euanescit. Est etiam ubi ratio cum Orco habetur: nam quidam loci metallici, licet rari sint, sua sponte uirus gignunt, pestilentemque auram exhalant:
sicut etiam quædam uenarum cauernæ, sed hæ sæpius graues halitus in se
continent. Ad Planam Boemiæ oppidum sunt nonnulli specus qui quibusdam anni temporibus halitum ex acidulis emittunt lucernas restinguentem,
& fossores, diutius in eis morantes, necantem. Plinius quoque scriptum reliquit: Depressis puteis sulfurata uel aluminosa occurrentia putearios necant,
experimentum huius periculi demissa ardens lucerna si extinguatur: tunc
secundum puteum dextra ac sinistra fodiuntur æstuaria, quæ grauiorem
illum halitum recipiant. Verum Planæ construunt folles, qui graues istos
halitus haurientes huic malo medentur, de quibus suprà dixi. Quinetiam
interdum operarij de scalis in puteos delapsi brachia, crura, ceruices frangunt, aut decidentes in lacunas suffocantur: plerunque uerò in causa est
negligentia præsidis: cuius est proprium munus & scalas ita uehementer ad
tigna affigere ut non abrumpantur, & lacunas, ad quas putei pertinent, ita
firmè asseribus contegere, ne ipsis motis homines decidant in aquas: quocirca præses diligenter suum munus exequatur: tum ianua casæ
non uergat in aquilonem, ne tempore hyberno scalæ frigoribus congelent:
nam id ubi factum fuerit, manus frigore rigentes, uel lubricæ suum tenendi
officium facere non possunt: ipsi etiam homines sint prouidi, ne, si nihil horum fuerit, sua cadant incuria. Concidunt præterea montes, eaque ruina oppressi homines intereunt. Certè cum quondam Goselariæ Ramesbergum
desedisset, ruinis tot homines sunt oppressi, ut uno die circiter quadringentas fœminas uiris orbatas esse annales loquantur: et ab hinc annos undecim
Aldebergi suffossi montis pars resoluta resedit, & sex fossores improuisò
oppressit: absorbuit etiam casam atque unà matrem cum filiolo. Id aut plerunque his accidit montibus, quibus uenæ sunt cumulatæ. Itaque fossores
relinquant fornices crebros montibus sustinendis, aut substructiones faciant.
Saxum quoque abruptum articulos atterit: quod ne fiat metallici structuris
necessarijs puteos, cuniculos, fossas latentes fulcire debent. At in nostris
fodinis non est soli fuga, quam Sardinia gignit. Animal est, ut Solinus scribit, perexiguum simileque araneis forma: solifuga dicta, quod diem fugiat.
In metallis argentarijs plurima est: occultim reptat, & per imprudentiam
supersedentibus pestem facit. Sed, ut idem ait, fontes calidi & salubres aliquot locis effer uescunt, qui abolent à solifugis insertum uenenum. Sed in
quibusdam fo dinis nostris, quanquam perpaucis, est alia pestis & pernicies:
dæmones sci licet aspectu truci: de quibus dixi in libro De subterraneis animantibus inscripto: quod genus dæmonum precibus & ieiunijs pellitur ac
fugatur. Quæ dam autem ex his malis atque aliæ quædam res causa sunt, cur
29
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
putei amplius fodi non soleant. Itaque prima & potissima causa est, quòd
non sint fœcundi metallorum, aut si ad aliquot passus fœcundi fuerint, quod
in profundo sint steriles. Secunda affluentis aquæ multitudo: quam neque
metallici possunt deriuare in cuniculos, quia tam altè in montes agi non possint: neque machinis extrahere, quod putei sint admodum profundi: aut si
possent eam extra here machinis, quod ipsis non utantur: nimirum quòd
impensæ sint maiores quàm pauperioris uenæ fructus. Tertia est aer grauis,
quem interdum domini non arte, non sumptu emendare & corrigere possunt:
quam ob causam fossio non puteorum tantum, sed etiam cuniculorum deseritur. Quarta uirus in singulari loco genitum, si id funditus tollere, uel leuius
facere in nostra potestate non fuerit: ea de re specus ad Planam Laurentius
dictus non fodi solebat, cùm argento non careret. Quinta dæmon truculentus & ho micida: etenim ab eo, si expelli non possit, nemo non fugit. Sexta,
substructiones si labefactatæ conciderint: eas enim ruina montis sequi solet.
Substructiones autem tunc solum restituuntur, cùm uena admodum diues
metalli fuerit. Septima motus bellici: propter quos nisi certò constet fossores deseruisse puteos & cuniculos, reficiendi non sunt. Non enim credamus
maiores nostros tam inertes & ignauos fuisse, ut fossiones, quæ potuerint
fieri cum fructu, reliquerint. Nostris profecto temporibus non pauci metallici, cùm anilibus fabulis persuasi refecissent puteos desertos, operam &
oleum perdiderunt: ne igitur posteritas acta agat, ex re eius erit in tabulas
refer re, quam ob causam cuiusque putei uel cuniculi fossio relicta sit. Id
quod quondam Fribergi factum esse constat puteis desertis propter copiam
& affluentiam aquarum.
DeRe Metallica Libri VI. FINIS.
Fonte: http://www.btinternet.com/~stephen.henley/agricola/book6/book6-47.jpg
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Fonte: http://www.btinternet.com~stephen.henley/agricola/book6/book6-47.jpg
“… Mi resta (da parlare) delle malattie e degli incidenti dei minatori e dei metodi con cui possono difendersi da questi mali, dato che dovremmo dedicare sempre più cura a mantenere la nostra salute, piuttosto che procurare profitti perchè
il corpo conservi integre le sue funzioni.
Delle malattie, alcune interessano gli arti (le articolazioni), altre attaccano i polmoni, alcune gli occhi ed infine altre ancora sono letali per gli uomini.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
L’acqua nei pozzi (delle miniere) abbondante e molto fredda frequentemente provoca danni alle membra, mentre il freddo è nocivo per i muscoli. Per venire a
contatto con questa (l’acqua gelida), i minatori dovrebbero indossare stivali sufficientemente alti e di pellame puro, che proteggono le loro gambe dall’acqua
fredda; l’uomo che non segue questo consiglio subirà gravi danni alla salute, particolarmente quando raggiunge la tarda età.
Per contro, alcune miniere sono così secche che sono interamente prive di acqua
e questa aridità provoca un danno ancora più grave per i lavoratori, dato che la
polvere che è prodotta e messa in movimento mentre si scava penetra nella gola
e nei polmoni e produce difficoltà nella respirazione e la malattia che i Greci
denominarono asma. Per questo, se la polvere ha qualità corrosive, consuma
(ulcera, provoca ferite) i polmoni e corrompe il corpo; così, nelle miniere delle
montagne dei Carpazi sono state trovate alcune donne che hanno sposato (anche)
sette mariti, tutto a causa di questa consunzione terribile che li ha portati ad una
morte prematura.
Ad Altenberg in Meissen è stato trovato nelle miniere il pompholyx nero (la polvere nera), che corrode, piaga ed ulcera le ossa; inoltre (questo agente) corrode
il ferro e per questo motivo le chiavi dei loro capanni (delle loro capanne) sono
fatte di legno. Di più, c’è un determinato genere di cadmio che mangia (consuma) i piedi degli operai quando sono bagnati e, allo stesso modo, le loro mani, e
così danneggia i loro polmoni e gli occhi.
Di conseguenza, per il loro lavoro nelle miniere, i minatori dovrebbero munirsi
non soltanto di stivali di pelle, ma anche di guanti abbastanza lunghi da arrivare
all’altezza del gomito e dovrebbero fissare ampie maschere sulle loro facce; per
mezzo di queste cose, infatti, la polvere non raggiungerà le loro arterie ed i loro
polmoni, nè volerà nei loro occhi. Non dissimilmente (allo stesso modo), presso
i Romani, i lavoratori del minio prendevano precauzioni contro la respirazione di
quella polvere mortale.
L’aria stagnante, sia quella che rimane in un pozzo che quella in una galleria, produce difficoltà nella respirazione; i rimedi a questo male sono le macchine di
ventilazione che ho (già) esposto sopra. Ma c’è un’altra malattia ancor più
distruttiva, che velocemente porterà alla morte gli uomini che lavorano in quei
pozzi o livelli o tunnel in cui la dura roccia è spezzata per mezzo del fuoco. Qui
l’aria è infettata dal veleno, poiché i grandi e piccoli filoni e gli strati delle rocce
esalano un certo veleno sottile dai minerali, che è estratto dal fuoco (è prodotto
dalla combustione), e questo stesso veleno è sollevato con il fumo non diversamente dalla pompholyte, che aderisce alla parte superiore delle pareti negli
impianti in cui il minerale viene fuso. Se questo veleno non può fuoriuscire dalla
terra (dalla miniera), ma ricade negli stagni e galleggia sulla loro superficie,
causa spesso pericolo, dato che, in qualunque momento l’acqua sia messa in
movimento da una pietra o qualsiasi altro oggetto, questi vapori esalano ancora
da quegli stessi stagni e così mettono in pericolo gli uomini che li inalano quan-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
do respirano; e l’effetto è ancora peggiore se i vapori del fuoco (della combustione) non sono ancora stati espulsi del tutto.
I corpi delle creature viventi che sono infettate con questo veleno generalmente
si gonfiano immediatamente e tutti perdono il movimento e la sensibilità e muoiono senza dolore; gli uomini, invece, nell’atto di uscire dai pozzi servendosi
delle scalette, quando il veleno li sorprende, cadono nuovamente indietro (dentro
la miniera), dato che le loro mani non svolgono più il proprio compito, apparendogli gonfie come palle, e allo stesso modo i loro piedi. Se per buona fortuna
qualcuno, avvelenato, sfugge a questo male, si mostra pallido come un morto. In
questi casi, nessuno dovrebbe scendere nella miniera o nelle miniere vicine, o, se
si trova già dentro, dovrebbe uscire immediatamente. I minatori prudenti ed
esperti bruciano le pire di legno il venerdì, verso la sera, e non discendono più
nei pozzi né entrano nei tunnel prima del lunedì (successivo); così, nel frattempo, i vapori tossici spariscono (vengono dissipati).
Ci sono inoltre casi in cui si devono fare i conti con l’Orco, infatti, in alcune zone
metallifere, benchè tali casi siano rari, si produce spontaneamente veleno ed
esala vapore pestilenziale, così come (succede) in alcune vene all’interno delle
cave, ma più spesso queste trattengono al proprio interno i vapori nocivi. Nelle
città delle pianure della Boemia ci sono alcune spelonche che, in determinate stagioni dell’anno, emettono vapori acidi che producono delle luci ed uccidono i
minatori se vi indugiano troppo a lungo.
Plinio ha lasciato un testo (nel quale dice) che quando i pozzi sono crollati, i
vapori di zolfo o di allume rischiano di uccidere gli operai che vi lavorano e una
prova di questo pericolo è se una lucerna accesa che è stata lasciata giù si estingue: allora viene scavato un secondo pozzo a destra o a sinistra (di quello principale), così un flusso d’aria tira via i vapori nocivi. Sulle pianure si costruiscono dei mantici che sanano questi vapori nocivi e rimediano a questa cosa cattiva (il danno) che ho descritto prima. Accade anche che a volte gli operai scivolano dalle scalette nei pozzi e si spezzzano le braccia, le gambe o il collo, o
cadono nei pozzi e annegano; spesso, in verità, avviene per negligenza dei preposti, dato che è loro compito specifico sia fissare saldamente le scalette ai
sostegni (assi traverse) in modo che non possano essere strappate via, sia provvedere con salde assi alla chiusura dei pozzi cui sono addetti, in modo che le
assi non possano essere spostate né gli uomini cadere nell’acqua; per questa
ragione l’addetto deve eseguire con attenzione il proprio lavoro: allora, non deve
orientare l’entrata della baracca verso il vento del nord, affinchè le scalette non
congelino con il freddo dell’inverno, dato che quando questo accade le mani
degli uomini diventano rigide e scivolose (non fanno presa) e non possono svolgere il loro compito (della tenuta); anche gli stessi uomini devono fare attenzione affinchè, anche se nessuna di queste cose accade, non precipitino a causa
della propria disattenzione.
Può accadere che anche le rocce franano e gli uomini sono schiacciati dalla loro
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
caduta e muoiono. Infatti, quando, una volta, il (monte) Rammelsberg, a Goslar,
è franato giù, tanti uomini sono rimasti schiacciati nelle rovine che, in un giorno
solo, le cronache ci dicono, circa 400 donne sono state derubate dei loro mariti.
Ed undici anni fa una parte della montagna di Altenberg, che era stata escavata,
diventò molle e sprofondò schiacciando improvvisamente sei minatori; inoltre
ingoiò una capanna ed una madre con il suo piccolo ragazzo.
Goslar
Goslar è una storica città della Bassa
Sassonia, Germania. È il centro
amministrativo del distretto di Goslar
ed è ubicata sui pendii nordoccidentali delle colline di Harz.
La città e le sue miniere sono state
dichiarate Patrimonio dell’Umanità
dall’UNESCO.
Stato:
Germania
Land:
Bassa Sassonia
Coordinate:
51°54’N 10°26E
Altitudine:
225 m s.l.m.
Superficie:
92,58 km2
Popolazione:
(06.2006)
- Totale
43.058 ab.
- Densità
465 ab./km2
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Goslar
Ma questo generalmente avviene in quelle montagne che contengono accumuli di
gallerie. Di conseguenza, i minatori dovrebbero lasciare numerosi archi (di sostegno) sotto le montagne che hanno bisogno di supporto, o provvedere (altrimenti)
al sostegno. Le pareti di roccia che crollano, inoltre, feriscono le loro membra (dei
minatori) ed per impedire che questo accada, i minatori dovrebbero proteggere
con strutture metalliche i pozzi, le gallerie e gli avvallamneti nascosti. D’altra
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
parte, nelle nostre miniere non esiste la “solifuga” (formica velenosa) che nasce
in Sardegna. Questo animale, come scrive Solinus, è molto piccolo ed ha la forma
di un ragno; è chiamato solifuga, perché evita (fugit) la luce (solem). È molto
comune nelle miniere d’argento; striscia invisibile e porta la peste a coloro che vi
si siedono sopra imprudentemente. Ma, come lo stesso scrittore ci dice, sorgenti
di acque tiepide e salubri che zampillano in determinati luoghi, neutralizzano il
veleno iniettato dalle formiche solifughe.
Tuttavia, In alcune delle nostre miniere, comunque in molto poche, ci sono altri
parassiti e pericoli. Questi sono diavoli di feroce aspetto, dei quali ho parlato nel
mio libro “De Animantibus Subterraneis”. I diavoli di questo genere sono scacciati e messi in fuga con la preghiera ed il digiuno.
Alcuni di questi mali, così come determinate altre cose, sono la ragione per cui a
volte le miniere vengono abbandonate. Ma la prima causa e principale è che queste non producono più metallo, o se in alcuni rami forniscono il metallo, esse, più
in profondità, diventano sterili. La seconda causa è l’abbondanza d’acqua che vi
scorre dentro; a volte i minatori non possono deviare questa acqua nelle gallerie
perchè i tunnel non possono essere diretti profondamente nelle montagne, o non
possono estrarla con le macchine perché i pozzi sono troppo profondi; o se potessero estrarla con le macchine, non le usano per il motivo che indubbiamente il
costo sarebbe maggiore dei profitti di una vena abbastanza povera. La terza causa
è l’aria insalubre, che i proprietari a volte non possono bonificare o sanare per
(mancanza di) abilità o per (eccesivo) dispendio, per cui a volte viene abbandonato non soltanto lo scavo dei pozzi ma anche quello delle gallerie. La quarta causa
sono le sostenze venefiche che si producono in alcuni siti, se non è nelle nostre
possibilità rimuoverle completamente o moderarne gli effetti. Ciò è la ragione per
cui le gallerie nella pianura conosciuta come Laurentius non venivano scavate,
benchè non fossero carenti di argento. La quinta causa sono i demoni feroci ed
omicidi, dato che se non possono essere espulsi, nessuno può sfuggirgli. La sesta
causa sono i sostegni che, se sono danneggiati, sprofondano e di solito ne segue il
crollo della montagna; le fondamenta, infatti, vengono consolidate soltanto quando la vena è molto ricca di metallo. La settima causa è data dalle operazioni militari. A causa loro (infatti,) non si dovrebbero riaprire i pozzi e le gallerie a meno
che non siamo abbastanza sicuri delle ragioni per le quali i minatori le hanno
abbandonate, perché non dobbiamo credere che i nostri antenati siano stati così
indolenti e senza iniziativa da abbandonare le miniere che avrebbero potuto continuare a dare profitto. Infatti, proprio ai nostri giorni, alcuni minatori, persuasi
dai racconti delle donne anziane, hanno riaperto alcune miniere abbandonate ed
hanno perso tempo e fatica. Di conseguenza, per impedire alle generazioni future
di essere indotte a comportarsi in questo modo è consigliabile di mettere per iscritto la ragione per cui lo scavo di ogni pozzo o galleria è stato abbandonato. Per questo, una volta, a Friburgo è risultato che le miniere erano state abbandonate a causa
della grande quantità di acqua”.
35
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
“…It remains for me to speak of the ailments and accidents of miners, and of
the methods by which they can guard against these, for we should always
devote more care to maintaining our health, that we may freely perform our
bodily functions, than to making profits.
Of the illnesses, some affect the joints, others attack the lungs, some the eyes,
and finally some are fatal to men.
Where water in shafts is abundant and very cold, it frequently injures the
limbs, for cold is harmful to the sinews. To meet this, miners should make
themselves sufficiently high boots of rawhide, which protect their legs from
the cold water; the man who does not follow this advice will suffer much illhealth, especially when he reaches old age.
On the other hand, some mines are so dry that they are entirely devoid of
water, and this dryness causes the workmen even greater harm, for the dust
which is stirred and beaten up by digging penetrates into the windpipe and
lungs, and produces difficulty in breathing, and the disease which the Greeks
call asthma. If the dust has corrosive qualities, it eats away the lungs, and
implants consumption in the body; hence in the mines of the Carpathian
Mountains women are found who have married seven husbands, all of whom
this terrible consumption has carried off to a premature death.
At Altenberg in Meissen there is found in the mines black pompholyx, which
eats wounds and ulcers to the bone; this also corrodes iron, for which reason
the keys of their sheds are made of wood. Further, there is a certain kind of
cadmia which eats away the feet of the workmen when they have become wet,
and similarly their hands, and injures their lungs and eyes.
Therefore, for their digging they should make for themselves not only boots
of rawhide, but gloves long enough to reach to the elbow, and they should
fasten loose veils over their faces; the dust will then neither be drawn
through these into their wind-pipes and lungs, nor will it fly into their eyes.
Not dissimilarly, among the Romans the makers of vermilion took precautions against breathing its fatal dust.
Stagnant air, both that which remains in a shaft and that which remains in a
tunnel, produces a difficulty in breathing; the remedies for this evil are the
ventilating machines which I have explained above. There is another illness
even more destructive, which soon brings death to men who work in those
shafts or levels or tunnels in which the hard rock is broken by fire. Here the
air is infected with poison, since large and small veins and seams in the rocks
exhale some subtle poison from the minerals, which is driven out by the fire,
and this poison itself is raised with the smoke not unlike pompholyx, which
clings to the upper part of the walls in the works in which ore is smelted. If
36
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
this poison cannot escape from the ground, but falls down into the pools and
floats on their surface, it often causes danger, for if at any time the water is
disturbed through a stone or anything else, these fumes rise again from the
pools and thus overcome the men, by being drawn in with their reath; this is
even much worse if the fumes of the fire have not yet all escaped.
The bodies of living creatures who are infected with this poison generally
swell immediately and lose all movement and feeling, and they die without
pain; men even in the act of climbing from the shafts by the steps of ladders
fall back into the shafts when the poison overtakes them, because their hands
do not perform their office, and seem to them to be round and spherical, and
likewise their feet. If by good fortune the injured ones escape these evils, for
a little, while they are pale and look like dead men. At such times, no one
should descend into the mine or into the neighbouring mines, or if he is in
them he should come out quickly. Prudent and skilled miners burn the piles
of wood on Friday, towards evening, and they do not descend into the shafts
nor enter the tunnels again before Monday, and in the meantime the poisonous fumes pass away.
There are also times when a reckoning has to be made with Orcus, for some
metalliferous localities, though such are rare, spontaneously produce poison
and exhale pestilential vapour, as is also the case with some openings in the
ore, though these more often contain the noxious fumes. In the towns of the
plains of Bohemia there are some caverns which, at certain seasons of the
year, emit pungent vapours which put out lights and kill the miners if they linger too long in them.
Pliny, too, has left a record that when wells are sunk, the sulphurous or aluminous vapours which arise kill the well-diggers, and it is a test of this danger if a burning lamp which has been let down is extinguished. In such cases
a second well is dug to the right or left, as an air-shaft, which draws off these
noxious vapours. On the plains they construct bellows which draw up these
noxious vapours and remedy this evil; these I have described before. Further,
sometimes workmen slipping from the ladders into the shafts break their arms,
legs, or necks, or fall into the sumps and are drowned; often, indeed, the negligence of the foreman is to blame, for it is his special work both to fix the ladders so firmly to the timbers that they cannot break away, and to cover so
securely with planks the sumps at the bottom of the shafts, that the planks cannot be moved nor the men fall into the water; wherefore the foreman must
carefully execute his own work. Moreover, he must not set the entrance of the
shaft-house toward the north wind, lest in winter the ladders freeze with cold,
for when this happens the men’s hands become stiff and slippery with cold,
and cannot perform their office of holding. The men, too, must be careful
37
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
that, even if none of these things happen, they do not fall through their own
carelessness.
Mountains, too, slide down and men are crushed in their fall and perish. In
fact, when in olden days Rammelsberg, in Goslar, sank down, so many men
were crushed in the ruins that in one day, the records tell us, about 400
women were robbed of their husbands. And eleven years ago, part of the
mountain of Altenberg, which had been excavated, became loose and sank,
and suddenly crushed six miners; it also swallowed up a hut and one mother
and her little boy.
But this generally occurs in those mountains which contain venae cumulatae.
Therefore, miners should leave umerous arches under the mountains which
need support, or provide underpinning. Falling pieces of rock also injure
their limbs, and to prevent this from happening, miners should protect the
shafts, tunnels, and drifts.
The venomous ant which exists in Sardinia is not found in our mines. This
animal is, as Solinus writes, very small and like a spider in shape; it is called solifuga, because it shuns (fugit) the light (solem). It is very common in
silver mines; it creeps unobserved and brings destruction upon those who
imprudently sit on it. But, as the same writer tells us, springs of warm and
salubrious waters gush out in certain places, which neutralise the venom
inserted by the ants.
In some of our mines, however, though in very few, there are other pernicious
pests. These are demons of ferocious aspect, about which I have spoken in my
book De Animantibus Subterraneis. Demons of this kind are expelled and put
to flight by prayer and fasting.
Some of these evils, as well as certain other things, are the reason why pits
are occasionally abandoned. But the first and principal cause is that they do
not yield metal, or if, for some fathoms, they do bear metal they become barren in depth. The second cause is the quantity of water which flows in; sometimes the miners can neither divert this water into the tunnels, since tunnels
cannot be driven so far into the mountains, or they cannot draw it out with
machines because the shafts are too deep; or if they could draw it out with
machines, they do not use them, the reason undoubtedly being that the expenditure is greater than the profits of a moderately poor vein.
The third cause is the noxious air, which the owners sometimes cannot overcome either by skill or expenditure, for which reason the digging is sometimes
abandoned, not only of shafts, but also of tunnels. The fourth cause is the poison produced in particular places, if it is not in our power either completely to
remove it or to moderate its effects. This is the reason why the caverns in the
Plain known as Laurentius used not to be worked, though they were not
38
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
deficient in silver. The fifth cause are the fierce and murderous demons, for
if they cannot be expelled, no one escapes from them. The sixth cause is that
the underpinnings become loosened and collapse, and a fall of the mountain
usually follows; the underpinnings are then only restored when the vein is
very rich in metal. The seventh cause is military operations. Shafts and tunnels should not be re-opened unless we are quite certain of the reasons why
the miners have deserted them, because we ought not to believe that our
ancestors were so indolent and spiritless as to desert mines which could have
been carried on with profit. Indeed, in our own days, not a few miners, persuaded by old women’s tales, have re-opened deserted shafts and lost their
time and trouble. Therefore, to prevent future generations from being led to
act in such a way, it is advisable to set down in writing the reason why the
digging of each shaft or tunnel has been abandoned, just as it is agreed was
once done at Freiberg, when the shafts were deserted on account of the great
inrush of water.
De Re Metallica - full 1912 Hoover translation online
Fonte: http://www.btinternet.com/~stephen.henley/agricola
39
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
http://www.btinternet.com/~stephen.henley/agricola/book6/book6-49.jpg
40
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Capitolo 2
La pazza corsa
2.1 Giorgio Bauer.
“Giorgio Bauer è uomo di vasta cultura e di larghi interessi; era nato a
Glachau, in Sassonia, nel 1494 e aveva studiato a Lipsia, a Bologna e a
Venezia. Nel 1527 aveva cominciato ad esercitare la professione del medico
a Joachimstal, in Boemia, una zona cioè che era, in quel tempo, la maggiore
area mineraria d’Europa. Godette, in vita, della stima di Erasmo, di Fabricio
e di Melantone, fu borgomastro di Chemnitz e incaricato di varie missioni
politiche presso l’imperatore Carlo e il re Ferdinando d’Austria. Il De ortu
et causis subteraneorum e il De natura fossilium, entrambi pubblicati nel
1546, sono i primi trattati sistematici di geologia e mineralogia. Il De Re
Metallica, pubblicato nel 1556, un anno dopo la morte del suo autore, restò
per due secoli l’opera fondamentale e insuperata di tecnica mineraria. Il
libro era apparso negli stessi anni in cui le miniere del Centro e del Sud
America stavano raggiungendo uno sviluppo prodigioso. Nel Potosì, che
fornì oro e argento a tutta l’Europa, l’opera di Agricola sarà considerata una
specie di Bibbia e i preti attaccheranno il De Re Metallica agli altari delle
chiese in modo che i minatori venissero a compiere le loro devozioni ogni
qualvolta dovevano risolvere un problema tecnico”.
Con queste parole viene descritto Agricola, l’autore del “De Re Metallica” ne “I
filosofi e le macchine 1400 - 1700” dallo storico e filosofo della scienza Paolo
Rossi (Saggi Universale Economica Feltrinelli - ed. 2004).
Le opere di Giorgio Bauer furono pubblicate inizialmente a Basilea e poi tradotte a Venezia per le versioni pubblicate in Italia. Nel corso dei secoli, a Berlino,
Parigi, Dusseldorf ed in tutto il resto del mondo furono numerosissime le riedizioni e traduzioni dell’opera, tra cui è senz’altro notevole quella pubblicata nel
1912 sul “Mining Magazine” di Londra, eseguita dall’ingegnere minerario americano Herbert Hoover - oggi meglio ricordato come Presidente degli Stati Uniti
d’America - insieme a sua moglie, Lou Henry Hoover.
È interessante che “nonostante la prova di tolleranza che Agricola aveva
nella questione religiosa, non finì la sua vita in pace. Rimase fino alla fine
uno strenue cattolico, sebbene tutti a Chemnitz fossero diventati luterani; e si
dice che Agricola morì per un attacco di apoplessia dovuta ad un’accesa
discussione con un teologo protestante. Morì a Chemnitz il 21 novembre
1555, ed era così violento il risentimento teologico nei suoi confronti, che
41
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
non fu neanche sepolto nella città a cui aveva dato lustro. Tra due ali di
dimostranti, fu portato a Zeitz, a sette chilometri e mezzo di distanza (7
miglia terrestri prussiane) da Chemnitz, e lì fu sepolto” (da: Wikipedia; alla
voce: Georg Agricola).
Dictionnaire historique de la médecine ancienne et moderne
par Nicolas François Joseph Eloy
Mons - 1778
42
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
43
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Fonte http://www.summagallicana.it/lessico/b/Bauer%20Georg%20Agricola%20Georgius.htm
Ho riportato qui sopra un’altra testimonianza sulla vita del Bauer, tratta dal “dictionnaire historique de la médecine ancienne et moderne”, di Nicolas François Joseph
Eloy, del 1778. E’ un’immagine digitalizzata che vale più di lunghi discorsi.
Non vorrei dire di più, sul nostro autore, salvo che, in poche parole, è stato uno
dei precursori del pensiero moderno nel campo scientifico e tecnico ed ha saputo guardare oltre i limiti del proprio tempo e del proprio mondo: ricordare il suo
lavoro è utile, in questo tempo di oscura confusione, è la testimonianza di un lungimirante modello di pensiero. È importante che si colga il valore esemplare di
Georg Bauer, che fu, a dire il vero, un degno figlio di un’epoca straordinaria.
Infatti, fu proprio l’epoca in cui visse Georg Bauer ad essere stata davvero
memorabile.
Nel 1494, quando Bauer venne al mondo, era ben viva la Storia, si cominciava a
rifare il Mondo da capo, si cominciava a stabilire i nuovi confini della Terra e
dell’Universo.
L’Italia, l’Europa ed il resto del Mondo erano in febbrile fermento.
Agivano ed operavano geni in tutti i campi. Nelle scienze, nelle tecniche, nelle
arti. E nel pensiero...
Nella rete, nel web, oggi, possiamo trovare una quantità incredibile di informazioni che descrivono il turbine di quel periodo.
Sul sito http://www.fsmitha.com/ ho trovato una cronologia della storia mondiale
molto originale, realizzata tenendo presente lo svolgimento dei fatti del mondo intero.
Scorrendo la linea degli eventi che si sono verificati all’incirca dal 1490 al 1570,
più o meno negli anni in cui era vissuto Georg Bauer, si scopre che il mondo, in
quello stesso periodo si era completamente trasformato, era diventato irriconoscibile. Tutti gli equilibri si erano capovolti. Niente era rimasto immutato.
In poco più di settant’anni si erano concentrati personaggi, fatti, scoperte, invenzioni con una intensità così sconvolgente che deve aver messo veramente a dura
prova la capacità di comprensione e di interpretazione degli uomini di quel tempo.
44
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
2.2. A passo di carica.
Il corso della vita e degli studi di Georg Bauer fu partecipe di tutti quegli eventi.
Lui, uno studioso, che aveva viaggiato e aveva insegnato nelle università più
famose dell’intero continente europeo, aveva piena coscienza di quanto stava
avvenendo tutt’intorno a lui in quegli anni e vi prendeva parte attivamente.
Lui, che partecipava direttamente a quell’opera di trasformazione irreversibile,
cosa avrà avuto nell’animo e nei pensieri?
Di solito crediamo che la storia proceda a passo lento e marziale e siamo anche
convinti che in passato, nei secoli scorsi, il tempo abbia seguito un ritmo lento,
un flusso tranquillo, una corrente piatta, lenta. Che abbia rispecchiato una dimensione umana meno dinamica e speculativa di quella dei giorni nostri.
E invece, scorrendo i fatti che caratterizzarono il mondo negli anni di Bauer, ci
coglie pura meraviglia.
Non di un lento defluire, si è trattato, ma di vere e proprie rapide, di una folle e
precipitosa corsa di una corrente incontrollabile.
Pensavamo che lo “stress da futuro”, per citare la definizione coniata da Alvin
Toffler, un guru della sociologia americana degli anni settanta e ottanta, fosse
un’invenzione moderna per spiegare l’alienazione e le società dell’oggi.
Che grossa sciocchezza!
Cosa devono aver provato gli scienziati, i filosofi, i gli artisti, gli esploratori, i
capitani di ventura che a quel tempo giravano il mondo!
Intorno a loro, a causa loro, per colpa loro o per merito, di uomini grandi come
Giganti, si cambiavano per sempre i connotati della Terra, dell’Universo, persino
quelli dell’Uomo.
Venivano scoperte terre nuove, mondi nuovi, popoli nuovi, civiltà nuove.
Sconosciuti aspetti del mondo venivano tratti fuori dal nulla, in qualsiasi campo.
Nuove dimensioni dello spazio infinito e dell’animo umano venivano raggiunte
viaggiando ad una velocità... interstellare.
Lo spazio fra presente e passato si allargava ed il futuro sembrava avvicinarsi
man mano che si accumulavano le scoperte e gli anni scorrevano.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
1491
1492
1493
1494
1494
King Charles VIII of France invades Brittany and forces 14-year-old Ann of Brittany to
marry him, adding Brittany to French territory.
Ferdinand and Isabella do their part in a war against Islam - they annex Granada. Also
they expel all Jews from Spain. And the voyage they are paying for, led by Christopher
Columbus, sets sail for China by going westward.
Christopher Columbus returns from the Caribbean, and later in the year he sails back to
the Caribbean.
Kings were doing what kings had been doing for ages: pursuing wealth, territorial
expansion and control over people. This year the agent of the Spanish monarchs
Ferdinand and Isabella, Columbus, begins using people of the Caribbean as slaves.
Piero de Medici has ruled since death of his father, Lorenzo, in 1492. He makes a peace
with French, who have invaded Tuscany (in which Florence is located). A political rising
drives him into exile. Florence is in anarchy. A Dominican priest, Savonarola, is antiRenaissance. He is opposed to popular music, art and other worldliness.
L’Italia della fine del ‘quattrocento, del Rinascimento ormai matura, era già
terra di eccellenze, per almeno due o tre secoli la sua stella aveva brillato nel
firmamento, era all’avanguardia dell’economia e dei traffici, della tecnica e
dell’arte.
Ma ciò che doveva ancora avvenire avrebbe sconvolto ogni equilibrio precedente. Più niente era destinato a restare al suo posto.
Tutta l’Europa era diventata una grande polveriera e la rincorsa della miccia già
da tempo aveva cominciato a mordere il tempo.
I re di Francia e di Spagna flirtavano con la Storia per sovvertire ogni ordine precostituito.
E non sarebbero certo rimasti da soli!
Nei roghi di libri ed opere d’arte appiccati dal Frate Savonarola andava in cenere lo splendore magico della Firenze dei Medici, benché il mondo fosse distratto
e non sembrasse dare alcuna importanza a quei falò.
Era impegnato ad ammirare ben altre meraviglie!
La carovana navale di Colombo, attraverso una falla della Storia, quasi tre secoli dopo i carri di broccato di Marco Polo, riversava l’Uomo d’Europa sulle coste
di un Nuovo Mondo.
46
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
1496
1496
1497
1497
1498
1498
1498
1498
Jews are expelled from Syria.
Sultan Qaytbay dies at the age of 53 followed by grand amirs competing to succeed him.
Boys working under Savonarola collect from homes things associated with moral laxity: mirrors, cosmetics, pictures, books, fine dresses, the works of immoral poets.
Savonarola has these burned. Renaissance art work is lost. Pope Alexander VI excommunicates Savonarola.
In Scotland, children are required by law to go to school
Toothbrushes appear in China.
Vasco da Gama reaches India.
Savonarola is hanged. An enraged crowd burns Savonarola at the same spot where he
ordered his bonfire.
Columbus sails from Spain with six ships on his third voyage to the Americas.
………………….
1498
The Ottoman Turks invade Dalmatia and devastate land around Zara. Venice goes to war
again against the Ottoman Turks.
Mentre Savonarola, a Firenze finiva vittima della stessa follia delle pire di pergamene cui aveva dato avvio, (succede, quando si gioca col fuoco, di non poterlo,
a volte, controllare) per gli Ebrei rabbinici, gli Arabi dei Sultanati, le lontane
popolazioni della Cina e dell’India si stava mettendo in moto il vortice della storia moderna.
Le Otto mani dei Turchi cominciavano a stringersi avide sulle galee veneziane al
largo di Zara, avvicinando ai confini d’Europa le insegne della Mezza Luna,
spinte dal miraggio di porre all’ombra del vessillo di quell’altra Fede monoteista, anche il mondo d’Occidente.
1501
1504
1506
The world has a population of around 435 million - about one-fourteenth today’s population of 6.4 billion.
Machiavelli is in France, learning about the strength of a nation united under a single
ruler rather than under various centers of power.
Columbus dies in Spain.
47
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La vita di Colombo meriterebbe un lavoro a parte, così come le gesta dei grandi
navigatori che in quei decenni solcarono gli Oceani a bordo dei loro veloci velieri, alla scoperta dell’Ignoto e dell’avventura. Le loro vele erano gonfie, oltre che
dei venti della rosa, anche della brama di ricchezza che soffiava nei cuori loro e
in quelli di re, regine e cavalieri mercanti, loro mecenati.
Colombo muore nel 1506, in povertà, in terra Spagnola, dopo aver provato la vergogna della galera e senza essere riuscito ad appagare la sete che lo aveva arso.
Dopo essere stato Governatore e proprietario di schiavi, finì la propria esistenza
in miseria, abbandonato da quella gloria che aveva inseguito ed acciuffato nelle
acque dei sette mari.
Anche la filosofia allargava i propri confini e cominciava a stringere alleanze feconde, per esempio, con la scienza della politica. Il fiorentino Machiavelli, ammaestrato dalle lunghe esperienze d’ambasceria presso le corti d’Europa, cominciava a disegnare il profilo di quella figura di Principe che armerà di realismo un po’ cinico la
doppia morale di tutti i governanti moderni. Chissà se sia stato davvero un bene.
Oppure solo la giustificazione delle ambizioni di potenti prepotenti.
Intanto, in quegli stessi anni l’idea di Stato moderno cominciava a prendere il
largo ed iniziava a navigare per il mondo.
Il mondo, che, tutto intero, doveva sfamare, a quei tempi, circa quattrocentocinquanta milioni di uomini. Tanti quanti, oggi, ne conta la sola Nazione Unita Europea (più
o meno).
1509
1510
A Dutch humanist, Desiderius Erasmus, writes In Praise of Folly. He is a devout
Catholic who has been bothered by what he calls absurd superstitions of most of the
Christians of his day. He favors the translation of the Bible from Latin to local languages so that the masses can read it, and he believes that common people have the capacity to understand Christianity as well as do priests.
Portuguese ships are heavily armed with cannon and dominate the Indian Ocean. Indian
ships are smaller and held together with coconut fiber ropes, instead of iron nails.
Portuguese Catholics establish a presence at the port at Goa on India’s western coast, a
point from which Muslims had been debarking for pilgrimages to Arabia. Goa begins
to serve as Portugal’s port capital of in Asia. India these days has a population of around
105 million - about one-twelfth the number of people in Pakistan and India today.
Grazie ad Erasmo, una nuova Follia si aggirava sul pianeta. Quella dei filosofi,
critica, allegra, animata dal fuoco caldo della Ragione, che si affrancava da un’altra follia, quella dei religiosi fattisi principi, o dei principi fattisi religiosi, sempre potenti arbitri sanguinari della storia umana.
48
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La scienza del pensiero cominciava finalmente a parlare il linguaggio dell’uomo,
a leggere il mondo attraverso le lenti delle categorie sperimentali, a costruire
modelli di realtà più robusti di quanto non fossero le tesi della Scolastica, che
oramai difendeva le verità di fede con la forza del potere temporale, più che con
gli strumenti della ragione.
Ma quella scienza cominciava anche a porre l’uomo innanzi alle proprie
responsabilità, ad angosciarlo con le minacciose fiamme del nuovo inferno
delle “verità sperimentali”, fragili e caduche. Un inferno infitto nel fondo del
cuore. Così lo Spirito dell’uomo nuovo cominciava una lunga peregrinazione
attraverso le lande inesplorate del mondo scientifico, come un novello
Diogene che indagava la notte, illuminata solo dall’esile fiammella della
Conoscenza.
Intanto, si affilavano le lame, si rendevano fameliche le potenti bocche dei cannoni, si zavorravano le navi con le palle delle bombarde. Diventava un business
esportare la morte verso nuove rotte, importando, in cambio, la merce della
meraviglia.
Il cattolico mondo d’Europa si approvvigionava a piene mani delle ricchezze
incalcolabili dei nuovi continenti, ma cominciava anche a farsi corrodere i polmoni dai fumi della polvere nera e della pirite.
1512 Michelangelo finishes the Sistine Chapel.
La forza divina che in ogni tempo anima il braccio dell’artista, rinnova ancora
una volta il miracolo della creazione.
Mentre il fiero sguardo di Davide, imperturbabile nella sua superiore serenità ultraumana, osservava calmo lo scorrere del tempo sulla Piazza della
Signoria, sulle pareti della Cappella Sistina si tingevano i colori del Supremo
Infinito.
Dalla mente e dalle mani del divino Michelangelo si sprigionava la potenza
creatrice dell’arte, che allarga la sensibilità dei cuori ed acuisce lo spirito
degli uomini, permettendo di attingere orizzonti che mai erano stati esplorati prima.
Si tracciavano, su quelle pareti odorose d’incensi, i disegni di rotte ancora più
meravigliose di quelle che, in quegli stessi anni, esploratori e marinai provvedevano ad aprire sulle plaghe oceaniche. Venivano stese, su quelle volte, le immagini dei viaggi nell’Oltretomba, gli stessi che erano stati raccontati da Gilgamesh
nella Terra dei Due Fiumi, da Eracle il figlio di Zeus, o da Dante l’Alighieri,
visionario creatore della lingua italica.
49
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Nuovi territori inesplorati dell’anima venivano sottratti al dominio del nulla, grazie al miracolo dell’arte. Nello stesso momento in cui, sotto la coltre fitta delle
nubi tropicali, Colombo e Magellano, Vespucci e Còrtèz squarciavano il velo dei
misteri celati forse da sempre, oltre le Colonne d’Ercole.
1514
1517
1517
Portuguese traders reach what today is Indonesia, then the center of spice production.
A Portuguese ship arrives at Guangzhou (Canton) in southern China.
The Ottoman sultan, Selim, with superior weaponry, routes the Mamelukes. It is the
end of Egypt’s Mameluke sultans. The last of them is hanged. Selim appoints a viceroy
to rule Egypt as pasha. Egypt will now acknowledge Ottoman suzerainty and pay annual
tribute to the Ottoman sultan.
I profumi e i colori delle spezie e delle sete si propagavano su tutte le terre
d’Europa.
Gusti nuovi invadevano le mense dei papi e dei re. Mentre i popoli continuavano
a morire di fame.
Carovanieri e capitani di vascello dilagavano per ogni dove, cavalcavano le correnti oceaniche e risalivano il corso dei fiumi. Valicavano i passi ghiacciati delle
vette del cielo e caracollavano tra le dune, dondolati dalle gobbe dei cammelli.
Nel mentre, nella sabbia dorata del Grande Deserto, la Sfinge strangolatrice,
monolitica guardiana delle Piramidi eterne e custode divina delle origini del
tempo e della magia dei geroglifici, veniva sfregiata dai guerrieri Mamelucchi
imbalsamati dalla polvere secca della sabbia sahariana.
1517
1519
1520
An Augustinian friar and professor of theology, Martin Luther, lists his 95 theses.
Gold mining in Hispaniola has dwindled. The value of gold is still relatively high among
Spaniards, and a search for gold elsewhere in the New World begins. Spain’s authority
in the Americas sends Hernando Cortez on a mission to Mexico.
Luther has refused to retract some of his protests. He has been printing pamphlets
explaining his position. The papacy orders Luther’s works burned.
Ma quelle spezie, quelle sete, i ricami e le cineserie stavano modificando per
sempre i gusti degli uomini, corrompendo le loro fedi e dividendo ciò che nessun dio avrebbe mai osato sciogliere.
Le tesi di Martin Lutero affondarono come lame nell’unità religiosa dei Cristiani d’Occidente, lacerando nel profondo le coscienze d’Europa.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Nello stesso interludio della storia del mondo, nelle miniere del Messico si correva appresso al miraggio dell’Eldorado e nelle città dell’Europa si affilavano le
spade della fede. Le vanghe dei minatori scavano le gallerie delle miniere nelle
viscere della terra del Sud, mentre le spade bilama delle Fedi cristiane macellavano i soldati degli eserciti d’Europa.
Ma il Sangue del Calice, di lì a poco, sarà sostituito dal sangue degli Infedeli.
Infedeli.
Infedeli.
Infedeli dappertutto, nelle terre d’Oriente ed in quelle d’Occidente, nelle Isole di
Albione come in quelle delle Antille.
Ai sacrifici umani delle terre del Nuovo Mondo si aggiungeranno gli altri delle
plebi d’Europa.
1520
1520
1521
1521
1521
1522
Sweden is free from the rule of Danish kings,
Henry VIII of England and King Francis of France, each with army behind him, meet,
dismount and embrace in one of the world’s earlier summit meetings. (June 7.) There
will be celebrations and sermons on the virtues of peace.
Charles V has been elected as the Holy Roman Emperor, and Pope Leo X allies himself
with Charles against Martin Luther. Francis of France does not like Charles - a
Habsburg. The Italian War begins with Francis invading Navarre and the low countries.
Francis is allied with the Republic Venice. England’s Henry VIII sides with Charles and
the Papal States.
The Ottomans continue to expand. Selim has died and his son Suleiman (Sulayman)
succeeds him and captures Belgrade.
Cortez, with cannon and an enlarged army of Spaniards and Indians, attacks the Aztecs
at Tenochtitlan (Mexico City). The people of Tenochtitlan have no guns and are weakened by small pox. Their supply of water is cut. They are killed by the thousands and
defeated.
Suleiman sends an armada of 400 ships and more than 100,000 men to Rhodes. He is
using artillery and explosives. Rhodes capitulates after a siege of 145 days.
……………
1526
1526
Suleiman captures the towns of Buda and Pest. Machiavelli dies of ill health never
seeing the unification of Italy that he desired.
The printing press is introduced in Stockholm, Sweden.
…………………….
1529
Suleiman the Magnificent sends an army from Hungary against Vienna: 325,000 men,
90,000 camels and 500 artillery pieces. Thousands of camels are lost because of the
spring rains and 200 of the heavier artillery pieces are sent back. Suleiman’s force finally arrives in late September. Their attempts to get past Vienna’s walls fail, and in midOctober the withdraw.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Intanto Solimano, detto il Magnifico, spingeva la minaccia dei Turchi fino alle
porte di Vienna.
La civile Europa tremava, scossa fin nelle fondamenta già squassate dalle guerre che gli imperatori si menavano nel nome di Dio e della Fede.
Traballavano le colonne dei templi e gli architravi del potere.
Rullavano i tamburi e si mobilitavano le folle.
Giannizzeri, Lanzichenecchi e Moschettieri si affrontavano sotto le mura di
Santo Stefano.
Bandiere colorate e scimitarre ricurve, lance acuminate ed archibugi assordanti,
si confondevano nella mota delle terre d’Asburgo.
Cammelli e cannoni spargevano semi di meraviglia e di morte sul continente
insanguinato.
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1541
1541
Machiavelli’s The Prince, written in 1513, is published.
The Portuguese begin to ship slaves to Brazil, slaves they have paid for in Africa with
manufactured goods.
In South America a Spaniard in his mid-fifties, Francisco Pizarro, arrives in Inca territory with 102 men, 62 horses and some interpreters. Meanwhile a civil war has been
taking place between two royal Inca brothers.
Pizarro has imprisoned one of the two brothers, Atahualpa, who offers a room full of gold
for his freedom. He is executed by the Spaniards for the murder of his rival brother.
Henry VIII breaks from Catholicism and declares himself head of English Church.
At Préveza (on the coast of western Greece, 200 kilometers southeast of the Italian
peninsula), a Barbary pirate, Barbarossa, employed by the Ottoman Empire, destroys
the combined Christian fleets of the Pope, Venice and Spain. The Ottoman Empire
dominates the Mediterranean Sea.
In Japan, trading monopolies end and a free market begins.
John Calvin, 32, a Protestant, is driven out of France.
Spanish conquistadors arrive in New Mexico.
Il mondo era in subbuglio.
Mentre si pubblicava “Il Principe” di Machiavelli, Enrico VIII trovava il tempo, fra
la decapitazione di una moglie e l’internamento di un’altra nella Torre di Londra,
di pronuoversi capo di una Chiesa nuova di zecca. Intando dalle terre d’America
giungevano, a bordo delle galere alberate, carichi immensi di ricchezze e miserie.
Vele di galeoni solcavano i mari, sospinte dai venti.
Stive colme d’oro e traboccanti di nuove primizie sconosciute venivano scaricate negli angiporti d’Europa. Il profumo di nuovi frutti si confondeva con la fragranza di esotiche spezie odorose.
Le erculee braccia degli schiavi sospingevano quei remi ed aravano le terre
d’Oltreoceano. I re dell’Eldorado venivano imprigionati e impiccati. I loro popoli millenari spogliati di tutto.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
I Missionari di Dio civilizzavano le razze indigene, uccidevano gli dei pagani,
cancellavano i calendari primordiali, interrompevano il ciclo degli astri e sospendevano il succedersi delle ére.
Si mescolavano, nell’immensità degli oceani e sull’alto dei pennoni, gli stendardi dei
pirati coi vessilli dei regni, le insegne dei conquistadores coi gonfaloni dei capitani.
Il frastuono delle bombarde si univa al vortice dei sette venti. Il fumo degli
schioppi al tintinnare dei fendenti metallici.
Le lingue di tutta la Babilonia moderna si allungavano sui mari infuriati trasportate da cavalli marini, turgidi di furore, che schiumavano sotto le chiglie delle
caravelle, mentre i lampi dei cannoni accendevano le vele e colavano a picco quei
poveri gusci di legno.
Croci e Mezzelune. Arabeschi ed ideogrammi. Geroglifici e Quipu.
Era tutto un confondersi di Storie.
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1543
1543
1543
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1545
The Ming emperor, Jiajing, has focused on Taoism and immortality, but his spiritualism
has not made him worthy in the eyes of eighteen of his concubines. They detest him and
conspire to strangle him while he sleeps. All of them are executed except the one who
warned the empress.
Ivan, to be known as The Terrible, is twelve-years-old. He entertains himself by dropping dogs from the roof of a Kremlin wall battlement.
Francis Xavier, a Portuguese Jesuit missionary lands in Goa.
Nicolaus Copernicus is dead. He had waited until the end of his life to defy Church doctrine with the publication of his work “On The Revolution of Heavenly Bodies,” explaining his theory that the earth and other planets revolve around the sun rather than the
sun around the earth.
(1541 N. A.) Theocratic government begins in Geneva.
(1541 N. A.) Michelangelo paints the altar wall of the Sistine Chapel.
The Council of Trent - the 19th ecumenical council of the Roman Catholic church begins, to be on and off again until 1563.
In France, attacks to the Catholic clergy have occurred. Troops are sent against the
Protestant heresy in a cluster of towns. About twenty towns are destroyed and about
3,000 Protestant men, women and children killed.
Il mondo intero era senza fiato.
Neanche alla metà del secolo, già erano accaduti eventi che sarebbero bastati per
una Storia intera.
Ma non vi era un solo anno di requie.
Non potevano giacere in pace neanche i morti.
I Santi e tutti gli Dei del pianeta, con tutte le corti di scribi ed aruspici, erano in
adunanza perpetua per decidere il destino del mondo.
E tutto questo ancora non bastava.
Gli occhi dell’uomo, forse approfittando dell’estenuata pausa del Concilio degli
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
dei, rafforzati da protesi cristalline concave e convesse, scrutavano le stelle ed i
pianeti, ne osservavano i moti, ne agitavano le orbite.
E mentre il genio di Michelangelo, ancora non pago di aver dato l’immagine
all’Infinita Eternità delle storie della Bibbia cristiana, partoriva forme e colori
dell’Inframondo carontèo, il teologo Calvino prendeva il Governo di Ginevra.
Per cercare di mettere ordine fra le eresie e gli imperatori, Alessandro Farnese,
divenuto il Papa Paolo III, diede inizio al Concilio di Trento.
Quanta storia scorse in quegli anni!
Ma tutto questo ancora è niente!
Se l’orbe terraqueo venne messo a soqquadro, ciò che avvenne nei cieli, fra i pianeti e le stelle, fu davvero mirabolante. Fu l’opera di scienziati, intellettuali, filosofi e pensatori. Ne risultò una rivoluzione copernicana! Copernicana ho detto?
Il nome dello scienziato astronomo polacco è molto noto. Un po’ meno la sua storia. Vediamo qui di seguito cosa racconta di lui la più moderna enciclopedia
mediatica, la più diffusa, la più compulsata fonte di notizie.
Niccolò Copernico (Miko aj Kopernik in polacco, Nicolaus Copernicus nei testi antichi ed internazionali) (Toruƒ, 19 febbraio 1473 - Frombork, 24 maggio 1543) è stato un astronomo polacco
famoso per aver portato all’affermazione della teoria eliocentrica, contribuendo così alla
Rivoluzione astronomica.
Copernico nacque nel 1473 nella città di Toruƒ, aderente
alla Lega Anseatica. Presto orfano di entrambi i genitori,
venne adottato insieme ai fratelli dallo zio materno Lucas
Watzenrode, che in seguito divenne Vescovo dell’Ermia.
Nel 1491 Copernico entrò all’università di Cracovia e
conobbe l’astronomia sotto la guida del suo docente
Albert Brudzewski. Di questo periodo, e del suo approccio a questa scienza, ci restano alcune sue entusiastiche
descrizioni in testi oggi raccolti nella biblioteca di
Uppsala.
Dopo quattro anni, ed un breve soggiorno a Toruƒ, venne
in Italia, dove studiò diritto presso l’Università di
Bologna (particolarmente, si dedicò al diritto civile ed al
diritto canonico, dato anche il desiderio dello zio vescovo, suo finanziatore, di farne un vescovo a sua volta).
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Nella città dotta incontrò Domenico Maria Novara da Ferrara, già celebre
astronomo, che ne fece il suo allievo ed uno dei suoi più stretti collaboratori.
Con lui, mentre studiava diritto civile a Ferrara (dove si laureò), Copernico
fece le prime osservazioni nel 1497, così come ricorda nel De revolutionibus
orbium caelestium.
Nello stesso anno, lo zio fu nominato vescovo di Ermia e Copernico canonico
presso la cattedrale di Frombork o Frauenburg; ma il giovane studioso preferì attendere in Italia l’arrivo dell’ormai prossimo Anno Santo, ed anzi si diresse a Roma, dove osservò una
eclissi di luna e dove tenne delle
lezioni di astronomia o di matematica (delle quali non ci è pervenuto
alcun
contenuto).
Soltanto nel 1501 sarebbe andato a “prendere servizio” a
Frauenburg, ma vi si trattenne
per il solo tempo necessario a
richiedere, ed ottenere, il permesso di tornare nel Bel Paese
per recarsi a completare i suoi
studi a Padova (con Fracastoro e
Guarico) ed a Ferrara (città del
suo maestro, con Bianchini).
Qui si laureò nel 1503 in diritto
canonico, e qui si suppone
abbia letto scritti di Platone e di
Cicerone circa le opinioni degli
Antichi sul movimento della
Terra. Qui, dunque, si ipotizza
che possa avere avuto la prima
illuminazione per lo sviluppo
delle sue intuizioni. Nel 1504
cominciò a raccogliere infatti le
sue osservazioni e le sue riflessioni che stavano per erompere
De revolutionibus orbium caelestium
nella composizione della sua
teoria.
Lasciata l’Italia, tornò a Frombork e ivi divenne membro del Capitolo di
Warmia, interessandosi di riforme del sistema monetario e sviluppò alcuni
studi di economia politica che lo portarono ad enunciare in anteprima alcu-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
ni principi poi riassunti nella nota Legge di Gresham. Nel 1516 ricevette
dal capitolo l’incarico di amministratore delle terre attorno alla città di
Olsztyn, e in tale veste si interessò di questioni di catasto, giustizia e fisco.
Nel castello di Olsztyn, dove passò quattro o cinque anni, fece alcune osservazioni importanti e scrisse una parte della sua opera principale De
Revolutionibus orbium coelestium. È proprio in questo castello che si trova
tutt’ora l’unica traccia visibile della sua attività scientifica: una tabella che
fece alla parete di una loggia che gli serviva per osservare il moto apparente del Sole attorno alla Terra. Copernico fu anche un rappresentante commerciale del capitolo, ed un diplomatico per conto dello zio vescovo. Nel
1514 distribuì ai suoi amici alcune copie del Commentariolus.
Occorse di attendere sino al 1536 perché il suo maggior studio potesse essere
compreso in un’opera
compiuta, e sin dal suo
primo apparire l’opera
ebbe immediata notorietà negli ambienti
accademici di mezza
Europa. Da molte parti
del Continente gli pervennero infatti pressanti
inviti a pubblicare i suoi
studi, ma Copernico,
non senza ragione,
temeva la prevedibile
reazione che le sue idee,
per certi versi destabilizzanti,
avrebbero
Quadro di Jan Matejko raffigurante Copernico
potuto suscitare. Il cardinale di Capua, Nicola
Schonberg gli richiese una copia del manoscritto, il che rese Copernico ancora più profondamente terrorizzato, potendosi leggere in questa richiesta un
segno di apprezzabile nervosismo della Chiesa.
Il lavoro, in realtà, era ancora in completamento ed egli ancora non aveva
preso la determinazione di inviarlo alle stampe quando, nel 1539, il grande
matematico di Wittemberg Giorgio Gioacchino Retico piombò a Frauenburg
su sollecitazione di Philipp Melanchthon, il quale aveva alquanto insistentemente allestito un gruppo di lavoro comprendente altri scienziati. Retico
stette due anni a contatto di Copernico come suo allievo, e descrisse nel suo
testo Narratio prima l’essenza degli studi che si andavano sviluppando.
56
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Nel 1542 Retico pubblicò, col nome di Copernico, un trattato di trigonometria (poi incluso nel secondo libro del De revolutionibus) e pressò quello
che ormai era divenuto il suo maestro per la pubblicazione del lavoro. A
questo finalmente Copernico acconsentì anche per effetto delle reazioni,
talune favorevoli, altre negative, ma in genere tutte di grande interesse, ed
affidò il testo al suo fraterno amico Tiedemann Giese, vescovo di Chelmno,
perché lo consegnasse a Retico, che lo avrebbe stampato a Norimberga.
Vuole la leggenda che Copernico morente ne abbia ricevuta la prima copia
il giorno in cui sarebbe morto, e taluno scrisse che avendogliela alcuni
amici messa fra le mani, lui incosciente, si sia risvegliato dal coma, abbia
guardato il libro e, sorridendo, si sia spento.
Fu sepolto nella cattedrale di Frombork, in un punto non più identificabile.
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Nicol%C3%B2_Copernico
Gli astri, le monete, la matematica.
Ovunque si posassero l’occhio o il pensiero cambiava forma ogni ordine precedentemente costituito.
M’immagino il parapiglia delle stagioni in campagna, il turbinìo delle feste nei
palazzi signorili, gli arenghi animosi nelle città piccole e grandi.
M’immagino il fervore nelle Università, nelle Cappelle, nelle Corti.
M’immagino la velocità della Storia. La sua fulminante accelerazione.
Lo sgomento degli ignoranti.
L’annichilimento dei potenti.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
1547
1549
1550
1551
Henry VIII of England dies.
Francis Xavier, a Catholic Portuguese missionary arrives in Japan.
A Frenchman, Ambrose Pare, begins creating artificial limbs.
In France, the works of Martin Luther, John Calvin and others considered heretics are
prohibited. In the cites of Paris, Toulouse, Grenoble, Rouen, Bordeaux, and Agners,
various heretics and those selling forbidden books have been burned at the stake. And
another massacre of Protestant occurs. More than 3,000 Protestants are to be reported
as having been killed, 763 houses, 89 stables and 31 warehouses destroyed.
……………………….
1553 Ivan, now of age and no longer under the regency of his mother, takes the title Tsar Ivan
IV.
1553 Henry’s successor, Queen Mary, re-establishes Roman Catholicism as England’s state
religion.
1554 Queen Mary marries a fellow Catholic - Spain’s Habsburg prince, Philip, eleven years
her junior. The marriage gives Spain influence in England’s affairs.
1555 Philip’s father, the Habsburg monarch, ruler of Spain and Holy Roman Emperor,
Charles V, concludes the Peace of Augsburg with a league of Protestant German princes (the Schmalkaldic League). The Peace of Augsburg recognizes the right of each
prince in the Holy Roman Empire to choose between Lutheranism and Roman
Catholicism and to impose the religion of his choice on his subjects.
……………………………….
1555 French Protestants (Huguenots), running from persecution, are dropped off from three
ships at a place that will eventually be called Rio de Janeiro.
Nel 1554 moriva Georg Bauer.
Non deve essersi veramente mai annoiato!
Durante la sua vita, nei circa sessant’anni della sua esistenza, ogni giorno doveva aver ricevuto notizie di cambiamenti portentosi e di novità incredibili.
Novità che trasformavano il Mondo per sempre.
Incredibile destino, il suo!!!
Non riesco a capire se dovremmo invidiarlo o compiangerlo.
Più che un’esistenza, fu un’avventura fantastica.
Un viaggio senza fine.
Una fortuna impagabile.
O forse una disgrazia senza limiti.
Per lui, che appartenne al mondo dei sapienti e dei dotti, la vita è stata sicuramente l’età delle curiosità insaziabili.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
1558
Queen Mary dies and is succeeded by her half-sister, Elizabeth, the daughter of Henry
VIII and his second wife, Anne Boleyn. Elizabeth re-establishes Anglican Protestantism
as the state religion.
1559 An Italian invents ice cream.
1559 Machiavelli’s The Prince appears on the Pope’s Index of Prohibited Books.
…………………………………..
1560 Europe is still suffering from periodic epidemics and famines. One-half of all infants born
alive are dying before twelve months (as in the poorest countries today). The wealthy
might live to between 48 and 56, and the poor, who do not eat as well, might live to 40.
…………………………………
1562 The English seaman John Hawkins raids a Portuguese ship taking slaves to Brazil. He
begins England’s participation in the slave trade by exchanging the slaves in Hispaniola
for ginger, pearls and sugar, a transaction that brings him a huge profit that interests
other Englishmen.
1563 The Council of Trent, begun in 1545 is concluded. It was decided that tradition is to be
judged co-equal to scripture as a source of spiritual knowledge, and only the Church is
to be considered as having the right to interpret the Bible. The clergy is ordered to be
more disciplined and was to have higher educational standards. Clerics who kept concubines are to give them up. Bishops are required to live in their own diocese. They are
to have almost absolute jurisdiction there and to visit every religious house in their jurisdiction at least once every two years. Every diocese is to have a seminary for educating and training the clergy, and those who are poor are to be given preference in admission. Efforts are made toward giving instruction to the laity, especially the uneducated,
and sermons are allowed in the language of common people. The sale of indulgences
and Church offices is condemned, and so too is nepotism. And music in church is to fit
with the occasion of solemnity, matching a new era of choral music and composition
http://www.fsmitha.com/
Che epoca !!!!
Non ho saputo né voluto eliminare molte righe dalla tabella dello “fsmitha”. Ne
avrei invece aggiunta qualcun’altra, per citare, ad esempio, i nomi e le opere di
Botticelli o Leonardo da Vinci. Ma già così era troppo lunga.
Tuttavia non posso evitare di urlare: che epoca !!!
Si sono spaccate religioni e sono nate nuove chiese.
Sono morti dei re e si sono creati nuovi regni.
Si è infranta ogni certezza.
Si è perso ogni orientamento.
Il cammino della Storia ha segnato tappe incancellabili.
E, come per ogni epoca, alla faccia gloriosa e nobile dell’epopea umana se ne
può contrapporre un’altra, mostruosa e spregevole, macchiata dalle stragi di
poveri inocenti e dalla riduzione in schiavitù dei più deboli.
Sembra di vivere il film dei giorni nostri girato in costumi d’epoca !!!
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La scienza apriva continuamente nuove frontiere e conquistava inesplorati spazi.
Pressoché ogni cosa, in ogni istante sembrava mutare di posto, nella mente degli
uomini. Quello che stava al centro e quello che era immobile. Quello che premeva per entrare e quello che era stato fisso in eterno.
Ciò ch’era puro, fatto della materia divina e ciò che corrompeva le carni dell’uomo.
Chi determinava il destino e chi lo doveva subire.
Guardare le cose, del cielo e della terra, da allora, non ha più avuto lo stesso
significato.
Si sono visti all’opera artisti divini che hanno dato vita a creature eterne.
Dei, ninfe, titani, eroi sono stati messi al mondo per vivere insieme agli uomini
e nelle città.
Il pallido marmo ha ripreso a vivere dopo mille anni di sonno e le fredde pareti
di chiese e palazzi a trasudare colori e somiglianze con quelle strappate all’oblìo
della memoria sepolta.
Era un’epoca di Giganti.
Era un mondo in cui ogni passo dell’uomo si misurava con l’eternità e la memoria, con la storia e con il tempo.
Lo spazio si allargava.
Quello fisico sulla terra, quello liquido negli oceani, quello etereo del firmamento.
I confini non contenevano più la marea umana che tracimava.
Il pensiero di scienziati e pensatori, poeti e filosofi, medici ed architetti scalava
le vette più elevate dell’ingegno.
Un vulcano sembrava eruttare sul mondo la lava della novità e la volta del cielo
non sembrava bastare a contenerne lo slancio.
Di lì a poco, nel 1582, persino il conto dei giorni avrebbe deviato dal monotono
flusso che scaturiva dalla profondità dei secoli, perdendo, per sempre, dieci battiti dell’orologio solare.
Nulla più stava fermo.
Niente più si teneva in ordine.
Nessuna cosa restava più al suo posto.
I luoghi cambiavano forma.
Le parole vecchie non bastavano più a raccontare le cose nuove che giungevano
da mondi lontani e sconosciuti, conficcate al di là delle acque oscure e torbide
degli Oceani e delle Idee.
La fantasia, quasi, non bastava a contenere una realtà così traboccante.
Colombo e Magellano, Vespucci e Vasco de Gama avevano tracciato sulle carte
dei mari, con le chiglie dei loro galeoni, le rotte del Nuovo Mondo, le nuove strade che conducevano in continenti sconosciuti.
E uomini come Galileo Galilei e Giordano Bruno avrebbero percorso, di lì a poco,
le rotte del Pensiero, della filosofia e della scienza per conquistare nuovi e più ricchi territori in cui accogliere lo Spirito Umano emerso dalla lava del Rinascimento.
Ma dalle fiamme di quella stessa lava avrebbero finito per essere sommersi.
60
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Capitolo 3
Marcinelle
Il mondo ha continuato a camminare, o a correre, anche dopo la scomparsa di
Georg Bauer.
Nei secoli seguenti, le arti, le scienze, il lavoro degli uomini, hanno continuato a
trasformare il mondo.
La forza del pensiero e della scienza ha moltiplicato la potenza delle braccia
umane, trasformando il pianeta, fornito agli uomini livelli sempre maggiori di
benessere.
Ma rimane forte ancora l’inebriante sensazione di onnipotenza - di inutile inanità,
se si preferisce - provocata dagli sconvolgimenti, buoni e cattivi, di quegli anni.
Dopo di allora nessuna certezza ha mai più avuto il tempo di durare tanto a lungo
da diventare stabile.
Persino il bene ed il male hanno raggiunto dimensioni, forse, sconosciute prima
di allora.
Il periodo che abbiamo visto srotolarsi davanti ai nostri occhi è uno degli snodi
della Storia, nel quale le vie del mondo e quelle dell’uomo sembrano schizzare
via in mille direzioni diverse.
Ma quella folle corsa mi ha affascinato, mi ha lasciato senza fiato.
Tutto ha subìto un’accelerazione imprevedibile. Tutto è stato schiacciato da quel
pazzo balzo verso il futuro.
Noi, oggi possiamo apprezzare quali esperienze vissero gli uomini in quegli anni,
quali fantastiche circostanze hanno avuto occasione di affrontare.
Fallirono sistemi millenari che avevano misurato il tempo, lo spazio e le dimensioni del mondo fino a quel momento.
La forma dell’universo, le orbite dei pianeti, la profondità degli spazi si allargarono, facendo viaggiare l’animo umano verso mete sconfinate.
E, nello stesso momento, il pensiero prende il sopravvento sul pregiudizio.
L’uomo comincia a liberarsi delle illusorie conoscenze medievali, condizionate
dalle pretese metafiche che nascondevano la verità della scienza.
In poche parole, l’uomo, inestricabile groviglio di bene di male, creatura dalla
duplice natura di bestia e di dio, trovò finalmente il coraggio di assumere un
ruolo centrale nell’universo e diventare, così, misura e scopo del creato, vero
destinatario di un dono così grande, ancora tutto da scoprire. Forse solo i
Greci del mondo ellenico avevano avuto un coraggio altrettanto meraviglioso
ed incosciente.
In questo modo, nel bene, l’uomo si rese padrone di nuovi infiniti spazi e di
immense fonti di ricchezze. Nel male, invece, furono scoperti nuovi metodi di
61
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
sopraffazione e di mortificazione del genere umano, tanto più infidi e lesivi della
dignità, quanto più diretti all’annichilimento delle coscienze.
Non so se è giusto porre le due cose in rapporto fra di loro, un rapporto di prezzo fra l’una e l’altra, ma è certo che la stessa situazione si sta verificando ai giorni nostri, nel tempo attuale, che vede l’uomo tecnologico cavalcare fiero l’indomito stallone del Progresso, incurante tuttavia dello scempio provocato dai mostri
insaziabili dell’ingordigia, della guerra e della povertà.
Per dare una lettura coerente dello svolgersi degli avvenimenti nei secoli che uniscono il 1500 alla stagione nostra, riporto di seguito un testo scaricato dal web
che traccia una veloce ma significativa sintesi dello sviluppo del mondo scientifico e tecnologico e dei suoi riflessi nel campo medico.
È interessante perché, traccia anche un tratto particolare della storia, quella del
lavoro, con il che si ritorna al tema principale di questo scritto.
Dal Medioevo alla Rivoluzione Industriale
… Se i metalli furono i protagonisti della tossicologia ambientale dell’Evo
Antico, i fumi di combustione del carbone contrasteranno questo primato a
partire dall’Alto Medioevo. Alcune fonti storiche e letterarie segnalano la
rilevanza del problema dell’inquinamento atmosferico fin dal XII secolo.
Enrico II e sua moglie Eleonora di Aquitania furono costretti nel 1157 a trasferirsi, per questo motivo, dal castello di Nottingam a quello di Tutbury, e
nel 1257 la Regina Eleonora di Provenza fece altrettanto.
Nel 1300 viene introdotto, in Inghilterra, l’uso del carbone minerale, denominato “carbone di mare”, perché trasportato via nave da New Castle a
vari scali dell’Inghilterra nord orientale. E già nel 1306, Edoardo I vieta la
combustione del carbone durante le sedute parlamentari. Di fatto, la produzione dei metalli e il fumo di carbone rappresenteranno una fonte prioritaria di gravi problemi ambientali per tutti i secoli successivi, anche quando
le attività produttive si arricchiranno di nuovi e temibili veleni.
Le fonti letterarie che denunciano le condizioni di lavoro dei minatori e l’inquinamento atmosferico cominciano ad essere copiose e circostanziate a
partire dal tardo Rinascimento; spesso riportano informazioni su le epoche
antecedenti, in conseguenza del diffuso interesse per le fonti antiche. In
questo contesto riteniamo sufficiente interrogare gli autori più rilevanti, o
meglio, quelli che hanno tentato una summa dell’ampia dottrina tecnicoscientifica che andava via, via costituendosi sull’impeto dello sviluppo del
metodo scientifico e delle nuove esigenze della società pre-industriale. Tra
questi, Georg Bauer (1494-1555) (figura 3), meglio conosciuto con la versione latina del suo nome, Georgius Agricola, è considerato il fondatore
della geologia.
62
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La sua opera aprì la via ad un più approfondito studio sistematico della
terra e delle rocce, dei minerali e dei fossili. Diede un contributo fondamentale alla geologia, alla metallurgia, alla mineralogia, e alla paleontologia. Agricola passava il tempo libero dai suoi impegni di medico, a
visitare le miniere e le fonderie, a leggere i testi greci e latini sulle attività minerarie, e a parlare con persone esperte della tecnica estrattiva e
dell’organizzazione del lavoro (10). Da questa sua attività “collaterale”,
nacque la sua opera principale, il De Re Metallica, la cui stesura richiese un quarto di secolo, e che apparve postuma nel 1556. Nel primo libro,
Agricola riporta e commenta le critiche dei detrattori delle attività minerarie, facendo frequente ed esplicito riferimento alle problematiche
ambientali: “La più importante argomentazione dei detrattori [delle attività minerarie] è che i campi sono devastati dalle attività minerarie, in
conseguenza di ciò in Italia era vietato per legge scavare la terra alla
ricerca dei metalli e devastare. Così, i loro fertili campi, vigneti e oliveti.
I detrattori denunciano anche il taglio dei boschi e della macchia per soddisfare la grandissima richiesta di legname per la costruzione di edifici,
delle macchine e per la fusione dei metalli. Il taglio dei boschi fa morire
anche gli animali e gli uccelli.
Inoltre, quando i minerali vengono lavati, le acque risultanti avvelenano
ruscelli e fiumi e allontanano a valle o uccidono i pesci. Perciò gli abitanti di queste regioni, a causa della devastazione dei loro campi, boschi e
fiumi, trovano grande difficoltà a procurarsi il necessario per vivere e, per
la carenza di legname, devono affrontare crescenti spese per fabbricare i
loro edifici. Essi perciò sostengono che il danno derivante dalle attività
minerarie è maggiore del guadagno derivante dalla produzione di metalli.”
(De Re Metallica, libro I)
Nel De Re Metallica riporta e commenta le critiche dei detrattori delle attività minerarie, facendo frequente ed esplicito riferimento alle problematiche ambientali. Nel VI libro Bauer affronta il problema delle malattie e
degli infortuni dei lavoratori, e dichiara che le polveri che si formano nella
frantumazione dei minerali sono causa di malattie, e che l’aria stagnante
delle gallerie contiene gas tossici, che attribuisce in alcuni casi al fiato
degli spiriti maligni.
A poco meno di un secolo dalla pubblicazione del De Re Metallica incontriamo un’altra interessante testimonianza letteraria, questa volta riguardante l’inquinamento atmosferico. Nel 1661 John Evelyn (1620-1706)
(figura 4) scrive Fumigium, ovvero l’inconveniente dell’aria e dei fumi in
Londra. In un opera precedente (the Diary, 1684), lo stesso autore aveva
già denunciato il grave disagio per la popolazione dovuto al fumo di com-
63
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
bustione del carbone (11 ) : “Lo smodato uso dei carbone espone Londra
ad uno dei più brutti inconvenienti: e questo a causa e per colpa di pochi
camini e ciminiere private che appartengono solo a birrai, tintori, fabbricanti di calce, gente che fa bollire il sale o il sapone e ad altri privati commercianti, ciascuno dei quali ha un tubo di scarico che da solo inquina ed
infetta l’aria più di tutti i comignoli di Londra messi insieme. [...] Mentre
questi ruttano fumo dalle loro mascelle fuligginose, Londra somiglia alla
faccia del monte Etna o ai sobborghi dell’inferno più che a una comunità
di creature dotate di ragione. Lo stanco viaggiatore, a molte miglia di
distanza, sente l’odore della città in cui cerca riparo, ancor prima di vederla. [...] Questa densa fuliggine danneggia in modo grave i polmoni e questo è un danno così incurabile, che si porta via intere moltitudini, come ci
informano settimanalmente gli elenchi dei defunti”.
Nel suo Diary scrive, riferendosi all’atmosfera inquinata di Londra:
“Questa densa fuliggine danneggia in modo grave i polmoni e questo è un
danno così incurabile, che si porta via intere moltitudini, come ci informano settimanalmente gli elenchi dei defunti”.
Quella di Evelin non fu una voce solitaria, anche il medico Thomas Brown,
denuncia i gravissimi danni determinati dai vapori e dalla nebbia, che
impedivano al fumo, prodotto dalle “sordide industrie”, di dissiparsi (11).
E concludeva “Così il fumo si integra col vapore e viene ispirato: il che finisce per produrre cattive conseguenze, come quella di causare tossi e catarri e di inquinare il sangue”. Comunque, malgrado tanti dubbi e tante riserve, l’uso del nuovo combustibile crebbe progressivamente, al punto da dare
origine ad una serie di sviluppi e di mutamenti in campo tecnologico che
dovevano sfociare nella Rivoluzione Industriale.
Le emissioni dovute alla combustione del carbone non erano certo le sole:
gli ambienti urbani delle epoche antecedenti alla grande evoluzione igienico sanitaria del XX secolo erano costantemente amorbate da miasmi provenienti da scarichi di ogni genere. La gravità del problema doveva essere
rilevante, se già nel 1388 il parlamento inglese vietava lo scarico di rifiuti
urbani nei fossati e nei fiumi e a Cambridge veniva varata la prima legge
sanitaria sui rifiuti urbani. Non stupisce, quindi, che nell’epoca delle grandi epidemie la teoria più accreditata presso i medici e le autorità sanitaria
fosse fondata sulla capacità di contagio dei miasmi.
……………………………………………………
La percezione del rischio e i rimedi “istintivi” che ne derivavano, trovarono una contropartita “razionale” nei provvedimenti istituzionali delle autorità, che dovettero fronteggiare un problema politico e sociale di rilevanza
inaudita. Da questa esigenza nacque, in Italia, un’ampia organizzazione di
64
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
controllo temporaneo, che divenne progressivamente permanente, generando un apparato giuridico amministrativo che fu di modello ed esempio a
tutte le altre nazioni europee. Secondo la teoria dei miasmi la cattiva aria
era la fonte del contagio, e si consigliava ai malati di tenere nelle stanze
scodelle di latte fresco capaci di attenuare gli effluvi, e di porre sulle labbra pezzetti di pane appena sfornato e fragrante di forno. “Gli effluvi” non
erano, ovviamente, identificati come manifestazione di particelle organiche
contenenti germi ma come esalazioni tossiche, spesso provenienti dagli
umori corrotti del malato stesso: la malattia era quindi l’esito di un avvelenamento e non di una parassitosi. La teoria dei miasmi era, come abbiamo già visto, ben compendiata nella teoria galenica degli umori. Le discrasie, che causavano la malattia erano riferibili all’assunzione involontaria
delle microscopiche particelle contaminanti, che inducevano la predominanza di uno o più umori allontanando il malato dall’omeostasi corporea...
Non mancarono, tuttavia, “voci fuori dal coro” che con alcune geniali preveggenze furono precursori dell’ipotesi microbiologica della malattia. Il
veronese Girolamo Fracastoro (1478-1553) scriveva nel suo De contagione
et contagiosis morbis et curatione, pubblicato a Venezia nel 1546, che: “le
malattie contagiose sono sostenute da semenze vive che contaminano gli
uomini e in questi si riproducono e si moltiplicano causando la malattia.
Alcuni germi raggiungono l’organismo per contatto diretto, altri a distanza
per mezzo dell’aria che si respira e nella quale sono mescolati e dove si
mantengono vitali per un certo tempo”.
Il Fracastoro estende alla parola putrefazione il significato di fermentazione e intuisce, oltre 300 anni prima di Pasteur, che la fermentazione acetica e quella casearia sono di origine microbiologica. Sebbene i tempi non
fossero ancora maturi, e le ipotesi già accreditate sulla corruzione degli
umori corporei e sui miasmi continuassero a dominare il pensiero medico,
tre anni prima della pubblicazione dell’opera di Fracastoro venne data
alle stampe un’altra opera, che può essere considerata, da molti punti di
vista, l’incipit della medicina scientifica, il De umani corporis fabrica di
Andrea Vesalio (1514-1564). La fabbrica è il primo trattato moderno di
anatomia, in esso la descrizione degli apparati e delle strutture del corpo
umano non deriva più dalla pedissequa ricopiatura delle opere di Galeno,
nè da estrapolazioni provenienti da studi su animali, ma è il risultato di
una consumata esperienza settoria su cadaveri umani. Sebbene quest’opera sia una pietra miliare della letteratura medica rinascimentale, non deve
essere considerata il prodotto di un genio isolato, bensì l’approdo di
un’ampia attività di indagine, che si intensificherà sempre più nelle epoche successive estendendosi alla fisiologia alla fisiopatologia, e all’anato-
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
mia patologica. Tra le figure di primissimo piano della nascente scienza
medica moderna, come William Harvey, Giovanni Malpigli, Hermann
Boerhave, Albrecht von Haller ed altri ancora, troviamo scienziati di minore rinomanza, il cui contributo fu comunque importante, se non altro per
l’originalità di pensiero e l’impostazione metodologica. Tra questi,
Bernardino Ramazzini (1633-1714) (figura 5) riveste particolare interesse
nell’ambito della tematica che stiamo cercando di sviluppare.
Scrive De morbis articium Diatriba, nel quale descrive i rischi per la salute associati a 50 professioni. La vita di Ramazzini fu lunga e ricca di soddisfazioni professionali: dopo le lauree in filosofia e in medicina presso
l’università di Parma, iniziò la professione medica, che non abbandonò
mai, neppure quando, negli anni della maturità, occuperà la cattedra di
medicina teorica prima presso l’ateneo di Modena e poi a Padova. Fu membro stimato e onorato di molte società scientifiche, e le sue pubblicazioni
mostrano una grande sensibilità per la valutazione e l’analisi dei casi clinici, oltre che la franca consapevolezza della necessità di adeguare la legislazione sanitaria al profondo rivolgimento dei tempi nuovi. Al riguardo,
nella sua opera principale, il De morbis artificium diatriba (pubblicato a
Modena nel 1700), sottolinea la necessità di affiancare alla legislazione
civile per la protezione della salute degli operai indagini mediche finalizzate alla profilassi contro le malattie professionali: “Poiché dunque non solo
nel passato, ma anche ai nostri tempi, nelle società ben regolate, sono state
fissate delle leggi a vantaggio dei lavoratori, è altrettanto giusto che anche
la medicina apporti il proprio contributo in favore e a sollievo di coloro che
lo Stato si preoccupa di favorire e, con un impegno ‘particolare che fino ad
ora è stato assente, abbia cura della loro salute in modo che, per quanto è
possibile, possano esercitare senza pericolo l’attività a cui si sono dedicati”. Il De Morbis artificium diatriba può essere considerato a pieno titolo il
primo trattato di medicina del lavoro, in esso Ramazzini, oltre a puntualizzare lo stato dell’arte a partire dalle fonti greche e romane, esamina le
patologie professionali di 50 mestieri, fornendoci una preziosa testimonianza sulle intossicazioni professionali della sua epoca: “Due sono, secondo
me, le cause che provocano le varie e gravi malattie dei lavoratori. Malattie
provocate da quello stesso lavoro che dovrebbe dare loro il pane. La prima
causa, la più importante, è rappresentata dalle proprietà delle sostanze
impiegate che, producono gas e polveri tossiche, inducono particolari
malattie; la seconda è rappresentata da quei movimenti violenti e da quegli
atteggiamenti non naturali per i quali la struttura stessa del corpo ne risulta viziata, cosicché col tempo sopraggiungono gravi malattie”.
Ramazzini riferisce sintomi, cita fonti antiche e moderne, talvolta argomen-
66
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
ta con un taglio scientifico impeccabile, altre volte ricorre alla vecchia teoria degli umori. Nel suo scritto è, comunque, sempre presente un ammirevole sforzo di concretezza e di rigore: cita costantemente le fonti sia letterarie che professionali. Ad esempio, per quanto riguarda la tossicità del
mercurio: Nessuna malattia è più inesorabile con i minatori di quella che si
contrae nelle miniere di mercurio. Infatti i minatori, dice Fallopio nel trattato De metallis et fossilibus, nelle miniere di mercurio a stento superano il
terzo anno di lavoro. Inoltre dopo quattro mesi, afferma nella
“Ettmullernella sua mineralogia”, al capitolo sul mercurio, sono assaliti da
tremori agli arti, colti da vertigini e da paralisi, e ciò a causa delle esalazioni del mercurio dannose al sistema nervoso ventrale. Anche l’intossicazione da piombo viene ricondotta all’azione del mercurio : Il Vedelio ricorda l’asma di montagna nella patologia medica dogmatica, dove afferma che
a tale malattia sono soggetti coloro che trattano metalli e dice che lo
Stockusio scrisse, su questo genere di asma, un intero trattato dove attribuisce la causa del male al mercurio contenuto nel piombo.
Sono presenti anche osservazioni anatomo-patologiche sui cadaveri di
intossicati: Il Sennert, nel libro “De consensu et dissensu Chymicorum
cum Galenicis”, riporta quanto riferitogli da un medico che esercita la
medicina presso le miniere metallifere di Misnia, cioè che negli organi dei
cadaveri si ritrovano quegli stessi metalli che i minatori estraevano da vivi.
Stazio, con molta efficacia,….., paragona i minatori agli abitanti dell’oltretomba, perché escono dalle miniere “con l’aspetto di Dite e dello stesso colore dell’oro che hanno scavato” Da spiegazione della pigmentazione degli epiteli ricorrendo all’antica tradizione galenica, ma nel contesto
di una concezione fisiopatologico moderna, in cui emerge la consapevolezza della rilevanza del sistema circolatorio come vettore dell’intossicazione sistemica: Dal momento che gli umori si diffondono i colori caratteristici del metallo, “a meno che non siano rifluiti verso l’interno” - come
dice Galeno nel primo libro degli Aforismi, comm.2 - e questo lo si osserva in quasi tutte queste malattie, è comprensibile che i minatori mostrino
sulla pelle un colore simile a quello del metallo che è penetrato nella
massa sanguigna.
La lettura dell’opera di Ramazzini propone vari spunti di riflessione, che
sono stati mirabilmente compendiati da Carnevale e Baldasseroni nell’introduzione alla loro storia della salute dei lavoratori: Ramazzini, oltrechè
passare dall’individuale al collettivo, compì un altro passo: fece propria la
tesi ippocratica della correlazione tra individuo e ambiente, assumendo
quest’ultimo come concreto sistema di condizioni e condizionamenti dell’esistenza umana. Ma, rispetto a Ippocrate, fece un passo in più: ampliò il
67
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
concetto di ambiente da ambiente naturale, fatto di “aere, acque e luoghi”,
com’è detto nel titolo dell’opera che costituisce uno dei frutti più maturi del
pensiero ippocratico, ad ambiente “artificiale”, abitato dagli “artefici” in
quanto habitat del loro lavoro. Ed ancora: [L’opera di ] Bernardino
Ramazzini, strumento di lettura della salute della “gente del popolo” alle
soglie delle grandi rivoluzioni settecentesche (agricola, demografica, industriale, politica): questa salute era vista ottimizzarsi in “assenza” di traumi, intossicazioni, fatiche ed usure.
Le intossicazioni costituiscono, quindi, insieme ai traumi, alle fatiche e alle
usure, le cause note di malattia. L’origine “chimica” della lesione morbosa
emerge, ancora una volta, come consapevolezza consolidata anche agli
albori della medicina scientifica.
Fonte: http://www.medicalsystems.it/editoria/Caleidoscopio/CalPDF/175_CAL.pdf
Ho tratto questo passo dall’articolo del dottor Pagnetto sopra citato come fonte.
Questa ricostruzione storica permette di tracciare le tappe principali della medicina del lavoro, quelle che da Georg Bauer passano per l’opera di Bernardino
Ramazzini dando le basi a quei princìpi di rischio e prevenzione di cui oggi tanto
si dibatte e molto (di più) si dovrebbe fare.
Tra gli scienziati, i pensatori ed i filosofi che hanno segnato i secoli da Bauer
ad oggi, mi fa piacere ricordare proprio il Ramazzini che, nel 1700, all’alba del
“secolo dei Lumi”, a Padova, pubblicò il “De morbis artificum diatriba”, forse
il primo compiuto lavoro di scienza medica che affronta “consapevolmente” la
problematica delle malattie professionali, opera che può essere considerata
“atto fondativo” di quella branca della medicina che specificamente si occupa
del lavoro e dei lavoratori.
Il percorso, la linea del tempo che unisce Bauer con Ramazzini e quest’ultimo
con il mondo contemporaneo della medicina del lavoro è di importanza capitale
per lo sviluppo di quella “solidarietà sociale” che viene ormai riconosciuta come
caratteristica fondamentale del modello di sviluppo delle società avanzate.
Pionieri come l’Agricola si sono posti il problema del “lavoro” non più come una
questione riguardante la capacità dell’uomo di strappare ricchezza alla natura selvaggia - che era il modo con cui le spedizioni oltreoceano, nel Nuovo Mondo, guardavano all’Eldorado ed ai suoi giacimenti inesauribili di cupidigia - ma hanno avuto
la sensibilità civile di vedere l’opera degli uomini delle miniere come un’attività di
riscatto per l’intera umanità. Ciò che avvenne, cioè che il lavoro consentisse di
nuovo l’accesso dell’Uomo all’Eden Terreno, questa volta tutto terreno, fu possibile grazie al riconoscimento dei bisogni, delle cure e delle tutele assicurate agli uomini, il riconoscimento dei lavoratori che fino a quel momento erano stati trattati come
bestie, schiavi, plebe o gleba. Mai, invece, come i migliori degli uomini.
68
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Questa forma di attenzione all’uomo delle miniere prestata dal Bauer fu quindi
molto più che un atto affettivo o di sensibilità tecnico-scientifica. Fu un ribaltamento filosofico, una rivoluzione copernicana del modo con cui l’universo umano
cominciava a percepire sé stesso. Ed anche se in quegli stessi anni, in quella stessa
civile Europa si profanavano ancora gli dei del Indio Dorado e si sterminavano nel
nome di Dio e del Re cattolico le civiltà millenarie del continente americano, nonostante ciò, la scintilla del progresso sociale riusciva a dar fuoco ad una miccia inestinguibile. Una miccia che corse sotterranea nei meandri della scienza e che nei
secoli XIX e XX riuscì a dare luce piena alle conquiste del Progresso sociale, della
Solidarietà, del Welfare, delle garanzie del lavoro e dei lavoratori.
Quelle conquiste non riguardano solo i lavoratori, i contadini, gli operai o i minatori. Quelle conquiste, lo vediamo bene proprio in quest’epoca di crisi economica profonda, sono propellente per l’intera collettività, per continuare la corsa
verso il progresso dell’intera Umanità e non possono essere ridotte alla stregua
di orpelli ideologici: in un senso, o nell’altro, la deformazione provocata dalle
ideologie “mercatista” e “operaista” è vittima dello stesso medesimo errore autolesionista di chi non ebbe il coraggio di guardare nel Cannocchiale di Galilei.
Quello che si vede, dall’altro lato del tubo ottico, grazie al lavoro pregevole delle
lenti molate, è indispensabile nutrimento per il progresso . Per il progresso dello
Spirito, del Pensiero, dell’Uomo.
Il progresso del lavoro è progresso del Pensiero, dello Spirito e dell’Uomo. Sì.
Proprio così.
Il segno lanciato nella storia dal capitolo VI del “De Re Metallica” si ingrandisce man mano e lungo la linea della Civiltà, compie un viaggio che dura più di
quattro secoli. È un viaggio lungo una strada che conosce salite e discese, vittorie e sconfitte, meraviglie e tragedie.
Con questo ritmo alterno, l’altalena della Storia ci porta ora al 1956. Esattamente
a quattro secoli dalla pubblicazione dell’opera di Bauer. Quattrocento anni più
tardi, tondi tondi.
Sembra beffardo alle volte il fatto, infedele la fortuna.
Ci troviamo nelle città industrializzate dell’Europa ancora ferita dalla Guerra. Le
macerie ancora disegnano il panorama del Vecchio Continente, lo caratterizzano,
ne sono parte integrante.
La guerra finita 10 anni prima, o giù di lì, è stata forse la più tremenda. Non solo
per il numero delle vittime e non solo per la vastità delle distruzioni. Milioni di
morti ed intere città rase al suolo, il tutto pianificato con efficienza scientifica,
possibile solo in un’epoca in cui la tecnica volge alla morte.
Ma è negli animi che si trovano le ferite più profonde.
Il male, il Male Assoluto ha stretto nei suoi terribili artigli il morbido corpo
dell’Europa civile. Il Male sconfinato, nero e buio, ha inghiottito le coscienze,
trasformato in macchine di morte le conquiste tecnologiche, ha rivolto contro
l’Uomo le forze estreme della Natura violata.
69
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Ma da quegli abissi di perdizione stava anche nascendo un Uomo Nuovo.
La speranza del Bene che aveva opposto fiera resistenza contro le schiere del
Male voleva annettere ai suoi territori i sopravvissuti alla barbarie.
Erano i tempi del “day after”. Erano i giorni in cui quelle rovine ancora fumanti
erano percorse dal brulichio di milioni di braccia, illuminate della luce di mille e
mille occhi, bagnati dal sudore di milioni di uomini.
Erano le braccia, gli occhi, il sudore di milioni di sopravvissuti, poveri, deboli,
miserabili. Ma, resi onnipotenti dalla forza della speranza, avevano deciso di scavare nel profondo delle montagne e di strappare alle viscere della terra il prezioso potere alchemico del carbone e dell’acciaio.
Quelle viscere erano fertili come un utero materno. Di lì nasceva il Progresso, la
Fede nel Futuro, l’Oblìo della miseria.
Quella terra era diventata la terra promessa della redenzione, del recupero
etico del Vecchio Continente, che voleva uscire dall’Inferno più buio in cui
era caduto.
Quelle braccia possenti, quegli occhi che riflettevano il bagliore di un’anima,
quel sudore che concimava la dignità del lavoro promettevano di traghettare una
generazione perduta nelle barbarie della guerra, e distrutta dal mostro della
Morte, verso l’Eldorado di un futuro radioso.
Nel 1956, in quel caldo, umido ventre, nella terra grigia e piovosa delle colline
del Belgio, in un giorno d’agosto che stava passando dalla noia alla tragedia, centinaia di umili vermi scavavano le gallerie delle miniere di Marcinelle.
Da quelle oscure gallerie gli umili uomini delle miniere strappavano alla miseria
promesse di splendori e di ricchezze.
Quel giorno, però, quel perfido giorno dell’8 agosto del 1956, da quel molle ventre di polvere e fango non uscirono più i minatori.
Um Moloch li divorò. Un mostro che sputava fiamme e trasformava i condotti
forzati dell’aria in camere a gas. Sembrava di essere tornati ai forni di Auschwitz,
allo sterminio dei miserabili.
“Arbeit Macht Frei”. Il lavoro rende liberi. Sui cancelli di Auschwitz i demoni del
Male avevano rubato agli uomini non solo la libertà e la vita, ma anche la dignità e la speranza.
Avevano rubato la scintilla divina che gli dei primordiali, Enlil, Prometeo, Jahvé,
avevano infuso, tutti insieme, nell’Uomo quando nell’impasto di polvere e di
fango avevano alitato il soffio della vita eterna. In quel momento avevano posto
l’uomo al governo della Terra, creatura destinata al comando con le armi del
lavoro.
“Il lavoro rende liberi”, “Arbeit Macht Frei”, dovevano urlare gli uomini fieri del
potere di erigere città e sconfiggere la fame, le belve e gli elementi contrari della
Natura. E invece “Arbeit Macht Frei” divenne, inchiodato sul portale del campo
di Auschwitz, il grido beffardo che il Mostro Maligno lanciò contro gli uomini e
l’Olimpo.
70
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Era l’8 di agosto.
Era il 1956. Erano trascorsi esattamente quattro secoli, erano sgocciolate via
quattrocento corone del rosario solare.
Quel giorno le parole di Bauer restarono attonite. La Morte aveva riscosso il terribile tributo. 262 vite di miseri uomini. Indifese creature.
Quel giorno il cielo fu coperto da un sudario di lutto, da una maschera di dolore,
da un manto di disperazione.
Di quei 262 minatori, 136 erano italiani, emigranti e poveri.
Anche a quei 262 poveri uomini voglio donare l’onore della Memoria.
Per sempre.
Dedichiamo a loro la memoria.
Che uomo. Che uomo sarebbe senza
memoria?
Memoria. Senza memoria sono niente
i morti, i lutti, gli stupri, le pulizie.
A nulla serve la violenza.
Potremmo ridurre a nulla il dolore.
Ogni dolore.
Quale dolore. Il dolore più atroce.
Quello delle ferite più vive.
Il dolore.
Ogni uomo desidera cancellare il
dolore.
Le ferite. Il corpo, le dita, il costato,
un piede, la testa.
Il dolore.
L’amore, un caro, uno schianto, una
fiera, una belva, quella bestia del
nemico.
Davanti agli occhi le lacrime, negli
occhi oscurità.
Il desiderio di non essere mai nati.
Le ferite, il dolore, il sangue. Il corpo
violato.
La paura.
Il mostro che mi rincorre. La bestia.
La belva.
Il nascondiglio. La grotta. La miniera
Le mani.
Il sangue.
Sangue lungo le pareti. La roccia sanguina. Magia!
Il mago.
Lo sciamano.
Sangue dalle pareti.
La pietra luccica, il metallo.
L’acciaio.
Il mercurio.
Goccia
Sangue.
Gocce che si perdono.
Se fossi femmina, la violenza.
Il piacere dell’uomo, la vita che si fa
pioggia fecondatrice.
Sarebbe solo morte.
Niente nell’universo.
Niente che rimane sotto le stelle.
Dalla pioggia fecondatrice nascono
foglie, mani, sorrisi, rami.
Verde, la mia pioggia genera foglie,
fronde, ombra riposante.
La pioggia di vita.
La pioggia di morte nasce nelle viscere della terra.
Paura.
71
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Panico.
Fuggire via.
Veloce.
Un lampo. La folgore.
Fuggire.
Leccare le ferite inferte dalla paura.
Nel buio, nella miniera, nel tunnel, la
paura non conosce confini.
Buio. Come un astronauta nel vuoto.
Paura del vuoto.
Oddio!
Rotola il sasso!
Nel vuoto.
Paura.
Nel vuoto.
Silenzio.
Nel vortice
Il piede non poggia.
La terra si sfalda !
Il vuoto.
Oscuro.
Panico.
Nero.
Bagliore.
Vertigine.
VORTICE.
Morbido abbraccio.
Caldo seno avvolgente.
Musica.
Musica!
Mozart.
Beethoven.
Bowie.
“Let’s spend the night together”.
Love.
Pioggia di vita.
Un vuoto vortice.
Spirale senza fine.
Additivi.
Lubrificanti.
Motori.
Motori in rapido vortice.
Senza fine.
Un vortice, la vita.
Una pioggia.
Gocce.
Vita.
Gioia.
Piacere.
Morte, nella grotta.
Il web è una grande miniera di materiali della Memoria. Nelle sue gallerie di storia e di immagini si trovano tesori di inestimabile valore.
Noi oggi non potremmo più ricordare il volto dei soccorritori, le scene di panico, di convulsione o di rammarico, di compunto dolore o di gridata disperazione
se non fossimo soccorsi dai tesori che crescono nel web.
Ho trovano, e pubblico con rispetto, una galleria di foto e documenti che testimoniano quella tragedia.
Ma ora, adesso che abbiamo visto in faccia le vittime dell’orrore, possiamo ancora dimenticarli impunemente?
72
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La tragédie de Marcinelle
(Photos: Le Patriote Illustré du 19 août 1956)
8 août 1956. Les équipes de mineurs descendues
étaient au quart de leur prestation quotidienne.
Pasquarelli raconte qu’il poussait un wagonnet à
environ 8 heures vers le puits d’extraction dans la
galerie des 1035 mètres. Tout était normal à
l’envoyage.
Vint, peu après, progressivement de la fumée.
Pasquarelli toussa. Quelqu’un cria: "Sauve qui peut !
Y a l’feu à l’fosse!!!".
A partir de ce moment commence une tragédie effroyable qui causa la mort de plus de 260 hommes
courageux.
La familles, les amis, tout le monde attend avec l’espoir de revoir les siens...
Un wagonnet, suite à une fausse manoeuvre est coincé entre la cage et la paroi du puits de retour d’air arrachant l’isolant d’un câble électrique et provoquant des étincelles qui mirent rapidement le feu. Le feu se propagea très rapidement mettant en évidence la constatation suivante: “les
mineurs bloqués dans le
fond avaient bien peu de
chance de revoir le jour...”
La nouvelle se propagea
comme l’éclair: les femmes, enfants et collègues
arrivèrent en masse des
corons
avoisinants.
L’angoisse de l’attente
commençait...
73
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Un silence de mort plane
sur la foule
Attente cruelle d’une
foule qui souffre, voyant
pendant deux jours et deux
nuits les sauveteurs, les
soldats, les gendarmes
tourner derrière les grilles
et la fumée sortir du puits
d’aération.
On parle de morts que l’on
ne remonte pas...
Au début des évènements,
des difficultés contrarièrent le sauvetage. On a
néanmoins
réussi
à
remonter 9 cadavres et 6
blessés.
Le Roi Baudouin arriva
dans la soirée.
74
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Equipe Frameriesoise de
secours du Grand Trait
Le lendemain, jeudi 9 août
1956,tout le pays sait ce
qui se passe à Marcinelle.
L’émotion est à son
comble.
Les sauveteurs sont parvenus au-dessus de l’accrochage 907 et tentent de
parvenir à 907m étage-clé
qui permettrait d’atteindre
le niveau 1035 m. les travaux de guidonnage sont
poursuivis.
La foule, derrière les grilles attend dans un silence
amorphe.
75
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Vendredi 10 août. Une fumée blanche sort du puits
d’aération. Malgré leurs efforts , les sauveteurs (dont
MURRIERI) n’ont pu encore prendre pied au niveau
907 m, mais l’ont atteint. Les prélèvements d’air ont
démontré que l’air y est respirable. Il faut poursuivre
le guidonnage afin d’utiliser la cage et non la cagette
trop petite
Le Roi a passé toute la matinée à Marcinelle interrogeant les sauveteurs et écoutant les techniciens.
Sauveteur: Léo Beccatimi de Couillet Soccorritore: Léo Beccatimi di Couillet.
Samedi 11 août. Il pleut sur la foule, la tristesse augmente. Un
incendie empêche les sauveteurs d’avancer vers 907. La solidarité fait son effet: des dons arrivent de partout. De nombreux Italiens, parents de mineurs ensevelis gagnent la
Belgique pour réconforter leurs familles. deux corps sont
remontés de l’étage 835.
76
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
A proximité du charbonnage, des soldats remplissent des sacs de sable nécessaires pour boucher des
galeries en feu - Vicino alla miniera di carbone, soldati riempiono borse di sabbia necessarie per otturare gallerie in fuoco.
Dimanche 12 août. Plus de 120 heures que les mineurs, s’ils sont encore vivants, attendent à l’étage 1035.
M.Vandenheuvel déclare qu’il y a encore de l’espoir. Des effondrements à l’étage 907 M empêchent les équipes de secours d’avancer. Vers minuit, le Roi fait une visite au charbonnage avec Léopold, son père dans l’espoir
d’assister à la remontée de survivants, en vain. C’est l’agonie pour tout le pays.
Dimanche matin, messe
basse derrière les grilles
par l’abbé Waterlos,
vicaire de Marcinelle Domenica
mattina,
messa bassa dietro le griglie da parte dell’abbot
Waterlos, vicaire di
Marcinelle
Lundi 13 août. La nation
est en deuil. A 10h00,
enterrement des corps
remontés. Tout est fini.
Tutti cadaveri, allen
dood....Tous morts!!! 263
morts. On ne les oubliera
jamais....
77
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Il Belgio non ringrazierà mai abbastanza gli italiani che hanno fatto Wallonie e,
in particolare Hainaut.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Marcinelle: Elenco dei soccorritori delle miniere di carbone di
Winterslag
Bedankt aan M.AERTS Martin (zoon van Karel
één van de redders) die mij copie van die documenten van zijn vader overgemaakt heeft en Mulders
André die me foto’s opgestuurd heeft)
Koolmijners van Winterslag van toen Foto’s overgemaakt door Mulders André.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Capitolo 4
Monongah
Erano 136 italiani i minatori rimasti sepolti nella miniera di Marcenelle.
Non rimane più traccia delle loro voci, dei loro ricordi, dei loro sogni.
Voci, ricordi, sogni. Di questo sono piene le teste degli emigranti. Ed i loro cuori.
Gli emigranti non hanno facili pensieri. La cultura non è compagna abituale della
loro miseria.
Vivono all’unisono con i battiti del cuore. Regolari, ordinati come il lento flusso
di fiume ricolmo d’acqua serena non possono esserlo mai.
Sono accelerati dal peso della nostalgia, dalla fatica del lavoro. Sono distonici,
strappati ad un ritmo lento, senza sussulti, quando hanno l’impressione di udire
le voci che parlano la lingua della terra d’origine. Spesso si sbagliano, ed allora
la sistole si alza, si agita, maledetta. Qualche volta no. Ed è un tuffo al cuore.
I sogni determinano, invece, i battiti ad accordarsi con i ritmi musicali.
Violenti, sincopati quando i sogni sembrano infrangersi contro il muro dell’ostile cecità della folla straniera che sciama allegra per le strade. Sono singulti, affilati come sciabole, ogni volta che un sogno si spezza.
Oppure diventano acuti come il do di petto dei tenori, quando la solitudine
disperde i loro cuori nelle praterie sconfinate della terra promessa, o gravi
come la più cupa nota del basso, quando la disperazione del presente ancora
ostile li relega nell’angolo più isolato dei continenti d’Oltremare.
Sono tutti così, gli emigranti. Tutti uguali.
Non hanno colore gli emigranti. Non hanno patria.
Non sono pugliesi, veneti, calabresi o abruzzesi. Non sono italiani o irlandesi.
Non sono neanche africani o asiatici.
Non sono nessuno, se nessuno li ricorda.
Per questo ricordiamo anche Monongah. Un’altra tragedia. Un altro dolore.
Un’altra mattanza.
Uomini, poveri uomini. Migranti, altri migranti.
Sento una sola voce levarsi dal fondo della Miniera. È la voce dei morti.
È unica, immonda, la rete di gallerie che perfora le viscere della terra. Essa, proprio come un progetto divino, congiunge le vaste profondità dei continenti, unisce i cunicoli, rifornisce le gallerie d’aria arricchita, scava nel carbone e riaffiora nel diamante, sprofonda nell’oro e perfora il magnesio.
È un’unica fitta inestricabile rete, che accoglie il Minatore, alto, immenso, possente animale che divora la roccia più dura.
Sento una voce che viene dal profondo, come il battito isterico di un cuore
impazzito.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Sento la voce di uno di loro.
Ho appoggiato l’orecchio a un condotto, a una galleria e l’ho sentito urlare.
Un poeta. Un minatore. Un titano imprigionato, Sebastiano Moretti. Senza patria.
Di Tresnuraghes. Nato il 3 giugno 1868.
E ancora lo sento “su gridu de su minadore”.
Su gridu de su minadore
Prefazione dell’autore
L’umile volumetto è compiuto.
Noi intanto ne siamo paghi, e vorremo che altri, molti compagni ne fossero
parimenti soddisfatti.
Attraverso monti e mari noi apriamo le vie della civiltà, noi siam quelli che
portiamo al mondo la vita, la luce e il calore.
Se dei milioni d’esseri soffrono la fame e gemono nella miseria, non è
perché questi prodotti vengono sprecati nel modo più odioso ed insulso.
Nello stesso periodo barbarico dell’agricoltura estensiva, in cui trovasi
ancora la maggiore parte dei paesi, la terra benefica ci fornisce sostanze in quantità doppia di quel che ci occorra, e potremo vivere nell’abbondanza. La soluzione della questione sociale non è dunque impossibile; non si tratta, infine, che di ripartire equamente i diversi prodotti
della terra.
L’alba va tingendo di porpora il cielo che ha riflessi e sfumature di smeraldo e di viola. Dalla natura in risveglio pare che esca il grido augurale di
pace e di amare: lavoratori di tutto il mondo unitevi.
Il partito Socialista proclamante l’ideale dell’uguaglianza economica, non
vuole che correggere e migliorare questo ordinamento economico - orientandolo con la disciplinata e cosciente organizzazione del proletario - verso
il principio della solidarietà umana.
Esso ci rappresenta la società futura, che gradualmente germoglierà dalla
presente Società, come una immensa cooperativa - e non di soli generi alimentari, ma anche di vita morale e intellettuale - dove la regola sta:
Tutti per uno, uno per tutti.
SEBASTIANO MORETTI
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
SARDOS, de nos unire eccola s’ora
pro diffender sa nostra libertade,
cudda chi calpestada est bia ancora
implorende venditta e piedade.
in terra nostra sa zente de fora
nos trattan tottu cun barbaridade...!
Sos ch’in nois s’annidan e s’allozan
nos maltrattan, isfruttan e ispozan.
Sardi, è l’ora di unirci per difendere la
nostra libertà che calpestata implora
ancora vendetta e pietà.
Nella nostra terra i forestieri ci trattano
tutti in maniera barbara.
Quelli che si annidano fra noi ci
maltrattano, ci sfruttano, ci spogliano.
Sardos, chi unu numeru infìnitu
semus errantes in sa miniera
simile a sos ebreos in s’Egittu
maltrattados de pessima manera.
Curremas volenteris a s’invitu
chi nos faghet s’amigu Cavallera.
Curremas tottus da-e dogni banda
pro intender sa stia propaganda.
Sardi, che in numero infinito stiamo
vagando nella miniera simili agli Ebrei in
Egitto, maltrattati nel peggiore dei modi.
Corriamo volentieri all’invito dell’amico
Cavallera.
Corriamo tutti da ogni dove per sentire
quello che ha da dirci.
Issu nos narat cun boghe sonora
sos tortos chi nos faghen e ofesas.
Comente nos sfruttan e dogn’ora
sos capos de industria e impresas.
Nos faghet bider visibile ancora
sas rezzas de ingannu a nois tesas...
E nos esortat a nos ravvedire
a formare una Lega e nos unire.
Con voce tonante ci racconta dei torti che
subiamo e delle offese che riceviamo.
Come i capi dell’industria e le imprese ci
sfruttino in continuazione.
Rende a noi visibili gli inganni che ci
vengono tesi…
E ci esorta a scrollarci, a formare una
Lega e ad unirci.
Cunsistet solu in tenner unione
ca send’unidos semus pius potentes.
Tando podimus haer cun rejone
su chi nos lean a ojos videntes.
Frades, dademi tottus attenzione,
purifichemus custos ambientes
pro dovere, dirittu, pro cussenzia
cun summa cautela e cun prudenzia.
Dobbiamo solo mantenerci uniti perché
uniti siamo più potenti.
Allora potremo fare con ragione quello
che si lasceranno fare ….
Fratelli, prestatemi attenzione,
purificheremo questo ambiente per
dovere, diritto e coscienza con la massima
cautela e con prudenza.
Curremas tottu gantos volenteris
a nos che sutt’iscrier in sa Lega.
Fattemas bider a sos furisteris
chi non ch’hat in Sardigna zente zega;
a sos ch’inoghe faghen sos bragheris
essende chi non balent una sega...
Benin nudos, isculzos e famidos
e ch’andan riccos, calzados, bestidos.
Corriamo tutti quanti volentieri ad
iscriverci alla Lega.
Facciamo vedere ai forestieri che in
Sardegna non ci sono persone di poco
conto; a quelli che qui fanno gli
esibizionisti e che non valgono una sega…
Arrivano da noi nudi, scalzi ed affamati e
vanno via ricchi, calzati e vestiti.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Frades, est tempus ch’alzemus sa fronte
cun custos direttores mercenarios,
senza dipender da’ su Piemonte
pro sorvegliantes ne pro impresarios.
Nois sardos, bogamus da’ su monte
sos immensos tesoros minerarios.
E a nois ispettat sa mercede
senza chi s’oziosu che la léde.
Fratelli, è tempo che alziamo la fronte
verso questi direttori mercenari, senza
dipendere (più) dal Piemonte per
sorveglianti ed impresari.
Noi sardi estraiamo dal monte immensi
tesori minerari.
A noi spetta la ricompensa senza che gli
oziosi ne profittino.
Nois sardos, cun brazzu appoderadu
minas faghimos in sa rocca dura;
e-i su furisteri istat corcadu
in su magasineddu ‘e sa bravura:
de binu e de licores ammuffadu,
fumende tranquillu in sa friscura,
vivende che signore a pisch’e petta
senza toccare ferros né mazzetta.
Noi sardi con braccio esperto scaviamo
la dura roccia e i forestieri stanno
comodamente stravaccati bevendo vino
e liquori, fumando tranquilli e
godendosi il fresco, vivendo da signori
senza toccare il piccone.
Cantos nde benit da-e continente
tintos da-e su famene in colores...?
Senza esser capaces pro niente
a manovales né a minadores?
a chie est patriottu a chi’ parente
de sorvegliantes e superiores...
Bastet chi siat bennidu oltremare
ah, perbacco, si devet occupare!
Quanti arrivano affamati dal continente?
Senza essere capaci di fare i manovali o i
minatori?
Compaesani o parenti dei sorveglianti e
dei superiori…
Basta che arrivino da oltremare e allora,
perbacco, devono essere occupati.
Si cumprendet, a intro galleria
subitu minadore est occupadu,
li ponen unu sardu in cumpagnia
a li dare esemplares obbligadu...
Sett’otto dies ciappinat ebbia
luego capu postu est nominadu.
E-i su sardu semper minadore,
e de su furisteri servidore.
Sia chiaro, all’inizio viene assunto come
minatore dentro la galleria, con un sardo
che gli insegni il lavoro ….
Dopo sette otto giorni viene nominato
capo.
E i sardi sempre minatori, servitori dei
forestieri.
Benimus nois cun bonos servidos
de minadores de professione.
E-i sos sorvegliantes mal ‘ennidos
nos trattan de salame e de coglione...
Mancar’abiles, dottos e ischidos
nos mandan a ispingher su fagone,
pro seighi soddos, si no est de mancu
e giù puru, non crepet in fiancu.
Noi minatori qualificati.
E i sorveglianti mal arrivati ci trattano
come salami e come coglioni…
Per quanto possiamo essere capaci ci
mandano a spingere il vagone ……
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Nois sardos, cun misera giornada
espostos a perigulos e dannos
e-i sas pius bortas raffinada
sa multa cun imbroglios e ingannos.
Si sa brente portamus saziada
diffettamus d’iscarpas e de pannos...
Forzados a tribaglios fatigosos,
e ch’istan bene sun sos oziosos.
Noi sardi esposti a pericoli e danni con
una paga misera molte volte decurtata
con imbrogli ed inganni.
Se anche abbiamo di che mangiare, siamo
privi di scarpe e di vestiti.
Forzati a lavorare faticosamente mentre
quelli che stanno bene sono gli oziosi.
Nois chi cun arriscos de sa vida
trabagliamus sas coltivaziones.
Damus a sos perigulos isfida
fortes e animosos che leones;
e semus giuttos che zente avvilida
calculados comente pelandrones.
E in sos postos bruttos de azzardu
pens’a chie che mandan: - A su sardu.
Noi che lavoriamo con rischio della vita e
sfidiamo il pericolo forti e coraggiosi
come leoni siamo trattati da ignavi e
considerati pelandroni.
E nei posti peggiori e più pericolosi a chi
mandano: i Sardi.
Non pr’odiu a sa classe furistera
chi benin a Sardigna pro campare,
ca si s’obbligu han sun a manera
comente nois puru a tribagliare.
Sos sorvegliantes sun de miniera
una mass’ ‘e canaglia intes’a pare:
senz’amore fraternu né decoro
proteggin solu sa patria insoro...
Non per odio dei forestieri che vengono
in Sardegna per campare, che come noi
hanno l’obbligo di lavorare.
Sono i sorveglianti della miniera una
massa di canaglie senza amore fraterno
né decoro che pensano solo a proteggere i
loro interessi.
Infattis pro su sardu est proibidu
linna da’ galleria a nde toccare;
e pro su furisteri est permittidu,
anzis mandat su sardu a la portare.
Guai sardu si fumende est bidu
ma issos non s’astenen de fumare.
Si pro custos niente b’hat esclusu
no est istraffuttenzia e abusu...?
Infatti per i sardi è proibito toccare legna
dalla galleria, mentre ai forestieri è
consentito, anzi mandano i sardi a
prendergliela.
Guai per il sardo che venga sorpreso a
fumare, mentre loro se lo permettono .
Per questi nulla è vietato. Non è questa
straffottenza e abuso?
Nois no maltrattamus a nisciunu
su chi cherimus est s’uguaglianzia.
Su meritu si diet a dognunu,
o si uset rigore o tolleranzia.
In dogni miniera sos chi sunu
viven in armonia e fratellanzia.
Ma cando b’hat ispiritu e favore
semper bi naschet odiu e rancore.
Noi non maltrattiamo nessuno, vogliamo
solo l’eguaglianza.
A ciascuno venga riconosciuto il merito,
che si usi rigore o tolleranza .
In ogni miniera si lavora in armonia e
fratellanza.
Ma dove ci sono disuguaglianze, nascono
sempre odio e rancore.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Pro esempiu cras suspesu est tiziu
pro capricciu de un’istrafuttente,
faghet rapportu a su capu serviziu
e li risponde siccu e bruscamente:
«Tui nci tenis unu bruttu viziu
pro mei immoi non pozzu niente».
E si lu pregat un’attera borta,
mancu l’iscurtat e serrat sa porta.
Per esempio se domani sospendono tizio
per il capriccio di uno strafottente, se fa
rapporto al capo servizio questo gli
risponde secco: tu hai un brutto vizio e io
non posso farci niente. E se si lamenta
ancora non lo ascolta e chiude la porta.
Tra sardos no be hat distinzione,
manovales, minadores e impresariu.
Su sorvegliante est su re faraone
tristu de chie andat in contrariu.
Est crettidu in s’amministrazione
ca lu tenet pro su fiduciario;
issu dat postos e fissat giornada
a chie cheret leat, a chie cheret dada.
Tra sardi non c’è distinzione, manovali,
minatori e impresario.
Il sorvegliante è il re faraone e guai per
chi si mette contro.
Il sorvegliante ha credito
nell’amministrazione della quale è il
fiduciario.
Egli dà il lavoro e stabilisce la paga a chi
e come vuole lui.
Cun d’unu e vintighimbe “bonu apertu”
su minadore andat a cantina;
istancu, fatigadu e iscussertu,
li dolet brazzos, cambas e ischina.
Ite s’alimentare agattat zertu,
pane, aringada, casu, ‘inu, sardina,
lardu, prosciuttu, tunnu e salamen
tottu cosas ch’iscazzana su famen.
Con un buono (ticket restaurant) da 1 e
25 il minatore va in cantina, stanco,
affaticato, spossato, gli dolgono
braccia,gambe e schiena.
Da mangiare trova certo, pane … ,
formaggio, vino, sardine, prosciutto,
funghi e salame tutte cose che tolgono la
fame.
Si unu deghe francos hat leadu,
duos de interesse devet dare:
in deghe meses l’hat raddoppiadu,
eu su fundu senza l’iscontare.
Contade bene cantu l’hat fruttadu?
E no est a su poveru istrozzare?
Da deghe vintibattor in d’un’annu
cun regione si panzi-mannu..?
Se ti prestano 10 franchi, devi darne due
di interessi: in dieci mesi hai
raddoppiato il tuo debito (senza ridurre
il capitale dovuto).
Hai contato bene quanto gli ha fruttato?
Non è strozzare i poveri?
Da dieci a ventiquattro in un anno, con
ragione ….
In zerta minas vicinu a Gonnesa,
bi sun sos manoscrittos attaccados;
nende obbligatoria est s’ispesa
sutta pena chi sun licenziados.
Signu chi b’hat magagna sutt’intesa
Tra cantineris e impiegados…
e sa classe operaia mischina
tribagliat ogni mese a sa cantina.
In alcune miniere vicino a Gonnesa sono
affissi manifesti che “invitano”
obbligatoriamente alla spesa pena il
licenziamento. E’ segno che c’è l’accordo
fra negozianti e impiegati e i poveri
operai lavorano ogni mese per il negozio.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Tristu de chie ruet in incagliu
non che podet bogare pius pese.
O li manca giornadas de tribagliu
o de un’in cantina marcan trese.
Si si nd’abizat passat pro irbagliu,
ma lu riportan da-e mes’in mese.
Malamente nde tenet su pappare,
non si podet bestire né calzare.
Triste chi cade nella trappola e non riesce
più a uscirne. Se gli mancano giornate di
lavoro o se invece di uno in negozio
segnano tre; se si accorge passa per errore
ma lo riportano di mese in mese.
Miseramente ha da mangiare ma non si
può né vestire né calzare.
Cuddos annos e ite meraviglia
tottus currian a sa miniera.
Sos chi frenare han pottidu sa briglia
torrados si nde sun a mal’ispera.
Atteros manch’iscrien a sa famiglia
de cantu sun vivende a sa lezera.
Ca no han francubullu o cartolina,
non li bastat sa paga a sa cantina.
Gli anni passati con allegria tutti
correvano al lavoro in miniera. Quelli che
sono riusciti miseramente sono tornati
indietro.
Altri non scrivono neanche alla famiglia
perché stanno vivendo in miseria.
Perché non hanno francobolli o cartoline,
non gli basta la paga per il negozio.
No ammentan pius babbos né mammas,
frades, sorres, né fizzos, né muzeres…
"De lu assister dian haer bramas",
ma no han forzas ne tenen poderes.
Aih, trista muzere a chi’ reclamas?!
Da-e maridu tou e ite cheres?
Pane no nd’hada, dinari nemmancu,
chi finzas issu est a mesu fiancu.
Non ricordano più Babbo o Mamma, né
fratelli, né figli né mogli.
Di assisterli avrebbero voglia ma non
hanno né forza né potere. Ahi triste mogli
con chi ti lamenti? Da tuo marito cosa
vuoi?
Non ha né pane né soldi e anche lui non è
molto sazio.
Dà seighi soddos chi hat de giornada
bogand’alloggiu, ispidale, sapone,
pane, sale, abba e cos’è pingiada,
lardu, ozu, luminos e cotone,
iscarpas, roba pulida e acconzada,
su barbieri, sa linna o su carbone.
Ammittendelu puru senza viziu
est paris o in depidu a s’uffiziu.
Di sedici denari che ha per giornata toglie
alloggio, ospedale, sapone, pane, sale,
acqua e cose da mangiare, lardo, olio,
candele e cotone, scarpe, vestiti puliti e
rammendati, il barbiere, la legna o il
carbone.
Ammettendo che non abbia vizi e pari o
in debito con l’ufficio.
Cantos inoghe da’ dispiagheres,
si sunu mortos a proprias manos?
Cantos han obbligadu sas muzeres
a sos passos illecitos mundanos?…
E-i sos sorvegliantes bonos meres
cun nois sardigniolos piu tirannos!
Dendennos de molentes e de viles,
e nois: -Sissignore piu umiles…
Quanti qui si sono uccisi con le proprie
mani dal dispiacere?
Quanti hanno obbligato le propri mogli ad
azione mondane illecite.
E i sorveglianti buoni padroni con noi
sardi sono più tiranni chiamandoci asini e
vigliacchi e noi:
sissignore e sempre più umili …..
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
E bois, ite nades, direttores
Italianos, Franzesos, Inglesos?
Tempus est ch’intendedas sos clamores,
bos semus nende chi semus offesos.
Cherimos pagas, meritos, onores
Uguaglianza in misuras e pesos;
chenza protezione o riguardu,
né a continentale né a sardu.
E voi che dite Direttori , italiani, francesi,
inglesi?
E’ tempo che ascoltiate la protesta, vi
stiamo dicendo che siamo offesi.
Vogliamo paghe, meriti e onori in misura
e peso uguale senza protezioni o riguardi,
né ai continentali né ai sardi.
Sa legge est uguale pro dogn’unu,
inviolabile, sacra, giusta e santa.
Custos mangia pulenta puite sunu
pagados fin’a tres e ottanta?
Paga e tribagliu cherimos comunu
fora custa camorra da-e pianta.
Pro tottu est uguale s’istatutu
cunforma sos tribaglios su tributu.
La legge è uguale per tutti: inviolabile,
sacra, santa e giusta.
Questi mangia polenta perché sono pagati
fino a tre e ottanta?
Vogliamo paga e lavoro uguale, fuori
questo imbroglio.
Lo statuto è uguale per tutti, lo stipendio
deve essere adeguato al lavoro.
E bois, ite nades, cunsizeris?
Benide bois puru a udienzia.
S’hazis amministradu volentieris
sas cosas nostras, cun giusta cussenzia.
Uguales no sun sos calmieris
proite usare a zertos preferenzia?
A bender altu inoghe de cuddane,
farras in genere, e pastas e pane…?
E voi che dite Consiglieri? Venite anche
voi in riunione se avete amministrato
volentieri le cose nostre con giusta
coscienza.
I listini dei prezzi non sono uguali, perché
prediligere alcuni che vendono più caro
qui che altrove farine, pasta e pane?
Non semus nois chi bos hamus postu,
amministrare su bene comunu?
Tottu su ch’han sas cameras dispostu
s’elarget a benefiziu e d’ogniunu.
E pro cale motivu a coro tostu,
hazis privilegiadu calincunu?
Devizis adottare imparziales,
e misuras e pesos uguales.
Non siamo noi che vi abbiamo messo ad
amministrare la cosa comune?
Tutto quello che le camere decidono deve
essere a beneficio di tutti; e per quale
motivo a cuore duro avete privilegiato
qualcuno?
Dovevate adottare misure e pesi uguali ed
imparziali.
Coraggiu frades, duccas, ite pensamos
semus benende troppu cattigados.
A sos uffizios de sa Lega andamos,
non restamos pius isparpagliados.
Cando semus unidos, forza hamos
e benimos pius bene trattados.
Sa forza naschet da-e s’unione
E dae sa forza naschet sa rajone.
Coraggio fratelli, allora, cosa pensiamo,
stiamo diventando troppo maltrattati.
Andiamo agli uffici della Lega, senza
restare disuniti.
Quando siamo uniti abbiamo forza e
veniamo trattati meglio.
La forza nasce dall’unione e dalla forza
nasce la ragione.
88
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Non timemas pius sos cammurristas,
alzemus sa morale a custa terra.
Non pius succhiones affaristas,
dividemas su pane perra-perra,
formemas grandes lottas e conchistas,
senz’armas, senza sambene né gherra.
Pensemos pro su bene ‘e fizos nostros
non pius signoria a cussos mostros.
Non dobbiamo più temere i camorristi,
tiriamo su il morale a questa terra.
Non più affaristi avvoltoi, dividiamo il
pane metà e metà.
Formiamo grandi lotte e conquiste senza
armi, senza sangue e senza guerra.
Pensiamo al bene dei nostri figli non più
sottomessi a quei mostri.
Non delittos, omicidios nè male,
in paghe, in amore e frattellanzia;
unidos in partidu solidale
e bene organizzados in sustanzia.
Cun s’arma de s’ischeda elettorale
ottenimos sa nostra maggioranzia.
E a s’ora tenimus e gosamus
su chi oe nos furan e no hamus.
Non delitti, né omicidi né male , in pace,
amore e fratellanza, uniti in un partito
solidale e in sostanza ben organizzati.
Con l’arma della scheda elettorale
otteniamo la nostra maggioranza e
avremo la gioia di godere quello che oggi
ci rubano e non abbiamo.
Nois in paragone semus medas,
ma senza unione e fundamentu.
Unemunos pro bider chi provedas
cant’est forte su movimentu.
Si votamus cumpattos sas ischedas
los superamos su milli po chentu
ca inue b’hat forza e unione
inie signoreggiat sa rejone.
In paragone noi siamo tanti, ma disuniti e
senza organizzazione. Uniamoci per
vedere alla prova quanto è forte il
movimento:
Se votiamo compatti le schede li
superiamo al mille per cento perché dove
c’è forza e unione li si esalta la ragione.
Tempus a su tempus non diemus,
unemonos sutt’una bandiera
e unidos su nomene votemus
de s’illustre Giuseppe Cavallera.
Si cherimus chi da oe respiremus
menzus vida in custa noa era.
S’ischeda elettorale abbattit tottu
sa vittoria triunfat cun su votu.
Non diamo tempo al tempo, uniamoci
sotto una bandiera e uniti votiamo il
nome dell’illustre Giuseppe Cavallera se
vogliamo godere miglior vita in questa
nuova era.
La scheda elettorale vince su tutto, la
vittoria trionfa con il voto.
Cavallera s’eroe ‘e Carloforte,
martire de sa vida soziale,
hat brazzu potente e manu forte
hat trionfadu in sa lotta navale.
In pettu nostru hat depostu sa sorte
cunvintu de su sou alt’ideale.
Toccat a nois pro dirittu e rejone
a l’elegger pro nostru campione.
Cavallera eroe di Carloforte, martire della
vita sociale, con braccio potente e mano
forte ha trionfato nelle lotte in mare.
Al nostro cuore affida la speranza
convinto del suo forte ideale, tocca a noi
con diritto e ragione eleggerlo nostro
rappresentante.
89
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Già pagos annos semproniu e caju
a su momentu ‘e sas eleziones:
nos currian infattu che unu raju
peri sas vias e abitaziones
trattene ‘e signoria a s’operaju
milli prommissas e adesiones.
Da ch’appidos si sun in su consizu
non nos han alziadu piu su chizu
Da alcuni anni caio e sempronio al
momento delle elezioni ci inseguivano
come fulmini per le vie e per le nostre
case trattandoci noi operai con rispetto
con mille promesse e impegni.
Ma quando sono stati eletti al Consiglio
non ci hanno più guardato in faccia.
Pro fagher unu bonu cunsizeri
no bi cheret zicchetes né binu,
e né negoziante né ingegneri,
né professores de grecu e latinu.
Abbastat un’onestu zoronaderi
ch’amore patriu inserrat in sinu.
Non bi cheret né binu né licores
e né prommissas chenz’haer valores.
Per fare un buon consigliere non servono
spuntini o vino, né commercianti, né
ingegneri, né professori di greco e latino.
Basta un onesto lavoratore che abbia nel
cuore l’amore patrio, non serve né vino
né liquori e né promesse senza valore.
Sa culpa la tenimus tottu nois,
ch’hamus elettu ladros istrozzinos.
Deo puru nde suffro che a bois,
tribagliamus sen’haer quattrinos.
Vivimos in guai e in hois,
e-i cussos marcende in carrozzinos.
Via custa canaglia a sa mal’ora,
bastante nd’hana fattu:- fora, fora.
E’ colpa nostra che abbiamo eletto ladri e
strozzini. Anch’io lavoro come voi,
lavoriamo senza soldi, viviamo nei guai e
nei dolori e quelli viaggiano in carrozza.
Via queste canaglie, in malasorte, ne
hanno fatto abbastanza: fuori, fuori!!
Unione bi cheret frades mios,
amore, frattellanzia, caros sardos.
Leggimus tottus mannos e pipios.
Non siemus nen pigros e né tardos.
In sos pettos energicos e bios
nidu faghen sos animos gagliardos.
Sa forza, su coraggiu battin vittoria,
su debile e paurosu no hat gloria.
Serve unione fratelli miei, amore e
fratellanza cari sardi. Leggiamo tutti,
grandi e piccoli, non siamo né pigri né
rassegnati.
Nei cuori vivi ed energici albergano gli
animi gagliardi.
La forza e il coraggio portano vittoria,
per il debole e pauroso non c’è gloria.
Nisciunu penset chi custa canzone
pubblico pro isfoggiu né pro vantos,
nen pro lucrare o pro professione
comente forsis b’han a crère tantos.
Richiamo sa bona attenzione
de sos interessados tottu cantos;
e los invito a comunu drapellu
presente de risponder a s’appellu.
Non pensiate che pubblico questa
canzone per vanagloria o vanto, né per
soldi o professione come forse molti
potrebbero pensare.
Chiedo la massima attenzione di tutti gli
interessati e li invito numerosi a
rispondere al presente invito: presente.
90
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Invito sos chi lezen e iscrien
chi l’insignen a dogni analfabeta,
finament’a sos zegos chi non bien
ch’est caridade sa pius azzetta.
Invito puru ch’azudu mi dien
da ogni parte ‘e logu ogni poeta.
Ognunu in limba sua o dialettu
cantande non timedas su minettu.
Invito scrittori e poeti che insegnino ad
ogni analfabeta, anche ai non vedenti
perché la carità e ben accetta.
Invito tutti i poeti che mi aiutino da ogni
parte e luogo.
Ognuno cantando nella sua lingua o
dialetto non abbia paura delle minacce.
Notade chi non canto pro interessu
che zertos ambulantes canzonistas,
civiltade, uguaglianza e progressu
est su programma nostru socialistas,
cun coro firmu e animu indefessu,
cumbattimus sos ladros cammorristas,
pro no difender unidos in Lega
da cussa mercenaria cungrega.
Sappiate che non canto per interesse
come certi canzonieri vagabondi,
Civiltà, uguaglianza e progresso è il
nostro programma socialista.
Con cuore fermo e animo instancabile
combattiamo i ladri camorristi, per
difenderci uniti in Lega da quella
combriccola di mercenari.
Innalzemus sa bella bandiera
cun s’istemma ‘e Lega e Minadores.
Gridend’in coro:- Evviva Cavallera!
Abbassu succhiones truffadores!
Viva Siotto, Oranu, e Lega intera!
Gridemus tottus, mannos e minores,
viva Rondani, Ferri e seguaces
abbassu sa canaglia ‘e sos rapaces!
Innalziamo la bella bandiera con lo
stemma di Lega e Minatori gridando
insieme: Evviva Cavallera!
Abbasso avvoltoi truffatori!
Viva Siotto, Oranu e tutta la Lega!
Gridiamo tutti, grandi e piccoli
Viva Rondani, Ferri e seguaci
Abbasso le canaglie e i rapaci!
http://www.poesias.it/poeti/moretti_pittanu_sebastiano/moretti.htm
Ringrazio l’amico Gianfranco Spanu, che ha curato la traduzione del “Grido del minatore”.
Sardo, Gianfranco, come sardo era Sebastiano Moretti, l’autore del poema.
Non posso parlare della storia delle miniere senza andare in Sardegna, Shardana, Sandalion,
Ichnussa.
Popoli antichissimi hanno abitato l’isola ed hanno lasciato tracce profonde e remote.
L’arte, i miti, i nuraghi, le sepolture, tutto immerso in un mondo che ancora oggi è incontaminato, nel quale si può ritrovare la natura vera, da cui, millenni fa emersero civiltà vere.
Dalla profondità del tunnel del tempo, scuro e polveroso come le gallerie di una miniera di
carbone, emergono i versi e la figura di Sebastiano Moretti.
Era anche lui un figlio di quella terra.
Figlio anche perché, ogni giorno, veniva alla luce dal ventre della Madre Terra, lanciando
intorno a sé suoni che sembrano i vagiti di una creatura che nasceva a nuova vita ogni volta
che riusciva a vedere le stelle.
Non era il solo, erano tanti i fratelli partoriti, ogni giorno, dalle viscere della Terra.
Oggi non esistono quasi più.
È diventata ormai sterile quella Madre Shardana.
91
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Il Poeta
Il testo che segue è tratto da “Gente di Planargia” edito da Progetto
Sardegna marzo 1998 scritto e curato dal, compianto amico, il Prof.
Giovanni Maria Muroni, noto Billia.
Forse nessuno meglio di lui poteva , avendo
studiato a fondo il periodo in cui ha vissuto, presentare il poeta.
“…Se è vero che appare difficilissimo rilevare l’influenza esercitata su una popolazione quasi completamente analfabeta dalle
eruditissime omelie del vescovo Cano,
dalle poesie e dagli articoli del canonico
Nino, dalle denunce puntuali dell’avvocato
Fara, dalle arringhe violente di Luigi
Canetto o dagli opuscoli protestanti di
Angelo Cossu, è piu facile riscontrare
ancora oggi la sedimentazione di idee e
concezioni operata dalla mediazione delle
poesie logudoresi del Moretti.
I suoi versi, quasi come i proverbi popolari, sono spesso utilizzati per sintetizzare un concetto, per esprimere un parere, per descrivere una situazione,
per raccontare e interpretare la storia.E questo è possibile perché Moretti
stava a metà strada tra la cultura italiana di divulgazione e la cultura popolare.Perché, componendo e scrivendo per l’ oralità, consentiva alla memoria
allenata degli illetterati di ritenere le sue opere più delle omelie del vescovo o delle poesie italiane del Nino.
Figlio del mugnaio Antonio e di Marchesa Cadoni, nacque in Tresnuraghes
il 3 giugno 1868...
…Non erano anni favorevoli per la famiglia di un mugnaio, ma Antonio
Moretti potè comunque mandare il figlio a Bosa perché vi frequentasse il
seminario.Il nuovo vescovo Eugenio Cano, che nel seminario credeva fermamente per la elevazione di un clero ancora troppo incolto, vi aveva profuso
un clima di grande fervore culturale e soprattutto di rivendicazione della
“sardità” ed era disposto a sostenere, anche con un intervento economico
personale, i giovani più bisognosi.
In seminario si studiava grammatica italiana, latina e greca, letteratura e
filosofia.La poesia, nella quale lo stesso vescovo si dilettava, vi era tenuta
92
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
in gran conto e i giovani si cimentavano in composizioni ardite, sofisticate,
più tecniche che poetiche, ma comunque interessanti per le nuove prospettive che offrivano soprattutto all’uso della lingua sarda....
...In questo clima Sebastiano Moretti ricevette la sua prima formazione poetica.Se non per l’intero corso ginnasiale, almeno per alcuni anni.
Un clima di vivace ricerca formale che intendeva dimostrare la duttilità del
sardo e la sua capacità di esprimersi nelle forme più disparate(canzoni, poemetti in ottave, sonetti, odi ecc.)e di orgogliosa rivendicazione della identità sarda, ingenuamente diretta, in molti casi, a mitizzare il passato ritenuto
grandioso e e radioso contro il presente acciaccato e misero....
...Sebastiano Moretti, cresciuto nel cuore della crisi economica ma anche
nel clima culturale di mitizzazione del passato e di ricerca linguistica, seguirà in tutta la sua produzione poetica le direttrici di quel rimpianto e di quella ricerca, ma anche della denuncia e della entusiastica adesione a tutte le
nuove proposte riformistiche di trasformazione dell’esistente.
La sua ricerca lessicale, sonora, di forme nuove, sempre più elaborate e
complesse raggiunge limiti di funambolismo esasperato.
Il nome di Sebastiano Moretti è legato “a quelle composizioni “a retrogada”
che danno vita allo scintillìo di un gioco complicatissimo e affascinante
alludiamo ai cosidetti “trintases” di cui parlava già il canonico Spano nella
“Ortografia sarda nazionale” ma che Pittanu perfezionò e complicò fino
all’inverosimile in una ricerca di funambolismo formale che non riusciva ad
appagarlo”.
Negli anni Venti inventò, come vedremo “sa moda” “ in cui ogni possibile ordine sintattico normale è, se non distrutto, sospeso per lasciare il posto ad una
scomposizione radicale della lingua-sintassi, sospinta ai bordi dell’allucinazione inconscia”.
Fino agli ultimi anni della sua vita, il poeta tresnuraghese sfiderà, con tenzoni epistolari, i poeti contemporanei a partecipare a questo gioco linguistico.
E sino agli ultimi anni della sua vita si porterà dietro la cultura della “sardità” assorbita negli anni del seminario e diffusissima in tutta l’isola nella
seconda metà dell’Ottocento.La mitizzazione del passato ritenuto splendidamente bucolico, in cui al contadino
Pacificu sempre e cuntentone
Pariat chi li enzerat sola sola
S’incunza de su inu e de s’arzola
E in cui
Murvas, crabolos, chervos e sirbones
93
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Intro ‘e ìdda ‘idimis passizzare.
Ma anche il clima di glorificazione di un passato eroico, grandioso ricostruito intorno alla figura giudicessa di Arborea alla quale si attribuivano
tutti gli appellativi del mito:
Salve, o Eleonora d’Arborea
Salve, regina nobile e fiera
Salve, legislatrice gherriera !
Salve benefattrice, sarda dea
Sa tua santa, fine, giusta idea,
S’opera tua sublime e sinzera:
T’hant innalzadu altares sas istorias
Cantende a tie laudes e glorias.
...Sebastiano Moretti , con la stessa buona fede del Cano, si lascia trascinare nel racconto fantastico che ha inventato un’origine gloriosa dei quattro
giudicati sardi:
Est su seschentos norantatres s’annu,
su primu re ch’in Sardign’hant votadu;
Saviamente Gialetu hat regnadu
Liberende sos sardo dae s’affannu
Sigomente s’incarrigu fit mannu
S’isula in giudicados hat formadu
Battor, divisos cun sublime idea:
Torres, Gallura, Cagliari, Arborea.
Abbandonato il seminario, rientrò a Tresnuraghes e, con “intensu e vivu
amore” dedicò la sua giovinezza “a legger sos pius eruditos poetas-antenados e contemporaneos...-e a los meditare profundamente”.
Intanto, per oltre quindici anni, tentò in tutti i modi una sistemazione impiegatizia che non riuscì a ottenere per colpa di alcuni “bruttos pegos” del
paese che arrivarono, ”a forza de ricursos”, a privarlo di “bonos impiegos”
.
Secondo Paolo Pillonca “era quel che oggi si direbbe un poeta maledetto,
nel senso che la sferzante ironia dei suoi versi-non solo di quelli improvvisati nelle notti di festa- colpiva senza distinzione di bersagli i principales del
paese e della zona...Ammirato e corteggiato fuori del suo paese, inviso a chi
comandava a Tresnuraghes”.
94
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Ferocemente anticlericale al punto da essre accusato di ateismo, prediligeva, nelle gare, i ruoli più dissacratori e anticonformistici.Se c’era da
sceneggiare la cacciata dal paradiso terrestre, il ruolo più consono era
quello del serpente.In realtà non era ateo ed il suo anticlericalismo, più
che a motivi ideologici, và riferito a quella tradizione secolare, già sottolineata da San Bernardino da Siena, che rendeva più simpatici e ascoltati i predicatori che tuonavano contro i peccati del clero.Da buon teatrante, Moretti è consapevole, come i vecchi predicatori smaliziati, che appena si “comincia ad attaccare il clero, quando gli ascoltatori cominciano a
sonnecchiare o quando fa troppo freddo o caldo.Subito tutti si scuotono
e diventano di buon umore”.
Ma coloro che “non pensant a su bonu mai” avevano fatto circolare una canzonetta calunniosa nei confronti di alcune bigotte “monzas segretas”.Di
fronte ad una denuncia per diffamazione avevano sparso la voce che l’autore della satira fosse il Moretti.In tribunale riuscì a dimostrare la propria
estraneità, ma la sua vita a Tresnuraghes era diventata insostenibile.
La canzonetta fu una scusa, come lo fù per il maestro elementare Gavino
Marras, amico del Moretti, una assenza da scuola per assistere il fratello,
parroco di Suni, ammalato.La verità era da ricercare nelle ultime elezioni politiche del 1897/98 in cui Moretti e Marras, ribellandosi agli indirizzi proposti dal sindaco Zedda che orientava l’elettorato tresnuraghese
verso il deputato Solinas Apostoli, fecero aperta campagna in favore dell’avvocato Giovanni Poddighe cugino del Marras.Furono costretti ad
emigrare, il maestro in Argentina e Moretti nell’Iglesiente, alla ricerca di
un posto da minatore.Lo troviamo tra il 1899 ed il 1900 nella miniera di
S.Giovanni.
Ad Iglesias, il 12 settembre 1901, sposò Mariantonia Sanna con la quale
ebbe un figlio ma non un’unione felice.Si separarono e fu forse proprio quest’esperienza negativa a dettargli le ottave velenose di un poemetto intriso
di misoginia:Astuzia e ingannos de sa femina delittuosa.
L’esperienza operaia nelle miniere lo portò ad aderire alla battaglia
socialista di Giuseppe Cavallera già dai primi anni del Novecento.In
occasione di una campagna elettorale(forse quella del 1904), compose
un poemetto in 46 ottave: Su gridu de su minatore in cui, sintetizzando
il programma del socialismo riformista di Cavallera, invitava gli operai
ad adrire alla Lega:
Civiltade, uguaglianza e progressu
Est su programma nostru ‘e socialistas
in paghe, amore e frattellanza;
95
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
unidos in partidu solidale
e bene organizzados cun sustanza
cun s’arma de s’ischeda elettorale
e assora ottnimos e gosamos
su chi hoe nos furant e no hamos.
Intanto, supplicava costantemente e con insistenza tutti gli amici poeti del
Logudoro, i quali solo”hant sas limas esattas/e tott’ammirant sas rimas insoro”ad intrattenere con lui, esule in una terra in cui “su dialettu logudoresu
no est connottu né apprezzadu;inue veramente sa musa dialettale est tenta
in pagu cunzette” una corispondenza poetico-epistolare.Li sfidava con proposte ardite e sempre più complesse, dai trintases a semplice retroga a fiore,
fino al trintasette retrogadu e tent’a maglia.Pubblicherà alcune di queste lettere poetiche nel volumetto Su Parnasu sardu.
Ma i rapporti con i colleghi improvvisatori non erano tra i più idilliaci.
Fino al 1908 le gare poetiche nelle feste paesane erano a premio, e “soltanto il vincitore aveva diritto a una ricompensa;lo sconfitto o gli sconfitti
restavano a mani vuote”. Moretti troppo spesso vincitore per essere compagno gradito in gara. La notte tra il 7 e l’8 maggio del 1906, in occasione
della festa di S.Narciso, a Bono, i poeti Antonio Farina di Osilo(18651944), la figlia Maria, Giuseppe Pirastru di Ozieri(1858-1932) e Salvatore
Testoni di Bonorva(1865-1945) “scioperarono” dichiarando di non voler
cantare col poeta tresnuraghes e non si presentarono sul palco.Il cronista de
La Nuova Sardegna, stigmatizzando “la malignità e il cinismo” degli scioperanti che, ”con grave danno del pubblico”avevano recato “detrimento
morale” al poeta rifiutato, racconta che “la mattina dell’8, il comitato con
tutto il popolo plaudente, e con la musica in testa, percorse le vie del paese
col grido di “Abasso la camorra, viva Moretti”.
Era maestro dell’improvvisazione nella quale sapeva èassare, cogliendo
l’umore dell’uditorio e le debolezze degli avversari, dalla comicità alla satira,
dall’ironia velove e pungente all’approfondimento pacato intorno ai più seri e
“profundos ideales”.Paolo Pillonca ricorda l’ammirazione di Remundu Piras
nel descrivere “le sue qualità mimiche che ne facevano un attore consumato”,
un poeta de geniu dalla simpatia naturale, a dispetto della sua debolezza canora caratterizzata da “boghe lasca e traggiu ordinariu”.
Il poeta tresnuraghese parteciperà ancora attivamente alla vita politica isolana e, attribuendo alla poesia una funzione di promozione culturale e politica, inviterà i suoi colleghi a non impegnarsi esclusivamente per i premi
delle gare.
96
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Poetas, de cantare custa est s’ora
Cun tottu su talentu esside fora
In custa oras tristes e amaras
Pro riparare sos bruttos eventos
Cun sos bostros robustos argumentos.
Dal canto suo proporrà, in occasione di una elezione amministrativa del
1919, il poemetto Boghes de Sardigna.Sos males chi affligint s’isula sarda
e sos rimedios in cui, dichiarando la continuità con gli ideali del socialismo
riformista già espressi in Su gridu de su minadore, denuncia il trasformismo
dei suoi stessi compagni, l’impostura del deputato che
Si ponet a preigare
Chi est de s’operaiu in favore;
Visitat in segretu a mussignore
E promittit su cler’’e appoggiare:
In pubblicu figurat socialistu
E basat in segret’a Gesù Cristu.
Nel 1920 subirà anch’egli il fascino del movimento sardista sviluppato
intorno ai reduci della Brigata Sassari.Nel marzo di quell’anno pubblicherà
ad Iglesias un poemetto di 97 ottave dedicato appunto “a onore e gloria
imperitura de sos eroes sardos, ruttos valorosamente in su campu de battaglia”.Il poemetto intitolato Su valore de sos sardos in gherra, dopo un’introduzione in cui ripercorre velocemente la storia della poesia sarda, da Araola
e Madau a Paolo Mossa e Sebastiano Satta, racconta nella prima parte le
imprese guerriere dei sardi da Amsicora fino all’avvento dei Savoia...
...La seconda parte del poemetto, intitolato Una regina sarda gherriera, è la
glorificazione mitica di Eleonora d’Arborea.Non sappiamo se abbia concluso l’opera che doveva, secondo il progetto iniziale, affrontare la storia contemporanea fino “a s’attuale vittoria 1918”.
L’opera pubblicata nel 1920, curata e documentatissima, fù ideata già nella
giovinezza a Tresnuraghes e composta nel lungo periodo dell’esilio nell’iglesiente.Il poeta ebbe quindi la possibilità di far uscire, sempre nel 1920,
in occasione di una nuova tornata di elezioni amministrative, un altro poemetto di 60 ottave intitolato Sa campana sarda.Avvertimento e cunsizos a
sos sardo elettores.
L’adesione alla battaglia “sardista” è esplicita:
Forza-paris, comente in su Piave
97
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Sos invasores amos soggiogadu:
forza-paris, po soggiogare como
Sos parassitas ch’amos intr’’e domo!
Forza-paris, currimus a votare
Oe dogni elettore est cumbattente.
…Scalzata finalmente la giunta Zedda, Moretti e Marras poterono, nel
1922, rientrare a Tresnuraghes.Sebastiano Moretti , in occasione della festa
di S. Antonio di Padova, al quale si dedicava quell’anno l’antica chiesa di S.
Maria di Itria(poi di Loreto), ristrutturata e riconsacrata, si riconciliò con i
suoi concittadini in una memorabile gara poetica che lo vide insieme a
Cubeddu, Testoni, e Farina.
Al termine delle schermaglie, Moretti offrì al comitato e ai compaesani”unu
modelle nou”, una delle sue funamboliche creazioni applicata questa volta
alla rievocazione della vita del santo e all’invocazione della sua intercessione. Il 26 agosto 1922 nasce dunque, dalla penna del poeta tresnuraghese, la
prima moda cantata in una gara poetica.
…In occasione della venuta del duce, il 10 giugno 1923, Sebastiano Moretti
scrisse Mussolini in Sardegna, un’opera mista di sonetti.ottave e strofe di
canzone con versi liberi, dedicata
A su Duce, chi cun ferrea manu
At salvadu s’Istadu Italianu.
E, ancora una volta, rese esplicito il percorso politico personale dichiarando i suoi punti di riferimento.
Accudide a sa ‘oghe’ e sa Diana
Chi General Gandolfo istat sonende;
Professor Pili a raccolta est giamende
Sa gioventude sarda onesta e sana,
Avanti, avanti, o anima Isulana,
Addiccò s’era noa avvicinende:
Unidos tottu in amplessu fraternu
Diemus brazzu forte a su Guvernu.
Trascorse il resto della vita a Tresnuraghes, spostandosi di frequente per
tutta l’isola, richiestissimo nelle gare, ammirato maestro dei giovani
improvvisatori che lo ricorderanno con devozione e affetto.
Morì a Tresnuraghes il 24 Aprile 1932.
98
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Forse Sebastiano era un poeta maledetto. O forse era soltanto un disperato del
popolo.
Cercava lavoro e intanto predisponeva i suoi polmoni alla “polymphilite” che
Georg Bauer secoli prima andava diagnosticando nei pozzi germanici.
Aveva l’arma della poesia e la brandiva come una clava, contro gli stranieri, gli
sfruttatori, che facevano la vita comoda e non morivano in miniera, di miniera.
Non aveva cercato scampo fuori della terra di Sardegna. Chissà se già sapeva che
molti di coloro che l’avevano fatto non avevano trovato, in realtà, fortuna.
Molti avevano cercavato fortuna fuori.
Molti, invece, non avevano trovato quello che cercavano.
Milioni, a milioni, si erano mossi al tempo di Sebastiano Moretti. E molti si muovono ancora oggi.
Sono stato a New York, a Ellis Island, dove esiste il grande museo dell’immigrazione.
Ellis Island era la porta attraverso la quale, per decenni, gli emigranti avevano
messo piede nella Terra Promessa. Una Terra che li accoglieva e, al tempo stesso, li segregava in una quarantena incomprensibile ed estenuante.
Ho inserito nell’archivio digitale del Museo il mio nome, cercando qualche traccia delle mie stesse radici trasmigrate nel Nuovo Mondo. Oggi è facile farlo sul
sito del Museo.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
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©2000 by The Statue of Liberty-Ellis Island Foundation,
Inc.
Ecco il risultato della ricerca.
Questo estratto è solo parziale, la prima di 25 pagine tutte uguali ma tutte diverse.
Uguali, quei nomi.
Tutti miei omonimi.
Tutte diverse le storie. Centinaia di vite che quei nomi, come per magia, hanno
tratto dal nulla della miseria e portato addirittura nel Paradiso d’America.
101
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Per me sono tutti sconosciuti. Ma portano tutti il nome mio.
Lo hanno portato, preso in ogni dove d’Italia, in giro nel mondo. Ognuno, il mio
nome. Ognuno un volto diverso. Ognuno una storia, una vita, una storia e una
vita diverse.
Fa una strana impressione condividere con tanti fratelli una cosa così intima e
familiare come il nome e cognome.
Il mio nome ed il mio cognome.
Saranno tutti diversi?
Non ho potuto elencare tutti records resi dalla ricerca. Come non posso neanche
trascrivere i nomi di milioni di migranti che sono passati dall’Isola di Ellis.
Sono una folla sterminata. Una schiera di angeli.
Milioni di uomini.
Tutti diversi.
Tutti col mio sangue.
Una Moltitudine.
Milioni.
Come nei versi di Schiller. Milioni di uomini, resi immortali dalla prodigiosa
invenzione sinfonica di Beethoven.
Milioni. Moltitudini. Strette. Inginocchiate. Abbracciate.
Il desiderio di gioia manifestato del poeta batte palpitante e al tempo stesso agita
inconsapevole milioni di cuori, le moltitudini che si sono mosse alla ricerca di un
destino, di un destino dignitoso, che restituisse loro la qualità di uomini.
Loro, povera carne da hamburger, sono partiti senza destino, senza identità.
A loro, venivano spezzate le radici. A loro, veniva assegnato un destino in prestito. Solo così potevano trovare un lavoro da cui sgorgava, miracolosa, la fonte
della “Gioia”.
Gioia per la Terra Promessa. Gioia per il Futuro. Gioia. Gioia per un Destino.
“An die Freude”
“Inno alla Gioia”
O Freunde, nicht diese Töne!
Sondern lasst uns angenehmere
anstimmen und freudenvollere!
O amici, non questi suoni!
ma intoniamone altri
più piacevoli, e più gioiosi.
Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlische dein Heiligtum.
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt;
Alle Menschen werden Brüder,
Wo dein sanfter Flügel weilt.
Gioia, bella scintilla divina,
figlia degli Elisei,
noi entriamo ebbri e frementi,
celeste, nel tuo tempio.
La tua magia ricongiunge
ciò che la moda ha rigidamente diviso,
tutti gli uomini diventano fratelli,
dove la tua ala soave freme.
102
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seine Jubel ein!
Ja - wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund!
Und wer's nie gekonnt,
der stehle Weinend sich aus diesem Bund!
L’uomo a cui la sorte benevola,
concesse di essere amico di un amico,
chi ha ottenuto una donna leggiadra,
unisca il suo giubilo al nostro!
Sì, - chi anche una sola anima
possa dir sua nel mondo!
Chi invece non c’è riuscito,
lasci piangente e furtivo questa compagnia!
Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur,
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihre Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod,
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott.
Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
tutti i buoni, tutti i malvagi
seguono la sua traccia di rose!
Baci ci ha dato e uva, un amico,
provato fino alla morte!
La voluttà fu concessa al verme,
e il cherubino sta davanti a Dio!
Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch das Himmels prächtigen Plan,
Laufet, Brüder, eure Bahn,
Freudig wie ein Held zum Siegen.
Lieti, come i suoi astri volano
attraverso la volta splendida del cielo,
percorrete, fratelli, la vostra strada,
gioiosi, come un eroe verso la vittoria.
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuss der ganzen Welt!
Brüder - überm Sternenzelt
Muss ein lieber Vater wohnen.
Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero
Fratelli, sopra il cielo stellato
deve abitare un padre affettuoso.
Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest du den Schöpfer, Welt?
Such ihn überm Sternenzelt,
Über Sternen muss er wohnen.
Vi inginocchiate, moltitudini?
Intuisci il tuo creatore, mondo?
Cercalo sopra il cielo stellato!
Sopra le stelle deve abitare!
A molti di loro, invece, non era assicurata neanche la fortuna di trovare ciò che
per tanti aveva avuto un prezzo così alto!
Molti non avevano diritto alla dose di Gioia che i Titani avevano apparecchiato
per l’Umanità intera.
Molti di loro, si saranno domandati, forse inconsapevoli, se davvero dovevano
ritenersi esclusi da quell’Umanità. Forse non erano uomini pure loro, gli esclusi?
Forse la Natura li aveva ingannati ancora più perfidamente?
103
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
C’era, forse, qualche ignota ragione che li rendeva meno uomini degli altri?
Nelle celle di Ellis Island vedevano, forse, e certamente sognavano, fiumane di
uomini sui viali di New York, sorridenti, felici. Forse li immaginavano anche
soffrire. Chissà!
Ma quelli, almeno erano Uomini!
Molti di quelli che partivano dalle miniere di polvere d’Italia, invece erano bestie
impastate di fame e sudore.
Molti di loro erano coperti di cenere, ed avevano i polmoni pieni di piombo.
Nascevano dalla cenere e crescevano nella miseria.
Si nutrivano di cenere e respiravano veleno.
Molti di loro, delle miniere di nero carbone o di zolfo color zafferano, molto presto tornavano ad essere cenere.
Più presto degli altri. E più presto di quanto gli spettasse.
Adæ vero dixit: Quia audisti vocem
uxoris tuæ, et comedisti de ligno, ex
quo præceperam tibi ne comederes,
maledicta terra in opere tuo; in
laboribus comedes ex ea cunctis
diebus vitæ tuæ. Spinas et tribulos
germinabit tibi, et comedes herbam
terræ. In sudore vultus tui vesceris
pane, donec revertaris in terram de
qua sumptus es; quia pulvis es et in
pulverem reverteris
104
All`uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce
di tua moglie e hai mangiato dell`albero, di cui
ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l`erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finchè tornerai alla terra,
perchè da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La storia, per quelle moltitudini infelici ha corso troppo velocemente, travolgendo tutto, le loro vite, i loro destini, le loro misere cose.
Ecco allora, un’altra storia. Un’altra storia di dolore e di morte.
Una storia di Vittime della miniera.
Una storia di Vittime senza nome.
Vittime senza volto, fantasmi.
La memoria collettiva oggi, si offre grazie alle immagini di Google e dalle
pagine del web. E da queste poche pagine messe insieme da me, che scrittore
non sono.
Io voglio soltanto fare un altro piccolo dono alla Memoria, alla memoria di tutti
coloro che hanno sacrificato la propria vita in cambio del più “normale” dei sogni.
Il sogno di vivere. Il sogno di avere un Futuro. Il sogno di avere un Nome.
Disastro di Monongah.
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Il 6 dicembre 1907 nella miniera di Monongah, cittadina che allora contava
3 mila abitanti, si verificò il più grave disastro minerario che la storia degli
Stati Uniti d’America ricordi. L’incidente rappresenta anche la più grave
sciagura mineraria italiana.
L’incidente e i soccorsi
Alle ore 10,30 del mattino nelle gallerie 6 e 8 della miniera di carbone della
Fairmont Coal Company, di proprietà della Consolidated Coal Mine of
Baltimore, si verificò una terrificante esplosione.
La galleria 8 si trovava sulla sponda occidentale del fiume West Fork ed era
collegata alla galleria 6, situata sulla riva opposta, da un tunnel sotterraneo
e, in superficie, da un ponte e da un impianto di scarico del minerale.
La vena di carbone Pittsburgh giaceva a meno di 70 metri dalla cima della
collina su cui si apriva l’entrata principale della miniera e a circa 10 metri
sotto il livello del fiume.
Il boato fu avvertito a 30 km di distanza, come pure le vibrazioni del terreno.
Gli effetti più devastanti si ebbero nella galleria 8; qui un frammento di oltre
50 kg del tetto in cemento del locale motori fu scagliato sulla riva opposta del
West Fork, a oltre 150 metri di distanza. Stessa sorte toccò ad una grossa parte
105
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
dell’aeratore, che venne scaraventata sulla sponda orientale del fiume, piantandosi nel fango.
Testimoni oculari riferirono che la vampata proveniente dal sottosuolo raggiunse i trenta metri d’altezza. L’intera collina su cui si apriva l’entrata della
miniera fu violentemente scossa e dal West Fork si sollevò una gigantesca
ondata che raggiunse la linea ferroviaria che correva lungo il corso d’acqua.
I primi a precipitarsi verso il luogo della sciagura furono i parenti dei minatori, che abitavano nelle tipiche casette in legno situate sulla riva opposta del
West Fork, e i minatori dell’altro turno di lavoro.
Nei pressi della galleria 8 tutti gli edifici furono completamente distrutti e i
suoi tre ingressi furono ostruti dai detriti.
L’enorme ventilatore situato vicino all’entrata della miniera fu strappato e al
posto del locale di aerazione non rimase altro che un cumulo di mattoni e
metallo accartocciato.
Un’ampia e densa nube di fumo acre e polvere fuoriuscì dalla miniera e
ricoprì con una spessa coltre le acque del fiume1.
La notizia del disastro si diffuse rapidamente e in meno di un’ora alcuni
funzionari della compagnia mineraria giunsero da Fairmont.
I lavoratori delle miniere vicine, per solidarietà, si fermarono e affluirono
per prestare il loro aiuto.
Fu diramato un allarme generale per i medici e presto dottori, alcuni giornalisti e altri ufficiali si trovarono sul punto della sciagura ma fu subito evidente che sarebbero occorse diverse ore di lavoro solo per poter rendere praticabile l’entrata della galleria. Furono create due unità di soccorso, ciascuna di trenta elementi.
I soccorritori non poterono resistere all’interno della miniera per più di 15
minuti consecutivi a causa della mancanza di adeguati respiratori.
Tre di essi perirono durante il loro intervento e i loro nomi furono iscritti
nell’elenco delle vittime del disastro.
Dalla vicina Shinnston fu portato un ventilatore che venne posizionato all’ingresso principale per immettere aria all’interno della miniera. Alle nove di
sera le squadre di soccorso erano riuscite ad avanzare di soli 200 metri all’interno della galleria . Contemporaneamente, a circa tre km dall’ingresso principale della galleria, si tentava di aprire un tunnel di aerazione.
L’ingresso della galleria 6 rimase inaccessibile per molte ore dopo la deflagrazione. Le carcasse di oltre 600 carrelli bloccarono il passaggio a 100 metri dall’ingresso2.
1 Scenes around mines just after disaster, Fairmont Times, Dec. 7, 1907.
2 Albert rhone, Monongah Mine Disaster, POINTers, vol. 13, n. 4, 1999.
106
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Una dozzina di medici sostarono all’entrata della miniera, ma - tranne
poche eccezioni - il loro intervento sfortunatamente non fu necessario.
Nel primo pomeriggio parecchi cadaveri furono ritrovati a diverse centinaia di metri dagli ingressi ma non fu possibile ricondurli in superficie che
alle prime ore del mattino successivo. La maggior parte dei corpi delle vittime era carbonizzata e orribilmente straziata.
Per diversi giorni madri, mogli, fidanzate e sorelle restarono in angosciosa
attesa dinanzi all’ingresso dell’impianto, osservando, strillando e piangendo. “Alcune pregavano, altre cantavano e altre ancora - nella disperazione ridevano istericamente”.3
Le condizioni di lavoro
All’epoca della tragedia di Monongah la legislazione sulla sicurezza nelle
miniere degli Stati Uniti era assai carente, e tale rimase per lungo tempo.
Per comprendere quanto fossero arretrate le misure di sicurezza nelle miniere è sufficiente pensare che sino a pochi anni prima della strage del 1907
l’unico dispositivo adottato dai minatori per rilevare le spesso letali sacche
di gas consisteva nel condurre con sé nei pozzi in uccellini in gabbia. In
caso di presenza di gas essi sarebbero rapidamente morti, a causa della loro
gracilità, segnalando ai lavoratori l’imminente pericolo.
Per i minatori era assai difficile migliorare le tremende condizioni in cui
erano costretti a lavorare: tre italiani che nel 1879, a Eureka, in Nevada, avevano promosso uno sciopero per cambiarle, furono barbaramente linciati4.
Sostanzialmente i provvedimenti legislativi in materia di sicurezza venivano adottati in seguito e in conseguenza al clamore suscitato nell’opinione
pubblica dagli incidenti minerari più gravi ed eclatanti.
Così avvenne anche nel caso dell’ecatombe di Monongah.
Il rapporto della commissione d’inchiesta sull’incidente, sottolineando la
persistenza di problemi irrisolti riguardanti le esplosioni nelle miniere di
carbone, raccomandava esplicitamente al Congresso la creazione di un ufficio di indagini5. Nel 1910, sulla spinta del dramma di Monongah, il
3 The Monongah Catastrophe, The Illustrated Monthly West Virginian, Jan. 1908.
4 Gian Antonio Stella, L’orda, Milano, 2003, pag. 22. Questa situazione si sarebbe protratta per molti
anni a venire: ancora nel 1914 una protesta dei minatori fu soffocata nel sangue a Ludlow, ove furono uccise almeno venti persone.
5 Nella relazione si suggeriva inoltre che, poiché nelle miniere della West Virginia erano occupati oltre
sessantamila lavoratori, fossero assunti ulteriori 4 ispettori minierari distrettuali e 2 ispettori. Ma,
come è specificato oltre (“Il bilancio umano”), tale relazione ebbe anche gravissime conseguenze
umane per i parenti delle vittime.
107
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Congresso statunitense istituì il Bureau of Mines (Ufficio delle Miniere),
ente del Department of the Interior (Ministero dell’Ambiente ), allo scopo
di condurre ricerche per ridurre il numero degli incidenti6.
Il Bureau of Mines fu investito dal Congresso di poteri assai limitati e si
dovette attendere il 1941 e una lunga serie di incidenti affinché gli fossero
riconosciute autorità ispettive oltre che di ricerca.
Le cause della sciagura
Per indagare sulla sciagura la contea di Marion istituì una commissione d’inchiesta, le cui conclusioni furono rese pubbliche nel pomeriggio del 16 gennaio 1908.
Nella loro relazione il coroner E. S. Amos7 e i suoi collaboratori confermarono le ipotesi in precedenza espresse sia nel rapporto degli ispettori minerari dello Stato dell’Ohio sia dal Capo Ispettore minerario James W. Paul, di
Charleston, West Virginia: il disastro era da attribuire ad un’esplosione, la
cui origine rimaneva ignota e controversa, verificatasi nella galleria 8. In
sostanza il rapporto non individuava alcun colpevole.
Alcuni addossarono la colpa dell’esplosione ad un’imprudenza commessa
da uno dei numerosi “raccoglitori d’ardesia” o “ragazzi dell’interruttore”.
Questi erano i giovanissimi aiutanti di dieci, quattordici anni che, grazie al
vigente buddy system, non erano registrati in alcun elenco sebbene lavorassero regolarmente assieme ai minatori.
In altre ricerche si ritiene che la deflagrazione sarebbe stata innescata dalle
scintille provenienti da un cavo elettrico tranciato da un carrello andato fuori
controllo8.
Secondo un’altra ipotesi il disastro sarebbe stato provocato dall’esplosione
del gas accumulatosi nelle galleria nei due giorni precedenti, durante i quali
le miniere rimasero chiuse e la compagnia minieraria, per risparmiare energia, tenne spento l’impianto di ventilazione.
6 Nel Maggio del 1908, meno di sei mesi dopo la catastrofe di Monongah, il Congresso approvò la
creazione di una istituto di indagini sulle esplosioni in miniera. La struttura, la cui direzione fu affidata a Joseph A. Holmes, direttore della Divisione Tecnologica del Geological Survey, venne aperta
nel dicembre successivo a Pittsburg, in Pennsylvania, all’interno di una grande area carbonifera. Nel
1910 a Bruceton, in West Virginia, fu aperta la prima miniera sperimentale per i regolari test del
Bureau of Mines.
7 La commissione era così composta: E. S. Amos, W. E. Cordray, Geo. H. Richardson, A. S. Prichard,
Festus Downs, J. M. Jacobs, W. S. Hamilton.
8 Alessandro Scanavini, Morire a Monongah, Oggi7, in America Oggi, 5 maggio 2005.
108
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Mercoledì 4 e giovedì 5 dicembre si celebrarono rispettivamente Santa
Barbara, patrona dei minatori, e San Nicola, assai venerato in Italia meridionale come pure negli Stati Uniti (è il famoso santa Claus) e in Europa
orientale e settentrionale9. Quest’ipotesi spiegherebbe il rapido oblìo che
seguì l’incidente.
Infatti se la Fairmont Coal Company, potente e influente compagnia
mineraria, fosse stata ritenuta responsabile della catastrofe avrebbe
dovuto far fronte a numerosissimi e considerevoli indennizzi ai parenti
delle vittime.
Quindi la compagnia avrebbe avuto ogni interesse ad “insabbiare” il più
rapidamente possibile la catastrofe che avrebbe potuto implicare pensantissimi risvolti economici a suo carico.
L’estrema violenza della deflagrazione fa propendere per l’ipotesi secondo
cui la sciagura sarebbe stata provocata da un’esplosione di grisou, il pericoloso gas delle miniere.
Lo scoppio di tale gas è infatti caratterizzato dalla rapidissima liberazione
di notevoli quantità di energia ed ha spesso gravi conseguenze.
La pericolosità nelle miniere di carbone delle polveri finemente suddivise deriva da
una delle proprietà dei solidi quando questi sono coinvolti nelle reazioni chimiche.
Infatti, nei solidi, solo le molecole e gli atomi che si trovano in superficie sono
esposti all’ambiente di reazione.
Quanto più le particelle solide sono piccole, tanto maggiore è la loro superficie
esposta e veloce è la reazione.
Ciò spiega il motivo per cui le polveri sottili di carbone possono portare a una vera
e propria esplosione allo scoccare di una scintilla.
Infatti, la reazione del carbonio con l’ossigeno dell’aria provoca lo sviluppo di calore
C (solido) + O2(gas) ¡ CO2 (gas) + calore.
Se il carbonio (solido) è presente sotto forma di polvere o di piccoli frammenti reagisce più rapidamente
con l’ossigeno dell’aria e lo sviluppo di calore può essere estremamente rapido,
tanto da originare un’esplosione.
Come previsto dalla Commissione del coroner Amos, l’assenza di sopravvissuti rese estremamente difficile - se non pressoché impossibile - la ricostruzione dell’esatta dinamica della catastrofe.
Le cause del’incidente rimangono tuttora sconosciute.
9 San Nicola cade in effetti il giorno 6, ma la ricorrenza venne anticipata al giorno precedente. La maggior parte dei minatori provenivano dall’Europa dell’Est, dall’Italia del Sud e molti erano pure i Neri
americani.
109
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Il bilancio umano
La camera ardente fu in un primo tempo allestita nell’edificio della First
National Bank di Monongah.
Successivamente, per mancanza di spazio, centinaia di bare furono allineate di fronte all’edificio, nel corso principale della città.
I corpi delle vittime erano tanto straziati che nacquero discussioni sulla
loro identificazione e più di una volta una stessa salma fu reclamata da
due famiglie diverse che ritenevano di riconoscere nel cadavere il loro
congiunto.
Molti minatori furono ritrovati con i risparmi cuciti nelle cinture e una
delle preoccupazioni dei responsabili dei soccorsi divenne quella di evitare atti di sciacallaggio.
Le bare venivano dirette verso il cimitero protestante o quello cattolico, a
seconda della fede del morto. Per la prevalenza di vittime d’origine italiana,
ungherese e polacca presto il cimitero cattolicò si riempì. La Fairmont Coal
Company mise a disposizione un acro di terreno della zona mineraria, sul
fianco della brulla collina, ove sorse un nuovo cimitero.
File di bare aperte furono sepolte nel freddo suolo della West Virginia.
I corpi di 135 vittime non identificate vennero sepolti in una fossa comune.
Le rovine delle miniere furono murate e molte delle nuove abitazioni dei
minatori furono costruite sul versante della collina sopra la miniera.
La relazione della commissione d’indagine della contea di Marion ebbe
importanti e gravi conseguenze umane e legali.
Il rapporto, affermando l’impossibilità di stabilire le cause del disastro,
scagionava la Fairmont Coal Company da qualunque responsabilità nell’incidente; veniva così di fatto preclusa la possibilità per i parenti delle
vittime di ottenere un risarcimento dalla proprietà dell’impianto in sede
giudiziaria.
La sciagura ebbe un’enorme eco nell’opinione pubblica del Paese.
Il più grave disastro minerario sino ad allora avvenuto negli Stati Uniti era
stato quello di Fayetteville, sempre nella Virginia Occidentale, il 29 gennaio dell’anno prima, in cui avevano perso la vita ottanta minatori.
Alle 250 vedove e ai 1.000 orfani lasciati dai minatori scomparsi non restò
che il soccorso assistenziale della Monongah Mines Relief Committee.
Il 27 dicembre 1907 più di duemila quotidiani statunitensi promossero una
raccolta di fondi. Essa fruttò circa centocinquantamila dollari che furono
poi devoluti come sussidio agli sfortunati familiari dei minatori scomparsi.
Alla raccolta contribuì generosamente il magnate statunitense Andrew
Carnegie e 17.500 dollari furono elargiti dalla Fairmont Coal Company, che
110
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
successivamente distribuì un’ulteriore somma10. Fu stabilito che ad ogni
vedova fossero attribuiti 200 dollari e 155 ad ogni orfano minore di 16 anni.
Non risulta che il Governo italiano abbia erogato fondi ai parenti delle
vittime.
Le 171 vittime “ufficiali” italiane erano emigrati da località molisane (un
centinaio), calabresi (una quarantina) e abruzzesi (una trentina).
È bene ricordare che gli Italiani - e in particolare i meridionali - non erano
considerati bianchi ma molto vicini ai Neri.
Tra i paesi più colpiti i molisani Frosolone (14 vittime), Duronia (36 vittime), Roccamandolfi, Bagnoli del Trigno, Torella del Sannio, i calabresi San
Giovanni in Fiore (una trentina di vittime), San Nicola dell’Alto, Falerna,
Strongoli, Gizzeria, Castrovillari e gli abruzzesi Atri, Civitella Roveto,
Civita d’Antino, Canistro e la lucana Noepoli.
Fra gli altri persero la vita anche il ponzano Luigi Feola, un bellunese di
Vallesella e un piemontese di Premia.
Il fratello di quest’ultimo, Giuseppe D’Andrea, sacerdote dell’Ordine degli
Scalabriniani, aiutò il Reale Agente Consolare, Giuseppe Caldera, che era a
Fairmont, a redigere centinaia di atti di morte.
Il numero dei caduti italiani fa della tragedia mineraria di Monongah una
delle più gravi - se non la più grave - mai abbattutesi sulla comunità italiana: nel pur tristemente assai più noto disastro di Marcinelle perirono 262
vittime, 136 delle quali italiane.
10 Secondo la relazione finale del tesoriere della Monongah Mines Relief Committee del 1910 i contributi internazionali furono: Germania 104,70 dollari; Inghilterra: 50; Francia: 50; Messico: 10;
Cuba: 5. I contributi “istituzionali” furono: Fondo Carnegie: 35.000 dollari; Vescovo della Diocesi di
Wheeling: 5.334,40; Croce Rossa Americana: 3.478,11; Governo Ungherese: 1.610,00; Fraternal
Order of Eagles: 1.000; Elks: 1.000; United Mine Workers of America Sindacato dei minatori americani) 1,000; Order KoKoal: 629,69 I dati sono tratti dalla tesi di laurea presentata da Jeffery B.
Cook alla West Virginia University nel 1998.
111
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Il numero delle vittime
In un primo momento - secondo il rapporto della citata “Commissione
Amos” - sembrava che le vittime fossero “circa 350” ma già nei giorni
immediatamente successivi alcuni resoconti giornalistici parlarono di 425
morti.11
Il cimitero di Monongah, dove riposano le vittime del disastro.
Leo L. Malone, General Manager delle due gallerie, riferì alla stampa che la
mattina della sciagura all’ingresso nell’impianto erano stati registrati 478
uomini, e che comunque tale numero non includeva circa 100 altri lavoratori
(conducenti di muli, addetti alle pompe, ecc.) non soggetti alla registrazione.
In un quotidiano di Washington una corrispondenza datata 9 marzo 1908
riferisce di 956 vittime.
La cifra di 362 vittime, desunta dai rapporti redatti dalla Monongah Mines
Relief Committee, la commissione che provvide all’assistenza dei parenti
dei minatori scomparsi, divenne quella “ufficiale”.
Il numero e l’identità della maggior parte degli scomparsi sono rimasti
11 All Hope Is Gone. 425 Are Dead, Fairmont Times, Dec. 7, 1907.
112
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
ignoti a causa della presenza di moltissimi minatori che all’ingresso in
miniera non venivano registrati negli elenchi della Fairmont Coal Company.
All’epoca, infatti, era in uso il citato buddy system (o pal system): i
minatori erano soliti avvalersi, e di ciò non erano obbligati a dare comunicazione al datore di lavoro, dell’aiuto di parenti - anche bambini - e
amici con i quali poi dividevano la paga. La retribuzione infatti non era
legata alle ore effettivamente lavorate ma alla quantitá di carbone portato in superficie.
L’effettiva entità dell’ecatombe fu per lungo tempo assai sottostimata, ma
già nel 1964 il reverendo Everett Francis Briggs (vedi oltre in “La conservazione della memoria”) in una pubblicazione affermò che in base alle sue
ricerche il numero dei minatori deceduti nella sciagura fosse assai maggiore di quello ufficialmente diffuso sino ad allora e dovesse invece essere portato a oltre 500.12
Il numero dei sopravvissuti, come quello dei morti, non è ancora stato definito, e probabilmente non lo sarà mai. Secondo alcune ricostruzioni, nessuno fra quanti erano presenti nella miniera si salvò.13
Quattro minatori sarebbero scampati alla tragedia e con le loro testimonianze di fronte alla commissione d’inchiesta sulla sciagura - avrebbero contribuito a scagionare la Compagnia mineraria dalla responsabilità del disastro.
Elenco delle vittime
Elenco delle vittime del disastro secondo l’Annual Report of the
Department of Mines, West Virginia, 1908.14
Galleria n. 6
• Americani : Henry Burke | Fay Cooper | Fred Cooper | G. L. Davis | Thos. Donlin
| Thos. Duffy | Harry Evans | Wm. Evans | John Fluharty | Floyd Ford | Jno. Herman
| Lonnie Hinerman | L. D. Lane | Sam R. Kelly | Timothy Lydon | Henry Martin |
Albert Miller | J. W. Miller | Frank Moon | James Moon | A. H. Morris | Cecil
Morris | Homer Pyles | Fred Rogers | Frank Shroyer | Scott Sloan | Will Staley |
Harold Trader | Wm. R. Walls | A. J. Watkins | Milroy Watkins | Geo. Wiley;
12 Everett F. Briggs, Mine Disaster, in Science, n. 146, 2 ottobre 1964.
13 Russell Bonasso - studioso della sciagura - nel suo libro Fire in the Hole sulla della tragedia del 1907
scrive che vi fu un unico superstite, Peter Urban di Monongah il quale, per una beffa del destino,
perse la vita nella stessa miniera diciotto anni dopo la catastrofe.
14 L’elenco è pubblicato sul sito della West Virginia Division of Culture and History, ente del
Dipartimento dello Stato della West Virginia per l’Istruzione e le Arti.
113
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
• Polacchi: Geo. Boshoff | Frank Davis | Felix Gasco | Ignat Goff | Frank Krall |
Ignots Lapinsky | Jno. Regulski | Petro Rossia | Frank Sawyer | Frank Shantah |
Thos. Susnofsky | Mike Wassale;
• Greci: Gass Levant | Nick Scotta | Nick Susta | Andy Tereza | Nick Tereza;
• Slavi: Joe Bagola | Andy Berrough | Geo. Berrough | Mike Belo | Mike Bonotsky
| Martin Bosner | Jno. Cresko | Mike Donko | Jno. Dunko | Mike Durkuta | Jno.
Dursc | Thos. Duvall | Mike Egar | Steve Feet | Lobe Feretts | Joe Foltin | Paul Frank
| Albert George | Jno. Gomerchec | Wogtech Hamock | Mike Hanish | Jno. Hiner |
Martin Honick | Paul Honick | Jno. Hornock | Steve Ignatchic | Mike Kerest | Joe
Kovatch | Jno. Kristofitz | Jno. Martin | Mike Oshwie | Geo. Polonchec | Paul
Provitsky | Jno. Sari | Geo. Sari | Mike Sari | Steve Sari | Mike Sebic | Thos. Seyche
| Andy Stie, Sr. | Andy Stie, Jr. | Geo. Strafera | Mike Wattah | Geo. Yourchec | Geo.
Yourchec, Jr. | Mike Zucco;
• Italiani: Carl Abatta | Frank Abatta | Joe Abatta | Frank Abruzino | Joe Alexander
| Angello Bagunoli | Frank Basile | John Basile | Sam Basile | Salvare Basilla |
Joe Belcaster | Sam Belcaster | Pasq Beton | Tony Beton | John Bonasa | Adolph
Brand | Don Cemino | Frank Connie | John Connie | Rolph Couch | Joe Covelli |
Victor Davia | Nick Deplacito | Lunard Dewett | Loui Faluke | Joe Ferara | Tony
Frank | John Fusari | Tony Gall | Franc Garrasco | Carmen Larossia | Frank
Larossia | Loui Lelle | James Lerant | Salvatore Lobbs | Mike Meffe | Salvastore
Motts | Steve Noga | John Olivaria | Tony Olivette | Janaway Orse | Nick
Perochchi | Dom Perri | Fred Prelotts | Peter Privingano | Tony Prosper | Domnick
Richwood | John Richwood | Patsy Richwood | Tony Richwood | Mike Ritz |
Louis Scholese | Tony Selet | Frank Tallorai | Patsy Toots | Tony Touch | Patsy
Virgelet | Tony Virgelet | Dom Ware;
• Ebrei15: Frank Dutca | John Matakonis | Mike Matakonis | Thomas Matakonis |
Thos. Zinnis;
• Irlandesi: Patrick McDonough
Galleria n. 8
• Americani: Carl Bice | W. H. Bice | Robert Charlton | Wm. R. Cox | James
Fletcher | Thos. Gannon | J. W. Halm | E. V. Herndon | Patrick Highland | C. A.
Honaker, Jr. | Jno. N. Jones | Pat. J. Kearns | Thos. Killeen | Adam Lane | Scott
Martin | Jno. J. McGraw | Chas. McKane | L. L. Moore | C. E. Morris | Marion
Morris | Wm. Morris | C. D. Mort | Jno. H. Mort | Sam Noland | Hugh Reese |
Jno. Ringer | T. O. Ringler | D. V. Santee | Harry Seese | Beth Severe | Jessie
Severe | Dennis Sloan | F. E. Snodgrass | Geo. Snodgrass | Michael Soles | Leslie
Spragg | Sam Thompson;
15 I termini utilizzati nel testo originale americano furono “Litvitch” e “Negro”.
114
LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
• Polacchi: Andy Garlock | Geo. Herlick | Anton Hiawatin | Vadis Kawalsky | Joe
Keatsky | Geo. Kingerous | Mike Kingerous | Jacob Kores | John Kowalish | John
Luba | John Majeska | Jno. Majeska, Jr. | Martin McHortar | Chas. Miller | Mike
Motsic | Victor Novinsky | Joe Stahnlski | Tom Stampian | Stanley Urban;
• Slavi: Alex. Bustine | John Cheesit | Paul Cheeswock | John Goff | Paul Goff |
John Ignot | Geo. Konkechec | Mike Kosis | Frank Krager | Geo. Krall | Frank
Loma | John Rehich | Geo. Tomko | John Tomko | Anton Unovich | John
Wolincish;
• Negri15: Chas. Farmer | Richard Farmer | Geo. Harris | Gilbert Joiner | Calvin
Jonakin | Rippen McQueen | W. M. Perkins | Jno. H. Preston | K. D. Ryals | Jessie
Watkins | Harry Young;
• Italiani: Beat Anchillo | Dominick Anchillo | Paul Anchillo | Tony Angello | Patsy
Alexander | Tony Alexander | Patsy Augustine | Colistino Avicello | Angello
Barrard | Felix Barrard | Jose Barrard | Ross Beton | Chas. Bolze | Jersti Bonordi
| Felix Calanero | Dom Colasena | Joseph Colcherci | Nick Colcherci | Nick
Colleat | Dom Colross | Joe Colross | Victor D’Andrea | Vintura Darso | Clem
Debartonia | Dominick Debartonia | Mike Deffelus | Tony Deffelus | Pasqual
Deleal | Louis Demarco | Angelo Demaria | Jos. Demaria | Mike Demaria |
Sebastian Demaria | Sebastian Demaria, No. 2 | Albert Demark | Jose Demark |
Felix Depetris | Angelo Desalvo | Chas. Desalvo | Dominick Desalvo | Felix
Desalvo | Tony Desalvo | Jos. Dewey | Mike Dewey | Jno. Dills | Donatto
Domico, Jr. | Mike Domico | Pete Donord | Tony Dorse | Jas. Fassanella |
Armanda Fellen | Carman Ferrare | Joe Ferrare | Matta Ferrare | Tony Folio | Peter
Frabiacolo | Petro Frediavo | Prospera Inveor | Jim Jacobin | Jim Jeremont |
Antonio Joy | Frank Joy | Jno. Lombardo | Frank Lore | Dan Manse | Mike Manse
| Tony Manse | Pete Marcell | Jas. Maronette | D. C. Masch | Carl Meff | Frank
Meff | Cosmo Meo | Bobrato Metill | Jno. Metill | Nick Metill | Dom Morsee |
Mike Mostro | Dom Mysell | Felix Mysell | Basile Palela | Jim Palela | Tony
Pasqual | Louie Patch | Nick Pett | Saverio Pignalli | Bossilo Pillela | Frank
Porzilo | Frank Preletto | Jno. Preletto | Pete Prigulatta | Flora Salva | Joe Salva |
Vint Salva | Vint Salva No. 2 | Joe Sarfino | Frank Simpson | Dominick Smith |
Jake Sullivan | Angelo Toots | Frank Vendetta | John Vendetta | John Yanero | Nick
Yanero | Carman Zello | Jno. Zello;
• Ungheresi: John Palinkis | Joseph Toth;
• Irlandesi: Patrick Laughney;
• Lituani: Mike Bolinski;
• Scozzesi: David Riggins
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
La conservazione della memoria
La conservazione e la diffusione della memoria della sciagura e la definizione
delle sue reali dimensioni vanno ascritte principalmente al reverendo Everett
Francis Briggs,16 sacerdote cattolico di Monongah che per oltre mezzo secolo, a
partire dal suo arrivo a Mononagh nel 1956, assistette i parenti dei minatori
scomparsi e si prodigò per dare un nome alle vittime, in gran parte italiane, molte
delle quali restano tuttavia tuttora ignote.
La statua All’Eroina di Monongah, che commemora le vedove e gli orfani di tutti i minatori.
Nel 1961 fu costruita la casa di riposo Santa Barbara’s Memorial Nursing Home,
fondata da Briggs e dedicata ai minatori scomparsi nella sciagura. Di fronte ad
essa fu innalzata una statua intitolata a Santa Barbara, che commemora sia le vittime identificate (di cui viene riportato l’elenco) sia quelle rimaste senza nome.17
Nel 2007 è stata eretto - per la prima volta negli Stati Uniti - un monumento dedicato alle vedove e agli orfani di tutti i minatori morti in incidenti sul lavoro. La
statua, All’Eroina di Monongah - per la quale il Comune di Falerna (CZ) ha ero16 Sen. Franco Danieli, in: Norberto Lombardi (a cura di), Monongah 1907. Una tragedia dimenticata.,
Ministero degli Affari Esteri, 2007, pag. 11; N. Lombardi, “Monongah, lavoro e dolore”, ibidem, pag.25;
Mimmo Porpiglia, “Come ho scoperto Monongah”, ibidem, p. 98; Calabria Informa, Consiglio Regionale
della Calabria, n. 46, 11 gennaio 2007.
17 The Dominion Post, Morgantown, West Virginia, 22 dicembre 2006.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
gato un contributo di 150,00 euro18 - in marmo di Carrara, è stata collocata presso il municipio della cittadina19.
Recentemente alcune testate giornalistiche destinate agli Italiani all’estero - fra cui
il quotidiano La Gente d’Italia e il settimanale Oggi7 - hanno meritoriamente contribuito a riportare alla luce questa triste pagina di storia italiana e a diffondere i
risultati delle ricerche sulla catastrofe di Monongah. Le ricerche svolte hanno confermato l’ipotesi avanzata nel 1964 da Briggs: il numero delle vittime sarebbe assai
più alto di quello “ufficiale” e i soli minatori italiani morti sarebbero più di 500.
Un impressionante monumento “naturale” è rappresentato dalla cosiddetta
Collina di Carbone, un cumulo di terra creato da Caterina Davia, madre di quattro figli e vedova di un minatore rimasto seppellito nella miniera.
La donna, sconvolta dalla scomparsa del marito, ogni giorno per ventinove anni,
si sarebbe recata alla miniera, distante tre chilometri da casa sua, per prelevare
un sacco di carbone che avrebbe poi svuotato accanto alla propria casa. Riteneva
che in tal modo avrebbe alleviato il peso del terreno che gravava sul marito lì
sotto sepolto20.
Monongah con i suoi morti rappresenta oggi l’icona del sacrificio dei nostri lavoratori costretti ad emigrare per poter sopravvivere.
Recentemente è stato realizzato il film-documentario “Monongah, Marcinelle
americana” che ha attinto immagini storiche fornite dal Museo
dell’Immigrazione di Ellis Island di New York, e da materiale fornito dal Museo
dell’Emigrazione di Gualdo Tadino, dall’Istituto storico Ferruccio Parri di
Bologna e dal Museo etnografico di Bomba.
A Frosolone (Isernia), in piazza Municipio, un’epigrafe ricorda il sacrificio dei
quattordici frosolonesi scomparsi nell’incidente.
In Calabria la tragedia ebbe un tale effetto sulla comunità che ancor oggi, quando si vuole indicare un avvenimento particolarmente drammatico, si usa dire che
è una minonga; a San Giovanni in Fiore tuttora si utilizza l’espressione non vado
mica a minonga quando si vuole intendere che non si ha intenzione di scomparire senza lasciare traccia.
18 Comune di Falerna, delibera della Giunta Comunale n. 186 del 16 maggio 2006.
19 La commissione per la costruzione del monumento fu creata da padre Briggs e da lui presieduta sino alla
sua morte.
20 Jennifer Roush, Not forgotten, The Times West Virginian, 12 ottobre 2006.
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LA LEYENDA DEL INDIO DORADO
Bibliografia
Bonasso, Russell F., Fire in the Hole, 2003.
Norberto Lombardi (a cura di), Monongah 1907. Una tragedia dimenticata.,
Ministero degli Affari Esteri, 2007.
Collegamenti esterni
(IT) RAI Radiotelevisione Italiana - Servizio speciale di Gerardo Greco per il
settimanale della RAI TG2 Dossier Storie.
(EN) U.S. Department of Labor, Mine Safety and Health Administration Ministero del Lavoro statunitense; contiene diversi rapporti e articoli sull’incidente.
(EN) WVPBS - West Virginia Public Broadcasting - Filmato sulla sciagura della
West Virginia Public Broadcasting, con interviste a R. Bonasso e altri.
(EN) Boise State University - Documento sulla sciagura della Boise State
University, Idaho.
(EN) (IT)duronia.com - Sito centrato sulla città di Duronia (CB); contiene diversi documenti ed immagini sulla tragedia e l’elenco dei 36 duronesi scomparsi nel
disastro.
“Monongah” - un film-documentario di Silvano Console sulla tragedia.
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