Apollineo e dionisiaco - Blog-ER

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Apollineo e dionisiaco - Blog-ER
PARTE III
CAPITOLO 2
L’età della polis
Il teatro tragico
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ONLINE 3
SC 3
SPAZIO CRITICO-INTERPRETATIVO
Apollineo e dionisiaco
D
al brano che qui riportiamo risulta evidente
come quella che Nietzsche definisce
«dicotomia dell’apollineo e del dionisiaco» non
caratterizzi solo la civiltà greca, ma costituisca una
chiave interpretativa di tutta la cultura europea,
anche di quella dei secoli successivi. Dai versi di
Hans Sachs all’Inno alla gioia di Beethoven il sogno
e l’ebbrezza hanno sempre l’uno il volto di Apollo e
l’altra quello di Dioniso, aspetti opposti ma
complementari di ciò che chiamiamo arte.
A
vremo fatto un grande acquisto alla scienza estetica
quando saremo giunti non solo al concetto logico,
ma anche all’immediata certezza dell’intuizione, che lo
sviluppo dell’arte è legato alla dicotomia dell’apollineo e
del dionisiaco, nel modo medesimo come la generazione
viene dalla dualità dei sessi in continua contesa tra loro
e in riconciliazione meramente periodica. Questi vocaboli li prendiamo a prestito dai greci, i quali fanno accessibile all’intelligenza la profonda scienza occulta della
loro concezione artistica non già per mezzo delle idee,
bensì per mezzo delle immagini incisivamente nette del
loro Olimpo. Sulle loro due divinità artistiche, Apollo e
Dioniso, è fondata la nostra teoria, che nel mondo greco
esiste un enorme contrasto, enorme per l’origine e pel fine, tra l’arte figurativa, quella di Apollo, e l’arte non figurativa della musica, che è propriamente quella di Dioniso. I due istinti, tanto diversi tra loro, vanno l’uno accanto all’altro, per lo più in aperta discordia, ma pure eccitandosi reciprocamente a nuovi parti sempre più gagliardi, al fine di trasmettere e perpetuare lo spirito di quel
contrasto, che la comune parola «arte» risolve solo in apparenza; fino a quando, in virtù di un miracolo metafisico della «volontà» ellenica, compaiono in ultimo accoppiati l’uno con l’altro, e in questo accoppiamento finale generano l’opera d’arte, altrettanto dionisiaca che
apollinea, che è la tragedia attica.
Se vogliamo intendere meglio questi due istinti, immaginiamoli innanzi tutto come i due mondi artistici distinti del sogno e dell’ebbrezza: tra i loro rispettivi fenomeni fisiologici corre lo stesso divario che, come si rileva, intercede tra l’apollineo e il dionisiaco. Nel sogno, secondo il pensiero di Lucrezio, apparvero la prima volta alle anime umane le sovrane immagini degli dei; nel sogno
il grande artista figuratore vide le forme affascinanti di esseri sovrumani; e il poeta ellenico, richiesto del segreto
della creazione poetica, si sarebbe anch’esso ricordato del
sogno e avrebbe risposto con lo stesso ammaestramento
che ha dato Hans Sachs nei Maestri Cantori:
Amico, l’opera del poeta è appunto questa.
Che egli interpreti e fissi il suo sognare.
Credete a me: l’illusione più vera dell’uomo
Gli viene rivelata nel sogno:
Tutta l’arte e la poesia
Altro non è che rivelazione della verità nel sogno.
La bella parvenza dei mondi del sogno, nella cui
creazione ogni uomo è perfetto artista, è il presupposto
di ogni arte figurativa, e anzi, come vedremo, di una buona metà della poesia. Noi godiamo della immediata comM. Casertano G. Nuzzo
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Storia e testi della letteratura greca
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prensione dell’immagine, tutte le forme ci parlano, senza nulla d’indifferente o di non necessario. Nondimeno,
anche nella massima intensità di vita di questa realtà di
sogno, noi serbiamo la sensazione che essa è un’apparenza [...]. Di più, l’uomo filosofico ha il presentimento che
anche dietro la realtà nella quale viviamo e siamo se ne
nasconda un’altra, in modo che anche questa nostra realtà sia quindi un’apparenza [...]. Come il filosofo con la
realtà dell’esistenza, così l’uomo artisticamente sensibile
si comporta con la realtà del sogno: la contempla con diligenza e con soddisfazione; perché dalle immagini del
sogno impara a spiegarsi la vita, e su queste esperienze si
esercita per la vita. E non sono solamente le immagini
amene e amiche quelle che egli sperimenta in sé con
quella onnicomprensiva intelligenza: davanti a lui passa
anche l’austero, il cupo, il luttuoso, il sinistro, e gli improvvisi ostacoli e gli scherzi del caso, e le attese angosciose, insomma tutta quanta la Divina Commedia della
vita col suo inferno; e non passa meramente come la processione di una lanterna magica; ché egli vive queste scene e soffre insieme coi loro fantasmi, sebbene non smarrisca interamente la fuggevole sensazione della loro apparenza; anzi molti forse, come me, si ricordano che tra
i pericoli e lo spavento del sogno gridarono, riprendendo intanto animo e con effetto immediato: «È un sogno!
Voglio sognarlo ancora!». Similmente, mi è stato raccontato di gente che aveva la facoltà di prolungare lo stesso
sogno per tre e più notti successive: fatti, i quali chiaramente attestano che la nostra intima natura, la sostanza
a noi tutti comune sperimenta in sé, nel sogno, un profondo piacere e una dolce necessità.
Questa dolce necessità dell’imparare dal sogno, i greci l’hanno configurata nel loro Apollo: Apollo, dio di tutte le facoltà figurative, è, insieme, il dio profetico. Esso
che, secondo la radice del nome, è il «risplendente», la
divinità della luce, è anche il patrono del bello splendore dell’intimo mondo della fantasia. La più alta verità, la
compiutezza di questi stati in contrapposizione alla comune realtà, intelligibile solo moncamente, del pari che
la profonda coscienza che la natura risana ed aiuta durante il sonno e il sogno, formano il riscontro simbolico
della facoltà profetica e in generale delle arti, in virtù delle quali la vita diviene tollerabile e meritevole di esser
vissuta. Ma nemmeno nella figurazione di Apollo deve
mancare quella tenera ombreggiatura, che l’immagine
sognata non può oltrepassare senza avere effetto patologico; altrimenti l’apparenza c’ingannerebbe come una realtà grossolana: dico quel senso adeguato del limite,
quella immunità dalle commozioni sfrenate, quella sapiente pacatezza del dio delle forme. L’occhio di lui, conformemente all’origine, dev’essere «sereno come il sole»;
anche quando si adira e guarda accipigliato, splende intorno a lui la santità della bella apparenza. [...]
L’idea dell’essenza del dionisiaco [...] ci è resa anche
più accessibile mercé il paragone con la ebbrezza. Quei
commovimenti dionisiaci, che crescendo sommergono
in completo oblio il senso soggettivo, sorgono o per effetto delle bevande narcotiche, delle quali tutti gli uomini e i popoli primitivi parlano in termini ditirambici, op-
© 2011 G. B. Palumbo Editore
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pure per la potenza della primavera, il cui approssimarsi compenetra di allegrezza l’intera natura. Anche nel
Medioevo tedesco schiere sempre più fitte, prese dallo
stesso ardore dionisiaco, si avvicendavano di borgo in
borgo cantando e danzando: in codesti danzatori di San
Giovanni e di San Vito noi ritroviamo i cori bacchici dei
greci, con le loro reminiscenze dell’Asia Minore, e perfino di Babilonia e delle feste orgiastiche sacee. [...]
Il fascino dionisiaco non ripristina solamente i vincoli tra uomo e uomo: anche la natura, straniata o ostica
o soggiogata, celebra la festa di riconciliazione col suo fi-
M. Casertano G. Nuzzo
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Storia e testi della letteratura greca
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gliuol prodigo, l’uomo. La terra getta di buon grado i
suoi doni, e le belve rapaci delle rupi e dei deserti si avvicinano in pace. Il carro di Dioniso è coperto di fiori e
ghirlande; la pantera e la tigre avanzano sotto il suo giogo. Si tramuti l’«inno alla gioia» di Beethoven in un quadro dipinto, e non si ponga freni alla propria immaginazione quando milioni di esseri cadono fremendo nella
polvere, percossi dal prodigio: solo così possiamo appressarci a ciò che è la fascinazione dionisiaca.
[F. Nietzsche, La nascita della tragedia, trad. it., Torino 1974, pp. 45-49]
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