jacopo fo - Commercio Etico

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jacopo fo - Commercio Etico
JACOPO FO
Le avventure di Toni Barra, detto “O Animale”
Storia di spionaggio, sesso e perversioni sindacali
Edizioni Jacopo Fo srl
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Primo episodio
Titolo
Il Capo del Sindacato Metallurgici e Elettronici mi mandò a chiamare. Era un
tipo tarchiato che mangiava solo salsicce di maiale biodinamico. I maiali li ammazzava lui a mani nude. Poi li tritava a martellate. Diceva che era mediamente
meglio che fare footing.
Beh, cazzo, non avrei voluto essere nei panni del capitalismo quando sarebbe
arrivato il giorno del giudizio.
Il Capo non avrebbe fatto prigionieri tra quelli che avevano inquinato i fiumi e
dato gli ormoni ai salmoni.
Andò subito al dunque: “Toni, i ragazzi mi dicono che c’è un complotto per ridurre del 50 per cento il reddito di tanti bravi padri di famiglia che si guadagnano
il pane con il sudore. Vedi di dare un’occhiata...”
Non so com’è che quando c’è da testare le forniture di materassi per la Coop,
con le commesse, non mi chiamano mai...
Comunque in casa siamo comunisti da 4 generazioni e nessuno si è mai tirato
indietro.
Iniziai a darmi da fare.
Conoscevo una ragazza che la prestava per cifre esorbitanti a manager che non
avevano il tempo per farlo gratis. Andai da lei, le ricordai di quando era giovane
e l’avevo salvata dal vizio dei saldi presentandole un mio ex compagno di sezione
che aveva barattato l’anima con un’auto, quattro ville, una barca e un posto al sole
come produttore televisivo.
Lei mi disse che la vita era un complotto ma non ne conosceva i dettagli.
Le chiesi di informarsi nel giro.
Poi andai a trovare Lulù Santachiara.
Lei fuma solo nigeriana verde e ha delle visioni.
“Che idea ti sei fatta del trend economico sul medio periodo, per la classe operaia?”
“Ho avuto una premonizione. Dei ragni attaccavano un coniglio...”
Non mi piaceva, sentivo puzzo di bruciato.
Lei aggiunse: “Vai dal Topo, lui sa...”
Il Topo è uno che ha tentato la rivoluzione armata negli anni settanta. Ha fatto
7 anni dentro e ora vive cercando di essere trasparente.
“Perché credi che i verbali di Moro non siano mai saltati fuori?”
“Tu lo sai?” gli chiesi.
“Certo che lo so.”
“E allora dimmelo.”
“Certo che te lo dico, non c’è problema. Fu questo il colpo di genio di Moro.
Raccontò tutto ai suoi carcerieri. Ma talmente tutto che quelli si trovarono in mano
le prove di crimini che andavano molto al di là della loro possibilità di credere. Il
“Piano fine di mondo”. Non vogliono la fine veramente totale. Vogliono l’Argen7
tina, su scala mondiale. Prima però vogliono tutti i soldi dei ceti medi riflessivi.
Hai presente la Parmalat? Il capitalismo italiano è tutto finto. Persino il calcio è
una messa in scena”
Parlò per due ore. Aveva ragione lui. Nessuna persona sana di mente andrebbe
in giro a raccontare una storia così pazzesca. E io non faccio eccezione.
Mi telefonò la fotomodella col tassametro truccato e mi disse che c’era un tale,
figlio di uno veramente in alto, che al culmine dell’estasi sessuale, mentre quattro
hostess gli mostravano la via per il paradiso, si era vantato di aver parlato con il
Presidente del futuro della nazione.
Decisi di fargli visita.
Mi portai dietro due mie amiche lesbiche, Tonga e Anna, che quando sono di
buon umore spaccano le noci di cocco con le tette.
Io so come far parlare questi smidollati che praticano il sesso di gruppo.
Non avrei avuto pietà. Non di un tipo come quello. Tra i suoi numerosi crimini
c’era quello di aver collaborato alla produzione del Grande Fratello. Erano sue le
stronzate tipo “I nominati vanno ad aspettare la sentenza nel tugurio.” Me lo aveva detto Moira, che tutti chiamano “L’archivio”, una del gruppo italiano “Nonne
de Plaza de Majo”. Sa a memoria tutte le formazioni del comitato centrale del
Partito Comunista Polacco dal ‘45 al ‘92. Poi ha smesso.
Entrai in casa sua imitando la voce del Presidente: “Mi consenta l’ingresso,
Pappoletti!”.
Anna lo soffocò con i seni e io gli dissi che cosa succede a un uomo che si mette
contro dieci milioni di operai maleducati che potrebbero circondarti e poi scoreggiare tutti assieme.
Un’ora dopo sapevo il “Chi-come-dove-quando-perché”. Una vera schifezza.
Erano molto più bastardi di quello che un proletario medio possa immaginare.
Ero tranquillo perché quando al sindacato lo avessero saputo, avrebbero perso il
lume della ragione.
Non so se avete presente quello che possono combinare dieci milioni di lavoratori fuori dai gangheri.
Capace che ti decidono di non consumare più i prodotti delle 400 marche più
gettonate... Così... Solo per procurare un male fisico spaventoso all’area retrograda del capitalismo nazionale. Hanno un gusto sadico per le ritorsioni. Le multinazionali farmaceutiche a confronto fanno ridere. Al massimo se i giornali danno la
notizia di una mega corruzione di dottori, pagati per prescrivere certi farmaci in
dosi da brontosauro, questi fetentoni di farmaceutici multinazionali sospendono
per 60 giorni tutte le pubblicità...
Arrivai dal capo e gli spiattellai la storia.
Mi guardò e disse: “Ah!”
Cazzo, sapeva già tutto.
“Volevo esserne sicuro, Toni...”
“E adesso che fate?”
“Vedi Toni, loro pensano che noi non si sia capita la storia. Ed è qui che li freghiamo.”
“Cioè?”
“Loro fanno questo complotto, e noi li lasciamo sfogare facendo finta di niente...
Non capisci Toni? Li prendiamo in contropiede. Anzi li usiamo a nostro vantaggio.
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Per realizzare il loro piano devono far crollare l’economia, ma prima devono
smantellare tutte le corporazioni italiane: giudici, notai, medici, burocrati, giornalisti, e soprattutto devono far fuori i poteri forti... la casta delle auto e quella
delle banche sono già agonizzanti, ora tocca al gotha della Finanza. Hai sentito
che hanno incriminato Fazio?
E a noi questo sta bene. Che distruggano pure. Quelli sono i nostri nemici da 50
anni. Quelli che ci hanno tenuto con la testa sotto per mezzo secolo. La casta dei
Re.
Poi quando avranno finito di distruggere diremo alla gente: guardate! Sono loro
i distruttori. Il giorno dopo dieci milioni di onesti lavoratori andranno dalle loro
banche e diranno: ‘Ridateci i nostri depositi ce ne andiamo’.
Gli toglieremo la terra sotto i piedi in tre giorni. Abbandoneremo i loro supermercati, le loro assicurazioni, i loro festival mafiosi.
Sai quanti cantieri e quanti capannoni utilizzano lavoratori in nero? Gli uomini
del sindacato sono dappertutto e conoscono tutti. Basta mandarne in giro centomila con centomila telecamere a riprendere le facce dei lavoratori in nero e poi
consegnare il tutto alla magistratura per bloccare l’economia nazionale. Siamo
noi ad avere il potere, Toni, ma siamo prudenti e lo usiamo solo quando è indispensabile... Cosa credi, che non piacerebbe anche a me avere 7 televisioni che
trasmettono l’inno dei lavoratori? Ma noi non siamo come i barracuda capitalisti.
Noi non utilizziamo il nostro potere, lo coltiviamo.”
“Bello!” Pensai mentre ritornavo a casa. Chissà la faccia del Presidente quando
si accorgerà che non era vero che non avevamo capito niente.
Il sole tramontava a ovest come al solito. Ma ci stava mettendo un impegno
notevole. Guardai la città distesa dalla finestra della mia mansarda e mi dissi:
“Cazzo, Toni, che mondo straordinario. I cattivi sono solo capaci di alzare pietre
che gli ricadranno sopra i piedi.”
Poi appoggiai le mie labbra su quelle di Rosa Samuele Invernazzi, una di un
call center di Brescia. Aveva le labbra bollenti per sindrome professionale. Ma a
me piaceva.
Il socialismo non era alle porte ma ci stavamo avvicinando. Decidemmo di
prenderci un anticipo.
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Secondo episodio
La grande truffa dei formaggini
Non tutti gli investigatori privati sono uguali. Alcuni lavorano per le grandi
multinazionali del dolore, rubano segreti industriali, pedinano sindacalisti, ricattano uomini politici. Altri, pochi, lavorano al servizio del movimento operaio,
difendono i deboli e raddrizzano i torti. Io faccio parte della seconda categoria.
Sono al servizio della confederazione Nazionale dei Lavoratori. 100 euro al giorno più le spese. Sono felice di battermi contro le ingiustizie e il mal governo. Ma
anche ci sono dei giovedì che iniziano male. Il capo dei metalmeccanici mi aveva
mandato a chiamare. Odio quando mi chiamano i Metalmeccanici. Mi smollano
sempre delle grane incredibili.
“Toni”, mi disse il Capo, un tipo duro, tanto che la moglie nell’intimità lo chiama ‘Acciaio’. “Toni”, mi ripeté “Il Sindacato ha bisogno di un favore.” (Lui “il
sindacato” lo dice maiuscolo)
Io dissi: “Suppongo che non si tratti di decine di cassiere della Coop da iniziare
alla contabilità doppia.”
Non sorrise neanche. Forse stava pensando di uccidere qualche nemico della
classe operaia e del genere umano a mani nude. Esseri senz’anima che vendono
organi, proletari, usati, ai notai.
Mi piaceva che il Capo della Confederazione fosse dalla nostra parte. Il giorno
della resa dei conti non avrei voluto averlo contro. Non con quelle mascelle.
“Toni” mi disse, “abbiamo fatto una cazzata. Abbiamo investito i soldi del fondo di soccorso proletario, mille miliardi di lire, in un cazzo di fondo di investimento che mi aveva consigliato mia cugina, sai quella dei Cub farmaceutici... gran
bella ragazza. Ma non capisce un cavolo di economia e così abbiamo perso tutto
in azioni Parmalat...”
“Ma Capo! Io credevo che le Parmalat le avessero comprate solo le donne sole,
afflitte dall’alitosi e dal sogno segreto di farsi il Consulente Finanziario Calvo”.
“Toni, non fare il simpatico... Trovami il signor Parmalat, e staccagli le palle se
non ti ridà i soldi fino all’ultimo centesimo”.
Elisa aveva un debito con me. Avevo trovato il suo punto G una sera che aveva
deciso di suicidarsi.
Lavorava al Carcere di San Vittore. Le dissi che dovevo vedere il signor Parmalat.
Da solo. Lei era delegata del Sindacato Aguzzini. Mi disse che si poteva fare: “Una
cortesia però...”
Guardai dentro i suoi profondi occhi blu e capii: “Avete perso anche voi il Fondo
Vecchiaia nella Voragine dei Formaggini come i Metalmeccanici?”
“Sì”
“Quanto?”
“20 milioni di euro.”
Quando vidi il signor Parmalat, in una stanzetta dell’infermeria, gli spiegai chi
ero, per chi ero lì e cosa succede a un uomo che si mette contro dieci milioni di
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operai sudati.
Sentii l’odore della sua paura.
Mi diede un numero di un conto in Svizzera e una password. Ma non mi bastava.
Stavo per lasciarlo solo con la sua puzza di terrore capitalista... Ero sulla porta quando mi girai, lo guardai dritto negli occhi e gli dissi: “Ascoltatami signor
Paperon de’ Paperoni... non credere che mi accontenti solo dei soldi... voglio sapere. Non voglio che altre vecchiette afflitte dall’artrosi, per aver lavorato con le
mani ammollo nelle vasche dei vostri fottuti mozzarellifici, debba rimetterci tutta
la pensione per aver investito nei fondi di investimento sbagliati. Adesso mi fai la
lista di tutte quelle cavolo di S.p.a. che hanno i bilanci truccati e buchi enormi nel
settore riscatto crediti...”
“So che molte azioni sono marce” rispose “Ma non so altro. Se vuoi conoscere la
lista devi trovare il Pupetto. Ma non sarà facile. C’è gente che è morta di vecchiaia
prima di essere ricevuta da lui.”
Me ne andai. Era chiaro che da lui non avrei cavato altro. Ma sapevo a chi rivolgermi. Conoscevo una fotomodella che aveva un debito con me. Avevo fatto manifestare diecimila operai sopra il suo commercialista. Non avrebbe più provato a
truccare le cartelle delle tasse per arrotondare la parcella.
Lei frequentava il giro dei Caimani, la coprivano d’oro per vedere se era bionda
naturale. E non lo era.
Mi disse che il Lupetto era il capo della Banca Italiana, uno che aveva detto davanti alla Commissione parlamentare che nessuno poteva neanche immaginare
che la Parmalat fosse nei guai.
Non era il solo, quasi tutti i politici italiani avevano ricevuto favori dalla
Parmalat e avevano fatto comunella.
Ma Pupetto era il capo controllore delle banche, lui doveva sapere.
O era connivente o era fesso. Non provai neanche a telefonargli per avere un
appuntamento. Mi presentai direttamente alla sede centrale della Banca Italiana e
mi rivolsi ai ragazzi della sicurezza.
Il delegato sindacale era un biondino palestrato: “Voglio il Pupetto” dissi
“Vengo per conto dei Metalmeccanici.”
“Cavolo!” disse lui.
“È un onore dare una mano alle tute blu. Il Pupetto lo vuoi vivo o morto?”
“Vivo” risposi io “Ci devo parlare”.
Dopo cinque minuti ero nel suo ufficio.
“Senti svampito...” gli alitai in faccia: “Se sei minimamente intelligente in questo momento ti si sta arricciando lo scroto. Sono qui per conto della classe operaia,
sai quelle moltitudini insignificanti che ti permettono di pulirti il flaccido deretano con la carta igienica più delicata. Ecco, loro, la marmaglia pezzente che soffre,
suda e lavora”, era una vita che volevo dirlo.
“Adesso mi dici quali aziende hanno i buchi dappertutto e l’anima nei paradisi
fiscali, sennò faccio una telefonata con questo cellulare e chiamo qui un migliaio
di tipi che non si tolgono la canottiera e i calzini neanche per copulare con le loro
donne sovralimentate!”
Sapevo che i ricchi ormai hanno il terrore del grasso sottocutaneo. Lui deglutì
rumorosamente. Poi iniziò a parlare e mi fece l’elenco delle aziende italiane che
erano soltanto scoregge con il deodorante.
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Era un elenco talmente lungo che a un certo punto gli si asciugò la bocca e dovetti offrirgli una mentina.
Odio avere a che fare con i capitalisti, non hanno spina dorsale.
Quando relazionai tutto al Capo aveva la faccia felice di un giocatore di baseball
che ha appena spaccato, per errore, la mazza sulla testa del suo allenatore.
“E dove cazzo li investiamo i soldi adesso?” chiese il Capo dei Metalmeccanici.
Poi iniziò a bestemmiare in bergamasco, sua lingua materna.
“Investiteli in opere di bene.” Proposi io.
Il capo mi guardò, i suoi occhi bovini scintillavano, le sue mascelle da ippopotamo scricchiolarono nello sforzo di pensare. “Hai ragione, Toni. Da domani basta
investire soldi nelle multinazionali del dolore. Baseremo i nostri fondi di investimento sulla finanza etica. Lasceremo il capitalismo senza una lira, fino a quando
non chiuderanno i paradisi fiscali. Vedrai, l’Internazionale delle Confederazioni
non scherza”.
Quella sera spensi la luce senza avere nessuna voglia di dormire. Con Rosa
Samuele Invernazzi, la donna della mia vita, avevamo deciso di provare tutte
le posizioni del Kamasutra iniziando dalla prima. Sapete com’è, noi delle classi
lavoratrici quando ci prendiamo un impegno non ci ferma nessuno.
E così come abbiamo detto che volevamo spazzare via i malvagi dal pianeta, e lo
faremo, così avevamo detto che avremmo fatto tutte le posizioni iniziando dalla
prima e lo facemmo.
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