La moda nel Settecento

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La moda nel Settecento
La moda nel Settecento
Il coprirsi con tessuti, pelli o materiali lavorati, è necessità umana per sopravvivere ed è correlata
con la moda.
Nei secoli ha assunto un valore non più prettamente utilitaristico, ma ha causato categorizzazioni
sociali e di classe.
Così come nell'arte, anche nella moda crebbe l’esigenza di mostrarsi elegante, fino a diventare
modus vivendi di primaria importanza. Chi aveva potere e anche chi non ne aveva, volle mostrarsi
in ogni splendore possibile per apparire autorevole e piacere.
Le donne, che dall'inizio del Seicento erano costrette negli abiti per nascondere la loro femminilità,
dal diciottesimo secolo impararono ad usare il potere della loro sensualità ed a giocare con nei,
parrucche e trucchi per aumentare l'effetto sull'altro sesso.
Il termine "rococò" ha una connotazione dispregiativa: deriva dal francese rocaille, parola usata per
indicare le pietre e le rocce utilizzate nei giardini come abbellimento.
Caratterizzato da opulenza, grazia, gioiosità e lucentezza, era in netto contrasto con la pesantezza e i
colori più cupi, adottati dal barocco.
I motivi “rococò” riproducono il sentimento tipico della vita aristocratica, libera da preoccupazioni.
Verso la metà del XVIII secolo seguì lo stile neoclassico.
Poichè questo stile amava le curve naturali come quelle delle conchiglie e si esternava nelle arti
decorative, alcuni critici lo ritennero frivolo e legato alla moda piuttosto che all'arte.
Il “ rococò” è ora largamente considerato come un importante periodo di sviluppo per l'arte
europea.
La moda ha origine con i sarti, gli unici che potevano tagliare i tessuti.
Le stoffe erano molto costose, quindi un buon taglio era quello che lasciava meno scarti. Ogni
vestito era un pezzo unico, realizzato su misura del cliente.
Era una professione preclusa alle donne. I sarti erano anche stilisti, poiché disegnavano loro stessi i
modelli che poi avrebbero realizzato.
Quello del sarto non era un mestiere indipendente.
Era un servitore delle grandi signorie: viveva e lavorava presso la corte di un signore, che poteva
anche scegliere di "prestarlo" a parenti o amici. Lo "stipendio" si aggirava intorno al 10% della
spesa del tessuto.
Se la naturalità è considerata come una dimensione negativa dell’essere umano, perché rammenta la
condizione originale del peccato in cui l’uomo è caduto a causa della debolezza della sua
compagna, tanto più va negata alla vista e alla considerazione la parte inferiore del corpo
femminile.
Questo modo di abbigliarsi, macchinoso e ideologizzato, ha il fine di educare gli atteggiamenti e il
comportamento della persona, costringendola a gesti misurati e controllati.
Il seno viene nascosto, gli abiti vengono tagliati come se non esistesse affatto.
L'uso del busto e del corsetto, che stringe con forti lacci in vita per dar forma al corpo, determina
anche una deformazione fisica che con gli anni, e soprattutto se applicata fin dalla giovane età,
diventa permanente. Così stretto, il torace comprime i polmoni e la respirazione diventa difficile.
Anche il cuore ha poco spazio.
La funzione primaria delle mammelle, l’allattamento dei bambini, è abbandonata come un’attività
animalesca: le donne di condizione sociale elevata affidano i loro nati a balie.
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Il successo della faldiglia, come sottostruttura con cerchi rigidi che sorregge il tessuto delle vesti, ha
diverse ragioni, fra le quali la possibilità di dimostrare, attraverso il dispiegamento di materiali
preziosi su ampie superfici, la propria posizione nella scala sociale ma crea una gabbia, una forma
di prigione in cui le gambe vanno rinchiuse per essere cancellate dai propri e dagli altrui pensieri.
Due sono le cesure importanti che appaiono sull’immagine femminile: la vita, assottigliata dalla
punta che scende sul ventre, separazione fra la parte spirituale e quella terrena del proprio io; e il
collo, separazione fra la ragione eterna, la testa, e la carne mortale. I collari producono una scissione
ottica della figura e impedendo di fatto piegamenti, non consentono che una vista parziale e
difficoltosa di quella parte di se stessi che deve essere superata.
Verso la metà del XVIII secolo, l'abbigliamento femminile subì alcuni importanti cambiamenti.
L'ampiezza delle gonne aumentò sempre più, fino a raggiungere il massimo intorno al 1730, quando
i cerchi più bassi raggiunsero una circonferenza di 5-6 metri, e quelli superiori una di 3 metri.
L'ampiezza delle gonne siffatte, causava molti problemi alle donne di tutta Europa,.
A partire dal 1740 circa, queste vesti divennero più aderenti, sottolineando maggiormente il punto
vita.
Le giovani ragazze potevano abbellire la loro scollatura con garza o mussolina dai colori sgargianti.
Verso la fine del secolo, però, i vestiti mutarono nuovamente, cercando la progressiva riduzione
delle intelaiature laterali, e la semplificazione generale delle guarnizioni.
Pettinature, creste, cipria
Dopo il primo decennio del secolo la pettinatura è ancora alta, ma semplice e senza ornamenti.
Verso il 1730 la pettinatura si semplifica raccogliendo in alto tutti i capelli.
Per tenere alti i capelli il “toupet” ha una armatura di filo metallico, tanto che un professore
dell’Università di Padova propone ironicamente di fornire di parafulmini le teste femminili per
salvarle dal pericolo della saetta.
In alcuni periodi del settecento anche le donne portarono le parrucche.
Mentre in Francia le parrucche avevano un certo successo, le dame italiane preferirono sempre le
acconciature di capelli veri, raccolti in trecce, che si attorcigliavano secondo le occasioni in cui
venivano sfoggiate.
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