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LA TRAGEDIA DELL’ITALIA - Un estratto dal primo romanzo di Fabio Guarnaccia, Più leggero dell’aria - Vice Magazine
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LA TRAGEDIA DELL’ITALIA
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Un estratto dal primo romanzo di Fabio Guarnaccia, Più leggero
dell’aria
TESTO DI FABIO GUARNACCIA
IMMAGINE PER GENTILE CONCESSIONE DELLA
FONDAZIONE CORRIERE DELLA SERA
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LA TRAGEDIA DELL’ITALIA - Un estratto dal primo romanzo di Fabio Guarnaccia, Più leggero dell’aria - Vice Magazine
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You know when you get off the plane
drunk and you don’t know anyone in
town and you want to continue your buzz
but there’s nobody to hang out with?
That’s when this guy appears of nowhere
and says, “Hey man, we’re all going to
the Thirsty Nut because they’re showing
a Mad Max marathon and there’s going
to be free Guinness. Let’s do a bump and
head over there.”
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DOs & DON'Ts
A lot of baby monkeys can be total
fucking pussies. That’s why it was so rad
to see “Howler” here just fuckin’ givin’
‘er despite being a mere two weeks old.
He even puked! Talk about born to party.
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DOs & DON'Ts
Quella del Dirigibile Italia è una storia che lascia storditi. C’è tutto: Mussolini e Balbo e arditi
esploratori col Polo in testa prima che fosse la Luna. Ci sono morti, eroi, rivalità primordiali: tutto
quello che uno vorrebbe da una grande storia.
Sono le 16 e 27 del 23 Maggio, 1928, quando il comandante Umberto Nobile urla nel megafono di
mollare le funi. Il Dirigibile si alza e scompare all’orizzonte. Dopo aver raggiunto il Polo, la spedizione
deve fare ritorno al campo base, causa tregenda artica. Durante il viaggio, tagliuzzato da proiettili di
ghiaccio, l’aeromobile perde quota e si sfracella contro un pack dantesco, la gondola di comando
distrutta e 10 uomini sbalzati sui ghiacci. I restanti sei rimasti appesi all’involucro sono portati via dal
vento, verso il nulla. Di loro e del dirigibile non si sa più niente. Probabilmente s’inabissa nel mare di
Barents paceallanimaloro. I superstiti feriti e disperati si stringono come criceti in una tenda da campo,
uccidono un orso e se lo pappano. Saul Bellow ne Il Dono di Humbolt ci ha ricavato in qualche modo
una sceneggiatura assurda e divertente. I soccorsi si mettono in moto ma, dato il destino tragico
dell’impresa, anche i soccorritori cominciano a morire in incidenti assurdi. Tra questi, Roald
Amundsen, leggenda vivente, conquistatore dei Due Poli, quel tipo d’uomo capace all’occorrenza di
mangiarsi il cane senza battere ciglio. Ma soprattutto: acerrimo rivale di Nobile. Sì: è morto per salvare
il suo fottuto nemico. Quando anche l’ultimo naufrago viene tratto in salvo, dal disastro sono passati 48
giorni. E sono morte 14 persone. Più leggero dell’aria di Fabio Guarnaccia prende spunto da questa
tragedia per costruire una storia di formazione che ha per protagonista un antropologo di fama
internazionale, Elio Usuelli, cacciatore di miti; uno di quei personaggi alla Wes Anderson caduti in
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LA TRAGEDIA DELL’ITALIA - Un estratto dal primo romanzo di Fabio Guarnaccia, Più leggero dell’aria - Vice Magazine
disgrazia, che hanno bisogno di una spalla per ritrovare lo spirito che li animava. La spalla è Fausto
Meani, il narratore del libro, unico assistente e unico amico che ancora non l’ha mandato a fare in culo.
Alla morte del padre, Elio Usuelli scopre che l’uomo aveva fatto parte, in segreto, di quella maledetta
spedizione artica. Perché lo aveva sempre tenuto nascosto? Cosa c’era andato a fare, al Polo? In questo
estratto esclusivo, per gentile concessione dei nostri amici di Transeuropa, leggiamo il diario di Elio,
dove mette insieme i pezzi della storia per venire a capo del mistero che grava sulla sua testa.
LE ORIGINI DELLA MIA SPECIE
(estratti dai diari di Elio Usuelli)
Nel tuo diario hai scritto che per un mese sei rimasto in balia delle correnti artiche. Non eri solo, con te
c’erano due indigeni sami. Uno era tuo amico, l’altro non so. I cani e la slitta sono stati inghiottiti dal
mare che era andato in frantumi. Il ghiaccio, hai scoperto, è solo un’illusione. Con la slitta e i cani
sono morti alcuni uomini della tua squadra. Perché eri diretto al Polo?
Hai scritto:
«Lo spirito dell’orso ci inseguiva, tormentava i nostri sogni finché non ha trovato pace nel buio senza
fondo delle nostre anime. Trascorsero quattro settimane finché fummo in grado di toccare terra.»
Chi sei, tu? Cosa significa tutto questo? Sulla tua vicenda aleggia una forza che non riesco a
comprendere. Carne della mia carne. Sangue del mio sangue. Ma di quale carne e quale sangue
parliamo? Sei sempre stato un uomo semplice, quasi banale, hai finto così bene la tua innocua
esistenza che alla fine sei scomparso.
Ai miei occhi eri l’uomo che mi ha messo al mondo, eri un fragile vecchio, eri solo. Ti volevo bene e
mi mettevi paura. L’idea di fare la tua fine mi faceva orrore.
Che prestigiatore sei stato.
Della tua diversità ho avuto solo pochi indizi. Ricordo quella volta che a pesca sul gozzo in mezzo al
mare mi spingesti a tuffarmi per raggiungerti al largo, lontano dalla barca. Mi guardavi senza dire
nulla, con gli occhi auscultavi la mia paura, con la loro muta insistenza mi hai convinto a tuffarmi in
tutto quel blu orripilante. Quando ti raggiunsi mi strinsi al tuo collo e mi calmai. Sentivo il tuo cuore
che batteva nel mare e tutto era terribilmente quieto, al punto che quasi mi addormentai. Questo è il
primo ricordo che ho di te.
Il secondo è questo: eravamo ai giardini pubblici di Milano e mi comprasti un palloncino. Mi dicesti di
stringerlo forte, di non lasciarlo scappare via. Sento ancora la mia mano stritolare quel filo. Ero così
attento a quello che facevo che quando mi chiedesti di darti il palloncino aspettai qualche istante prima
di farlo. Non ero sicuro di volermi fidare di te. Te lo diedi e ti guardai in volto, dietro la tua testa
splendeva il sole; era come essere riparati da un ombrellone, tu mi tenevi nella tua ombra. Slegasti il
nodo del palloncino e aspirasti profondamente il gas che conteneva. Poi, con una voce stridula che
all’epoca non trovai affatto divertente, mi dicesti: «Sono pieno di te, Elio!»
Scoppiasti a ridere come un folle.
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«Da quando avevamo ucciso l’orso, una malattia invisibile ci aveva contagiati e presto sarebbe giunta
la nostra fine. Nulla potevamo sperare in mezzo al Nulla. Ma una notte accadde un fatto miracoloso:
dalla bocca dell’uomo-renna uscirono raggi di luce che danzarono nel cielo scuro della notte. Presto
altri raggi uscirono dal suo corpo, dagli occhi e dal petto, dai palmi delle mani, e formarono archi nel
cielo. Erano gli spiriti dei morti. Il popolo della sajvva che veniva a farci visita. Il freddo e il vento
scomparvero, ci sentimmo percorsi da una vena di calore e elettricità. Le urla degli spiriti si alzarono
impetuose e ci sommersero come un fiume di lava. Al nostro risveglio il sole splendeva abbacinante e
degli spiriti non v’era più traccia. Neanche dell’uomo-renna era rimasto alcunché.»
Volevi che ti cercassi, che venissi da te, ma io non mi muovo da qui. Annuso il tuo odore, guardo in
controluce i tuoi capelli intrappolati nel pettine, respiro la tua polvere e respiro te. Sono un figlio
prigioniero nella stanza del padre. Se esco da qui tutto scompare, perché tutto questo non esiste. Non è
più reale dei miei ricordi. Sono Giona nel ventre del pesce ed è tutto buio intorno a me.
Tu dici che gli spiriti «usciti» dall’uomo-renna ti hanno salvato: in che modo? Per quale ragione hanno
cambiato per sempre la tua vita?
Di questo si occupa la mia indagine. Per te e per me. Affinché la tua colpa non ricada in eterno sulla
mia testa.
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