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VOL.I. . . No.3
T
Impre&
Ma la storia rammenta anche altre notti
simili a queste. La notte dei lunghi colSOSTITUZIONE
telli (in tedesco Nacht der langen Messer) si consumò fra il 29 e 30 giugno
Di IVAN_III ( IVAN _ III @ THEIMPRESS . COM )
1934 e diede il la all’assassinio di un numero1 ancora imprecisato di oppositori
al regime nazista di Hitler, la notte dei
cristalli (in tedesco Reichskristallnacht
Di notte
o, come più comunemente usato, Rei2
Fu in una notte di settembre del 1976 chspogromnacht ) illuminò invece con il
che uno a uno vennero sequestrati, im- fuoco la notte berlinese tra il 9 e il 10
prigionati, torturati e novembre del 1938. Vennero uccise ciruccisi. Fatti sparire. ca novanta persone, incenerite sinagoghe
Desaparecidos. Quella e distrutti negozi. Nei giorni seguenti
notte è conosciuta co- per circa trentamila ebrei ebbe inizio il
me la notte delle mati- flagello dell’olocausto.
te spezzate. Le matite
sono il simbolo con il Notturni dell’est
quale si ricordano gli
Claudio De Acha
studenti del liceo di Ma le cronache notturne del terrore non
desaparecido
il 15/09/1976
Belle Arti di La Plata, hanno confini né un’unica ideologia poin Argentina, che con le loro proteste litica. Il terrore è trasversale, s’insinua
sancirono anche la loro sparizione e la dall’alto come dal basso, colpisce i più
loro morte. Chi restò ad aspettare il loro deboli ma anche quelli ritenuti più forritorno fu costretto a celebrare il loro ti. Colpisce in modo indistinto e spesso
funerale due volte; una prima quando non agisce neppure in modo predetermila loro morte apparve certa, una secon- nato. È spesso impulsivo, rapido e anda quando la speranza di riavere i loro che disordinato. Come un corto circuicorpi si spezzò come le matite che li to il terrore rigenera se stesso e si amplifica generando per induzione un caos
ricordavano.
pretederminato, prestabilito.
Altra notte meno
nota e ancora legata al
Stalin detto anche Koba –il suo vero nome era Ioseb Besarionis Dze–, apgolpe militare argenplicò il terrore con metodo e fu l’esemtino del 1976 è la nopio più eclatante di Stato negativo. Al
che de las Corbatas,
la notte delle cravatcontrario e più di altri dittatori e despoti egli non mirava alla distruzione di uno
te, a ricordare il capo
d’abbigliamento con il
Stato nemico, all’annullamento di un’etnia o al consolidamento di una propria
quale, spesso, si idenMirta Lopez
desaparecida
ideologia, egli, piuttosto, praticava l’idea
tificano professionisti
il 22/06/1978
del nemico interno allo Stato, annullava
quali gli avvocati. Ne
e affamava il proprio popolo e, per quansparirono circa un centinaio.
1 Dati
GNU FREE DOCUMENTATION
19 FEBBRAIO 2009
E SERCIZI DI
CiWitaWecchia DC
to si affannasse a dimostrare il contrario, non teorizzava alcuna idea politica
concretamente realizzabile, praticabile o
minimamente utilizzabile.
David Rjazanov, un vecchio comunista che si permise di dire «. . . fermati, Koba, non fare la figura dello stupido. Lo
sanno tutti che la teoria non è esattamente il tuo campo. . . » pagò cara la sua infelice
ironia; fu espulso dal
partito, condannato al Caricatura di Stalin
“amico delle
confino e infine fucilareligioni”
to. Era il tempo dell’epurazione, delle purghe. Era l’era del
Grande Terrore (detto anche ežovščina).
I vari comitati, commissariati e ministeri per la sicurezza dello Stato (Russo) si
erano nel frattempo trasformati e raffinati; erano nati con l’Opričnina di Ivan il
Terribile, erano risorti nell’Okhrana zarista, si erano poi trasformati nella Čeka leninista e trasformati, miscelati e divisi sotto Stalin nelle varie OGPU, NKVD, GUGB e MGB che con Chruščev si
trasformò in KGB.
Stalin utilizzò i servizi d’informazione per annullare, screditare, imprigionare e uccidere quelli che reputava suoi nemici (praticamente gran parte del popolo Russo e la totalità di quello georgiano) o nemici del popolo. E mentre tutti
gli altri Stati organizzavano la propria sicurezza in funzione di quanto accadeva
all’esterno, Stalin pianificava la sicurezza dell’Unione Sovietica in funzione dei
fenomeni endogeni. Una metà del popolo fu costretta a spiare l’altra metà e
parte di questa divenne a sua volta informatrice di quel poco che oramai resta-
ufficiali parlano di 70 uccisioni, altri studi affermano invece che furono uccise anche più di 400 persone.
2 Da pogrom, termine storico di derivazione russa che indica la sollevazione popolare, con massacri, saccheggi eccidi, contro una o più minoranze, soprattutto
ebraica (per esempio quelli avvenuti nella Russia zarista tra il 1881 e il 1921.
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va da spiare. La notte fu utilizzata per
prelevare in gran massa cittadini inermi,
politici non più ritenuti affidabili e rivali
troppo scomodi. Prigioni come la Butyrka, la Lubjanka, la Lefortovo e la Suchanovka annullarono materialmente interi
nuclei famigliari e portarono alla disperazione e alla pazzia persone innocenti la
cui unica colpa era quella di aver manifestato un’idea o un’intenzione comunque
pacifica.
L’epurazione non risparmiò neppure
le forze armate e coinvolse 3 marescialli su 5, 13 comandanti d’armata su 15, 8
ammiragli su 9, 50 comandanti di corpo d’armata su 57, 154 comandanti di
divisione su 186, 16 commissari politici d’armata su 16, 25 commissari di corpo d’armata su 128, 58 commissari di
divisione su 64, 11 vicecommissari della difesa su 11 e 98 membri del Soviet
milatare supremo su 108. Tra il 1937
e il 1941 vennero uccisi 43.000 ufficiali. Quando ebbe inizio l’operazione Barbarossa pianificata da Hitler, le difficoltà
russe furono determinate anche dal fatto
che gran parte dello stato maggiore Russo era stato praticamente azzerato. Non
c’era più nessuno che potesse o sapesse
decidere. Un soldato paragonò la purga
a un “massacro tartaro”.
Ma il terrore Staliniano, per quanto determinato e potente, appariva quasi lontano, attenuato dalla distanza e da
quella cortina, mitizzata come ferrosa,
che pur separando sembrava anche proteggere. La geografia partecipava alla tutela delle nazioni occidentali, mentre una
nuova geopolitica, instaurata polarmente
con il duopolio Stati Uniti–Russia nell’immediato dopoguerra, sembrava in un
certo qual senso rassicurare e tutelare chi
aveva optato per l’atlantismo.
Con un’eccezione. La Germania
uscita sconfitta dal secondo conflitto
mondiale si era frammentata in quattro
blocchi: Francia, Inghilterra e Stati Uniti condividevano quelli che sarebbero poi
diventati la Repubblica Federale Tedesca, nota poi come blocco occidentale
o Germania dell’ovest; l’Unione Sovietica di Stalin fagocitava invece la parte
restante, quella conquistata e occupata
dalle truppe sovietiche. Dal blocco sovietico sarebbe poi nata il 7 ottobre del
1949 la Repubblica Democratica Tedesca, quella DDR (Deutsche Demokrati-
sche Republik) dove si ebbe modo di sperimentare e attuare, senza successo, il
socialismo reale.
E come in altre parti del mondo, anche nella DDR [1] la notte fu il teatro di
una caccia alle streghe che si trascinò e
prolungò sino al 1989, anno della caduta del muro di Berlino, il simbolo che più
di tutti ha rappresentato e descritto la stagione della guerra fredda e della cortina
di ferro. In quelle notti operò una delle organizzazioni per la sicurezza dello
Stato più attive e scrupolose del mondo,
la Stasi. Abbreviazione di Ministerium
für Staatssicherheit (Ministero per la Sicurezza di Stato), la Stasi rappresentò e
fu il braccio (spionistico) politico della Sed, il Partito Socialista Unificato di
Germania (Sozialistische Einheitspartei
Deutschlands).
Gestita in modo quasi personale da
Erich Mielke, l’uomo che la diresse sin
da subito e per quasi trent’anni, la Stasi fu un elaborato esempio di tecnocrazia applicata all’individuo, di apparatĉik
interamente dedicato all’esecuzione delle leggi in grado di garantire la sicurezza
interna. Sicurezza che assumeva spesso
l’aspetto di una cura inferta a colpi di intercettazioni, interrogatori e anche torture. La DDR fu uno Stato di potenziali
spie, collaboratori, informatori e fuggiaschi dove chiunque poteva sperimentare
un interrogatorio o tre mesi di carcere
con la stessa facilità con cui si accende
la radio, si prepara un pasto o si risponde a un «buongiorno». In tarda notte si
poteva essere prelevati insieme a tutta la
famiglia per un interrogatorio che si poteva poi tramutare in un fermo generale
per tutto il nucleo familiare.
Bastava poco, anche lettere anonime
o la denuncia o il sospetto del figlio, del
nipote, della moglie o del marito. Un dirigente poteva segnalare un proprio subalterno come potenziale spia o sobillatore, come d’altronde anche un semplice
operaio poteva accusare il proprio superiore di attività antisocialista. Non occorreva neppure indicare date, fatti certi
o fornire prove, bastava dirlo, asserirlo,
riferirlo a chi di dovere. E se la paura o
lo spirito patriottico ispirato dal socialismo reale trasformava alcuni in informatori o infiltrati della Stasi, altri lo divenivano per mera opportunità; i delatori denunciavano sottoposto o superiori, fami-
2
gliari, amici o semplici conoscenti, compagni di scuola o di università per avere
unicamente qualcosa in cambio. Il rumore delle poche auto che percorrevano
durante le ore notturne le vie delle città
della DDR divenne per molti un incubo,
un’inconscia ossessione. Non occorreva
essere né una spia né un sobillatore né
un antisocialista; bastava aver fatto una
battuta su un dirigente di partito, un apprezzamento poco galante sulla moglie
di un noto esponente politico come anche aver commentato lo stile di vita poco socialista di un esime uomo di partito
per essere accusati di qualunque cosa. E
in qualunque momento.
Alcuni numeri possono aiutare a
chiarire la vastità del fenomeno. Nel
1950 la Stasi contava circa 1000 dipendenti, sette anni dopo i dipendenti erano diventati 17.500. Durante gli ultimi
anni di vita della DDR gli impiegati alle dirette dipendenze della Stasi si erano
quintuplicati (91.500 circa) mentre il numero dei collaboratori non ufficiali (per
esempio gli informatori) assommavano
alla notevole cifra di 180.000. Tenendo
conto che intorno al 1980 la popolazione della Repubblica Democratica Tedesca era di circa 16.000.000 di abitanti,
si calcola che un cittadino ogni sessanta
era al soldo della Stasi. Si aveva quindi la percezione, se non la certezza, che
in una piccola o media industria come in
un piccolo paese di un migliaio di anime o in una scuola o università, uno o
più membri di queste comunità fosse un
informatore della Stasi.
Notturni dell’ovest
Ma i paesi dell’est non sono e non rimangono l’unico esempio storico di prevaricazione dei diritti civili e umani. Con
il crollo del muro di Berlino e il definitivo scioglimento dell’Unione Sovietica,
gli equilibri geopolitici esistenti sino ai
primi anni ’90 subirono una delle trasformazioni più considerevoli del secolo che
si stava per concludere.
Non si trattava semplicemente di un
sistema politico ed economico –quello
occidentale– che prevaleva sull’altro, si
trattava anche di un insieme composto da
due complesse strutture sociali ed economiche tra loro in equilibrio che da binario si trasformava temporaneamente pri-
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ma in unario e poi in un più complesso e
non definitivo sistema n-ario (ennario).
L’arietà, il rango del mondo aveva subito un brusco e forse inatteso e inconsapevole incremento. I cardini su cui ora
la geopolitica si muove compongono una
fitta maglia le cui singole celle sono quegli Stati del mondo in cerca di visibilità,
di un teatro internazionale verso il quale dirigersi. E più cresce il numero di
tali Stati, tanto più critici e imprevedibili sono gli effetti che ogni singolo teatro
internazionale provocherà su tutti gli altri. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica si è aperto una sorta di vaso di
Pandora ermeticamente sigillato e trattenuto dalla guerra fredda. La sua apertura non solo ha annullato le fondamenta
del socialismo reale, ma ha anche distorto parte dei capisaldi e delle certezze del
mondo occidentale.
Certezze che spesso idealizzavano
quel ruolo di difensore dell’ordine mondiale che l’occidente –Stati Uniti in
testa– s’era costruito in quarant’anni, sino a rifiutare l’idea che anche questa parte di mondo ritenuta più democratica,
libera, liberale ed economicamente più
evoluta, avesse potuto commettere nefandezze di ogni genere o essersi resa
complice di azioni in grado di sovvertire l’ordine politico e le società di quegli Stati ritenuti scomodi (oggi si direbbe
invece canaglia).
Alcuni dei notturni dell’ovest diventano meno ingenui e tranquilli a partire
dal 18 settembre del 1947. È in questa
data infatti che il presidente degli Stati Uniti Truman rende effettivo il National Security Act con il quale viene istituita la CIA, la Central Intelligence Agency. L’agenzia d’intelligence statunitense
è l’equivalente del rivale KGB sovietico
e dell’alleato MI5 britannico. Operano
tutti su piani paralleli, e sempre tutti cercano di intersecare l’altro mediante opportune rette sghembe attraverso le quali
strappare segreti, costruire alleanze, demolire patti, sovvertire politiche extranazionali, boicottare economie, avviare
traffici non propriamente leciti. Ogni
agenzia possiede specifiche e ben organizzate sezioni che studiano le relazioni che intercorrono tra i diversi attori in3 L’amministrazione
ternazionali, come influenzarne le scelte,
come ostacolarne le politiche nazionali,
come renderle più omogenee a quelle del
proprio paese, come fomentarne le masse, come studiare una propaganda in grado di raccogliere consensi che dal basso
siano poi in grado di minare i vertici.
Per rendere l’idea di quale fosse il
clima conseguente la divisione in blocchi del mondo a neppure dieci anni dalla fine del secondo conflitto mondiale
e di quali fossero i timori suscitati nel
governo statunitense dalla possibile russificazione di alcuni paesi occidentali,
basti pensare che Indro Montanelli, decano del giornalismo italiano, propose
nel 1954 all’ambasciatrice statunitense
in Italia Clare Boothe Luce, la formazione di “un’organizzazione terroristica
anticomunista pronta a entrare in azione in caso di vittoria elettorale delle sinistre” [2]. Piani simili erano del resto
coerenti con quelli elaborati direttamente da Washington3 nei primi anni ’50 e
nei quali venivano proposte azioni anticomuniste nei due paesi europei ritenuti
più a rischio: l’Italia e la Francia.
Il teatro geopolitico che si prefigurava a cavallo degli anni ’60 alimentò il
diffondersi di una congerie di operazioni, progetti e strutture tutte clandestine
o sotto copertura tutte volte a preservare
l’ordine atlantista e scongiurare il pericolo socialista. Gladio (Stay Behind) fu
per esempio un’organizzazione costruita
in stretta collaborazione con il servizio
statunitense che si mostrò infatti disponibile a collaborare «attivamente e formalmente [...] abbandonando tentativi
diretti compiuti in passato e non concordati con il servizio italiano4 ». Ma non
è certo l’unico esempio di operazione
clandestina.
Fernando Tambroni, nominato Ministro dell’Interno nel luglio del 1955, tesseva sempre in quegli stessi anni una rete di polizia parallela sostenuta naturalmente da agenti statunitensi sotto copertura e con base a Trieste. E fu grazie
ai buoni auspici che Tambroni vantava
con Robert Driscoll, allora vice capo dei
servizi della CIA in Italia, che la struttura clandestina poté finalmente operare.
Non si risparmiò su nulla (ovviamente
3
la CIA forniva non solo personale specializzato, ma anche attrezzature a quel
tempo sofisticatissime): falsi taxi equipaggiati con apparecchiature di intercettazione che pattugliavano la città, l’aiuto del giornalista Antonio Tomassini per
raccogliere notizie da utilizzare come innesco di scandali, l’appoggio di monsignor Angelini per la loro pubblicazione,
controllo di telefoni, infiltrazione negli
organismi del Pci, controinformazione,
diffusione di notizie false.
Se i metodi usati dalla Stasi per la
schedatura della popolazione potevano
sembrare eccessivi e inarrivabili, non potrà non stupire sapere che sistemi simili, anche se con modalità diverse, erano
divenuti pratica comune nell’Italia degli
anni ’60. Tra il 1959 e il 1960 il Sifar (Servizio Informazioni Forze Armate)
avviò infatti una catalogazione che arricchì, alla fine degli anni ’60, l’archivio
di ben 157.000 fascicoli. Con una circolare interna del 26 febbraio 1959, la
sezione che si occupava della Sicurezza
interna dell’ufficio chiamato “D” chiese le note biografiche dettagliate e notizie sulle attività svolte da Deputati e Senatori. Vennero inoltre catalogate informazioni relative a sindacalisti, dirigenti
di partito, funzionari per qualche motivo ritenuti interessanti, industriali e perfino organizzazioni religiose e uomini di
chiesa. Il numero dei fascicoli aumentò
a dismisura anche perché la ricerca della
informazioni coinvolgeva sempre persone che per qualche ragione entravano in
contatto con i sorvegliati.
Questo era uno dei tipici scenari in
cui i servizi di informazioni locali operavano in stretta collaborazione con quelli statunitensi. Ogni qual volta che i dispositivi usati da uno Stato nazionale per
combattere la guerra fredda si rivolgevano verso il proprio interno, si osservava una degenerazione delle libertà individuali come una vera e propria mancanza o inosservanza dei diritti umani e delle leggi nazionali. La realtà è che con la
guerra fredda nessun paese al mondo poteva in alcun modo proclamarsi neutrale. Il mondo intero era coinvolto in una
guerra non dichiarata che semplificando
si estendeva. La semplificazione era do-
statunitense assegnò a tali progetti i nomi in codice Demagnetize e Cloven, poi cambiati in Clydesdale e Midiron.
generale Umberto Broccoli in un suo promemoria affermava infatti che gli Stati Uniti avevano tentato di organizzare, a insaputa del governo italiano,
una struttura clandestina in nord Italia.
4 Il
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to del proprio Governo ritenuto troppo
spostato a sinistra, agivano come veri e
propri nuclei sovversivi.
In Guatemala la CIA promosse negli anni ’50 una delle sue covert operation più note. L’operazione, denominata
“PBSUCCESS”5 , mirava a destabilizzare
il governo democratico di Jacobo Arbenz
Guzmán, ufficiale dell’esercito eletto nel
1951. I motivi di interesse e preoccupazione per l’amministrazione statunitense
erano due; uno di ordine politico e uno di
ordine economico. Il primo era dovuto al
fatto che tra i primi atti del governo Arbenz vi fu quello di legittimare il piccolo
Partito comunista guatemalteco, atto che
fu percepito come un passo d’avvicinamento verso la politica sovietica e uno
di allontanamento da quella nordamericana; il secondo era invece legato alla
riforma agraria che favorendo da un lato l’agricoltura guatemalteca, dall’altro
Con “covert operation” la CIA in- penalizzava una delle più grandi compadica genericamente operazioni clandesti- gnie di frutta statunitensi, la United Fruit
ne come quelle di propaganda (con fon- Company.
Il crollo del Governo Arbenz venne
te certa, senza alcuna fonte o con fonte volontariamente falsa), politiche (p.es. pianificato e realizzato grazie al sostesostenendo, anche finanziariamente, rap- gno che la CIA fornì agli avversari del
presentanze politiche vicine agli Stati neopresidente. Un gruppo di dissedenti
Uniti), economiche (boicottando p.es. le guatemaltechi venne infatti addestrato
economie di quei paesi ritenuti ostili) direttamente in Florida e fatto poi riene paramilitari (fornendo p.es. materia- trare in Guatemala per sobillare quella
le, strutture –dislocate anche in suolo che avrebbe dovuta essere una spontastatunitense– e uomini per la guerriglia nea insurrezione popolare. Parallelao per l’addestramento di elementi filosta- mente venne attuata una campagna di
tunitensi e antigovernativi) [3]. L’agen- propaganda razia d’intelligence statunitense ha per lun- diofonica tale da
go tempo attivato, guidato e finanziato screditare il precovert operation in molti di quegli Sta- sidente Arbenz,
ti che Washington riteneva interessanti o le riforme attuadeterminanti dal punto di vista delle al- te e la struttura
leanze, della politica, della geopolitica, del suo governo.
della finanza come anche dell’economia Era il mese di
e del commercio. Se parte della guerra giugno del 1954,
Orozco Lopez
vittima della guerra
fredda veniva combattuta in Europa, in l’operazione di
civile guatemalteca
Nord Africa e in Medio Oriente, il teatro destabilizzazione
mesoamericano e sudamericano assume- progettata dalla CIA ebbe il successo
va connotati del tutto differenti, sia per sperato, tanto che Arbenz fu indotto a
il numero delle persone coinvolte (molto lasciare il Guatemala per trovare ospitaspesso semplici civili), sia per l’estensio- lità e asilo a Cuba, dove si fermò sino al
ne dei territori interessati e per il tipo di 1965, anno della morte della figlia, per
addestramento, supporto tecnico e tatti- spostarsi poi in Messico dove nel gennaco fornito dagli Stati Uniti ai gruppi an- io del 1971 morì in circostanze piuttosto
tigovernativi che disapprovando l’opera- sospette.
vuta al fatto che il mondo appariva polarizzato e non più sottoposto alle complicate interferenze degli imperi militari
della prima metà del novecento, mentre
l’estensione spiegava l’engagement globale; era impossibile ritenersi o dichiararsi fuori, le complicate regole diplomatiche, geopolitiche e le sfere d’influenza
ponevano chiunque al di la o al di qua
della cortina di ferro. Uno degli aspetti della guerra fredda con il quale Washington si è dovuta confrontare fu, se
non ampliare il consenso a suo favore,
quello almeno di contenere quello sovietico. Nasceva così una nuovo pensiero
e un nuovo modo di proporre e intendere la politica internazionale, era la politica del containment, quella che avrebbe
dovuto frenare le ambizioni e l’influenza
del nemico rosso, facendo anche ricorso a operazioni paramilitari in territori
extra-nazionali.
4
Con l’uscita di Arbenz, democraticamente eletto dal 60% della popolazione,
si impose subito il regime e il potere
autocratico del colonnello Carlos Castillo Armas, che per ingraziarsi l’amico
nordamericano che lo aveva sostenuto, abrogò immediatamente le riforme
agrarie che tanto avevano preoccupato
Washington e la dirigenza della United
Fruit, dando inoltre vita a un Comitato
Nazionale di difesa contro il comunismo. Fu questo l’inizio di una guerra
civile che si protrasse per 35 anni e che
portò alla morte di più di 250.000 civili.
Molti di questi furono prelevati, imprigionati, torturati e uccisi dagli squadroni
della morte addestrati proprio dalla CIA.
La guerra al comunismo fatta dai paesi
occidentali come la guerra all’imperialismo fatta da quelli del blocco sovietico
produceva in entrambi i fronti risultati
che, seppur con intenzioni diverse, erano
pur sempre simili, paragonabili, se non
nei numeri nella qualità dell’organizzazione e degli strumenti utilizzati. Sia da
una parte sia dall’altra dei due blocchi
esisteva un sistema il cui unico scopo
era quella di contrastare o reprimere
l’espansionismo dell’altro. Non si trattava neppure di cercare nuovi consensi o
nuove annessioni, l’importante era mantenere lo status quo, elaborare, dosare e
applicare la politica del containment. E
se da una parte si costruiva un muro per
dividere Berlino, dall’altra si minavano i
porti del Nicaragua e si gettavano le basi
per lo scandalo Iran–contras; e se Praga
appassiva nella sua primavera, nel Cile
di Pinochet fioriva una delle dittature più
cruente.
Come matite spezzate
Le matite iniziarono a spezzarsi nella
notte del 16 settembre del 1976. Il 24
marzo di quello stesso anno si era instaurata in Argentina una delle dittature militari più cruente e crudeli che il continente latinoamericano avesse e avrebbe mai
conosciuto. Eufemisticamente autodefinitasi Processo di Riorganizzazione Nazionale, la dittatura militare capeggiata
dal generale Jorge Rafael Videla aveva
5 L’origine del nome è dovuta ai criptonimi che la CIA usa per identificare le sue missioni. Ogni criptonimo contiene un prefisso (un digrafo) formato da
due lettere che designa o un’area geografica o un’area funzionale. In questo caso le prime due lettere, “PB”, stanno per “Presidential Board” (Amministrazione
Presidenziale), mentre “SUCCESS” indica semplicemente l’ottimismo con cui l’operazione venne approntata e diretta.
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scalzato il governo nato il primo luglio
del 1974 di María Estela Martínez de Perón, la prima donna eletta presidente di
tutto il continente americano.
L’Argentina era corrosa e divisa da
una lunga serie di fratture dovute sia alla spaccatura in destra e sinistra del governo peronista sia all’instaurarsi di un
clima di terrore determinato dalla nascita di gruppi paramilitari anticomunisti e
dalla risposta di altrettanti gruppi di sinistra. Un’inestricabile intreccio tra potere dei militari ora al governo, gruppi
clandestini di destra e falangi dell’esercito sostenute anche dalla politica estera di
Kissinger, scaturì in quella che divenne
poi tristemente nota con il nome di guerra sporca e il cui obiettivo dichiarato era
quello di eliminare una volta per tutte il
pericolo rosso. Non si trattava neppure
di esercitare una repressione dei gruppi
ritenuti più pericolosi o dediti ad attività sovversive, non si trattava neppure di
catturare o colpire chi veramente era inserito in gruppi rivoltosi. Non si trattava neppure di fermare chi propagandava
una politica incitante alla violenza o chi
compiva azioni armate contro il nuovo
governo. Furono invece presi provvedimenti contro persone inermi, anche minorenni e unicamente colpevoli di esercitare quell’unico diritto che credevano
ancora di possedere: quello della protesta, della contestazione pubblica, della
disapprovazione.
Nel settembre del 1976 alcuni studenti contestano, nell’aula magna del Liceo di Belle Arti di La Plata, i prezzi dei
libri e dei mezzi pubblici ritenuti troppo
alti. Si tratta di una protesta rumorosa
ma comunque pacifica; il loro intento è
ottenere il boleto, una sorta di tesserino
liceale in grado di garantire una forma di
risparmio alle famiglie meno abbienti. Si
fissa una data, si preparano gli striscioni,
si inchiodano i cartelli colorati. Quegli
studenti sfileranno pochi giorni più tardi lungo le vie che conducono al Ministero dei Lavori Pubblici. Riusciranno,
nonostante le manganellate delle forze
di polizia, a ottenere l’agognato boleto
che, però, sancirà per alcuni di essi anche una sorta di condanna ritardata, di
futuro già scritto e deciso; di pena solo
da infliggere.
Si chiamano Claudio de Acha, 17
anni, María Claudia Falcone di 16 an-
ni, Horacio Ungaro di 17 anni, Daniel
Alberto Racero di 18 anni, María Clara Ciocchini di 18 anni, Francisco López
Muntaner di 16 anni. Nessuno di loro
sopravviverà alla dittatura argentina, saranno tutti desaparecido, scompariranno
lungo i cunicoli bui delle prigioni, diventeranno ricordo nelle foto dei documenti d’identità. I volti sbiaditi di Claudio,
María Claudia, Horacio, Daniel Alberto,
María Clara e Francisco rimangono a ricordare un dolore che in qualche maniera è stato negato alle loro famiglie, un
dolore senza corpi né tombe, un dolore
che in una sola notte ha azzerato e annullato le speranze, le idee e i progetti
di un figlio il cui destino, così tragico e
così ignoto, poteva essere quello di un
qualunque altro figlio nato in Argentina
e cresciuto nel settembre del 1976 a La
Plata. Il destino, il fato o la sorte, ammesso che si sia disposti a credere o ammettere l’esistenza di cose che sfuggono alla comprensione umana, segue percorsi bizzarri, inconsueti, incontrollabili.
Molto spesso gli si assegna un valore divino, mistico e misterioso. Lo si ricorda
nelle preghiere quale atto di devozione o
di contrizione verso Dio. Ma il destino
acquista una sua proprietà anche in mancanza di una fede e di un Dio verso il
quale rivolgersi. Gli si attribuisce allora una probabilità, un’incertezza, cause
e concause attraverso le quali si vorrebbe risalire a un’origine o giustificarne le
azioni, le qualità, i limiti, le geografie.
Molti di quei figli nati, cresciuti e poi
morti a La Plata nel 1976 sono uno specchio che prospettivamente riflette tutti i
figli che, in modo opposto e benevolo,
vivono la loro vita in un’altra parte o anche in quella stessa parte di mondo perché le anomalie del tempo e dello spazio che chiamiamo comunemente “fisica” e “casualità”, hanno permesso loro
di godere di opportunità diverse, di destini diversi. Se solo il mondo girasse al
contrario, magari da nord a sud, oppure più lentamente o appena più velocemente, quei figli potrebbero allora anche
chiamarsi Andrea, Carla, Antonio, Laura
oppure Filippo ed essere morti in un’altra parte di mondo per un regime ugualmente ostile, ed essere pianti da una madre che non parla spagnolo ma italiano o
francese o inglese, russo oppure tedesco.
La geografia del mondo parrebbe de-
5
cidere non solo la vicinanza o la lontananza delle cose, ma anche come queste
vengono distribuite. E in base alla loro
distribuzione, alla loro mancanza o alla
loro abbondanza, vengono definite politiche, strategie e comportamenti in grado
di stabilire non solo come le cose devono essere gestite, ma anche il tipo di relazioni e legami che uno Stato deve fondare affinché esse possono essere incrementate, mantenute o anche prodotte. La
geopolitica, le geoeconomia e la geostrategia decidono, senza apparenti relazioni l’una dall’altra, i destini di uno Stato,
la sua storia futura, le connessioni tra le
generazioni future e quelle che le hanno
precedute. Ogni forma dittatoriale, il dispotismo, l’autoritarismo come anche la
semplice prevaricazione dei diritti sociali più semplici è un binario con un unico verso di percorrenza. Una dittatura va
percorsa per intero e non ammette altro
sistema politico che se stesso. L’autocrazia esiste o non esiste, c’è o non c’è,
o si è favorevoli o si è contro. Non è un
labirinto, è una strada che va percorsa sino a quando cessano di esistere tutte le
circostanze che l’hanno tenuta in vita.
È quindi dalla vita, dal presupposto
dell’esistenza di uno Stato oramai ritenuto allo sbando, senza più fiato o senza
un’identità inequivocabile che una dittatura si propone quale unica alternativa.
E siccome le esigenze del singolo sono
subordinate a quelle di uno Stato dittatoriale, le morti, le sparizioni, le detenzioni e le torture appaiono tutte strumenti
plausibili. Claudio de Acha, María Clara Ciocchini e tutti gli altri sono l’effetto e non la causa di una dittatura che s’è
fatta Stato nello Stato. E non ha importanza se il controllo del dissenso avviene
tramite la morte, la prigionia o la tortura; Claudio de Acha e María Clara Ciocchini rappresentano solo un vuoto circoscritto, l’inesistenza di un patto tra cittadino e Stato. Perché è questo che la
dittatura crea e cerca, una sostanza da
svuotare e una massa con cui riempire.
Le matite spezzate del 16 settembre
del 1976 furono e sono ancora non un
simbolo quanto, piuttosto, la rappresentazione di uno Stato che aveva già deciso
la loro sorte, la protesta contro un potere decisamente e incontrollabilmente più
forte e autoritario, la consapevolezza di
un’economia allo sbando, l’inesistenza
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di uno stato sociale e la coscienza di una
politica che si apprestava a esautorare lo
Stato. Non si trattava dell’ennesima forma di Governo Stato-Persona tipica delle Repubbliche Popolari, si trattava, piuttosto, di una forma di Stato dentro lo Stato, dove i vertici coincidevano con i lati,
dove la struttura si faceva anche fondamenta. Stava nascendo la dittatura che
al popolo sostituiva l’uniforme. Era lo
Stato dei Generali.
Notturni venticinque anni
dopo
Notturno 1: la scuola
Il mondo non ha girato né più velocemente né ha ruotato da nord a sud. L’unica fisica possibile e’ stata quella del tempo che anno dopo anno lo ha spinto dal
1976 al 2001. I luoghi sono altri, le occasioni pure. Lo sono anche le persone che
per fato, destino, sorte o volontà divina si
trovano tutte riunite nel medesimo posto,
alla medesima ora del medesimo giorno.
Tutto avviene tra l’edificio di una
scuola elementare e la caserma della polizia. È quasi mezzanotte e una prima
manganellata colpisce come e peggio di
una frustata la spalla sinistra di Mark. Il
rumore è sordo e il corpo emaciato di
Mark non riesce ad attutire quel colpo arrivato quasi di sorpresa. Non riuscì neppure a terminare la frase con cui cercava
di qualificarsi che una seconda bordata
di colpi lo bloccò a terra. Un calcio dato con una violenza che a Mark sembrò
impossibile incurvò la gabbia toracica di
quel corpo non certo robusto. La punta
dello scarpone del militare che sferrò il
colpo gli parve penetrare per un piccolo, piccolissimo tratto dentro il suo torace. E tanto bastò per incrinare e rompere
almeno cinque o sei costole. Il rumore
delle sue ossa che si spezzano e si piegano è lacerante quanto il dolore provocato dall’aria che abbandonando i polmoni
sembra far tossire via la vita. Con un violento afflato incontrollato cacciò quell’aria fuori dai polmoni e quasi contemporaneamente le schegge impazzite delle
proprie costole squarciarono il polmone
sinistro di Mark.
Ma la sua vita non terminò con quel
soffio. Mark era vivo, talmente vivo che
afferrò il senso della randellata che lo
colpì in testa e di quel calcio che gli ruppe denti e mascella. Sputò con forza un
grumo di sangue che allargandosi a ventaglio punteggiò il pavimento sul quale
aveva cercato, invano, protezione. Mark
svenne.
La fuga di Karl invece durò poco, lo
tradì la voglia di rientrare nella scuola
dal quale era riuscito a fuggire; la curiosità o la voglia di aiutare chi era rimasto
gli costarono gravi lesioni alle braccia e
alle gambe. La violenza delle randellate che piovevano quasi fosse un autunno di legno gli procurarono una frattura
cranica, mentre i calci inferti con le pesanti calzature militari, perfette e curate
quasi fossero appena uscite dal calzaturificio, gli provocarono un’emorragia toracica. Non andò meglio a Richard che
per proteggere Nicola dalle manganellate gli si sdraiò sopra. La maggior parte
delle manganellate le prese naturalmente
lui, ma Nicola avvertiva comunque tutta
la ferocia dei colpi attraverso le vibrazioni trasmesse dal corpo di Richard. Un
polso fratturato –tanto o poco chi potrà
mai dirlo– costò a Nicola il tentativo di
proteggersi la nuca da quell’aggressione
della quale non afferrava il senso.
Senso che non comprese neppure
Daniel, colpito così violentemente e per
così tante volte che l’emorragia cerebrale poté essere fermata solo dopo un’operazione chirurgica. Non furono comunque gli unici a non capire. Melanie, 28
anni, non ebbe neppure il tempo di porsi la domanda. Fu aggredita con tanta
brutalità e rapidità che perse immediatamente conoscenza. Seppur svenuta e immobile, gli agenti si scagliarono su di lei
con calci e pugni. Qualcuno di loro si
chinò come si fa per prendere un cocomero sul campo, afferrò la sua testa con
entrambe le mani e gliela sbatté contro
un armadio. I capelli di Melanie s’impastarono subito del sangue che usciva dalla sua testa. La lasciarono così, con gli
occhi rovesciati a scrutare il nulla.
Non faceva alcuna differenza essere
donna o uomo, giovane o maturo, studente o lavoratore. Una furia percorreva
i corridoi della scuola come un fiume in
piena il suo letto. E come il fiume iroso
non distingue il bene dal male, l’animale dall’uomo o l’oggetto dalla vita, così anche quella furia umana non riusci-
6
va a distinguere le persone dagli oggetti. Ogni corpo, ogni sua singola parte, le
mani, le braccia, la testa, il busto, i piedi
e le gambe venivano viste e pensate come cose autonome, disgiunte dalle altre.
Le ossa del braccio erano quindi un bastone da spezzare, la carne delle gambe
erano stoffa da strappare, i capelli erano
qualcosa da tirare e la testa qualcosa da
percuotere.
Venivano picchiati anche in gruppo,
costretti a inginocchiarsi per terra e malmenati in modo quasi industriale, quasi
fosse una sorta di catena di lavorazione.
Passava un poliziotto che assestava i primi colpi e poi tutti gli altri, in modo magari differente e in diversi punti del corpo, magari quelli non ancora toccati da
altri. A una donna di 65 anni fratturarono un braccio; fu come spezzare una
matita in due senza neppure cercare di
dosare la forza con cui quei colpi venivano vibrati. Dall’alto verso il basso e
poi verso l’alto per scaricarsi di nuovo
verso il basso. Con violenza. Con furia. Lena, 24 anni, cercò scampo nel bagno. Fu vista e inseguita dai poliziotti
che la trascinarono via dal bagno prendendola per i capelli. Una volta in corridoio venne percossa e presa a calci in
tutto il corpo, fino a quando uno dei tanti non le provocò il collasso della gabbia
toracica. Lena ingoiò violentemente tutta l’aria che poté con una sorta di lungo rantolo, fu come affogare nell’aria e
contemporaneamente come se quell’aria
non bastasse mai. Era stanca, sofferente, ogni respiro s’accompagnava sempre
con una fitta che non sapeva identificare, le costole parevano spaccarsi, cedere
per aprirsi verso l’esterno. Senza provare
la minima pietà o indulgenza, fecero in
modo di mantenerla in piedi e iniziarono nuovamente a colpirla. Con brutalità,
crudeltà e malvagità uno dei poliziotti le
diede una ginocchiata all’inguine mentre
altri continuavano a prenderla a manganellate. Lena cadde ancora in terra ma
la bestialità di quelli che sembravano uomini, che si muovevano come uomini e
che parlavano come uomini non si arrestò. Continuarono a picchiarla come se
non fosse accaduto nulla, come se quel
corpo di donna fosse un metallo da modellare a martellate. Lena gridava, gridava dolore, ma per tutta risposta venne
afferrata per i capelli e trascinata giù per
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un nuovo status arbitrario e illegittimo di
sostituirsi alla democrazia.
E se la legalità è il potere esercitato
nell’ambito o in conformità delle leggi
stabilite dallo Stato e il diritto è l’insieme di norme di comportamento e di organizzazione in grado di regolamentare i
rapporti fondamentali per la convivenza
e la sopravvivenza del o dei gruppi sociali, si intuisce immediatamente come
ogni azione che cada all’esterno di questi due insiemi comprometta non solo la
credibilità dello stato di diritto ma anche il potere democratizzante di uno Stato. Sono due forze, queste, che in nessun modo e per nessun motivo possono
avere verso contrario, verso che porterebbe a una nuova forma di autogoverno
in grado di non distinguere il legittimo
dall’illegittimo, la legalità dall’illegalità,
il diritto dall’ingiustizia e il potere dello
Stato dallo Stato autoritario.
Dalla scuola, dopo essere stati percossi, feriti o offesi furono tutti portati
al centro di detenzione temporanea, in
quella caserma che sin dall’inizio apparve subito come luogo di un nuovo incubo. Un corridoio formato da due file di
poliziotti accolse a suon di bastonate e
calci i fermati e gli arrestati. Non venne fatta alcuna distinzione tra uomini e
donne, tra chi ferito e chi no. Quell’onda di nuova crudeltà fu anche accompagnata da insulti, da frasi inneggianti la
grandezza del fascismo e del suo ideatore. Non mancarono neppure riferimenti
ad altre dittature. E Pinochet, il generale,
fu acclamato, ammirato e invocato quale
altro condottiero.
Come bestie furono dapprima marchiati sulle guance con un pennarello indelebile e poi riconosciuti e schedati. A
chi tentò di invocare i propri legittimi diritti vennero tagliate quale sfregio ciocche di capelli, chi invece si oppose a firmare i documenti che certificavano il loNotturno 2: il centro di deten- ro arresto o il loro fermo e nei quali veniva ribadita la volontà di non voler avzione
vertire familiari, avvocati o consolati nel
Nessuno conosce ancora le cifre esatte. caso degli stranieri, venne minacciato
C’è chi distingue tra fermati e arrestati senza possibilità di replica.
Alcuni furono costretti a denudarsi
e chi no, chi parla di più di 220 tradotti presso il centro di detenzione e chi si in modo da accertare l’assenza di cororienta verso cifre più alte. Quello che pi estranei nelle cavità corporee. Molti
però appare incontestabile è quanto ac- furono costretti ad assumere la cosidetcadde al suo interno, dove la sospensio- ta posizione del cigno, quella in cui ocne della legalità e del diritto permise a corre rimanere con la faccia rivolta verle scale come un sacco di patate.
Le donne e gli uomini erano diventati oggetti da ammassare al piano terra e
Lena, come altri prima di lei, finì in quella dolorante, ferita e impaurita discarica
umana.
Michael era in pigiama e stringeva in
mano l’unico oggetto brandibile trovato
in quel luogo di sciagura e terrore. Si
trattava di quello quotidianamente usato
per combattere il tartaro dentale, ma per
quelli che lo picchiarano prendendolo a
randellate fu come impugnasse il più pericoloso dei coltelli. Si sdraiò pensando
che quell’oggetto potesse, da solo, chiarire la volontà di non ostacolare in alcun modo il lavoro –per quanto rabbioso
potesse apparire– degli agenti. Ma non
servì a nulla, lui come altri continuarono a essere percossi con violenza, furia e
forza.
Nella scuola era oramai il caos. Il
buio delle aule era rapidamente squarciato dalle torce degli agenti, urla e grida s’intrecciavano col sottofondo sordo
e cupo dei manganelli che venivano agitati come spade. Teste, braccia e gambe vennero contuse, rotte e spaccate. La
crudeltà sembrò sostituirsi alla pietà e
l’irrazionalità prese il posto della ragione. Non sembrava più neppure una scuola per quanto sangue vi fosse in terra e
lungo i muri. Pareva piuttosto un mattatoio, dove bestie impazzite e impaurite perché sembrano capire quanto sta loro per accadere, iniziano a emettere suoni che rimbalzano come un’onda tellurica. Una specie di tremore s’impossessa dei corridoi che contengono quelle persone divenute bestie e contemporaneamente s’espande tutto intorno e al di
fuori dell’edificio.
Una specie di terrore che si era fatto cupo suono, ecco cosa era diventata
quella scuola.
7
so il muro, le mani in alto e le gambe
divaricate. Posizione che se può essere
stancante per una persona normale, può
essere decisamente sfinente per chi, come Mohammed, ha una gamba artificiale. Chi non riusciva a mantenere la posizione veniva insultato e picchiato. Mohammed venne dapprima punito con dello spray al pepe e poi malmenato con
particolare efferatezza.
Alcuni poliziotti parevano come sovraeccitati, galvanizzati da quegli ordini
e richieste che nulla avevano a che fare con le formalità di un accertamento.
Ad alcuni prigionieri fu chiesto di intonare faccetta nera, ad altri di gridare “viva la polizia penitenziaria” o di latrare
come cani o di ragliare come asini. Alcuni si trovarono nell’incertezza di domande per le quali non veniva data altra
possibilità di risposta se non quella implicita nella domanda stessa: “sei gay o
comunista?”.
Quel centro di reclusione si trasformò di nuovo nel caos brutale e furioso
che avevano lasciato nella scuola. Ester
fu chiamata puttana e una poliziotta, una
donna poliziotto, prese con forza la sua
testa e gliela infilò nel water mentre un
suo collega, un uomo, le urlò contro tutto il disprezzo di cui fu capace: “Bel culo! Ti piacerebbe che ti ci infilassi dentro il manganello?”. Se si prova ora a
fare il semplice esercizio di immaginazione con il quale tentare di stabilire il
grado pulizia di un qualunque sanitario
pubblico, non si potrà altro che concludere l’estrema, assoluta e totale mancanza di qualsiasi forma d’igiene. Mettere
per una qualsiasi ragione la testa dentro un water significa mettere a rischio
la propria salute in modo grave, significa esporsi a malattie in grado di compromettere funzionalità basilari di organi
come il fegato o lo stomaco.
Nessuno dei poliziotti quindi, sembra curarsi degli effetti delle proprie
azioni. Si muovono, ordinano e picchiano come se ogni loro gesto, parola o percossa non venisse memorizzata, interpretata o ricordata. In quel luogo di disdetta lo Stato non stava garantendo più
nessuno.
Ma le violenze non si limitano nel
colpire la testa, le gambe, le braccia o
il busto, si infierisce anche contro la dignità, l’intimità e il decoro delle persone.
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Alla percossa si unisce la mortificazione, l’umiliazione della persona; si tenta
di provocare una necrosi in grado di colpirne l’onore per poi annullarlo. E mentre c’è chi è costretto a stare steso sulla
schiena e con le gambe divaricate verso
l’alto per essere colpito con un salame,
c’è anche chi viene costretto a spogliarsi e a fare flessioni con le braccia mentre
un poliziotto gli grida “Ti piace il manganello? Vuoi provarne uno?”. Mentre
una donna viene tenuta contro il muro
le urlano “Troia! Devi fare i pompini a
tutti!”, un giovane è costretto a denudarsi e a mostrare il pene ai poliziotti seduti alla scrivania. In un’altra stanza si
consumava invece un rito da nonnismo
di caserma; un giovane viene fatto spogliare e, partendo dalla posizione fetale,
viene costretto a spiccare dei salti mentre
alcuni agenti lo schiaffeggiano. E mentre un uomo viene minacciato di essere
sodomizzato, il bagno diventa l’ulteriore
luogo di mortificante terrore. I prigionieri sbrigano i loro bisogni fisiologici davanti a due o più agenti che non risparmiano battute e minacce. Alla richiesta di assorbenti da parte di alcune donne, agenti lanciano della carta di giornale
appallottolata.
Nell’infermeria, luogo solo apparentemente neutrale, si consumano altre
umilianti crudeltà. Le donne vengono
costrette a restare nude davanti a cinque, sei agenti che sogghignano divertiti; una ragazza viene costretta a rimuovere il piercing vaginale pur avendo ancora le mestruazioni. La seria ferita alla
mano di un ragazzo viene ricucita senza anestesia, e alla sua richiesta di dargli
“qualcosa” gli viene unicamente offerto
uno straccio da stringere in bocca.
Non esiste più una stanza, un angolo
o un semplice tratto di muro in cui i prigionieri possano esercitare una qualunque forma di diritto e tutela o sentirsi al
sicuro. La sensazione è quella di trovarsi
non nell’inferno in cui scontare in modo
certo la pena, ma nel più penoso, crudele
e incerto dei limbi, dove l’indeterminazione, l’angoscia, la malvagità e il tormento rendono quelle ore interminabili,
eterne.
Tutto venne consumato tra la scuola e quel luogo di detenzione e nessuno,
a parte i carcerieri, si occupò dei prigionieri. Per essi fu impossibile contatta-
re, cercare o anche semplicemente parlare con chiunque potesse dare loro aiuto o
fornire una qualsiasi indicazione. Erano
prigionieri di uno Stato contemporaneamente al di dentro e al di fuori dello Stato
reale. Al di dentro perché tutti gli agenti
coinvolti appartenevano e appartengono
ancora alla Stato reale, al di fuori perché
applicarono i metodi di uno Stato alieno.
Nello Stato reale si concentra quindi un
vuoto, una depressione o meglio ancora un’assenza, dove si condensa lo Stato
alieno e in cui precipita e si perde ogni
forma di democrazia.
Come
Nasce un problema. Quello di definire, se esistono, idonei strumenti tramite i quali separare i due Stati per poter
poi fornire un giudizio di merito su quello ospite. L’errore più banale e grossolano sarebbe quello di giudicare quegli agenti e il loro operato nell’insieme
che li vede e li interpreta anche e soprattutto come uomini dello Stato reale;
corretto sarebbe invece giudicare i loro
atti come azioni di semplici membri di
quello stesso Stato e interpretare la loro appartenenza a un corpo di difesa non
come un’attenuante ma, piuttosto, come
un’aggravante.
Lo Stato alieno, ospite dello Stato
reale, induce una forma di tirannia non
dissimile da quella sperimentata e applicata in altri Paesi. Non esiste alcuna differenza tra quanto perpetuato nelle caserme argentine o cilene o russe o della
DDR e quanto accaduto invece in quella
scuola e in quella caserma. Le due sole componenti che rendono invece dissimili i luoghi sono il tempo e lo spazio.
Il tempo perché a differenza del potere
esercitato in quella scuola e in quella caserma, le dittature di quegli Stati hanno
comunque governato per periodi misurabili in anni; lo spazio perché il territorio
in cui quegli Stati esercitavano la propria
dittatura non era confinato entro due singoli edifici ma, al contrario, si estendeva
non solo in tutto il proprio territorio nazionale ma, come nel caso dell’Unione
Sovietica, anche oltre i propri confini.
È allora possibile affermare che in
quei due luoghi di sventura non solo
vennero scientemente disattesi i principi
fondamentali del diritto e della democra-
8
zia, ma anche applicate forme di dolore,
strazio, sofferenza, offesa e martirio sia
psicologico sia fisico. Vennero utilizzati
i metodi delle polizie degli stati totalitari e venne anche violata l’intima sacralità del corpo degli uomini e delle donne.
Si trattò a tutti gli effetti di una dittatura che seppur delimitata entro i confini
fisici di due luoghi distinti, è tanto crudele e violenta quanto quella consumata
negli Stati nazionali in cui vige o vigeva
una qualsiasi forma di regime. Ma una
dittatura è di fatto una forma di Governo esercitata con estrema autorità e rigidità e due luoghi quali possono essere una scuola e una caserma non definiscono né un territorio nazionale né uno
spazio politico.
Se non si tratta quindi di una dittatura, con quale altro nome è possibile distinguere quanto accaduto in modo così
circoscritto e specifico? Nonostante possa sembrare strano o prendere la forma
di un paradosso, è possibile dare due risposte di segno opposto. Questo genere
di atto autoritario o di tirannide limitata
se si preferisce, ha un nome ben preciso e viene individuato con il sostantivo
“tortura”. Sostantivo che, però, non godendo di un valore giuridico riconosciuto, non configura di fatto alcun reato. In
sostanza, nel nostro ordinamento giuridico la parola tortura non esiste, come non
esiste un reato di tortura o una pena da
scontare per procurata tortura.
Dove e quando
Scuola elementare Diaz e caserma Bolzaneto. Sono i luoghi dove tra il 21 e il
22 luglio si consumò quell’insolito putsch. Era il 2001, la città era Genova e la
circostanza era il G8.
Quanto accadde sfuggì anche ai vertici delle forze dell’ordine. Ai giornalisti che la notte del 21 luglio chiedevano
cosa stesse accadendo nella scuola Diaz,
gli agenti raccontarono una serie di falsità che contraddicevano la presenza delle
ambulanze parcheggiate lungo la strada
che fiancheggia la scuola e dei feriti che
uno a uno vi venivano caricati. Dissero anche che quelle ferite, alcune piuttosto gravi, erano precedenti all’irruzione. Aggiunsero ancora che la scuola era
un covo di estremisti. Non entrarono nei
particolari, non dissero che quell’edificio
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ospitava tra gli altri avvocati, economisti, studenti, giornalisti e persone anche
non esattamente giovani. Dissero solo
che era piena di estremisti.
Il giorno dopo, a una conferenza organizzata per la stampa, gli ufficiali di
polizia sostennero che tutti i fermati sarebbero stati accusati di resistenza aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Tanto per dare un tono di maggiore
gravità e teatralità alla cosa, confermarono anche il ritrovamento di due bombe
molotov all’interno della scuola. Fu la
ciliegina sulla torta.
Le vittime vennero quindi trasformate in aggressori e gli aguzzini e i carcerieri in bersagli, in paladini della libertà,
in difensori della giustizia.
La messinscena non durò molto, grazie al meticoloso e difficile lavoro di indagine svolto dal pm Enrico Zucca, i tribunali riuscirono ad accertare la verità,
stracciarono tutte le accuse contro gli imputati e rivolsero la loro attenzione su
chi, realmente, quella notte sospese ogni
forma di diritto, di tutela e democrazia.
Venne anche accertato che le due molotov furono introdotte di proposito nella
scuola da alcuni agenti. La ciliegina era
marcia quanto tutta la torta.
Attraverso le testimonianze delle vere vittime e le ammissioni di qualche
ravveduto, fu possibile accertate gran
parte delle responsabilità e dei fatti. Venne chiarito il ruolo svolto dalle forze dell’ordine e come esse poterono agire in
assoluta libertà.
Il vice-questore Pasquale Troiani
disse che si trattò di “[...] una leggerezza” portare le due molotov nella scuola
Diaz. Spartaco Mortola si limitò semplicemente a dire che l’arresto dei manifestanti fu una “forzatura giuridica”,
mentre Francesco Grattieri, capo dello
Sco, spiegò che il finto accoltellamento
di un agente era stato preso a pretesto
per poter giustificare “l’eccesso di violenza”. Ragionando su quei fatti aggiunse anche che “Oggi forse non ripeterei
quello che ora forse ritengo un errore, e
cioè essermi recato là”.
L’uso misurato dei termini, “leggerezza”, “forzatura giuridica” e “l’eccesso di violenza” non è casuale, non sono
ammissioni di colpevolezza o responsabilità, sono invece giustificazioni, motivazioni, alibi, sono le attenuanti del servitore dello Stato. Ma anche la riflessione dell’agente Grattieri non è da meno,
l’errore non consiste nelle azioni commesse, la mancanza non è l’aver esercitato un potere assolutamente sproporzionato e privo di ragione; la colpa è, semmai, quella di essersi recato in quel luogo. La responsabilità che l’agente Grattieri si attribuisce è quella che lo colloca
nel luogo e nel momento sbagliato.
Significativa, o meglio rivelatrice, è
invece la testimonianza del vice questore (grado rivestito ai tempi del G8 2001)
Michelangelo Fournier: “ho trovato in
atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in
borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una
macelleria messicana”. Aggiunge ancora: “Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di
sangue. Pensavo addirittura che stesse
morendo”.
Questa, probabilmente, è l’unica testimonianza che racconta almeno una
parte della verità, che non cerca di nasconderla, di giustificarne i motivi. L’espressione “[. . . ] Sembrava una macelleria messicana [. . . ]” racconta e accende la crudeltà di quelle ore e nulla e nessuno, a parte l’avvocatura dello Stato in
rappresentanza del Viminale, vorrà più
contraddirla.
L’unico nemico rimasto di chi è stato
prima malmenato, percosso, ferito, umiliato, mortificato, offeso e poi accusato
ingiustamente, sembra essere infatti lo
Stato, che negando il primo ottobre 2008
la responsabilità degli imputati, sposta di
fatto la colpa sulle vittime. “Nego la responsabilità degli imputati. Nego che vi
sia stata una spedizione punitiva. Non è
stata una spedizione latu sensu terroristica. La democrazia in quelle ore non è
mai stata in pericolo”, con queste paro-
9
le l’avvocato dello Stato6 non solo nega
la colpa e la causa ad essa collegata ma,
cosa ben più grave, anche la responsabilità e il difetto di tutto l’establishment
politico di quel tempo.
Colpe e parallelismi
Negare la responsabilità degli imputati sposta, alleggerendola, la posizione
dello Stato che non è più compartecipe degli eventi ma solo attore secondario. Ma non solo, l’assunto occulto contenuto nell’affermazione dell’avvocatura
dello Stato allontana, diluisce, stempera,
se non annulla del tutto, ogni coinvolgimento, ogni peso e qualsiasi forma di obbligo e dovere dei vertici politici di allora
mai chiamati in causa.
In Argentina dal
30 aprile del 1977 è
attivo un movimento –Madres de Plaza
de Mayo– che ancora oggi si batte per
ottenere la giustizia
negata dalla dittatura e che, dal 1976
sino al 1983, causò Azucena Villaflor
la scomparsa di circa 11.000 persone7 .Sono i desaparecido, sono le persone scomparse che madri e nonni cercano non più tra i vivi
ma tra i morti. Si tratta di una ricerca che ha provocato ulteriori uccisioni e
scomparse. Una delle fondatrici del movimento, Azucena Villaflor [4], fu arrestata, detenuta e uccisa probabilmente in
uno dei voli della morte organizzati dalla
dittatura.
Alcuni documenti segreti del governo
degli Stati Uniti declassificati [5] nel
2002, provano che già a partire dal 1978
il governo statunitense era a conoscenza che i cadaveri di Azucena Villaflor e
di altri tre componenti del movimento –
Esther Ballestrino, María Ponce e sorella
Léonie Duquet– erano stati trovati sulle
spiagge vicino Buenos Aires. Le informazioni contenute nei documenti non furono mai comunicate al governo democratico argentino8 .
Date le condizioni dei corpi, il ricono-
6 Della notizia, lanciata dall’Ansa e un tempo presente all’indirizzo http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/ticker/news/
2008-10-01_101221967.html, sembra non esserci più traccia. Ricerche eseguite con il motore interno dell’agenzia non hanno fornito alcun risultato.
7 Numero stabilito da una commissione parlamentare argentina. Per il movimento i desaparecido furono almeno 30.0000
8 Le informazioni non vennero comunicate per non compromettere l’identità della fonte che, all’interno del governo argentino, agiva per conto di quello
statunitense
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scimento poté avvenire solo dopo molti anni e solo con l’uso dell’esame del
DNA. Le ceneri di Azucena Villaflor e
di altre due cofondatrici dell’associazione sono state sepolte ai piedi della Piramide di Maggio nella Plaza de Mayo l’8
dicembre 2005.
Allora si negavano colpe e responsabilità perché un governo propriamente dittatoriale non ammetteva che nulla
e nessuno potesse compromettere quella
parvenza di stabilità ottenuta violentando il proprio popolo. Oggi, diversamente
da quel luogo, la nostra democrazia non
ammette e non riconosce nessuna distorsione e nessun vizio per non comprometterne la credibilità. La distorsione è dovuta all’uso spropositato della violenza
esercitata proprio da chi quella democrazia è tenuto a difenderla, il vizio è invece determinato da quella classe politica che della democrazia è tenuto a darne
direttive e indirizzi.
E se ancora oggi gli argentini reclamano quella giustizia che, solo a fatica, viene loro riconosciuta, nessuno
degli esponenti del Governo Berlusconi
del 2001 ha ritenuto opportuno spiegare
quanto accaduto. Gianfranco Fini, che
nel 2001 ricopriva il ruolo di Vicepresidente del consiglio dei ministri, il 20
marzo 2008 rilascia una dichiarazione sibillina in cui accenna a una imprecisata
necessità di far pagare chi eventualmente
avesse sbagliato nel fare applicare la legge ma “[. . . ] senza sovvertire l’ordine
delle cose, come vorrebbe fare chi propone una commissione parlamentare di
inchiesta, perché quello che è successo
nei giorni del G8, e di chi sono le vere responsabilità, lo ha visto il mondo
intero”.
Gianfranco Frattini, che rivestiva la
carica di Ministro per la funzione pubblica e il coordinamento dei Servizi di informazione e sicurezza di quel Governo,
ammette con amara sincerità che “[. . . ]
se molto si fosse fatto durante il governo precedente, non ci si sarebbe ridotti
alla necessità di esplorare i tombini di
Genova dove purtroppo stamani abbiamo ritrovato armi, mazze e altri oggetti
contundenti”. Notizia immediatamente
smentita dalla Digos di Genova. In altre
dichiarazioni Frattini si preoccupa anche
che “Hanno, abbiamo, rassicurato Berlusconi. I nostri Servizi sono fortemente
e direttamente in azione per prevenire, in
stretto contatto con le forze dell’ordine,
qualsiasi azione violenta”. Ma la dichiarazione che più fa riflettere è quella in
cui afferma che sul G8 furono preparati
duecento dossier: “[. . . ] I servizi segreti
hanno lavorato per mesi. E hanno raccolto importanti informazioni su quello
che i manifestanti stavano preparando al
G8 di Genova”
Considerati i risultati e visti gli effetti, si tratta molto probabilmente di duecento dossier dalla dubbia utilità. Le informazioni furono raccolte anche grazie
all’aiuto dei servizi di informazione statunitensi, europei e russi. Una mole di
dati che comunque non seppe né predire né spiegare quanto accadde durante il
G8. L’illusione che si possa arrivare alla verità accumulando un numero sempre maggiore di informazioni non porta, come solitamente si crede, a capire la
realtà, a interpretarla o a predirla, conduce, al contrario, a un numero di relazioni
che aumentano con l’aumentare dei dati e che portano al collasso delle teorie
e delle leggi che invece vorrebbero decifrarle. Il nodo del problema non è infatti raccogliere dati su dati quanto, piuttosto, capire ciò che si vuole senza essere
sommersi da particolari inutili [6].
Claudio Scajola, l’allora Ministro
degli Interni, non rilascia dichiarazioni.
Lascia che siano gli altri a farlo. Il primo
ministro Silvio Berlusconi dice “I militanti del Genova Social Forum, secondo quanto mi ha riferito il ministro Scajola, avrebbero occultato i violenti” per
poi aggiungere che durante il blitz alla
scuola Diaz, le forze dell’ordine avrebbero trovato armi improprie e arrestato
una novantina di persone.
Interpretando a posteriori le dichiarazioni rilasciate dai politici che mutuamente non si riconoscevano responsabili
di quanto accaduto, appare evidente che
nessuno di essi sapesse quantificare in
modo credibile le persone fermate e arrestate, se erano state ferite, se era stata
usata loro violenza, che tipo di armi erano state trovate e da chi. Scajola sembrava non sapere cosa effettivamente fosse
accaduto nel settore che egli, sotto la sua
diretta responsabilità, dirigeva e amministrava. Se la competenza significa anche
conoscenza delle cose, Scajola ha dimostrato che, al contrario, l’incompetenza è
10
comunque giustificata e, tutto sommato,
ben accetta.
In difesa di Scajola, contro il quale il
centrosinistra aveva presentato una mozione di sfiducia, interviene Fini che afferma che “[. . . ] è unicamente un’arma
di propaganda politica”. Aggiunge anche che “Tutti vogliamo l’accertamento
della verità, ma il governo per ragioni
politiche ha un motivo in più per volerlo: perché quando sarà accertata sarà
evidente a tutti che la mozione di sfiducia che è stata presentata oggi è unicamente un’arma di propaganda politica, è
una mozione di sfiducia strumentalmente
presentata, non già nel tentativo lecito di
accertare la verità, ma di mettere in difficoltà il governo”. Evidentemente non
soddisfatto prosegue stillando un dubbio
amletico “Dio non voglia che chi ha scagliato parole pesanti come pietre non si
accorga che le collusioni e le complicità
di cui hanno goduto i violenti non siano
limitate all’ultrasinistra, ma coinvolgano anche qualche collega che siede nei
banchi del Parlamento repubblicano”.
Dai commenti non si esime neppure uno dei paladini del neonato Pdl, l’allora sottosegretario dell’Interno Alfredo
Mantovano, che profetizzando le intenzioni del centrosinistra afferma che una
Commissione Parlamentare d’inchiesta
sul G8 avrebbe “[. . . ] il solo scopo di
criminalizzare le forze di polizia nel loro insieme, di ostacolare il lavoro dell’autorità giudiziaria e di individuare,
non sette mesi ma sette anni dopo, delle
responsabilità politiche da utilizzare in
questi giorni di campagna elettorale”.
Nessuno dei Ministri, nessuno dei
segretari o dei sottosegretari del Governo
Berlusconi 2001 verrà ritenuto responsabile di quanto avvenuto e commesso tra
il 21 e 22 luglio 2001 a Genova. Nessuno di loro, Silvio Berlusconi compreso,
sarà mai tenuto a giustificare il mancato
funzionamento di un meccanismo dello
Stato palesemente impazzito.
Nomi
Giovanni Luperi; Francesco Gratteri;
Gilberto Caldarozzi; Filippo Ferri; Massimiliano Di Bernardini; Fabio Ciccimarra; Nando Dominici; Spartaco Mortola; Carlo Di Sarro; Massimo Mazzoni; Renzo Cerchi; Davide Di Novi; Vin-
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cenzo Canterini; Michelangelo Fournier;
Fabrizio Basili; Ciro Tucci; Carlo Lucaroni; Emiliano Zaccaria; Angelo Cenni; Fabrizio Ledoti; Pietro Stranieri; Vincenzo Compagnone; Massimo Nucera;
Maurizio Panzieri; Pietro Troiani; Michele Burgio; Salvatore Gava; Alfredo
Fabbrocini; Luigi Fazio.
Sono i 29 poliziotti inquisiti e accusati per le violenze commesse alla
scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto. Il procedimento a loro carico è ancora in corso. Nessuno dei poliziotti ha mai mostrato segni di rimorso o
ripensamento.
Mark Covell ha 33 anni ed è un giornalista inglese di Indymedia. Era al G8
per documentare quanto stava accadendo. Claudio de Acha ha 17 anni, è nato
il 21 settembre del 1958 e viveva vicino
alla città di La Plata. Di lui non si hanno più notizie dal 16 settembre del 1976.
Karl Boro riuscì a scappare sul tetto della Diaz. Commise l’imprudenza di rientrare che gli costò ematomi a gambe e
braccia, la frattura del cranio e un’emorragia del torace. María Claudia Falcone
ha 16 anni, è nata il 16 agosto del 1960 e
viveva a La Plata. È scomparsa il 16 settembre del 1976 e di lei non s’è saputo
più nulla.
Nicola Doherty è una assistente londinese di 26 anni. Richard Moth, il suo
compagno cercò di proteggerla con il suo
corpo. Non appartenevano né a nessuna
frangia bellicosa né ai black block. Hanno entrambi riportato contusioni e ferite
varie sul corpo. Horacio Ungaro ha 17
anni, è nato il 12 maggio del 1959 e viveva a Gonnet. È scomparso nella notte del 16 settembre del 1976. Melanie
Jonasch, 28 anni, è una studentessa di
archeologia di Berlino. Durante la mattanza alla scuola Diaz perse conoscenze
a causa dei colpi che ricevette alla testa.
Daniel Alberto Racero ha 18 anni, è nato il 28 luglio del 1958. Frequentava la
scuola Normale num.3. È scomparso il
16 settembre del 1976.
Daniel Albrecht ha 21 anni ed è uno
11
studente di violoncello a Berlino. Era al
G8 per semplice protesta. Gli venne riscontrata un’emorragia cerebrale. María
Clara Ciocchini ha 18 anni ed è nata il 21
aprile del 1958. Viveva a La Plata. Come i suoi compagni è scomparsa durante
la notte del 16 settembre del 1976. Michael Gieser ha 35 anni ed è un economista belga armato di spazzolino da denti.
Fu preso a randellate quando ancora era
in pigiama. Francisco López Muntaner
ha 16 anni, è nato il 7 settembre del 1960
e frequentava la scuola di Belle Arti a
Buenos Aires. La sua arte venne persa
per sempre nella notte del 16 settembre
del 1976.
Una linea invisibile unisce queste
persone appartenenti a tempi e luoghi diversi. Quella strana anomalia del tempo
e dello spazio definita dalla fisica o dalla
fede o dal carma per chi ci crede, ha solo
fatto in modo che gli uni non fossero gli
altri.
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Appendice
c
Figura 1: La classe di Marcelo Brodsky - Marcelo Brodsky. Tutti i diritti riservati.
L A BUONA MEMORIA DI
M ARCELO B RODSKY
a fuoco, mentre Martin, il miglior amico
di Brodsky, fu uno dei tanti desaparecido uccisi dalla dittatura argentina. La foDi IVAN_III ( IVAN _ III @ THEIMPRESS . COM )
to che Brodsky ha ritoccato sembra quasi
un’annotazione, un promemoria, un percorso a ritroso che lo coinvolge anche
È la foto della classe di Marcelo personalmente. Quei due compagni soBrodsky. È quella del 1◦ anno, 6◦ sezio- no lo specchio che riflette con un angone del collegio Nacional de Buenos Ai- lo molto più ampio il destino di coloro
res. Alcuni volti sono messi in evidenza che furono ragazzi come Claudio e Marcon un cerchio. Sono quelli dei compa- tin. Sono il riflesso di una nazione che di
gni dei quali Marcelo ha avuto notizie, quei ragazzi non ne ha voluto fare degli
che vivono in qualche altra città, che la- uomini e poi dei vecchi. Sono il rifiuvorano, che hanno una famiglia. Che so- to, la negazione della fanciullezza, della
no morti. I ritratti di due compagni sono giovinezza, della maturità.
Brodsky tenta di ricostruire una stobarrati e cerchiati in rosso, sono quelli di
Claudio, il secondo in alto a sinistra, e ria, una buona memoria9 , partendo daldi Martin, il terzo a destra nella seconda l’esperienza scolastica condivisa con i
suoi antichi compagni di classe. Il destifila da basso.
Claudio venne ucciso in un conflitto no di ognuno di loro ricostruisce in qual9
10
che maniera quello delle due persone a
lui più care, quello del fratello Fernando Rubén, anch’egli vittima della dittatura, e dell’amico e compagno di scuola
Martin10 .
Quello di Marcelo è un dolore che
ha attraversato tempo e spazio, ricordo
e oblio. La foto che insieme ad altri lo
ritrae alunno è la via di fuga che, in modo indelebile, gli permetterà di aggiungere alla sua memoria il doloroso ricordo di Claudio, di Martin e di suo fratello
Fernando, rapito dal governo il 14 agosto
1979 e probabilmente morto nel febbraio
del 1980.
La storia di Fernando è simile a quella di molti altri ma allo stesso tempo emblematica. Rappresenta il tentativo di
nascondere le colpe dei singoli facendosi
scudo dei corpi delle vittime che non esi-
http://www.24marzo.it/index.php?module=pagemaster&PAGE_user_op=view_page&PAGE_id=111
http://www.zonezero.com/exposiciones/fotografos/brodsky/gruposp.html
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stono più. Sono l’esperimento non riuscito di una storia senza memoria, sono
il tentativo di confinare fuori dal tempo il
ricordo di chi non ha più uno spazio per
la vita, rappresenta il tentativo di abolire la verità per stabilire l’illusione di una
verità a comando.
Il potere del Governo, di ogni cattivo
Governo, è se non quello di occupare tutti gli spazi e i settori della società civile,
quello di servirsene a proprio uso e consumo confondendone l’uso democratico
con l’abuso autoritario. L’informazione
diventa allora il mezzo attraverso il quale tramandare la propria visione della verità; una verità che assume, grazie anche
alla forza governativa che la stimola, il
valore di vero solo perché l’atto stesso
dell’informazione la rende, la vorrebbe
rendere, automaticamente e inequivocabilmente vera. La propaganda non è altro
che lo strumento che permette di deviare
l’interesse dal contenuto, la cui verità o
falsità perde di valore, alla sua diffusione. La divulgazione ossessiva, sistemica e costante di qualunque dato artefatto,
13
falso o inconsistente rende quello stesso
dato genuino, vero e fondato.
La memoria non è buona memoria e
la verità non è vera verità sino a quando sia una che l’altra coincidono con la
visione di uno Stato unicamente piegato su se stesso o sulle persone che lo
governano.
Sono molte, troppe le foto le immagini in grado di raccontare, anche da
sole, l’orrore e la violenza di tutte le
dittature. Ne ho scelte tre.
Figura 2: Foto segnaletiche scattate all’interno dell’ESMA, la Escuela Superior de Mecánica de la Armada trasformato in
centro di detenzione durante la dittatura argentina. Da sinistra a destra: Fernando Rubén Brodsky, Ida Adad e Graciela Alberti.
Chi è Marcelo Brodsky
Marcelo Brodsky11 è un artista impegnato anche per la difesa dei Diritti Umani. Dopo anni di esilio a Barcellona vive oggi a Buenos Aires, città che fu costretto a lasciare proprio a causa di quella dittatura che gli uccise il fratello. La
sua arte unisce gli strumenti classici tipici della scrittura e dell’immagine con
quelli specifici della multimedialità moderna per esprimere le proprie esperienze e memorie, per narrare l’ansia delle
assenze.
Immagini anche personali, come
vecchie foto che ritraggono lui, gli ami-
ci o vecchi compagni di classe accompagnano e aiutano Marcelo Brodsky a ristabilire una verità e una memoria per troppe volte distorta e strappata. Il suo progetto “Buena Memoria” è stato rappresentato in tutta Europa, in Nord America
e in America Latina.
Questo documento è dedicato a tutti i desaparecido del mondo e a tutti coloro che, per quell’anomalia del tempo e dello
spazio che per convenzione indichiamo con “fisica”, avrebbero potuto esserlo.
11 http://www.marcelobrodsky.com/intro.html
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Riferimenti bibliografici
[1] Guido Knopp. Goodbye DDR. Hobby & Work, 2006.
[2] Giuseppe De Lutiis. I servizi segreti in Italia. Editori Riuniti, 1998.
[3] Mario Del Pero. La C.I.A. Storia dei servizi segreti americani. Giunti, 2005.
[4] El Clarin. http://www.clarin.com/diario/2005/12/12/conexiones/azucena.htm. Documento in
flash del quotidiano argentino “El Clarin” che narra la storia del ritrovamento dei cadaveri dei fondatori de Las Madres de
Plaza de Mayo.
[5] The National Security Archive. http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB77/. Sono presenti alcuni
documenti declassificati del governo statunitense in formato *.doc e *.pdf.
[6] Kennet N. Waltz. Teoria della politica internazionale. Il Mulino, 1987.

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