22 settembre 1920:“ferita d`arma da fuoco alla nuca”

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22 settembre 1920:“ferita d`arma da fuoco alla nuca”
di Giacinto Reale
Il 30 agosto, la FIOM ordina l’occupazione delle fabbriche, che sarà destinata a
protrarsi nel tempo, forse anche aldilà delle stesse aspettative degli organizzatori,
senza che il governo Giolitti, subentrato a Nitti il 15 giugno, ritenga di intervenire in
alcun modo per riportare la legalità nelle grandi città industriali d’Italia.
All’interno delle fabbriche occupate si vive un clima insurrezionale, in vista della
battaglia decisiva che si sente prossima; in qualche caso gli occupanti si industriano
anche a fabbricare le proprie armi, soprattutto bombe a mano ed altri ordigni
esplosivi, da utilizzare principalmente per la difesa degli edifici.
Armi, in verità, in specie nelle grandi fabbriche del Nord, ne circolano già
abbastanza: lungo i muri perimetrali girano in continuazione picchetti armati di
operai, e, all’ingresso fa minacciosamente spicco qualche nido di mitragliatrici; la
vita, all’interno, è regolata in puro stile militare, a dimostrazione che l’esperienza
della guerra, che tanto suggestiona le prime squadre fasciste, non lascia immuni i
loro avversari; persino nei centri minori, come Pistoia, dove pure sarebbe logico
aspettarsi un clima meno teso, l’atmosfera è “trinceristica”, come testimonia il
giornale “L’Avvenire” di Pistoia:
…mercoledì sera, circa le due di notte, insieme agli infaticabili amici della
Commissione, facemmo un giro di ispezione alle linee di difesa delle officine S.
Giorgio. Che dire della preparazione tecnica della difesa ? Ad ogni cinquanta metri
un robusto guardiano ci dà l’altolà, chiede se non una, almeno due volte la parola
d’ordine; indi, scrutandoci da capo a piedi, ci fa lentamente cenno di avanzare. Ogni
posto di guardia, segnalato con un numero progressivo, è guardato da un capoposto
e tre o quattro e più uomini pronti e scelti, che non lasciano passare una mosca, ed è
molto prudente che la Commissione abbia in mente di mettere in azione un potente
riflettore, per illuminare i vari tratti dove deve avvenire l’ispezione.
In un clima generale che tutto sommato si può definire tranquillo, senza che nessuno,
Governo, avversari politici o industriali vittime del sopruso, si sogni di ostacolare
l’azione degli occupanti, ancora più efferato appare il comportamento degli elementi
più esagitati che, peraltro, godono della copertura della massa.
Giacinto Reale
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A Torino, il 22 settembre, all’interno dello stabilimento occupato Nebiolo, viene
condotto, processato, condannato e giustiziato il ventenne nazionalista Mario
Sonzini, aderente ai Fasci di combattimento; la sua morte è cinicamente commentata
dall’Avanti:
Mario Sonzini, impiegato della FIAT, è uno dei dirigenti dell’associazione crumiresca
di quello stabilimento, è un fascista militante. E il militare porta con sé questo
inconveniente: di andare a finire un giorno sull’orlo di una via con la tempia forata da
un proiettile.
Sorte simile tocca anche al ventenne Costantino Scimula, guardia carceraria,
condannato e giustiziato dal tribunale operaio costituto all’interno dello stabilimento
Bevilacqua, sempre a Torino; i due cadaveri vengono ritrovati qualche giorno dopo:
Giacevano uccisi per una eguale ferita d’arma da fuoco alla nuca, in una stessa
posizione, cioè bocconi e a braccia aperte, e non si esitò a capire che erano stati
ambedue vittime di una sommaria e truce esecuzione. Si assodò che erano stati presi
a mira da tergo, mentre altri complici li tenevano stretti ai polsi, che apparivano
solcati da lividure per lo sforzo disperato che avevano opposto allo scopo di fuggire
all’estremo supplizio.
I fascisti, nonostante tutto, assumono un atteggiamento sostanzialmente cauto, di
fronte alle occupazioni; riconoscono la validità delle rivendicazioni operaie, ma
dissentono sul metodo e, soprattutto, giudicano intollerabile il patrocinio offerto al
movimento dal Partito socialista, l’odiato nemico antinazionale; la Commissione
esecutiva, in data 6 settembre, emana un ordine del giorno che, esaminati i vari
aspetti della vertenza in corso, dopo aver affermato di ritenere:
…ciò nondimeno, che le condizioni dell’industria del metallo non siano ancora tali da
condurre alla catastrofe in causa dell’accettazione, almeno parziale, dei
miglioramenti richiesti dagli operai, specie se preceduta da assicurazioni concrete
circa la durata del concordato, e, soprattutto, circa il ristabilimento assoluto della
disciplina del lavoro nelle officine.
all’ultimo punto invita:
tutti i fascisti a tenersi pronti per compiere, sino all’ultimo, il loro dovere, nel caso
che il movimento degenerasse in un tentativo di aperta rivolta per instaurare la
dittatura dei politicanti parassiti del Partito socialista ufficiale.
Nello stesso tempo, però, il Popolo d’Italia smentisce con sdegno e definisce “idiota”
la voce di un prossimo attacco alle fabbriche occupate.
Conclusasi l’occupazione, Mussolini, il 28 settembre, ne traccia un bilancio sul suo
giornale:
Quella che si è svolta in Italia, in questo settembre che muore, è stata una
rivoluzione, o, se si vuole essere più esatti, una fase della rivoluzione cominciata da
noi nel maggio 1915. L’accessorio più o meno quarantottesco che dovrebbe
accompagnare la rivoluzione, secondo i piani e le romanticherie di certi ritardatari,
non c’è stato. Non c’è stata, cioè, la lotta nelle strade, le barricate e tutto il resto
della coreografia insurrezionista che ci ha commosso sulle pagine dei Miserabili. Ciò
nonostante, una rivoluzione si è compiuta, e, si può aggiungere, una grande
Giacinto Reale
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rivoluzione. Un rapporto giuridico plurisecolare è stato spezzato. Il rapporto
giuridico di ieri era questo: merce lavoro da parte dell’operaio; salario da parte del
datore dei lavoro. E basta. Su tutto il resto dell’attività industriale ed economica
capitalistica c’era scritto : è severamente vietato l’ingresso agli estranei e
precisamente agli operai. Da ieri questo rapporto è stato alterato. L’operaio, nella
sua qualità di produttore, entra nel recesso che gli era conteso, e conquista il diritto
a controllare tutta l’attività economica nella quale egli ha parte.
Parole chiare, pienamente coerenti con le idee espresse a Dalmine un anno prima, e
che appaiono poco conciliabili con la pretesa “conversione a destra” che il
movimento fascista (e il suo capo in particolare) starebbero attuando in questi mesi;
non solo parole: da qualche mese ha aderito al fascismo marchigiano una singolare
figura di industriale, Silvio Gai, destinata ad assumere rilevanza nell’ambito del
movimento, che ha realizzato, nella sua azienda, una rivoluzionaria forma di
collaborazione tra capitale e lavoro.
Egli, che ha iniziato da operaio, per diventare ingegnere, direttore ed amministratore
delegato della “Società marchigiana di elettricità”, così ricostruirà la sua esperienza
di questi tempi:
I prestatori d’opera, educati per lunghi anni alla più intima e fattiva collaborazione,
quando i tempi divennero torbidi, dopo la vittoria del 1918, ed i lavoratori venivano
malvagiamente trascinati dai Partiti sovversivi…chiesero di dare un opposto esempio
di italianità. Poi proposi loro la diretta partecipazione al capitale sociale, con un
posto nel collegio sindacale.
Oggi possiamo affermare che la fine della vertenza e delle agitazioni coincide con la
fine del periodo più acutamente rivoluzionario del primo dopoguerra; si può ben dire
che l’occupazione degli stabilimenti segna l’apice della tensione sovversiva e, nello
stesso tempo, l’inizio del declino di questa tensione; la cosa, però, sul momento non
è evidente a tutti:
Giovanni Agnelli rientrò alla FIAT, ma il suo ingresso assomigliò ad una resa. Passò,
infatti, a capo chino, sotto un arco di bandiere rosse e, quando arrivò nella sua
stanza di lavoro, al posto del ritratto del Re trovò una immagine di Lenin. Sul
momento rimase interdetto. Un operaio gli si avvicinò e gli disse:” Bacialo !” E
Agnelli lo baciò.
Giacinto Reale
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