semel in anno licet insanire - Fear Saga

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semel in anno licet insanire - Fear Saga
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FEA R
SESTO EP ISOD IO
S EM E L I N A NNO L I CE T I NS A NI R E
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r oma nz o a d e pi so d i
sette ragazzi, quattro elementi,
un soffitto sconosciuto e un percorso
in bilico fra la vita e la morte
phot o r oyalty by own e r - A l l W r i g ht s r e se r v e d
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Essere autonoma e indipendente. È questo quello che voglio dalla
vita. E nel mio piccolo mi pare che ci stia riuscendo. Sono uscita di
casa molto giovane: diciotto anni, non appena finiti gli studi. Ho
fatto la mia valigia, rigorosamente di Louis Vuitton, e mi sono presa
un biglietto di sola andata per Parigi.
Sì, lo so, era semplicemente un biglietto della metropolitana, visto
che i miei abitano appena ai margini della città, ma vogliamo mettere l’effetto da ragazza del Coyote Ugly che dà come la racconto io?!
Ho provato la fortuna. Bella sono bella, me lo dicono tutti ed io non
voglio fare come le finte svampite che ringraziano dei complimenti
con un no, no, macchè? Se una è più carina delle altre è un imperativo morale usare questa caratteristica che la contraddistingue dal
gregge e farsi così aprire porte che rimarrebbero chiuse per altre,
diciamo, più normali.
E così ho fatto. Sono andata a stare per un pò dalla mia amica Janette in centro e lì ho bussato ad ogni negozio degli Champs-Élysées
per riuscire a saldare la mia parte d’affitto. Destino o fortuna che
sia, mi hanno presa subito nella boutique monomarca produttrice
della borsa sopracitata.
Nel tempo libero però puntavo ad un piano ben più ampio che
fare dei semplici sorrisi ai clienti benestanti provenienti da tutto il
mondo. Così, sfruttando la mia posizione di lavoro, stringevo amicizie altolocate e con un pò di smorfiosaggine, che non guasta mai,
sono arrivata a farmi presentare ad una delle più grandi agenzie di
moda della città delle luci. Da lì il percorso è stato tutto in discesa:
fra una sfilata di Gucci ed una di Prada , una settimana della moda
ed un catalogo fotografico, sono diventata la faccia della nuova campagna Marithé che verrà esportata in tutto il mondo civilizzato.
Certo, così parlando dò subito l’impressione di essere una dei
tanti gusci senza spirito, un manichino di carne anoressica che
non è in grado di camminare masticando contemporaneamente un
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chewing-gum perchè il cervello non glielo permette. Eppure chi mi
conosce bene sa che in fondo sono sempre rimasta la semplice Norma proveniente dalle vicinanze delle banlieue. Quella che ti sbrana
una confezione di biscotti in una serata piovosa di fronte ad un film
romantico o ti fa passare una giornata spensierata fra le rigatterie
del quartiere latino. Al taxi preferisco la metrò - anche se chiaramente appena riemersa in superfice uso il gel disinfettante per le
mani - all’aperitivo delle sette lascio il posto ad una bella crepes al
cioccolato e banana che ti vendono agli incroci di Montmartre.
Ed è proprio su questa mia immagine di bellezza alla mano che
ho puntato al provino del Grande Fratello, il reality che col tempo è
diventata la miglior vetrina per procacciarsi altri ingaggi nel mondo
dello spettacolo. È per questo che ero certa di aver fatto centro sulla
signora brutta che mi ha fatto un interrogatorio di tre ore e mezza di
fronte all’occhio indiscreto della telecamera e che mi avesse presa.
Invece mi ritrovo prima in una casa dei sogni dotata di ogni confort
e poi trascinata in cunicoli oscuri e maleodoranti nel sottosuolo. Ma
dico, io non c’entro nemmeno nulla con la storia dei quattro elementi che fa reagire come degli invasati tutti gli altri, non potevo
starmene a godere dell’accogliente soggiorno gratuito? Seppur la
parete scrostata cozzasse con il resto della casa così pulita e ordinata e mancasse in tutto questo una bella piscina. O per lo meno una
vasca idromassaggio.
Nel contempo però sono molto in apprensione per la scomparsa
di Patrick. Tra di noi non correva certo buon sangue e il sentimento
era senza dubbio reciproco, ma ha fatto un tale sacrificio per noi...
Prima è riuscito a trovare la via d’uscita del labirinto e poi si è immolato per la nostra salvezza in una caverna che stava cadendo a
pezzi. Eh già, un vero eroe, non mi faccio remore ad ammetterlo.
Non sembrava nemmeno lontanamente quello che girava imbestialito con la bottiglia di alcolici in mano.
Pensando a tutto questo mi ritrovo sdraiata non so nemmeno
dove con gli occhi chiusi. Sento solo intorno a me l’abbraccio corposo di Joe che nella caduta mi ha presa stretta per evitare che mi
facessi male. Che galantuomo. Il fatto è che ora ho paura di risvegliarmi in un cunicolo come quelli di prima. Se siamo scesi ancora più
in basso magari siamo finiti nelle fogne, o peggio, nella pozza nera
dello scarico dei bagni del secondo piano!!
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Aprendo gli occhi piano piano mi accorgo che anche tutti gli altri
sono stesi a terra, come me, ed anche loro si stanno riprendendo in
questo momento.
« Patrick! » mi alzo urlando. Nessuna risposta. Allora è tutto vero:
quel burbero asociale e psicopatico si è sacrificato per salvarci tutti
dal crollo della grotta. Lo ho odiato, ma dopo quel che ha dimostrato non si può che amarlo. Una lacrima mi segna la guancia. Scoppio
in un pianto strozzato.
Joseph si alza per riabbracciarmi, cullandomi dolcemente al suo
petto. Koji e Lily si alzano in piedi silenziosamente, massaggiandosi la testa per riprendere l’orientamento dopo il volo che abbiamo
fatto.
« Koji, ma cosa ci è successo?! » domanda Lily un pò incredula.
« Eravamo in quei cilindri di luce e poi mi sono sentito cadere verso il basso. Velocemente » puntualizza lui. « L’immagine di Patrick
e delle rocce della grotta sono scomparsi, lasciando il posto al buio
della notte. »
« Siamo caduti! Siamo caduti! » inizia a realizzare Joe. « Dovevamo andare verso l’alto e invece siamo scesi! Dov’è l’acqua? » ogni
tanto se ne esce con queste sparate chissà da dove, ma è talmente
ingenuo che lo mangerei tutto.
« In effetti c’è qualcosa che non va... Saremmo dovuti salire, la
Tetractys degli elementi è un percorso ascensionale, dalla terra al
fuoco. Noi invece siamo scesi... » puntualizza Sammy.
« E sotto la terra cosa dovrebbe esserci? » gli chiedo io.
« Beh, secondo logica è proprio sotto la terra che si trova il fuoco
» mi risponde Jules da lontano.
« No, il fuoco è il più leggero e nobile fra gli elementi, la sua posizione è predominante sugli altri! » ribatte imperterrito il nostro
professorino.
« Sì, ma fuor di metafora, sotto la crosta terrestre cosa troviamo
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se non una massa di roccia fusa, il magma, quindi il fuoco? »
Samuel rimane interdetto. Le sue conoscenze in termini di simbologia vengono a scontrarsi con l’amara realtà dei fatti.
« Beh, in effetti ha una sua logica » ammette alla fine. « Kojiro,
non senti nulla di strano in te? »
« Tutto normale » risponde lui con la sua solita faccia monoespressiva mentre scruta questo nuovo livello.
In effetti fra l’inquietudine e le lacrime non mi sono neppure accorta che abbiamo cambiato location: non siamo più in una nuda e
calda roccia, inondata di sudore e nauseata dalla puzza da chiuso
Qui è tutto buio, sembra che ci troviamo in uno slargo, una specie di
hangar, forse, ma lo sguardo non riesce a superare la profondità del
buio. Dall’alto però scendono dei neon tubolari dalla luce bianca:
di certo sono appesi a penzoloni dal soffitto ma in realtà non riesco a capire quanto alto sia, quindi alla fin fine sembrano fluttuare
nell’aria come delle futuristiche stalattiti di qualche particolare installazione.
Il gioco di ombre creato dalla flebile luce sarebbe il set perfetto
per qualche session fotografica. Più che altro artistica, però: non è
una cosa per cataloghi di moda dato che i vestiti sponsorizzati non si
vedrebbero nemmeno - seppur gli ultimi trend pubblicitari puntano
più sull’immagine che dona una modella alla marca che sui prodotti
stessi. Eh già, se tutte le modelle non avessero una memoria a breve
termine, nel mio lavoro si può imparare anche qualcosa di tecnico.
« Ma che posto è questo? » mi scappa ad alta voce, mentre mi pulisco le lacrime con il polso.
« Tutte queste luci... Sembra Natale! » osserva Joe con il naso
all’insù.
« E ora che si fa? » Lily lancia al pubblico foro la domanda che sta
passando per la testa di tutti.
« Non so voi, ma io metterei qualcosa sotto i denti... » pensa giustamente Julian.
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Grazie al cielo Kojiro aveva ancora sulle spalle uno zaino con le
provviste. Non se l’è mai tolto, neppure durante il posizionamento
nell’arcana figura tracciata sul pavimento. Anche Julian a sua volta
è riuscito ad afferrarne uno nonostante la foga del momento. Il terzo, invece, è rimasto sotto le macerie al piano superiore. Non posso
incolpare nessuno per averlo lasciato là: tutta la storia delle luci e
del rito magico è accaduta così freneticamente...
Il nostro cuoco è quindi riuscito ad imbastire dei panini. Tutti ci
siamo riuniti sedendo in cerchio, come un branco di lupi che si leccano le ferite. Non vola una mosca. La tensione sta avendo la meglio
sul nostro sistema nervoso ed al primo boccone ci sentiamo spossati
e senza forze. Su di noi, come se non bastasse, aleggia lo spirito di
Patrick, che è stato tolto alla nostra piccola comunità così come si
strappa via un cerotto da una ferita rimarginata, per provare il meno
dolore possibile. Solo che quel burbero irlandese non è un cerotto,
bensì la persona che ci ha permesso di arrivare sin qui.
Questo stesso pensiero lo leggo anche nello sguardo spento degli
altri. Tutti lo pensano, nessuno lo dice. Ed io dovrei essere l’ultima
a parlare visto il modo in cui ci trattavamo a vicenda... Sembra così
strano non sentirlo più appellare con i suoi strani nomignoli Joseph
o Kojiro. Oppure me stessa. Un pò mi manca già qualcuno con cui
bisticciare, un capro espiatorio su cui scaricare la tensione.
« Ragazzi, penso che la cosa migliore da fare in questo momento
sia di coricarsi e cercare di riprendere le forze » esordisce Koji, tutto
sudato forse per la tensione di questi ultimi avvenimenti. E se lo
dice lui, con la sua solita smania di voler avere sempre tutto sotto
controllo, è giusto così.
« Sì, sì. Credo sia la cosa migliore da fare » concorda Sammy.
Dopo la caduta siamo rimasti tutti privi di sensi, non so per quanto,
ma presumo che la consunzione che ci sentiamo addosso sia indice
di un lasso di tempo molto breve.
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« Credo però sia meglio fare dei turni di guardia. Sembrerebbe
tutto tranquillo qui sotto, ma non possiamo escludere che ci possa
capitare qualcosa da un momento all’altro. »
« Ma non abbiamo nemmeno un orologio, come facciamo a scandire i turni? » sottolinea Julian con uno sbadiglio che sembra la dichiarazione che non ha nessuna intenzione di farsi il primo.
« Ognuno sta sveglio finchè riesce. Al primo sentore del sonno
sveglia qualcun altro. Dobbiamo riposarci tutti quanti e riprendere le forze. Nel mio zaino dovrebbero esserci anche delle coperte,
non è molto ma facciamocele bastare. » Come si può non ammirare
quest’uomo? Pensa a tutto. « Io farò il primo turno, voi riposate, che
ne abbiamo passate delle belle per oggi. »
« Non se ne parla nemmeno! » lo blocco subito io. In risposta mi
guadagno uno sguardo sghembo ed un pò interrogativo del nostro
leader morale. « Insomma, voi avete fatto così tanto, oggi. Mentre
io mi sono sempre fatta trascinare. Ora dormite, rimango sveglia io
per prima. »
« Norma non credo che... » cerca di dire qualcosa Joseph, ma lo
tronco sul nascere.
« Credi che non ne sia capace? Eddai, siete tutti stanchi morti e
non vi reggete quasi più in piedi, lasciatemi fare. »
Quei due occhi a mandorla mi scrutano per un momento, come
se il cyborg insito in lui mi stesse scannerizzando per quantificare
euristicamente quanto si possa fidare di me.
« Va bene, ma appena ti senti assonnata non esitare a svegliarmi»
sentenzia alla fine lui.
Test superato. Ho l’appoggio del boss.
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Mentre gli ometti si allontanano di poco per fare la pipì - e poi
dicono che siamo noi donne ad andare al bagno sempre in due - io
e Lily stendiamo le tre coperte leggere per terra ed ammucchiamo i
due zaini per creare quanto di lontanamente simile ad un guanciale
si possa desiderare.
Spostando la sacca verde militare di Kojiro, però, noto qualcosa
per terra; un altro simbolo incavato nella strana roccia azzurrognola
che piastrella quest’area. Ne ho già abbastanza, vorrei proprio vedere chi si è preso la briga di andarsene in giro a progettare questa
specie di percorso minato, disseminando marchi a destra e a manca.
Con una mano lo accarezzo, per aiutare col tatto la vista offuscata
da una flebile nebbiolina bianca nel capire di che cosa si tratta. Mi
giro cercando di carpire lo sguardo di Lilith. Lei si accuccia ma non
riuscendo a sua volta a capire che cosa sia raffigurato, prende l’ultima torcia rimasta ancora in nostro possesso ed illumina il pavimento, cercando di non farsi sentire da nessuno degli altri.
Un triangolo nudo e crudo. Senza alcun segno di abbellimento o
nessuna stanghetta che lo attraversi.
« Mi sa che avevamo torto: questo dovrebbe essere il triangolo
dell’acqua. È la volta di Joseph! » puntualizza un pò profetica la
ragazzina.
« Cosa vuoi dire? Che tocca a Joseph sacrificarsi questa volta? »
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Non ci posso credere, non possiamo perdere per strada uno di noi
ogni volta che incappiamo in un simbolo come questo.
« Non lo so... Non so nemmeno se era possibile evitare la dipartita
di Patrick. Ha azionato tutto così velocemente di testa sua che ha
agito senza lasciarci il tempo di pensare. »
« Ma non eravamo nella strada del fuoco, scusa? »
« Chi lo ha detto che ci deve per forza essere dell’acqua nella strada dell’acqua? Dopotutto, vedi per caso del fuoco qui? »
« Ma non è possibile! No, non Joseph! Non così presto. Ci deve
essere una soluzione! »
« Una soluzione per cosa? » esordisce Joe, tornado con gli altri
dalla zona toilette, ancora asciugandosi le mani sui pantaloni - spero che sia un riflesso incondizionato del post minzione perchè non
oso pensare che non sappia prendere la mira alla sua età.
« Nulla, nulla! Abbiamo sistemato i letti. Vuoi accomodarti? »
controbatto coprendo l’incavo appoggiandoci sopra i miei stivaletti.
Poi girandomi verso Lily le sussurro con una smorfia Lasciamo perdere, dormiamoci sopra.
Samuel è il primo a gettarsi sulle cucce di fortuna create con tanto
amore. Poi arriva Jules e si rannicchia vicino a lui, iniziando a dormire non appena la sua testa tocca terra.
« Vuoi compagnia? » mi domanda Joseph, con due occhi che non
credevano minimamente a quello che stava dicendo.
« Fila a dormire! » gli ordino con un mio urletto stridulo, ringraziandolo così per l’offerta d’aiuto.
« Mi raccomando... » cerca di rassicurami Koji.
« Sì, appena mi cala la palpebra chiedo il cambio! » gli rispondo
come una bimba delle elementari che ripete ai genitori gli ordini
appena impartiti.
Con una mano Joe mi accarezza la spalla. Mica parto per la guerra! Che abbia capito che sia arrivato il suo turno? Io giro prontamente le spalle ai cinque coricati, cercando di intravedere qualcosa
nel buio delle tenebre. In verità mi viene da piangere: io lego con le
persone con estrema velocità e mi affeziono in men che non si dica.
Questo è un pregio, però quando qualcuno volente o nolente ti gira
le spalle, il vuoto che rimane dentro è difficile da colmare. Non oso
pensare cosa succederebbe se di punto in bianco scomparisse anche
il mio bel biondone americano. E poi se dovesse succedere la stessa
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cosa anche a Lilith e Koji? No, non ci posso credere. Non ci voglio
credere! Dobbiamo essere più astuti del nostro aguzzino. Dobbiamo
riuscire ad elaborare un piano ben congeniato.
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allarme. Di fronte a me, il magrolino Julian cerca di ripararsi dalla
luce con il dorso di una mano sugli occhi.
« Jules, che ci fai sveglio?! » sussurro ancora tremolante dal colpo
che mi ha fatto prendere.
« Ho già dormito abbastanza. Non mi piace dormire più dello
stretto necessario. E poi Joseph sembra stia segando l’intera foresta
amazzonica stanotte. Dev’essere la polvere respirata nelle grotte.
Vuoi il cambio? »
« Che dolce! Che ne dici piuttosto di farci un pò di compagnia? »
Dopo neppure cinque minuti tutti russano per bene. Quello con
il respiro più pesante è Joe. Credo che abbia il setto nasale deviato.
cose che succedono agli sportivi e meno male che nel football americano si bardano con caschi e sospensori. Kojiro sembra invece un
morto, o meglio, una mummia egizia: è immobile, in una posizione
dura come un tronco, con le braccia incrociate. La sua dignità se la
tiene ben stretta anche quando dorme.
Uffa... Non so più a che pensare e quando non ho nulla da fare mi
metto sempre a commentare gli altri. Come ora.
Che noia, ci fosse per lo meno qualcosa da vedere qui intorno. Sta
venendo sonno anche a me. Quanto tempo sarà passato? Che sia già
ora di svegliare Koji? Ma poverino, dorme che è un piacere.
Di colpo sento un refolo d’aria soffiarmi sulle spalle scoperte e mi
giro di scatto. Che ci sia qualcuno? Oddio, che succede? Come fa ad
esserci una corrente d’aria se fino ad ora non si è mossa una foglia
qui sotto? Forse da qualche parte ci dev’essere un’uscita! Che debba svegliare qualcuno? Cavolo, poi faccio la figura della cacasotto...
Meglio andare a vedere.
Armata di torcia, punto il fascio di luce poco potente nella direzione dalla quale sembra sia venuto lo spiffero. Non vedo nulla. Se solo
quei maledetti neon ornamentali facessero meglio il loro lavoro! E
a dirla tutta sembra quasi che si vadano sempre più a spegnere rispetto alla coltre luminosa che creavano prima intorno a loro. Non
mi dire che rimarremo presto tutti al buio! Che fregatura!
D’improvviso un altro soffio dietro di me. Questa volta seguito da
un rumore, da una presenza fisica. Oh, Gesù, chi è adesso? Prontamente rivolgo la luce in faccia al mio aguzzino, pronta ad emettere
un urlo che, seppur un pò distante, avrebbe svegliato tutti all’istante.
« Cazzo, Norma! Abbassa quella luce! » Con un suono glutturale strozzato, soffoco il grido d’aiuto già all’altezza della gola. Falso
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mani.
« Credi che anche gli altri collegati agli elementi faranno la sua
stessa fine? »
« Non lo so. Questo proprio non lo so. Ma è impossibile saperlo,
così come prevedere che cosa succederà a te, Samuel e me. »
« Secondo te noi tre a che cosa serviamo? Non siamo abbastanza
speciali per meritarci anche noi un elemento? »
« O forse è il contrario: lo siamo più degli altri. Forse loro non
sono che i mastri di chiavi o qualcosa del genere, il cui compito è di
aprirci un varco oltre il quale ci aspetterà la nostra vera prova. »
Sono sbigottita dalla facilità con cui questo ragazzo riesce a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno. E dalle interpretazioni che
riesce a tirare fuori dal cilindro, quasi più esoteriche e fantasiose di
quelle partorite da Samuel, la nostra Wikipedia portatile.
« Oppure noi tre siamo qui solo perchè Sammy sa interpretare i
simboli, tu sapresti asfissiare pure un sordo ed io... Io sono qui per
portarmi a letto quel gran maschione di Joseph. Haha! » Con un
sorriso gli tiro un buffetto sulla pancia.
« Giù le mani dal mio Joe! » e scoppiamo entrambi in una risata
sottovoce per non svegliare gli altri.
« Forse ognuno di noi deve davvero trovare il suo SEM, farsi un
nome, così come, concorderai con me, se l’è creato Patrick. »
« Sì, ma bello schifo! Quando qualcuno si fa un nome di solito è
osannata in stile Miss Coniglietta Playboy dell’anno, per poi essere
portata in trionfo... Uff, non lo so. »
« Di certo hai un modo molto particolare di considerare la fama...»
mi chiosa lui. « Tu lo conosci Sheldon Lee Cooper? »
« Ammetto la mia ignoranza. »
« Uno dei più grandi studiosi di fisica teorica dei nostri tempi.
Certo, un elemento alquanto particolare, ma seguendo i suoi scritti
si capisce la sua genialità. Quella è vera fama. » Rimango ammutolita. Lo stereotipo della bionda ignorante è stata ancora una volta
dimostrato ma non è colpa mia se non passo i weekend sui libri di
fisica o che so io... Dopotutto pure questi dottori con quattro lauree
girerebbero ancora nudi se non ci fosse il mondo della moda a creare i loro camici e le loro magliette con stampe di frasi che solo il loro
livello dello humor riesce davvero a cogliere.
« Ed ora la domanda da un milione di euro: ti senti anche tu os-
« Hai visto che spettacolo? » mi fa Jules con la sua fresca ingenuità da bambino che vede per la prima volta fioccare la neve attraverso la finestra. Ci siamo stesi sul pavimento e stiamo osservando
l’effetto che i neon creano sopra di noi. Ora sono quasi spenti del
tutto, ma visti dal basso sembrano rilasciare solamente un puntino
luminoso, come succede con le fibre ottiche. Stagliandosi sul nero
buio del soffitto il tutto sembra comporre una volta stellata. L’effetto è stupefacente.
« Da quando non vedevi un cielo così? »
« Beh, facendo due conti saremo qui da non meno di quattro giorni fino ad un massimo di sette. È incredibile come l’orologio biologico perda ogni orientamento senza un collegamento diretto con la
natura » gli rispondo con un sottile tono scientifico, tanto per cercare di omologarmi ai suoi standard di conoscenza.
« Ma no! Dico, da quanto tempo non si riesce a vedere un cielo
così limpido, come se fossimo all’aria aperta, in una radura di montagna. » Il ragazzo è più romantico di quanto mi aspettassi.
« Sì, voglio dire, con tutto quell’inquinamento luminoso che sta
distruggendo il mondo, fra noi sei credo che solamente Lily possa
aver goduto di serate del genere su al polo. »
Rispondo con una risatina. Nel frattempo mi mette un braccio
attorno alla testa e io mi accoccolo sul suo petto - ossuto, ma molto
comodo, devo ammetterlo - e continuiamo a fissare le stelle artificiali in silenzio.
« Julian? »
« Dimmi? »
« Cosa credi che sia successo a Patrick? »
« Ne so quanto te. Ma sono sicuro che dovunque sia si starà ubriacando alla nostra salute. »
È quello che spero tanto anche io. Ma subito mi torna in mente
il simbolo dell’acqua. Quello di cui non dovrei dire nulla fino a do-
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servato qui dentro? »
« Certo che sì. Costantemente. »
« E come fai a rimanere sempre così calmo e di buon umore? »
« Se ogni volta devo rimanermene lì a pensare logicamente ad
ogni singola cosa strana che succede nel mondo finirei di vivere! »
Bella filosofia di vita, non c’è che dire. « Agire secondo il dettato del
proprio istinto: ogni cosa accade per una ragione e quindi smettiamo di domandarci il perchè di questo ed il perchè di quello. Adattiamoci e agiamo di conseguenza. »
« Tu credi che quello che ci ha messo qui e ci monitora costantemente sia una specie di Dio o piuttosto uno scienziato pazzo che
vuole studiarci come dei topini bianchi dagli occhi rossi? »
« E dove sta la differenza? » Proprio scaltro.
Riprendiamo la nostra contemplazione in silenzio. La sua mano
che si sta spostando su e giù nell’accarezzarmi il braccio piano piano
si ferma e con la stessa dolcezza chiudo un attimo le palpebre per
riposare gli occhi.
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« Norma! Norma, svegliati! »
Il nero della notte si è trasformato in un’illuminazione molto più
scintillante. Ora i neon pompano luce al massimo, come se si fossero accesi completamente. Sembra mattino.
La voce di Lilith mi fa rendere conto che mi sono completamente
sopita fra le braccia di Julian.
« Oddio mi sono addormentata? Cavoli io non volevo, dovevo rimanere sveglia... »
Kojiro riordina la roba e mi guarda. Chissà quanto sarà incazzato
con me!
« Ma che dici, Norma? Il tuo turno l’hai fatto, è giusto che riposassi anche tu... » Oddio questa volta mi ammazza. E sembra anche
più agitato del solito, ancora con il sudore che gli cala dalla fronte,
che stia comprimendo l’astio verso di me per farlo scoppiare tutto
d’un colpo?
« Ma ti avevo detto di svegliare me! Non occorreva chiamare Julian. » Chiamare Julian? Mi giro verso di lui mentre Koji mi sta ancora parlando tranquillamente e lui mi risponde con un occhiolino.
« Ad ogni modo grazie, ora siamo tutti più carichi. Tè? » mi domanda porgendomi un pentolino ancora annerito dal fornello a gas da
campeggio. Non capisco cosa sia successo. Che Julian sia rimasto
sveglio tutta la notte?
Nel frattempo Samuel sta scrutando la zona con attenzione. Ora
che si vede più di ieri si riesce anche meglio ad indagare. Il terreno è
piastrellato da ciotoli antichi di uno strano azzurro bluastro. Sopra
di noi brilla quello strano lampadario più carico e vitale che mai.
Per il resto non riesco ancora a capire bene. Non riesco proprio a
definire ciò che mi circonda, per la presenza di una sottile foschia
biancastra come quel fumo adoperato per creare ambient in discoteca, che non mi fa arrivare lo sguardo neppure all’orizzonte. Mi
ricorda un pochino la Londra che si vede nei film in costume. Una
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cosa è certa: rimane un area molto vasta, sembra di essere quasi in
una zona desertica di chissà quale vallata.
« Ora che si fa? » domanda un sempre iperattivo Julian, affamato
di scoperte.
« Non saprei... Tu che dici, Samuel? Hai qualche sentore sulla direzione da prendere? » reinvia la domanda il giapponese.
Sammy sembra non aver trovato nulla su cui poter costruire un
piano d’azione sensato, al che io e Lilith ci scambiamo uno sguardo,
decretando che è ora di rendere partecipi anche gli altri della nostra
scoperta della sera prima.
« Ehm, Koji? Noi avremmo trovato questo... » confessa la moretta
scostando le mie graziose calzature dalla piastrella incriminata. Il
giapponese lo fissa con sguardo intenso per alcuni secondi.
« È il segno del fuoco vero? » domanda lui quasi rassegnato.
« No, in realtà... » lo corregge Lilith con la voce strozzata, prestando attenzione alla reazione che potrebbe avere Joe. « Dovrebbe
essere quello dell’acqua. » Kojiro si illumina, come se fosse un condannato alla sedia elettrica che ha scoperto una falla nei documenti
incriminatori. Credo che anche lui sia giunto alle mie stesse conclusioni riguardo le varie vie degli elementi.
« Quindi il vostro discorso di ieri sera sul fuoco sotto l’acqua... »
domanda quasi stupito sull’essersi sbagliato.
« In verità questo segno potrebbe rappresentarli entrambi... » ci
informa Sammy. « Vedete, il triangolo è il simbolo del fuoco. Ma
capovolto rappresenta l’acqua. Essendo equilatero non abbiamo la
certezza del lato su cui poggi questo... »
« Non siamo nella via dell’acqua! » spunta fuori Joseph da chissà
dove, stranamente fermo sulla sua posizione. « L’acqua era verso
l’alto, dovevamo andare in alto! » continua con la sua solita tiritera
di ieri.
« Kojiro, tu davvero non senti nulla? » mi assicuro.
« Nulla... Nulla di particolare. »
« Ma davvero non ti senti attratto da qualche direzione o da qualche cosa qui sotto? » rincaro la dose.
« Norma, se ti dico di no, è no! » ribatte stranamente agitato.
Nello stesso momento in cui ha pronunciato l’ultima parola del
suo pensiero, un flash di luce intensa ci colpisce tutti. Con la stessa
velocità con cui si è dipanato esso si dilegua. Dietro di sè lascia solo
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un leggero ronzio proveniente dai neon entrati in risonanza, come
fossero surriscaldati.
« Ora che succede? » esterna Joseph.
« Forse... » scoppia Samuel, con il dito puntato verso Koji. Pian
piano gli si avvicina col braccio teso. Prima guarda verso le luci. Poi
guarda verso di lui. Lo tocca con una leggera sberletta sul braccio
nudo. Guarda ancora in su. Un altra sberletta. Poi un altra ancora.
Noi tutti lo fissiamo cercando di capire che cavolo gli stia passando per la testa. La stessa scena che si vede allo zoo dove il bambino pestifero stuzzica con un bastoncino la tigre dormiente. Kojiro
lo osserva come se fosse un idiota, seppur stranamente con i nervi visibilmente a fior di pelle. Un altra sberletta. Ed ancora un altra. Guarda ancora verso l’alto come se dovesse accadere qualcosa.
Sembra il piccolo Karate Kid che si allena le falangi contro il sacco
da boxing.
« Sammy, tutto apposto? » domanda Lilith.
« Sì. Scusate, forse mi sbagliavo... » con fare lascivo ritrae il braccio e fa come per girarsi. Ma di colpo carica un destro e punta il
pugno verso il pieno volto dell’asiatico. Con un riflesso da ottimo
maestro di kung fu lui gli ferma il polso, proprio come aveva fatto
giorni addietro con Patrick. Ed ecco un’altro piccolo bagliore della
stessa luce di prima.
« Ecco! Ecco! Avete visto? » scoppia d’ilarità Samuel.
« I neon sono diventati di botto più splendenti e ora... Ora sembrano essere leggermente meno luminosi di prima! » commenta Julian sull’accaduto. « Koji, cosa hai provato mentre ti martellavo il
braccio? »
« Cosa ho provato? »
« Ti ho infastidito, vero? Ti chiedo perdono, ma era proprio quello
il mio fine! Quelle luci sono connesse al tuo stato fisico emotivo! »
« Al mio stato...? » ripete l’interrogato scandendo le parole, cercando di capirne appieno il significato.
« Ma sì! Ieri sera quando si andavano via via spegnendo non era
per emulare la notte. E oggi non si sono riaccese per farci credere
che fosse mattino: si comportano a seconda del tuo stato d’animo!
Ieri eri stanco e loro erano fioche. Mano a mano che ti sei riposato
questa notte si sono ricaricate. Ora hanno sprizzato di colpo energia
nel momento in cui prima Norma e poi io ti abbiamo messo in una
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condizione d’ansia o fastidio! »
« Ma certo, come la batteria del telefono: via via che si scarica
nell’icona scompaiono le barrette! » Cavolo. Il fiuto di questo ragazzo continua a sbalordirmi giorno dopo giorno.
« Siamo nel sentiero del fuoco, Koji! »
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Kojiro è tornato ad essere quello di prima: se ultimamente si era
lasciato sfuggire qualche sorriso e addirittura qualche battuta, ora
si è richiuso nella sua corrazza di impassibilità, quasi certamente
per mascherare una preoccupazione ingente. La conferma del fatto
che ci troviamo davvero nella via del fuoco, la sua via, non poteva
procurargli che questa reazione. Come sempre non vuol farci pesare
il suo stato d’animo e le sue preoccupazioni, ma quello sguardo trasuda ansia e un malcelato terrore.
« Ora che si fa? » chiede un pò troppo impazientemente quel terremoto di Julian. Strano, dopo la grande profondità dei suoi discorsi della notte scorsa si è ritrasformato in un bambino iperattivo e
asfissiante. Il ragazzo dalla doppia personalità.
« Beh, dobbiamo solo capire come muoversi. Anche se non so da
che parte cominciare » prende la palla al balzo Koji.
« Di sopra, il simbolo della terra era vicinissimo all’imboccatura
del percorso da intraprendere » esordisce Sammy. « Però qui è in
una posizione centrale, distante da ogni altra cosa. »
« E mentre prima il vertice del triangolo a mo’ di freccia puntava
verso il pozzo, qui non possiamo stabilire quali delle tre direzioni
esso indichi » puntualizza Jules.
« Dobbiamo dividerci di nuovo? » chiede non troppo preoccupato
Joe.
« No. Questa volta resterete uniti. Sarò io che andrò in avanscoperta » lo zittisce Koji, sempre con modi gentili ma nel contempo
imponendosi senza possibilità di ribattere.
« Perchè fai così, Koji » cerco di farlo ragionare. « Credi solamente per il fatto che Patrick sia riuscito a trovare in solitaria la fine del
labirinto anche tu dovrai staccarti da noi? »
Koji mi guarda fisso senza rispondere alla mia affermazione. Non
capisco se ho detto una stronzata ma almeno questa volta non mi
pare proprio.
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« Sì, lo credo anche io, Koji » mi dà man forte Lily. « Solo perché Patrick si trovava meglio ad agire da solo ciò non vuol dire che
anche tu dovrai fare come lui andando via da solo e poi... » Lilith
si blocca all’improvviso. Non voleva dire quello che nessuno di noi
avrebbe voluto sentire.
« Sacrificare? » conclude il suo pensiero Koji. « Morire? Ci tengo
alla pelle. Ma non sono così egoista da mettere me stesso di fronte
al bene bel gruppo. »
« Koji! No! Non volevo dire questo. Ci deve pur essere un altro
modo perchè tu possa continuare il tragitto con noi! Questo gioco
non può essere così sadico. »
« Lasciamo tempo al tempo. Prima di tutto troviamo i fori da attivare, o qualsiasi cosa indichi la fine del mio percorso. Solo dopo
vedremo il da farsi » puntualizza il giapponese.
« Appunto! Nel frattempo allora lascia fare anche a noi la nostra
parte! » lo incalza Julian, cose se quello che stesse dicendo fosse
la cosa più naturale del mondo. Ed in effetti lo è: ormai fra di noi
si è instaurata una perfetta sintonia, siamo tutti sulla stessa barca.
Una specie di sindrome di Stoccolma - anche se non so se questa è
riferita solo al rapporto fra rapito ed aguzzino o anche fra più rapiti.
Fatto sta che ormai siamo un gruppo molto saldo ed una perdita fra
i nostri ranghi è già abbastanza.
« Vi ringrazio ragazzi. Ma sono certo che solo io riuscirò a portarci in salvo! » Detta così potrebbe far pensare che Kojiro abbia
messo totalmente da parte la sua proverbiale modestia, ma tutti noi
capiamo cosa intenda dire in questa situazione. Ciò non toglie che
vogliamo stargli vicino e dargli tutto l’aiuto possibile.
« Avanti! Stare qui a guardarsi non ci porta da nessuna parte » si
alza in piedi Sammy mettendosi uno degli zaini sulle spalle. «Allora come procediamo? Rastrelliamo a raggera tutto il vicinato? Ciò
comporterebbe che ognuno di noi si diriga in direzioni differenti,
partendo dal centro, o quello che credo sia il centro, dove c’è il simbolo. »
« Beh prima o poi in questo modo arriveremo perlomeno alle pareti che sorreggono il soffitto. Per quanto alto sia non può mica stare
su da solo! » calcola sul momento Julian.
« Ma contiamo che c’è questa fastidiosa nebbiolona biancastra:
eviterei di perderci di vista in una situazione del genere » contro-
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batte Koji.
« Già. E se perdessimo il senso dell’orientamento come nelle grotte potremmo non ritrovarci più » dice la sua Joe.
« Rimaniamo uniti! Credo sia la cosa migliore. Non possiamo
rischiare un’altra volta » mette la parola fine alla piccola diatriba
Koji.
« Allora, da che parte cominciamo? » cerco di spronare la folla
nel metterci in marcia. Tutti guardano l’asiatico, certi del fatto che
debba essere lui a scegliere. Forse sotto pressione dai cinque paia di
occhi che lo stanno contemplando, lui si esibisce in una sua solita
grattata alla nuca - cavolo, lo fa ogni volta che è pensieroso! - e prende da una tasca del suo zaino un mestolo di legno. Incomprensibilmente se lo passa di mano in mano, osservandolo, facendolo roteare
fra le dita. Dopodiché si inginocchia prostrandosi il simbolo sul pavimento e ne appoggia il ramaiolo nell’esatto centro, dalla parte del
manico. Di colpo ritrae le due dita che tenevano stabile l’utensile di
legno perpendicolare al terreno, lasciandolo per un secondo in un
equilibrio instabile. Equilibrio che si rompe quando il cucchiaione
cade sul suo lato più lungo intersecando un lato del triangolo. Così
facendo viene a crearsi una freccia perfetta, che indica la direzione
opposta a quella verso la quale è disceso il mestolo.
« A volte è bene dare tutto in pasto al caso » puntualizza Koji, accennando un piccolo sorriso nel giustificare la sua scelta.
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schifo! Proprio una cosa inconcepibile! E le ragazzine, mentre fanno
la pipì, lo guardano anche! A me non è mai successo che qualcuno
infilasse il suo pipino con me dentro... Però sarebbero da denuncia!
» mi stizzisco un pò da sola.
« Che vita movimentata. Da me non succedono certe cose. Sul
giornale si legge spesso di stupri, facilitati dalla bassa densità di popolazione e del grosso giro di pescherecci stranieri che attraccano
quotidianamente al molo. » Io e Joseph sgraniamo gli occhi guardando la piccina del gruppo. I nostri erano pressoché degli scherzi
ma lei ci va sul pesante!
« Sì, non che mi sia mai successo, basta solo stare attente e non
dar fastidio agli altri... » cerca di tranquillizzarci lei.
« Ad ogni modo, cabina porcellina! » ricambio discorso io.
« Sì, sì! La cabina porcellina! Hahaha! » se la ride Joe.
« Magari se troviamo un cartone per strada potremmo giocarci
anche noi... » gli sussurro maliziosamente colpendogli con la spalla
il braccio forzuto. Lui rimane un pò interdetto, ma sembrava lì lì sul
cogliere l’allusione. Suvvia, non sono una sciacquetta! Devo dire la
verità, non ho mai fatto sesso senza amore, anche se per dirla tutta
sono di cotta facile. Ma non mi considero una così detta meretrice.
No no! Mi godo la vita... Sono un pò maliziosa, ma in confronto
alle mie colleghe che sembrano avere il telepass per l’apertura delle
gambe io posso sembrare Santa Maria Goretti. E Joe sembra avere
tutte le carte in regola per me: è carino, alto, con dei muscoli molto
ben definiti che sorridono al solo guardarmi. Ma non è solo fisico!
È sincero, trasparente, ingenuo, al punto da poter apparire tonto.
Ma non bisogna fermarsi al primo sguardo. E poi nella caduta mi
ha stretta forte a sè perché non mi facessi male, mi ha protetta al
primo incontro con Patrick, mi ha portata sulle spalle alle grotte.
Io mi accorgo di tutte queste piccole cose, anche se faccio finta di
nulla. Ed anche se in questo modo perpetrassi il solito stereotipo
della modella e dello sportivo non mi interessa più di tanto. Mi sto
davvero affezionando.
Di contro però anche Julian è davvero simpatico e premuroso.
Forse un pò troppo magrolino per i miei gusti, ma ha un non so che
di intrigante. Sarà la faccia da monello o la sua insita ambiguità.
Chissà se iperattivo com’è sia invece uno di quelli che appena gli
metti la lingua in bocca si induriscono come dei ceppi di legno e ri-
Armi e bagagli completati, questa volta non creiamo un campo
base dove si trova il simbolo. Mi sento molto come in una carovana
di nomadi. Dopotutto pare che ormai abbiamo raggiunto il punto di
non ritorno: non abbiamo possibilità di tornare indietro, possiamo
solo andare avanti. Quindi tanto vale lasciarsi ogni cosa alle spalle.
Koji è tutto silenzioso e apre la strada. Dietro di lui Sammy e Jules
sembrano due cani da tartufo, tutti intenti a cercare qualsivoglia
traccia conficcata nel terreno, visto che oltre ai grandi neon ancora
appesi al soffitto imperscrutabile non si vede nient’altro. A chiudere
le fila io, Joe e Lily cerchiamo di smorzare la tensione discutendo
del più e del meno.
« Nemmeno qui si riescono a vedere telecamere » osserva la bella
islandese. « A questo punto davvero non so a che scopo ci abbiano
gettati in questa fossa se neppure possono osservarci. »
« Mah, non so che gusto ci trovino... Al limite posso capire i voyeuristi che si eccitano a spiare attraverso il buco della serratura... »
ammetto mio malgrado.
« Huhu, come la cabina porcellina! » si sveglia Joe.
« La cabina porcellina? »
« Eddai! Al college non l’avete mai fatta? Una ragazza si mette
dentro ad una scatola di cartone con due fori; da fuori gli altri infilano le mani e la toccano, per riconoscere chi è! » racconta tutto
concitato una delle solite goliardie da confraternita. « Solo che una
volta mi hanno messo a me dentro la cabina, chiaramente nudo. Un
tipo mi ha toccato proprio lì e si è persino messo a vomitare. Forse credeva che fossi stato una femmina. O forse era semplicemente
ubriaco. » I suoi occhi brillano parlando di tali insensatezze. Ma gli
darei un abbraccione forte. Che cucciolotto!
« Io ero ferma al sentiero di mattoni gialli disegnato sulle pareti
dei bagni alle zone di ristoro autostradali. Ovviamente portano ad
un buco e vi lascio immaginare che cosa spunti da quel buco. Che
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mangono senza parole. Sammy di contro è così caruccio, totalmente perso nel suo mondo ma nel contempo con i piedi ben saldi per
terra. È l’esatto compromesso tra un secchione ed uno scansafatiche vintage-nerd fusi assieme. Sarebbe da tenerlo stretto nel lettino
come un orsacchiotto di peluche. Certo che anche Koji ha un fascino
tutto suo: chissà se anche sotto le lenzuola mantiene quel suo solito
sguardo da atarassia... Oh Dio, magari pratica una di quelle discipline orientali che concentrano i chakra e lo fanno durare delle ore.
Paura!
Koji si accorge da dietro la spalla che lo sto fissando. Che figura!
Ad ogni modo come dicevo è la compagnia che è bellissima, non io
che sono una ragazza facile! No, no, no!
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Di strada ne abbiamo fatta un bel po’, tutta pressoché in silenzio,
ma le cose non sono per nulla cambiate. Il pavimento è sempre composto da ciottoli azzurrognoli, la nebbiolina non accenna a smettere
e le lampade sono ancora sopra le nostre teste - ma quante ce ne
sono? E quanto salata sarà la bolletta della luce di questo strambo
posto? Ad ogni modo di pareti neanche l’ombra. Ma quanto è grande è questa specie di hangar? Incredibile che non crolli o che il soffitto non sia tutto inclinato verso il basso a causa della gravità.
« Questa direzione non ci sta portando da nessuna parte » sentenzia Koji tirando fuori una bottiglietta d’acqua dallo zaino. Ne beve
un sorso e poi ne offre un po’ ad ognuno di noi.
« Sembra quasi di camminare su un tapisrulant: si va avanti ma
sembra di rimanere sempre sullo stesso posto! » concorda Julian.
« Proprio non riesco a capire che cosa si aspettino da noi questa
volta » confida il giapponese. Lo vedo molto provato, il suo modo di
rispondere, il semplice fatto che abbia bevuto prima lui dalla bottiglia per offrirla solo dopo agli altri: tutti sinonimi del fatto che è in
tensione e non riesce a ragionare lucidamente. Anche le luci sopra
di noi piano piano iniziano a perdere luminosità.
« Che facciamo, torniamo indietro? » propone Jules.
« Per fare cosa? Prendere un’altra direzione e finire di nuovo nel
mezzo del nulla? » risponde con un cinismo mai visto prima Koji.
« Chi ti dice che questa sia la direzione giusta? » continua a punzecchiarlo il ragazzino.
« Ma questa è la mia via o no? Volete lasciarmi almeno la possibilità di agire? »
« Suvvua, Koji che sarà mai? » cerca di disinnescare la miccia che
ha acceso lui stesso. « Magari dovevamo seguire proprio la direzione del mestolo, e non quella opposta... »
« Stai bene a sentire: fino ad ora vi ho accudito come dei fratelli
minori, vi ho preparato pasti caldi e un accampamento in cui dor-
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mire... »
« Koji, ma... » cerco di interrompere la sua inspiegabile furia.
« Scusami, Norma. Lasciami finire. Quello che vi chiedo è di lasciarmi carta bianca e di fare per una volta solo quello che dico io.
Di solito non sono un dittatore e non è tra le mie priorità far valere
le mie ragioni. Ma questa volta datemi ascolto! » Koji è quasi irriconoscibile. Continua a sudare come una fontana e dopo questo scatto
d’ira, seppur saldamente controllata, davvero sembra un’altra persona.
« Koji va tutto bene? » si interessa Samuel, l’unico che ha del fegato per aprire la bocca dopo questa sua uscita.
« No. No! Non sto bene! » una lacrima gli scende dal lato esterno
dell’occhio destro. Da piccola credevo che le lacrime scendessero
dalla parte interna dell’occhio quando si piange di dolore, mentre
quando si piange di felicità sgorgassero dai vertici esterni. Poi mi
sono accorta che quando sono felice e sollevata guardo sempre verso l’alto, come a ringraziare chissà chi stia lassù. La forza di gravità
fa tutto il resto. Sì, perché checché se ne dica anche noi modelle
sappiamo dell’esistenza della forza di gravità. D’altronde fa la sua
buona parte nel modo in cui un vestito ti casca addosso.
« Non sto bene affatto! » sottolinea Koji, lasciandoci di stucco.
« Kojiro, stai tranquillo. È arrivato il momento di cedere anche
per i tuoi nervi. È fisologioco » lo rincuora Lily. Nel frattempo i neon
sopra di noi iniziano a produrre di nuovo lo strano ronzio.
« Non è così. I nervi non centrano nulla. Dovete scusarmi: questo
non sono io. Ma è la paura che mi ha ridotto in questo stato. »
« Koji, ma noi tutti abbiamo paura. Ti capiamo, davvero. Dobbiamo solo mantenere la calma. »
« Ma voi non siete come me. Io... » gli si spezza la voce mentre
cerca di dirci quello che sembra un segreto di cui non vada per nulla
fiero. « Io soffro di una forma particolare di agorafobia. »
« Agorafobia? » mi lascio scappare a bocca aperta.
« Ma l’agorafobia è la paura della folla? » chiede conferma Joe.
« No. Io ho paura degli spazi aperti » ammette asciugandosi le
lacrime col palmo della mano, cercando di ritrovare un minimo di
contegno. « È strano, con il lavoro che faccio. Io soccorro la gente e
l’agorafobia sembra nascere dalla paura di trovarsi in luoghi vasti,
collegata al fatto che in caso di bisogno si è difficilmente raggiungi-
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bili dai soccorsi. »
Incredibile. Rimaniamo tutti senza parole cercando di capire ogni
sua parola sussurrata, quasi bisbigliata per l’immotivata vergogna.
« Io sono sempre in ambulanza durante il turno di uscita ed ho
sempre tutto l’occorrente sotto mano per qualsivoglia condizione.
In più, in città come Uiji tutto è a misura d’uomo. Fino ad ora siamo
stati rinchiusi in una casa ed i luoghi chiusi mi danno una sicurezza
in più. Non lo so perchè, è irrazionale. Persino nel labirinto mi sentivo a mio agio, forse per la strettezza del posto o comunque la reale possibilità di poter riemergere in superficie. Di avere comunque
una via di fuga. Qui però è tutto diverso. Sembra... Sembra di stare
all’aperto... E... Insomma... » Il giapponese, la nostra roccia fino ad
ora, si vergogna nel dimostrarci che non è perfetto. Per questo era
cosi agitato da quando siamo apparsi qui. Ciò lo rende invece molto più umano, seppur vederlo in questo stato è come una morsa al
petto. Con la parvenza di un respiro affannoso si accascia a sedere
per terra.
« Kojiro... » prende la parola Sammy, appoggiandogli una mano
sulla spalla. « Siamo umani. E per definizione siamo erronei. Ognuno ha le sue qualità e ognuno le sue debolezze. Ma le tue qualità
superano di gran lunga le tue debolezze. Quindi vai avanti. Non nascondere il tuo punto debole, ma fanne un vanto per poterlo migliorare. »
« Tu sei Koji. Il nostro Koji. Non ci devi dimostrare nulla e noi
siamo qui tutti pronti ad aiutarci. D’altronde mi pare che una delle
soluzioni all’agorafobia è trovarsi insieme a qualcuno no? » Julian
chiosa nel migliore dei modi il già perfetto pensiero di Sammy.
« Ma questa paura devo superarla una volta per tutte. Non voglio
più sottostare ad una sciocchezza del genere. »
« Ma è per questo che non voleva che ci dividessimo mai! » sussurro rivolta verso Lily, la quale non capisco perché mi fulmina con
lo sguardo.
« Ragazzi, scusatemi. Grazie Samuel. Grazie a tutti. » I neon sembrano essersi calmati. A volte dire le cose così come stanno è la cosa
migliore. « Credo che se fossi rimasto da solo non sarei riuscito a
muovere un solo passo qui dentro. »
« ... anza. »
« Che hai detto Joe? » mi volto verso di lui per capire che cosa mi
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avesse bisbigliato.
« Io? Non ho detto nulla... » mi guarda come se mi fosse preso
chissà che.
« ...stanza » Di nuovo?
« Ma lo avete sentito anche voi? » esplodo cercando di capire chi
avesse parlato.
« Stanza! Questa volta l’ho sentito! Sì! » mi conferma Joe.
« Ma che cos’è? » si mette Julian sull’attenti, come quei cani del
deserto del film della Disney.
« Hai... Paura... Abbastanza? »
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La voce proviene proprio dalla direzione verso la quale ci stava
conducendo Kojiro. Sembra un sibilio che piano piano si avvicina.
« Hai... Paurra... Abbastanza?... »
« Ma che cazzo è ora? » Koji si era appena calmato, ma con uno
scatto salta in piedi e ricomincia a respirare pesantemente.
« Fate attenzione! » ci scosta dietro di lui Joe, come per volerci
proteggere.
« Paurra... Abbastaaanza?... »
« Ossignore, anche qui i sussurri? » esclama Sammy
« Sembra una voce metallica, come se fosse un altoparlante... »
sottolinea Jules. Un brivido mi corre sulla schiena. Allora non siamo soli qui dentro?!
Dalla bianca foschia si inizia ad intravedere un’ombra muoversi,
leggermente claudicante, che si sta dirigendo verso di noi. La tensione sale, Kojiro apre velocemente la tasca laterale del suo zaino
ed estrae un coltello. È uno di quelli grossi che c’erano in cucina.
Sembra quasi un’arma impropria da quanto è grosso. Stiamo tutti fissando quella figura che continua a ripetere « Hai... Paura...
Abbastanza?... ». Le parole vengono scandite lentamente, una ben
distanziata dall’altra, come un lamento sadico registrato nella memoria di una segreteria telefonica.
Eccolo. Ora si inizia a distinguere meglio.
« Un giocattolo? » esplode Samuel, spezzando tutta la tensione
creatasi.
Ma... È piccolissimo! È proprio vero che ciò che non si vede fa più
paura della vera cosa in sè. Passin passetto un robottino di latta esce
dalla nuvola gassosa. È uno di quei balocchi d’anticaglia che ormai
si trovano solo o nei mercatini dell’usato a pochi spiccioli o ancora
incelofanati nelle loro confezioni originali sulle aste online a prezzi
esorbitanti. Incredibile per un dispositivo a molla che non fa altro
che anteporre una gambetta all’altra, sputando scintille dalla fessu-
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ra sotto due lampadine a mo’ di occhi luminosi.
« Hai... Paura... Abbastanzaaa?... » quel suono straziante sembra
dover saltare da un momento all’altro.
Lentamente Kojiro abbassa la mano ben salda al coltellaccio, ipnotizzato come un gatto alla visione di un topo.
« Che roba è quella? » sorride divertito Joe.
« Non toccatelo! » esclama Sammy. « Guardategli il petto! »
Il piccolo cassonetto dell’immondizia antropomorfo presenta sul
davanti una miriade di lucine, come quelle che vanno a comporre
i giganteschi schermi animati degli stadi. Ad intermittenza si accendono e si spengono andando a rappresentare una spece di serpentello giallo, come quello dei giochi dei cellulari, che si muove in
senso orario, quasi come se stesse rincorrendo la propria coda.
« Hai... Paurrra... Abb... tanza?... »
« Non può essere... Seppur stilizzato, quello è un serpente! » esclama Sammy.
« Sì! È Snake! » concorda con la mia interpretazione Joe.
« Quello... Oddio quello è un uroboro! Il serpente che si morde la
coda da solo! »
« Oh, cavoli! Ancora simboli?! » mi lamento palesemente. « Ne ho
le tasche piene! Non è possibile trovare invece di ste cose una bella
G di Gucci in mezzo a tutto ’sto esoterismo?
« Rappresenta... Ehm... La natura ciclica delle cose. L’eterno ritorno... » Sammy è definitivamente in ansia dalla situazione. Come
lo siamo tutti, d’altronde. È come se si appendesse ad ogni ricordo
che gli viene in mente su quella strana figura per distogliere il pensiero da domande quali da dove viene quel coso e chi mai l’avrà
azionato.
« E cosa cavolo vuol dire ora quel simbolo? Che dobbiamo tornare
indietro sui nostri passi? »
I neon iniziano ancora a pulsare, questa volta sempre più velocemente ed intensamente. Guardo Koji: è immobile. Solo le gocce di
sudore gli rigano la pelle e scendono frantumandosi sul pavimento.
Sembra essere tutto un fascio di nervi. Le sue pupille si muovono
concentricamente nel seguire quella strana figura in movimento.
« Quello non è un uroboro » interrompe l’impacciata spiegazione
di Sammy. « Guardate come si muove! Non si sta muovendo in cerchio. Quello è un triangolo! »
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« Beh, sì, ma nella rappresentazione grafica in tali meccanismi
rudimentali è difficile creare un cerchio perfetto. Ovviamente si presenta come una linea spezzata... »
« Quello è un triangolo. Quello è il fuoco! » Alle sue parole la luce
torna fissa ma si sente dall’alto un rumore metallico, come se l’anello di una catena avesse ceduto per spezzarsi. Guardiamo tutti all’insù e improvvisamente vediamo cadere verso di noi uno dei mille
neon. Ci scansiamo all’indietro e la lampada colpisce in pieno il povero messaggero di latta che a contatto col liquido interno al vetro
tubolare frantumato per l’impatto prende fuoco.
« Abbastanza... Ha... i pa... uraaa... » è il suo orripilante ultimo
saluto prima di spegnersi definitivamente.
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domanda sempre scettico ma nel contempo entusiasta Julian.
Kojiro alza la testa.
« Di certo non lo stesso che ha fatto cadere il neon... »
Dall’alto si sente un altro scricchiolio simile a quello udito un attimo fa.
« Dobbiamo tornare dal simbolo... » Lo scricchiolio si moltiplica,
e alcuni tubi luminosi sopra di noi iniziano a dondolare come colpiti
da una corrente d’aria. « E dobbiamo farlo subito! Di corsa! » inizia
ad urlare il giapponese!
Un neon mi sta cadendo addosso così velocemente che non riesco
a rendermi conto che devo spostarmi. Ma improvvisamente mi sento strattonata dalla vita. È Joe che mi scosta verso di lui, appena in
tempo prima che la lampada si sfracellasse a terra.
« Correteee! » Continua ad urlare Koji.
Non ce lo facciamo ripetere due volte: con uno scatto degno dei
migliori centometristi olimpionici iniziamo la nostra corsa nel senso
inverso a quello in cui ci siamo diretti fin ora. Dietro di noi sentiamo
cadere uno dopo l’altro le grandi luminarie, sganciate dai loro piedistalli come tante tessere del domino impilate una dietro l’altra. Sento l’acido lattico salirmi sulla parte anteriore delle gambe e la saliva
asciugarsi nella mia bocca. Sono allo stremo ma se mi fermassi di
certo sarei colpita in pieno da quella serie di miccette una collegata
all’altra. L’istinto di sopravvivenza rende davvero l’uomo capace di
andare oltre i suoi limiti. Limiti che come nel mio caso, abituata agli
ascensori, alle scale mobili e agli autisti sotto casa, sono molto bassi.
E come se non bastasse che sia io a chiudere le file della compagnia
in fuga, riesco anche a permettermi di inciamparmi sugli stivali rosa
grandi un numero in più, emettendo un grido d’aiuto.
« Joe! »
« Normaaa! »
Per la seconda volta Joseph mi salva la vita, tornando indietro e
caricandomi in spalla come un sacco di patate proprio nel momento
in cui la lampadona si sfracella creando un esplosione infuocata.
Meno male che sono in linea al mio peso forma ideale, così mi sento
ancora meno in colpa nel farmi portare. Avendomi caricata con la
testa all’indietro è ancora piu terrificante, in quando vedo in faccia i
pilastri fluorescenti infrangersi sulla pavimentazione azzurrognola,
anche se a mano a mano che andiamo avati sembra aumentare lo
Rimaniamo tutti basiti dalla repentina fine del piccolo catorcio.
« Poveretto... » commenta Joseph toccandosi il petto con la mano,
come fanno i marines in ricordo di un compagno caduto in battaglia.
« Caspita ma quante possibilità c’erano che cadesse proprio il
neon sopra di lui! » commenta il fisico teorico Jules.
« Forse qualcuno ha voluto proteggerci... » azzarda Lily. « Chi lo
sa che quel coso non fosse altro che una piccola bomba ad orologeria? Dopotutto siamo nel sentiero del fuoco... »
« Certo! Qualcuno da lassù ci ha protetto! » concordo con la mia
beniamina.
« Era in senso orario! » sussurra fra sé e sé Koji.
« Bene, e quindi? » domanda Sammy, ormai che la paura è scampata.
« Quello era dalla nostra parte... » continua il cinese dalla faccia
fra l’illuminato e lo sconvolto.
« Ma che dici, Koji? »
« Quel robottino era un indizio... Come la mappa che ha trovato
Partick scavata sul muro, presumo. »
« Un indizio? E che indizio sarebbe? » domanda Samuel, quasi
seccato che qualcuno lo avesse spodestato dal suo trono di risolvi
enigmi.
« Il triangolo si muoveva in senso orario. Qui intorno abbiamo
consolidato che non c’è nulla... Quindi la fine del nostro percorso è
dove ha avuto inizio, nel simbolo del triangolo sul terreno! »
« L’inizio come la fine! Ti avevo detto che era un uroboro! »
Credo di essermi persa qualche passaggio...
« No, quella era l’indicazione su come azionare questo interruttore! » ci comunica Koji come se si fosse trasformato in un predicatore
televisivo americano.
« Beh, ci potrebbe stare... Ma chi ce lo avrebbe mandato scusa? »
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scarto fra noi e loro.
« Fottuti bastardi! Siamo più veloci noi! » inizio ad urlare contro
chiunque sia l’altefice di questa trappola. « Coraggio ragazzi continuate così che ci siamo! Gli stiamo dando merda a questi stronzi!
» sono davvero un’ottima motivatrice. Anche se quando mi lascio
andare ammetto di non essere Miss Finezza 2010.
« Ci siamo, ci siamo! » sento urlare Jules, che a quanto pare è il
più vicino alla meta.
Joe si ferma con un fiatone immenso e devo colpirgli il sedere con
la mano prima che si ricordi che mi ha ancora appollaiata sulla spalla. Appena tocco terra vedo che siamo tutti intorno al simbolo che
ci eravamo lasciati alle spalle questa mattina. Kojiro è il più vicino e
guarda ancora verso l’alto, credo per controllare la situazione sopra
di noi. di contro la caduta libera dei neon sta riprendendo strada e
si avvicina imperterrita.
« Che facciamo! Che facciamo! Eh? » urla Jules tutto eccitato mentre tutti gli altri sono quasi sul punto di sputare la bile per l’enorme
corsa appena compiuta.
« Koji i neon stanno per caderci addosso! » gli mette fretta Lily.
« Calma » sentenzia lui. « Calma! » Con questa parole congiunge
le mani di fronte al volto con i gomiti alti. Ma gli pare il momento di
far meditazione zen questo?!
Anche se ci fidiamo ciecamente di lui siamo tutti terrorizzati
dall’avanzata dei neon, e sfido chiunque a non sentire risuonarsi
nelle orecchie in questo istante la Cavalcata delle Valchirie di quel
film famoso col pazzo reduce vietnamita. Il fatto è che Koji ha pure
chiuso gli occhi! Il momento dell’impatto è vicino tutti cerchiamo di
coprirci la testa con le mani, per cercare nostro malgrado di farci il
minor male possibile una volta che quelle cose ci sfracelleranno il
cranio corspargendoci di ferite sanguinolente da capo a piedi. Ma
nel momento esatto in cui è giunta l’ora che a cadere siano i neon
piazzati sopra di noi, quando sono a mezz’aria, Koji apre scattante
le braccia a T e rotea il busto di centottanta gradi.
Incredibilmente, le lastre tubolari di vetro splendente che stavano per colpirci deviano il proprio percorso come colpiti da una forza
centrifuga, per finire la loro discesa libera conficcandosi nel terreno,
ancora tutte intatte. Che c’entri qualcosa con il rito di Koji?
« Uoah! Cazzo! È stato grande! » esclama Julian euforico.
FOR YOUR CONSIDERATION
© Francesco Cappellotto - [email protected]
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Koji apre gli occhi, ancora nella sua stramba posizione, espirando profondamente. In questo momenti tutti stiamo contemplando
queste lastre che ci contornano tutti intorno, come delle futuristiche
sbarre che non ci lasciano via d’uscita.
« Koji... » esclama Samuel.
Il giapponese si scosta i capelli sulla fronte all’indietro, chinandosi verso il suo simbolo impresso sul pavimento. Lo osserva attentamente e piano piano ci avvicina il dito indice. Che questa sia la fine
pure per lui?
« Koji, ci deve essere un modo... » cerco di fermarlo, per prendere
tempo. Il pensiero della fine di Patrick è vivido ora più che mai. Lui
alza gli occhi e ci guarda tutti, uno alla volta, come un sub che prende aria a pieni polmoni prima di tuffarni in apnea.
« Ciò che deve essere fatto va fatto. Tenetevi forte ragazzi. » Anche
in un momento come questo il nostro maestro ci lascia una perla di
saggezza. Ancora non ci credo che potrebbero essere le ultime parole che sentiremo da lui. Tutti hanno uno sguardo triste negli occhi,
fissando quello che sta per fare. Sento Lily che mi stringe forte la
mano.
Come si diceva da piccoli, via il dente via il dolore. Il giapponese
appoggia il suo possente dito su uno spigolo del disegno inizia a
strusciarlo per tutto il perimetro della figura in senso orario, proprio come si illuminavano le lucine nel petto del robottino.
È bastato un solo giro. Uno solo.
Una luce accecante si libera di scatto, avvolgendoci tutti, talmente
calda ed accecante da costringerci a chiudere gli occhi.

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