Capitolo quarto Immigrazione e migranti nel cinema

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Capitolo quarto Immigrazione e migranti nel cinema
Capitolo quarto
Immigrazione e migranti nel cinema italiano
degli ultimi trent’anni
Qualche dato
L’Italia prende atto formalmente dell’immigrazione straniera nel
1986. Per la prima volta, una legge riconosce la presenza di lavoratori extracomunitari nel nostro paese e si pone esplicitamente gli
obiettivi di regolarne lo status giuridico e di programmarne gli ingressi. Fino ad allora le uniche norme in vigore erano quelle del
Codice di Pubblica Sicurezza del 1935. Tra il 1988, quando viene
approvata la legge della regione Lombardia, e il 1996, con la legge
della regione Basilicata, arriva la prima ondata di leggi regionali
sull’immigrazione. Fino ad allora, la normativa regionale aveva preso in considerazione esclusivamente l’emigrazione italiana.
Inferiore al mezzo milione di presenze all’inizio del 1990, nei 20
anni successivi la popolazione immigrata è cresciuta di dieci volte.
Nei primi mesi del 2011, l’ISTAT registra 4 milioni e 570 mila residenti stranieri, che secondo le stime del dossier Caritas 2012 diventano 5 milioni e 11 mila includendo tutte le persone regolarmente soggiornanti ma ancora non iscritte nell’anagrafe. L’aumento è stato di circa 3 milioni e 200 mila nell’ultimo decennio. La
collettività romena è la più numerosa, con quasi un milione di residenti. Distanziate ma consistenti anche le comunità di albanesi e
marocchini, entrambe intorno alle 500 mila presenze, mentre i cinesi arrivano a circa 280 mila soggiornanti e gli ucraini non arrivano ai 200 mila. Nell’insieme, a queste cinque nazionalità è riconducibile più della metà dell’intera presenza immigrata, composta
per metà da europei, per un 22 per cento da africani, per un 18,8
per cento da asiatici e meno del 9 per cento da americani.
Gli stranieri con occupazione sono circa 2 milioni e mezzo, un de101
cimo degli occupati complessivi in Italia. Almeno 750 mila sono gli
immigrati assunti come collaboratori familiari.
Tra il 1996 e il 2008, sono circa 240 mila i matrimoni misti celebrati, quasi 25 mila nell’ultimo anno, e più di mezzo milione le
persone che hanno acquisito la cittadinanza, 59 mila solo nel
2009. Sono oltre 570 mila gli «stranieri» nati in Italia: quasi 100
mila i nati ogni anno da madre straniera. Più di 110 mila gli ingressi per motivi familiari.
Nel frattempo, la disciplina dell’immigrazione si è arricchita di
nuove norme: nel 1990 la legge Martelli, che introduce la programmazione dei flussi, nel 1998 la Turco-Napolitano, che scoraggia l’ingresso illegale e istituisce i centri di permanenza temporanea (CPT) per gli stranieri in attesa di espulsione, nel 2002 la
legge Bossi-Fini, che prevede anche la facoltà di espulsione immediata da parte delle forze dell’ordine e rende più difficoltosi
ingresso e permanenza regolare. Nel 2008 i CPT diventano centri
di identificazione ed espulsione (CIE) e gli stranieri vi possono essere trattenuti per un periodo fino a 18 mesi. Dal 2009, come in
Francia, Germania e Regno Unito, anche in Italia l’immigrazione
clandestina è reato ma, nonostante le norme repressive e punitive,
è costante e ampia: nel 2011, nella sola Lampedusa sono sbarcati
illegalmente circa 60 mila disperati, in arrivo dalle sponde africane del Mediterraneo.
Oggi l’emigrazione italiana all’estero è un fenomeno limitato,
ma costante. Nel 2011, gli italiani residenti all’estero sono arrivati
a 4.115.235, un milione in più rispetto a sei anni prima, a fronte
dei 60.626.444 residenti in Italia. Agli espatriati nei decenni passati e ai loro figli, si aggiungono laureati e ricercatori in cerca di
occupazione, i giovani che vanno a studiare all’estero, 42.433 nel
2008 (dati OCSE), i dipendenti e volontari degli organismi di solidarietà internazionale, 6.153 nel 2007, oltre ai lavoratori e agli
operatori che svolgono attività nelle aree depresse del pianeta.
Intanto, nel territorio nazionale, continuano i trasferimenti di popolazione dal Sud al Nord, pure se in misura nettamente inferiore rispetto ai decenni precedenti. Dal 1997 al 2008, 700 mila persone
hanno abbandonato il Mezzogiorno. Nel 2008, quando per il settimo
anno consecutivo il PIL delle regioni del Sud è cresciuto meno rispetto al resto del Paese, sono stati 122 mila a spostarsi nel Centro-Nord,
mentre 60 mila persone hanno fatto ritorno.
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Immigrati sugli schermi
Dagli anni Ottanta, tranne qualche guizzo d’autore, il cinema italiano mette da parte l’attenzione per i fenomeni sociali e le vicende
del presente. Questo vale ancora di più nei confronti delle ondate
migratorie verso l’Italia e dei profondi mutamenti conosciuti dal
nostro paese a seguito dell’arrivo e dell’inserimento di milioni di
cittadini stranieri. Per molto tempo, sono sporadiche, sebbene quasi
sempre di qualità, le pellicole che portano sullo schermo problematiche e contraddizioni legate a un fenomeno così nuovo e dirompente.
Solo intorno al 2005, autori e produzioni cominciano a prendere
in considerazione in maniera diffusa la presenza degli stranieri
nella quotidianità produttiva, sociale e culturale.
Fino ad arrivare al 2011, quando arrivano nelle sale una ventina
di film italiani che raccontano storie di immigrati o comunque propongono una rappresentazione cinematografica di personaggi e
comunità straniere. È l’anno in cui la Mostra del Cinema di Venezia
presenta una decina di film in cui gli immigrati sono protagonisti e
ne premia due: Terraferma di Emanuele Crialese con il Premio Speciale della Giuria, poi scelto per rappresentare l’Italia nella corsa
agli Oscar, e Là-bas di Guido Lombardi con il Leone del Futuro per
la migliore opera prima.
Nei cinema arrivano storie di arrivi e di speranza, di accoglienza e di rifiuto, di emarginazione e di integrazione, ispirate a vicende reali e all’atteggiamento contraddittorio della società: capace di solidarizzare con lo straniero mentre lo criminalizza con leggi speciali, di inserirlo a pieno titolo nei processi produttivi, mentre lo tiene ai margini della comunità, di restare affascinata dalle
diversità di cultura e costumi, mentre li considera pericolosi per la
propria conservazione. Tutto questo si specchia, ovviamente, nei
racconti cinematografici, che nella maggior parte dei casi portano
alla ribalta gli altri per svelare debolezze, sogni, paure, ipocrisie e
anche orrori. Raro, ma sempre più frequente negli ultimi anni, è
invece l’uso della macchina da presa per documentare semplicemente esistenze diverse dalle nostre, che con le nostre hanno a
che fare, senza puntare a dimostrare nulla, con il solo sforzo di
guardare per conoscere.
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Le prime apparizioni
In Campania sfruttati nei campi, a Roma incatenati alla prostituzione, in Veneto sottopagati in fabbrica e segregati nella vita sociale.
Le pratiche razziste di un’Italia improvvisamente obbligata a fare i
conti con un fenomeno inedito, quali erano allora le ondate migratorie dai paesi africani, sono prontamente portate alla luce, quasi
con i tempi della cronaca giornalistica, nell’esordio alla regia di Michele Placido, autore coraggioso di Pummarò (1989) uno tra i primissimi lungometraggi del cinema italiano su storie di immigrazione. Il film segue l’itinerario della speranza di Kawaku (Thywill A.K.
Amenya), giovane laureato del Ghana, intenzionato a perfezionarsi
in medicina in Canada, che arriva in Italia, a Villa Literno, per raggiungere il fratello Giobbe, chiamato Pummarò per il lavoro nella
raccolta dei pomodori. Giobbe, però, è fuggito dopo avere affrontato duramente il capo camorrista locale per una rivendicazione di
paga. Kawaku sperimenta lo sfruttamento nei campi e dorme nei
loculi ancora liberi del cimitero, come altri clandestini. Infinitamente distante da quella che si era immaginato, l’amara realtà gli viene
sbattuta in faccia violentemente: «Ma che pensavi di trovare in questo paese di merda? Amicizia, solidarietà... so’ tutte stronzate!».
Sulle tracce del fratello, Kawaku se ne va a Roma, dove in un contesto di degrado e di emarginazione gli immigrati come lui sono in
balia di protettori e spacciatori, e poi a Verona. A prima vista, nella
città veneta l’integrazione sembra a portata di mano: trova un impiego regolare, le figlie dei suoi connazionali che lo ospitano si
esprimono in stretto dialetto veneto, sta imparando l’italiano e frequenta sentimentalmente Eleonora (Pamela Villoresi), insegnante
nella scuola per stranieri. Ma anche qui Kawaku deve fare i conti
con la violenza di un ambiente sociale che non riesce a superare
pregiudizi e ostilità, nonostante le apparenze ipocritamente civili e
gli esempi di solidarietà. Il film smaschera la realtà: tutto funziona
finché gli immigrati lavorano sottopagati e vivono silenziosi ai margini della società, lontani dagli indigeni. E quando Kawaku parte
per raggiungere Pummarò in Germania, il racconto mostra che, per
chi arriva da terre lontane in cerca di cittadinanza nel benessere occidentale, il percorso tra umiliazione e dolore prosegue in Europa,
anche oltre i confini italiani.
Qualche anno prima di Placido, con L’altra donna (1981) Peter
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Del Monte aveva colto con ironia e leggerezza i segnali di razzismo
a volte inconsapevole, altre volte convinto, insieme all’ipocrisia perbenista e i luoghi comuni che in seguito avrebbero caratterizzato gli
atteggiamenti nei confronti delle ondate migratorie dall’Africa,
sempre più significative. Il film racconta di Regina (Fantu Mengasha), che dall’Etiopia arriva a Roma per lavorare come governante a casa di Olga (Francesca De Sapio), giovane borghese separata e
con un figlio. Regina è in fuga dalla guerra civile che dilania il suo
paese e disperde la sua famiglia. Olga è preda di angosce e insicurezze, che minano l’equilibrio emotivo, mantenuto a dosi di psicofarmaci, e il rapporto con il figlio. La storia si sviluppa attorno alla
crescita della relazione di amicizia tra le due donne: una concreta e
coraggiosamente determinata a rivendicare il diritto a una vita dignitosa, l’altra fragile e disperata nella vuota apparenza di un benessere ormai scontato. Simbolicamente, l’incontro-scontro tra Africa e Occidente?
Quasi vent’anni dopo, con La ballata del lavavetri (1998) Del Monte torna a soffermarsi sugli stranieri nel nostro paese, questa volta
sollecitato dai flussi consistenti in arrivo dall’Est europeo alla fine
degli anni Ottanta. Protagonista della storia è una famiglia polacca,
arrivata a Roma per un’udienza con il Papa, che decide di restare
nella Capitale in attesa del visto per il Canada, arrangiandosi come
all’epoca fecero migliaia di loro connazionali: gli uomini lavavetri ai
semafori e le donne a servizio presso famiglie italiane. Integrazione,
intolleranza e sfruttamento sono temi attraversati dal racconto, che
privilegia il tono grottesco e surreale.
Dopo avere affidato a un’immigrata dalla Russia post-comunista
il compito di togliere il velo sulle miserie dell’Occidente democratico e capitalista (Un’altra vita, 1992), Carlo Mazzacurati sceglie un’altra donna dell’Est Europa, questa volta per farne la protagonista di
una storia drammatica di immigrazione tentata in Vesna va veloce
(1996). Vesna (Tereza Zajickova) è una ventenne cecoslovacca arrivata a Trieste con un pullman turistico, che abbandonati i suoi connazionali per restare in Italia, senza bagagli e senza denaro, sceglie
di procurarsi da vivere con la prostituzione. Nel portare sullo
schermo una situazione come questa, per niente rara, Mazzacurati
sospende il giudizio e si limita a raccontare con sensibilità e accuratezza delle immagini. Per arrivare a scelte estreme, come decidere
volontariamente di vendere il proprio corpo, piuttosto che tornar105
sene in patria, probabilmente Vesna ha ragioni valide e dolorose,
anche se il film non le rivela e le lascia aperte alle ipotesi dello spettatore. Lo sguardo del regista preferisce seguirla nei suoi percorsi
del desiderio tra le vetrine scintillanti del centro cittadino o mentre
conta, riconta e nasconde il denaro ricevuto dai suoi clienti. Solitaria e caparbia fino alla testardaggine, Vesna non accetta regali da
nessuno: vuole esclusivamente il pagamento delle sue prestazioni,
per conquistare senza legami e con le sue sole forze il diritto all’indipendenza e l’accesso al benessere. «Le persone che ti vogliono bene – scrive Vesna a un’amica – vogliono tenerti sempre con loro e
alla fine ti fanno soffrire. Io penso invece che (solo) la malattia e la
morte debbano far soffrire… e la miseria».
Nell’ultimo decennio del Novecento, a seguito del crollo dei regimi comunisti, si intensificano in Italia i flussi di immigrati dall’Est
Europa, che lasciano i disastrati paesi di origine con la speranza di
partecipare al tanto propagandato benessere del vicino Occidente.
Appunto Occidente (1999) si intitola il film di Corso Salani in cui
Malvina (Agnieszka Czekanska) è una giovane donna attivamente
coinvolta nella rivoluzione rumena, che nel 1989 ha abbattuto la
dittatura di Ceausescu. «Farei qualsiasi cosa, perché questa fosse
davvero la libertà», annuncia la sua voce sulle immagini di repertorio che aprono il film, «Speriamo di avere da oggi in poi il diritto di
essere uomini». Dieci anni dopo, Malvina ha trasferito il suo sogno
di libertà da Bucarest in Italia, dove conduce una vita solitaria ad
Aviano, tra il lavoro nel locale frequentato dai soldati americani
della vicina base militare statunitense e il corso per infermiera: straniera tra gli stranieri. Come estraneo al luogo e alle persone è anche Alberto (Corso Salani), insegnante nel locale istituto alberghiero, che nota Malvina e dietro allo sguardo apparentemente sereno
ne coglie il disagio e l’inquietudine. Nelle sue note, il regista scomparso nel 2010 spiegava come «l’osservazione della vita di Malvina
fa da filo conduttore a un discorso più ampio su come le persone
affidano le proprie speranze al futuro e su come poi vengono disilluse dal presente, da qualunque presente».
Al difficile rapporto amoroso e ai tentativi di connessione tra la
rom Pabe (Maria Bako’) e Pietro (Fabrizio Bentivoglio), addetto
alla sicurezza in un grande magazzino di Milano, Un’anima divisa in
due (1993) di Silvio Soldini affida la rappresentazione delle modalità di approccio tra culture lontane e diverse. Diffidenza e avvici106
namento, affermazione della rispettiva identità, assimilazione e
adattamento, conflitto: le fasi attraversate dai due, sospinti dall’attrazione e dall’interesse reciproci, sono quelle individuali e collettive che caratterizzano l’incontro con l’altro. Soldini le descrive con
affetto e anche ironia, limitandosi a osservarle con approfondita attenzione. Per la sua interpretazione Bentivoglio ha ricevuto la
Coppa Volpi e il Premio Pasinetti nella Mostra del Cinema di Venezia del 1993.
Una donna straniera è protagonista anche in L’assedio (1998) di
Bernardo Bertolucci, che percorre con la macchina da presa tortuosi percorsi d’amore e sentimenti, sollecitando riflessioni più ampie
su culture e identità. L’africana Shandurai (Thandie Newton) lascia
il suo paese governato da un regime violento, che le ha imprigionato il marito per ragioni politiche. A Roma, Shandurai si mantiene
negli studi facendo la cameriera in cambio dell’affitto in casa di Mr.
Kinski (David Thewliss), pianista inglese che si è trasferito nell’abitazione su due piani, affacciata su Trinità dei Monti, ereditata
dalla zia. Quando confessa il suo incontenibile e disperato innamoramento alla ragazza, Mr. Kinski le annuncia che farà qualunque
cosa per esserne riamato. Shandurai lo respinge e lo provoca chiedendogli di fare uscire il marito dalla galera, poi gli grida con rabbia «Lei non sa nulla dell’Africa!». Fuori, le strade e le chiese della
capitale sono un agglomerato vivace di etnie e culture. Nel palazzo,
tra i due inizia una schermaglia di reciproca seduzione senza dialoghi, fatta di gesti e sguardi, che si esplicita nella contrapposizione
dei classici europei, da Mozart a Beethoven e Scriabin, eseguiti dal
pianista, ai ritmi africani di Salif Keita e Papa Wemba, suonati a tutto volume dallo stereo della ragazza. Intanto, Kinski vende uno dopo l’altro i preziosi oggetti che arredano la casa e Shandurai riceve
buone notizie sulla possibile liberazione del marito. Nella storia, ricca di sensualità ed erotismo evocati e mai esplicitati, è facile leggere
il riferimento all’incontro-scontro tra la decadente Europa e l’Africa
giovane, reciprocamente affascinate dalle rispettive culture, ma separate da rapporti di potere consolidati.
Tra i primi a proporre una rappresentazione cinematografica
degli stranieri in Italia, della loro quotidianità e dei loro sogni, è
un altro debuttante alla regia di lungometraggio. Tra finzione e
realtà, Matteo Garrone in Terra di mezzo (1996) racconta le prove di
sopravvivenza di alcuni immigrati a Roma. Nel primo episodio, le
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chiacchiere leggere di tre prostitute nigeriane, al lavoro su una
strada nella campagna desolata nella periferia della capitale, sono
interrotte da richieste, confidenze e contrattazioni dei clienti che
arrivano su furgoni di servizio, in motorino, in bicicletta e addirittura a piedi. L’altra storia è su due ragazzi albanesi esperti in nulla
e disponibili allo sfruttamento per poche lire, pur di vincere la
concorrenza degli altri immigrati irregolari, che offrono manovalanza in nero per ristrutturazioni edilizie, accalcati lungo una delle
vie in uscita dalla città. Protagonista del terzo struggente episodio
è Amed, gestore abusivo di un distributore notturno di benzina,
dove transitano personaggi, storie, farneticazioni e frammenti di
violenza urbana. Alla realtà cupa e amara, si alternano i ricordi
immaginari di Amed, che in un filmato in bianco e nero, girato
nella sua casa in Egitto, sorride elegante mentre rievoca un ipotetico passato di successo in Italia. Nelle note di regia, l’allora esordiente Garrone spiega che nel film «il malessere, la tensione sociale
di queste immagini sono già abbastanza evidenti. Per questa ragione non ho voluto sottolinearle, ho lasciato che fossero i protagonisti veri a parlare, a inventare dialoghi, lasciandoli liberi di improvvisare. Su questi volti segnati si riflettono gli italiani, come l’altro
lato di uno specchio».
Un paio di anni più tardi, con Ospiti (1998) Garrone riprende il
discorso e segue i giovani albanesi, Gheni e Gherti, (Llazar Sota e
Julian Sota, già nel film precedente del regista), che lavorano in un
ristorante, nei pressi di Roma. Il proprietario (Gianni Di Gregorio)
trova ai ragazzi una camera nella casa di Corrado (Corrado Sassi),
un fotografo artistoide e stralunato che abita ai Parioli. «Sono deliziosi, due bravi ragazzi, ma gli amici chissà… Di questi tempi, meglio stare attenti. Registrali alla polizia. Sai, il condominio, i vicini,
qualcuno può protestare…»: tra ipocrisia e avvertimenti mafiosi, a
difesa di una sicurezza personale che nessuno minaccia, le reazioni
dei condomini all’ospitalità offerta ai due ragazzi esprimono pregiudizi e ostilità diffusi nei confronti dello straniero arrivato nel cortile di casa. Garrone li registra prontamente, senza calcare la mano,
per quello che sono, ovvero segni di un disagio appartenente da
sempre a tutte le comunità umane, ma non per questo più accettabili. Come non manca di evidenziare la solidarietà spontanea almeno emotiva di chi ha affrontato, in tempi lontani, il peso di altre
migrazioni: Gherti familiarizza con Lino, ex portiere dello stabile,
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emigrato nella capitale decenni prima dalla Sardegna in condizioni
simili a quelle dei ragazzi albanesi.
Matteo Garrone
Dagli immigrati dei suoi film di esordio, Garrone passa a raccontare
storie di disagio esistenziale in Estate romana, le pericolose ossessioni
morbose dei personaggi di L’imbalsamatore e di Primo amore, prima di arrivare al successo internazionale con Gomorra, che vince il Gran Prix du
Jury a Cannes e un’infinità di riconoscimenti internazionali e nazionali.
Nel film tratto dal romanzo omonimo di Roberto Saviano, protagoniste
sono le vite umane coinvolte o assoggettate dalla criminalità organizzata
a Napoli. Una parte importante del racconto è dedicato alla comunità
cinese, partecipe e succube degli affari illegali sui cui fonda la propria
attività la camorra. Gli stranieri, in questo caso, sono tanto ingranaggi
quanto motori di un sistema fondato su violenza e sfruttamento, che
ha l’unico obiettivo di accumulare denaro per accrescere il suo potere
sulle cose e sull’umanità. Il nuovo film di Garrone, vincitore di un altro Gran Prix du Jury nell’edizione 2012 del Festival di Cannes, è
Reality: protagonista è un pescivendolo napoletano che, dopo un provino per entrare nel «Grande Fratello», muta la propria percezione
della realtà.
Italiani migranti di ieri
Tutto preso dalle questioni della sicurezza e della salvaguardia
del benessere conquistato dai cittadini, minacciati dalla numerosa
presenza di migranti, il dibattito pubblico si è occupato poco delle
condizioni di vita degli stranieri nel nostro paese, ancora meno di
accoglienza e integrazione, con rari riferimenti alle migrazioni di
cui sono stati protagonisti e anche vittime gli italiani, tanto all’estero
quanto entro i confini nazionali, e che, sebbene ridotte, non sono
mai cessate. Sugli schermi, alcuni tra i più significativi titoli arrivati
in sala negli ultimi vent’anni hanno contribuito a rivitalizzare la
memoria svanita di un passato neanche tanto passato, in cui gli altri
erano gli italiani, spesso anche in patria: ricordare suggerisce come
affrontare il presente senza isterie né psicosi.
Negli anni Novanta gli albanesi sono tra i protagonisti delle onda109
te migratorie che investono l’Italia. Per lungo tempo non si fa che
parlare di come fronteggiare gli sbarchi continui di clandestini in
Puglia e di come aiutare il paese sull’altra sponda dell’Adriatico a riprendere il controllo della difficile situazione interna. L’Albania è
una terra che evoca memorie di un passato spesso dimenticato o rimosso. Gianni Amelio gira Lamerica (1994), uno dei suoi film più apprezzati, premiato nella Mostra del Cinema di Venezia con l’Osella
per la regia e con il Pasinetti per il migliore film, oltre che con due
Nastri d’argento. La pellicola inizia con le immagini di repertorio
del 1939, quando le truppe italiane sbarcano in Albania per farne
una regione di quello che nelle ambizioni di Mussolini doveva essere
l’impero fascista. Il Cinegiornale dell’epoca commenta «Tra la pura e
gagliarda gente di Albania entra la civiltà». La macchina da presa
torna poi al 1991: nel caos del paese sull’altra sponda dell’Adriatico,
uscito dalla dittatura e avviato faticosamente verso la democrazia, gli
italiani Fiore (Michele Placido) e Gino (Enrico Lo Verso) utilizzano
corruzione e imbrogli per aprire un’industria fantasma di scarpe, che
poi chiuderanno per rivenderla a prezzi maggiorati. La truffa, però,
fallisce e lascia Gino in mezzo ai guai, insieme all’anziano Spiro
(Carmelo Di Mazzarelli), tirato fuori da un ricovero per ex detenuti
politici del regime comunista per fare da prestanome per la proprietà dell’azienda fittizia. In realtà, il vecchio è un italiano e si chiama
Michele Talarico. Nella confusione delle folle di albanesi in fuga verso i porti da dove partire per l’Italia, su camion riempiti fino all’inverosimile, tra la polvere delle strade sterrate e bar gremiti di persone
incantate davanti al peggio della televisione italiana, il suo racconto
frammentario e delirante indica il percorso in sottotraccia del film.
Ricorda che, quando è partito per la guerra in Albania, molti suoi
conoscenti erano andati «in America, in Argentina… hanno fatto i
piccioli… Lì è un’altra cosa». È la malinconica e saggia idiozia di Michele, convinto di essere diretto a una nave che lo porterà a «Nuova
York», a sollecitare il parallelo: le storie e le aspettative degli italiani
che si imbarcavano per l’America sono le stesse dei giovani albanesi
che guardano all’Italia come alla terra della felicità.
Pochi anni dopo, con Così ridevano (1998), vincitore del Leone
d’oro nella 55a Mostra del Cinema di Venezia, Amelio punta diritto
al cuore della grande migrazione da Sud a Nord, che tra gli anni
Cinquanta e Sessanta, nel passaggio dal dopoguerra al boom economico, fa incontrare le due parti di un’Italia unificata sulla carta
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da un secolo, ma ancora profondamente separata sul piano economico e culturale. In sei giornate tra il 1958 e il 1964, il film racconta
di Giovanni (Enrico Lo Verso) e Pietro (Francesco Giuffrida), fratelli
siciliani emigrati a Torino, nel periodo in cui la Fiat era meta e speranza dei senza lavoro provenienti dal Meridione. Il maggiore dei
due raggiunge nel capoluogo piemontese il più giovane Pietro, intenzionato a farsene carico affinché prenda il diploma di maestro e
ottenga il riconoscimento sociale per sé e per la famiglia, cui Giovanni, analfabeta, sembra non potere aspirare. L’arrivo nella città
avviene in una stazione popolata esclusivamente da emigranti che,
oltre a salire e scendere dai treni, la usano come riferimento per incontrarsi e come ricovero per la notte. La priorità per Giovanni è
sostenere materialmente l’adorato fratello, al quale riserva una dedizione totale: lo porta subito via dal degrado della casa di ringhiera in cui abita con altri meridionali e gli affitta una stanza in un appartamento signorile, mentre lui si arrangia in condizioni misere,
da un impiego provvisorio all’altro, fino a mettere in piedi attività ai
limiti della legalità che lucrano proprio sulle necessità di alloggio e
di lavoro degli altri immigrati. Giovanni scopre che «A noi meridionali a Torino non ci vogliono» e che il destino di chi è venuto al
Nord per fare fortuna è spesso infelice. Come confermano gli eventi
successivi, che conducono Pietro a sacrificare le proprie ambizioni,
quando per salvare il fratello dal carcere si assume la responsabilità
di un delitto. Attraverso la drammatica vicenda dei due fratelli,
Amelio percorre con lucidità l’itinerario doloroso di chi lascia la terra di origine, dall’aspettativa all’amarezza della disillusione, e rimarca l’infondatezza di una serie di luoghi comuni, utili per scopi
consolatori o manipolatori, che non appartengono però al suo
sguardo cinematografico. Schietto e impietoso, il regista mostra come non sia affatto automatico che la migrazione porti a un miglioramento della propria condizione, anzi può rappresentare un’ulteriore occasione di immiserimento e lacerazione. Così ridevano ricorda
che discriminazione e difficoltà di integrazione non colpiscono solo
in terra straniera e in più hanno ferito gli italiani per mano di altri
italiani. E poi, che la spinta a qualunque migrazione è sempre dettata dal bisogno materiale.
Invece è un viaggio divertente e affettuoso lungo le rotte degli
italiani emigrati oltreoceano nel secolo scorso quello proposto, tra
memoria e mito, finzione e realtà, da La vera leggenda di Tony Vilar
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(2006), primo lungometraggio di Giuseppe Gagliardi. Lo spunto è
la ricerca di Antonio Ragusa, emigrato calabrese partito da Genova
nel 1952 per l’Argentina, dove con il nome di Tony Vilar è diventato il più famoso cantante melodico del Sudamerica nei primi anni
Sessanta, improvvisamente scomparso dalle scene. Per cercarlo,
sulle sue tracce parte un lontano parente, Peppe Voltarelli, musicista e co-sceneggiatore del film, che ha sentito parlare in famiglia di
questo lontano e mitico cugino. Prima tappa è il quartiere della Boca di Buenos Aires, che come spiegano le note del regista «svela la
profonda anima italiana. I colori multiformi delle case sono commentate dal tango, la vera espressione della malinconia dell’emigrante». È il luogo da cui «partiva l’avventura di ogni italiano che
arrivava in Argentina un secolo fa». Le testimonianze raccolte nella
comunità italiana, tra pranzi interminabili, famiglie numerosissime
e potenti, l’ex moglie del cantante e sorsi di un potentissimo liquore
calabrese a casa di un’anziana emigrata, spiegano che Vilar si è trasferito negli Stati Uniti e che la sua carriera artistica è finita quando
i fans in delirio svelarono il suo segreto... Il viaggio si sposta a New
York, nel cuore del Bronx e di Little Italy, con una galleria di italoamericani da caricatura, ma che invece, specifica ancora Gagliardi,
sono «personaggi veri, in carne e ossa, che raccontano già attraverso
i loro nomi la vera Little Italy… testimoniano la loro appartenenza
alla tribù italica, fatta di cibo e croci dorate, pizzerie e bar Portofino,
strette di mani e baci al rallenti». La ricerca prosegue con Tony Pizza, Frank Bastone e Winnie Lucania, che propone «lavoratori, artisti
e politici» come versione aggiornata del luogo comune sugli italiani
d’America «mafia, spaghetti e mandolino». Fino ad arrivare finalmente a lui... Nell’edizione 2006 del Festival del Cinema di Roma,
tornato per la prima volta in Italia dopo 54 anni, l’ormai ultra settantenne Tony Vilar si è presentato commosso ed emozionato alla
proiezione della sua vera leggenda.
Dopo averlo solamente sfiorato con la commedia Once we were
strangers (1997), dove il siciliano Antonio (Francesco Amato) insegue
senza tanta convinzione il sogno americano a New York, Emanuele
Crialese affronta con tutto il talento di cui dispone il tema dell’emigrazione in Nuovomondo (2006). Mito, metafora, storia entrano nel
racconto che, con grande potenza visiva e il simbolismo surreale di
alcune sequenze, riferisce un passato nazionale attraverso le vicende
dei singoli protagonisti. Lo sguardo di Crialese su quel passato ren112
de immediatamente riconoscibili ragioni, aspettative, smarrimento,
pregiudizi e gli altri elementi universali che appartengono alle migrazioni, anche a quelle del presente, nelle quali il nuovo mondo è
l’Italia. La storia si svolge nei primi anni del Novecento: le suggestive inquadrature sulle pietre delle Madonie, con cui apre il film, rimandano a un’epoca arcaica e a una natura selvaggia, nella quale
credenze, riti pagani e segni del cielo aiutano a sopravvivere nella
miseria e indicano la strada per uscirne. Come fa l’arrivo dall’America di cartoline contraffatte con fotomontaggi di uomini sovrastati
da ortaggi enormi, che scatenano sogni e visioni sulle potenzialità
della terra promessa. Per raggiungerla insieme all’anziana madre
Fortunata (Aurora Quattrocchi) e ai due figli Angelo (Francesco Casisa) e Pietro (Filippo Pucillo), Salvatore Mancuso (Vincenzo Amato)
lascia al parroco asini e capre in cambio di abiti, cappelli e scarpe,
appartenuti a deceduti benestanti del paese, «da mettere solo quando incontrate le strade», si raccomanda il prete. Nella memorabile
scena della partenza dal porto, il mare si insinua lentamente e inesorabile tra chi resta a terra, sul molo, e chi è imbarcato, sul ponte
della nave: l’immagine è quella di un’umanità attonita, compatta e
silenziosa, lacerata dall’ignoto che separa la speranza dalla povertà.
Inizia la traversata, uomini da una parte e donne dall’altra, e gli
emigranti siciliani si scambiano le presentazioni: arrivano da Cinisi,
Carini… Per molti di loro, l’orizzonte non andava oltre i confini del
proprio villaggio. «E chi aveva dormito mai con tutti questi stranieri!» esclama sorpreso Salvatore, di Petralia Sottana. «Qua siamo tutti
italiani!», gli rispondono. E lui, incredulo: «Ma che sorta di lingua
parlate?». Alla famiglia Mancuso si è aggregata la signorina Lucy
(Charlotte Gainsbourg), un’elegante inglese che ha bisogno di un
uomo per avere il visto di ingresso negli Stati Uniti. A bordo, Salvatore la prende sotto la sua protezione e accoglie la sua proposta di
sposarla appena sbarcheranno. Nella bolgia di Ellis Island, porta di
accesso a New York e alla terra promessa, il gruppo di siciliani è
una piccola comunità sperduta tra centinaia di migranti di altre
sconosciute nazionalità, tutti sbarcati dopo settimane di navigazione
e ora in attesa dei controlli sanitari, anche umilianti, effettuati dai
militari della Marina statunitense, per accertare l’abilità al lavoro
degli aspiranti cittadini. E poi i test attitudinali, perché, spiegano gli
ispettori della Marina «la mancanza di intelligenza è ereditaria e di
conseguenza contagiosa: vogliamo evitare che i nostri cittadini si
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mescolino con persone meno intelligenti». Chi non è utile produttivamente alla nazione, viene rispedito senza remore in patria: a sorpresa, nel film, l’America delle ricchezze e delle libertà si rivela anticipatrice e modello delle discriminazioni e delle conseguenti persecuzioni, che avrebbero segnato tragicamente il secolo scorso. È un
aspetto che il regista porta in primo piano, sovvertendo la retorica
di tanto cinema statunitense o filo americano e di epica sull’emigrazione italiana. Così come evidenzia lo sforzo immane compiuto
dagli italiani di allora, che fa pensare alla sfida intrapresa dai tanti
migranti di oggi in Italia. Nelle note di regia, Crialese spiega: «L’uomo antico era chiamato a trasformarsi in un arco temporale innaturale, spaventosamente rapido. Doveva dimostrare di poter riuscire a
diventare un uomo moderno, dimostrare di non credere più agli spiriti, ai fantasmi, al diavolo e a tutte quelle cose che non si vedono e
non si spiegano, quindi non esistono». Leone d’argento nella Mostra
del Cinema di Venezia, vincitore di tre David di Donatello e di molti
altri premi internazionali, è stato candidato per l’Italia nella corsa
all’Oscar 2007 per il migliore film straniero. Per il regista, Nuovomondo è la storia di un viaggio che trasforma gli uomini. La meta è
una terra promessa, un luogo oltremare in cui gli uomini, se armati
di buona volontà, possono migliorare la loro vita».
In Belgio per la patria
È un prezioso tassello di memoria collettiva quello recuperato grazie
a Dallo zolfo al carbone (2008), documentario di Luca Vullo sull’esodo
quasi forzato di migliaia di siciliani dalle zolfare dell’isola alle miniere di
carbone in Belgio. Il loro espatrio avvenne insieme a quello di minatori
e contadini trasferiti da altri territori della penisola, a seguito del Patto
tra Italia e Belgio del 1946, firmato dall’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. L’iniziativa fu ritenuta vantaggiosa perché assicurò
un’occupazione all’estero a molti italiani, 140 mila tra il 1946 e il 1956,
per i quali in patria non c’erano possibilità di impiego. In cambio, il
Belgio garantì al nostro paese la fornitura di energia della quale aveva
assoluta necessità per assecondare lo sforzo di industrializzazione e la
ripresa economica nel dopoguerra. Insieme a un ritratto sociale dell’epoca, le toccanti e intime testimonianze raccolte sessant’anni dopo dalla
voce odierna dei ragazzi di allora offrono tracce di riflessione sull’opportunità di quello scambio lavoratori-carbone, che fu pagato nell’oscurità insicura delle miniere belghe da tantissimi giovani, in termini di
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