Prospettive bibliche sulla generatività

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Prospettive bibliche sulla generatività
Prospettive bibliche sulla generatività
Bruno Ognibeni*
Volendo abbozzare una riflessione biblica sul tema della generatività, il primo passo
che viene spontaneamente alla mente è quello della Genesi che racconta la creazione
dell'essere umano:
Dio disse: facciamo l'uomo 1 come nostra immagine2 a noi somigliante,
e dominino 3 sui pesci del mare, gli uccelli del cielo, il bestiame,
tutta la terra ed ogni essere che si muove sulla terra.
Dio creò l'uomo come sua immagine, come immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro:
fate figli4 e moltiplicatevi, riempite la terra e assoggettatela,
dominate sui pesci del mare, gli uccelli del cielo
ed ogni animale che si muove sulla terra. (Gen 1,26-28)
Questi tre versetti ci presentano tre azioni divine in successione:
1) dichiarazione dell'intenzione di creare l'uomo (v. 26);
2) esecuzione di tale intenzione, con la specificazione
che l'uomo è creato maschio e femmina (v. 27);
3) benedizione dell'uomo così creato (v. 28).
* Docente di teologia biblica, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, Roma.
1 In ebraico non vi è l'articolo. Il plurale seguente «dominino» mostra che non è qui inteso un singolo, ma un
collettivo: l'umanità, la specie umana. Stesso passaggio dal singolare al plurale al versetto seguente: “lo creò …
li creò”.
2 La Bibbia CEI traduce: “a nostra immagine”, come se Dio prendesse sé stesso come modello sul quale fare
l'uomo. Io preferisco intendere la preposizione ebraica b- come introducente il predicativo dell'oggetto: Dio crea
l'uomo come sua immagine, perché sia sua immagine.
3 La congiunzione ha valore implicitamente finale: e dominino = affinché dominino. La stessa cosa vale per gli
imperativi del v. 28: fate figli e divenite numerosi = fate figli al fine di diventare numerosi; riempite la terra e
assoggettatela = riempite allo scopo di assoggettarla.
4 Letteralmente: «fate frutti».
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Come già quella del firmamento (cfr. Gen 1,6-7), degli astri (14-16), degli animali
acquatici e alati (20-21) e terrestri (24-25), la creazione dell'uomo è prima annunciata e poi
effettuata. L'annuncio ha manifestamente lo scopo di mettere in chiaro il fine della creazione
degli esseri umani, la ragione per cui sono stati creati. Tale ragione è con tutta evidenza il
dominio sugli altri esseri viventi: dopo avere reso abitabile la terra e averla popolata di una
grande varietà di viventi, il creatore volle fare una specie dominante: l'uomo. Il Salmo 8 loda
il Signore appunto per la posizione dominante concessa all'uomo, con grande enfasi definita
poco inferiore a quella divina (cfr. Sal 8,6).
Nel disegno divino l'uomo ha dunque il compito di governare5 la terra: “il cielo è il
cielo del Signore, ma la terra l'ha data ai figli dell'uomo” (Sal 115,16). Per assolvere tale
compito gli uomini devono essere in gran numero. Per questo Dio fa il maschio e la femmina
e li benedice perché possano avere molti figli. Tale benedizione viene reiterata dopo il
diluvio, quando Noé e i suoi tre figli escono dall'arca, sempre in funzione dell'assolvimento
del loro compito di dominare sugli altri esseri viventi (cfr. Gen 9,1-2).
Nel racconto della creazione del mondo, che appartiene letterariamente al cosiddetto
scritto sacerdotale, la distinzione tra i sessi appare inequivocabilmente ordinata alla
procreazione. L'uomo è stato fatto maschio e femmina per potersi riprodurre, e in tal modo
riempire e dominare la terra, secondo la dignità per lui stabilita dal suo creatore. Tale dignità
si conferma di generazione in generazione:
A centotrenta anni, Adamo generò come la sua somiglianza
secondo la sua immagine, e gli diede il nome Set. (Gen 5,3)
Set somiglia a suo padre, il quale è simile a Dio. L'atto generativo perpetua quindi nel
mondo la presenza dell'immagine divina.6 Esso è in certo modo il succedaneo dell'atto
5 Non è inteso certamente un dominio dispotico. Dall'autorità il mondo antico si attende la cura dei sudditi, e non
solo il mantenimento dell'ordine.
6 Il Talmud riporta (cfr. yebamot, 63 b) la sentenza di R. Ya‘aqob, per il quale chi non fa figli è come se
diminuisse l'immagine divina.
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creativo.7 La nascita di figli è considerata un dono divino: “se il Signore non costruisce la
casa,8 inutilmente vi si affaticano i suoi costruttori … eredità del Signore i figli, ricompensa il
frutto del grembo” (Sal 127,1.3).
Merita di essere sottolineato il fatto che il racconto della creazione ci presenti alle
origini una coppia umana, e non divina. La Genesi non racconta di dei che si uniscono a dee,9
come era comune nel mondo religioso dell'antichità, ma di un primo uomo e una prima
donna. Con ragione sottolinea questo dato P. Grelot: “se il matrimonio non ha un archetipo
divino, vi è dunque un prototipo umano, creato da Dio all'origine, che resta per sempre il
modello da riprodurre”.10 Giova ricordare a questo proposito che nelle antiche culture
mediorientali l'inizio è assai più di una mera categoria temporale, è un evento fondativo: ciò
che è accaduto all'inizio si ripete poi costantemente nel tempo. L'antropogonia è perciò in
certo modo antropologia, o comunque rilevante per l'antropologia.
Passiamo a considerare il racconto successivo, che letterariamente appartiene al
cosiddetto scritto yahwista.11 Rispetto al racconto della creazione del mondo, esso ci offre una
motivazione affatto diversa della distinzione fra i sessi: non la riproduzione della specie, ma
l'aiuto reciproco e la piena integrazione umana. Il marito e la moglie infatti formano insieme
una sola carne (cfr. Gen 2,24), a tal punto che i due possono stare nudi insieme senza provare
vergogna (cfr. Gen 2,25). Di generazione di figli si parla solo dopo il peccato commesso su
istigazione del serpente, per dire che essa costerà alla donna fatica e dolore (cfr. Gen 3,16).
Prima del peccato l'uomo dà alla donna il nome ’isshah, che sottolinea la sua comune natura
7 Il libro della Sapienza attribuisce ad Adamo la qualifica di mónon ktisthénta (Sp 10,1), l'unico ad essere stato
creato, mentre tutti gli altri sono stati generati, e sono quindi meno perfetti di lui. Ciò che è generato dall'uomo
non può infatti essere all'altezza di ciò che é uscito direttamente dalle mani di Dio.
8 E' intesa la famiglia, non l'edificio; e la sua costruzione non è altro che la generazione di figli.
9 Racconta però che in epoca molto antica, prima del diluvio, i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini
(cfr. Gen 6,1-4). Tali matrimoni divino-umani, da cui nascevano dei giganti, sono ricordati soltanto in relazione
alla limitazione della durata della vita umana, e in nessun modo sono presentati come archetipo da cui è derivato
il matrimonio umano.
10 La coppia umana nella Sacra Scrittura, Milano 1968, 30.
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con ’îsh, l'uomo, mentre dopo il peccato le dà il nome chawwah, che sottolinea la sua
funzione di genitrice. Quando lei, Chawwah o Eva come siamo più abituati a chiamarla, mette
al mondo il suo primo figlio, dichiara: “ho generato un uomo con il Signore12” (Gen 4,1). Il
primo figlio di Eva non è però una buona immagine del padre,13 dato che uccide il fratello
minore. La prima moltiplicazione della specie umana sulla terra è seguita dal primo
omicidio.14 Il primo padre e la prima madre non hanno molto da rallegrarsi del primo figlio.
Prima del peccato l'uomo aveva libero accesso all'albero della vita, i cui frutti
assicuravano a chi li mangiava l'immortalità. Dopo il peccato viene espulso dal frutteto perché
non possa più cibarsene (cfr. Gen 3,22): infatti ormai il suo destino è la morte (cfr. Gen 3,19).
Una delle domande, forse la principale, cui il racconto dell'Eden, il cui intendimento
eziologico è manifesto, si propone di dare risposta, è appunto la domanda sulla morte: perché
gli uomini muoiono? Non era questa l'intenzione del creatore, risponde l'autore del racconto;
l'uomo era stato creato per l'immortalità,15 e si è procurato con le sue mani la mortalità
quando ha voluto disobbedire alla legge del Signore.
La generazione di figli appare quindi come un surrogato dell'immortalità perduta.
L'uomo non rimane per sempre su questa terra, ma ci rimangono i suoi figli, il suo “seme”,
qualcosa dunque di lui.16 Nel figlio l'uomo continua a vivere. Insegna il Siracide: “suo padre è
defunto, ma è come se non fosse morto, poiché ha lasciato dopo di sé uno simile a sé” (Sir
30,4). Nell'apocrifo libro di Henoch si legge: “ho dato loro delle mogli, perché le inseminino
11 Il quale oggi non è più considerato più antico dello scritto sacerdotale, come era communis opinio fino a non
molto tempo fa. Ambedue risalgono con discreta probabilità al periodo postesilico, e ambedue utilizzano
tradizioni precedenti.
12 Cioè con l'aiuto del Signore. La Bibbia CEI traduce: «ho acquistato un figlio dal Signore»; se si vuole dare al
verbo qanah il senso “acquistare”, certamente più comune che “generare”, non lo si dovrebbe però riferire
all'acquisto di un figlio, ma piuttosto di un marito.
13 Non per nulla la versione aramaica nota come Targum pseudo-Yonatan fa di Caino un figlio non di Adamo,
ma dell'angelo ribelle Shammael.
14 Commesso su istigazione del diavolo, «omicida fin dal principio» (Gv 8,44).
15 O meglio l'eterna giovinezza.
5
e generino dei figli, così che non tutto scompaia di ciò che hanno fatto sulla terra” (15,5). Tale
è infatti la funzione della donna, nella cultura del tempo in cui si sono formati i libri biblici, e
del tempo successivo, fino praticamente ai nostri giorni. In questa cultura la donna è un bene
estremamente prezioso, poiché senza di lei l'uomo non può in nessun modo avere dei figli, e
quindi continuare a vivere dopo la morte fisica. In questa cultura è sommamente apprezzata la
longevità,17 ma ancora di più la discendenza: l'uomo non vuole morire completamente, e
desidera lasciare dietro di sé un continuatore della sua vita e della sua azione. Non desidera
unicamente la sopravvivenza biologica, ma anche e soprattutto la sopravvivenza della sua
opera. Il figlio deve essere anche erede. Ciò che conta è infatti essenzialmente l'eredità. Così
si lamenta Abramo: “Signore Dio, qualunque cosa tu mi dia, io continuo a non avere figli …
Tu non mi hai dato discendenza, ed il mio domestico sarà il mio erede” (Gen 15,2-3).
L'analisi delle leggi matrimoniali dell'Antico Testamento viene a confermare
l'importanza di questo dato. A. Tosato giunge alla seguente conclusione circa il fine del
matrimonio israelitico: “il matrimonio, nel garantire ad un uomo l'esclusiva e stabile
acquisizione di una donna (fine giuridico primo ed immediato), mira in definitiva a garantirgli
preminentemente una discendenza legittima (fine giuridico secondo e mediato)”.18 In Israele,
come per l'antico Oriente in generale, essere padre è più importante che essere marito: il fine
secondo e mediato è dunque in realtà quello preminente. Si diventa mariti per diventare padri,
così da avere a chi lasciare la propria eredità.
Lo stesso Tosato distingue utilmente tra fine istitutivo e fine personale:19 come
istituzione il matrimonio è ordinato alla discendenza, ma ciò non impedisce che offra alla
persona anche la soddisfazione del suo bisogno di compagnia e di affetto. Il matrimonio serve
tanto la causa della vita quanto la causa dell'amore. In un'epoca in cui non è stata ancora
16 Non di lei. Giova ricordare che l'ovulo femminile è stato scoperto da un medico tedesco nella prima metà del
XIX secolo d.C. Prima si riteneva che il figlio derivasse dal solo seme paterno, che la donna riceveva nel suo
corpo per darlo a suo tempo alla luce (come il terreno riceve il seme e produce a suo tempo la pianta).
17 La richiesta di una lunga vita sulla terra ricorre con una certa frequenza nei Salmi, in genere motivata con il
fatto che dai morti non sale nessuna lode a Dio, il quale ha dunque convenienza a mantenere in vita uno che
possa rendergli lode.
18 Il matrimonio israelitico. Una teoria generale, Roma 1982 (Analecta Biblica 100), 120.
19 Ibidem.
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rivelata la risurrezione dai morti, non può sorprendere che l'amore sia sentito come un
bisogno minore rispetto a quello di continuare a vivere.
Osserviamo en passant che i libri sapienziali dell'Antico Testamento mettono in valore
quello che abbiamo chiamato fine personale del matrimonio. I Proverbi presentano la moglie
soprattutto come la compagna fidata dell'uomo, quella che la Genesi chiamava “un aiuto
simile a lui” (cfr. Gen 2,18.20); e per esaltare la sapienza, non trovano di meglio che
paragonarla ad una buona moglie.
Rileviamo pure che all'interno dell'Antico Testamento i libri sapienziali sono quelli che
più sottolineano l'importanza dell'educazione. Se il già citato Salmo 127 proclamava beato
l'uomo che ha tanti figli quante frecce contiene la sua faretra (cfr. Sal 127,5), il Siracide non
teme invece di dichiarare che “è meglio morire senza figli che avere figli empi” (Sir 16,3).
Non è il numero che conta ma la qualità, e la qualità essenziale in un figlio è il timore del
Signore, cioè la religiosità, che in questa cultura è pure moralità o fonte di moralità.
Pure l'autore della Sapienza dichiara: “migliore la mancanza di figli unita a virtù, poiché
vi è immortalità nel suo ricordo” (Sp 4,1). L'uomo non vince la morte generando molti figli,
ma praticando la virtù, che è veramente immortale. Poco prima aveva dichiarata beata la
sterile che non si è macchiata di adulterio e l'eunuco che non ha commesso iniquità (cfr. Sp
3,13-14). Sono beatitudini che vanno naturalmente comprese come comparative: è più beata
una sterile che un'adultera, un eunuco che un iniquo. Non è il fatto di non poter avere figli che
rende beati, ma l'osservanza della legge divina. La sterilità non è più dunque ipso facto un
segno di maledizione, poiché essa non impedisce la pratica della giustizia. E' vero che l'autore
della Sapienza crede che “i giusti vivono per sempre” (Sp 5,15). La certezza di una vita oltre
la morte libera l'uomo dall'angoscia di morire giovane e da quella di non avere una
discendenza. La pratica della giustizia può pertanto diventare il vero valore della vita e
l'aspirazione definitiva dell'uomo. All'empio non toccano peraltro che mogli stolte e figli
cattivi (cfr. Sp 3,12), i quali avranno a loro volta una vita piena di sventure: “di una
generazione ingiusta amara è la fine” (Sp 3,19). Padre peccatore, figlio sventurato: l'autore
della Sapienza ha una visione pesantemente deterministica dell'esistenza umana.
L'educazione religiosa dei figli è uno dei precetti più importanti della legge di Mosé. Lo
incontriamo ad esempio nella preghiera detta Shema‘ Israel, che il pio Israelita recita ogni
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giorno dopo essersi legati al braccio e alla fronte i filatteri: “queste parole che io oggi ti
comando siano sul tuo cuore,20 inculcale ai tuoi figli e parlane,21 quando sei seduto in casa e
cammini per strada, quando ti corichi e quando ti alzi” (Dt 6,6-7; cfr. 11,18-19). Non si pensa
solo alla memorizzazione dei comandamenti, ma all'intera storia sacra in cui sono incastonati,
storia che non è una mera cornice narrativa, ma è essa stessa insegnamento e rivelazione.
Strumento essenziale dell'educazione religiosa è la narrazione:
Ciò che abbiamo sentito e conosciuto, e i nostri padri ci hanno raccontato,
non lo terremo nascosto ai loro figli,
alla seguente generazione raccontando le lodi del Signore,
la sua forza e i prodigi che ha compiuto.
Una testimonianza ha istituito in Giacobbe, una legge ha posto in Israele,
che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli,
perché la conosca la generazione seguente, i figli che saranno generati,
sorgeranno e la faranno conoscere ai loro figli,
perché ripongano in Dio la loro fiducia,
non dimentichino le opere di Dio e i suoi comandamenti custodiscano,
e non siano come i loro padri, generazione sviata e ribelle,
generazione il cui cuore non fu costante
e il cui spirito non fu stabile con Dio. (Sal 78,3-8)
Il salmista parla qui di tre generazioni: i padri hanno raccontato ciò che Dio ha fatto, i
figli lo raccontano perché i loro figli imparino e possano a loro volta raccontarlo alla
generazione seguente, in una catena ininterrotta. Ogni nuova generazione ha bisogno di
conoscere le opere di Dio, che fungono da premessa e giustificazione per i comandamenti la
cui osservanza conduce alla salvezza. Ha pure bisogno di conoscere gli errori delle
generazioni precedenti, per evitarli e non sperimentare gli stessi tragici esiti della
disobbedienza.
L'educazione era compito dei padri o anche delle madri? La testimonianza biblica non
consente qui risposte univoche. I Proverbi ammoniscono: “Figlio mio, ascolta l'esortazione di
tuo padre e non gettar via l'insegnamento di tua madre” (Pr 1,8, cfr. 6,20), ma non sembra
20 Cuore qui è sinonimo di memoria.
21 Oppure: “pronunciale”, ripetendole per non dimenticarle.
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trattarsi di più che del consueto parallelismo cui fanno frequente ricorso tanto la salmica
quanto la gnomica ebraica. D'altra parte va considerato che i libri sapienziali sono indirizzati
a lettori unicamente maschili, dal momento che l'istruzione era riservata agli uomini.22 La
prospettiva dei libri sapienziali è quindi programmaticamente androcentrica.23
Con ciò non è assolutamente in contraddizione il fatto che la sapienza stessa sia
rappresentata con tratti femminili.24 Lo è d'altra parte pure la stoltezza. L'immagine femminile
è usata infatti per evocare la capacità di attrarre e sedurre, non di insegnare e ammaestrare. La
sapienza è qualcosa di cui ci si può, anzi conviene innamorarsi, assai più che di una bella
donna.
Tra i compiti più importanti di un genitore è la scelta di una moglie per il proprio figlio.
Il criterio prioritario è l'appartenenza alla stessa nazione, e dentro questa alla stessa tribù, e
dentro questa allo stesso parentado. Abramo invia il domestico a cercare una moglie per
Isacco tra i suoi parenti (cfr. Gen 24). Ciò è proposto come esempio da imitare dal libro di
Tobia, che si ispira a un principio di stretta endogamia: “prendi una moglie che sia della stirpe
dei tuoi padri: non prendere una moglie straniera, che non sia della tribù di tuo padre, perché
noi siamo figli di profeti” (Tb 4,12). Il libro di Rut racconta di una moabita che si converte
alla religione di Israele: “il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio il mio Dio” (Rt 1,16).
Ester va in moglie al re persiano Assuero, ma ciò fa parte di un disegno provvidenziale che la
fa strumento di salvezza per il suo popolo. Il suo è un matrimonio politico, non un matrimonio
modello. Ester non esita a mettere a rischio la sua dignità di regina e la sua vita stessa per
intercedere a favore del suo popolo minacciato di sterminio. La morale ultima della storia è
appunto questa: l'appartenenza ad Israele viene prima di qualsiasi altra appartenenza e
interesse.
22 Esisteva probabilmente un'istruzione riservata alle ragazze, impartita verisimilmente dalle madri, ma la
Bibbia non l'ha conservata e ne ignoriamo quindi il contenuto.
23 In Pr 31,1-9 troviamo tuttavia «le parole di Lemuel re di Massa, che gli insegnò sua madre», che iniziano con
l'ammonimento a non andare a donne e a non darsi all'ubriachezza.
24 Negato da F. Mies (cfr. «Dame Sagesse en Proverbes 9: une personnification féminine?», Revue Biblique 44
[2000], 77-91), con argomenti a mio parere deboli.
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Questo senso di appartenenza comanda anche tutta la dinamica generativa. Non si fanno
figli solo per sé stessi o per la propria famiglia, ma soprattutto per la nazione. Tale prospettiva
si afferma soprattutto nel periodo successivo all'esilio, quando Israele ha perduto
l'indipendenza politica ed è una provincia all'interno di un impero (babilonese, persiano,
ellenistico, romano), minacciato pertanto di assimilazione. L'identità si mantiene soprattutto
nella famiglia e nella vita di famiglia. La famiglia deve restare ebraica se si vuole che la
nazione intera rimanga ebraica. La “discendenza santa” (Esd 9,2) non si deve mescolare con
le altre nazioni, profane ed impure. Israele deve rimanere Israele: moglie e figli devono essere
amati in funzione di questa suprema esigenza.25
È tempo di passare al Nuovo Testamento. La sua testimonianza, comparata a quella
dell'Antico Testamento, offre elementi a dir poco sconcertanti, almeno a prima vista. Basta
pensare al detto di Gesù su coloro che si fanno eunuchi per il regno dei cieli (cfr. Mt 19,12).
Non è la prospettiva umanamente più allettante. La si può comprendere però senza difficoltà
alla luce della dichiarazione di Gesù ai Sadducei sul fatto che i risorti non prenderanno né
moglie né marito, ma saranno simili agli angeli (cfr. Mt 22,30; Mc 12,25; Lc 20,36). Gli
angeli sono immortali, e tali saranno pure coloro che saranno giudicati degni di risorgere. Chi
possiede l'immortalità ha finito per sempre di generare. Matrimonio e generazione sono un
compito per la vita terrena, non per la vita eterna.
A proposito dei bambini, Gesù affermava che “di quelli che sono come loro è il regno
dei cieli” (Mt 19,14; cfr. Mc 10,14 e Lc 18,16). I bambini ovviamente non fanno figli. Che
cosa fanno i bambini? Dipendono da coloro che li hanno generati. Qui e non altrove sta il
tertium comparationis tra bambini e discepoli di Gesù: il bambino dipende dai suoi genitori
per mangiare e vestire, il discepolo affida al Padre che è nei cieli ogni sua necessità umana. Il
distacco dalla famiglia e il distacco dalle proprietà si connettono ambedue26 a tale abbandono
fiducioso, indispensabile a chi vuole entrare nel regno dei cieli.
25 Il profeta Malachia definisce un tradimento il fatto di prendere in moglie “la figlia di un dio straniero” (Mal
2,11).
26 Sia in Matteo che in Marco la frase di Gesù sui bambini si situa in posizione centrale tra la discussione con i
farisei sul matrimonio e quella col giovane ricco sulla ricchezza.
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Il regno di Dio è la definitività che pone termine alla storia. Esso può essere
rappresentato con immagini che evocano la generazione, come nella parabola del seme
gettato nella buona terra e produce trenta, sessanta o cento per uno (cfr. Mc 4,8; Mt 13,8; Lc
8,8), del seme di senape che cresce fino a diventare un grande albero (cfr. Mc 4,30-32; Mt
13,31-32; Lc 13,18-19), o del chicco di grano che deve morire per produrre frutto (cfr. Gv
12,24); in un registro non vegetale, nella parabola della donna che soffre durante il parto ma
gioisce a parto concluso (cfr. Gv 16,21). Tuttavia l'accento rappresentativo dominante cade
piuttosto sulla conclusione che sullo sviluppo. E' in questa chiave che sono da comprendere
ad esempio le parabole nuziali che ci propone il vangelo di Matteo (cfr. Mt 22,2-14 e 25,113), dove il banchetto di nozze serve a rappresentare la venuta del regno di Dio. Dobbiamo
considerare a questo proposito l'intervallo di tempo che separava allora l'atto giuridico che
poneva in essere il legame matrimoniale e l'inizio della convivenza tra gli sposi, che veniva
celebrato con un banchetto che durava sette giorni. Le nozze concludevano quindi un periodo
di preparazione e di attesa, ed è in questa prospettiva che sono utilizzate come immagine del
regno che sta per venire.27
Svalutazione del matrimonio, della famiglia e del lavoro? Non svalutazione, ma
relativizzazione. I due concetti non devono essere confusi. Relativizzazione si oppone infatti
ad assolutizzazione. Chi relativizza non nega un valore, lo situa in rapporto ad un altro valore.
Questo punto è decisivo per una retta comprensione dell'insegnamento di Gesù. Il suo giudizio non è di carattere assoluto (buono o cattivo in se stesso), ma relativo (buono o cattivo in
relazione ad altro). Non ci troviamo di fronte a disistima del matrimonio e della generazione.
Ci troviamo di fronte alla stima di un valore più grande, il regno di Dio che comincia a
realizzarsi sulla terra. Se un mercante trova la più preziosa delle perle, vende tutto ciò che
possiede per comprarla (cfr. Mt 13,46); se vendesse tutto senza comprare niente, sarebbe un
pessimo mercante. Matrimonio e generazione sono un valore, ma non il valore assoluto a cui
27 Grande rilievo ha naturalmente anche il fatto che il banchetto di nozze era un momento di grande gioia
condivisa, in cui si mangiava, si beveva, si ballava. Un invitato a nozze era per tutta la durata della festa esente
dall'obbligo di digiuno (cfr. Mc 2,19; Mt 9,15; Lc 5,34). In quanto evento gioioso le nozze sono un'eccellente
immagine del regno di Dio. Minore rilievo ha l'unione dello sposo e della sposa, almeno nei vangeli sinottici;
maggiore invece nel vangelo di Giovanni (cfr. Gv 3,29) e soprattutto nell'Apocalisse (cfr. Ap 19,7-8 e 21,2-3).
11
tutto il resto va sacrificato. Questo punto mi pare di grande importanza, in un'epoca come la
nostra, ammalata di assolutizzazioni.
Abbiamo finora considerato la testimonianza dei vangeli sinottici. Il quarto vangelo non
offre una visione di fondo diversa, ma la modula differentemente, utilizzando magistralmente
lo strumento del linguaggio simbolico. Consideriamo ad esempio le nozze di Cana, che hanno
luogo “il terzo giorno” (Gv 2,1) dopo l'incontro con Natanaele, il sesto da quando Giovanni
testimonia pubblicamente di non essere lui il Cristo (cfr. Gv 1,19-28). In un vangelo che
inizia con le parole “in principio”, le stesse con cui inizia la Genesi, il sesto giorno28 non può
non far pensare al sesto giorno della creazione del mondo, quando Dio creò la prima coppia
umana e le diede il comandamento di moltiplicarsi fino a riempire la terra (cfr. Gen 1,28).
Che cosa fa Gesù a Cana? Trasforma una gran quantità d'acqua in vino per permettere al
banchetto nuziale, cui era stato invitato, di concludersi nella gioia, manifestando la sua gloria
non a tutti gli invitati,29 ma ai suoi discepoli, i quali “credettero in lui” (Gv 2,11). I due
anonimi sposi di Cana rappresentano il matrimonio e la generazione attraverso i quali
l'umanità continua a moltiplicarsi sulla terra, la madre e i discepoli di Gesù l'umanità che
rinasce grazie alla fede e nella fede è salvata.
Ultimamente il mondo è stato creato in vista di “coloro che non da sangue, né da
desiderio di carne né da desiderio di uomo, ma da Dio sono generati” (Gv 1,13). A Nicodemo
Gesù dichiara che “ciò che è generato dalla carne è carne, ciò che è generato dallo spirito è
spirito” (Gv 3,6). Si tratta di una generazione divina, dato che “Dio è spirito” (Gv 4,24). A
Gerusalemme, alla fine della festa delle Capanne, Gesù invita tutti coloro che credono in lui a
dissetarsi ai fiumi d'acqua viva che sgorgheranno dal suo seno, acqua che l'evangelista spiega
non essere altro che lo Spirito che riceveranno dopo la sua glorificazione (cfr. Gv 7,38-39).
Dal punto di vista figurativo nessuna scena del quarto vangelo è forse più potente di
quella del corpo morto di Gesù, che colpito dalla lancia del centurione lascia uscire sangue e
acqua (cfr. Gv 19,34). Alla Samaritana Gesù aveva detto: “chiunque berrà dell'acqua che io
gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,14), e nella sinagoga di Cafarnao aveva dichiarato: “il
28 Vedi il mio articolo «Les noces du sixième jour (Jn 2,1-11)», Nova et Vetera 81 (2006), 51-60.
29 Vedi a questo proposito il mio articolo «L'ignoranza del presidente del banchetto (Gv 2,9)», Lateranum 65
(1999), 123-130.
12
mio sangue è vera bevanda” (Gv 6,55). Queste promesse sono mantenute immediatamente
dopo la morte, quando sangue e acqua sgorgano dal suo corpo, che è solo apparentemente
morto, ma in realtà datore di vita. Più che ai sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia, è
giusto qui pensare allo Spirito Santo, che Gesù aveva annunciato che sarebbe sgorgato dal suo
corpo.
“Emise lo spirito” (Gv 19,30). Non occorre essere esegeti di professione per cogliere in
questa frase un potente doppio senso: Gesù emise l'ultimo respiro e effuse lo Spirito Santo. Il
sangue e l'acqua che fuoriescono dal suo fianco ferito danno evidenza visiva a tale effusione,
come più tardi, la sera del giorno stesso della risurrezione, il gesto di Gesù risorto che soffia
sui discepoli (cfr. Gv 20,22). Come dal corpo di una donna esce un bambino, dal corpo di
Gesù escono il sangue e l'acqua che dissetano il mondo e il soffio vitale che lo rianima.
La generazione è dunque un tema dominante nel vangelo di Giovanni. Non la
generazione umana e carnale, ma la generazione divina e spirituale. “Dio non con misura dà
lo spirito” (Gv 3,34), ma lo dà a partire dalla carne crocifissa e risorta di Gesù. Vita senza
misura che sgorga da un corpo di carne e di sangue.
E' certamente significativo che Gesù appeso alla croce affidi sua madre non a un
membro della sua famiglia naturale, ma al discepolo prediletto: “ecco tuo figlio … ecco tua
madre” (Gv 19,26-27). Non è solo un atto di pietà filiale, ma qualcosa molto più grande, cioè
la costituzione della vera, unica e definitiva famiglia di Dio.30 Parimenti significativo è che
Gesù si rivolga a sua madre col vocativo “donna”,31 anziché col naturale “madre”. “Donna”
allude verisimilmente alla prima donna, quella cui l'uomo aveva dato il nome Eva perché
madre di tutti i viventi. In questo modo l'evangelista fa comprendere che la madre di Gesù è la
nuova Eva, madre di tutti i nuovi viventi, coloro che vivono di fede e grazie alla fede,
rappresentati qui dal discepolo amato.
30 Il versetto successivo (Gv 19,28) si apre con la dichiarazione che Gesù sapeva che tutto era stato compiuto.
L'affidamento della madre al discepolo amato rappresenta quindi il compimento finale dell'opera compiuta da
Gesù in obbedienza alla volontà del Padre.
31 Normalmente impiegato rivolgendosi ad una donna di cui non si conosce il nome.
13
Accenniamo molto brevemente alla funzione del ministero apostolico. Paolo parla di sé
come di uno che ha generato: “se pure aveste diecimila pedagoghi in Cristo, non però molti
padri: in Cristo Gesù infatti mediante il vangelo sono io che vi ho generato” (1 Co 4,15).
Altrove prende in prestito termini del linguaggio agricolo: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato,
ma Dio ha fatto crescere” (1 Co 3,6). Solo la metafora paterna gli consente però di chiedere
una relazione affettiva: “La nostra bocca si è aperta per voi, o Corinzi, il nostro cuore si è
allargato. Non siete allo stretto in noi, siete allo stretto nelle vostre viscere32: dateci il
contraccambio, vi parlo come a figli, allargatevi anche voi” (2 Co 6,11-13). Se prova gelosia
per la sua comunità, è la gelosia di un padre: “Sono geloso per voi di gelosia divina: vi avevo
infatti dati in moglie a un solo uomo, vergine pura da presentare a Cristo” (2 Cor 11,2). Paolo
è come un padre33 che ha concesso la figlia in matrimonio, ed ha la responsabilità di
consegnarla al marito in stato di verginità e non di adulterio. La situazione della Chiesa è
comparabile a quella di una ragazza riservata a un uomo, ma ancora in attesa di andare a
vivere con lui.34 E' un matrimonio già effettivo, poiché la Chiesa appartiene a Cristo e a lui
solo, ma in attesa della sua consumazione.
L'immagine della generazione applicata all'annuncio del vangelo ci offre un buono
spunto con cui chiudere la nostra esposizione, certamente non esaustiva. Molteplici sono
indubbiamente le suggestioni che la testimonianza biblica suscita in chi riflette sulla
generatività. Ultimamente mi sembra che il punto focale sia la relazione che si instaura tra la
disposizione umana a generare e il mistero divino al quale solo spetta il potere di dare vita.
L'uomo e la donna sono al servizio di tale mistero, e lo adempiono nella misura in cui sono
consapevoli di dipendere da lui. La religiosità si configura dunque come fattore di primaria
importanza per lo sviluppo di qualsiasi dinamica generativa.
32 Si intendono le viscere materne, sede della compassione e della disponibilità a perdonare.
33 Paolo, che proviene dal farisaismo, è quasi certamente stato sposato, e non è improbabile che abbia avuto
figli. La sua paternità apostolica è però senz'altro più ricca di quella naturale.
34 Simile quindi a quella di Maria rispetto a Giuseppe (cfr. Mt 1,18; Lc 1,27).

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