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A passeggio coi fiori
Silvio Aman
A passeggio coi fiori
Silvio Aman
Nella loro grande opera in tre volumi, Il libro dei
fiori 1 lo scrittore ‘pollice verde’ Ippolito Pizzetti e
Henry Cocker, grande autorità mondiale nell’arte dei giardini, dedicano a ogni fiore una piccola
monografia, indicandone specie, varietà, tecniche di coltura, ma senza tralasciare, laddove si è
reso possibile, note di ordine mitologico, storico
e letterario. Per gli aspetti farmacologici, cui gli
autori non mancano di richiamarsi, credo sia ancora utile consultare l’erbario di Giovanni Negri
(Milano, Ulrico Hoepli, 1979) dove, con buona
pace di Jean-Jacques Rousseau, che amava la botanica sub specie contemplandi e non l’utilizzo
delle erbe a scopo curativo, potremmo conoscere
le proprietà delle piante, coltivate anche su vasta
scala per l’erboristeria, l’industria farmaceutica e
la profumiera. Un capitolo speciale richiederebbe
invece l’uso dei famosi fiori di Bach, individuati
dal medico batteriologico Edward Bach (18861936) il quale, scoperta l’energia contenuta in
alcuni di essi, negli anni Trenta rese pubbliche le
proprie osservazioni con l’opera I Dodici Guaritori. Nora Weeks, assistente del medico, e Victor
Bullen avevano poi fornito informazioni sulle
piante e i rimedi usati da Bach nel volume The
Bach Flower Remedies, Illustrations and Method
of Preparation, illustrato con disegni ad acquarello onde favorire l’identificazione dei fiori descritti. Chi volesse informarsi su questa terapia può
consultare, di Julian & Martine Barnard, l’opera
illustrata Le erbe curative di Edward Bach, Guida
pratica per la preparazione dei rimedi floreali, coedizione FCE - NATUR, Milano 1997 2.
Torniamo però agli inizi per chiarire, che i richiami di ordine mitologico, simbolico ed estetico
contenuti nell’opera di Cocker e Pizzetti, rivolta
alla coltivazione dei fiori da parte degli appassionati, non vanno presi come semplici curiosità,
perché sebbene sporadici e brevi, essi suggeriscono cosa significhi occuparsi di fiori e giardini. Chi
intendesse affrontare lo studio del giardino dal
punto di vista storico e filosofico, avrebbe oggi
a disposizione molte opere sull’argomento, sicché
qui mi limito a indicarne solo alcune (fornite di
ricca bibliografia), cioè quelle che Massimo Ven-
turi Ferriolo – studioso di fama internazionale –
ha dedicato al giardino, come Nel grembo della
vita. Le origini dell’idea di giardino; Giardino e
filosofia 3; ma anche Il giardiniere appassionato,
dello scrittore Rudolf Borchardt 4; La poesia dei
Giardini, di Dmitrij Sergeevi? Licha?ev 5,imponente studio sui giardini, da quelli dell’antica
Rus´ e del Medioevo occidentale fino ai romantici
e agli eclettici del XIX secolo, e L’arte dei giardini
– Scritti teorici e pratici dal XIV al XIX secolo,
a cura di Margherita Azzi Visentini 6. Queste
opere sono in grado di introdurci all’idea che il
fiore non è mai stato solo un fiore, poiché la sua
presenza è legata alla storia dell’uomo in rapporto
al cosmo, e che i giardini non furono certo progettati per accogliere un campionario di tinte.
Nel Cinquecento e in epoca barocca il cosiddetto giardino all’italiana, ricco di vasche e sculture,
non era uno spazio dedicato ai fiori, bensì alle
piante ornamentali nelle forme date loro dall’arte
topiaria, come la lettura dell’opera di Borchardt
ci illustra.
I testi citati, salvo quella del Borchardt (dove
l’autore si diffonde attorno ai metodi di coltura
floreale e ad alcune essenze scomparse) non si
occupano di botanica, nel senso in cui oggi intendiamo questa scienza, la quale, ormai specializzata, ha dato origine a branche divenute sempre
più autonome 7. Se passiamo dalla botanica, dove
i ricercatori hanno lo scopo di raggiungere risultati scientificamente certi, allo studio di ciò che
le piante hanno suscitato nella mitologia, nella
pittura e nella letteratura, troveremmo infatti ad
accoglierci – esteso e via via mutevole – un mondo in cui domina la molteplicità dei significati
attribuiti ad esse in rapporto alla civiltà nella quale vennero contemplate. Vedremmo allora che la
rosa, nei cui riguardi Afrodite si era deliziosamente vendicata della puntura al piede tingendola di
rosso 8, assumerà in epoca cristiana il simbolo
della Madonna, a cui è appunto dedicato il rosario, del Cristo come ‘Rosa d’oro’, e della donna
nella poesia stilnovista.
Ciò accade quando un fiore valica l’interesse
personale per assumere la portata di simbolo in
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rapporto a una precisa corrente di pensiero. Il
Cristianesimo non ha lasciato nulla di intentato
anche in questo campo, e nell’assorbire la cultura classica fu politicamente pronto a sostituire e assimilare il significato che i fiori assunsero
nell’antica Grecia, cristianizzandoli. L’anemone
(ranuncolaceae) sorto, secondo la mitologia, dal
sangue di Adone amato da Afrodite e ucciso per
errore da Amore, la cui ricomparsa indicava per i
greci la sua ciclica, ma effimera resurrezione dal
mondo degli inferi, venne in seguito associato alle
gocce di sangue del Cristo crocifisso. I cosiddetti
giardini di Adone, composti per la festa estiva e
tutta femminile delle Adonie (alla quale Marcel
Detienne ha dedicato l’importante studio I giardini di Adone 9) erano coltivati in recipienti di
argilla posti sui tetti dalle donne greche, dove appassivano rapidamente sotto la canicola, visto che
la festa è fissata al 20 luglio, “con la levata eliaca
della costellazione del Cane”. La rapida crescita
di questi minuscoli giardini, e la loro altrettanto rapida estinzione, era anche dovuta al fatto,
che i cereali piantati nei vasi (non quindi i fiori), restando senza radici, immaturi e incapaci di
fruttificare, potevano rappresentare la sterilità in
rapporto alla prematura morte del giovane, quindi “una forma inversa della cerealicoltura” legata
a Demetra.
Le donne greche, con la celebrazione delle Adonie, facevano insomma rivivere la rapida e sterile
adolescenza del semidio, che “è anche l’adolescente precoce” e senza sviluppo, mentre per i
nostri fiori vale il contrario – o forse solo fino a
un certo punto – poiché una volta scelti per la
loro bellezza, senza rivolgere grande attenzione
alla simbologia (piuttosto al loro impiego, visto
che di solito non si regalano crisantemi all’amata… magari delle margherite, le quali appartengono però al genere Chrysanthemum) si punta
a conservarne la freschezza collocandoli recisi nei
vasi colmi d’acqua… E cosa si sceglie, se non gli
organi sessuali della pianta per le loro affascinanti
livree? Si tratta dunque anche qui di mazzetti resi
sterili ed effimeri, ma non per lo spirito.
I taciti fiori suggeriscono di volta in volta tutti i
possibili sogni e segni che sensibilità, proiezioni,
religioni, superstizioni, narrazioni mitologiche e
fiabesche gli attribuiscono, compreso l’interesse
per le metafore e le analogie in rapporto alla loro
forma e tinta: basti pensare al giglio (nella specie
Lilium candidum – Gigliaceae), segno di purezza, quindi attributo di alcuni santi; alla Passiflora
(Passifloraceae) nei cui organi riproduttivi si sono
voluti identificare gli strumenti della passione di
Cristo, o alla primula (Primulaceae), ora bunch of
keys – perché assomiglierebbe a un mazzo di chiavi: quello di San Pietro – ora unmarried primrose,
perché sorta nel periodo in cui gli insetti scarseggiano, non riuscirebbe per tempo a riprodursi,
rimanendo quindi nubile.
Molti scrittori, poeti e pittori (per le cui opere occorre tenere in debito conto le eventuali richieste
del committente) hanno dedicato parte dei loro
pensieri al proprio fiore preferito, a volte senza
neppure preoccuparsi di accordarli alla stagione
della loro comparsa, sicché noi vedremo apparire,
a dispetto del legalismo del Pascoli, mazzetti di
rose e viole in Teocrito, Bernardo Tasso e Leopardi, dal momento che a costoro importava molto
di più la simpatia dei suoni (rose-viole), il contrasto dei colori, delle forme e dei significati.
Leggendo il testo di Bruno Haas, in Fiori, cinque
secoli di pittura floreale 10, possiamo comprendere come dall’ultimo quarto del XVI secolo la
pittura floreale esca dal contesto scientifico che
animava le precedenti illustrazioni, per avviare
una retorica dei fiori, rappresentando dei bouquets come discorso e insieme di messaggi senza
per questo scordare la farmacopea. Non la scordarono i pittori: nella Madonna del coniglio di Tiziano (Parigi, Museo del Louvre) le malve dipinte
in primo piano, oltre a far giardino alla Madonna,
richiamano la facoltà di far salire il latte alle giovani madri, e sono quindi simbolo del latte materno e della fecondità. Tutto ciò si rende possibile
là dove il fiore appare staccato dal suo contesto
naturale per assumere, autonomamente, valore
di simbolo associabile anche ad altri per composizione, come si farebbe con le parole e le note
musicali. Si tratta di una emancipazione favorita
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A passeggio coi fiori
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dallo spostamento dell’interesse rivolto agli erbari
e all’Hortus sanitatis, che tuttavia continuò con
la pubblicazione del Plantarum vivae eicones di
Otto Brunfels 11, in cui le piante ritratte dal Weiditz mostravano però come l’interesse botanico e
medicinale apparisse soverchiato da quello filologico e dalla tendenza volta a descrivere specie
esotiche.
Facile immaginare, come simili descrizioni abbiano stimolato il virtuosismo rappresentativo: ne
sono una prova, in epoca successiva, i meravigliosi Vélin di Pierre-Joseph Redoutée (1759-1840)
nominato disegnatore del Cabinet della regina
Maria Antonietta. I Vélin sono acquarelli dipinti
su velino, cioè delicatissima pergamena bianca ricavata dalla pelle di vitello di latte. Redoutée, che
ebbe modo di attraversare senza scosse il periodo
rivoluzionario e di ottenere poi, nei giardini della
Malmaison, il brevetto di “Pittore di fiori di S. M.
l’Imperatrice”, nel 1796 inventò un nuovo procedimento esecutivo, giunto al suo trionfo con la
pubblicazione di Les Roses, 1817-24, consistente
nel far incidere il fiore su tavola per poi applicarvi
i colori, e i risultati furono a dir poco strepitosi.
Nei bouquets dipinti dalla fine del XVI secolo
in poi, pratica favorita dalla comparsa di nuove e sorprendenti specie importate attraverso il
commercio con l’Africa e l’Asia, prevale il criterio della composizione in rapporto alla “riorganizzazione della fruizione dei fiori e del loro significare”, in cui si affaccia anche l’idea del fiore
“offerto in dono”, come ci spiega sempre Bruno
Haas, che al riguardo cita la cesta di fiori in Sacra famiglia di Berent van Orley (Madrid, Museo
del Prado). Sebbene nell’ambito di questa pratica i fiori composti in bouquets non possano mai
cessare di appartenere al regno naturale, essi, nel
messaggio che si intende proporre, vengono associati a prescindere dalla stagione di fioritura. Da
ciò si può anche comprendere come il fiore non
separato dalla terra e dalla proprietà curativa dei
suoi elementi (un tempo viziata dal pregiudizio
della segnatura, per cui la facoltà di curare il fegato riferita all’Epatica – Anemone Hepatica L.
– la si evinceva dalla tinta porporina nella pagina
inferiore delle sue foglie) assolva a funzioni ben
diverse dal mazzetto inteso a rivestire una portata simbolica. Il nostro ‘dillo coi fiori’, in base al
significato attribuito alla specie, alla tinta, al numero e al nome volgare (‘giglio della Madonna’,
‘ombelico di Venere’, ‘non ti scordar di me’, ‘viola
del pensiero’, ‘borsa del pastore’, ‘sigillo di Salomone’, ‘croce di Gerusalemme’, etc.) indica molto chiaramente simile direzione, e come in essa
non si tenga più in gran conto la natura.
Tornando ai dipinti di bouquets, al loro linguaggio cifrato, possiamo notare molti elementi: la
cura dedicata alla loro composizione in rapporto
alle forme e ai colori, spesso cangianti, come nel
Vaso di vetro con fiori in una nicchia di Boschaert il Vecchio (Parigi, Museo del Louvre) dove è
evidente il moto ascensionale – climax cromaticocompositivo – e l’allusione erotica offerta dal croco ‘maschile’ collocato fra due rose; il gioco delle
sovrapposizioni e l’ordine di apparizione delle
specie: davanti, di fianco, dietro o in posizione
seminascosta, nel senso che, in base all’importanza, corolle e foglie vengono disposte secondo un
criterio scenografico.
Il fatto che a prevalere sulla natura siano simboli
e significati aggiunti al fiore, in base alla forma e
alla tinta, in questo campo lo si nota ovunque…
Se, ad esempio, le rose e le loro livree (rosa per
la ragazza vergine, bianca per la madre) sono interpretate come positive, l’aquilegia e il giacinto
azzurro assumono, per contro, una connotazione funeraria: la prima in quanto simbolo della
passione di Cristo e a causa dell’assonanza fra i
nomi francesi ancholie, come viene chiamata in
Francia, e melancholie, senza, tuttavia, dimenticare gli altri nomi e relative interpretazioni (atte
a introdurci nel giro della pluralità dei simboli e
della loro opposizione) fra cui quella di ‘Amor
perfetto’, sorta forse perché la specie, essendo
androgina, richiamerebbe simile perfezione; il
secondo perché legato a due leggende ovidiane:
quella dove la pianta è fatta nascere dal sangue di
Aiace, che si suicidò per non essere riuscito a ottenere le armi di Achille, e quella riferita a Giacinto,
bellissimo giovane amato da Apollo, che lo uccise
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A passeggio coi fiori
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per sbaglio durante il lancio del disco.
Alfredo Cattabiani, nel suo Florario 12 cita Pausania riguardo al culto di Giacinto e alla festa a
carattere agrario delle Giacinzie (Hyákinthia) lasciando così intendere come la simbologia floreale
legata a vicende mitologiche possa riguardare, su
un piano di maggior concretezza storica e antropologica, i modi di produzione nell’antichità, il
ciclo delle loro culture agricole. Del resto, che
questi passaggi in grado di distoglierci da una
lettura superficiale dei miti siano possibili, ce lo
dimostra lo storico della scienza Giorgio de Santillana, dove in Fato antico e fato moderno 13 e in
Il mulino di Amleto 14 legge alcune figure degli
dei come il risultato di un calcolo astronomico:
Venere – qui meglio indicata come Afrodite Urania – è anche la stella del mattino e della sera,
capace, nel corso di otto anni, di disegnare nel
cielo il pentagramma pitagorico.
Tornando ai colori di cui si parlava prima riguardo all’aquilegia e al giacinto, i greci, ritenuti daltonici da Nietzsche, pare non abbiano conosciuto
l’azzurro, che secondo Manlio Brusatin 15 non
apparirebbe nei poemi omerici: l’“attribuzione di
glaukopis ad Atena va intesa ‘dagli occhi di civetta’ con le caratteristiche di vedere e di essere
veduta nella notte, tanto che il volatile notturno
servì a rappresentare il genio della città di Atene”. L’azzurro, imparentato con il nero, si mostra
infatti come “luce-umbra”, fenomeno dimostrato
da Goethe nella sua Farbenlehre, e non possiede
certo la forza luminosa del giallo. Un oggetto scuro posto in lontananza, agendo da sfondo dietro
la luce, appare azzurro, come si vede dalle montagne e dal cielo illuminato contro il nero cosmico.
Si tratta, insomma, di un colore spettrale in grado
di incutere timore, e a tal riguardo Brusatin parla
del caeruleus color ricavato dalla pianta del guado con il quale, citando Tacito, “i Britanni (Picti)
usavano dipingersi il corpo per apparire terribili
in battaglia e simili a ‘eserciti spettrali’”.
Come si vede, a parte le esigenze che hanno impegnato i pittori di cestini e bouquets col loro corollario di insetti (compreso il perpetuo bruco – memento mori – pronto a divorarli), i fiori possono
indicare la condizione spirituale in cui si trova
un soggetto o divenire l’emblema di una poetica:
“sarò fiore e profumerò un poco”, disse lo Jacob
von Gunten di Robert Walser, alludendo alla propria esperienza di vita, mentre Rilke, riguardo alla
sua, cioè all’idea dell’eroe che afferma la propria
identità senza fermarsi né presso la madre né presso le donne amanti (VI Elegia), cita il fico (Ficus
carica) perché “salta la fioritura” mostrando fin da
subito il frutto (falso frutto, per la verità). Sebbene a Rilke, nella grandiosa elaborazione delle
sue Duineser Elegien, non importasse, i fiori del
fico esistono, eccome: il ricettacolo carnoso, futuro siconio, ne è tappezzato al suo interno, ed essi
vengono fecondati dall’imenottero Blastophaga
psenes (caprificazione) che si sviluppa in quelli
del fico selvatico o caprifico.
Pensiamo poi ai botanici e ai monaci botanici,
i quali con grande rischio viaggiarono in terre
ignote portandoci così tante specie, e alla folta
comunità dei giardinieri e architetti di giardini,
che andrebbero proposti per la beatificazione,
se beati già non si sentono alla vista dei giardini
da loro progettati, unici e veri paradisi dell’universo. Pensiamoli, dunque, ma senza scordare il
numero infinito di coloro che amano i fiori e li
coltivano, talvolta con grande perizia. Ho proprio qui davanti a me una bella brochure, dono
di una delicata amica di Mendriso, ove appaiono
in foto diverse specie di meravigliose Peonie coltivate dall’ex ministro e politico di alto rango Sir
Peter Smithers nel suo giardino di Vico Marcote
nel Canton Ticino, fra le quali spiccano l’ibrido
di Peonia Arborea Americana Banquet dai petali
rosso scarlatto e dalla splendida corona di stami
sulfurei, ottenuta con l’ausilio ‘matrimoniale’
della peonia selvatica di origine cinese Delavayi;
l’arborea ‘Mai Hime’ (‘Principessa danzante’) con
petali dalle sfumature lacca rosa molto sfrangiati e mossi, appunto, come in una danza a tratti
isterica; gli ibridi di Vico Marcote ‘Tempesta di
Ghiaccio’ e ‘Barone Thyssen-Bornemisza’ dalla
meravigliosa tinta cremisi.
Tutto ‘rose e fiori’? No, perché coltivare fiori richiede molta pazienza e perizia (se non si tratta
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dei facili e generosi pelargoni) sicché le delusioni sono spesso dietro l’angolo. Non tutto ‘rose e
fiori’, se gettiamo poi uno sguardo alle manovre
folli degli olandesi ‘tulipomani’ che, dalla fine del
Cinquecento in poi, commerciando questo bulbo
proveniente dalla Turchia, si avviarono alla catastrofe economica. Essi, dandosi in massa alla coltivazione e commercio dei bulbi quotati in borsa
(in un ironico quadro dell’epoca si vedono addirittura delle scimmie giardiniere con palette, ceste, bulbi e libri dei conti) avevano ottenuto ben
500 varietà di tulipani, sicché col crescere della
domanda si ebbe di conseguenza un vertiginoso
aumento dei prezzi. Ma il volo entusiastico della
loro economia bulbosa, certo più simile a quello
di Icaro che non a quello dell’allodola, non poteva effettivamente reggere, specie se si pensa che il
‘Semper Agustus’ era passato da 5.500 fiorini nel
1633 a 10.000 nel gennaio del 1637, cifra che
quasi nessuno era in grado di sborsare. A quel
punto, nel folle giro di scommesse e lettere di
cambio intervenne la magistratura, iniziò allora
la cupa fase del ribasso, il bulbo d’oro divenne di
piombo, e il crollo fu inevitabile.
Devo proprio concludere questa passeggiata con
la catastrofe degli olandesi, ancora oggi grandi
esportatori di semi e bulbi, compresi i deliziosi tulipani? Assolutamente no! Assieme ai fiori che di
tanto in tanto mi concedo di ammirare nei Giardini delle Isole Borromee, di Villa Melzi D’Eril
a Bellagio, di Villa Carlotta a Tremezzo, di Villa
Taranto a Pallanza, ricorderò sempre le delicatissime Soldanelle (Primulaceae) e l’Anemone Pulsatilla (Ranuncolaceae) che vidi un giorno spuntare
dalla neve sulle Dolomiti dell’Alta Val Pusteria,
ma anche un solitario Aster alpinus (Compositae)
sul lieve pendio delle Alpi svizzere… Apparizione
miracolosa, teofania vegetale della divinità: così
mi apparve il fiore dall’occhio solare e dalle folte
ciglia blu.
1. Milano, Garzanti, 1968 e 1976.
come il sopra citato Negri, che studiano le proprietà medi-
2. Nella loro opera gli autori si riferiscono ai Collected
cinali delle piante.
Writings of Eduard Bach, edito dalla Bach Educational Pro-
8. Rosa che arrossisce, pudicamente impudica? vista anche
gramme, 1987, senza fornire indicazione di luogo.
l’associazione con le intimità femminili così ben ricordate
3. Milano, Guerini e Associati, 1989), Giardino e filosofia
dal D’Annunzio e, per via indiretta, nel Le Roman de la
(ivi) 1992.
Rose di Guillaume de Lorris et Jean de Meun, per non par-
4. Milano, Adelphi, 1999.
lare del senso che questo fiore assunse nella poesia di Rainer
5. Torino, Einaudi, 1996.
Maria Rilke.
6. Milano, Edizioni il Polifilo, 1999.
9. Torino, Einaudi, 1975.
7. C’è infatti chi studia la fitologia, occupandosi della di-
10. Roma, Campisano, 2004.
stribuzione delle piante nei vari ambienti; chi la fisiologia
11. Editi da W. Rytz in Pflanzenaquarelle des Hans Weiditz
vegetale, approfondendo la conoscenza dei meccanismi
aus dem Jahre 1520, poi a Berna nel 1936.
vitali delle diverse specie; chi, come gli ecologi vegetali, si
12. Milano, Mondadori, 1996, e Rizzoli, 1996, 1998.
occupa della relazione fra le piante, altri organismi e am-
13. Milano, Adelphi, 1985.
biente fisico circostante; gli algologi, che studiano le alghe;
14. Ivi, 1983.
i briologi, che studiano i muschi; i botanici farmaceutici,
15. Storia dei colori, Torino Einaudi, 1983.
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