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Marlboro
Il mio posto era a destra, in una nicchia del locale
asimmetrico ricavato dalla stanza originaria con l’alzata di un
muro fino alla volta a stella. Dietro il voluminoso pilastro di
uno degli archi c’era questa sedia metallica col sedile in formica
e i braccioli avvolti da una spirale di plastica, come le sedie del
bar accanto. E intorno le sigarette.
Bei pacchetti in bell’ordine, a cominciare dal pacchetto più
bello, quello delle sigarette per antonomasia. Le grandi sigarette
del grande paese. Un termine di paragone, come le casse
Dahlquist sulle riviste di Hi-Fi. Dure, naturalmente. Solidità del
cartoncino, virilità degli spigoli: la forma primaria del mito. Ma
il Biondo aveva cominciato a usare il pacchetto morbido, più
lucido, sofisticato, moderno. Il Biondo veniva di rado perché
studiava. Studiava da anni e avrebbe studiato molti altri anni
ma, insomma, aveva da fare. Anche gli altri avevano da fare,
non molto ma qualcosa sì. Solo io non avevo niente da fare.
Perciò la mattina, cioè quando mi alzavo, quindi intorno alle
undici, undici e mezza, andavo a comprare le sigarette e
rimanevo lì con il Freddo. All’inizio il Freddo si limitava ad
aiutare il padre ma poi lo sostituì in pieno, tranne che per
l’acquisto, il magazzinaggio e il carico. Mi allontanavo solo per
mangiare.
Parlavamo molto poco. Il Freddo parlava sempre poco, anche
con i clienti. I clienti non salutavano quasi mai. Non si usava,
in genere, salutare formalmente, specie tra uomini veri come i
frequentatori di quella piazza: si usavano cenni o monosillabi.
Si lanciavano richiami, epiteti, soprannomi. O sibili. Ma dal
Freddo se ne usavano di meno, perché lui non rispondeva quasi
mai. Li guardava fissi, aspettava la richiesta e li serviva con
gesti precisi, economici e secchi. Non cambiava mai
espressione. Neanche posizione: per prendere i pacchetti non
aveva bisogno di guardare, allungava il braccio all’indietro
ruotando appena il busto e arpionava il pacchetto giusto. Anche
da seduto, a volte.
Qualche signora capitata per comprare il sale, o i fiammiferi,
si offendeva per il saluto non corrisposto. Ma donne non ne
entravano quasi mai. Le donne non fumavano, se fumavano non
compravano le sigarette, se compravano le sigarette non le
andavano a comprare in piazza del Sangue. La piazza doveva
l’appellativo dal liquido organico versato (più spesso solo
affiorato) nei duelli rusticani. Le mollette, coltelli a scatto
affilati come rasoi utilizzati per tirare, erano ancora
onnipresenti ma per l’utilizzo più banale di arnesi da innesto o
per tagli conviviali di pane e formaggio. I duelli venivano ormai
solo mimati, scherzosamente ma con immutata concentrazione:
gesti ampi del braccio, lenti e ipnotici, sottolineati dalle
modulazioni sarcastiche e minacciose di un eeeoh, indice e
medio a rappresentare la lama, tesi come testa di serpente
pronta allo scatto, allo schiaffo-sfregio. Le colluttazioni non
erano cessate del tutto, ma erano manesche, brutali. Se ancora
qualcuno portava la mano alla tasca posteriore, bloccandosi
nell’antico, allusivo gesto di minaccia, la risposta poteva essere
la corsa in macchina, o a casa, per un’accetta o la doppietta.
L’eleganza della scherma di ‘Ndrea di Barletta era solo
racconto, ormai, in questa piazza spaccata in due da una strada
di grande traffico che andava a strozzarsi senza rimedio tra due
chiese, un budello medioevale che costringeva bus e autotreni a
fronteggiarsi permalosi e guardinghi. Una delle chiese era
consacrata a un Cristo nero. Leggenda vuole che il Cristo
viaggiasse con una carovana di zingari e che questi,
accingendosi a lasciare il paese non riuscissero più a sollevare
il baule che lo conteneva. Edificazione della chiesa, quindi,
affermarsi del culto e addio al nomadismo degli zingari, i cui
discendenti hanno riempito il paese di macellerie equine. Se non
ne macellano l’ottima carne, indispensabile per le nostre
brasciole col sugo nero tirato in coccio nel caminetto,
commerciano in cavalli greci o polacchi. Uno di loro,
l’Egiziano, era un habitué della tabaccheria.
Ne avevamo
adottato il frasario, in particolare il modo di indicare i numeri e
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quindi il denaro. Il Freddo lo chiamava gagé, ribaltando
l’epiteto normalmente rivolto a noi.
Gergo, silenzi e poco altro. Nascevano, certo, discussioni su
sciocchezze, o sui massimi sistemi, ma non sarebbero mai
riuscite a riempire le giornate, specie tra il Freddo e il Perso, i
più taciturni. Però c’era la musica: Ray Charles.
Non ricordo come il Freddo c’era arrivato, esattamente. Il
germe erano forse stati i Bechet o addirittura i Papetti che il
Nero metteva sul piatto a casa sua insieme a Ella e Satchmo. Il
Nero non amava particolarmente la musica ma immaginava che
tutto ciò fosse molto raffinato. L’atmosfera era importante.
Sentirsi viveur.
Noi, invece, ascoltavamo soprattutto il rhythm and blues. Sex
machine era gettonatissimo, al juke box dei giardini. E oltre a
James Brown c’erano Joe Tex, Wilson Pickett, Ike & Tina
Turner e, naturalmente, Otis Redding, il suo limpido Sitting on
the dock of the bay. Del sublime Otis ascoltammo fino a
consumarlo un raro nastro live che il Villa aveva portato da
Torino, con i grandi brani, soprattutto i lenti, e una risata. La
risata tra due brani, durante una presentazione, un mix
insostenibile di dolcezza e tristezza che il Perso sottolineava ad
ogni ascolto. Il soul, insomma.
The Genius catturò il Freddo e non lo lascio più. A poco a
poco tutti i dischi reperibili furono acquistati per essere
alternati sul giradischi della tabaccheria da mattina a sera, in
stretta successione. Nella sua idolatria il Freddo apprezzava
anche i più brutti, quelli sdolcinati stipati di archi e con il
Grande nella versione solo falsetto. Li trovavo irritanti, cercavo
di spingerlo ai brani meno commerciali, ai live classici con solo
piano o ai più veloci con i fiati, ma ormai anche le porcate
commerciali erano tappe della mia giornata. Una Georgia On My
Mind e una sigaretta. Poi I Got A Woman, What’d I Say e
un’altra sigaretta. Il Perso teneva la sigaretta bassa tra le dita,
alla biforcazione, come il Biondo, ma mentre il Biondo teneva
le dita rivolte verso l’alto, tese, spalancate e staccate dal volto,
il Perso teneva la mano orizzontale e le dita tozze piegate, quasi
raccolte ad accarezzargli la guancia, o a nasconderla. Quando
prendeva la chitarra, la sigaretta gli pendeva dalle labbra e
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socchiudeva gli occhi come Bogart finché, dopo una boccata,
riprendeva la sigaretta tra medio e anulare e continuava a
suonare con la penna tra pollice e indice.
Io e il Freddo, invece, tenevamo le sigarette come si deve, con
le falangette dell’indice e del medio, e portavamo alle labbra
giusto l’estremità della sigaretta, senza mai bagnarla. Il Freddo
sapeva fare dei magnifici anelli di fumo.
I watt erano pochi ma sufficienti per invitare al silenzio. I
clienti abituali non avevano neanche più bisogno di ordinare: il
Freddo conosceva le loro abitudini e metteva sul bancone il
pacchetto giusto, o i pacchetti, se erano i tipi che ne prendono
due alla volta. Quelli che compravano la stecca intera li
guardavamo come marziani. Gli habitué fiatavano solo per
ordinare il fuoco, nelle varie versioni. Gli accendini seri
costavano troppo ed erano complicati da ricaricare. Quelli di
plastica da buttare non erano ancora abbastanza economici per
soppiantare i fiammiferi. C’erano, quindi, due scuole di
pensiero: quella dei cerini e quella dei minerva. Io ero per
l’eleganza tagliente dei minerva: l’apertura semplicissima, una
levata di sipario, e subito, schierati come soldati in parata i bei
legnetti dalla capocchia sagomata e vivace, da staccare con quel
bel suono secco, così sottili, praticamente bidimensionali, ma
anche larghi, da distenderci comodamente i polpastrelli. E il
nitore della fascia per lo strofinio, una striscia satinata che
quasi dispiaceva esporre alle rasoiate dell’accensione. Che
sibilo sensuale quello! Altro che la grattata loffia
dell’antiergonomico filino cerato, che ti cedeva in mano proprio
all’accensione scottandoti il medio. “Ma costano poco. E li puoi
usare su qualsiasi superficie, anche senza avere la scatola.” Il
Perso infatti portava spesso i cerini sciolti in tasca, per
comodità o perché se ne era fatti prestare. Era l’unico che a
volte si metteva in tasca i fiammiferi da cucina. Non che fosse
più squattrinato: non aveva la nostra idea dell’eleganza.
Sì, l’accensione era un rito importante, vivevamo ancora la
sensualità del fumo. Non era diventato abitudine, tic
inconsapevole. Fumavamo poco, infatti, nonostante tutto.
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L’unico che fumasse davvero tanto era il Fumo. Magrissimo,
nero, con un incredibile diffusione della barba sul viso. Aveva
imparato troppo tardi che la peluria sulla parte alta delle guance
non va mai rasata. Così, temendo di rinforzarla ancora, andava
in giro perfettamente rasato da metà guancia in giù lasciando
che una cascata di lunghi peli partisse da sotto le palpebre. Il
Fumo, che metteva la sveglia alle due del mattino per poter
assumere la sua dose di nicotina anche di notte. Il Fumo, che
alla frontiera svizzera aveva fatto su e giù finché non l’avevano
bloccato con una stecca in più del consentito. Leggenda vuole
che si fosse seduto sul paracarro fino a notte, a fumarsi la stecca
che non poteva portarsi dietro.
Quando la rivendita chiudeva ce ne stavamo nella macchina
del Perso. Se non era inverno stazionavamo nei giardini
pubblici. C’erano donne lì, almeno fino alle nove. Erano sempre
in compagnia e non fumavano mai. Lei era l’unica che fumasse
in pubblico. E l’unica a venire da sola.
Guidava anche, da sola. Era, insomma, per quelle coordinate
spaziotemporali, libera, avanti. E ci teneva a manifestarlo,
soprattutto col linguaggio sboccato. Niente femminismo, però.
Accettava i ceffoni che il Freddo le somministrava per chiarire
le gerarchie del loro rapporto: una specie di gara maschile.
Gli occhiali neri della leggenda vivente migrarono sui pochi
spazi vuoti delle pareti: il Freddo aveva commissionato a un
amico bravo con i pennelli la riproduzione ingrandita di una
bella copertina in bianco e nero.
Siccome la musica era sempre la stessa cominciammo ad
alternare le marche. Andavamo a periodi. Ridevamo dei castrati
delle Colombo - sotto il sapore di cioccolata niente - ma
accettavamo le neutre Diana, ripiego economico, male minore
tra i rotolini autarchici. Un intervallo defaticante, un sapore
neutro, come una crosta di pane tra un vino e un altro. Le
Mercedes erano da donna, o peggio. Delle “leggere” si
tolleravano solo le Muratti, sofisticate, lussuose. Erano nei
film, insostituibili per il “dopo”. Jean Sorel non ne poteva fare
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a meno, “dopo”. Ma le Muratti erano impossibili da gustare
frammiste alle miserabili senza filtro. A un certo punto nei film
cominciarono a comparire le Rothmans. Le adottammo
volentieri: eleganti ma non effeminate, originali senza
ostentazione, secche, amarognole, dal pacchetto cool. Ma quali
fumava Haydeè Politoff? Chi si ricorda più Haydeè Politoff, il
broncio delle labbra turgide, quella sua paffuta assenza?
A volte andavamo in pizzeria. Mimì, un emigrante tornato col
gruzzolo, ne aveva rilevata una. Grazie a Mimì scoprimmo che i
meridionali della Wertmüller non erano un invenzione: scuro,
baffetti e capelli impomatati, moglie slavata, forse olandese, e
un treno di figli più quello in arrivo, Mimì era sentenzioso come
il suo naso, sempre tenuto in alto. Quando entravamo si
affacciava dallo sportello della cucina accogliendoci con un
Cosandatecercando? Ci divertivamo a chiedergli il prezzo delle
quaglie. Lui che balbettava un po’ diceva: Cento... e...
cinquanta. Bene, dicevamo noi, portacene dodici da cinquanta
lire. No...no... ho detto cento... e... cinquanta. Sì, abbiamo
capito: hai quelle da cento e quelle da cinquanta. Noi vogliamo
quelle da cinquanta. E continuavamo così per un pezzo. Ma lui
stava al gioco.
A una certa ora il Nero cominciava a far pendere la mascella, a
socchiudere gli occhi e a pencolare pericolosamente verso il
piatto. Ormai avevamo rinunciato a cercare di tenerlo sveglio. Il
massimo che potevamo fare era evitare che centrasse il piatto
ricoprendosi di sugo. Si alzava all’alba per aprire ai cacciatori e a qualche bracciante - il bar del padre, quello vicino alla
tabaccheria, ma questa del sonno immediato e inevitabile era
una vera patologia. Una iattura per un viveur. Gli era successo
di addormentarsi sul pianerottolo a metà scala mentre rincasava.
Una volta, andavamo al cinema, si addormentò in macchina. Lo
chiudemmo a chiave dentro e ci vedemmo il film in tutta
tranquillità.
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Lei si era messa col Biondo. Questa volta dominava Lei. La
storia fu quasi casta per i terrori del Biondo: e le malattie? Lei è
stata con altri!!! E se la metto incinta? Ma a quel punto, per
Lei, era un gioco a ingelosire gli amici, il gusto di lasciarsi
contendere. Gioco per niente moderno. Il Biondo aveva
cominciato a comprare le HB. Le fumavano gli universitari di
Bari. E anche Lei. Io le trovavo pessime e poi la sigla mi
ricordava le torture del disegno tecnico. Ma fumai anche quelle.
Quelle che proprio non riuscivo a fumare erano le Stuyvesant,
che pure diverse volte avevo provato, attratto dall’aura di antica
nobiltà. Un altro pacchetto fascinoso era quello delle Astor, che
acquistai una volta sola, a un distributore automatico poco
fornito. Dopo tre prove buttai il pacchetto, schifato.
Avrei voluto fumare le Lucky Strike, e le Camel. Un biglietto
d’ingresso nel mito. Ma erano una porcheria, diversi tentativi
andarono a vuoto. Anche le Pall mall erano pesanti, ma più
ovattate.
Le Peer rimasero territorio inesplorato.
Periodicamente, come si torna alla quotidianità dopo una
sbronza festiva, tornavamo alle Marlboro.
A volte il Villa fregava al padre una gallina e ce la
arrostivamo in campagna, davanti al suo trullo. Una volta riuscì
a sottrarre perfino il prelibato pecorino con i vermi, avvolto
amorosamente dal padre in due tovaglioloni e accuratamente
nascosto. Aveva un ottimo Primitivo e non lo risparmiavamo.
Una sera facemmo gran festa con una gran quantità di interiora
d’asino. La preparazione era laboriosa, occorreva rigirare gli
intestini, poi lavarli e rilavarli nell’aceto, poi ancora in acqua.
Eravamo in molti e il falò che alimentavo con cataste di legna
d’ulivo era altissimo. Il Freddo, che non si tirava mai indietro,
era delicato di stomaco, ma risolveva tutto con disinvoltura: se
si sentiva disturbato, o semplicemente pieno, si allontanava,
metteva due dita in gola e vomitava compostamente. Dopo pochi
secondi ritornava, dritto come un fuso, pronto a ricominciare.
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Il Perso era fissato con le senza filtro. Erano più vere, più
forti. Popolari, economiche, nazionali. Nazionali, appunto, e
Nazionali Esportazione, “esportazioni” per gli amici. Il verde
discreto del pacchetto delle Esportazione era piuttosto elegante,
provai anch’io il gusto del fumo grasso delle senza filtro
italiane e il piacere del residuo di tabacco sulla lingua, il filino
da sputar via. Ma, a quel punto, perché non seguire fino in
fondo quella strada per uomini veri? Non era una questione
ideologica, nulla era più lontano dalla mentalità del Perso. Era
una questione di radici, di identità: no alle sofisticherie. I suoi
nonni erano tavernai. La tabaccheria era ricavata dalla vecchia
taverna. Quella strada era antichissima. E così passammo a una
lettera greca, la prima: il modello base. Le Alfa, paglia per
villani, per alcoolizzati e per vecchi. Più che fumo sembrava di
aspirare fiamma. Le Sax avevano un certo tono, invece. Più
forti, se possibile, ma più secche, più moderne, non foss’altro
che per il nome. Le Seicento del tabacco. Alfa e Sax si
alternavano democraticamente con le Super, decise, amarissime,
senza morbidezze. Le Stop non sono mai riuscito a fumarle. C’è
un limite anche per i veri uomini. Per fumare le Stop, oltre alle
palle, ci vogliono due coronarie di riserva.
Il Freddo non si sbilanciava in giudizi, il suo ruolo imponeva
neutralità. Ma che non provassero a levargli le Marlboro.
De André era già entrato in tabaccheria, preceduto da un disco
strano portato dal Perso, un disco di cantautori, Lo VecchioVecchioni. Canzoni strane, forse non belle, cantate da Andrea
Lo Vecchio con intensità. C’era una struggente Ricorda
Maratona, inattuale, forse scolastica nel testo, ma trascinante.
L'
intensità dell’interpretazione, il contagio della melodia,
rimandavano ad altro. Meglio, comunque, di qualsiasi cosa
abbia poi fatto Vecchioni da solo. Chissà quale dei dischi di De
André, e perché, si era introdotto per primo, ma presto ce ne
furono molti. I vicoli di Genova, la Palestina riveduta, perfino
le collinette di Spoon River, erano più vicini della Georgia.
Disperazione di randagi e drogati, ma soprattutto scherno per i
benpensanti, per le grettezze di paese.
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De Andrè non era un bevitore, un cantore del vino come
Guccini, che adottammo più tardi, ma noi sì. Noi bevevamo. Noi
volevamo bere. Non era importante cosa. Che fosse secco,
questo era importante. Bevevamo brandy scadente, robetta
nazionale che chiamavamo cognac, anzi cògnac. Si ordinava
cògnac senza specificare la marca tanto i baristi capivano cosa
intendevamo e poi il cognac non ce l’avevano neanche. Anche
whisky naturalmente, ma io ero fissato con il gin. Forse perché
era roba da marinai. Marineria inglese. E questo gin (italiano,
quindi cattivo) non sapevo che berlo liscio. Mi piacevano la
forza e il solletichio di questa acquavite. Bianca, quindi pulita,
essenziale, non composita come i miscugli marroncini di brandy
e whisky. E lo tracannavo anche di mattina, appena alzato.
In uno dei periodi di fumo pesante scoprii le Gauloises. Non
le Gitanes, altro pacchetto da leggenda, altre sigarette
impossibili, ma le Gauloises. Col filtro, però. Era col filtro che
mi piacevano. E francesi. Quando provai quelle dei parenti del
Biondo capii cos’era la Francia, cos’era il piacere, qual’è la
differenza tra la vita vera e le sue infinite squallide imitazioni.
Era come scoprire il caffè puro dopo aver usato l’orzo. Le
Gauloises originali erano frizzanti. Non c’è altra parola,
frizzanti. Come lo champagne. Quelle di monopolio solo
puzzolenti.
Nella stagione calda l’alloggiamento del pacchetto diventava
un problema. Non eravamo tipi da giacca e i pantaloni erano
stretti: se non erano jeans erano alla carrettiera; le magliette
non avevano taschino, come, spesso, le camicie. il Perso
infilava pacchetto e fiammiferi nel calzino. A volte si andava in
giro tenendoli semplicemente in mano. Se i fiammiferi erano
Minerva si lasciava intorno al pacchetto delle sigarette la parte
inferiore dell’involucro di cellophane per infilarci il bordo
libero della bustina. Solo dopo American Graffiti, qualcuno
avrebbe cominciato a portare il pacchetto nella mezza manica
della T-shirt.
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Finimmo sul Toscano senza nemmeno passare per i cigarillos.
La forza del Toscano. La tradizione, il rito della scelta (che non
sapevamo fare). L’aria vissuta che donava. Imparammo anche
noi, come i vecchi, a mettere in bocca la parte accesa. Era bello
avere il Toscano, un odore deciso intorno, un oggetto da
masticare, da rigirare tra le dita, da sfruttare per tutta la
giornata. Ma io non ero capace di tenere del fumo in bocca
senza aspirare. Aspiravo regolarmente, con frequenza e intensità
da sigaretta, ed erano botte spaventose per i miei mantici.
Perciò non funzionava neanche la pipa.
Le Marlboro furono soppiantate dalle Winston. All’inizio mi
erano sembrate solo un surrogato, un proditorio tentativo
concorrenziale: uguali il bianco e il rosso, uguali i caratteri
della scritta. Perché comprare la Pepsi se hai la Coca-Cola? Io
ero per i Beatles, non per gli Stones. Non mi entusiasmava
neanche il gusto, più morbido, pesante, oppiaceo. Ma Il Biondo,
ormai, non fumava altro. E anche gli americani le prediligevano.
Gli americani erano ancora mericani: le stecche erano
disseminate su ogni tavolino o ripiano, a disposizione degli
ospiti. Winston, rigorosamente.
Le case da affittare agli americani dovevano essere visionate
da un funzionario, e il contratto vidimato dalle autorità della
Base. I militari scapoli si organizzavano per prenderne una. Il
mobilio era ridotto al minimo. Prima d’ogni cosa, prima anche
dei letti, nella casa entrava il totem. Il mobile, l’anima,
l’essenziale. L’hi-fi. Ricorrevano all’affitto per dare un casa
all’impianto che avevano acquistato. Noi avevamo ancora il
giradischi di Selezione e quelli incartavano centinaia di watt in
legno, stoffe, leghe satinate. Noi credevamo che i nostri piccoli
giradischi con due box fossero il suono stereofonico e quelli ci
portavano in mezzo alla quadrifonia. Il suono non era tra i più
raffinati perché le casse (casse? armadi piuttosto, finestre con
tendina, arredamento intero) erano giapponesi. Le casse inglesi
le avremmo scoperte dopo. Loro, forse, mai. Ma che grandiosità,
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che effetti, che suoni pittoreschi, con i loudness, gli
equalizzatori e l’eko, l’apparecchio che produceva un vibrato
intensificabile fino alla nausea.
Ogni dettaglio degli impianti ci faceva impazzire. E loro si
offrivano orgogliosi ai nostri occhi, isolati come divinità.
Perché non erano mai inseriti in un mobilio ma poggiati
direttamente in terra, sui marmi o sulle ceramiche di stanze
spoglie come cappelle. A volte veniva eretto un altare di tufi:
tufi freschi, chiari e zuccherosi con assi grezze di traverso. In
seguito i tufi potevano venire soppiantati da tavolini o altri
mobiletti ma la centralità dello stereo restava inattaccabile.
Se i vari componenti hi—fi erano tutto sommato accessibili,
universali e interrazziali, uno è rimasto appannaggio degli
americani: il gigantesco registratore a nastro non è mai entrato
davvero nel nostro armamentario.
Quel nastro. Interminabile come la striscia d’asfalto delle
strade americane. Lo spazio del Nuovo Mondo trasformato in
tempo, il tempo infinito della musica. Non più avare cassette,
non più interruzioni. La musica come condizione della vita.
Musica srotolata. Passatoia, tovaglia, materasso. Musica che
precede l’ingresso, e il risveglio, che sopravvive all’assenza e al
sonno. Musica da abitare. Per loro, esuli, e per noi, che esuli
avremmo voluto essere.
Perennemente accesa anche la stufa. L’odore di kerosene
identificava le case degli americani come le confezioni di birra
e di Seven Up.
Il Seven Up ci cambiò la vita. Imparammo la durata del bere.
Il calore dell’alcool contraddetto dalla fresca frizzante acqua
del bicchierone. Ossimoro sublime, diluito nelle vene, duraturo
nell’effetto, prolungato come il tempo della musica.
Ripudiammo il bicchierino, che ad onta del diminutivo,
affondava con durezza i suoi colpi allo stomaco - e al fegato - e
trasformammo la lotta con l’alcool, che conduceva alla sbornia
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triste, in un alleanza serena sancita dalla presenza costante,
protesica, del bicchiere.
La Budweiser non mi piaceva affatto ma un quattro luglio
decisi che avrei bevuto solo birra. C’era stata una discussione in
proposito: il Perso sosteneva che ci si poteva ubriacare di sola
birra. Io non ci credevo e per provarlo ne bevvi una quantità
incalcolabile. Eravamo riusciti a infilarci nella Base, sul tardi, e
senza spendere una lira bevvi litri e litri di quella birra calda e
acidula. Funzionava così: gli americani, già sbronzi,
compravano una lattina, la aprivano, bevevano un sorso e la
lasciavano da qualche parte. Poi si allontanavano nella festa e
andavano a comprarne un altra. Io prendevo le lattine e le
scolavo. Non mi ubriacai ma non mi piacque.
Alla Base c’eravamo stati un altra volta, per Woodstock,
munendoci all’ingresso del sacchetto gigante di popcorn.
All’inno nazionale che precedeva la proiezione io non avevo
nessuna intenzione di alzarmi e il Perso mi sollevò di peso.
Quando Hendrix attaccò l’inno alla sua maniera mi chiesi se si
sarebbero rialzati.
Mi chiedevo spesso cosa pensassero. L’inglese parlato non era
il mio pane, perciò mi affidavo a qualche sensazione e a quello
che mi dicevano gli amici che lo parlavano. Dylan non faceva
parte della loro discoteca ma, testi a parte, possibile che in tutto
quello che ascoltavano, nel semplice modo in cui le chitarre si
ribellavano, non avvertissero lo spirito antimilitarista,
l’anticonformismo che solo alcuni dichiaravano nei testi? O
tutto quello spirito nuovo ce lo inventavamo noi?
Del resto erano molto diversi tra loro. Non si mettevano
insieme per una qualche comunanza di idee e di stili di vita. Il
bere e l'
ascoltare musica (o, per alcuni, lasciare che la musica si
diffondesse) infatti, erano misura del tempo, non un distinto
stile di vita. Ed era molto facile distinguere a prima vista la
personalità degli abitanti della nostra casa. Quickly era bruno,
grasso e normale, pronto alla battuta, quasi latino. Gregory, un
gigante di origini italiane con la faccia di Mark Spitz e gli
stessi baffi, impersonava la prestanza e la forza ma non era un
fascista. Si divertiva soltanto a ridicolizzare a braccio di ferro i
forzuti del posto che gli facevamo incontrare nel retro di
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qualche bar puzzolente di birra. Matthew era mite e introverso,
come la barba e gli spessi occhiali stavano a indicare. Tra
musica e discorsi, lui leggeva imperturbabile Hesse e Updike.
Quickly ci insegnò a fare la luna, cioè a mostrare le chiappe
nude al finestrino. Sosteneva che il gesto di scherno era stato
lanciato da Marlon Brando. Quando la televisione mostrò le
immagini di un’eruzione dell’Etna partì per la Sicilia sul suo
maggiolino giallo insieme al Villa.
Frequentavamo anche altri militari - o tecnici o chissà cosa:
con la storia del segreto militare non si poteva sapere cosa
facevano di preciso, spesso neanche quello che facevano prima,
a casa - ma era con loro che passavamo più tempo. Avevano
preso una casa grande con un salone enorme, pavimentato in
maiolica. Una piazza d’armi praticamente vuota. Un rudimentale
mobile bar su uno dei lati corti, vicino alla cucina con il gran
frigorifero, e lo stereo all’altra estremità. In mezzo un due
posti, una poltrona e un tavolino. Ma a sedere per terra ci si
stava in quaranta. Il salone era percorso da Leon Russell e dai
Mad, Dog & Englishman di Joe Cocker. Galoppavano i
Creedence ma anche Rod Stewart: Maggie Mae, Mandolin
Wind, Every Pictcure tells a story. Di Jesus Christ Superstar si
fece indigestione.
Gregory, trasferito, fu rimpiazzato da Willy, un texano magro
e biondo che dormiva sotto le due bandiere, lo stato e l’unione.
Venivano a trovarlo certi ceffi attaccabrighe conciati alla Hell’s
Angels.
Era un universo maschile, a meno che non ci fosse una festa.
Quando c’era una festa si faceva esattamente quello che si
faceva ogni giorno ma c’era più gente, c’erano più sacchetti di
patatine, pop corn e croccanti al formaggio e c’era troppa
confusione per giocare a Monopoli. In a gadda da vida,
ossessivo e lungo, ballabile, occupava il salone. Capitava di
sabato, in genere, e si invitavano le ragazze. Italiane, perché le
poche americane erano contese e invitate in locali costosi. A
volte capitava anche qualche americana perché una comitiva
aveva deciso di trasferirsi.
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Veniva anche Lei. Si lasciò sorprendere dal Perso con Willy
durante una festa. Quello che faceva imbestialire era la scelta
del tipo. Non poteva scegliersi uno meno stronzo? Ma io sapevo
perché giocava. Da tempo semplice amico, senza aggettivi,
conoscevo ormai la spina: il primo amore, un bel tenebroso del
paese vicino, quello che ogni tanto torna e ti fa piangere. La
sfottevo in amicizia, quindi, teneramente. Però ci fu la festa in
campagna, dagli altri americani, quelli del villino.
L’estate era ormai inoltrata, quasi finita e io avevo bevuto. Il
profumo di Lei era eccitante, il sorriso più dolce del solito e lo
sguardo più fosco. Non stetti a chiedermi se la sua vicinanza
fosse una manovra diretta a qualcuno (quella sera c’era anche il
tenebroso, che non la guardava neanche) e al primo lento la
strinsi contro la mia erezione. Lei si irrigidì e cominciò a
spingermi (le mani erano appoggiate sulle mie spalle, quasi sul
petto). Ma con una determinazione non imputabile solo
all’eccitazione e all’alcool (perché, insomma, doveva ostinarsi
su quell’Amore consumandosi in civetterie con una selezione di
stronzi invece di lasciare al corpo, almeno una volta,
l’espressione della nostra intesa?) le mantenni il bacino serrato
contro il mio. Terminammo il ballo così, lei arcuata all’indietro
ma incapace di liberarsi dalla mia stretta. Si allontanò senza
parlare e senza guardarmi. Dopo un po’ prese la macchina e se
ne andò.
- Allora - buttò il benzinaio la mattina dopo come scherzando
su una partita di calcio persa da una squadra avversaria - è
morta l’amica tua?
Non capivo, la voce non era per nulla luttuosa. Quando disse
il nome mi ribellai:
- Ma che cazzo dici, se ieri ...
- Ieeeri...
Non gli credevo ma lo odiai lo stesso. Andai subito al bar. Gli
altri sapevano (si alzavano prima). La curva.
- Vabbé, è strettissima, ma la conosceva bene, l’ha fatta tante
volte. E poi è più brutta nell’altro senso, tornando in paese.
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Eppure era uscita di strada e subito aveva incontrato l’enorme
tronco dell’ulivo. Un tronco giusto per morire. Contorto,
rugoso, nodoso. Grigio. Secolare. Duro. Un tronco d’ulivo è una
convulsione congelata, ogni decennio cristallizza l'
ennesimo
crampo di una fibra. E’ il perfezionamento eterno dello
spasimo. E’ la morte stessa.
Quell’albero continua a incombere, insieme ai suoi complici,
sulla curva a gomito. Il padre avrebbe voluto abbatterla subito,
personalmente, senza porre limiti all’indennizzo, ma il villano
non aveva inteso ragioni.
Dopo essere stati sul posto, non parlammo più. Ogni tanto,
durante l’interminabile giornata, uno di noi se ne usciva in un
ringhio:
- Ma a quanto cazzo andava?
La sua abilità nella guida era proverbiale, guidava meglio del
fratello. E quella curva la conosceva a memoria.
Star male. Certo. Fumare, certo. Fissare il vuoto. E poi?
- Al cinema.
- Sì.
Seconda visione, primo film dei Taviani: praticamente muto,
con due tribù che si scambiano grugniti, e poi legnate e pietrate,
su un’isola mediterranea brulla e grigia d’ulivi.
Le sigarette erano amare.
La marca non c’entrava.
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